VII.

Agitarono un tempo con molta caldezza nelle scuole la questione se deva

prima attendersi allo studio delle arti della parola, ossivvero

all'altro di acquisire e di ordinare le idee: fra tutte le oziose

dispute oziosissima questa; dacchè le idee nella mente umana sorgano

delineate dalla parola, come gli oggetti sporgono fuori dall'ombra

contornati per virtù della luce. La idea scevrata dal modo di

significarla noi non sapremmo concepire, eccetto che come un dolore del

cervello, e sarebbe peggio della moneta nell'arca dello avaro;

imperciocchè la moneta quantunque chiusa possederà forma, contorno, e la

sua testa e l'arme, ma la idea sarà meno che embrione; la prima, aperto

il serrame, uscirà a fecondare dei commerci qualunque tocchi; la

seconda, per quanto tu volga la chiave, non spillerà fuori della

conserva. Nè possiamo separare nella nostra mente la vita dalla parola,

o almanco dalla voce, e per ciò dalla idea; e questo così nell'uomo come

nella bestia, restando omai posto in sodo presso lo universale che le

bestie, per possedere organi più difettivi dei nostri, non perciò furono

dotate meno del talento di manifestare gl'interni moti dell'animo giusta

le loro necessità. Quando Dio animò l'uomo certamente gli disse quello

che Michelangiolo dando del mazzuolo sul ginocchio a Moisè gridava:

_parla!_ Chè a ragione nel concetto di quel divino ingegno la vita si

comprendeva nella parola. E forse senza paura d'inciampare potrebbe

arrisicarsi di più, affermando che Dio stesso per rivelarsi ai mortali

diventò parola: _Deus autem erat verbum._ Ma ciò poniamo per buoni

rispetti da parte, e da parte mettiamo altresì quello che da altri

egregiamente, e da noi nella guisa che potemmo migliore, fu detto

intorno alla dignità, virtù e potenza della lingua, contenti di

aggiungere questo che parrà a taluni soverchio e non pertanto si trova

verissimo: valere la lingua a conservare la nazionalità dei popoli,

meglio dei pensieri; anzi i pensieri conferire a dissolverla, quanto a

stabilirla la favella; di vero i pensieri sono cosmopoliti, e corrono

corrono senza guardarsi mai addietro, riuscendo magnifici e copiosi

quanto più si allontanano dalla sorgente, mentre all'opposto le lingue

compiaccionsi dell'aria paesana, e sovente per ritemprarsi amano di

ritornare ai loro principii.

Qui vuolsi considerare la lingua come strumento, e sotto questo aspetto

mirate un po' come il muratore prima d'imprendere il suo lavoro

apparecchi la cazzuola, la squadra, l'archipendolo, la calce e i

mattoni; lo scalpellino, i mazzuoli e le subbie; altri, altri arnesi;

ora lo scrittore per chiarire gl'interni sensi non dovrà fare procaccio

di buono e fido arnese com'è per lui la favella? Il gran-cancelliere

d'Inghilterra Francesco Bacone insegnò con la profondità che in esso era

natura, che l'uomo il quale sa tutto compendia tutto: adesso come

potrebbe egli arrivare a questo se non conoscesse nelle più riposte

viscere il valore delle parole per appropriarle alla più breve, efficace

potente manifestazione del suo pensiero?

La sapienza umana, per quello che spetta all'uso che si può fare di lei,

somministra strumenti, i quali forse non tornerebbe inopportuno

distinguere in primi e secondi, a cagione non tanto della genesi quanto

della importanza loro, e fra i primi pare che si possano riporre la

lingua e la logica, nei secondi la religione, la poesia, le scienze

fisiche e morali, la politica, il commercio, le industrie, seppure

questi studii non devano, come si ha da credere, comprendersi nella

denominazione generica di scienze fisiche e morali.

Non reca punto di maraviglia pertanto se la massima parte delle

scritture italiane compaiano arruffate, e quasi diremmo orride, se gli

studii della favella non solo si trascurino per negligenza, ma a disegno

detestinsi; piuttosto dovremmo maravigliarci che non si mostrino

peggiori. Appena poi reputiamo necessario avvertire che la retta

intelligenza delle parole, quantunque ne sia massima parte, non

costituisca però lo intero studio delle lingue; questo studio consiste

eziandio nel venusto formare delle locuzioni, nello svariato ed elegante

trapasso di periodo in periodo, di membro in membro e d'inciso in

inciso; simili aggiuntature di periodo danno più fastidio che altri non

pensa agli esercitati, per gl'imperiti poi sono disperazione

addirittura; adesso importa sapere come si possa limpidamente abbreviare

la orazione, ora come si deva con onesta pompa dilatare, e nell'uno e

nell'altro stile come si conservi la chiarezza, suprema dote dell'arte

dello scrivere e del dire. Lo studio della lingua consiste massimamente

per ultimo nell'arte di studiare le opere degli scrittori dei varii

secoli, da tutti cernendo, e non imitando da alcuno, però che lo stile

importa che sia cosa tua come la seta appartiene al bigatto, il mele e

la cera all'ape, pasciuta che il primo abbia la foglia e la seconda

succhiato i fiori. Quando si legge delle lunghe ed assidue cure che gli

scrittori dell'antichità, non mica dozzinali bensì principi, come

Cicerone e Demostene, ponevano per venire a capo di possedere l'arte

della parola; i travagli che duravano, e perfino i viaggi che

imprendevano, parrà non pure nuovo ma forte che senza viatico di sorte

oggi taluni possano mettersi in cammino, sostenendo che le lingue non

hanno già a considerarsi mummie, bensì spiriti viventi e ambulanti;

