VII.

Ferdinando IV, che quella mattina era di malumore, perchè appena aveva

potuto veder cadere sotto i colpi del suo fucile tre pernici e poche

quaglie, se ne era tornato dalla caccia, e aspettando che la colazione

fosse servita, passeggiava soletto su e giù pel viale del parco che

cingeva la sua villa della Ficuzza.

Discosti da lui, due gentiluomini assunti da poco al suo servizio, il

conte di Castelrotto e il marchese di Rovello, discorrevano sottovoce,

non perdendo d’occhio il regale padrone.

— Nuvole in aria — disse il conte di Castelrotto accennando con

lo sguardo al Re che si era fermato presso una aiuola dalla quale

strappava nervosamente i fiori. — La caccia stamane è stata poco

fortunata!

— Non è per la caccia — rispose l’altro — gli è che da quando fu qui la

Regina, il pover uomo non ha più pace.

— Gli avrà fatta forse qualcuna delle solite scene di gelosia... Ne è

ben capace!

Il conte scrollò le spalle.

— Importa assai a lei!

— Credete che non sia punto gelosa di... quell’altra?

— Neanche per sogno. Del resto, se ne rifà ad usura.

— Con chi adesso?

— Corrono delle voci vaghe. Da qualche giorno si vede gironzare per i

dintorni di Castelvetrano un certo bel giovane che si vuol sia stato

un famoso capobanda, e qualcuno anche l’ha visto entrare di notte nella

villa ove dimora la Regina!

— Ma non parmi sì grave la cosa... Uno più, uno meno! In fine è ancora

una bella donna, pare impossibile, a quell’età; ma giuro per Santa

Rosalia che nell’ultimo ballo a Corte, la sua bellezza matura, anzi

più che matura, attirava gli sguardi e i desideri assai più delle tante

bellezze giovanili che splendevano alla luce dei candelabri. In quanto

poi al famoso capobanda, che dite giovane e bello, non mi meraviglio

della scelta; mi meraviglierei se avesse scelto ad amante uno di

cotesti nostri giovanotti cachettici e sfiaccolati!...

— Non si tratta di questo... Gli è che van sussurrando di un certo

sbarco di Calabresi, di una congiura contro lord Bentink che è il

vero Re di Sicilia, congiura della quale l’ispiratrice, l’ordinatrice

sarebbe appunto quel demone di donna.

— Uhm! — rispose l’altro quasi distratto, come chi voglia dire meno di

quel che potrebbe — che può far lei senza il consenso di quello lì?

E in così dire accennava al Re che si era seduto su una panca e pareva

tutto intento a leggere un giornale.

— È vero: ma non venne qui lei una notte, sperando di non esser vista

e di poter ripartire all’insaputa di tutti? Chi sa non sia venuta

per accaparrarsi l’acquiescenza del marito?! Voi stesso avete detto

che da quella sera è turbato come chi abbia pel capo un pensiero

molesto. Sapete, io vi parlo così per un comune interesse. Non fummo

raccomandati da lord Bentinck allorchè furono allontanati tutti i

gentiluomini che avevano formato per lo innanzi la Corte del Re? E se

la congiura scoppiasse e trionfasse, noi...

L’altro che aveva ascoltato col viso di chi non dà molta importanza a

quel che gli si dice, sorrise con aria d’uomo che la sa lunga.

— Caro conte — rispose scrollando il capo — a lord Bentinck nulla

sfugge, e a tutto provvede. Per ora posso dirvi solo questo, che fra

tre giorni sbarcheranno a Palermo altri cinquemila soldati inglesi,

capaci di domare i grilli del capo di una vecchia intrigante, parlando

col rispetto dovuto alla sua corona di regina.

— Dunque possiamo star sicuri?

— Sicurissimi.

— In verità, caro marchese, non che io tenga a questo affido che già,

sia detto fra noi, non è punto onorifico come parrebbe; ma gli è che,

è inutile, nasconderlo, ho subìto tanti rovesci che l’offerta di lord

Bentinck fu per me una vera provvidenza, quantunque il mio orgoglio ne

soffra perchè il Re non mostra di avermi in quella considerazione che

meriterei.

— Lasciate correre, caro conte; voi non siete qui pel Re, ma... per voi

stesso.

— E... per lord Bentinck!

