VIII.

Taluni dei nostri vecchi costumarono dire: _nihil de Deo, parum de

Principe;_ altri rovesciando ammonivano _nihil de Principe, parum de

Deo_. Omettendo decidere quale dei due avesse ragione, rimane vero che a

senso loro di teologia e di politica si avesse a tacere: ai giorni

nostri per lo contrario molto si favella dell'una cosa e dell'altra,

come quelle che importano massimamente alle nostre sorti presenti e

future. Di ciò porge testimonianza il ragguaglio delle opere esposte in

vendita alla fiera di Lipsia, dove le teologiche superano di gran pezza

le altre, e nel 1826, a mo' di esempio, le prime sommarono a 327,

mentre, fra le altre facoltà, le arti meccaniche che andarono innanzi a

tutte toccarono appena la cifra del 200; ed è ragione, imperciocchè

quanto maggiore distende l'uomo l'ala della mente, tanto più in lui si

agita l'agonia di conoscere quello che gli si serba nel secolo

immortale, parendogli questo, com'è veramente, transitorio troppo e

caduco.

Però andrebbe errato chi credesse che i libri teologici che appaiono per

le stampe in giornata promovessero tutti la esistenza di Dio;

all'opposto molti si affaticano a negarla; nè basta, chè oltre

procedendo intendono a dimostrare con supremi sforzi la ragione del

nego.

Nel passato secolo i filosofi francesi, considerando di quanti mali

fosse stata origine la religione per colpa dei tristi sacerdoti,

reputarono savio rifarsi alla radice del male, epperò non pretermisero

industria capace di sovvertire la religione cristiana. Gli alemanni,

adesso più universali, ed anco nello errore più logici, contemplando

come sacerdoti crudeli, ipocriti, seminarii insomma di errore non

fossero privilegio del cristianesimo soltanto, bensì ogni religione

annoverasse i suoi, e tutti tinti nella medesima pece, si avvisarono

prendere le cose più dall'alto negando Dio addirittura; e parve loro bel

fatto, dacchè le viscere della filosofia non si hanno a commovere

partitamente pel cristiano, l'ebreo, il maomettano, il buddista,

l'idolatra, e per gli altri cultori di religioni quante ve ne ha diverse

sopra la terra, bensì per la universa famiglia degli uomini.

Tornerebbe sazievole riportarne i molti ed irti ragionari; basti dirne

ciò che meglio cade in acconcio al nostro concetto: virtù fiacca quella

che per operare il bene ed astenersi dal male abbisogna del prospetto

del premio e della pena, anzi nemmeno virtù, perchè governata dalla

paura o dalla cupidità: inoltre incerta, perchè dove la paura cessi, od

altra passione più veemente di lei sospinga, l'uomo irromperà al

misfatto e al peccato. Non su la fede, dubbia cosa sempre, ma sopra

fondamento invariabile aversi a basare la morale umana. Doversi e

potersi trovare una specie di abbaco, un'aritmetica, per così dire, alla

mano di tutti, con la quale riuscirebbe agevole formare un bilancio

esatto dello scapito che fruttano le male azioni, e del benefizio di

quiete d'animo, di estimativa universale, ed anco di sostanze che deriva

dalle buone; onde la pratica della virtù sarebbe persuasa alla gente

come vantaggioso affare. Difficile a concepirsi la esistenza di Dio,

impossibile comprenderlo nei suoi attributi, epperò disperato formarne

regola, sopra la quale ormare le azioni umane; e così di seguito.

Incominciando di fondo, si risponde: certo difficile la comprensione

della esistenza di Dio, ma troppo più difficile quella dell'ateismo,

appunto perchè l'uomo non avendo facoltà, per quanto astragga, perdere

di vista i sensi donde in lui derivano nozioni ed idee, non potrà mai

concepire fattura senza fattore. Gli speculatori devono volgere i

pensamenti loro su cose fattibili, su le altre no, chè allora non si

chiama filosofare, bensì svagellare: ora svellere dal cuore dell'uomo

Dio è tempo perso; nè sostituirvi la ragione unica e schietta potrai.

