Insensato, il Dio che invochi

È il tuo peggior nemico.—Io vo’ parlarti,

Unir dovessi la parola estrema

All’estremo sospiro; e s’ascoltavi

Pur or codardamente le rampogne

Del primo ch’incontrasti nella via,

Ascolterai me pure.—E sei tu forse

Il successor dei Cesari?—Gli oppressi

Popoli di Germania, ancor non vinti,

Fasciano i corpi sanguinosi, e nuove

Nel fondo dei lor boschi impenetrati

Preparano battaglie: alla congiura

Tendon gli orecchi gli altri confinanti,

E l’odio stesso del romano nome

Unisce i Galli che ne son vicini

Ai remoti Brittanni.—A tanti esterni

Nemici dell’imperio aggiungi i tuoi

Eserciti, rissosi, malcontenti,

E questa plebe che ti sta d’intorno

Piena d’odio e di fame. E tu, Nerone,

Che fai? Come provvedi alla ruina

Che ti minaccia? Tu canti; e allorquando

È d’uopo di mostrarsi eroe sul campo

Ti piace meglio il plauso tributato

All’eroe della scena. Oh, per gli Dei

Tutelari di Roma e dell’imperio,

Vergognati, Nerone! Esci di questo

Ozio una volta, e non per prodigate

Vane magnificenze ma per grido

Di fatti generosi in te risorga

La maestà del popolo di Roma.

NERONE (_dando in uno scoppio di riso_)

La maestà di Roma! Io ne conosco

Una soltanto, e si dimostra al guardo

Dai teatri ch’ò alzato e dalle terme;

Solida maestà, tormento ai ferri

De’ barbari venturi.—In me pur troppo

Finisce il sangue della casa Giulia,

Ma non degenerai.—Taccio d’Augusto,

L’istrïone più abile che mai

Recitasse una parte imperïale

Sulla scena del mondo; a lui successe

Tiberio—un furbo che gittò sugli altri

I suoi delitti, e si nascose in Capri

Beffatore di Roma e de’ Quiriti.

Che dire di Caligola? Volea,

Endimïone novo, innamorare

La luna, e poi fe’ console un cavallo,

E il Senato approvò—forse credendo

Che in mezzo a tante bestie consolari

Stesse bene un quadrupede.—Mio zio

Claudio è un proverbio: istorico e filosofo,

Spinse la vista fra gli antichi Etruschi,

Ma non seppe gli affari di sua casa.

Lui vivo, la sua moglie si sposava

Ad un altro, e poichè l’ebbe ammazzata

Stupidamente l’aspettava a cena.—

(_Riempie un’altra tazza e beve_)

Ecco i miei quattro antecessori!

ATTE

L’ombra

Degli altri giovi al tuo splendore; puoi

Aver gloria immortale, e ti procuri

L’infamia?

NERONE

Ignori cosa sïano i morti?

Fantasmi ciechi e sordi.—È ver, nel vecchio

Mondo abitava la virtù; lo giurano

Gli storici, ma quel povero mondo,

Com’è destino delle vecchie cose,

Più non si trova, e il suo maggior campione

A Filippi si dolse amaramente

Di morir virtuoso.—In quanto a’ boschi

Impenetrati di Germania, abbiamo

Aquile da mandare a farvi il nido,

E punirem l’ingiuria onde fu reo

L’esercito di Gallia. La minuta

Plebe, lo so, soffre la fame e impreca,

Ma con vôte parole; essa nel core

M’ama perchè conosce che non sono

Io ch’ò bruciato i campi di Sicilia

E dell’Egitto; negherà gl’incensi

A Giove Pluvio.—Oh, ancora un altro nappo,

Ò sete.—

ATTE

Bevi—inebriati, fanciullo,—

E uguale al pazzo esulta della casa

Che ti crolla sul capo!—Vuoi vedere

L’imperio tuo? lo guarda ne’ frantumi

Di questa tazza.

(_Piglia dalle mani di Nerone la tazza e la getta per terra_)

Fate saturnali

Sopra tutta la terra, o genti schiave,

E alzate l’inno della gran vendetta.

