V.

Forte pertanto il letterato e civile deve esercitarsi in forte e nobile

palestra; le parole dalla sua bocca hanno da scoccare come dardi

dall'arco e ferire acutissime le male pesti che più da vicino

travagliano l'umano consorzio; di fatti si abbia in mente sempre, che

principale fra le imprese di Apollo fu saettare il Pitone. Ora le male

pesti vedemmo secondo i tempi varie, però quantunque diverse non

disgiunte mai dalla viltà; qui dunque importa rivolgere massimamente la

parola acuita, qui le magnanime ire.

Ma, ahimè! lo spirito umano tanto usa ed abusa della facoltà di

discorrere per diritto e per traverso l'interminabile spazio delle

cogitazioni, che ad ogni piè sospinto nella via che più ti appariva

retta tu inciampi in qualche contrasto. Di vero corre certa opinione (la

quale per essere stata professata dal Goëthe diventò quasi precetto)

dissuasora dal mescolare alle lettere qualsivoglia lega di passioni

popolesche:

..... orecchio ama pacato

La Musa, e mente arguta, e cor gentile.

Nella quiete stanno l'ordine e l'armonia, nel tumulto dissonanza;

gl'impeti disonestano i moti del corpo, le facoltà dell'intelletto

scompigliano. Linfe pure, incenso immacolato e spirito sereno desiderano

nei sacrifizii le Grazie. L'arte di sè si nudrisce, ed a sè stessa

soddisfa; non va dintorno a limosinare il plauso degli uomini; gli

aspetta al tempio dove detta leggi, non ne riceve nessuna; quando altri

non la curi o non l'attenda, che preme a lei? Ella suona o canta per le

Muse e per sè. Precetto e formula di cosiffatta opinione è la seguente:

esercitare l'arte per l'arte.

Questo ne sembra errore. Poichè le lettere formano il pane quotidiano

dell'anima umana, male possono e meno devono starsi superbe da parte, ma

come quelle che molto ritraggono della mente divina, e perciò della

bontà di Dio, hanno a farsi incontro ai derelitti, agli agitati, agli

oppressi, ed immedesimarsi con loro; dei palpiti loro palpitare, ai

fremiti fremere. Fra quanti conosciamo importuni consolatori veruno ci

apparisce più detestabile degli amici di Giobbe, i quali lo redarguivano

co' sofismi, o con rimbrotti lo aspreggiavano; diversamente i Côrsi, ed

anche oggi l'osservano: l'amico si conduce nella casa percossa dalla

sventura, vi penetra pian piano, si accosta al desolato, lo abbraccia,

lo bacia in bocca, e poi si accosta alla parete dove o piange sommesso,

o, piegata la faccia, tace. Per lo scrittore sviscerato della Patria si

para davanti troppo più nobile scopo, che quello di sentire lodare il

suo libro per bello, ed è di udirlo lodato per buono. Le statue si fanno

di marmo, e fredde, ed immobili; dentro ai musei ripongonsi, dove la

gente una o due volte nel corso della sua vita si fa ad ammirarle; non

così le lettere; queste con noi vivono: a mensa siedono con noi, sul

capezzale del nostro letto riposano, le nostre veglie consigliano, i

sogni stessi rallegrano, ammaestrano e dirigono, con noi scendono nel

foro, ci accompagnano nella curia, pellegrinano, esulano, s'imprigionano

con noi. Quale pertanto spetta ufficio alle lettere umane ai giorni

nostri? Quello della colonna di fuoco, che condusse gli ebrei fuori

dalla schiavitù dell'Egitto.

Può accadere benissimo, anzi sarà, che le lettere in questo modo ed a

simile intento professate scapitino di certa armonia nelle parti, nelle

forme ridondino, insomma presentino alquanto della indole tumultuaria;

ma che perciò? Esse troveranno compenso, che vale a mille doppi lo

scapito, nel maggior calore, nella vivezza delle tinte, negli sprilli

abbaglianti di subita luce. Ma la causa vera per la quale le lettere

devono agitarsi con le commozioni della vita dei popoli non è questa,

bensì quest'altra. Le lettere non appartano l'uomo dai doveri del

cittadino; al contrario, per esse, questi obblighi a dismisura crescono;

quindi in ciò si abbia sempre fisso il pensiero, che se piace alla

Patria che il cittadino detti buoni libri, molto più preme che egli

operi ottime azioni. Adesso azione di suprema bontà di cittadino fra

popolo libero e incivilito consiste nel persuadere, o ammaestrare come

la libertà bene si usi, e come il retaggio della sapienza si mantenga e

si accresca, fra popolo oppresso e barbaro, come possa la libertà

rivendicarsi, la ferocia correggersi, e i beni dello intelletto

conseguirsi. Chè se al cittadino tanto gli valga l'ingegno, e lo

sovvenga la fortuna da compiere a un punto una buona azione ed un'opera

egregia, allora dovremo celebrarlo meritissimo e felicissimo. Quando poi

il suo libro non riesca mirabile di dettato, sarà pur sempre opera

buona, e di queste massimamente pei tempi che corrono abbisognano la

Patria e l'Umanità. Noi siamo fronde di albero, queste vengono e vanno;