Per quanto ti ci travagliassi dintorno, non giungeresti a impedire che

negli uomini l'affetto soverchi il raziocinio; sentire è palpitare, e

ogni uomo palpita; argomentare è arte d'ingegno educato; e torre via col

tardo lavorìo del cervello quello che il cuore di slancio per tempo

sentì non sembra impresa da tentarsi nemmeno. Invece di combattere non

vincibile battaglia (lasciamo da parte se empia), liberate la fede di

Dio dalla caligine di che l'hanno circondata gli uomini, adoperate sì

ch'ei splenda archetipo di verità e di giustizia ai mortali.

E questo fie massimo fra gli assunti del letterato italiano.

Molte le male piante che si abbarbicano intorno alla religione:

principali fra queste la indifferenza, la superstizione, l'ateismo e la

empietà; ma quale istituto, quantunque nella sua origine santissimo di

perfezione, non partorì nelle mani dell'uomo immani sequenze? Qui

intanto occorrono maggiori gli abusi in quanto questo negozio così nella

vita dei popoli come in quella dello individuo tenga parte primaria.

E' non vi ha dubbio comprendere Dio nella sostanza e negli attributi

suoi noi non possiamo. Le nostre facoltà trovansi corte a tanto

concetto: sarebbe bene che la faccenda fosse diversa, ma noi non

nascemmo a tribolarci nel desiderio di cose vane, bensì a trarre il

maggiore profitto dalla condizione in cui ci collocò la natura. A Dio

assegninsi pure attributi quali alla nostra mente paiono grandi, e

soprattutto buoni pel tempo e le opinioni che ci si volgono dintorno:

più tardi potrà darsi che i posteri gli sperimentino insufficienti;

spetterà a loro in quei giorni accomodarsi lo stadio che avranno a

percorrere; a loro stringersi dove meglio gli tornerà la cintura. Gli

attributi di Dio dovrebbero essere quelli, che imitati adesso avrebbero

virtù di generare maggiore copia di bene alle presenti generazioni. Se

nelle religioni che ci precederono su questo suolo latino si potesse

sceverare il concetto della divinità speculato nella mente dei fondatori

di quelle, dalla frasca sacerdotale forse vedremmo la progressione della

idea di Dio, che da principio materiale affatto diventa spirituale e

materiale. Apollo è nume propizio, libera la terra dal serpente, sana i

morbi, gli animi ferini ingentilisce co' sodalizii delle Muse, come un

mortale ama, e peggio troppo come un mortale odia. Cristo ama ed odia

come un Dio, non ammazza belve, ma conquide ipocriti, non iscortica

Marsia, bensì minaccia della geenna gli oppressori; non allieta i

mortali co' canti delle Muse, ma ne rigenera le anime, le chiama

sorelle, figlie di un medesimo padre che è ne' cieli, schiude alquanto

le porte del paradiso, e quinci prorompe un raggio, non di voluttà, ma

di suprema intelligenza e d'infinito amore; Cristo ha vinto il

paganesimo, ma non ha compite le sue conquiste: con esso in mano i

popoli possono camminare ancora per secoli nei sentieri del meglio. Sì

in verità lo possono, ma con Cristo solo.

