Comodo imperatore combatteva nel circo contro i gladiatori armati d’una

spada di legno, mentre egli ne imbrandiva una vera ed acutissima;

Nerone per contrario pigliava la cosa sul serio e, nelle lotte

principalmente, il giuoco suo favorito, obbediva scrupolosamente a

tutte le regole ch’erano in uso. _In certando vero ita legi obediebat

ut, numquam excreare ausus, sudorem quoque frontis brachio detergeret_

(SVET. XXIV).

SCENA II.—_Pag._ 25.

...Ed io son troppo

Benefico.

_Divitiarum et pecuniae fructum non alium putabat quam profusionem:

sordidos ac deparcos esse quibus ratio impensarum constaret_ (SVET.

XXX).

SCENA II.—_Pag._ 27.

...Uno ad esempio

Nominerò: Cassio Longino.

L’uccisione di questo insigne giureconsulto è storica, ed il crimine

di lesa maestà che gli fu apposto è quello di avere conservato nella

propria casa la statua di Cassio, suo antenato ed uno dei feritori di

Giulio Cesare (SVET. XXXVII).

SCENA II.—_Pag._ 30.

...Romana

È per noi quanta gente abita il mondo.

E tale fu il concetto di Cesare dittatore. Aprire la cittadinanza

romana al mondo. I figli di quella plebe che s’era ritirata

sdegnosamente sul monte sacro erano ridotti a scarso numero, decimati

dalle guerre esterne e civili, e già sotto Nerone s’incontrano rari i

nomi appartenenti alle illustri famiglie repubblicane. Grande fu da

principio lo stupore quando per decreto di Cesare si videro entrare e

sedere nel Senato alcuni Galli avvolti nella toga romana; ma ben presto

lo stupore si mutò in abitudine, e Roma divenne la sede d’un popolo

nuovo formato dai vagabondi di tutte le nazioni che v’accorrevano

ad esercitarvi il loro mestiere di cittadini; mestiere facile e che

si contentava d’un pugno di farina in ogni giorno e dei giochi del

circo. Questa fu la politica costante degli imperatori, e se vogliamo

dare alle parole il significato vero che ànno, Roma si mostrò ben più

CATTOLICA, regnando Giove ottimo massimo, che sotto i successori di san

Pietro.

SCENA II.—_Pag._ 33.

Anzi mi sembra che sarebbe giusto

Dal nome mio chiamare non l’Aprile

Ma Roma.

Questa vanagloria di Nerone è attestata dal suo biografo (SVET. LV),

e lo splendore degli edifizi inalzati sotto il suo imperio, se non la

scusa, almeno la spiega.

SCENA II.—_Pag._ 34.

Oggi darò spettacolo, cantando

Nel pubblico teatro.

E questa era la occupazione sua prediletta, sebbene avesse una piccola

e stridula voce, costringendo amici e nemici ad ascoltarlo per più

ore continue. Supplizio nuovo, poichè a niuno era lecito uscire di

teatro mentr’egli cantava. Alcune donne vi partorirono, altri si

finsero malati ed anche morti per essere trasportati via. Cantò in

Grecia, in Napoli, in Roma. Il _Repertorio_ dell’imperiale cantore ci

è stato conservato da Svetonio (cap. XXI); era composto dell’_Oreste_,

dell’_Edipo_, dell’_Ercole furibondo_, e di molte altre tragedie;

anzi il biografo racconta che, rappresentando Nerone la parte di

Ercole, mentre era avvolto da catene, come richiedeva l’argomento,

un soldatuncolo pretoriano, presa la cosa sul serio, accorse sulla

scena per liberarlo. In una delle repubbliche dell’America meridionale

avvenne un fatto quasi simile; la schiavitù dei _negri_ era in pieno

fervore, e si rappresentava l’_Otello_; nella terribile scena quando

il geloso sta per soffocare la moglie, un soldato ch’era di guardia

in platea appunta il suo fucile e stende morto il povero Otello,

esclamando: Non sarà mai che in mia presenza un _negro_ ammazzi una

_bianca_! Strano zelo dell’antico soldato imperiale e del moderno

soldato della repubblica!

