IX.

Passammo per l'argomento della religione al modo stesso che san Pietro

Igneo traversò la catasta delle legna accese a tutta possa correndo per

timore delle scottature; ora favellando più ad agio, diremo di altro

assunto che per consenso universale, se non pareggia la religione,

merita tenergli dietro immediatamente; questo è la poesia. Quando il

sindaco di Londra, paragonata la Inghilterra ad un vascello in mezzo

all'oceano, poichè ebbe tritamente descritto i varii ministerii degli

incoli suoi, e confrontatili con quelli degli ufficiali di marina,

interrogò Chatterton che cosa stesse a fare in mezzo a tanta operosità

il poeta? Questi rispose: il poeta è il pilota che dritto su la prua sta

speculando le stelle per indirizzare il corso del naviglio a termine

immortale. La poesia era una volta il tramite pel quale il cielo

corrispondeva con la terra; gli uomini resero a Dio quanto egli concesse

loro di divino in parole di armonia cantando in sua lode inni e peana:

nè qui si fermarono, chè intenti a trasfondere nei precetti regolatori

l'umano consorzio più che per loro si potesse di dottrina immortale,

vestirono di numeri le leggi; e questo non solo nei primordi del vivere

civile, bensì a civiltà progredita, secondochè si legge, costumò Solone

vissuto sei secoli prima di Cristo. Vati presso molte religioni defunte

furono detti coloro i quali per molto tesoro fatto di notizie antiche

riuscivano, in grazia della dotta esperienza, a divinare il futuro;

ond'è che i Romani appunto commettessero ai vati di cantare il carme

secolare, come quello che, nel mentre chiudeva la porta sulle spalle del

secolo decrepito, dall'altra parte l'apriva alla faccia del secolo

giovanetto. Omero, che fra i poeti vetusti ritrae meglio degli altri la

sacerdotale indole del vate, ne ammaestra essere cosa non pure piena di

profitto ma di onestà porgere ascolto alle parole del poeta; a patto

però che le sue parole sappiano di divinità; non diverso da lui, Orazio

definiva il poeta uomo in cui splende mente divina e talento di esporre

con eloquio illustre illustri concetti. Di qui la causa per la quale si

reputa dicevole favellare di poesia dopo la religione.

Quale si deva proporre nobile assunto la poesia, Chatterton poeticamente

espresse, il quale volendo adesso significarsi con più piano sermone,

diremo che la poesia deve, secondo la occorrenza, promovere anzi tutto

la libertà della patria da qualsivoglia tirannide domestica o straniera,

celebrare le virtù cittadine, accendere nei superstiti la venerazione

degl'incliti defunti, invogliando ad imitarne gli esempi, palesare le

gioie della famiglia, renderle desiderabili se trascurate, se amate

sublimarle, esaltare la santità degli affetti, la dignità del lavoro,

sollevare i cuori all'amore di tutto quanto è onesto, gentile, decoroso

e bello. Religione, Patria, Famiglia, triade che non conosce eterodossi

nel mondo, sia materia di nobile canto al poeta civile.

Veruna scienza od arte presuma che le possa essere fatta parte più

magnifica che alla poesia; però, quanto più grandi la mercede e la

fiducia, tanto maggiore in lei l'obbligo. Quindi severissimo pende il

giudizio sopra i poeti i quali abusarono dei doni dello spirito per

pervertire coloro che dovevano letificare; e sopra tutti meritano

infamia quelli che inaridiscono i cuori soffiandoci dentro i semi del

dubbio e della disperazione. Lo Eforo abbia facoltà di tagliare quante

più corde vuole alla lira propria od all'altrui, purchè ci lasci intatte

quelle della Speranza e di Dio.

Meditando su la materia, sembra a prima vista che la dottrina del dubbio

e della disperazione abbia a nuocere meno se sprilli dal canto che dalle

altre scienze morali: imperciocchè si possa credere che il poeta si

commetta volentieri in balia dello impeto della passione, e guardando,

com'egli di frequente fa, i beni ed i mali a traverso le lacrime del

dolore e della gioia, veda gli oggetti alterati nel colore o nella

forma: inoltre la natura poetica tende al superlativo, e talora ostenta

disperazione per avere conforto, sfiducia per essere smentita:

finalmente si adoperò talvolta la disperazione artatamente per destare

con ogni maniera di punture la inerzia dei cittadini; e di vero la

umanità rinnovandosi giovaneggia sempre; ed in noi stessi provammo,

allorchè più il sangue bolliva, quanto ebbe virtù di abbrivarci con

impeto ai più subiti partiti, come alle risoluzioni più magnanime quel

provocarci che altri faceva, dicendo noi non essere da tanto, il potere

non bastarci nè il volere; chi va senz'ale si rassegni a rasentare la

terra! — Siffatte scuse poi non si addicono alle altre discipline che

procedono pacate per via di dimostrazione e di raziocinio.

