È quello del banchetto;
Beviamo, amici—e sia la gioia viva,
E sia vivo l’amore;
Beviam! Presto si muore,
Nè crescono le viti del Falerno
Lungo la tetra riva
Dei laghi dell’Averno.
Laggiù più il nostro labbro non si posa
Sulla bocca amorosa
D’una bella fanciulla.—
Amiam; ci aspetta dopo morte il nulla.—
Venere santa, a noi co’ tuoi sereni
Occhi, d’Olimpo vieni,
Perla voluttüosa e meraviglia
De la natal conchiglia;
Ove non entra lume
Di tua beltà, si discolora il mondo,
È selvaggio il costume,
E il tedio più profondo
Si spiega sovra un popolo che dorme.—
Ma dove appaion l’orme
Del tuo piede divino
Ànno vita le grazie, e l’armonia
Di tutte l’arti—orgoglio
Del popol latino.
Sorridi, o bionda Iddia,
Il genio mio prepara
Alla dolcezza del tuo culto un’ara
Sul fiero Campidoglio.
Sorridi, o bionda Iddia; di noi più degno
È il tuo feminëo regno,
Tu sei nostra speranza.—
Giove è omai troppo vecchio, e muti stanza.
(_Torna a sdraiarsi abbracciando Egloge_)
VINICIO
Delizïosi versi!
MENECRATE
Io do il mio voto
Per l’esilio di Giove.
EGLOGE
Io bevo al culto
Di Venere!
NERONE
Al tuo culto, o bella!
MENECRATE
Udite:
Un distico mi scappa dal bicchiere.
RUFO
Un qualche zoppo esametro.
EGLOGE
Chiudete
Le delicate orecchie, o dolci Muse!
MENECRATE (_alzando la sua tazza_)
I vizi e gli anni mi resero stracco;
Lascio Venere in pace e inneggio a Bacco!
RUFO
Viva Bacco!
MENECRATE
Scommetto che il buon Rufo
È un uom stracco.
NERONE
Prezïosa mirra
S’infonda nelle tazze spumeggianti
Di vino greco.
(_Le schiave recano vasi di mirra e li distribuiscono ai convitati_)
RUFO
Al Dio del vino il vino!
VINICIO
È il suo migliore incenso.
MENECRATE
Il vituperio
Sulla legge Licinia!
NERONE
Legge degna
D’una plebe mendica, e non dell’uomo
Ch’è signore del mondo.—Ognun ritenga
Come regalo mio la coppa d’oro
Che gli sfavilla innanzi.
MENECRATE
E questa io chiamo
Magnificenza imperïale.
VINICIO
Viva
il padre della patria!
NERONE
Dite meglio:
Viva l’artista!
RUFO
A te gli allori!
MENECRATE (_presentando la tazza vuota_)
Schiava,
A me vino!
EGLOGE
E tu sola, Atte, rimani
In quel silenzio disdegnoso?
ATTE (_sorridendo tristamente_)
Eppure
Parlai!
NERONE
Niuno t’intese.
ATTE
È rumorosa
Troppo quest’orgia.
MENECRATE
Troppo!
ATTE (_alzandosi_)
Ebbene, anch’io
Aggiungerò l’inverecondo grido
Ai vostri—anch’io son ebbra, e sento il sangue
Che s’infiamma...—A me il tirso e la corona
Di pàmpani...—Divenni una baccante.—
NERONE
Così mi piaci.
ATTE
Beviamo! L’allegra
Spensieratezza sia nostra compagna
Nella vita che fugge, e l’invocata
Venere ne circondi di sue grazie
E de’ suoi baci... Beviamo! La vita
Fugge.—Vedete quella saltatrice,
Già sospir delle plebi nel teatro,
Poi di Nerone?...—Essa è bella, raggiante
Di avvenire e di gioia... Un inno, o amica,
Un inno alla tua cara giovinezza!
Ahimè, declini mestamente il capo
Sul seno del diletto imperatore...
T’invito un’altra volta: un inno a’ tuoi
Anni!... Non puoi? Che!... t’ingannava adunque
La tua speranza?
