(Estratta dal primo fascicolo del Giornale per l'abolizione della pena
di morte.)
_Mio riverito signore ed amico,_
La pena di morte è una questione intorno alla quale si sono piuttosto
affaticate, che esercitate le menti degli uomini; e con quanto frutto
non so; certo se ne dovessimo giudicare dal resultato, dovremmo dire
poco; imperciocchè i Governi che in ogni altra cosa peccano del gretto,
in questa poi procedono liberali, anzi spreconi; massime il Piemontese,
che per la morte a piene mani nel suo codice largita si acquistò
meritamente fama di munificentissimo.
Voi avete richiesto il mio parere su questa materia, e poichè non bastò
a dispensarmene la scusa che l'autorità mia, in ogni altro argomento
scarsissima, in questo poi non aveva importanza veruna, io antepongo
espormi piuttosto ad essere reputato da altri di poco discorso, che da
voi di poca cortesia. Esporrò parco e liberissimo quello che io ne
sento; e voi nella discretezza vostra ne farete il caso che merita.
La quistione della pena di morte, per mio avviso, non si approfitta
niente, anzi scapita mescendosi co' dommi della religione, e
avviluppandosi con le astrattezze della filosofia. Di fatti supponendo
che il nostro consorzio sia stato primitivamente composto per via di
contratto, s'inferisce da ciò che veruno abbia potuto cedere diritti che
non aveva: ora l'uomo manca per l'appunto del diritto di essere violento
contro la sua vita. Pitagora prima, poi Platone, in seguito i padri
della Chiesa, Ambrogio di certo, ed Agostino, parmi, uno dopo l'altro
vanno ripetendo l'uomo essere quasi sentinella messa di guardia, a cui
non lice disertare dal suo posto senza il comando del superiore. E qui
noto innanzi tratto che le sentenze dei primi per noi cristiani hanno
pregio come apotegmi morali: unicamente i santi Ambrogio ed Agostino
valgono come autorità religiosa. Torno poi a considerare (però che io
l'abbia avvertito altrove) come i ragionatori, quando messo da parte il
modo dimostrativo danno mano alle similitudini, mi cadono in sospetto;
ciò per ordinario significa che di ragioni si trovano proprio al secco.
Valga il vero, o che ha che fare la sentinella con l'uomo? Alla prima
furono trasmessi ordini chiari e precisi, e assieme con gli ordini le
facoltà per eseguirli. Ma quali furono gli ordini dati all'uomo
nell'uscire alla vita? Chi gli udì, chi gli lesse? Certo nessuno: ma, si
dice, che bisogna argomentarli: e sia così; ma allora sapete voi che
mormora il cuore se ci apponete l'orecchio pacato? Provvedi alla tua
felicità; il fine della vita è il piacere; non già il turpe o volgare
piacere, chè cotesto proviamo gravezza ed affanno, bensì l'uso delle
facoltà nostre per procurarci la maggiore copia di diletti onesti quanto
al fisico, e di diletti divini quanto allo spirito. Lasciate pur dire
gli spigolistri essere questa dottrina epicurea, chè Epicuro non nocque
mai, bensì Aristippo; e se questa dottrina ai nostri dì vediamo
professata da chiarissimi e piissimi uomini, quali sono gli onorevoli
amici miei barone Vito D'Ondes e cavaliere Emerico Amari, giudico non mi
rechi disdoro a chiarirmene parziale ancora io. Quando pertanto le
angoscie superino le gioie, massime poi allorchè le angoscie sole si
accampino contro la tua esistenza _in acie ordinata_, come scrive il re
David, e in modo irremediabilmente perenne, le ragioni del vivere ti
verranno meno, o vogli pei fini della natura o vogli eziandio pel fine
figurato dai filosofi e dai santi padri: imperciocchè lo sprofondato nei
mali così del corpo come dell'anima, a che cosa abbia a fare la
sentinella davvero non si comprende.
Occorre un'altra ragione, la quale è questa, che io chiamerò di
ritorcimento. La legge vecchia come la nuova, base della nostra
credenza, nell'Esodo, nel Levitico, e nei Numeri, e nel Vangelo stesso
la morte o prescrive, o attesta come pena all'omicidio: ciò messo in
sodo come possiamo supporre che la mente divina ordinasse all'uomo
quello che per istituto di natura gli è vietato di fare?
Inoltre hassi ad avvertire che, favellando della umanità, non si hanno a
confinare le ricerche dentro una parte più o meno numerosa della
medesima, bensì a tutta. Quindi importa desiderare, e giova sperare che
il cristianesimo un dì raccolga nel suo grembo le divise famiglie degli
uomini, ma per adesso egli è mestieri dire che nè tutti nè la più parte
degli uomini si confessano cristiani, invece neppure la frazione
maggiore segue la dottrina di Cristo, bensì di Budda. Nell'Asia, che
senza fallo fu cuna della razza umana, i sacrifizi di sè durano ancora,
non mica abborriti; all'opposto dalla religione persuasi, e dai costumi
promossi. Non è antico esempio quello del Bengala, dove avendo il
Bentink, che vi governava presidente per la Compagnia delle Indie,
voluto sopprimere le _Souttie_, a scanso di sommosse, ebbe a dire alle
donne indiane: — poichè così vi piace, arrostitevi quanto volete, chè
non dobbiamo guastare per questo la nostra amicizia.