il punto sta che il ceppo si mantenga, e di giorno in giorno con la sua

vetta si avvicini al cielo. Che presunzione sarebbe mai quella, che ogni

sasso nelle basiliche volesse mostrare ai posteri la singola sua

apparenza? Trista celebrità è quella che resulta dal trovarsi separati

dalla fabbrica: imperciocchè dimostri che te come inetto o cattivo

scartarono, e adesso rimani sopra la pubblica strada inciampo a chi

passa.

Dalle quali premesse sembra potersi inferire con sicurezza, che si

versino in massimo errore quelli i quali sostengono la febbre politica e

le altre che in giornata agitano il consorzio sociale tornare in esizio

alla coltura delle lettere.

Se cessati i ragionamenti vogliamo consultare i fatti, troveremo come le

passioni, segnatamente le politiche, abbiano partorito le più nobili

composizioni o vogli in prosa, o vogli in versi, che onorino lo

intelletto umano. Poche poesie noi troviamo da contrapporre agli inni

splendidi di Moisè e di Debora. Moltissimi fra i salmi di David, i treni

di Geremia, le visioni dei Profeti, che cosa altro sono elleno mai,

tranne poesie politiche? Le canzoni che meglio tra le altre si stimino,

e che meritino veramente se ne faccia caso nelle rime del Petrarca,

spettano alla politica, alla politica i canti che nella _Divina

Commedia_ vanno cercandosi con maggiore divozione.

E messi alquanto in disparte i fatti per tornare ai ragionamenti,

volgiamo il pensiero a considerare le regole dell'arte; e innanzi

tratto, che cosa queste regole sono elleno mai? Sono raccolta di

precetti desunta dai libri dei meglio reputati scrittori perchè dieno

norma a quelli che vengono dopo per conseguire il senso di concepire e

la facoltà di ritrarre il bello. Ma qual bello? Per certo quello che

seppero comprendere ed effigiare fino a quel giorno; ma il bello rimase

esaurito con essi? Trovarono veramente, e trovate tentarono tutte le vie

che menano a quello? Si chiude ella la intelligenza umana, come Pier

Grandenigo fece la serrata del gran Consiglio di Venezia? Ancora nel

comporre questo decalogo del bello consultaronsi tutte le produzioni

dello spirito umano? Come furono rappresentati i popoli dell'Asia, come

i settentrionali, e per non dilungarci troppo, come i Germani e

gl'Inglesi? Ancora; qual fu il giudizio che presiedè alla scelta?

Diversi i modi di concepire il bello secondo l'età, i tempi e i luoghi,

onde farebbe mestieri che lo intelletto commesso fino dai primi giorni

in compagnia al sole avesse perlustrato co' suoi raggi, e perlustrasse

il globo: nè basterebbe, conciossiachè sapete voi come volerannno e come

canteranno i Cigni nelle età che il tempo tiene tuttavia chiuse nelle

sue mani? Chi diè la norma al Dante? Veramente si ignora; e chi

somministrò all'Ariosto il modello di dondolare pei campi del piacere

sempre vago e sempre vario ad ogni moto? Certo se non furono le nuvole

estive che vagano pel cielo tirreno quando tramonta il sole, noi non

sapremmo. E qui fa capo eziandio un altro riscontro di distinzione fra

le lettere e le arti. Le arti, come quelle che imitano suoni ed aspetti

di natura fisica, possono più o meno sottoporsi a certe discipline; ma

le lettere essendo espressione d'intelletto e di sentimento sconfinati

non conoscono forme, regole o discipline determinate: il finito mal può

comprendere l'infinito. Pari il firmamento e il bello; veruna traccia

fissa tu ci vedi per entro, e da per tutto smagliano stelle.

E poichè molte altre parole saranno dette intorno a questo argomento nel

proseguire del discorso, così sarà bene per ora rimanerci a tanto

ponendo in sodo che le lettere le quali non si mescolano alle nostre

gioie e ai nostri affanni non sono Angioli consolatori mandati da Dio,

bensì Lemuri e Spettri venuti ad atterrirci con la rimembranza del morto

passato, o co' presagi del dolente avvenire.

Le lettere mirano indietro come colui che piglia campo per avventarsi

più abbrivato nell'avvenire; vita, speranza sono le lettere, e

avviamento certo a quella perfettibilità alla quale consentirono i cieli

che l'uomo pervenisse quaggiù come ragione del vivere e ricompensa della

fatica.

Amelia Calani ed altri scritti · 第 13 / 31 题