— Sia pure; il quale lord Bentinck quando è ben servito sa essere

riconoscente. Nessuno della nostra casta può lagnarsi di lui, meno

s’intende, alcuni capi scarichi sedotti dalle nuove idee che non

intendono. Non dobbiamo alla generosità inglese quel che occorre per

sostenere degnamente il nostro grado? Ma il popolo soffre, il popolo

è oppresso, il popolo è dissanguato! Ma se è nato per questo! Di chi è

la colpa? degl’Inglesi? È di Domineddio che l’ha fatto nascere popolo,

come ha fatto nascer noi conti, duchi o marchesi. Non è così?

— Proprio così. Sapete che le vostre parole mi han tolto un grave peso?

In verità, sono stanco di tanti rivolgimenti e vorrei che tutto il

mondo vivesse in pace ora che ho ottenuto anch’io questo cantuccio.

Il Re intanto era immerso in foschi pensieri: dalla notte in cui,

in un istante d’ira, non sapendo resistere alla imposizione della

moglie, aveva firmato il proclama col quale manifestava l’intenzione

di ripigliare il potere, non aveva avuto più pace. In qualche modo si

era acconciato a quella vita che conveniva alla sua indole pigra e ai

suoi istinti grossolani; infine il potere non gli aveva dato che delle

noie, e se avesse avuto ancora il vigor giovanile e a lui vicino il

parco di Caserta o di Capodimonte, o la vasta tenuta degli Astroni, non

avrebbe chiesto di meglio dell’essere sgravato dei fastidii del potere.

Eppoi si sentiva già vecchio, e se negli anni più verdi si era lasciato

travolgere dal torrente che lo aveva strappato dal trono di Napoli,

non aveva nessuna voglia di resistere ora, dopo aver sofferto tante

traversìe.

E come, come si era lasciato indurre dalla moglie che lo aveva messo

sempre in gran brutti impicci? Dacchè ne era separato aveva vissuto

così sereno e tranquillo in quel suo ritiro della Ficuzza da essere in

fondo ben grato agl’Inglesi che a tanto l’avevano costretto, poichè

a vero dire, egli non sarebbe stato capace di osar tanto. Valeva

bene la perdita del potere l’acquistata serenità per la separazione

dalla moglie, istancabile orditrice d’intrighi e di congiure, la

quale non nascondeva punto il disprezzo in cui lo teneva e non gli

risparmiava i rimproveri, gli amari motteggi, ritenendolo responsabile

dell’avvilimento in cui erano caduti.

Come dunque si era lasciato indurre a firmare quel proclama che al

certo gli avrebbe procurato di grandi impicci? Per poco, a prevenire

e a render vani gl’intrighi della moglie, gli era venuto in mente di

denunciarla agl’Inglesi; ma riflettendoci meglio aveva compreso che

per evitare un fastidio sarebbe andato incontro ad un altro, avendo

egli paura di quella donna che sapeva di tutto capace. Non l’avevano

accusata di aver tentato di avvelenare il principe ereditario, suo

figlio, Vicario del Regno di Sicilia? Egli non aveva mostrato di dar

credito a tal voce, ma in fondo alla sua coscienza si era fatto strada

il dubbio, anzi possiamo dire la certezza che non la si accusasse a

torto.

Che uso dunque avrebbe ella fatto di quel proclama che gli aveva

estorto in un istante d’ira? Quando sarebbe scoppiata la bufera alla

quale egli, senza volerlo aveva prestato il nome? Sentiva sospesa

sul suo capo quella minaccia e la mattina nello svegliarsi chiedeva a

se stesso se sarebbe trascorsa in pace quella giornata, non potendo

trattenersi dall’imprecare in cuor suo alla moglie, che non certo

nell’interesse di lui s’era data ad ordir congiure, ma per appagare la

sua sete di dominio e di vendetta.

Questa perenne preoccupazione, quest’attesa angosciosa lo faceva vivere

in un continuo orgasmo che pur cercava di celare ai pochi cortigiani,

con l’assenso di lord Bentinck rimasti al suo servizio. E vieppiù

l’impensieriva il non aver nuove della moglie da quella notte, segno

che tutta data alle sue cabale, ai suoi intrighi, non pensava più a

lui, ben paga di averne ottenuto con la demoniaca influenza che su lui

esercitava, l’assenso al torbido disegno.

Ah, se gl’Inglesi l’avessero del tutto e per sempre liberato da quella

donna, costringendola non solo a star divisa da lui, ma a tornarsene

dal fratello suo! Nella sua gratitudine ci era un certo dispetto contro

il Governo d’Inghilterra che aveva fatto le cose a mezzo e non aveva

mandato via dalla Sicilia quella donna che rappresentava pur sempre un

pericolo!