Innanzi al cristianesimo (postochè questo vietasse la pena di morte come
sequela del principio, che all'uomo non è dato disporre della propria
vita) furono religioni di cui talune scomparvero, altre durano tuttavia.
I Greci non pensavano fare cosa contraria alla religione uccidendosi: ho
letto che i violenti contro a sè non potessero passare lo Stige; ma
questo non sembra vero, però che Ulisse incontrava nell'Averno tanto
Achille che rimase ucciso, quanto Ajace che si ammazzò; ed Ercole dal
rogo sorse fra i Semidei: ad ogni modo coll'attaccare due fantocci ad
una corda e dondolarli per un pezzo all'aria si rimediava a tutto.
Rispetto ai Romani, non riputavano commettere peccato, uccidendosi; e
taciuto ogni altro esempio, basti a persuadere quel mite e gentile
Pomponio Attico, di cui la morte volontaria e i ragionamenti agli amici,
che ne lo voleano rimovere, riferisce Cornelio Nipote con elegantissima
narrazione. A Marsiglia si conservava nel pubblico tesoro certa
composizione venefica, deliziosa al gusto, la quale largivasi a
qualunque giustificasse dinanzi al Senato dei Seicento le cause che lo
consigliavano a morire, e queste si cavavano così dalla prospera come
dalla iniqua fortuna; ciò narra Valerio Massimo, ed afferma altresì,
come cosa di cui fu testimone insieme con Sesto Pompeo, avere veduto
nell'isola di Ceo praticato un siffatto costume; dove certa matrona,
respinti i prieghi dei congiunti e dello stesso Pompeo, libò il veleno
propiziando a Mercurio, che con lene viaggio la conducesse agl'Inferi.
Io non ho letto i libri sacri degl'_Indus_, bensì trovo in parecchi
luoghi affermato che s'incontrano non che vietati descritti vari modi
violenti per lasciare la vita o col morir di fame, o col bruciarsi mercè
il letame di vacca, o col seppellirsi nelle nevi del Tibet, o col farsi
divorare dai caimani, o col fiaccarsi il collo sulle rive del Gange. Da
Plutarco si ha di Calano, che molestato di dolori di ventre si bruciò
secondo il patrio costume; e attesta che lo stesso pure fece un altro
indiano in Atene dov'era insieme con Cesare. Apertamente poi ricaviamo
che tale avesse ad essere la dottrina dei Bramani, quando narra che
Alessandro avendo interrogato uno dei Ginnosofisti: fino a quando fosse
buono vivere; n'ebbe in risposta: fintantochè non reputi il morire
migliore del vivere. —
Io non so, nè altri, io dubito, sanno, quando e come questo consorzio
umano accadesse, ma di sicuro quando per prova dolorosa gli uomini
conobbero che con le forze riunite si potevano meglio difendere dalle
ingiurie degli elementi, o tuttavia discordi o impazienti della frasca
concordia, delle belve feroci, e da quelle dei loro simili non meno
paurose: in questo periodo di tempo l'uomo sbigottito di sè poca cura
doveva avere; affetto primo il tremore; e sotto il perpetuo spavento il
pensiero impietrito. A paragone di vita così infelice poco più amara la
morte; gl'Iddii quali potevano insegnare i terremoti, i diluvi o i
vulcani; i sacrifizi conformi alle Deità; e poi, dalle proprie carni,
che altro possedevano allora gli uomini da offerire sugli altari? Di qui
i sacrifizi di sangue, e la truce fede, che quanto più caro a cui
l'offeriva, tanto più accetto a cui era offerto, onde il proprio
accettissimo. E questa fede come domina i primordi delle religioni, così
s'insinua nei processi, quando la cresciuta civiltà le ammansisce. Il
sacrifizio di Gesù figlio per placare la vendetta di Dio padre scende
giù diritto da cotesta premessa di sangue: il medesimo mistero della
Messa che adombra un Dio, il quale consentì ad essere sagrificato, anzi
cibato mille volte il dì per isconto dei peccati degli uomini, non
deriva da altro principio. Ben' è il sacrificio incruento, ma attesta il
sangue; la spiga venne sostituita alla carne, ma la spiga è simbolo
della carne. Ora riesce difficile sostenere che l'uomo non possedesse, o
non estimasse possedere diritto sopra la propria vita nei primordi della
società umana; se lo cedesse non so; so bene che al volere non gli avria
fatto impedimento il non potere.
