II.

Qui cade in acconcio inquisire se sia o no giusto il rammarichío della

poca protezione o nessuna compartita dai governi ai letterati, e se sia

vero che promovendo essi le lettere prosperassero, derelitte

intristissero. Le lettere da Dio vengono, e ai popoli vanno; la luce per

essere creata abbisognò della parola; le lettere no, che sgorgarono

spontanee dal pensiero divino, e se tu avverti la potenza donata allo

spirito umano di esercitarle in qualsivoglia più misera condizione della

vita, alla indomata libertà del concetto, alla impossibilità da un lato

d'impedirne il baleno, ed alla agevolezza dall'altro di tramandarlo

durevole e lontano, non potrai dubitare un momento ch'elle sieno della

Provvidenza vicarie veraci per incamminare gli uomini a migliori

destini. In carcere l'uomo pensa; anzi, misericordia di Dio!, il carcere

come la cote, acuisce l'acciaro, dà il taglio alla mente, onde ella

ferisce più affilata che mai; l'esilio raddoppia le voci, imperciocchè i

cuori che lasciasti nella terra del tuo nascimento ti rispondano co'

mille echi di desiderio e di affetto. Su le anime il tiranno nulla può.

Adesso abbi per fermo, le migliori rugiade che bagnino le lettere, fiori

dalla ghirlanda di Dio caduti sopra la terra, consistere nella

persecuzione, e subito dopo la persecuzione nell'oblio dei re.

Mosso da pari sentimento Schiller cantava: «la musa alemanna non vide

fiorire per lei il secolo di Augusto; i favori dei Medici non le

sorrisero, non conobbe auguste protezioni, nè le sue rose ai raggi

principeschi sbocciarono. Lontana dal soglio del massimo fra i figliuoli

dell'Allemagna, Federigo, ella non ebbe da lui sussidii nè onori; però

l'Allemagna quando si sente battere poderoso il cuore nel petto può

gridare con voce altera: — devo a me quanto valgo, — e questa è la

ragione per la quale il canto del bardo alemanno sprilla più fiero, e

rotola le sue onde; questa la ragione per cui dovizioso di propria

abbondanza attinge dal fondo dell'anima, e ride delle regole.»

Narrasi eziandio, come il Mirabeau significando certo giorno a Federigo

II il suo rammarico perchè egli si fosse astenuto dal promovere le

lettere germaniche, l'udisse scappare fuori con questa risposta: «voi

v'ingannate, avvegnachè io non sappia che cosa meglio avessi potuto fare

in pro delle lettere e dei letterati tedeschi, che valga al non ci avere

mai atteso, o letto i libri loro.» Parve strano al francese, e nol fu;

