Taluni dei nostri vecchi costumarono dire: _nihil de Deo, parum de
Principe;_ altri rovesciando ammonivano _nihil de Principe, parum de
Deo_. Omettendo decidere quale dei due avesse ragione, rimane vero che a
senso loro di teologia e di politica si avesse a tacere: ai giorni
nostri per lo contrario molto si favella dell'una cosa e dell'altra,
come quelle che importano massimamente alle nostre sorti presenti e
future. Di ciò porge testimonianza il ragguaglio delle opere esposte in
vendita alla fiera di Lipsia, dove le teologiche superano di gran pezza
le altre, e nel 1826, a mo' di esempio, le prime sommarono a 327,
mentre, fra le altre facoltà, le arti meccaniche che andarono innanzi a
tutte toccarono appena la cifra del 200; ed è ragione, imperciocchè
quanto maggiore distende l'uomo l'ala della mente, tanto più in lui si
agita l'agonia di conoscere quello che gli si serba nel secolo
immortale, parendogli questo, com'è veramente, transitorio troppo e
caduco.
Però andrebbe errato chi credesse che i libri teologici che appaiono per
le stampe in giornata promovessero tutti la esistenza di Dio;
all'opposto molti si affaticano a negarla; nè basta, chè oltre
procedendo intendono a dimostrare con supremi sforzi la ragione del
nego.
Nel passato secolo i filosofi francesi, considerando di quanti mali
fosse stata origine la religione per colpa dei tristi sacerdoti,
reputarono savio rifarsi alla radice del male, epperò non pretermisero
industria capace di sovvertire la religione cristiana. Gli alemanni,
adesso più universali, ed anco nello errore più logici, contemplando
come sacerdoti crudeli, ipocriti, seminarii insomma di errore non
fossero privilegio del cristianesimo soltanto, bensì ogni religione
annoverasse i suoi, e tutti tinti nella medesima pece, si avvisarono
prendere le cose più dall'alto negando Dio addirittura; e parve loro bel
fatto, dacchè le viscere della filosofia non si hanno a commovere
partitamente pel cristiano, l'ebreo, il maomettano, il buddista,
l'idolatra, e per gli altri cultori di religioni quante ve ne ha diverse
sopra la terra, bensì per la universa famiglia degli uomini.
Tornerebbe sazievole riportarne i molti ed irti ragionari; basti dirne
ciò che meglio cade in acconcio al nostro concetto: virtù fiacca quella
che per operare il bene ed astenersi dal male abbisogna del prospetto
del premio e della pena, anzi nemmeno virtù, perchè governata dalla
paura o dalla cupidità: inoltre incerta, perchè dove la paura cessi, od
altra passione più veemente di lei sospinga, l'uomo irromperà al
misfatto e al peccato. Non su la fede, dubbia cosa sempre, ma sopra
fondamento invariabile aversi a basare la morale umana. Doversi e
potersi trovare una specie di abbaco, un'aritmetica, per così dire, alla
mano di tutti, con la quale riuscirebbe agevole formare un bilancio
esatto dello scapito che fruttano le male azioni, e del benefizio di
quiete d'animo, di estimativa universale, ed anco di sostanze che deriva
dalle buone; onde la pratica della virtù sarebbe persuasa alla gente
come vantaggioso affare. Difficile a concepirsi la esistenza di Dio,
impossibile comprenderlo nei suoi attributi, epperò disperato formarne
regola, sopra la quale ormare le azioni umane; e così di seguito.
Incominciando di fondo, si risponde: certo difficile la comprensione
della esistenza di Dio, ma troppo più difficile quella dell'ateismo,
appunto perchè l'uomo non avendo facoltà, per quanto astragga, perdere
di vista i sensi donde in lui derivano nozioni ed idee, non potrà mai
concepire fattura senza fattore. Gli speculatori devono volgere i
pensamenti loro su cose fattibili, su le altre no, chè allora non si
chiama filosofare, bensì svagellare: ora svellere dal cuore dell'uomo
Dio è tempo perso; nè sostituirvi la ragione unica e schietta potrai.