Considera altresì, che se all'uomo manca la potestà di consentire che la
sua vita si disperda per modo subitaneo, molto meno avrà volere e potere
di concedere che gli si tormenti con una sequela di dolori. Adesso io
vorrei sapere che cosa mai sia la pena se non tribolazione? Lascio dei
carceri penitenziali nella rigidità della prima invenzione, trovato del
Demonio infermo del male di fegato: imperciocchè per essi si pigliava
l'anima, e, tempratala a punta di acciaio, si metteva in mano alla
disperazione, affinchè ne trapanasse i visceri dell'uomo: favelliamo
degli altri sistemi, tossico più o meno annacquato, e pigliamo il più
mite, non pertanto tu vedrai in tutti il corpo intristirsi, le infermità
frequenti, l'anima farsi selvatica; spirito guasto in corpo guasto. Pel
cibo non abbastanza nutritivo il prigione scema di peso; per l'aere
chiuso, e le molecole maligne, ch'emanano dalle lane o dalle canapi
filate dentro le celle, si dispone all'etisia, e a questo contribuisce
anco e più il sangue sferzato dalla lascivia: io ho esaminato questi
prigioni, tutti malesci, dipinti in volto con le sfumature di quanti
verdi presentano l'erbe putrefatte pei pantani; gli occhi vitrei; appena
usciti di carcere vacillare all'azione dell'aria com'ebbri presi dal
vino. Quanto alla miglioria dello spirito, questa la vicenda, non altra,
o stupidezza, o ipocrisia spaventevole. Hanno provvisto a nuovi
concieri; e' sono novelle. Il lavoro comune, ma in silenzio, sembra il
supplizio di Tantalo. E parvi poca pena tôrre la parola all'uomo? E
reputate voi che scarso sia il danno che ne deriva? Per emendare l'uomo
parmi strano, che gli si abbia a tôrre o a scemare l'attributo per cui
si differenzia dalle bestie. La parola è la umanità, anzi la parola è
Dio.
Qui mi fermo, e conchiudo che se il consorzio umano ha facoltà di
affliggere, e co' dolori alterare e scemare la vita dell'uomo, la
possiede eziandio per toglierla; ovvero se manca del diritto di
spegnerlo, difetta eziandio dell'altro di tormentarlo.
E non mi muove neppure la considerazione che la pena non si abbia a
proporre per fine la vendetta, perchè anzi io giudico che se l'abbia a
proporre. Che vi abbiano di più maniere vendette si accorda; e che
l'uomo ridotto a vivere in comunanza civile deve cedere il suo diritto a
vendicarsi in mano al magistrato s'intende; come si capisce altresì che
vi hanno vendette ingiuste o per l'affetto che le partorisce, o pel modo
e per lo eccesso co' quali vengono eseguite, e queste tutte condannansi;
ma la vendetta giusta, pacata, correspettiva alla offesa non si può
condannare. In tutte le religioni, segnatamente in quelle che più
governano il vivere nostro, massimo attributo della Divinità è la
vendetta delle opere prave; anzi per la vecchia e per la nuova legge si
ordina espresso che la vendetta si lasci a Dio e ai magistrati; nel
linguaggio o sia filosofico o poetico o comune occorrono perpetue la
idea e la parola della vendetta: il Monti sacerdotale, e in Roma,
diceva:
«Sicchè l'alta vendetta è già matura,
Che fa dolce di Dio nel suo segreto
L'ira.....
Le pubbliche e le private sventure si apprendono per ordinario come
castigo di Dio. Insomma la vendetta costituisce un compenso al male
patito ed una difesa, perchè a danno nostro non si rinnovi, e quanto è
feroce appetirla immane, altrettanto abbietto non cercarla onesta, e
tale sentenzia anco Cicerone. Infatti:
«. . . . . la sofferta ingiuria
Chiama da lungi la seconda offesa.
Il filosofo non si ha da gingillare con equivoci di parole, e tu il
debito che contrae il colpevole verso la società, e l'obbligo che corre
a questa di farglielo pagare, o chiami vendetta, o castigo, o in quale
altro modo tu il chiami fie sempre il compenso al male fatto. Ancora io
penso che se il singolo cittadino possiede facultà di perdonare, questa
manchi al Magistrato, sia pure supremo; e vi ha chi disse la grazia
bellissimo fiore della corona reale, mentre all'opposto è ingiustizia
enorme. Le leggi barbare davano ai parenti dello ucciso e del mutilato
un diritto, ed era il prezzo del sangue, che la legge indicava; il reo
l'offeriva, e non poteva ricusarsi dagli altri; ciò parve enorme, ed
era; perocchè nel delitto si abbiano a considerare due offese; una al
cittadino e l'altra alla città; nè parve bene che, soddisfatto quello
questa avesse a quetare; ora nei delitti nocivi alla sicurezza pubblica
il perdono degli offesi non leva di mezzo l'accusa, e la città tira
innanzi per conto suo; dunque per correspettività il magistrato (quando
anco ne avesse procura dall'universo corpo dei cittadini) non può
rimettere la ingiuria del privato. Qui mi cade a taglio avvertire come i
Legislatori nel classare i delitti abbiano avuto meno in pensiero la
gravità del reato, che il modo di commetterlo, ovvero la potenza di
difendersene. Formidabile di fecondità è la famiglia delle truffe e
degli stellionati, facile si propaga come la gramigna, ti s'insinua in
casa coperta o palese; si larva con tutte le maschere, e più spesso con
quella dell'amicizia, e tuttavia la truffa come delitto di azione
privata con la rimessione dell'offeso si lascia impunita; al contrario
il furto con frattura di serrame, o in altro modo qualificato per la
quietanza dell'offeso non si perdona. Perchè questo? e sì che rompere
una toppa parrebbe avesse a riuscire più agevole che abbindolare un
uomo; ma poichè la truffa non accade se non giungi a ingannarlo, ognuno