La terribile via del Campidoglio,

Che i vostri re salivano in catene,

È divenuta via d’una taverna,

E la spada di Cesare cadeva

Di mano all’ubbriaco successore!

NERONE (_tentando di alzarsi e traballando_)

Dunque raccogli quella spada; al fianco

La cingerò domani, ora m’abbaglia

Il lampo suo.—Cacciato ò fuor di sella

La brutta cura, che il poeta Orazio

Fa galoppar compagna al cavaliero,

E mille fantasie tutte gioconde

Mi scherzano d’intorno. Atte, va, scegli

Le più candide rose, e d’odorata

Corona adorna le mie tempie; i fiori

Nascondono le rughe, e in questa notte

Qual mi chiamasti vo’ parer fanciullo

Ed un fanciullo pazzo e innamorato:

Spirante voluttà dai cari sguardi,

E stanca di sue danze, ella m’aspetta...

Egloge!...

ATTE

Di te, pubblico istrïone,

Degna è la saltatrice! I baci tuoi

Li raccogli dal fango.

NERONE

È così bella

Egloge...

ATTE

Bella!

NERONE

E tu, Atte, mi sei

In ogni giorno più odïosa.

ATTE

E ardisci

Di dirlo a me?

NERONE

Perchè stupirne? il vero

Emerge dalle spume del Falerno,

Come Venere un tempo uscì da quelle

Del mare... Ma non farne grave conto;

Benchè odïosa, eserciti dominio

Sulla mia volontà.—Tu ridi?—Ancora

Non ò potuto ucciderti!

ATTE (_andando con impeto d’ira verso Nerone_)

Malnato,

Ed ài fidanza che non sorga alcuno

Che possa uccider te?

NERONE (_retrocede spaventato_)

Quale maniera

D’argomentare è questa?... Ed io son solo,

Per Ercole! e potresti... Olà, soldati!...

È strano, mi si muove sotto i piedi

La terra... E niuno m’ode...—I pretoriani...

Menecrate!...

ATTE

Codardo!...

SCENA IX.

MENECRATE, ATTE, NERONE

MENECRATE (_entra e va verso Nerone_)

Ò provveduto.

Feci condurre una lettiga.

NERONE (_abbandonandosi su lui_)

O dolce

Menecrate, sostieni col tuo braccio

L’imperatore... Uccider me!... chi mai

L’oserebbe?

MENECRATE (_sostenendolo_)

Fu sempre un’ardua cosa

L’andar diritto e solo quando s’esce

D’una taverna.

ATTE

E l’àn chiamato un Dio!

MENECRATE (_con un sogghigno, volgendosi ad Atte_)

In altri tempi... adesso è men che un uomo.—

(_Escono dalla taverna_)

FINE DELL’ATTO SECONDO

[Illustration]

ATTO TERZO

SCENA I.

_Un’altra sala della casa imperiale, statue ed abbozzi di statue. Da un

lato della scena una figura in marmo rappresentante Egloge._

ATTE

È questo il tempio ove prodigi d’arte

Meravigliosa spirano dal marmo

Attica grazia, e qui l’imperïale

Pugillator, deposta ogni fierezza,

Si tramuta in artefice. Beffarda

Natura di costui!—La mente à greca,

Romano il core.—Eppure egli una volta

Pianse nel sottoscrivere il decreto

Che puniva di morte un cittadino,

E parve inconsolato, e la scïenza

Esecrò delle lettere!—Nerone

Piangeva, ed ora?—Oh quanto è mai nefanda

La mia fortuna! Io sento che disprezzo

Questo tiranno, e nondimeno l’amo

D’amor che m’impaura, e a lui son tratta

Da ineluttabil fato.—

(_Fermandosi avanti la statua di Egloge_)

Ecco, egli stesso

Scolpì l’effigie della saltatrice,

Ed a schernirmi le lasciò negli occhi

Quel continuo suo riso!—Non fidarti

Della tua sorte allegra. Ò conosciuto

Le spose di Nerone; erano belle

Più assai di te, di te più assai superbe,

O mercenaria druda d’una notte,

Nè avrian sofferto di mandarmi un guardo

Dal talamo divino... Ove son esse?