Nelle storie sopra tutto questo pessimo vezzo torna pregiudicevole,

dacchè dobbiamo estimare che lo storico, dopo avere interrogato con

molta circospezione le antiche e le moderne vicende, indagato le arcane

ragioni di quelle, distinto gli errori, le colpe e le necessità, si

disponga a ordire la tela per ammaestramento dei contemporanei e dei

posteri. Se lo storico, o prima del suo pellegrinaggio traverso i

documenti della storia, o dopo, va convinto come la stirpe nostra sia

incorreggibile, e allora o perchè scrive egli? Cotesta sua è vaghezza di

gufo o di tale altro maligno uccello della notte. Forse non gli pare

abbastanza squallido il cimiterio, ond'ei venga co' suoi maluriosi

singulti ad aumentarne l'orrore? Che se poi non sentendo cosiffatta

convinzione così egli adoperi per una sua certa acrimonia di sangue o

capriccio dello spirito, allora costui meriterebbe non solo essere

bandito dal novero degli scrittori, bensì ancora dalla comunione degli

uomini.

La mente, dettando queste sentenze, trascorre spontanea a Carlo Botta,

scrittore di molta efficacia di stile, e che, malgrado la disparità dei

giudizi, non invenustamente forse potrebbesi paragonare a Paolo

Veronese. Però, quanto nelle forme del dire degno di lode molta, con

poca mistura di biasimo, altrettanto nei concetti e nella moralità della

storia reprensibile: conciossiachè sia che lo muova certa sua acerbezza

di spirito o levità d'intelligenza, procede invaghito a manifestarsi

scontento perpetuamente di tutti e di tutto, quale governo meglio si

confaccia all'umano consorzio egli non ci sa dire, anzi alla scoperta

non assolve veruno: forse talvolta in pelle in pelle sorride

all'aristocrazia, ma indi a breve anco a lei fa il viso dell'arme, e

condanna alle gemonie. Che pro ricava l'uomo dallo indefesso

travagliarsi a migliorare le sue sorti? La felicità non è fiore che

cresca in questi nostri giardini terrestri. Tali proposizioni, che

sarebbero biasimevoli nei sermoni del più spericolato fra i predicatori,

devono reputarsi indegni di storico grave. Che se egli quello che

scrisse pensò, doveva tacere, e se nol pensò fu peggio che tristo

scrivendolo, perchè bugiardo a sè, nemico altrui. E certo i generosi che

si collettarono per dargli abilità di dettare con animo scevro da ogni

sollecitudine la continuazione delle Storie del Guicciardini, nol fecero

già con lo intendimento che da lui si mandassero auspicii tanto alla

patria nefasti. È sapienza più spesso riprendere l'uomo che lodarlo,

ammaestrarlo sempre, disperarlo giammai.

Al miglioramento umano vuolsi credere non come ad una di quelle cose che

portano in fronte le parole: _adora e taci_ (imperciocchè correremmo

grandissimo rischio che per siffatta prosunzione moltissimi non

credessero punto), bensì come a dimostrazione di problema geometrico.

L'uomo nascendo porta seco molta parte di bestia, ed il negarlo è vano;

nè da questo lato trovi in lui cosa buona; se ben consideri, conoscerai

le bestie nascere naturalmente cattive, come quelle che governate dallo

istinto della voracità, sieno pure quanto vuoi mansuete, pel pasto si

osteggiano; dopo il pasto, la gelosia per le femmine partorisce le

offese. Però l'uomo possiede talenti fisici ed intellettuali per modo

estesi da trovare spediente a soddisfare i propri appetiti, e in parte

moderarli senza danno altrui; all'opposto contribuendo all'utile

universale. Ormai non fa mestieri avvertire nè meno che la

perfettibilità non consiste nel mortificarsi, murarsi fra quattro mura e

fare la pelle dell'istrice a quanto alletta e piace: mai no; coteste a'

dì nostri si stimano pratiche da insensati; in questo altro piuttosto

consentirà l'universale a riporre la perfettibilità dell'uomo: — nel

godimento della maggior somma di piaceri fisici e morali con vantaggio

del corpo e spirito così suoi come altrui.