(_Egloge piega il capo sul seno dell’imperatore_)
NERONE (_abbracciandola_)
Qual sospetto!... O mia
Egloge!
RUFO
Di mortale pallidezza
È coperto il suo volto.
MENECRATE (_osservando il posto lasciato vuoto da Atte_)
Il caso è strano,
Atte si dileguò.
NERONE (_con un grido_)
Si riconduca
A me d’innanzi o viva o morta... Udiste?
(_Alcuni schiavi escono_)
E tu rispondi, o amata mia fanciulla,
Cosa t’avvenne mai?
EGLOGE (_con voce sempre più debole_)
Sento un atroce
Dolore, e la favilla di mia vita
S’estingue...
NERONE
Olà, correte...
VINICIO
Un qualche aiuto...
MENECRATE (_dopo aver gittato uno sguardo su Egloge_)
È inutile.
NERONE
Che dici?
MENECRATE
Medic’arte
Nulla può contro quella di Locusta.
NERONE
Avvelenata!... Ciò non sia—non voglio
Ch’ella muoia.
EGLOGE
Ma questo vuole il fato
Che mi raggiunse.
VINICIO
Infelice!
EGLOGE
Io che tanto
Ò amato il sole non avrò più intorno
Che fredda oscurità... Povero sogno
Della fervida mente!... Ahi, la mia cara
Danza è finita!...
(_Egloge muore_)
NERONE (_dopo averla scossa inutilmente_)
Morta!... E ancor quell’Atte
Non è qui?—Troverò tormenti novi
Per lei che à spento la gioconda vita
Di questa giovinetta...—Ogni allegrezza
Esule vada dalla casa mia,
Divellete dai capi le corone,
Piangete tutti—io piango!
(_I convitati si strappano dalla fronte le corone_)
MENECRATE (_gittando la sua_)
Ed il convito
Può dirsi omai Neronïano.
(_Il cadavere della saltatrice è adagiato sopra uno dei letti del
triclinio_)
SCENA II.
_I precedenti personaggi_, FAONTE, EPAFRODITO
EPAFRODITO
Accorri,
O imperatore.
NERONE
E qual spavento è il vostro?
FAONTE
La plebe insorge contro te.
NERONE
La plebe!
MENECRATE
Ahi, razza ingrata!
NERONE (_a Faonte_)
Narra adunque...
FAONTE
Scorre
La ribellione per le vie di Roma;
L’ira ministra l’armi, rovesciate
Son le tue statue, e ognun dà lodi al nome
Di Galba.
NERONE
Maledetta sia per sempre
Questa notte!
(_Scompiglio.—Alcuni de’ convitati, i liberti e le schiave fuggono; i
vasi del convito cadono rovesciati_)
(_correndo verso Rufo_)
O mio buon Rufo, in pregio
Io tengo la tua fede, e in tal periglio
Non mi manchi...
RUFO
E che chiedi?
NERONE
Va—raduna
Il Senato.
RUFO
A quest’ora!
NERONE (_spingendolo fuori della scena_)
Puoi salvarmi,
E metti indugio?
(_Rufo esce_)
(_correndo verso Vinicio_)
E tu, Vinicio, irrompi
Contro i ribelli con le tue coorti,
Avranno l’oro che vorranno.—Intendi?
Usa l’ali del fulmine.
VINICIO
Nerone
E Roma mi conoscono.
(_esce_)
NERONE (_al buffone che sogghigna guardandolo_)
E tu ridi,
Menecrate?
MENECRATE
Sorrido degli eventi
Ciechi.
NERONE (_abbracciandolo con affetto pauroso_)
Ti prego, non lasciarmi solo.—
Ò bisogno di te.
MENECRATE (_scostandosi_)
Fragile scudo
È il petto d’un buffone.
NERONE
E che vuoi dirmi?
MENECRATE
Che la commedia nostra è terminata,
E in mezzo ai fischi; e omai convien ch’io cerchi,
Nerone mio, di recitarne un’altra
Che porti un nuovo titolo.
NERONE (_con un grido di rabbia_)
Le scale
Gemonie.
MENECRATE (_tranquillamente_)
E ciò può essere.—Frattanto
Permetterai ch’io pigli l’aurea tazza
Che m’ài donato.