Per quanto ti ci travagliassi dintorno, non giungeresti a impedire che
negli uomini l'affetto soverchi il raziocinio; sentire è palpitare, e
ogni uomo palpita; argomentare è arte d'ingegno educato; e torre via col
tardo lavorìo del cervello quello che il cuore di slancio per tempo
sentì non sembra impresa da tentarsi nemmeno. Invece di combattere non
vincibile battaglia (lasciamo da parte se empia), liberate la fede di
Dio dalla caligine di che l'hanno circondata gli uomini, adoperate sì
ch'ei splenda archetipo di verità e di giustizia ai mortali.
E questo fie massimo fra gli assunti del letterato italiano.
Molte le male piante che si abbarbicano intorno alla religione:
principali fra queste la indifferenza, la superstizione, l'ateismo e la
empietà; ma quale istituto, quantunque nella sua origine santissimo di
perfezione, non partorì nelle mani dell'uomo immani sequenze? Qui
intanto occorrono maggiori gli abusi in quanto questo negozio così nella
vita dei popoli come in quella dello individuo tenga parte primaria.
E' non vi ha dubbio comprendere Dio nella sostanza e negli attributi
suoi noi non possiamo. Le nostre facoltà trovansi corte a tanto
concetto: sarebbe bene che la faccenda fosse diversa, ma noi non
nascemmo a tribolarci nel desiderio di cose vane, bensì a trarre il
maggiore profitto dalla condizione in cui ci collocò la natura. A Dio
assegninsi pure attributi quali alla nostra mente paiono grandi, e
soprattutto buoni pel tempo e le opinioni che ci si volgono dintorno:
più tardi potrà darsi che i posteri gli sperimentino insufficienti;
spetterà a loro in quei giorni accomodarsi lo stadio che avranno a
percorrere; a loro stringersi dove meglio gli tornerà la cintura. Gli
attributi di Dio dovrebbero essere quelli, che imitati adesso avrebbero
virtù di generare maggiore copia di bene alle presenti generazioni. Se
nelle religioni che ci precederono su questo suolo latino si potesse
sceverare il concetto della divinità speculato nella mente dei fondatori
di quelle, dalla frasca sacerdotale forse vedremmo la progressione della
idea di Dio, che da principio materiale affatto diventa spirituale e
materiale. Apollo è nume propizio, libera la terra dal serpente, sana i
morbi, gli animi ferini ingentilisce co' sodalizii delle Muse, come un
mortale ama, e peggio troppo come un mortale odia. Cristo ama ed odia
come un Dio, non ammazza belve, ma conquide ipocriti, non iscortica
Marsia, bensì minaccia della geenna gli oppressori; non allieta i
mortali co' canti delle Muse, ma ne rigenera le anime, le chiama
sorelle, figlie di un medesimo padre che è ne' cieli, schiude alquanto
le porte del paradiso, e quinci prorompe un raggio, non di voluttà, ma
di suprema intelligenza e d'infinito amore; Cristo ha vinto il
paganesimo, ma non ha compite le sue conquiste: con esso in mano i
popoli possono camminare ancora per secoli nei sentieri del meglio. Sì
in verità lo possono, ma con Cristo solo.