SCENA IV.—_Pag._ 37.

...La plebe è mia, m’adora...

E fino ad un certo punto Nerone avea ragione. Non profondeva egli

tesori per dare banchetti pubblici e spettacoli d’ogni genere? E la

plebe non chiedeva di meglio, e attestò il suo affetto per l’artista

imperatore; e se all’annunzio della sua morte la città parve

rallegrarsi, questa esultanza si può in parte attribuire all’amore

di mutare padrone, novità sempre cara alle serve moltitudini. Per

lunghissimo tempo il suo sepolcro e nell’estate e nell’inverno fu visto

coperto di fiori, e Svetonio racconta (cap. LVII) che, essendo egli

giovanetto e trascorsi già vent’anni dalla morte di Nerone, avvenne tra

i Parti una terribile ribellione perchè un impostore aveva sparsa voce

di essere il redivivo imperatore.

SCENA VI.—_Pag._ 50.

...Tu dunque sei

Atte liberta?

Poche notizie ci pervennero di questa donna, ma bastevoli a dimostrare

quanto sia stato il dominio esercitato da lei sull’animo di Nerone.

Tacito ne parla una volta sola, ma in quale circostanza! L’immortale

istorico afferma che fu essa la quale impedì l’incesto fra Nerone ed

Agrippina. Svetonio invece è in contraddizione con Tacito su tale

turpe argomento, ed il lettore se n’avrà voglia potrà consultarlo da

sè stesso. Questo secondo scrittore narra però che Nerone, preso da

amore ardentissimo per Atte, fece giurare in Senato da personaggi

consolari ch’essa era nata da sangue di re e che aveva stabilito di

assumerla al trono imperiale come sua legittima moglie—ed avvenuta

la morte dell’imperatore, la ricorda fra le liberte che bruciarono e

seppellirono il suo cadavere (cap. XXVIII e L).

ATTO SECONDO

SCENA I.—_Pag._ 67.

Eccola là l’orribile cometa.

L’apparizione di questa cometa e la fame che desolò la città in quel

tempo sono fatti istorici. Sembra che nel firmamento antico le comete

fossero assai più frequenti che nel moderno, poichè alla morte di

moltissimi imperatori non mancò mai di essere presente quella

«A’ purpurei tiranni infausta luce».

(TASSO)

SCENA II.—_Pag._ 70.

...Entrarono nel tempio

Di Marte Ultore, e gli tolsero l’elmo.

Questa carissima facezia su Marte Ultore, che si lascia portar via

l’elmo dai primi ladri che gli capitano innanzi, è di Giovenale

(_Satire_).

SCENA II.—_Pag._ 72.

La nave Alessandrina andava carca

Di certa polve ecc.

Anche questo è un fatto storico (SVET. XLV).

SCENA III.—_Pag._ 81.

Fermi!

Venere! Ò il punto vincitore.

Nel gioco dei dadi i romani chiamavano _Venus_ il numero maggiore e

_Canes_ quello minore.

SCENA V.—_Pag._ 86.

Son giudei; alla croce

Come il loro profeta!

I Cristiani erano già numerosi in quel tempo in Roma. Svetonio e Tacito

parlano di essi come di gente malefica e sovvertitrice dell’ordine

pubblico, anzi quest’ultimo istorico, sempre cercatore e lodatore della

virtù dovunque la trova, biasima Nerone di averli fatti mettere a

morte, non perchè non la meritassero, ma perchè data con feroce e nuovo

apparato di supplizi.

SCENA VI.—_Pag._ 91.

Avvezzo alle servili

Compiacenze tu sei ecc.

Questi versi, co’ quali Nevio ricorda a Nerone la morte di Trasèa Peto,

sono tratti quasi alla lettera dall’ammirabile racconto che ne fa

Tacito.

SCENA VII.—_Pag._ 98.

Corsi

Come briaco per le vie di Roma.