(_Prende sul desco una coppa d’oro e fugge_)
NERONE (_scagliandogli dietro la sua tazza murrina_)
E piglia ancora questa,
O parassita infame.
SCENA III.
NERONE, EPAFRODITO, FAONTE
NERONE (_ai due liberti_)
Almeno voi
Non mi tradite!
EPAFRODITO
Giuro che il mio sangue
T’appartiene.
FAONTE
Ed il mio.
NERONE
Dunque volate,
Percotete le porte di coloro
(E sono tanti!) ch’io dalla miseria
Ò sollevato a splendide ricchezze:
Dite ch’armino i servi e i lor clienti,
Io qui li aspetto.
(_I liberti escono_)
SCENA IV.
NERONE
Eccomi solo.—Ahi, parmi
Questo silenzio pieno di spavento!
(_Passeggia a grandi passi la scena come uomo che non sa a qual
partito appigliarsi. Nel volgersi vede il cadavere di Egloge e le
s’avvicina.—Un lontano rumore di tempesta_)
Tu dormi intanto sopra il tuo guanciale,
O misera fanciulla—ed il tuo sonno
È lungo, tristo, senza visïoni.
Sonno fatal che non aspetta l’alba...—
(_Una lunga pausa_)
Eppur sei vaga ancora, e mi sorridi;
Brami, o diletta, ch’io pur teco dorma?
La tua bellezza m’affanna... Ch’io copra
Il tuo sorriso.
(_Gitta il manto sul cadavere_)
Ed io son solo!—Forse
Vinicio giunse in tempo, e la plebaglia
Ricacciò nei tuguri d’onde usciva
Di stragi desiosa e di novello
Imperatore.
(_Andando verso la finestra ed aprendola_)
Vediam.—Nella strada
Tutto tace, e soltanto la tempesta
Manda dal cielo lampi e rovinosa
Acqua sopra la terra...
(_Retrocedendo spaventato_)
O me perduto!
Le guardie pretoriane della casa
La lasciavan deserta... E se fra poco
La plebe irrompe qui?
(_Un tuono; ripetuti colpi di vento spengono le lampade_)
Ch’io mi nasconda!
E dove?... Muterò la triclinaria
Mia veste in quella sordida del reo,
E inginocchiato avanti i miei nemici
Implorerò misericordia... E cosa
È quest’imperio? Come bella donna
Di vil marito, omai l’imperio è merce
Che l’avarizia de’ soldati vende
A chi più paga. Mi lascin la vita,
La prefettura dell’Egitto o d’altra
Provincia, ed io saluto il fortunato
Mio successore Galba... Galba!—E ad esso
Vilmente cederò? Non mi rimane
Salvezza alcuna?—Se con un mio cenno
Io potessi di furto per le vie
Spargere tutte le feroci belve
Che stan chiuse nei circhi... Qual paura
Nella città!... Che penso? E alcun non torna!
Sì nova è dunque la sciagura mia
Che più non mi concede nè un amico
Nè un inimico?
SCENA V.
ATTE, NERONE
ATTE (_presentandosi dal fondo della scena_)
Io t’offro e l’uno e l’altro;
Scegli.
NERONE
E sei tu, perversa?
ATTE
Io.
NERONE
Nè paventi
Di me?
ATTE
Non ò tremato quando Roma
Paurosa ubbidiva al suo tiranno,
E mi pretendi abbietta ora che ognuno
Si leva e ti disprezza?
NERONE
Ebben, tu pure
Gitta la pietra tua contro il ferito
Leone—ma se son per gli altri inerme,
Ò ancor per te gli artigli, e vendicarmi
Saprò.
(_Avventandosi con ira sopra Atte_)
ATTE (_presentandosi fieramente innanzi a Nerone_)
Vediam se l’osi.—Ecco, t’arretri.
NERONE
Ò paura di te: sì, t’allontana,
Implacabile donna, a me congiunta
Da un avverso destino.—A goder vieni
Dell’infortunio mio?
ATTE
Vengo a salvarti.
NERONE
A salvarmi!
ATTE
Io ciò posso.