per naturale prosunzione sè reputa sicurissimo, altri per singolare
semplicità deluso; mentre simile estimativa di superiorità non può
riporre nella sua serratura, a meno che ei non sia di suo mestiero
magnano. — La vendetta, afferma il Guicciardino, conserva la riputazione
dei cittadini e troppo più degli Stati, la quale veruna cosa più spegne,
che il cadere in concetto di uomini incapaci o per pochezza di animo, o
per manco di volontà a risentirsi delle ingiurie, nè essere pronto a
vendicarle. Cosa sommamente necessaria, non pel piacere della vendetta,
bensì perchè la penitenza di cui ti ha offeso sia di tale esempio agli
altri che non si attentino violare la legge. — Che se il parere di
Messere Francesco, il quale certo non fu dolce di sangue, non vi andasse
a genio, io conchiuderò con la sentenza di Plutarco giudicato
dall'universale mitissimo dei filosofi: — ora, egli scrive, come
l'arcatore insegnandoci ad arcare non ci vieta già di scoccare
quadrelli, ma sì di colpire di riscontro, così non s'interdice la
vendetta; solo tempo, e modo desidera. — Però ancora io credo che, se
non solo, almanco uno dei fini della pena abbia ad essere la vendetta. —
Predicasi ancora che lo scopo della pena non ha da essere la vendetta,
bensì il miglioramento del colpevole. Anco questo scopo possono proporsi
a fine le pene; non però esclusivamente; ma come io lo confesso santo,
così per pratica ho da affermarlo in molti casi impossibile; in tutti
difficile. Nè a smentirmi allegate _Statistiche_, perchè io vi dico in
verità che se esse non sono bugiarde quanto un diario ministeriale, però
stanno a pari con gli epitaffi. Forse dopo la prima o la seconda colpa
ti fie dato guarire l'animo guasto; commessa la terza sai tu, che puoi
insegnare al pertinace nel male? L'ottavo peccato mortale, che consiste
nella ipocrisia di onestare o ricoprire gli altri sette. Ed ho detto
forse, imperciocchè il primo delitto, sebbene sia il primo fatto, che si
palesa con le qualità degne di punizione in ordine alle leggi, ciò non
significa che altri consimili non ne siano stati commessi in segreto; e
quando pure non accada così, quanta rovina di morale, quale strazio di
educazione e di religione non si è menato prima che lo spirito dal
peccato veniale sdrucciolasse giù fino al delitto! Quanti sforzi, che io
dirò atroci, perchè l'occhio stornandosi dalla culla della infanzia,
dalla immagine materna sia condotto a fissare senza battito di palpebra
la galera e il patibolo! Io dubito forte, che quando il delitto consegna
il colpevole in mano della legge, a questa poco più altro rimanga a fare
che a punire. La madre, il maestro e il sacerdote sono i ministri a cui
si commise la cura di educare la innocenza umana, così che per procella
di passioni non si rompa; se non riuscì a questi, altri non isperi
riuscire. Lo ufficio della madre si mantiene buono, e, con poco di cura,
può diventare ottimo, però che la natura ne susurri perenne i rudimenti
negli orecchi alla donna. Per me ho sempre stimato la Confessione
instituto di bontà e di efficacia supreme; ora la sbertano come quella
che partorì sequele spesso funeste e non si nega, ma io vorrei sapere
quale sia l'ordinamento umano che non sia stato guasto, e poi io non
intendo la confessione come ora si pratica e si praticava prima nella
Chiesa, che allora si costumava pubblica. Egli è argomento di non
mediocre meraviglia considerare come in tutto il mondo la confessione
dei propri peccati sia, o fosse instituto religioso; anco adesso in
China i ministri e i governatori hanno l'obbligo di dettare le colpe
commesse rendendole note al popolo... I Greci e i Latini si confessarono
nei misteri di Cerere, d'Iside e di Orfeo: presso di loro la confessione
si faceva da uomo ad uomo; anco Marcaurelio si confessò allo Jerofante
nei misteri di Samotracia. Il Voltaire narra di un Greco a cui lo
Jerofante persuadeva si confessasse: a cui il Greco: — Devo confessarmi
a te, o a Dio? — A Dio — rispose l'Jerofante. — La cosa non istà così:
il Greco fu Lisandro, e come lo Jerofante lo confortava ad aprirgli i
suoi peccati quantunque ripostissimi, Lisandro che covava il disegno di
farsi tiranno, e non lo voleva dire, interrogò se questo gli domandasse
per sua elezione, ovvero per volontà degli Dei; e udendo che ciò faceva
per volere del Nume, quegli soggiunse: tratti in disparte, e se il Nume
me ne ricercherà a lui lo confesserò. I Cristiani forse tolsero la
confessione dagli Ebrei, non già dai Greci o dai Latini, ma o dall'uno,
o dall'altro, o da ambedue la pigliassero, o da nessuno; questo non
monta, e giudico che la confessione, come si adopera adesso, sia pel
modo, sia per le persone non può fruttare che male. Il prete dovrebbe
essere prete, cioè vecchio, e provato per lunga vita bene spesa in opere
di carità, discreto molto, e perito in questa matassa arruffata delle
passioni umane; nè dovrebbe preporsi a udire la confessione di cui per
età ha ormai messo il tetto; costoro, bene nota il Voltaire, confessansi
a mo' che i ghiotti si purgano; per avere più appetito; all'opposto a
lui arieno a confessarsi giovanetti, i quali per avventura senza malizia
gli svelerebbero la mala disposizione dell'animo; e il medico
spirituale, senza ch'essi il sapessero o se ne accorgessero, ordinerebbe
i rimedi più acconci a svellere il male dalla radice, o a imprimergli
moto verso scopo lodevole; dacchè le sorgenti del bene e del male
sgorghino dal medesimo sasso, appunto come quelle del Tevere e
dell'Arno.