SCENA II.

ATTE, MENECRATE

MENECRATE (_avanzandosi dopo aver udite le ultime parole di Atte_)

Ov’eran prima che fossero nate;

Nel nulla.

ATTE

M’ascoltavi?

MENECRATE

Contro il mio

Desiderio;—ò le orecchie.

ATTE

Non averle

In casa di Nerone.

MENECRATE

In questa casa

Non ò memoria; è ugual virtù.

ATTE

Sei tutto

Malvagio.

MENECRATE (_ridendo_)

Non ti credo.

ATTE

Io credo a’ tuoi

Costumi.

MENECRATE

A ognuno i suoi;—tu lo contristi,

Io faccio rider Cesare.

ATTE

Chi ride

Non pensa.

MENECRATE

E a che pensare? Oggi siam vivi:

La dimane è del fato.

ATTE

E questo incerto

Fato non temi? Uscito dalla turba

Degli istrioni, te protesse il genio

Cattivo di Nerone, e, accovacciato

Presso il suo trono, adoperi la lingua

Come adopera il carnefice la scure;

Ogni motto è un’accusa, ogni tuo riso

Un vitupero alla virtù. Dall’empia

Arte che speri? Più di te possente

Era Seiano...

MENECRATE

E perdè la sua testa.—

Il fatto è vecchio e noto, ed io non pongo

Grandissima fiducia sulla mia.

ATTE

Nè su quella degli altri.

MENECRATE

È conseguenza

Legittima. Frattanto non mi credo

Nè ottimo nè tristo; io sono quale

Mi fabbricò natura, e in mezzo ai flutti

Di nostra vita navigo là dove

Mi sospinge il destino. In ciò mi vanto

Filosofo più assai di quel maestro

Che si chiamava Seneca. Che giova

Scrivere libri? Ogn’uomo è un libro vivo;

Apri le oscure pagine del core,

Se ti riesce, e leggi.—Io non mi perdo

In tal fatica, e penso che il delitto

E la virtù non siano altro che nomi

Che spesso il primo presta alla seconda

E viceversa, come vuole il tempo

E la gente mutata. Io son buffone;

E che perciò? La vita è un gioco alterno

Di lacrime e di riso e, dove questo

Abbondi, vi subentra il manigoldo

Per temperarlo. Le molte province

Di questo imperio pagano tributi

D’oro e di sangue... Ebbene? Roma à ventre

Per consumarli tutti in un banchetto.

ATTE

A che venisti qui?...

MENECRATE

Precedo il divo

Imperatore.—Nella scorsa notte

L’arte dell’ubbriaco, ed oggi quella

Dello scultore!

ATTE

Ed ami il tuo padrone?

MENECRATE

Se dona molto, l’amo molto, e ieri

M’à rubato una villa.—

ATTE

Oh, poco scaltro

Nerone!

MENECRATE

Ebbe un capriccio.

ATTE

Ed il tuo cuore

Se n’adontava.

MENECRATE (_accennandole la statua d’Egloge_)

Come il tuo s’adonta

Innanzi a quel capriccio effigïato

Nel marmo e che ti guarda coi maligni

Occhi d’una fanciulla.

ATTE

E che mai pensi,

Buffone?

MENECRATE

Ò già pensato;—adesso svelo

I miei pensieri.—Atte, m’è noto: sei

Gelosa di Nerone, ed è gran pena

L’esser gelosa del signor del mondo!

Non farmi il viso arcigno, ed alla mia

Colpa perdona.

ATTE

Alla tua colpa?

MENECRATE

Senza

Volerlo, afflissi di crudel ferita

L’ambizione ed il tuo cuor di donna.

L’imperatore ed io stavam seduti

Nel teatro ch’à nome da Pompeo;

Sopra il volto di Cesare calava

Densissima la noia, e per cacciarla,

Gl’insegnai quella greca giovinetta

Che danzava levissima com’aria,

Dolce come una grazia.