NERONE
Tu m’illudi,
Tu m’illudi, o maligna.
ATTE
Io dico il vero.
NERONE
Il vero!
ATTE
Ài tu coraggio?
NERONE
E ridonarmi
Potrai l’imperio?...—Dillo: ai piedi tuoi
Mi prostrerò.
ATTE
L’imperio è morto.
NERONE
E quale
Salute m’offri?
ATTE (_presentandogli una piccola ampolla_)
Questa.
NERONE
Che?... un veleno!
ATTE
Lo ricusi?
NERONE
Un veleno! E non è quello
Che adoperava il tuo perfido ingegno
Contro la poveretta che là giace
Senza vita?
ATTE
Nerone è diventato
Un uomo pio!—Rammento un’altra notte
Ed un altro convito. Andava in giro,
Come nel nostro, oscena contentezza:
duella degli ebbri. Un dolce giovinetto
Ti scherzava dappresso, e tu ridendo
A lui porgesti la tua tazza. Ei bevve
E spirò. Quell’ucciso si nomava
Brittannico.—La tazza racchiudea
Veleno: questo.
NERONE
Taci, o maledetta
Lingua! E che giova adesso di svegliarmi
Intorno l’ombre de’ sepolti?
ATTE
Il fato
Miserando degli altri almen ti sproni
A sfidare con grande animo il tuo.
La vita che menasti è vita piena
Di vizi e di delitti, e non v’è d’uopo
Di suggellarla con la brutta infamia
Del non saper morire—infamia estrema,
E non romana. Una sol volta pensa
Di qual patria sei figlio, ai suicidi
Eroici delle tue vittime, e in questa
Ora di prova innalzati per poco
Dalla bassezza tua.
NERONE
Che mi consigli?
ATTE
La virtù sola che ti resta: cadi
Romanamente.
NERONE
Toglimi dal guardo
Quella truce bevanda; mi dà noia
Il morire... Ò trent’anni, e m’innamora
La vita; quest’amor, se vuoi, lo chiama
Codardia, non m’offendo. Io non mi tengo
Scolaro degli stoici... Morire!
E perchè lo dovrei? Perduto tutto
Ancor non è... Perchè vieni a rubarmi
Ogni speranza?
ATTE
E in che più speri? Il regno
Del tristo è breve.—Se tu m’ascoltavi,
Avresti con l’esempio e con le leggi
Risuscitato alla grandezza antica
Questa Roma bastarda, effeminata,
Nell’ozio avvezza di sciupar la gloria
Che i padri le lasciarono pugnando
In tutti i campi che stan sotto il sole.
Ma tu di ciò nulla tentavi, ed ora
A chi ti volgi? forse a quel Senato
Che rendesti un ignobile consesso
D’adulatori e di vigliacchi, pronti
A mutare il signor come la toga?
Od ai patrizi di cui disertasti
Le famiglie più illustri, regalando
De’ loro averi le bugiarde spie?
Od al minuto popolo che rise
Di te, pugillatore nell’arena
E guidator di carri?—Ecco—raccogli
L’opra che seminasti.
NERONE
Eppure amai
Il popolo!
ATTE
E perchè sei solo, e niuno
Ti difende?
NERONE
Tel dico un’altra volta:
Allontanati, o donna. Più funesta
Di Galba e degli eserciti ribelli
M’è la tua compagnia.
ATTE (_allontanandosi_)
Li aspetta dunque,
Io ti lascio.
NERONE (_correndo a lei preso dal più grande spavento_)
Rimani.—Non ascolti
Giù nella strada un suon di minacciose
Grida?... Mi salva!
ATTE
Io non odo che il rombo
De la procella.
NERONE (_rasserenandosi_)
Ah!... m’ingannai.