Il corso della umanità verso il bene è quasi un fiume: appena egli esce

dalla sorgente montana, tu lo vedi esitare con acque dubbiose sul

cammino che deve tenere: in breve acquista baldanza e si caccia giù per

dirupi in corsa avventurata, rompendosi fragoroso e spumante: non vi

rechi sgomento se lo vedete volare in fiocchi di spuma e in sprilli

minutissimi, in breve saprà raccogliere le membra spante per ripigliare

copiosamente magnifico il suo sentiero: ad un tratto, senza che ne

apparisca evidente ragione, si strema, fa gomito, e, come vinto

dall'angoscia, si ripiega verso la sua sorgente. Qui molti dicono: la è

finita; e s'incamminano a casa. Ma il fiume, dal breve riposo ricuperata

balìa, torna a scorrere verso il mare: chi lo ha seguito si conforta, ed

ormai non teme più sinistro. Troppo presto ei confida: il fiume incontra

un lago, ed in quello sboccando, confonde le sue acque con le acque di

lui. Allora altra parte di gente che gli tenne dietro torna a disperare

e dice: abbiamo veduto la sua tomba, andiamcene con Dio. I più ostinati,

rimasti, vedranno come il fiume non abbia mescolato le sue con le acque

del lago, bensì all'opposto, traversandole con forza invincibile,

sbocchi per altra parte, aprendosi largo letto per la pianura, e

finalmente maestoso e tranquillo si acquieti nelle braccia della Teti

marina.

Guai all'uomo che non mira sempre davanti a sè! Tuttavolta, anche a

rischio che ne incolga la sorte della moglie di Lot, adesso ci bisogna

voltarci addietro, e vedere se veramente ci sia causa di disperare;

guardiamo dunque se il fiume della umanità abbia progredito, ossivvero

stornato verso la sorgente. Nella decadenza dello impero il tiranno

coronato era padrone del mondo, e con una rete lo circondava tutto:

questa rete era di ferro; l'ira sua inevitabile come il destino, la

forza prepotente al pari di quella dell'uracano; oggi molti i despoti

d'intenti uguali, ma di polso tremulo e con le coste fradice: allora la

schiavitù rodeva il corpo sociale come la lebbra i corpi fisici, adesso

non più servaggio nè lebbra: la confisca in quei tempi arnese ordinario

di regno, ai tempi nostri non si conosce confisca; e sì che non manca

chi ne avrebbe voglia ed anco bisogno, ma si vergogna, e, stretto

alquanto l'agrume co' denti, se gli sente alleghire, e comecchè a

malincuore, lo lascia andare: uno solo non si vergogna e divora; ma

siccome piglia a cui ha divorato, fa dire: non ci badate, la rabbia è

tra i cani! Il fideicommisso ed il maggiorasco ecco cascarono come

vecchia tappezzeria di damasco da vecchia parete: i delitti di lesa

maestà scomparirono da parecchi codici: di giorno in giorno vie più si

comprende come la misura unica, giusta e per tutti sia quella del

becchino; tre braccia avvantaggiate tanto pel carnefice quanto per la

vittima!... Certo taluni, non si vuol negare, riconficcarono gli assi

dei patiboli politici: pazienza! pazienza! chi conficca sa egli per cui

avrà conficcato? Le libertà del commercio in alcuni paesi hanno preso

stabile stanza; alla porta di altri picchiano, non mica a modo di

mendico, bensì dello esecutore di giustizia che viene a gravarti i

mobili di casa, e s'impazienta aspettare. Sicuramente a cui guarda la

superficie sembra l'aspetto della terra pari a quello che fu; anche a

Pompei, a Resina e ad Ercolano la gente nella vigilia della eruzione del

Vesuvio ballava. E poi nuove cause furono versate in seno al corpo

sociale, e la causa è seme necessario di altri effetti; ai piedi delle

donne chinesi si mettono con profitto freni di ferro, non già ai

cervelli italiani, e peggio ancora alle forze perpetuamente operative

del mondo.