Ed era il suo costume. Appena fatta sera, si travestiva, ed in

compagnia d’uomini rotti ad ogni vizio andava girovagando per le più

remote strade della città, derubando e percuotendo i pacifici cittadini

che facevano ritorno alle loro case, e spesso così percossi e derubati

si compiaceva d’immergerli in qualche cloaca. Divideva poi come un

ladruncolo d’infima classe la preda tolta. Nè sempre Nerone fece queste

belle opere impunemente: una volta un marito lo lasciò quasi morto a

furia di percosse, e da quella notte alcuni tribuni de’ pretoriani

ebbero ordine di seguirlo da lontano per guardargli le spalle (_Vedi_

SVETONIO, TACITO, DIONE).

SCENA VIII.—_Pag._ 103.

Quell’ostinato

Declamator mi deve la sua fama.

Ed è vero. Seneca, uguale in ciò a tanti apostoli antichi e moderni,

scrisse bene e visse male; predicò la povertà stoica, e possedeva

case, schiavi, e ville sontuosissime; insegnò nei libri la dignità

umana, e fu compiacente educatore del tiranno. Guai alla fama del

filosofo, se la morte fortemente sostenuta non avesse dato autorità ai

suoi scritti!

ATTO TERZO

SCENA I.—_Pag._ 113.

...e qui l’imperïale

Pugillator, deposta ogni fierezza,

Si tramuta in artefice.

_Habuit et pingendi_ FINGENDIQUE MAXIME _non mediocre studium_ (SVET.

LIII).

SCENA I.—_Pag._ 113.

Eppure egli una volta

Pianse nel sottoscrivere il decreto

Che puniva di morte un cittadino.

Il principio dell’impero di Nerone fu buono;—egli emanò leggi

sapientissime, nè lasciò trascorrere occasione alcuna senza mostrare

la sua liberalità e la sua clemenza. È celebre la esclamazione

ch’egli fece quando gli fu recata la prima sentenza di morte acciò la

sottoscrivesse: _Quam mallem nescire literas!_ Una volta, volendo il

Senato rendergli pubbliche grazie, Nerone rispose: _Quum meruero_. Ma

presto la sua natura si corruppe, aiutandola la potenza di fare ogni

cosa che volesse, ed è noto che _corruptio optimi viri pessima_.

SCENA II.—_Pag._ 115.

Ove son esse?

Ov’eran prima che fossero nate.

Questa sentenza che mette le anime de’ morti nel luogo ov’erano prima

di nascere si trova in una tragedia attribuita a Seneca, e fu recitata

senza che alcun magistrato gridasse allo scandalo per religione

bestemmiata. Ò voluto ricordarla come prova dell’_ateismo_ di quel

tempo.

SCENA IV.—_Pag._ 128.

Ad un mio cenno

L’astrologo conduci innanzi a quella

Fenestra.

Nerone conobbe veramente quest’astrologo Babilio, e soleva consultarlo;

ma non appartiene a lui l’astuzia di salvare sè stesso dando ad

intendere all’imperatore che morrebbe, trascorsa appena un’ora dalla

sua morte. Un fatto simile avvenne realmente fra Tiberio e il suo

astrologo, fatto che anche Walter Scott rubò a Tacito per farne regalo

a Luigi XI di Francia in uno de’ suoi romanzi.

SCENA VI.—_Pag._ 146.

Vorrei con le mie mani

Cercar nelle tue viscere...

_UNICUIQUE SUUM_, come stampa l’_Osservatore romano_, pesando

cattolicamente gli uomini sulla bilancia delle cose e delle bestie.

Questo tratto di amore da macellaio è di Caligola, nè credo che Nerone

si adonterà di questo prestito di ferocia fattogli dal suo antecessore.

ATTO QUARTO

SCENA I.—_Pag._ 161.

Il vituperio

Sulla legge Licinia!

Questa legge insieme ad altre molte _suntuarie_ prescriveva un limite

alle spese de’ banchetti. Giulio Cesare tentò di riporla in vigore,

ma inutilmente; cadde ben presto in dimenticanza, e il lusso de’

conviti divenne smisurato. Il lettore può consultare su tale argomento

Petronio, _Cena di Trimalcione_.

