Forte pertanto il letterato e civile deve esercitarsi in forte e nobile
palestra; le parole dalla sua bocca hanno da scoccare come dardi
dall'arco e ferire acutissime le male pesti che più da vicino
travagliano l'umano consorzio; di fatti si abbia in mente sempre, che
principale fra le imprese di Apollo fu saettare il Pitone. Ora le male
pesti vedemmo secondo i tempi varie, però quantunque diverse non
disgiunte mai dalla viltà; qui dunque importa rivolgere massimamente la
parola acuita, qui le magnanime ire.
Ma, ahimè! lo spirito umano tanto usa ed abusa della facoltà di
discorrere per diritto e per traverso l'interminabile spazio delle
cogitazioni, che ad ogni piè sospinto nella via che più ti appariva
retta tu inciampi in qualche contrasto. Di vero corre certa opinione (la
quale per essere stata professata dal Goëthe diventò quasi precetto)
dissuasora dal mescolare alle lettere qualsivoglia lega di passioni
popolesche:
..... orecchio ama pacato
La Musa, e mente arguta, e cor gentile.
Nella quiete stanno l'ordine e l'armonia, nel tumulto dissonanza;
gl'impeti disonestano i moti del corpo, le facoltà dell'intelletto
scompigliano. Linfe pure, incenso immacolato e spirito sereno desiderano
nei sacrifizii le Grazie. L'arte di sè si nudrisce, ed a sè stessa
soddisfa; non va dintorno a limosinare il plauso degli uomini; gli
aspetta al tempio dove detta leggi, non ne riceve nessuna; quando altri
non la curi o non l'attenda, che preme a lei? Ella suona o canta per le
Muse e per sè. Precetto e formula di cosiffatta opinione è la seguente:
esercitare l'arte per l'arte.
Questo ne sembra errore. Poichè le lettere formano il pane quotidiano
dell'anima umana, male possono e meno devono starsi superbe da parte, ma
come quelle che molto ritraggono della mente divina, e perciò della
bontà di Dio, hanno a farsi incontro ai derelitti, agli agitati, agli
oppressi, ed immedesimarsi con loro; dei palpiti loro palpitare, ai
fremiti fremere. Fra quanti conosciamo importuni consolatori veruno ci
apparisce più detestabile degli amici di Giobbe, i quali lo redarguivano
co' sofismi, o con rimbrotti lo aspreggiavano; diversamente i Côrsi, ed
anche oggi l'osservano: l'amico si conduce nella casa percossa dalla
sventura, vi penetra pian piano, si accosta al desolato, lo abbraccia,
lo bacia in bocca, e poi si accosta alla parete dove o piange sommesso,
o, piegata la faccia, tace. Per lo scrittore sviscerato della Patria si
para davanti troppo più nobile scopo, che quello di sentire lodare il
suo libro per bello, ed è di udirlo lodato per buono. Le statue si fanno
di marmo, e fredde, ed immobili; dentro ai musei ripongonsi, dove la
gente una o due volte nel corso della sua vita si fa ad ammirarle; non
così le lettere; queste con noi vivono: a mensa siedono con noi, sul
capezzale del nostro letto riposano, le nostre veglie consigliano, i
sogni stessi rallegrano, ammaestrano e dirigono, con noi scendono nel
foro, ci accompagnano nella curia, pellegrinano, esulano, s'imprigionano
con noi. Quale pertanto spetta ufficio alle lettere umane ai giorni
nostri? Quello della colonna di fuoco, che condusse gli ebrei fuori
dalla schiavitù dell'Egitto.
Può accadere benissimo, anzi sarà, che le lettere in questo modo ed a
simile intento professate scapitino di certa armonia nelle parti, nelle
forme ridondino, insomma presentino alquanto della indole tumultuaria;
ma che perciò? Esse troveranno compenso, che vale a mille doppi lo
scapito, nel maggior calore, nella vivezza delle tinte, negli sprilli
abbaglianti di subita luce. Ma la causa vera per la quale le lettere
devono agitarsi con le commozioni della vita dei popoli non è questa,
bensì quest'altra. Le lettere non appartano l'uomo dai doveri del
cittadino; al contrario, per esse, questi obblighi a dismisura crescono;
quindi in ciò si abbia sempre fisso il pensiero, che se piace alla
Patria che il cittadino detti buoni libri, molto più preme che egli
operi ottime azioni. Adesso azione di suprema bontà di cittadino fra
popolo libero e incivilito consiste nel persuadere, o ammaestrare come
la libertà bene si usi, e come il retaggio della sapienza si mantenga e
si accresca, fra popolo oppresso e barbaro, come possa la libertà
rivendicarsi, la ferocia correggersi, e i beni dello intelletto
conseguirsi. Chè se al cittadino tanto gli valga l'ingegno, e lo
sovvenga la fortuna da compiere a un punto una buona azione ed un'opera
egregia, allora dovremo celebrarlo meritissimo e felicissimo. Quando poi
il suo libro non riesca mirabile di dettato, sarà pur sempre opera
buona, e di queste massimamente pei tempi che corrono abbisognano la
Patria e l'Umanità. Noi siamo fronde di albero, queste vengono e vanno;
il punto sta che il ceppo si mantenga, e di giorno in giorno con la sua
vetta si avvicini al cielo. Che presunzione sarebbe mai quella, che ogni
sasso nelle basiliche volesse mostrare ai posteri la singola sua
apparenza? Trista celebrità è quella che resulta dal trovarsi separati
dalla fabbrica: imperciocchè dimostri che te come inetto o cattivo
scartarono, e adesso rimani sopra la pubblica strada inciampo a chi
passa.