ATTE
Fui dunque
Tanto infelice di riporre il mio
Affetto in uom così codardo? E nota
È a te la donna che dispregi?...—Io so
Quando, spezzato il fren d’ogni nequizia,
Mascherato ladrone andavi attorno
Per la città, nè coi minori ladri
Partir sdegnavi la mal tolta preda,
Io sola, non richiesta e non veduta,
Di guardie circondavo e di salvezza
Le tue fughe notturne, ed a me devi,
A me soltanto, se dalle congiure
Che accerchiano la casa dei tiranni
Alcuno non sorgea che ti togliesse
Prima d’ora dal mondo.—E allor che vide
La propria sorte nella tua fierezza
Agrippina infelice, e stranamente
Immaginò domar l’atroce belva
Che nutrì col suo latte, io m’interposi
A voi due, risparmiando atto più infame
Del matricidio che adempisti poi.
E qual mercede ài reso al grande affetto
Di questa donna? Con crudel studio
Le più tenere fibre del mio core
Dilanïasti tutte ad una ad una,
E dopo avermi fatto abbietto gioco
Delle tue mogli adducesti in Senato
D’uomini consolari il giuramento
A confermare ch’io non nacqui schiava
Ma da stirpe di regi, e ch’ero degna
Di sederti dappresso imperatrice.
Villano! E ciò ti parve ancora poco,
E raccolta dal trivio una venduta
E oscena saltatrice, anteponesti
Baci volgari alla provata, ardente
Onnipotenza dell’affetto mio!
Eppure quel tuo cinico disprezzo
Non colpiva soltanto, o smemorato,
il cuore d’un’amante, ed in quest’ora
Ch’àn preparata le tue colpe io sorgo
A te d’incontro, io madre d’un tuo figlio.—
M’è ignoto se gl’Iddii curan le cose
Mortali, ma so ben che la tua druda
È là senza la vita e che tu tremi
Avanti a me senza l’imperio.
NERONE
Dammi
Quel veleno... Alcun giunge... Ah, finalmente!...
SCENA VI.
EPAFRODITO, FAONTE, ATTE, NERONE
EPAFRODITO
Ogn’opera fu vana.
NERONE
E che?...
FAONTE
Gli amici
O restan sordi entro le lor case,
O imprecano al tuo nome.
NERONE
I rinnegati!
E Vinicio?
FAONTE
Con pochi pretoriani
A te fedeli un argine finora
Pose al furor del popolo, ma vinto
Dal numero cedeva... Ampia è la strage,
E vidi fra i caduti sanguinoso...
NERONE
Chi mai?
FAONTE
Babilio astrologo.
NERONE
Ed è morto?
FAONTE
M’è ignoto; qui volai senza curarmi
Di lui.
NERONE
Facesti male... Or si conviene
Ch’io fugga... È giunta l’ora mia.
FAONTE
La notte
E la tempesta aiuteran la nostra
Fuga... vieni.
NERONE (_fermandosi avanti il cadavere di Egloge_)
O beata nella tua
Miseria! O te beata! almen rimani
Nella casa di Cesare.
ATTE
Doveva
Cesare rimanervi.
FAONTE
Ogni momento
Cresce il nostro periglio.
NERONE
Precedete
Cauti... io vi sieguo.
(_Volgendosi e vedendo Atte che lo accompagna_)
E tu pure?
ATTE
Ancor t’amo,
Nè posso abbandonarti!
NERONE
E che mi resta
Più?...
(_Girando gli occhi vede la sua cetra sul desco_)
Che resta?—Faonte, la mia cetra!
(_Faonte piglia la cetra di Nerone. Tutti escono_)
FINE DELL’ATTO QUARTO
ATTO QUINTO
SCENA I.
_Una squallida stanza nel podere del liberto Faonte tra la via
Nomentana e la Salaria. Un letto da un lato della scena, e dall’altro
una rozza tavola._
_Entrano_ NERONE, ATTE, FAONTE, EPAFRODITO
NERONE
Ed è questo il ricovero che m’offri?
Faonte, la tua casa suburbana
È molto brutta.
FAONTE
Per brev’ora almeno
Qui potrai riposarti.
NERONE
E siam lontani
Dalla città?
FAONTE
La pietra che sta innanzi
Alla mia porta segna il quarto miglio
Della via consolare.
NERONE
Avrei creduto
Di aver percorso più lunga distanza.—
Che paurosa fuga! Ad ogni passo
Mi sorgeva d’innanzi un qualche novo
Periglio. Tel ricordi?—Sulla porta
Salaria impetuosa ala di vento
Fe’ svolazzare un lembo del sudario
Nel quale m’ascondeva: un pretoriano
Mi riconobbe e mi mandò un saluto...