ATTE

Ed adempivi

Il tuo mestiere.

MENECRATE

Ciò credo; Nerone

Si rallegrò.

ATTE

Malvagio! tu pretendi

Dall’abbiettezza della tua natura

A me scagliare il fango ove t’avvolgi,

E non t’avvedi che non t’è concesso

Neppure d’insultarmi! La tua casa

È la più sozza di quelle taverne

Ch’offendon la Suburra, tue compagne

Son le matrone ch’educò la scola

Di Messalina, tuoi seguaci i vili

Che più non ànno patria nè pudore.

Ritorna in quel tuo mondo, e colà regna

Con l’esosa tua maschera di carne

Che usurpa il loco d’una faccia umana,

Ma qui ti crolla sotto i piè la terra:

L’imperiale porpora nasconde

Invano l’istrione, e molti in Roma

Sanno l’opere tue.

MENECRATE

Corta, a dir vero,

Ma eloquente filippica!

ATTE

E tu trova

Modo, se ti riesce, di forarmi

Con uno spillo la bugiarda lingua.—

(_gitta sul buffone uno sguardo di disprezzo, ed esce_)

SCENA III.

MENECRATE

E lo spillo dovrebbe essere acuto

Come la lingua sua! Chi può trovarlo?—

Frattanto vien di Spagna un brutto tempo

Che minaccia tempesta, e sarà bene

Ch’io cerchi un loco dove ricovrarmi

Finchè trapassi.—A Cesare salute!

SCENA IV.

MENECRATE, NERONE

NERONE

Già qui, mio buon Menecrate?... Fu grande

Ventura ch’io sfuggissi alle querele

D’Atte gelosa; quella donna è l’ombra

Del corpo mio.

MENECRATE

Difficile non parmi

Di sfuggire a quell’ombra.

NERONE

E come?...

MENECRATE

Come?

E mel chiedi! Rendendola da vero

Un’ombra.

NERONE (_battendo sulla spalla del buffone_)

Buon Menecrate, tu parli

Com’uomo saggio, ed ò creduto sempre

Che sapïenza somma è nel cervello

De’ pazzi. Darò mente al tuo consiglio.

Adesso parliam d’altro.—

(_Conducendolo avanti la statua d’Egloge_)

Che ti sembra

Di quest’opera mia?

MENECRATE

Per Giove! è degna

Di Fidia o di Prassitele.

NERONE

Adulato

M’avresti meglio in dirmi a dirittura

Ch’è degna di Nerone.

MENECRATE

Ahi, son pur troppo

Un fiacco adulatore!

NERONE

E quanto pensi

Che pagar la potrebbe un qualche ricco

Patrizio?

MENECRATE

Pesa il marmo.

NERONE

E poi?

MENECRATE

Ripesa

Tant’oro.

NERONE (_ridendo_)

Il prezzo è buono.—Ahimè, l’artista

È caduto in miseria!

MENECRATE

Non mi spiace

Il tuo mercato; tu rivendi in marmo

Ciò che comprasti in carne.

NERONE

Eppur scommetto

Di non francarmi della prima spesa.—

Ed il Patrizio?

MENECRATE

L’ò trovato: il nostro

Buon Rufo; è molto ricco, ed ama molto

La testa benchè sia calva.

NERONE

Confido

Nel compratore.

MENECRATE

Intanto udir potresti

L’astrologo.

NERONE

Babilio!

MENECRATE

Egli t’aspetta.

È il giorno suo.

NERONE

M’annoia.

MENECRATE

À consumato

La notte nello studio delle stelle,

E per tuo conto.

NERONE

Che s’inoltri adunque,

E ad un solo patto.

MENECRATE

E quale?

NERONE

Vo’ accertarmi

Se veramente dalle stelle piove

La luce del futuro.—Ad un mio cenno

L’astrologo conduci innanzi a quella

Fenestra, indi abbracciatolo, lo innalza

E giù lo scaraventa.—Che ti pare?