Dalle quali premesse sembra potersi inferire con sicurezza, che si
versino in massimo errore quelli i quali sostengono la febbre politica e
le altre che in giornata agitano il consorzio sociale tornare in esizio
alla coltura delle lettere.
Se cessati i ragionamenti vogliamo consultare i fatti, troveremo come le
passioni, segnatamente le politiche, abbiano partorito le più nobili
composizioni o vogli in prosa, o vogli in versi, che onorino lo
intelletto umano. Poche poesie noi troviamo da contrapporre agli inni
splendidi di Moisè e di Debora. Moltissimi fra i salmi di David, i treni
di Geremia, le visioni dei Profeti, che cosa altro sono elleno mai,
tranne poesie politiche? Le canzoni che meglio tra le altre si stimino,
e che meritino veramente se ne faccia caso nelle rime del Petrarca,
spettano alla politica, alla politica i canti che nella _Divina
Commedia_ vanno cercandosi con maggiore divozione.
E messi alquanto in disparte i fatti per tornare ai ragionamenti,
volgiamo il pensiero a considerare le regole dell'arte; e innanzi
tratto, che cosa queste regole sono elleno mai? Sono raccolta di
precetti desunta dai libri dei meglio reputati scrittori perchè dieno
norma a quelli che vengono dopo per conseguire il senso di concepire e
la facoltà di ritrarre il bello. Ma qual bello? Per certo quello che
seppero comprendere ed effigiare fino a quel giorno; ma il bello rimase
esaurito con essi? Trovarono veramente, e trovate tentarono tutte le vie
che menano a quello? Si chiude ella la intelligenza umana, come Pier
Grandenigo fece la serrata del gran Consiglio di Venezia? Ancora nel
comporre questo decalogo del bello consultaronsi tutte le produzioni
dello spirito umano? Come furono rappresentati i popoli dell'Asia, come
i settentrionali, e per non dilungarci troppo, come i Germani e
gl'Inglesi? Ancora; qual fu il giudizio che presiedè alla scelta?
Diversi i modi di concepire il bello secondo l'età, i tempi e i luoghi,
onde farebbe mestieri che lo intelletto commesso fino dai primi giorni
in compagnia al sole avesse perlustrato co' suoi raggi, e perlustrasse
il globo: nè basterebbe, conciossiachè sapete voi come volerannno e come
canteranno i Cigni nelle età che il tempo tiene tuttavia chiuse nelle
sue mani? Chi diè la norma al Dante? Veramente si ignora; e chi
somministrò all'Ariosto il modello di dondolare pei campi del piacere
sempre vago e sempre vario ad ogni moto? Certo se non furono le nuvole
estive che vagano pel cielo tirreno quando tramonta il sole, noi non
sapremmo. E qui fa capo eziandio un altro riscontro di distinzione fra
le lettere e le arti. Le arti, come quelle che imitano suoni ed aspetti
di natura fisica, possono più o meno sottoporsi a certe discipline; ma
le lettere essendo espressione d'intelletto e di sentimento sconfinati
non conoscono forme, regole o discipline determinate: il finito mal può
comprendere l'infinito. Pari il firmamento e il bello; veruna traccia
fissa tu ci vedi per entro, e da per tutto smagliano stelle.
E poichè molte altre parole saranno dette intorno a questo argomento nel
proseguire del discorso, così sarà bene per ora rimanerci a tanto
ponendo in sodo che le lettere le quali non si mescolano alle nostre
gioie e ai nostri affanni non sono Angioli consolatori mandati da Dio,
bensì Lemuri e Spettri venuti ad atterrirci con la rimembranza del morto
passato, o co' presagi del dolente avvenire.
Le lettere mirano indietro come colui che piglia campo per avventarsi
più abbrivato nell'avvenire; vita, speranza sono le lettere, e
avviamento certo a quella perfettibilità alla quale consentirono i cieli
che l'uomo pervenisse quaggiù come ragione del vivere e ricompensa della
fatica.