Più lunge con orribile fragore
Un fulmin quasi mi strisciò la veste...
E quell’esangue corpo che, deforme
Per più ferite, con le braccia aperte
Traversava il sentiero!... O mio liberto,
La stanchezza mi vince, e orribil sete
Mi tormenta le fauci.
ATTE (_ad Epafrodito, accennandogli una tazza che sta sopra la tavola_)
Va, riempi
Quella tazza nell’acqua del fossato
Che fiancheggia la strada.
(_Epafrodito piglia la tazza ed esce_)
NERONE
E l’ora?
FAONTE
Nasce
L’alba.
NERONE
Se l’uomo nascesse e tramontasse
Per rinascere come fa il giorno,
Non sarebbe un gran danno il tramontare.
Ma l’astro umano, ahimè scende nel buio,
Ove non è confine!
EPAFRODITO (_rientra e presenta la tazza ad Atte_)
Ecco la tazza.
(_Atte porge la tazza a Nerone; egli se l’accosta avidamente alle
labbra, e poi la respinge_)
NERONE
Quest’acqua è fango; io non la bevo.
(_Una lunga pausa_)
Avete
Armi?
EPAFRODITO
Questo pugnale.
FAONTE
E questo.
NERONE (_dopo aver preso i due pugnali_)
Voglio
Sperimentarli.
(_Li tenta sul collo_)
Ahi! ahi!...
(_Deponendoli sulla tavola_)
Più tardi.—Sono
Due punte in fede mia molto più acute
Di quanto è necessario!—
(_a Faonte_)
Tu ritorna
Sulla strada di Roma, e se t’incontri
In qualche cittadino, ti dimostra
Pur mio nemico e apprendi quale sia
Lo stato delle cose.—Va, sii destro
E veloce.
(_Faonte esce_)
SCENA II.
NERONE, ATTE, EPAFRODITO
NERONE
Frattanto, Atte, potrei
Dare un po’ di quïete alle mie membra;
Ò sonno.
ATTE
Un letto è qui.
NERONE (_andando verso il letto ed osservandolo_)
Qui v’è un covile
Più buono per le bestie che per l’uomo,
Ma la necessità mi persuade
A non sdegnarlo.
ATTE
Vi distendo il mio
Manto.
(_Si toglie il manto e lo distende sul letto_)
NERONE (_adagiandosi sul letto come persona stanca_)
La bianca veste del convito
Avvolge il morituro... Egregio tema
Per un poeta! Epafrodito, in guardia
Rimani di quell’uscio e con l’orecchio
Scopri qualunque più lontan rumore
S’alzi per via.—
(_Epafrodito esce_)
(_Ad Atte_)
Tu recami quei due
Pugnali; amo sentirli sotto il capo
Che s’addormenta.
(_Atte prende i due pugnali e li dà a Nerone_)
NERONE (_declamando e scotendo la testa_)
«_L’uom giusto e tenace
Del proposito suo non lo sgomenta
Nè il fulmine di Giove
Nè di fiero tiranno
La faccia a lui vicina...
Se con estremo danno
Si rompe il mondo, costui non si move,
E impavido lo schiaccia la ruina_».
(_Sorridendo tristamente ed alzando di più la voce_)
Un gran buffone è quel poeta Orazio!
Vorrei vederlo qui, lui che a Filippi
Per ruggir meglio buttò via lo scudo!
E poi quei versi son proprio noiosi...
E la noia dà sonno...
(_S’addormenta_)
ATTE
E mai tu possa
Risvegliarti, o infelice!
(_Dopo una lunga pausa_)
Io non credeva
Che mi regnasse in cor così profonda
Virtù di affetto... Ahi l’indomata angoscia
M’astringe al pianto!—Finch’egli sul trono
Degli Augusti regnò vile e beato,
Come tutti gli oppressi anch’io sentia
il diritto d’odïarlo, ma lo vedo
Ora prostrato nella sua sventura,
Nè più ricordo i patimenti antichi
E i turpi oltraggi, e nel mio sen riarde
Il primo amore, il mio diletto amore,
Speranza della dolce giovinezza.