MENECRATE

Scherzo degno di te.—Compiango l’ossa

Di Babilio.—

(_Va verso il fondo della scena_)

SCENA V.

BABILIO, MENECRATE, NERONE

BABILIO (entrando)

Gl’Iddii siano propizi

A Cesare!

NERONE

Propizie ò le coorti

De’ pretoriani, e bastano.

BABILIO

T’inganni;

Che ponno armi terrene incontro al fato?

Presagi infausti reco a te.

NERONE

Mi svela

Questi presagi.

BABILIO

L’orrida cometa

Che ci splende sul capo, e apportò fame

Nella città, la stessa è che spargeva

Gl’influssi maledetti su la terra

Quando un ferro assassino il dì supremo

Prescrisse al divo Giulio.

MENECRATE

Ed è la stessa!

Come saperlo?

BABILIO (_volgendosi a Menecrate_)

Stolto, al tuo profano

Sguardo ogni luce è notte; io sono avvezzo

A leggere negli astri.

MENECRATE

Un sapïente

Di Grecia anch’egli come in libro aperto

Leggea nel firmamento. Ahi, nel guardare

Troppo lassù, dimenticò la terra,

E ruinava entro una fossa.

NERONE

Aspetto

Il secondo presagio.

BABILIO

È più tremendo.

La pianta ruminale venerata

Fin dall’età di Romolo, prodigio

Ognora verde, e simbolo di questo

Latino imperio, s’intristisce, e mostra

D’inaridirsi.

MENECRATE

Convocar fa d’uopo

Il collegio degli Auguri.

NERONE

Per Giove

Capitolino, cotesta faccenda

Del fico ruminale m’impaura.

Un’aurëa età per certo assai migliore

Di quella de’ poeti era sul Tebro

Quando l’arbore sacra fu piantata!

Allor le lupe uscivano dai boschi

Mansuete, correndo a far da balie

Agli esposti bambini.

MENECRATE

E un’altra volta

Con quell’età tornasser quelle lupe!

N’avrebbero suprema contentezza

Molte nostre matrone!

NERONE

Or di’, Babilio,

Dunque io sono spacciato?

BABILIO

Del dimani

Paventa; il tempo è burrascoso.

NERONE (_conducendo Babilio verso la finestra_)

Eppure

Nella sua maestà risplende il sole,

E torna primavera. La campagna

Ovunque esulta, ed è piacevol cosa

Spinger lo sguardo fino ai colli d’Alba

Da questo mio palagio.—Meco vieni,

E innanzi a quella scena di splendori

Rallegrati per poco, o tenebroso

Veggente di sventure.

MENECRATE (_abbracciando Babilio_)

E non ti pare

Ammirabil veduta?

BABILIO (_spaventandosi_)

È la promessa

Di donna menzognera; il suo sorriso

Non corrisponde al core.

MENECRATE

Ed il tuo core

Che ti promette in tal momento?

BABILIO (_con un grido_)

I Dei

Mi salvino!

NERONE

Che dici?

BABILIO

Io son nel punto

Peggiore di mia vita; le sue mani

Stende su me la Parca.

MENECRATE

O mio Babilio,

Io non sono una Parca.

BABILIO

E cosa importa?

Senza pena alla terra io do le vecchie

Mie membra... Ma per te tremo, Nerone!

NERONE

Per me?...

BABILIO

Per te, cui ride ancor la bella

Giovinezza. Ma il turbin senza legge

La verde pianta abbatte e il vecchio tronco,

E il tuo destino si congiunge al mio.

NERONE (_al buffone che à già sollevato l’astrologo_)

Menecrate!... E tu spiegati.

BABILIO (_con voce solenne_)

Morrai

Trascorsa un’ora ch’io sarò spirato.—

NERONE (_baciando con gran tenerezza Babilio_)

Abbracciami, Babilio! Io te lo giuro

Per gl’Iddii tutti quanti, ò amato sempre

Più la tua vita che la mia, sebbene

Nol dimostrassi.—Però darti prova

In avvenir saprò di questo affetto,

E disponi di me, di mia potenza,

Come t’aggrada meglio.

