Pietro Giordani fu scrittore pei modi forbiti del dire preclaro, e per
concetti eziandio commendevole assai: veramente gli nocque non poco alla
facile eleganza del dettato quel suo volere ormare la favella italica
sopra la greca, come recò pregiudizio al Boccaccio, e a quasi tutti i
suoi alunni, massime cinquecentisti, la imitazione soverchia delle forme
latine; imperciocchè dovrebbe pure capirsi, che la lingua nostra non ha
da essere latina o greca bensì italiana, e ritenere, quantunque derivata
in parte da quelle, indole propria; sentenza, che vale per il nostro
come per ogni altro idioma. Ancora, alla copia del sapere il quale
possedeva diverso e moltiplice il valentuomo, fecero impedimento due
cose secondochè sembra potersi giudicare: primieramente il cervello
educato a pascersi ogni dì con letture eccessive; per la quale usanza
pessima osserviamo gli spiriti spossarsi nel digerire, così che quante
volte presumano poi mettersi alla opera della meditazione vengono meno
al prefazio: secondamente lo spesso e troppo lungo starsi a crocchio. Ed
in vero se da una parte sarebbe peggio che inurbano, negare, che dalle
veglie piacevoli nasca seguenza stupenda di beni come a modo di esempio
sarebbero gentilezza di tratto, cortesia di espressioni, avvicendamento
di uffici benevoli, rettitudine di giudizi, copia di notizie, ed altre
più cose tutte care e gioconde, che troppo menerebbe in lungo riferire,
dall'altra poi bisogna confessare, che abitua gli animi al dissipamento,
e ad una certa compiacenza infeconda di vincere l'avversario nella
disputa, piuttostochè a cercare e a rinvenire la verità, alla lusinga
della lode casereccia, anzichè provvedere ad acquistarsi la pubblica, e
per ultimo a versarsi per entro cerchio ristretto di pensieri ed anco di
affetti.
Però se vorremo giudicare dirittamente dalle opere che egli ne lasciò,
ci è dato conoscere quale e quanto fosse lo ingegno di lui:
conciossiachè se da piccola materia egli seppe cavare scritti notabili
per erudizione, per filosofia e per politica, o come non gli sarebbe
riuscito di poggiare più in alto trattando materia di polso maggiore? In
cosiffatte discipline proviamo come gli argomenti più gravi spesso non
sieno i più ardui: all'opposto i leggeri spiombano, i solenni prestano
ala allo ingegno: i miseri è d'uopo levare da terra, e con prodigii
d'industria renderli notabili. E tanto intorno alle qualità di Pietro
Giordano basti; del quale parve bene favellare nel modo con che e' fu
fatto per reprimere (se pure fie possibile mai) la temeraria parlantina
di parecchi sciagurati, che reputano bello levarne i pezzi adesso ch'è
morto. — Pietro Giordani vivendo fece a molti il viso dell'arme, e si
mostrò stizzoso troppo più che a filosofo vero non convenga, ma ciò
invece di somministrare motivo per procedere ingiusti contro la memoria
di lui deve persuadere i discreti a compassionare e sfuggire le
debolezze umane.
Chiunque si affatica con coscienza intorno all'arte ardua di dettare non
ingenerose scritture, quegli apprende a rispettare coloro che lo hanno
preceduto: certissimi segni d'ignoranza la prosunzione e lo sprezzo; nè
qui si arrestano i suoi rei portati, chè per ultimo, e di tutti peggiore
la ignoranza mette al mondo la ingratitudine: famiglia infame, che la
eletta gioventù italiana torrà, come merita, in abbominio.
Pietro Giordani pertanto scrivendo lettera nobilissima al signore
marchese Gino Capponi intorno alle ragioni dello scrittore italiano
parecchie cose gli viene esponendo degne certo di molta lode, comecchè
congiunte insieme non paia che formino quella pienezza di facoltà
necessaria a tanto ufficio, nè taluna sembra, che faccia al caso: tutte
poi non si presentano meditate convenientemente al soggetto: così vero
questo, ch'egli stesso le propone per via di sommario di trattato il
quale si augurava svolgere in un libro che stava per dettare, e non
compose mai, piuttostochè materia ordinata e digesta.
E poichè l'argomento apparisce di suprema importanza, vale il pregio che
ogni uomo ci eserciti sopra lo ingegno meno come prova di sapienza, che
per debito cittadino; e di tanto sembra, che egli debba andare sicuro,
che offerendo l'obolo alla santissima opera se non gli si potrà tenere
conto dell'utile, ad ogni modo sarà accetta l'ottima mente.