formare il popolo le lingue; e tornare bene scrivere come si parla;

perchè a fine di conto scopo dello scrittore è che lo intendano. Di

queste sentenze parte errori, parte vero mescolato con molto falso. Il

popolo e l'uso compongono le lingue, però il popolo perito e l'uso

retto, altramente ti avverrà in lingua quello che partorisce in politica

il suffragio universale presso un popolo ignorante e corrotto; colà ti

deturperà l'idioma con ogni maniera sconcezze, qui ti eleggerà il

tiranno. Scrivi pure come parli, a patti però che tu parli bene, e

allora buon per te, se come pretendi sai; che se non va così, appunto

per essere capito da tutti importa tu ti sviluppi dal mal'abito tuo o

della tua terra, chè tu non iscrivi per Genova, Torino, Girgenti o

Roveredo, bensì per la universa Italia; e se il cielo ti arride, non per

gli uomini del tuo tempo unicamente, ma a quelli eziandio che lo

chiameranno antico. Posa l'animo, in tutto e sempre troveranno gli

uomini un fiore, una qualità scadente ed un'altra pessima, nè il fiore

sarà mai patrimonio dei troppi, la quale sentenza significata in altri

termini vuol dire che gira e rigira, tu non potrai levare l'aristocrazia

dell'ingegno, e per conseguente l'aristocrazia di rivelarsi con modi

ottimi. Puossi torre a Dante la patria, la facoltà del canto non si può.

Re senza regno ne furono visti e parecchi, e o Dio! come grami, e nonchè

serbassero parte alcuna di regio, appena parevano uomini, sicchè il

senso che ispiravano non era già disprezzo, e nè manco ira, compassione

bensì. Omero separare dalla sua Iliade non si può; dovunque vada, a

qualunque età pervenga, sempre appare come è pur troppo re:

E va dinanzi agli altri come Sire.

Guaio grande allo studio della lingua consideriamo questo, che essendo

il trattarne difficile, riesce più che in altra materia spropositarne

agevolissimo. Onde gli uomini di alto intelletto, quale l'argomento

richiederebbe, volentieri lo adoperano in opere più illustri non però

più utili di quello che sia la filologìa, e poichè le aquile lasciano

questa preda vi si affollano i corvi. La è proprio esultanza quando

vediamo Dante volgere la mente a discorrere le ragioni della eloquenza

volgare, e il Macchiavello impiegare nelle faccende della lingua l'acume

di che fece prova in quelle di Stato; e degli antichi tacendo, documenti

bellissimi sopra il soggetto arduo lasciarono Monti, Perticari,

Giordani, Leopardi, Tommaseo, Niccolini, Manzoni ed altri, che pure

dovrieno nominarsi, e che si passano non già perchè demeritino onore, ma

per istudio di brevità. All'opposto angustia l'anima l'aspetto di non

pochi (e comecchè degl'insetti umani fastidiosissimo provammo sempre

l'insetto pedante, ad ogni modo vuolsi dire apertamente), i quali ai dì

nostri più che altrove a Firenze si versano in lavori filologici con

pretensione molta e senno poco, sia dettando regole, sia rivendicando

alla meritata polvere quisquilie, che per dirne meno fanno perdere un

tempo del quale dovremo rendere conto a Dio. Questo non vorremmo noi,

che così adoperando costoro ci sembra voglianci mettere al pane bollito;

dacchè se ci mostriamo teneri alle belle parole, volentieri poi

consentiamo che le parole senza concetto suonano rumore vano; anzi non

ci pare bella la parola se adoperata a esprimere ree o futili cose.

Checchè se ne sbottoneggi, torna più facile mettere in canzona

l'Accademia della Crusca, che farne a meno; non badisi ai termini nei

quali adesso la vediamo condotta; supponiamo che ci fossero chiamati

partecipi quanti con amore e felicità coltivano le lettere italiane, e

per legge dello istituto e più dall'animo benevolo venisse loro imposto

il doppio obbligo di specolare il passato ampliando e correggendo

dirittamente l'antico vocabolario, ed il futuro naturando i segni co'

quali i nuovi trovati si appellano, questo sarebbe massimo benefizio

alle lettere italiane, e quandochesia sarà fatto; le fortune delle cose

grandi come delle piccole in Italia si tengono per mano a mo' delle Ore:

e il Tempo, deposta la falce, si recò su le ginocchia la lira, e

musicando ne affretta la vicenda.

Amelia Calani ed altri scritti · 第 15 / 31 题