BABILIO

Il sapïente

Sprezza il poter che viene dalla terra.

Nulla io ti chiesi.

NERONE

Ed io ti dono tutto,

E vo’ che tuo malgrado abbi gran cura

Di tua salute.—Menecrate, almeno

Una centuria de’ miei pretoriani

A guardia vegli della sua persona.

BABILIO

Mi metti dunque in carcere?

NERONE

Ti spiace

Restare in casa mia?

BABILIO

Carcere anch’essa.

Ma di ciò rido—ò libero il pensiero.—

Cesare, ti saluto.

NERONE (_a Menecrate_)

Va, lo segui.

MENECRATE (_a Nerone_)

Della sua furberìa solo è maggiore

La tua paura.

(_L’astrologo ed il buffone escono_)

SCENA VI.

NERONE, _poi_ EGLOGE

NERONE

La paura?... È meglio

Di securarsi.—E chi lo sa? può forse

Correr da vero tra le stelle e noi

Qualche corrispondenza... Nel creato

Uomini e stelle son misteri.—

(_Fermandosi avanti la statua d’Egloge e contemplandola_)

Eppure

Cotesta mia scoltura non rivela

La mano d’un artefice possente,

E convien che la emendi.—Ecco, negli occhi

Mancano il lampo e la malizia.—

(_dando un colpo collo scarpello sopra la statua_)

Sorda

Materia, io vo’ che sotto il mio scarpello

Abbi palpiti e sangue.

EGLOGE (_avvicinandosi a Nerone_)

Il marmo è sempre

Freddo, o Nerone.

NERONE

Ed il tuo bacio è foco.

Ài ben detto, fanciulla—e scaglio a terra

Questo ferro che crea labbra di marmo

Che non dànno i tuoi baci.

(_gitta lo scarpello_)

Oh, sei pur vaga,

O tenerezza mia!

EGLOGE

Ti sembro forse

Più vezzosa di ieri?

NERONE

E contemplarti

Una volta potrò senza ch’io trovi

In quel tuo volto una bellezza nova?

EGLOGE

Vuoi che mova una danza?—Oggi son lieta

Più dell’usato, e nel mio cor sorride

Il tempo degli amori e delle rose.

NERONE

Metti, o fanciulla, per quest’oggi in calma

La tua febbre d’assiduo movimento,

E siedi accanto a Cesare.

EGLOGE (_circondando con le sue braccia il collo di Nerone_)

M’accordi

Una grazia?

NERONE (_sorridendo_)

E che chiedi? una provincia?

Od ameresti omai ch’io t’innalzassi

Al consolato? Per tutto l’Olimpo,

Ecco una bella idea! La consolare

Lista conta da Bruto fino a noi

Qualch’eroe, molti sciocchi, ed un cavallo:

Mettiamoci una donna.

EGLOGE

Io non mi curo

Di governar province.

NERONE

Ài miglior fato;

Tu governi Nerone.

EGLOGE

Mi donasti

Molte schiave; son belle e giovinette...

NERONE

Ebbene?

EGLOGE

È mio pensiero vendicarle

In libertà; la frase è della legge.

T’incresce?

NERONE

Ciò che dono è tuo; consento

Che tu sperda i miei doni.

EGLOGE

Io non li sperdo;

E dando a libertà quelle innocenti

Fanciulle adoprerò meglio i tuoi doni

Che se le conservassi incatenate

Alla superbia d’un mio cenno.—A prova

La servitù conosco e i suoi dolori,

Ed amo che davanti agli occhi miei

Tutto libero scorra, ed abbia vita

In questa infinità che il sol riempie

D’una ebbrezza di luce.—Io l’ombra abborro

E la catena.—Or dianzi me n’andava

In compagnia del gaio mio pensiero

Per i vïali de la ricca villa

Che circonda di statue e di profumi

Questa tua casa d’oro; era una festa

Nell’aria, e fin dall’ultimo orizzonte

Scintillava nei campi il nato Aprile.