E poi date mente, io vo' bene che le pene propongansi lo scopo di
migliorare i rei, e ci si spenda attorno, ma non prima di avere con ogni
industria provveduto all'allevamento ed alla educazione dei buoni:
altramente in rattoppare un mal cristiano tu verrai a spendere tre o
quattro volte più di filo, che a cucire di pianta un uomo dabbene. Mio
caro signore, questa nostra società casca a pezzi, e mentre veruno edile
pensa ad appuntellare gran parte della fabbrica, che minaccia ruina,
altri si diletta di dipingerne alla raffaellesca il salottino della
signora: a questo modo non si opera in virtù di disegno preconcetto, e
con senno ordinato: mettesi sovente il carro innanzi ai buoi; manca il
necessario, abbonda il superfluo; qui brindelli e ciarpe, là porpore o
broccati; e volenti o no, e improvvidi o consulti alla imitazione
altrui, noi consentiamo, all'andazzo, all'agonia di un po' di vanità; e
talora a cause anco più biasimevoli. — Non muto sillaba di quanto ho
scritto sopra intorno agl'istituti carcerari, o vogliamo dire
penitenziari; pure sarebbe ad un punto argomento d'ira e di riso, e di
ambedue forse come la più parte delle cose umane, considerare che
negletti del tutto o poco curati gl'instituti di bene nudrire ed educare
i giovani innocenti, per acquistare titoli ad essere bene allevati fosse
mestieri comparire dannosi. — Altrove significo questo mio pensiero
forse con la capestreria consueta al mio modo di scrivere; ma ormai io
non posso emendarmi, e potendo non vorrei, imperciocchè io desidero
piuttosto scrivere turco, caffro, esquimese; breve in qualunque più
strana guisa, piuttosto che in quella sazievole e non pertanto malefica
tisana, nella quale ai dì nostri ci troviamo inondati. Comunque sia non
badate la scorza, attendete al midollo. Pertanto, in altra parte, così
scrivo: parlo della prigione in genere, e dei penitenziari in ispecie.
La _civiltà_ ha preteso ordinarli in guisa, che se il popolo vuol essere
tenuto per carne battezzata, per creatura di Dio, per fratello dei
fratelli in Cristo, per qualche cosa in somma come sarebbe un'anima, ha
mestiero di risolversi ad ammazzare uno o due dei suoi simili, o per lo
meno a sfondare un magazzino. Ecco il figlio del popolo onesto: cammina
la notte co' piedi nella neve, sopra il capo ha neve, nè verun letto lo
ricovra ospitale: le mani ha crispate dal freddo, i piedi dolorosi dai
pedignoni, e non trova chi gli faccia luogo al caldano. Chi lo ricopre
ignudo? Chi lo sfama? Chi lo disseta? Chi? — Certo qualche cuore che non
sia tutto pietra il poverino qualche volta lo trova. Ma tu osserva
quanta passi diversità tra il ladro e l'onesto. Il ladro che ignudo e
intirizzito dal freddo rubò nel mezzo della città in un dì di gennajo,
cascato in mano ai giandarmi, veraci angioli custodi della società, per
evitare scandali si trova prima di tutto ad essere messo in carrozza
dandogli il posto di dietro, e quello è già un diletto, che in vita sua
il meschino non aveva provato mai: condotto al penitenziario cominciano
a ficcarlo nel bagno caldo, ed anco questo gli giunge insolito piacere;
poi lo puliscono, e questo pure gli avveniva fare da sè di rado, per
opera altrui giammai; gli tagliano i capelli: quando era onesto non
aveva tanto da farsi tosare, ed ecco perchè la più parte dei poveri
galantuomini vanno zazzeroni; lo rivestono; ed ecco la veste che non gli
aveva voluto dare la carità o potuto il lavoro, gliela dà il delitto; ha
stanza, ha letto, ed oh! miracolo nuovo, lenzuoli anco e coperte.