Federigo in quel punto apriva l'animo suo sincerissimo: di vero, se bene

tu cerchi troverai come nè Virgilio, nè Orazio ai raggi del sole di

Augusto si fecondassero: prima di lui nacquero, faville ultime del tizzo

repubblicano che si muore. Astutezza di Ottaviano fu attaccarli alla

propria fortuna, onde dopo lui i principi che bene appresero le arti di

regno studiaronsi fregiare i regali ammanti più che di gemme con la

gloria degli uomini famosi. Allora se i principi appellaronsi Augusto, o

Lorenzo, o Luigi, o Napoleone, invece di scintillare con la propria luce

soltanto, mescolaronci l'altrui, e ne aumentarono il bagliore, ossivvero

ebbero nome Alfonso, o Maria Teresa, e consapevoli o nescienti ne

rischiararono alquanto le tenebre dei tempi. Virgilio, ingegno

sostanzialmente didattico, plastica, imita e adula, povero fiore rapito

ai campi e chiuso dentro la stufa imperiale; Orazio pauroso del suo

genio lo costringe a commettere mosaici con frammenti greci, e tremando

di sentirsi levato in alto dalle penne pindariche si avvoltola per la

polvere, e canta la sua viltà. Mette sgomento al cuore considerare come

la storia, più che non si crede, spesso si faccia complice della

menzogna cortigiana ingannando il mondo; di vero, Luigi XIV impone nome

al secolo, e la storia per consuetudine di servitù continua a lui morto

la piaggeria, che vivo a forza gli compartiva; all'opposto ella doveva

avvertire come le lettere francesi, accese alquanto dalla scarmana per

le contenzioni della Fronda, alle sue mani ripigliassero la consueta

pallidezza; apresi il secolo di cotesto ventoso col Cornelio e col

Molière, e si chiude con Giovambattista Rousseau. Schiller non si appose

quando cantò le lettere promosse dai Medici, imperciocchè essi non

favorissero le lettere bensì gli eruditi e gli artisti; il che suona

troppo diverso; anzi Leone X protesse il Baraballo alternando con esso

lui esametri e pentametri da cacciare addosso la quartana al santo

collegio delle Muse, e lasciò morire di fame Marone. Quanto all'Ariosto

poi, quello che gli facesse Leone X e quello che da lui ricavasse egli

medesimo racconta giocondamente nella Satira III:

Piegossi a me dalla beata sede,

La mano e poi le gote ambe mi prese

E il santo bacio in ambedue mi diede.

Di mezza quella Bolla anco cortese

Mi fu, della quale il mio Bibbiena

Espedito mi ha il resto alle mie spese.

E dove conducesse te la munificenza del _magnanimo_ Alfonso, o miserrimo

Tasso, fa ribrezzo pensare; e tuttavolta importa rimettere dinanzi agli

occhi della gioventù italiana, molto più che conforta stupendamente il

consiglio dato di sopra, parte massima di umana dignità consistere nel

cavarsi fuori del bisogno, e formarsi stato. Giovanetto ancora egli ebbe

a vendere le poche masserizie domestiche, già impegnate ad Abramo Levi

giudeo, lire venticinque per mettere l'epitaffio al padre suo, e non fu

il peggio; più tardi implorò qualche frutto per saziare la fame, alla

quale, comecchè parchissimo egli sempre si mantenesse, non era bastata

la grama cena, e neanche questo fu il peggio; angustiato da turpe

necessità in altra occasione chiede a Scipione Gonzaga dieci scudi se

non per presto, almeno per _elemosina_, e ciò stringe il cuore, ma non

lo sbigottisce ancora; il cuore nostro resta percosso quando il nepote

Alessandro gli chiede aiuto, ed egli povero non gli può mandare altro

che _sonetti_, dond'egli spera che caverà danaro mercè la larghezza

degli elogiati; resta percosso quando per salvarsi dalla disperazione e

procacciarsi pane ebbe a strappare dalle labbra della sua Musa avvampata

di vergogna lodi a persone indegne, la memoria delle quali gli

lacerarono l'anima come rimorsi: allora maledisse alla fortuna, ed

ordinò si bruciassero le opere sue, e prima delle altre la

_Gerusalemme_. Gli amici suoi raccomandavanlo a Francesco I dei Medici e

a Bianca Cappello perchè a cavarlo di prigione non lo aiutassero; solo,

per carità lo presentassero di qualche danaro, ch'egli molto bene si era

guadagnato spogliandosi in farsetto per levarli a cielo; ed indi a poco

confortano lo stesso Granduca di chiamarlo a corte, non gli dovendo dare

noia la pazzia, imperciocchè _pazzia_ o _poesia_ arieggino fra loro. La

donna mandava venticinque scudi, Francesco duramente rispondeva non

volere matti in casa, e aveva ragione, ci aveva una mano di furfanti e

di sgualdrine, e bastava: per la quale cosa in questo turpe negozio tu

non sai distinguere, che più meriti infamia o le derisorie

raccomandazioni degli amici, o l'aspro rifiuto del Claudio toscano, o la

umiliante elemosina della granducale baldracca.