Solo m’addolorò che dentro anguste

Siepi di ferro salutasser tanta

Giocondità di splendida natura

Carcerati augelletti: erano belli

Di penne, di vivezza, e d’armonie,

E lor dischiusi la crudel prigione

Acciò lieti sciogliessero pel cielo

Liberi voli e liberi concenti.

NERONE

Spensierata fanciulla, gli augelletti

Che liberasti torneranno schiavi,

Se non cadranno uccisi; il fato è questo

Di tutta la natura.—Nondimeno

Opra a tuo senno, e le dilette ancelle

Diventino liberte.

EGLOGE

Ecco il più grato

Di tutti i doni tuoi.

NERONE

Non curi adunque

La collana di gemme prezïose

Che ieri ti mandai?

EGLOGE

Non vedi? splende

Sovra il mio petto.

NERONE (toccando la collana)

Crudeltà dei casi!

Quella collana fu cara una volta

A mia moglie Poppea.

EGLOGE

Misera moglie!

La trucidasti.

NERONE

Ma l’amai.

EGLOGE (_togliendosi con dispetto la collana e gittandola a terra_)

Non voglio

Quest’ornamento della morta.

NERONE

E credi

Ch’ella dall’Orco la sua mano stenda

A ripigliarlo?

EGLOGE

M’è di tristo augurio.

NERONE

Lo caccia adunque, e danza.

EGLOGE

Ài conturbato

Con quel ricordo l’allegrezza mia.—

Oggi non danzo più.

NERONE

Le cose morte

Non tocchino lo spirito che avviva

L’età d’una fanciulla; auspici lieti

Ti dà l’affetto mio.

EGLOGE

Cotesto affetto

L’ebbero molte donne.

NERONE

E niuna seppe

Meritarlo.—Su via, con quei divini

Occhi sorridi, e inspirami la dolce

Vertigine di amore.

(_Avvicinandosi a lei_)

Ài fatto bene

A spogliar d’ogni gemma il dilicato

Tuo collo,—vi riman più spazio ai baci.

E poter dire che, se n’ò talento,

Un cenno mio basta troncarlo!

EGLOGE (_sfuggendo da Nerone_)

Brutto

Pensiero!

NERONE

Non temerlo.

EGLOGE (_allontanandosi sempre più_)

È freddo quanto

Il taglio d’una scure.

NERONE

Ò dato un segno

D’onnipotenza.—Debbo al tuo cospetto

Rammentarmi che sono il regnatore

Delle province, io che dai sguardi pendo

Di debole fanciulla, io che a tua voglia

Opero e penso, e rinnovello Alcide

Che regge la conocchia alla sua donna

Tra i forti vizi ed i sprezzati affetti

Di nostra stoica età. Quando ciò volgo

Nel mio cervello, il prepotente amore

Che mi soggioga si tramuta in ira,

E poichè non m’è dato liberarmi

Dai lacci suoi, vorrei con le mie mani

Cercar nelle tue viscere qual sia

La vera causa del poter tiranno

Ch’esercita su me la tua bellezza

EGLOGE

Or ti conosco... O me infelice!... Aveva

Atte ragione.

NERONE

E che ti disse?

EGLOGE

Nulla.

NERONE

Io vo’ saperlo.

EGLOGE

Non toccarmi!

NERONE

Sei

Ancor più vaga in questo tuo spavento.

Ma non temer più oltre,—il regnatore

Delle province sparve, e non rimane

Che l’uomo che t’adora.

EGLOGE

E se ritorna

L’imperatore?

NERONE

Il lampo del tuo sguardo

Lo vincerà.—Chi giunge?

EGLOGE

Atte!...

SCENA VII.

EGLOGE, NERONE, ATTE, _poi_ CLUVIO, RUFO _e_ VINICIO

ATTE

Il prefetto

Del pretorio ed il prence del Senato

Chiedono di parlarti.

NERONE

Gl’importuni!—

Entrino.

RUFO _(entrando)_

Salve, Augusto!

VINICIO

Salve!

NERONE

Ebbene,

Buon Rufo?

RUFO

Dalla Gallia e dalla Spagna

Pervennero al Senato queste due

Lettere; vuoi tu leggerle?