Ma per tornare all'argomento, si potrebbe aggiungere, in prova del

maggior danno che, disperando, partoriscono le storie sopra la poesia,

quest'altra considerazione, che lo storico si presume almeno abbia a

ragionare per tutti, mentre il poeta per sè solo sente.

E ciò nonostante il poeta disperando sgomenta troppo più dello storico.

Lo storico per ordinario favella a pochi eletti; il poeta alle

moltitudini; il primo sponendo i suoi pensieri incontra intelligenze

assuete a meditare; donde l'esame e la confutazione, fecondi entrambi di

benefizio inestimabile in pro della verità; il secondo commove cuori con

la percossa della convinzione, la quale non si discute ma si sente, e la

più parte dei cuori geme inferma pei mali presenti e pel presagio degli

avvenire. Questa convinzione poi casca giù pesa come mazza da arme

qualora si parta dal Byron o dal Leopardi.

Però il Byron troppo diverso dal Leopardi: quegli è quasi vento che

manda sottosopra l'oceano, questi il simoun del deserto, che dove passa

sterilisce; lo spirito del Byron, come Giacobbe che contende con

l'angiolo, lotta, si contorce, urla smanioso, tenta mordere e talora

anco morde: insomma è battaglia di anima legata alla materia, sforzo

d'intelligenza che vorrebbe spingere il volo nelle regioni più sublimi

dell'empireo e rompe l'ale ai ferri della gabbia: bufera d'ira e di

dolore suscitata dalla impotenza a penetrare la ragione de' misteri che

non può conoscere nè dare all'oblio: ma la procella passa e torna il

sereno così profondamente limpido, così gloriosamente divino, che

appuntandoci gli occhi ci vedi lassù nell'alto la Speranza e Dio. Non

così la disperazione del Leopardi: come infeconda, la sperimentiamo del

pari generosa: infelicissimo egli era per cause intrinseche ed

estrinseche; fuori di lui padre rigido, censo angusto, uomini avari,

tempi o nemici o poco propizi alle lettere; dentro lui salute incerta,

deformità umiliante, inettezza a operare da uomo; di qui l'umore nero

che a mo' di caligine si frappone tra lui e gli oggetti circostanti, e

la sazietà di tutto, perfino delle cose che non poteva avere

sperimentate, la scredenza e il decreto che condanna gli uomini a

miseria immortale, perchè egli si sente senza rimedio infelice. Dai

canti del Byron nessuno cavò argomento di appiattarsi dietro la lapide

del sepolcro dinanzi ai certami della vita; molti per converso ci

trovarono acciaro per farsene usbergo al petto e combattere pertinaci

contro gli uomini, le cose, e, se la necessità lo portava, contro lo

stesso destino; mentre è ricordo pieno di amarezza quello di avere

trovato il volume di poesia del Leopardi in tasca al giovane che sul

principio di questo anno 1857 si precipitò dal ponte di Carignano. Che

fosse piccolo ingegno Giacomo Leopardi non è da dirsi, pure torremmo

volentieri licenza di dubitare assai se la fama a cui saliva egli

meritasse intera per ciò che spetta a splendore d'immagini ed altezza di

concetti e a facile eleganza di eloquio, ma senza dubbio poi, giusta la

opinione nostra, la demeritò come poeta cristiano e come poeta civile.

Per ultimo, qualunque potessero essere state le colpe di Giorgio Byron,

gli vennero riscattate dall'ultimo canto agitatore della sua anima ad

infiammarsi di entusiasmo per la Grecia a guisa di leone che si sferza i

fianchi, e dalla morte incontrata per rivendicare in libertà cotesta

patria del bello. Meritamente la sorella Augusta volle che su la tomba

di lui si tenesse memoria del pellegrinaggio del fanciullo Aroldo e di

cotesta morte; tanto basta per raccomandarlo alla ricordanza, e, quello

che importa più assai, allo amore immortale degli uomini.