Egli è mestiero che la gente si persuada, i Sacerdoti coltivarono le

lettere finchè nelle mani loro servirono a mo' di lanterna che ne

dirigeva, rischiarandoli, i propri passi nei secoli, sicchè in sicurtà

ed in ispeditezza vincevano quelli di coloro che andavano tastoni pel

buio; quando cresciuto il lume rischiarò zona maggiore e i passi altrui,

essi lo vollero spegnere; in questa parte più astuti i despoti dei

sacerdoti finsero proteggere le lettere per contaminarle; qui come

altrove gli odii loro meno funesti degli amori. Di ciò, per non

dilungarci troppo, valga uno esempio solo e stupendo. Veruno ignora in

quanta fama salisse di promotrice delle lettere e delle scienze Caterina

II di Russia; qualche pugno di danaro gittato furbescamente, una

pelliccia donata al Voltaire, un diluvio di piaggerie ai così detti

filosofi le fruttarono la nomea di Semiramide del Settentrione, quasi

che la Semiramide asiatica fosse ricordanza onorata: tre grossi volumi

formano le leggi dettate da costei sopra un tanto argomento, e con sì

forbito stile e concetti magnifici che ogni uomo è obbligato a farne le

maraviglie. Ciò nonostante Caterina II, femmina se altra ne visse mai

d'istinti regi, non promosse le scienze, molto meno le lettere; anzi

l'ebbe in uggia, e presentendole ostili, desiderò che si spegnessero:

questo alla libera ella confessa nella sua lettera al principe di Panin

suo bertone (chè la parola amante non si vuole profanare), il quale

prendendo ingenuamente sul serio le lustre della donna scettrata, si

affliggeva del poco profitto fatto dai Russi nella istruzione: «mio caro

principe, gli scriveva Caterina, non vi accorate per la poca

inclinazione che i Russi dimostrano agli studii, e pel fatto, secondo il

giudizio vostro, lamentabile, che gli ordini dati per fondare scuole ci

procurino piuttosto buona reputazione fuori che civanzo in casa, perchè

voi avete a sapere, che dal giorno in cui i Russi attenderanno agli

studii davvero nè io rimarrò imperatrice, nè governatore rimarrete voi.»

Come Caterina gli altri despoti tutti; ella non peggiore dei colleghi

suoi; più sincera forse, o piuttosto, consentendo alla natura muliebre,

meno discreta.

Quello che i letterati possono e dovrebbero adoperare di meglio così in

benefizio delle lettere come della fama loro sta in questo, che imitando

il caso di Diogene con Alessandro, dicano a viso aperto ai potentati i

quali presumono umiliarli proteggendoli: «fatevi oltre, e non ci

togliete quello che voi non ci potete donare, la luce della libertà e

l'amore dei popoli.»

A tanta gloria non furono sortite le arti cui chiamano belle, sia perchè

esse abbisognino di troppi aiuti materiali, sia perchè, secondo la

necessità della natura loro le consiglia, propongansi piuttosto il bello

che il buono, sia perchè impressionando del continuo lo spirito con la

immagine degli obietti fisici non arrivino a tenere il dominio

dell'anima indefessamente, profondamente. Le arti spettano al lusso;

finchè i popoli crescono in virtuosa potenza o le schifano, o consentono

che ci si affatichino dintorno i servi; nello scadimento l'esercitano i

cittadini; le idolatrano corrotti; ornato elegante ad ogni maniera di

turpitudini, pretesto splendido agli ozii codardi. Le lettere anche

perseguitate, anco peste dal piè del tiranno, possono, vibrando la

lingua, trafiggergli il calcagno con ferita più letale di quella

dell'aspide: togli al letterato lo inchiostro, egli scriverà col sangue,

e ciò fie meglio; nè occorre di rado nelle storie degli uomini. Le

lettere quando non ponno impedire la morte del Popolo, o lamentano come

Geremia, o incidono sopra il suo sepolcro un epitaffio truce come

Cornelio Tacito. Le arti ai favori della tirannide si espandono, a mo'

di pavone che spiega le piume della coda ai raggi del sole, le lettere

intisichiscono, o tacciono, e bevendo l'acqua del dolore, e mangiando il

pane dello affanno ritemprano la lena per giorni migliori. Come durando

il cielo tuttavia bruno si ode di tratto in tratto la nota confortevole

dell'allodola messaggera dell'alba, così le lettere prima di ogni altro

indizio prenunciano il fine della barbarie. Chiunque ne intende il canto

si frega le mani assiderate, e voltatosi a quella plaga, si rallegra

nella speranza della prossima luce.