La natura dello scritto e la materia piena di pericolo c'invita a

traversarla in fretta, pure rileviamo un'accusa la quale riesce a

immaginarsi facilissima. In questo modo, si obbietterà, la religione

convertesi in argomento di governo; e legarla così alle vicende

degl'interessi umani egli è un torla dal cielo e avvilupparla per la

terra: l'angiolo diventerebbe serpente. Si potrebbe in succinto sermone

rispondere che Aristotele si spingeva più oltre insegnando alla recisa

la religione essere stata inventata dai legislatori per contenere i

popoli e condurli a lor senno: con la vita cessate le cause del vivere,

epperò in un col corpo perire lo spirito; e le dottrine di Aristotele

invece di bandirsi da Roma sovversive alla religione, ella celebrò e

forse celebra adesso come fondamento dei dogmi ortodossi, chi lo

bestemmiò scomunicava, e sofferiva che in talune chiese della Germania

nei giorni festivi, invece di leggere il Vangelo, si leggesse un brano

dei _Morali_ di lui; ma qui non siamo nel foro dove si agita per avere

ragione, non già per trovare la verità; mal si gioca di scherma nei

gravi argomenti, epperò, buttato là lo Stagirita, insistendo, è da

dirsi: che presenta di strano chiamare la religione in soccorso al

governo degli uomini? Cristo si fece uomo e come uomo patì per approdare

all'umanità, ora quello che Dio fece, perchè repugnerebbe fosse fatto

con la legge di Dio? Da un lato si presume il temporale indissolubile

con lo spirituale e ciò per imperare; da un altro si sostiene lo

spirituale incompatibile col temporale, e ciò per fuggire servitù: nè

qui nè là ragione; mirate i Romani vetusti i quali niente di queste cose

apprendevano, come quelli presso cui la religione non formava istituto

separato, non privilegio di persona, bensì parte di reggimento e

professione della universa cittadinanza. Partesi egli l'uomo? Non si

parte, e nonpertanto lo hanno diviso per tenerlo meglio: questi si prese

il corpo, quegli l'anima; il corpo da vicino governano, l'anima da

lontano; l'uno con l'autorità della mannaia, l'altra con l'autorità del

terrore, e questa anco del premio perchè spirituale essendo non costa

nulla. Il Macchiavello, che nelle cose di stato fu quella cima di uomo

che il mondo sa, non dubitò affermare che i popoli senza il fondamento

della religione è forza che rovinino; e siccome le dottrine che spone

male si potrieno con parole più ingenue di quelle che per lui si

adoperavano riferire, così sarà prudente rimandare il lettore ai

_Discorsi intorno alle Deche di Tito Livio_, dove ne parla, e certo

sopra tutti gli argomenti che adduce forte ci percote lo esempio col

quale dimostra che, sciolto ogni ritegno, sotto la sequela delle

sventure sarebbe la repubblica senza fallo perita, se non era Scipione

che costrinse col ferro alla mano le poche legioni superstiti a giurare

di non deporre che con la vita la spada. Che importa a noi se gli

attributi conferiti a Dio dagli uomini reggano o no tutti alla prova

della virtù dissolvente della critica? — Basta alla umanità che sia

creduto ch'egli abbia quelli che dal danno la tutelano, e gli altri che

le fruttano benefizio. Pon mente: quando o la fortuna, o l'ira di Dio o

il mal talento dell'uomo, o la viltà del popolo, o tutte queste cose

insieme diedero allo stato un tiranno, chi si sentirà potente di

contenere costui uso a balenare i suoi voleri a modo di fulmine? La

forza sta nella sua destra, la legge nella sua sinistra, il gregge umano

gli rumina sotto i piedi e senza fremito. Allora non gioverà ch'egli

creda sopra lui senza fine più alto, ch'egli non è sul capo de' suoi

schiavi, vivere un Ente che vede, sa e può disperdere un mondo non che

un uomo, migliaia di mondi non che un gramo pianeta com'è la terra

coll'alito delle sue narici? In mezzo ai baccanali della prepotenza non

sarà bene ch'ei tema vedere di tratto in tratto sbucare fuori dalla

nuvola la mano che scriva sopra l'avversa parete la sua condanna? Se

egli ha copia di satelliti, di carnefici, e di giudici, e di commissari

straordinari, e di giunte militari, ministri del supremo Vendicatore,