Quante volte comparisce un libro di poesia fra noi lo dobbiamo salutare

stella mattutina promettitrice di giorno glorioso; e laddove il libro

parli di amore, deh! non vi dia fastidio l'abbondanza di amore,

conciossiachè ben comincia chi su l'alba del suo ingegno arde qualche

grano d'incenso su l'ara della Venere celeste; lì presso vivono le

Grazie, ed egli verrà propiziandosele per via di quel suo sagrificio

offerto con mente pura: ora chi non ha amiche le Grazie non presuma

salire in fama qualunque scienza intenda coltivare, fosse anco quella di

Euclide. Trista però è la stella che nasce e tramonta nello emisfero

dello amore; a mano a mano che salisce l'erta dei cieli, forza è che

raddoppiando colla luce il calore più largamente e più intensamente

illumini e scaldi. Poche poesie liriche abbiamo noi altri Italiani che

parlino di altro che di affetti femminili, e fra queste le famose

scarsissime: a parte la miseria delle condizioni pubbliche, la quale in

tempi barbari seppe ispirare persino ai rudi monaci sassoni lamentazioni

da non disgradarne a petto di quelle di Geremia; qui male si fanno

parlare le Muse di famiglia, di fortune private, di necessità, di

malattie spirituali; di tutto quanto insomma agita l'umano consorzio.

Giuseppe Giusti dotò il paese di liriche satiriche ed accrescendo il

nostro retaggio di poesia aperse nuovi e fecondissimi sentieri: a noi

però non apparisce la ragione per la quale altri non ce lo abbia

seguitato. Forse atterrì l'altezza alla quale egli seppe condurre questa

maniera di poesia e il terso stile; però il cerchio del poeta comparisce

adesso dilatato, che i casi succedentisi di giorno in giorno dissuadendo

il riso si accostano al gemito di Geremia, per quindi trascorrere al

furore di Ezechielle, od allo entusiasmo dell'Apocalisse, conciossiachè

parrebbe che non dovesse farsi attendere troppo il tempo in cui

l'angiolo con voce magna griderà al figlio dell'uomo che siede

incoronato sopra il suo trono tenendo in mano una gran falce acuta:

_mena giù la tua falce e mieti, che l'ora del mietere è venuta, e la

messe è secca davanti la faccia del sole_. E per la parte dello stile,

quantunque il Giusti molto abbia fatto ricercando argutamente l'eleganze

dello idioma materno, ciò non toglie che non si possa fare anche più,

apparendo or qua or là in taluna delle sue scritture un certo tal qual

intralciamento; chè la semplicità in lui non era spontanea, bensì con

indefesso studio conseguita: e per fermo se da un lato senza molto

studio non si arriva all'eccellente nelle arti, dall'altro però bisogna

dire che il soverchio lascia vestigia di stentatezza nelle opere; così,

comecchè magnificentissime apparissero le orazioni di Ortensio e di

Crasso, tuttavolta fino dai loro tempi per testimonianza di Cicerone

solevano dire che sapevano di lucerna. Altri molti virtuosamente in

altre maniere si adoperarono, ma mentre la nostra letteratura, mercè lo

eloquio soave dovrebbe essere ricca di tale poesia, non solo al paragone

degli altri popoli, ma in astratto apparisce oltre ogni credere grama.