All'ora debita pane, minestra e legumi; due volte la settimana carne, ed
anche vino, certo da mettere il ribrezzo della febbre quartana per una
mezza ora addosso; è tuttavolta vino. Che è questo mai? Pargli
travedere, fregasi gli occhi e torna a guardare. Sì signore; egli non è
punto ingannato, cotesti sono veri e vivi pane, legumi carne e vino.
Allora si appiglia al cuore del misero un pensiero molesto: che avessi
proprio sbagliato a dare retta fin lì ai ricordi di mia madre, ai
rimproveri di babbo, agli avvertimenti dello zio prete? Il cammino del
galantuomo sia per lo appunto quello che mena diritto a fiaccarti il
collo? Sente la contrizione rovesciarglisi addosso, e buttandosi di
sfascio ginocchioni a terra recita il _confiteor_; e al _mea culpa_ si
picchia più volte nel petto da spaccare un muro maestro per avere
resistito tanto alla vocazione, che lo tirava al ladro. Dopo il primo
giorno, le faccende procedono di bene in meglio; da un lato pigliano a
educarlo nella lettura, nella scrittura, nell'abbaco, e se più ne vuole,
e più gliene versano; in qualche buona arte lo istruiscono ancora,
dandogli agio a perfezionarsi col non curare il guasto che mena della
roba da principio, però che chi non fa, non falla; e dove onesto e
libero gli avrebbero rotto il regolo sciupato sul capo, e menatogli un
calcio da mandarlo a ruzzolare in mezzo alla strada, adesso ch'è ladro
gli mettono in mano un altro scorcio di tavola, e lo correggono con
carità. Anche i suoi bravi maestri di morale non mancano. Veramente
stanno lì quasi a dimostrare il significato del proverbio: chiudere la
stalla quando sono fuggiti i bovi: ma non fa caso, tanto gli recitano la
predica: nè basta; letterati di fama, _insignis pietatis viri_, come
sarebbe a dire preti e frati, _eccetera_, che, incontratolo onesto per
la via, o lo arieno fuggito come il bue che cozza; o dettogli Dio te ne
mandi; ovvero guardatolo a stracciasacco fatto un rabbuffo con le
parole: — vattelo a guadagnare, sciagurataccio perdigiorno — adesso
degnansi trattenersi con esso lui in geniali colloquii sostenendo
strenuamente l'assalto della moltiforme famiglia degl'insetti annidiati
dentro le celle dei ritenuti, quanto i nostri bersaglieri la mitraglia
di un ridotto; e non si fermano qui che, uscito dal carcere, il nefario
è messo sotto la protezione di un valentuomo, il quale lo accomoda con
qualche operajo di sua conoscenza, perchè nel mestiere si perfezioni, e
col vigilarlo, ammonirlo, soccorrerlo s'ingegna a farlo diventare
persona agiata. — Dunque sta bene che si ripeschi l'annegato, ma sta
meglio che s'impedisca annegare; giova avere carità dei perduti, non
però prima che siasi speso ogni studio perchè altri non si abbia a
perdere. Insomma bada che un mezzo onesto od uno ipocrita di onestà non
ti abbia a costare più di una dozzina di buoni ed innocenti figliuoli.
Per ultimo dirò cosa che parrà crudele, ma io la sento, e la voglio
manifestare: vale egli il pregio che tu ti affatichi intorno a colui,
che notte tempo, per cupidità, si accostava al letto del padre, e a lui
dormente tagliava la gola? Di quanti domatori di belve ho visto, nessuno
tolse a mansuefare il serpente a sonagli. Ora può senza ingiustizia
paragonarsi il parricida col serpente a sonagli? —
Adesso io temo udirla, mio riverito signore, esclamare: ohimè! io aveva
chiesto un parere, che rincalzasse la mia dottrina avversa alla pena di
morte, e tutti questi discorsi, sembra che mettano capo a persuaderla.
La non si sgomenti; e per non tenerla più oltre su la corda, vengo ad
esporre la ragione per la quale io giudico che si deva abolire. Questa
ragione io la trovo nello esempio; vale a dire per l'appunto colà dove
altri deriva ragione, per conseguenza contraria alla mia; e perchè io
possa chiarire il mio concetto intero chiedo venia di premettere certe
mie brevi avvertenze.
Così in politica, come da per tutto, occorre una maniera di cervelli, i
quali per procacciarsi credito di sapienti (e quasi sempre riescono)
pigliano in prestito certe idee astratte e parole, le quali avendo fin
qui adombrato pratiche rinvenute utilissime, e ne rivestono o errori, o
viltà, o astii, o tradimenti: il volgo deluso trae dietro all'antico
suono, e scambiata la nuvola per Giunone, si accorge tardi e invano di
essersi messo in casa un armento di Centauri. Lasciamo da parte la
politica: nella materia che abbiamo tra mano, il moderato dire, e pargli
dire gran che: la questione della pena di morte governa la opportunità,
sicchè con profitto può abolirsi là dove per educazione diventarono
mansueti i costumi, ma è forza mantenerla colà dov'essi durano feroci.