SCENA I.—_Pag._ 166.

Medic’arte

Nulla può contro quella di Locusta.

Locusta fu celebre compositrice di veleni al servigio della casa

imperiale. Essa somministrò la bevanda che uccise Britannico, ed

avvenne che, operando lentamente questa bevanda, Nerone fece chiamare

a sè l’avvelenatrice, e la percosse con le sue mani, rimproverandola

di aver dato a Britannico non un veleno ma un rimedio contro i veleni

(SVET. XXXIII). Dopo la morte dell’imperatore fu presa, giudicata, e

data al carnefice.

SCENA IV.—_Pag._ 177.

Eccomi solo! ecc.

La maggior parte de’ pensieri espressi in questo monologo sono storici.

SCENA V.—_Pag._ 182.

Pensa ai suicidi

Eroici delle tue vittime.

Nessuna età offre maggior numero di morti ammirabilmente sopportate. I

martiri si dividevano in due categorie, diverse di scuola, di speranze,

di coraggio: _Stoicismo_ e _Cristianesimo_. Gli stoici morivano

ridendo, ed i Cristiani pure; ma questi tolleravano pochi momenti di

dolore tenendosi certi di avere la ricompensa d’una beatitudine eterna,

mentre i primi ridevano unicamente per dar prova di forza d’animo.

Ne’ cristiani dunque c’era un’usura assai maggiore. Davano a prestito

uno per ripigliare molti milioni—dato per ipotesi che potesse farsi

paragone fra il tempo e l’eternità.

ATTO QUINTO

SCENA I.—_Pag._ 194.

Ad ogni passo

Mi sorgeva d’innanzi un qualche novo

Periglio.

Tutti gli episodi di questa fuga sono storici.

SCENA II.—_Pag._ 198.

Potrei

Dare un po’ di quïete alle mie membra.

So di certo critico che non voleva darsi pace di questo sonno di Nerone

in un momento così terribile. Svetonio risponde a tranquillizzarlo:

_Receptus_ (Nerone) _in proximam cellam, decubuit super lectum_

ecc. (cap. XLVIII); e sopra un letto è più facile di dormire che di

star desto, specialmente dopo una notte passata nell’orgia e nei

travagli d’una fuga. La stanchezza vince tutto: si legge di moltissimi

condannati che furono svegliati dal carnefice, nè Nerone aveva ancora

perduta la speranza di sfuggire a’ soldati che lo inseguivano.

SCENA II.—_Pag._ 202.

Io vo’ cantare,

Io, poeta maggior di quanti illustri

Ebbe il mondo latino.

Se Nerone non fu de’ poeti più illustri, non fu certo degli

ultimi. Svetonio racconta di avere avuti tra mano gli autografi

dell’imperatore, autografi pieni di pentimenti, di cassature, e di

versi soprascritti agli altri; prova, se non d’altro, che Nerone i

versi li faceva da sè (cap. LI).

SCENA II.—_Pag._ 203.

Sei tu, mia madre?...

Tutti gli storici narrano che Nerone negli ultimi mesi di sua vita era

assalito da notturne visioni, e in esse fra i spettri delle molte sue

vittime giganteggiava quello di sua madre.

SCENA II.—_Pag._ 203.

È ver—cantasti

Nel supremo momento di tua vita.

Lucano, mentre il sangue colava dalle sue vene, declamava

tranquillamente alcuni versi del suo poema _Farsaglia_.

SCENA ULTIMA.—_Pag._ 211.

Tardi, soldato; è questa la tua fede?

E furono le sue ultime parole: _Sero: haec est fides?_ (SVET. cap.

XLIX).

FINE

NOTE DEL TRASCRITTORE:

—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.

—Nell’opera originale non è presente l’indice; questo è stato prodotto

ed inserito a cura del Trascrittore.

Nerone: commedia in cinque atti ed in versi, con prologo e note storiche · 第 4 / 4 段