Gl'Inglesi, i Tedeschi, gli Scandinavi, gli Spagnoli possiedono a

ribocco illustri canti così antichi come moderni di avventure, di gesti

eroici, di casi fortunosi, i quali hanno virtù di commovere altamente il

popolo che ne fa sua delizia. Presso noi niente di questo: pii deliri

paionci quelli di rimettere in onore gl'inni di san Francesco e le

seguenze d'Iacopone da Todi; ma lasciamo di loro, e che dovremo dire di

Guittone di Arezzo, di Guido Cavalcanti, di Cino da Pistoia e di altri

cotali; anzi pure delle canzoni dello stesso Alighieri? In cotesti versi

tutto parla, la teologia, l'astronomia, la fisica, la metafisica e via

discorrendo; una sola cosa per ordinario vi tace, il cuore e quel verace

ridondante affetto che trasportando sublima: però i popoli li tengono a

fastidio, e gli studiosi nel prenderne notizia hanno a combattere un

senso di sazietà che s'impadronisce di loro. Gl'Inglesi e gli Americani

vantano poeti pastori, fabbri, calzolai, i quali non già come tra noi,

indossata la giubba del dì delle feste, si recano in Parnaso, diventando

coda di leone da capo di botta che erano prima: bensì convitando le Muse

nelle loro officine, con molte lusinghe le inducono a trattare gli

arnesi fabbrili con le mani nudrite d'icore celeste. La libertà del

commercio destò uno stormo di cigni popolani, un altro la riforma

elettorale; forse un terzo sta per destarsi a cagione del taglio dello

stretto di Suez avversato dal Palmerston con più caparbietà che

sapienza. La Musa italiana procede schifiltosa, teme scottarsi e

bruttarsi le dita toccando gli arnesi del fabbro; anche in campagna

ostenta modi non pure urbani, ma cortigianeschi, nè sa cantare un

rispetto villereccio se non lo spolverizza col fiore di farina comperato

alla canova della Crusca. Che se vogliamo trovare qualche cosa da

contrapporre a queste poesie civili, ecci mestieri ridurci in qualche

alpe remota dove prorompono dal vivo masso poesie ed acqua del pari

schiette e del pari ignorate, o in qualche paese lontano che non piegò

la testa sotto le forche caudine della nostra pretesa civiltà.

Come nella vita attiva un fatto vale più di cento parole, così nelle

discipline speculative un esempio vince in bontà qualsivoglia

insegnamento, massime nelle poetiche, dove per precetti non riescirai

mai a esplicare intero il tuo pensiero, nè altri potrà concepirlo; ond'è

che per noi si domanda licenza di raccontare un caso, il quale

confidiamo che, come atto ad allietare l'aridità dei raziocinii, così

conferisca a farci comprendere meglio che non ci verrebbe concesso in

diversa maniera.

Immaginate due archi congiunti insieme con una delle parti estreme, e

questi archi dilatarsi di parecchie miglia, voi avrete idea di due seni

che l'isola di Corsica fa dirimpetto alla Italia, l'uno a sinistra

termina con la punta del Capo Sacro, quello a destra con la foce del

Golo, di qua il Capo Corso rigido per ardui colli, brulli in cima, da

mezza costa in giù chiomati di olivi di ombra mesta più che altrove,

fitti, intricati nei moltiplici rami così da diventare paurosi come

altrettanti capi di Medusa seminati costà; e casolari sospesi a scogli,

dove parrebbe non si potessero reggere a brucare le capre: ville più

popolose immerse quasi nella marina, talchè dalle finestre di talune si

pesca: di là la inamabile città di Bastìa, e dietro la Bastìa, la bella

pianura di Biguglia, i colli placidi, lo stagno immenso di Chiurlino,

clima beato, suolo fecondo, e che potrebbe per molti conti tenerci luogo

di paradiso terrestre se non si opponessero la poca solerzia (chè dire

trascuranza degli uomini da un pezzo in qua non sarebbe giusto) e l'aere

pestifero che esala lo stagno: il punto nel quale si congiungono gli

archi forma quasi un promontorio quinci e quindi battuto dal mare, e sul

promontorio sorge una casa isolata, asilo maraviglioso ai cuori feriti

se avesse copia, come pur troppo patisce scarsezza di ombre e di acque;

molto più che dinanzi a lei stanno l'Elba, Montecristo, la Capraia ed

altre isole minori, a mo' di branco di foche che si spassino nelle acque

tirrene: più oltre in anfiteatro le vette dei colli etruschi e dei

liguri, donde ne viene il presagio dei tempi foschi e dei sereni.

Su la terrazza di questa villa, certa sera di state stavano raccolti

taluni toscani e taluni côrsi lasciando vagare lo spirito loro in balìa

di vari ragionamenti, come le nuvole che in quel momento dondolavano ai

fiati vespertini per lo azzurro dei cieli. Di cosa in cosa il discorso

venne a fermarsi sopra la povertà dei lirici civili in Italia, e sopra

le cause di questa inopia; quindi con naturale trapasso l'uno l'altro

interrogava quale fosse per suo avviso la migliore lirica che da lui si

conoscesse.

Il primo, cultore appassionato del Byron, così rispose: — Cose note

favello, ma se non so dirvene delle nuove non è mia la colpa. Voi

rammenterete i colloqui del capitano Medwin avuti col Byron, quando ei

si condusse a visitarlo a Pisa. Or be': fra loro ed altri compagni certa

volta accadde di ragionare sul proposito che adesso ci è capitato

dinanzi; chi dava la palma a Coleridge, chi a Moore, chi a Campbell; il

Byron affermò non conoscere oda che superasse quella composta da incerto

poeta intorno la morte di sire Giovanni Moore, e la recitò agli amici, i

quali veramente la trovarono quale _quel re del canto_ l'aveva

giudicata. L'oda diceva così:

Amelia Calani ed altri scritti · 第 17 / 31 题