paventi il tiranno la fame, la guerra e la peste. Nè il contradire

opponendo che timore di Dio non trattenne mai tiranni da trassinare i

popoli, parrebbe giusto, imperocchè i più di essi appunto non conoscano

religione, e fra coloro che o in parte, o tardi la conobbero, chi sa

quante scelleratezze ella impedì, o quante altre riparò, o di quali

amari rammarichi non fu ella semenza! Chi nol crede legga il testamento

di Filippo II, e dica poi se più l'empie di orrore la vita di lui o di

terrore la morte. Al principe che il dominio, sceso in esso tirannico da

tempi barbari, temperò con leggi volute dalla crescente civiltà dei

popoli, se mal consiglio altrui o ribollimento di superbia propria lo

inducesse a rimpiangere la passata sfrenatezza del potere, la religione

da prima gli porrebbe un dito su le labbra e gli direbbe: «taci, tu hai

giurato, e Dio è custode dei giuramenti fatti nel nome santo di lui»; e

poi seguitando lo garrirebbe: «ch'è questa arroganza? Dio, creatore

dell'universo, di cui la tua mente non può concepire, non che il tuo

occhio contemplare la immensità, Dio di petto all'universo s'impose

leggi, e dirittamente le osserva.» Così placando la sua superba febbre

lo ricompenserebbe con la serenità della coscienza onesta, col sentire

che meglio vale sicurezza giusta che ingiustizia con pericolo, e provare

che se non è eterno amore, il timore lo è anco meno, e conduce seco

l'odio per giunta. — I popoli senza religione, remolino di venti

scatenati, terribile più quanto meglio stia nelle mani loro il

reggimento, o si governino a democrazia. Chi potrà insegnare ai popoli

co' diritti i doveri da un punto all'altro, se la religione non può? Chi

varrà nel giorno della vendetta a persuaderli al perdono, se non trova

del cuore loro la via la voce del Dio che si fece popolo e perdonò dal

sommo del patibolo i suoi carnefici? Badisi a questo: l'opera criminosa

dell'uomo, prima di diventare delitto, fu peccato. La legge dà in mano

al giudice il malfattore bello e compito; il giudice tale e quale lo

consegna al giustiziere: inani riti il più delle volte e tempo veramente

sprecato procedure e giudizii; dicono ai giorni nostri proporsi nelle

pene l'ammenda del reo; non ci credete affatto, chè le sono ipocrisie

per parere; a ciò non pensano; ci pensassero, non possederebbono

abbastanza facoltà, proposito e sapere per venirne a capo; quando pure

tutte queste cose possedessero, riuscirebbe ogni partito invano,

imperciocchè inremeabili sieno i passi verso lo inferno, e che si possa

a un punto essere piombati nel baratro e comparire nel mondo; Dante lo

ha mostrato e la esperienza insegna. Non date retta a specchi, o come

volgarmente oggi si appellano: _statistiche_; queste per bugiarderia

hanno vinto la mano agli stessi epitaffi. Ad impedire il primo furto

poco ritegno basta; il solo miracolo può trattenere la mano che si

stende per la terza volta ladra alla roba altrui. Ora la legge non

arriva al peccato, i giudici non assistono al lento e progressivo

formarsi della materia perversa, che costituisce il misfatto; essi non

sanno come queste secrete infermità si guariscano, e, guarite, come se

ne impedisca il ritorno; le leggi ordinariamente non badano all'uomo che

dopo la sua pubertà, e unicamente per percuoterlo ci badano; ora a

sedici anni il malvagio ha messo il tetto. La famiglia dà alla città

l'uomo perchè glielo strozzi. A tanto guaio non può, come non deve,

riparare altro che la religione. In qual guisa, con quali partiti,

istituti ed uomini, se conservando o cancellando, ossivvero in parte

levando ed in parte mettendo del nuovo qui non è luogo a trattare; chè

solo adesso si ebbe in mira avvertire gli scopi che pei tempi che

corrono deve proporsi lo scrittore veracemente italiano. Le materie

religiose, considerate appunto dalla parte dell'utile che come istituto

governativo devono partorire al consorzio umano, ci paiono argomento

così ampio e nobile alla meditazione, come necessario alla contingenza

dei casi che ci stanno sopra gravi di molta minaccia.

Amelia Calani ed altri scritti · 第 16 / 31 题