Conseguenze di siffatto ragionamento sono, che i costumi devano
precedere l'azione della legge, e la pena di morte si abbia a
considerare come un mezzo per educare e incivilire i popoli. O questi
sono errori, o nessuno. Il consorzio umano presenta due epoche
principali; la prima quando l'uomo aspro tuttavia della nativa barbarie
domanda al legislatore modo e norma di più urbano vivere; la seconda
quando di rovina in rovina sceso all'ultimo grado della corruzione e
dello avvilimento, tocco come Saule caduto dalla voce di Dio, sente che
ha da rilevarsi, ma fatto cieco non conosce la via, e chiede che altri
gliela mostri. Nella epoca prima tu hai dinanzi il sasso che hai da
riquadrare; non ardua impresa: basta scemarlo con discrezione, che ti
secondano le voglie come le facultà degli uomini: questo toccò a
Licurgo, a Romolo, a Numa e ad altri più antichi: all'opposto nell'epoca
seconda tu miri un sozzo pattume dove tutto è logoro, virtù e vizii
diventati una roba sfatta: vinto il ribrezzo di tuffarci dentro le mani,
la società umana ti schizza fuori delle dita; qualche frammento rimasto
intero meglio degli altri, ricoperto dalla infamia universale, non
avvertito, te le feriva; e questo è stato come più miserabile,
infinitamente più difficile ad acconciarsi del primo. Qui se il
legislatore per dettare le sue leggi ha da attendere la miglioria dei
costumi, in fede di Dio aspetterà un pezzo; adesso egli ha mestieri con
le leggi fecondare non solo, bensì creare senso morale, coscienza
pubblica, amore della virtù, costumi buoni, santità di vincoli,
gentilezza di uffici; e tutto in somma. Noi Italiani usciti appena da
lunga e vergognosa servitù veruna parte possediamo della prima epoca,
ed, ahimè! troppo più che non si vorrebbe della seconda.... In questa
epoca pertanto la legge importa sia educatrice per eccellenza, corregga
i costumi rei, non attenda i buoni costumi a correggersi, e norma di
vita ella si presenti agli occhi di tutti come un Cristo sul colle a
predicare alle turbe i precetti dell'onesto vivere.
Ho detto che la società nostra rovina, e mentre corrono dietro alle
farfalle, non badano al terreno che trema, e si spacca sotto ai piedi
degl'improvvidi; e tra mille vi fia argomento la discordia delle
istituzioni umane, la quale cresce di tutti i partiti, che tu avvisi
adoperare per rimediarci.
Date ascolto alle mie osservazioni, che io mi diletto delle cose
pratiche, e quantunque ammiri chi va su pei sentieri delle dottrine, io
non gli so imitare. Io vivo qui in Genova su di un colle a piè del quale
il Municipio ha murato uno edificio, che, quantunque sia buttato là con
la simmetria con la quale vediamo disposte in città tutte le altre
fabbriche, e le balle, e le botti, ed i barili in porto franco, pure non
cessa di essere bello e profittevole molto; forse più questo, che
quello. Lo edifizio di che ragiono serve di pubblico macello, perocchè
meritamente i cittadini procedendo per le vie anguste di Genova
rimanessero percossi dal grido di dolore, e da rantoli di agonia, e
quasi a forza sospinti a guardare vedevano uomini a mezzo rischiarati da
sinistre lucerne avventarsi con le coltella ignude sugli animali, e
scannarli, e scoiarli, e squartarli tutti imbrodolati di sangue. Simile
spettacolo partoriva doppio effetto, e disforme; in parecchi gentili,
una tristezza da non potersi significare con parole; nei più feroci
libidine di sangue. Provvedendo al pubblico costume il Municipio non
solo ordinò il pubblico macello, ma prescrisse altresì che i quarti
delle bestie macellate, per non contristare o insalvatichire i
passeggieri, alle botteghe dentro carrette chiuse si trasportassero,
dove poi ridotti in minuti tagli si vendono; e sta bene. Ma in faccia al
medesimo colle, dove io abito, giace il molo pieno d'innumeri legni,
frequenti di popoli convenuti da ogni lato della terra; qui vidi, e
quante volte occorra rivedrò, piantare una o più forche e sul rompere
del giorno impiccarvi due o tre sciagurati... Il pilota innanzi l'aurora
avrà spinto nel firmamento lo sguardo per salutare Lucifero, prima che
scompaia avrà veduto un uomo spiccare un salto su le spalle di un altro,
e dipinto per lo azzurro sereno dell'orizzonte una baruffa immane fra
una creatura che impunita e pagata viene ad ammazzare, ed un'altra che
si punisce di morte per avere ammazzato. Vero inferno d'iniquità! Così
in un medesimo paese l'occhio non deviando dalla linea retta vede in un
luogo il Municipio sottrarre alla pubblica vista la uccisione delle
bestie da cibarsi, perchè il costume se ne avvantaggi, in un altro il
Governo che espone alla pubblica vista la impiccatura di uno, di due e
fino di tre uomini, perchè i costumi si emendino...
