CAP. I.

Il caseificio domestico.

Andiamo a visitare un villaggio abitato da piccoli proprietari che

hanno qualche vacca da latte, ma non possedono la latteria sociale. Ivi

vedremo in funzione il caseificio domestico.

La cucina della famiglia è anche la cucina del caseificio. La caldaia

del formaggio è quella che serve anche per la polenta o pel bucato. I

minuscoli formaggi preparati si vedono sparsi dappertutto, in cucina,

in camera da letto, persino sotto il letto. Le bacinelle che contengono

il latte in affioramento sono vasi di ogni forma e composizione; si

vedono in cucina sopra una panca, o sopra una sedia ed anche per terra,

a disposizione dei bimbi, del fedele cane, del gatto di casa e dei suoi

amici.

Ci vogliono alcuni giorni per radunare tanto latte da poter fare una

lavorazione, cioè poter raccogliere una certa quantità di panna da far

burro e adoperare il latte spannato a fare formaggio magro. Ma intanto

il latte in riposo diventa acido e talora si rappiglia; la panna che

fornisce, sbattuta in quella zangola imperfetta che è la _zangola a

pistone_, dà un burro infelice, inzuppato di latticello che, messo a

friggere in padella, scoppietta maledettamente.

Il formaggio, tirato fuori alla meglio dalla caldaia, stenta a

stare insieme; bistrattato nella sua fabbricazione e poscia durante

la stagionatura, diventa trastullo dei topi quando non è preda di

vermi[2].

Chi si occupa della lavorazione del latte nel caseificio domestico è

di solito la massaia; le sue mansioni cominciano colla nutrizione delle

vacche e vanno sino alla vendita dei latticini.

La sua arte casearia è basata semplicemente sulla massima: «così faceva

mio padre». E del resto, sopraffatta dalle molte faccende domestiche,

non potrebbe fare di più e meglio.

Se quel burro che essa prepara vien messo in mercato, è

dispregiatissimo, perchè acido, non lavato, non spurgato, carico di

latticello. E quando si tratta di vendere la collezione dei formaggi,

il compratore osserva che non ve ne sono due di egual forma e di

egual cera, trova che l'uno è troppo piccolo, che l'altro è troppo

alto, che questo è tarlato, che quell'altro è marcio e che quasi tutti

sono deformi, guasti, o prossimi ad andare in malora. In conclusione,

bisogna venderli per un prezzo meschinissimo, altrimenti vanno a finire

sul letamaio.

Però molte famiglie non vendono i prodotti del loro caseificio

minuscolo e primitivo; dal latte quotidiano delle loro vacche

prelevano quello che serve pel consumo diretto della famiglia,

e col resto fanno burro e formaggio da consumarsi in casa, comunque

sia. Di conti non se ne fanno, e quando non bastano il burro ed il

formaggio prodotto in casa, si comperano fuori se vi sono i quattrini

per pagarli, altrimenti si risparmia di condire la polenta col burro e

col formaggio.

Mi pare d'aver detto abbastanza, per dimostrare che il caseificio

domestico è il caseificio esercitato alla spicciolata, senza

locali, senza attrezzi, senza arte; non ha carattere commerciale,

perchè dà prodotti scadenti, non basta ai bisogni della famiglia,

perchè trascurato e considerato come un ripiego anzichè un provento

dell'agricoltura. È un errore economico, perchè se si valutasse

il tempo che si spende a lavorare quei pochi litri di latte e si

ripartisse il valore sui meschini latticinii ottenuti si troverebbe che

questi non meritano tanta fatica e che quel tempo potrebbesi spendere

molto meglio.

Il piccolo proprietario non considera il caseificio domestico come una

parte della sua industria rurale, non ne vede il profitto in denaro e

quindi trascura il bestiame, il foraggio, la stalla. Non si studia di

trovare ed allevare vacche più lattifere di quelle che ha, le nutre

cogli scarti del suo campo, somministra loro un mangime che appena

sarebbe buono per lettiera, le manda a pascolare tra gli sterpi e sulle

rupi, fiaccandole con lunghi viaggi di andata-ritorno in montagna, poi

le relega in un bugigattolo buio e senza aerazione, che vorrebbe essere

una stalla; infine nessun stimolo sente ad aumentare la produzione dei

formaggi, nè il numero delle sue vacche.

Molti villaggi della zona alpina, dove appunto la proprietà è assai

suddivisa e le vacche da latte sono da tutti possedute, come strumenti

connessi alla piccola azienda rurale, avevano, prima dell'istituzione

della latteria sociale, tutti e tre i flagelli che percuotono le

popolazioni rurali, cioè la miseria, l'emigrazione, l'usura.

Essi avevano del latte e non lo sapevano sfruttare, avevano delle

vacche e le nutrivano male, avevano dei campi e dei pascoli e non

s'industriavano di trarne maggior foraggio per poter alimentare maggior

numero di bestie lattifere.

La latteria sociale aperse gli occhi a quei poveri agricoltori; fu

dessa che combattè e scacciò i tre flagelli sunnominati. Mentre prima

del suo impianto, gli abitanti compravano formaggio al di fuori, adesso

ne fabbricano più del bisogno locale e ne vendono invece; le persone

che prima pasticciavano il latte in casa, per fare poco burro e cattivo

formaggio, ora spendono meglio il loro tempo a governare il bestiame

e a coltivare il loro terreno. Il bestiame nel comune è aumentato di

numero e migliorato di qualità. In quanto al terreno, esso è ancora

quello di prima nell'estensione, ma il lavoro dell'uomo lo ha reso

più produttivo; dunque nello stesso spazio si nutre maggior quantità

di persone. Ed ecco il progresso agricolo, associato al progresso

economico ed igienico di una popolazione rurale.

Il caseificio domestico è stato dunque eliminato dalla cooperazione. E

così sia.

Auguriamoci che faccia la stessa fine anche laddove vive ancora.

Guida per la costituzione e per l'impianto di latterie sociali cooperative · 第 5 / 38 题