La natura dello scritto e la materia piena di pericolo c'invita a
traversarla in fretta, pure rileviamo un'accusa la quale riesce a
immaginarsi facilissima. In questo modo, si obbietterà, la religione
convertesi in argomento di governo; e legarla così alle vicende
degl'interessi umani egli è un torla dal cielo e avvilupparla per la
terra: l'angiolo diventerebbe serpente. Si potrebbe in succinto sermone
rispondere che Aristotele si spingeva più oltre insegnando alla recisa
la religione essere stata inventata dai legislatori per contenere i
popoli e condurli a lor senno: con la vita cessate le cause del vivere,
epperò in un col corpo perire lo spirito; e le dottrine di Aristotele
invece di bandirsi da Roma sovversive alla religione, ella celebrò e
forse celebra adesso come fondamento dei dogmi ortodossi, chi lo
bestemmiò scomunicava, e sofferiva che in talune chiese della Germania
nei giorni festivi, invece di leggere il Vangelo, si leggesse un brano
dei _Morali_ di lui; ma qui non siamo nel foro dove si agita per avere
ragione, non già per trovare la verità; mal si gioca di scherma nei
gravi argomenti, epperò, buttato là lo Stagirita, insistendo, è da
dirsi: che presenta di strano chiamare la religione in soccorso al
governo degli uomini? Cristo si fece uomo e come uomo patì per approdare
all'umanità, ora quello che Dio fece, perchè repugnerebbe fosse fatto
con la legge di Dio? Da un lato si presume il temporale indissolubile
con lo spirituale e ciò per imperare; da un altro si sostiene lo
spirituale incompatibile col temporale, e ciò per fuggire servitù: nè
qui nè là ragione; mirate i Romani vetusti i quali niente di queste cose
apprendevano, come quelli presso cui la religione non formava istituto
separato, non privilegio di persona, bensì parte di reggimento e
professione della universa cittadinanza. Partesi egli l'uomo? Non si
parte, e nonpertanto lo hanno diviso per tenerlo meglio: questi si prese
il corpo, quegli l'anima; il corpo da vicino governano, l'anima da
lontano; l'uno con l'autorità della mannaia, l'altra con l'autorità del
terrore, e questa anco del premio perchè spirituale essendo non costa
nulla. Il Macchiavello, che nelle cose di stato fu quella cima di uomo
che il mondo sa, non dubitò affermare che i popoli senza il fondamento
della religione è forza che rovinino; e siccome le dottrine che spone
male si potrieno con parole più ingenue di quelle che per lui si
adoperavano riferire, così sarà prudente rimandare il lettore ai
_Discorsi intorno alle Deche di Tito Livio_, dove ne parla, e certo
sopra tutti gli argomenti che adduce forte ci percote lo esempio col
quale dimostra che, sciolto ogni ritegno, sotto la sequela delle
sventure sarebbe la repubblica senza fallo perita, se non era Scipione
che costrinse col ferro alla mano le poche legioni superstiti a giurare
di non deporre che con la vita la spada. Che importa a noi se gli
attributi conferiti a Dio dagli uomini reggano o no tutti alla prova
della virtù dissolvente della critica? — Basta alla umanità che sia
creduto ch'egli abbia quelli che dal danno la tutelano, e gli altri che
le fruttano benefizio. Pon mente: quando o la fortuna, o l'ira di Dio o
il mal talento dell'uomo, o la viltà del popolo, o tutte queste cose
insieme diedero allo stato un tiranno, chi si sentirà potente di
contenere costui uso a balenare i suoi voleri a modo di fulmine? La
forza sta nella sua destra, la legge nella sua sinistra, il gregge umano
gli rumina sotto i piedi e senza fremito. Allora non gioverà ch'egli
creda sopra lui senza fine più alto, ch'egli non è sul capo de' suoi
schiavi, vivere un Ente che vede, sa e può disperdere un mondo non che
un uomo, migliaia di mondi non che un gramo pianeta com'è la terra
coll'alito delle sue narici? In mezzo ai baccanali della prepotenza non
sarà bene ch'ei tema vedere di tratto in tratto sbucare fuori dalla
nuvola la mano che scriva sopra l'avversa parete la sua condanna? Se
egli ha copia di satelliti, di carnefici, e di giudici, e di commissari
straordinari, e di giunte militari, ministri del supremo Vendicatore,