Certo non è nuovo il vezzo di abusare della parola; ma che, come ai dì
nostri, si sia posto studio a crescere la dignità del discorso alla
stregua della indegnità del fatto io dubito assai; comunque vada adesso
le parole non contano o poco, e se non quanto rispondono ad opere
oneste; però soli gli esempi possiedono la virtù di persuadere e di
educare; donde come per via di corollario la conseguenza, che male
possono mansuefarsi i costumi colà dove la legge ordinando i sagrifizi
umani come norma dell'ottimo vivere civile si pretende venerata; e gli
uomini che la morte del proprio simile comandano, ricevono onori e
stipendio.
Fallacia di giudizio e supposta necessità hanno indotto il legislatore,
e chi ci ha interesse, in un accordo tacito a cumulare da un lato con
ogni diligenza gli onori... sopra alcuni capi, dall'altro con industria
maggiore a raccogliere la infamia di tutti, ed avventarla sopra un capo
solo, e questo consacrare vittima espiatoria alla pubblica esecrazione.
Simile bindoleria tanto non potè pervertire la coscienza degli uomini,
che d'ora in ora non le si sollevasse contra, e come accade sovente,
eccessiva: così Aristotile nella _Politica_ annovera il carnefice fra i
magistrati, anzi pure fra i meglio spettabili a cagione della necessità;
e gli altri di mano in mano crescono la posta sino al Rousseau, il quale
trova conveniente nel suo _Emilio_ che il principe gl'impalmi la propria
figliuola: con mente più retta e con giustizia il popolo, invece di
levare il carnefice alla dignità del magistrato, ha tratto giù il
magistrato che condanna a morte il suo simile fino alla indegnità del
carnefice.
Di vero come, e perchè dovria abborrirsi il boia, e il giudice no? — Il
boia, dicono, è salariato: sta bene; forse non tirano paga i giudici? —
Questi non mettono le mani addosso, l'altro sì: e questo che monta? Gli
uni mettono il pane su la pala, l'altro lo inforna. Forse il carnefice
si attenterebbe torcere pure un capello al paziente se non glielo
comandassero? No di certo; dunque la penna prima della corda lo ammazza.
Pigliarsela col sasso, e non con chi lo ha scagliato cosa è bestiale. Il
carnefice uccide con animo pacato, si obbietta ancora, e il giudice
ordina forse la morte con animo iracondo? Anzi il carnefice sia tristo o
pessimo rileva poco essendo il suo atto meramente materiale, ma nel
giudice ogni lieve alterazione, comechè transitoria, torna funestissima.
Il giudice adopera intelletto, volere e potere; il carnefice è
infelicissimo arnese. — Ma in che nocque il paziente al boia? — E in che
nocque al giudice? Ancora, in che i nemici a cui indisse guerra il
Principe ingiuriarono i soldati, che levano a cielo come eroi, quando
per 20 centesimi al dì e un gotto di acqua arzente movono a menarne
macello? Oh! ingiuria grande loro fanno minacciando la Patria; e sia
così; ma i facinorosi non guastano la Patria? E avverti, i nemici di
tratto in tratto, ma questi senza tregua, sempre. Nè il carnefice
impiccandoti tre, quattro, sei e più, se il Giudice comanda, immagina
condurre tal gesto di cui gliene sarà tenuto ricordo nell'epitaffio, nè,
io penso, presumerà chiederne collare, o croce, nè anco quella di San
Giuseppe in Toscana, tanto, poverina! decaduta ai giorni nostri; mentre
i Magistrati e i Soldati mietono a piene mani onori, allori, ricchezze,
e taluno così dei primi come dei secondi (ma più dei secondi) i sorrisi
«Della tenera altrui moglie a te cara!
Conchiudo pertanto che volendo tôrre via dagli animi la ferocia, onde
altri desume la necessità di conservare la pena di morte, bisogna per lo
appunto come esempio supremo di educazione abolirla, e con essa removere
dalla mente del popolo lo spettacolo d'iniquità e di contraddizione, pel
quale chi ordina la morte dell'uomo si pretende onorato, chi mette a
compimento il comando si dà in balìa alla pubblica esecrazione.
Rimarrebbe, e questo massimamente importa, a discorrere qual sistema di
pena possa surrogarsi affinchè un reo non aggravi più di dieci
innocenti, e come il suo lavoro possa tornare proficuo alla società ed
alla famiglia offese; quali opere dovrieno affidargli, dove, in che
termini; con altre assai più ricerche che ometto. Questo dipende da
studiare le isole, le maremme, le miniere, e simili argomenti; ed io non
ho modo, nè tempo di farlo. —
Con ben'altra scienza ella persuaderà altrui l'abolizione della pena di
morte; e lo ha già mostro col suo trattatello stampato a Venezia l'anno
scorso; ma per diverse vie si giunge a Corinto, dicevano gli antichi. Mi
piacerebbe le tornasse grato lo scritto, ma questo o non importa, o
poco; quello che preme si è che duri ad esserle gradito lo scrittore,
che la saluta, e le si raccomanda.
_Affezionatissimo_