Il senno antico non fece le arti sorelle delle muse, nè le commise alla

custodia di un Dio; negò loro nascimento celeste, anzi neppur concesse

che una ninfa le procreasse, bensì le dava figliuole alla povertà, e con

pari culto la madre e le figlie venerava: la più parte di loro

percuotono come il tuono; indi a poco gli echi propagandosi per gli

spazii remoti cessano, e se ne perde la memoria; altre durano per

maggiore periodo di tempo, ma confidate a materia, che il fuoco

incenerisce, l'acqua infradicia, l'aria consuma, si perdono anch'esse, e

delle maraviglie sudate appena sopravvive un nome; inoltre, se non

tutte, parecchie delle arti rimangono circoscritte da luogo, da tempo, o

dentro la persona del tutto; d'altre poi esce una immagine alterata,

diversa, e sovente deforme. Pongansi per esempio il canto (materia

armonica, che uscita appena dalle labbra si sperpera per l'armonia che

governa il creato) e la pittura, che si tramanda lontana o in grazia

delle copie o del bulino, ovvero ancora mercè i trovati moderni —

crepuscoli di sole tramontato. Più felici in questo le arti, che spesso

largamente retribuisconsi, e se non tutte ad un tratto, secondo la sua

stagione ciascheduna di loro si tuffa nell'abbondanza dei plausi, dei

guadagni e dei piaceri. Una volta toccò alla pittura ed alla scultura,

oggi tocca alla musica ed alle arti industriali. Le lettere in prima

commettonsi a tutte le materie alle quali partitamente si affidano le

arti, e sono metalli, marmi, legni, carte, pergamene, papiri, e via di

seguito, e poi alla Memoria. Questa Dea non si scompagna mai dalle sue

figliuole, e senza requie le porta attaccate al collo di su di giù

traverso il mondo e i secoli. Pari ai sospiri degli amanti, le lettere

percorrono in un baleno lo spazio che passa tra l'Indo e il Polo: alle

ossa dell'uomo si attaccano, gli si mescolano nel sangue, formano anima

all'anima di lui; cattoliche, apostoliche, universali veracemente le

lettere; se non curate adesso, poco loro preme; si assettano sopra un

termine della via donde passano i secoli, aspettano che gl'infesti

sfumino a guisa di nuvole per lo emisfero della eternità, poi si levano

come ristorate dal riposo, e tornano agli esercizii santi. L'Alighieri

quando capita al mondo il gesuita Bettinelli e il Lamartine, il quale

non è a propriamente parlare gesuita, _leva le ciglia un poco in su_, e

vede affrettarsi in difesa della sua fama la bella schiera di Parini,

Alfieri, Gozzi e Foscolo: dov'eglino si facessero attendere l'Alighieri

non se ne accorgerebbe, perchè i minuti nelle vite come le sue sono

secoli. Poichè dunque le lettere tanto trovano premio nella fama lontana

e nella immortalità, attributo massimo di Dio, non invidiano,

all'opposto cortesi consentono che le arti vengano largamente retribuite

di beni transitorii: queste vivano più di pane, perocchè esse vivano più

di Dio.

Tuttavolta sarebbe errore grande tacerlo, non tutti gli artisti

abbisognarono, od avrebbero avuto bisogno di potenti protettori; egli è

difficile persuaderci che Michelangiolo, il quale andava convinto che il

concetto dell'artista in sè circoscrivesse il marmo, onde a lui non era

mestieri di altro che sviscerarnelo con la mano obbediente

all'intelletto; egli è difficile credere che il Dio agitantesi

nell'anima sua non si rivelasse anche senza la protezione del Magnifico

Lorenzo. Nondimeno, comecchè riesca più destro irritarsi della verità e

maledirla, che confutarla, vuolsi manifestare apertamente, le arti

ritraggono sempre qualche cosa del cortegiano; più spesso accompagnano

la decadenza de' popoli che gl'incunaboli loro; nè di questo solo esse

hanno colpa, bensì ancora di avere fatto amabile l'errore, e diffusone e

perpetuatone il culto nei cuori degli uomini, molto più delle donne. I

Sacerdoti abbandonati dalle lettere virili si appigliarono alle arti

come a tavola di naufragio; alle are di Venere celeste diserte

sostituirono i simulacri di Venere terrena, ingegnandosi ritenere co'

sensi i mortali, di cui fuggivano loro l'intelletto e la fede.

Amelia Calani ed altri scritti · 第 10 / 31 题