NERONE

A suo tempo

Le leggerò—per ora le deponi

Colà—E tu che chiedi?

VINICIO

Le coorti

Raccolte dentro il campo pretoriano

Alzan tumulto.

NERONE

E perchè?

VINICIO

Da più mesi

Non ànno soldo, e lo vogliono.

NERONE

Attendi,

Or ti darò risposta.—

(_Conduce Rufo avanti la statua d’Egloge_)

O mio buon Rufo,

Io pensai che saresti il compratore

Di questa statua, opera mia.—T’annunzio

Che vale assai.

(_Senza attendere risposta pianta Rufo meravigliato, e va verso il

Prefetto del Pretorio_)

Vinicio, il nostro amico

Darà monete per i tuoi soldati:

Promettendone molte, intanto spargi

Quelle che avrai.

(_lascia Vinicio_)

Dopo ciò debbo dirvi

Che questa non è l’aula imperïale,

Ma l’officina d’un artista.—Andate.

(_Rufo e Vinicio escono_)

SCENA VIII.

EGLOGE, ATTE, NERONE

ATTE (_rimasta silenziosa, s’avanza verso Nerone_)

Fanciullo!

NERONE (_volgendosi_)

Ancor stai qui?

ATTE

Leggerò io

Quelle lettere.

NERONE

Leggi se ti piace.

ATTE (_dopo averne letto una_)

Giulio Vindice è morto.

NERONE

Me ne duole:

S’egli tornava in Roma, avrebbe inteso

Una più egregia morte.—E poi?

ATTE (_dopo aver letto l’altra_)

Fanciullo,

Ti risveglia: l’esercito di Spagna

À salutato Galba imperatore!

(_Gitta la lettera ed esce_)

NERONE

Che dicesti?... Ella sparve...—E sarà vero?

(_Va per raccogliere la seconda lettera_)

Imperatore Galba!... E cosa importa

Di tutto questo?—

(_Corre verso Egloge e s’abbandona fra le sue braccia_)

Amiamoci, o mia bella,

Finchè le nostre vene abbrucia il sangue

Di giovinezza.—Galba è ancor lontano!

FINE DELL’ATTO TERZO

ATTO QUARTO

_Il triclinio imperiale—Da un lato della scena una grande apertura

chiusa da vetri speculari—Ricche lampade pendono dalla vôlta—Luce e

profumi in ogni parte.—È notte_—NERONE, ATTE, VINICIO _Prefetto del

pretorio_, EGLOGE, CLUVIO RUFO, MENECRATE _stanno sdraiati sui letti

coperti di porpora che circondano il desco sul quale risplendono vasi

d’oro e d’argento. I convitati indossano la bianca veste del convito

ed ànno la fronte coronata di rose—Schiave anch’esse coronate di

fiori, recano le vivande. Suono di flauti e di cetre—Orgia._

SCENA I.

VINICIO

Viva Nerone!

MENECRATE

Il Dio nostro!

NERONE

Spargete

Balsami e vino sopra il pavimento.—

All’ebbrezza consacro questa notte

Ed alla voluttà!

(_Al cenno di Nerone alcune schiave recano vasi di vino e di balsamo e

li spargono sul pavimento_)

RUFO

Inni all’ebbrezza!

EGLOGE

Inni alla voluttà!

NERONE

Portate in giro

La mia tazza _murrina_, e ognuno beva

Alla salute d’Egloge.

MENECRATE

Sia fatta

Regina del convito.

VINICIO

È facilmente

Regina ovunque la bellezza.

NERONE (_alzandosi_)

L’estro

Concitato scintilla poesia:

Io sciolgo un inno epicureo.

MENECRATE

Frenate

Le vostre lingue.

VINICIO

Canta il vincitore

Di Catullo.

RUFO

Ascoltiamo il gran poeta.

NERONE (_con tuono di voce e con la esaltazione dell’improvvisatore_)

Nerone: commedia in cinque atti ed in versi, con prologo e note storiche · 第 2 / 4 段