E inganno della vita.—Oh, ben feroci
Son questi Dei che chiedono gli altari
Al gener nostro, vittima di affetti
Da lor creati, per goder nel cielo
Dei mille inferni ch’ànno i petti umani!
(_Ritornando verso il letto ove dorme Nerone_)
Come agitato è il sonno suo!
EPAFRODITO (_rientrando pieno di sgomento_)
Deh, resta
Silenzïosa!
ATTE
E che avvenne?
EPAFRODITO
Scalpore
Di cavalli s’avanza per la via.
ATTE (_accorrendo verso l’uscio_)
È ver, l’odo—più cresce—è trapassato—
NERONE
Galba!...
ATTE
Si sveglia...
NERONE (_balzando spaventato dal letto_)
Galba è qui?...
ATTE
Nol vedi?
Qui non v’è alcuno.
NERONE
Ma colui ben stava
Dentro il mio sonno... Eppur non vo’ tristezza.
Tocca, o donna, le corde alla mia cetra,
Come solevi un tempo—io vo’ cantare,
Io, poeta maggior di quanti illustri
Ebbe il mondo latino... Ecco il teatro
Suona di plausi... Datemi corone,
E sian di rose; il lauro è pianta vecchia,
Nè dà più onore.
ATTE
È fuor di sè.
EPAFRODITO
Dagli occhi
Manda paura.
NERONE
Quanta folla! E dove
M’aggiro?—Mi s’accalcano d’intorno
Gl’importuni... Scostatevi... Littori,
Date loco al mio passo... È vano: i morti
Uccider non si ponno un’altra volta...
Sei tu, mia madre?—Non m’ascolta, sfibbia
Dalle mie spalle il manto imperïale,
Sorride—e fugge.—E tu, Cassio Longino,
Da me che chiedi? e come puoi guardarmi?
Nella vita eri cieco: e che? fa tali
Miracoli la tomba?—E tu qual nome
Avevi? la tua fronte è laureata,
Il volto ài scarno, e le nudate braccia
Verso di me agitando, lento, lento
Goccia il tuo sangue dalle rotte vene...
Ti ravviso, o cantor della Farsaglia,
E perchè mi sogghigni sulla faccia?
Credi che il tuo poema abbia vittoria
Sopra i miei versi?—Stolto! È ver, cantasti
Nel supremo momento di tua vita,
Ma che perdevi? la vita—ed io perdo
Vita ed imperio, e nondimeno canto.
Dunque il poeta e l’uomo è assai più forte
Di te. Sgombra, e non ridere!
ATTE (_circondandolo amorosamente con le sue braccia_)
Nerone,
Ài d’uopo di tua mente, in te ritorna.
NERONE (_fissandola senza riconoscerla_)
In me?... Perchè ridevi?
ATTE
Io?
NERONE
Sì, ridevi.
ATTE
Io piangeva.
NERONE (_riconoscendola_)
Piangevi!... E col tuo pianto
Vuoi forse anticiparmi il funerale?
EPAFRODITO
Ecco Faonte.
SCENA III.
FAONTE, EPAFRODITO, ATTE, NERONE
NERONE (_correndo verso il liberto_)
O amico mio, puoi darmi
O vita o morte: parla.
FAONTE
Oh, non avessi
La lingua!
ATTE
Ebbene?
FAONTE
Roma confermava
L’eletto imperatore.
NERONE
Ed il Senato?
FAONTE
Ti giudicò nemico della patria,
E rinnovò contro di te la legge
De’ nostri antichi.
NERONE
E qual pena è prescritta
Da questa legge?
ATTE
Non lo chieder...
NERONE (_a Faonte_)
Bada
Di non celarmi sillaba!
FAONTE
Prescrive
Che il reo s’appenda nudo e si percota
Fino alla morte con le verghe.
NERONE (_con un moto di ribrezzo_)
I nostri
Antichi erano barbari...—E quel Rufo
Io lo chiamava buono!... Ahi traditrice
Onestà della faccia!—E non son paghi
Se non mi vedon morto i furibondi!