paventi il tiranno la fame, la guerra e la peste. Nè il contradire
opponendo che timore di Dio non trattenne mai tiranni da trassinare i
popoli, parrebbe giusto, imperocchè i più di essi appunto non conoscano
religione, e fra coloro che o in parte, o tardi la conobbero, chi sa
quante scelleratezze ella impedì, o quante altre riparò, o di quali
amari rammarichi non fu ella semenza! Chi nol crede legga il testamento
di Filippo II, e dica poi se più l'empie di orrore la vita di lui o di
terrore la morte. Al principe che il dominio, sceso in esso tirannico da
tempi barbari, temperò con leggi volute dalla crescente civiltà dei
popoli, se mal consiglio altrui o ribollimento di superbia propria lo
inducesse a rimpiangere la passata sfrenatezza del potere, la religione
da prima gli porrebbe un dito su le labbra e gli direbbe: «taci, tu hai
giurato, e Dio è custode dei giuramenti fatti nel nome santo di lui»; e
poi seguitando lo garrirebbe: «ch'è questa arroganza? Dio, creatore
dell'universo, di cui la tua mente non può concepire, non che il tuo
occhio contemplare la immensità, Dio di petto all'universo s'impose
leggi, e dirittamente le osserva.» Così placando la sua superba febbre
lo ricompenserebbe con la serenità della coscienza onesta, col sentire
che meglio vale sicurezza giusta che ingiustizia con pericolo, e provare
che se non è eterno amore, il timore lo è anco meno, e conduce seco
l'odio per giunta. — I popoli senza religione, remolino di venti
scatenati, terribile più quanto meglio stia nelle mani loro il
reggimento, o si governino a democrazia. Chi potrà insegnare ai popoli
co' diritti i doveri da un punto all'altro, se la religione non può? Chi
varrà nel giorno della vendetta a persuaderli al perdono, se non trova
del cuore loro la via la voce del Dio che si fece popolo e perdonò dal
sommo del patibolo i suoi carnefici? Badisi a questo: l'opera criminosa
dell'uomo, prima di diventare delitto, fu peccato. La legge dà in mano
al giudice il malfattore bello e compito; il giudice tale e quale lo
consegna al giustiziere: inani riti il più delle volte e tempo veramente
sprecato procedure e giudizii; dicono ai giorni nostri proporsi nelle
pene l'ammenda del reo; non ci credete affatto, chè le sono ipocrisie
per parere; a ciò non pensano; ci pensassero, non possederebbono
abbastanza facoltà, proposito e sapere per venirne a capo; quando pure
tutte queste cose possedessero, riuscirebbe ogni partito invano,
imperciocchè inremeabili sieno i passi verso lo inferno, e che si possa
a un punto essere piombati nel baratro e comparire nel mondo; Dante lo
ha mostrato e la esperienza insegna. Non date retta a specchi, o come
volgarmente oggi si appellano: _statistiche_; queste per bugiarderia
hanno vinto la mano agli stessi epitaffi. Ad impedire il primo furto
poco ritegno basta; il solo miracolo può trattenere la mano che si
stende per la terza volta ladra alla roba altrui. Ora la legge non
arriva al peccato, i giudici non assistono al lento e progressivo
formarsi della materia perversa, che costituisce il misfatto; essi non
sanno come queste secrete infermità si guariscano, e, guarite, come se
ne impedisca il ritorno; le leggi ordinariamente non badano all'uomo che
dopo la sua pubertà, e unicamente per percuoterlo ci badano; ora a
sedici anni il malvagio ha messo il tetto. La famiglia dà alla città
l'uomo perchè glielo strozzi. A tanto guaio non può, come non deve,
riparare altro che la religione. In qual guisa, con quali partiti,
istituti ed uomini, se conservando o cancellando, ossivvero in parte
levando ed in parte mettendo del nuovo qui non è luogo a trattare; chè
solo adesso si ebbe in mira avvertire gli scopi che pei tempi che
corrono deve proporsi lo scrittore veracemente italiano. Le materie
religiose, considerate appunto dalla parte dell'utile che come istituto
governativo devono partorire al consorzio umano, ci paiono argomento
così ampio e nobile alla meditazione, come necessario alla contingenza
dei casi che ci stanno sopra gravi di molta minaccia.