Donde nasca e da cui venga lo scrittore italiano poco rileva: fra le
domande che a diritto gli si possono volgere non pare che deva avere
luogo quella che fece Farinata a Dante nostro: «chi fur gli maggior
tui?» Solo sarebbe desiderabile che possedesse roba non tanta da
generare superbia ed ignavia, nè tanta poca che lo costringesse a
sottomettersi altrui; estremo danno la servitù antica per la quale
l'uomo veniva a forza ridotto in potestà di altro uomo, e tuttavolta più
trista la odierna assai, come quella che lo induce a compiacere in
grazia del salario le voglie del padrone. Quella vinceva il corpo,
questa il corpo, e l'anima per giunta: la prima dava di tratto in tratto
qualche Spartaco, il quale convertite le catene in ispada periva in
battaglia, la seconda partorisce, ed anco di rado, Seneca, che muore
svenato dentro un bagno caldo: quegli finisce col ferro in mano, questi
con ciancie di filosofia su la bocca. Non vuolsi affermare tutte, che
non sarebbe vero, ma quasi tutte le laide o scellerate cose derivano dal
bisogno; però laddove lo scrittore cammini scusso della molta roba, e
della poca metta principalmente ogni suo onesto studio a farla. Ai
consigli dissennati non badi, chè se turpe si deve reputare l'agonia
della incontentabilità, e miseria degna più di compassione che di
ribrezzo l'avarizia, trovasi onore nel procacciarsi sostanza. Quali i
concetti e le opere di Catone Censore in proposito nessuno ignora: da
lui stimasi atto da figliuolo di donna vedova sminuire il censo paterno,
e disdoro espresso non lasciarlo, dopo lunga vita, cresciuto agli eredi;
nè diverso da Catone adoperò Marco Bruto, ultimo dei Romani, il quale si
dette con molta alacrità a ragunare pecunia per sopperire alle imminenti
distrette della Patria. Intendimento disperato, e quasi sempre infelice,
imperciocchè spente le virtù prische, male si presuma restaurare le
fortune pericolanti della Patria co' vizii e le loro sequele: così ai dì
nostri argomentano co' guadagni avanzati ai convegni della vanità e
della corruzione alimentare gl'istituti di carità, e si risolvono in
maschere di decenza che la ipocrisia fabbrica sul peccato, e la carità
non se ne avvantaggia o poco. Vezzo plebeo e volgarissimo intento è
trarre a dileggio quanto esperimentiamo nella vita degno di esempio, e
però non mancheranno di proverbiare lo ammaestramento, che primo
s'indirizza allo scrittore italiano, e che consiste nel procacciarsi
civanzo; ma tu, giovane, pon mente a questo: nessuno scoglio al mondo
più del bisogno è pauroso per miserabili naufragi di coscienze umane, e
se colui che impropera lasciò il bisogno annidarsi in casa senza tentare
gli estremi conati per cacciarnelo via, tieni per ferma di queste due
cose l'una, o ch'egli è un vile, o che già si trova sul cammino per
diventarlo. Nei libri dei Latini si legge avere la necessità comune
l'epiteto con le Furie, e questo era _diro_, che suona _empio, crudele_:
adesso chi fie che presuma vincere i Romani nel senso dello indomato
decoro?
La miseria rende contennendo l'uomo, e con esso le discipline ch'egli
esercita, nè a torto, imperciocchè paiano inette a fargli le onorevoli
spese; donde avvenne che lettere e letterati caddero presso a molti in
dispregio; il che quanto avanzasse la civiltà consideri chi ha senno.
Leggendo le sventure dei letterati del Valeriano riesce oltre ogni
credere amaro considerare come uomini meccanici arrivassero a stato
onorevole, e i letterati no, quasi le lettere tolgano il volere e il
sapere di governarsi decentemente nelle faccende ordinarie della vita;
la quale sentenza per antichi e moderni esempii si chiarisce falsissima.
Lasciando delle altre parti d'Italia per favellare soltanto di quella
che ci è patria, i tre Villani, il Davanzati, il Sassetti, ed altri non
pochi mercadanti furono, il Buonarotti, il Vinci, il Vasari, il Lippi
pittori, scultori e tutto quanto piacque loro essere, imperciocchè a
volere mettere qui tutto quello che seppero fare cotesti ingegni divini
verrebbero manco il tempo e la lena. Il Dante si versò nelle bisogne
pubbliche; il Petrarca altresì, nè fu alieno il Boccaccio dai traffici e
dalle ambascerie. Ai tempi nostri vedemmo Roscoe, Lewis, Campbell,
comecchè tenessero banca o fondaco, dettare nobili prose e versi di
eletta gentilezza. Gualtiero Scott uomo di toga assunse l'arduo carico
di bilanciare con lo immenso piacere dei suoi scritti lo abisso della
noia diffusa sul genere umano dai barbari dettati degli autori forensi;
e bisogna confessare, che se non giunse a saldare il debito, poco resto
si lasciava indietro; nè il Byron stesso ebbe a schifo i guadagni, i
quali poi spendeva in beneficii degni del suo cuore, ch'egli ebbe pari
alla mente altissima: e questo, lui morto, anco i detrattori di leggieri
consentirono.
Sogliono comunemente predicare che le lettere, in ispecial modo la
poesia, non approdano, come quelle che tenendo a sè l'anima assorta la
rendono incapace a qualsivoglia altro esercizio, ed è errore. Chi tale
adopera, piuttostochè letterato insigne vuolsi estimare uomo imperfetto
o tocco da qualche infermità. Di ciò andate sicuri, che chi più sa, più
può, e lo fece vedere Talete milesio, il quale schernito dagli amici
perchè avesse mandato a male la sostanza domestica per attendere ai suoi
vaneggiamenti, raccolse con endica tempestiva gli olii della contrada,
che rivendè in tempo di diffalta presagita da lui in virtù delle scienze
fisiche nelle quali si versava; e così ridivenuto ricco d'inestimabile
tesoro, lo distribuì agli amici, tornandosene povero e sgombro di
fastidii a filosofare.