E non potevan relegarmi in Grecia
Od in altra provincia? In ogni loco
Vi son teatri e circhi...—E voi che fate
Istupiditi intorno a me? Vi dico
Ch’io vivo turpemente e ch’ho bisogno
Di morire... Intendeste? preparatemi
Il rogo.
ATTE
Or sì posso ammirarti, e parli
Come conviene ad un romano. L’opra
Sia luminosa come la parola;
Sorridi altero, come fan gli eroi,
Al fato—e muori.
NERONE (_guardando Atte_)
Muori!—Ecco un consiglio
Che si dà facilmente, ma l’esempio
Avrebbe più efficacia...—E alcun di voi,
O vigliacchi, per darmi un po’ di core
Non sa ferire il suo?
ATTE (_corre a prendere uno de’ pugnali e se lo immerge nel petto_)
Mi guarda, e impara
Dunque...
NERONE
Che ài fatto?...
ATTE
Ripiglia il pugnale:
Posso dirti per prova, o mio Nerone,
Che non duole...
NERONE (_piglia il pugnale, e poi si curva sul corpo di Atte osservando
se fa ancora qualche movimento_)
È già spenta.—Ed è poi vero
Che la morte non duole?—Ad ogni modo
Sarà dolore breve.
(_Tocca ancora il cadavere e poi si rialza_)
EPAFRODITO (_venendo dall’uscio_)
A questa volta
Corrono legionari.
NERONE (_tendendo l’orecchio_)
Odo il galoppo
De’ lor cavalli.
FAONTE
A te provvedi: vuoi
Cader vivo in poter de’ tuoi nemici?
NERONE
Oh mai!...—Faonte, aiutami... non oso...
EPAFRODITO
I soldati s’appressano...
NERONE (s_i pone il pugnale alla gola e rimane incerto. Allora Faonte
afferra la mano di Nerone insieme all’elsa del pugnale e lo aiuta a
ferirsi_)
CHE GRANDE
ARTEFICE PERISCE!... ahi!...
SCENA ULTIMA
_I precedenti personaggi_, ICELO _centurione, Legionari_.
ICELO (_entrando rivolto ai soldati_)
Legionari,
Cercate in ogni loco...—Ma che veggo?
Non è quello Nerone?
FAONTE
Ei si feriva
Di propria mano.
ICELO (_correndo verso Nerone_)
Ch’io fermi il suo sangue...
NERONE (_tentando di alzarsi, e guardando il centurione con occhi
terribili_)
Tardi, soldato!... È questa la tua fede?
(_Ricade e muore_)
FINE DELL’ATTO QUINTO
NOTE STORICHE
ATTO I.
SCENA I.—_Pag._ 20.
Basta, buffone,
E vieni all’argomento.
Questo Menecrate è un personaggio storico, carissimo a Nerone, e
da esso regalato di ville e di poderi rubati ad uomini insigni nel
patriziato e che avevano meritato gli onori del trionfo (_Svetonio
nella Vita di Nerone_, cap. XXX). Nè era nuova ai costumi dei Romani
anche locati nelle più alte magistrature questa famigliarità con
pantomimi, commedianti, citaredi, ed altre persone di simil genere.
Silla il dittatore, che uomo politico e conduttore di eserciti valeva
assai più di mille Neroni messi insieme, si compiaceva sommamente d’una
tale compagnia (_Vedi Plutarco nella Vita di Silla_).
SCENA I.—_Pag._ 20.
Gli affari dell’imperio
Innanzi a tutto.
Quest’ironia era nel carattere di Nerone. Come accennai nella
Prefazione, egli non pensò mai all’imperio. _Augendi propagandique
imperii nec voluntate ulla neque spe motus unquam, etiam ex Britannia
deducere exercitum cogitavit, nec nisi, verecundia ne obtrectare
parentis gloriae videretur, destitit_ (SVET. XVIII). Ciò in risposta
a quelli che volevano ad ogni costo in Nerone l’imperatore e l’uomo
politico.
SCENA II.—_Pag._ 22.
Ieri nel circo atterrammo il più forte
Pugillatore della Gallia.