Questo avrebbe fatto lui se l’avesse potuto e l’avesse osato! Ma gli

è che la temevano tutti quella donna, come lui la temeva, come sempre

l’aveva temuta, pur non osando mai di ribellarsi al predominio che su

lui esercitava.

Era in questi pensieri quando sentì di là dal parco che confinava con

la via maestra, lo schioccar d’una frusta e il rotear d’una carrozza.

— La duchessa! — disse con un sospiro di sollievo. — Per lo meno avrò

con chi annoiarmi!

E fatto un segno ai due gentiluomini che gli tennero dietro, entrò

nella palazzina.

La carrozza della duchessa di Floridia si era arrestata a venti passi

dall’entrata principale della villa. Un uomo ne era disceso, alto,

membruto, coi favoriti rossicci e il viso improntato a una grande

energia. Rimase ritto innanzi allo sportello per aiutare a discendere

la duchessa che toccò appena la mano che l’Inglese le porgeva e balzò a

terra.

Era una bella creatura dagli occhi neri e ardenti, dalla folta chioma

corvina che le scendeva ricciuta sugli omeri, bruna di volto, con le

labbra rosse e polpute: un tipo di quella bellezza siciliana dalle

torride passioni che bruciano il cuore e le viscere.

— Il Re mi ha visto — disse lei appoggiandosi al braccio che l’Inglese

le porgeva — e s’impazienterà se mi fo a lungo aspettare.

— Ci si guadagna sempre a farsi aspettare — rispose l’Inglese

inoltrandosi per un viale di platani che spandeva una fresca ombra,

mentre tutta la silenziosa campagna era inondata di sole.

— Anche coi re? — chiese lei ridendo.

— Innanzi alla bellezza i re non sono che dei sudditi come tutti gli

altri uomini.

— Sicchè voi, milord, innanzi a me?...

— Non sono che un vostro amico — rispose l’Inglese con un fine sorriso

sulle labbra sottili — un amico a cui sta molto a cuore la vostra

fortuna!

L’Inglese e la duchessa tacquero, chè ognuno di essi seguiva un suo

pensiero nel quale forse sapevano d’incontrarsi. Infine la duchessa

alzò la testa e disse:

— Gli dovrò dire che mi avete accompagnato?

— Sì... nel caso che egli tentennasse... Gli direte anzi che non ho

voluto chiedergli un’udienza per non sottrarlo all’incanto della vostra

compagnia... Ma... che avete, duchessa? Mi parete assai preoccupata...

Invero la bella creatura aveva chinato la testa e sembrava assorta in

un pensiero.

— Ho — rispose dopo un istante di silenzio — che mi avete suggerito un

consiglio da dare al Re assai pericoloso.

— Perchè pericoloso?

— Il ritorno di... della Regina vorrebbe dire un divieto a me di porre

il piede nella villa reale.

— Sì, per pochi giorni — rispose l’inglese.

Ella lo fissava per comprenderne bene l’ascoso pensiero.

— In compenso — continuò l’Inglese spiccando bene le parole e tenendo

gli occhi fissi in quelli della duchessa — potrà divenir forse la

vostra stabile dimora.

— Lottar con quella donna — mormorò la bella creatura — con quella

donna che non bada ai mezzi, che è capace di ogni insidia e che

esercita una tanto sinistra influenza sull’animo del Re il quale la

teme per quanto l’odia...

— E perciò noi dobbiamo combatterla con le stesse sue armi. Fu un

male, un gran male averla relegata a Castelvetrano; qui la nostra

sorveglianza avrebbe potuto essere più assidua e più oculata. Ora a

noi fa bisogno di uno scandalo, di uno scandalo pubblico per quanto più

sia possibile. Bisogna indurre il Re ad assentire. In fondo è quel che

desidera: giustificare l’esilio di quella donna fuori dalla Sicilia per

impedire che l’Austria possa far rimostranze e imponga di richiamarla.

Avremo così assicurato la pace di questo Regno, la felicità del Re e...

e, mia cara duchessa, la vostra fortuna.

— Ma cotesto capobanda così famoso... dicono che sia un gran bel

giovane, è vero?

— Son cose che non mi riguardano. La bellezza di un uomo non può esser

misurata che dall’occhio di una donna. È però di un coraggio a tutta

prova, e contro i Francesi ha fatto prodigi. Si dice anche che sia

di nobile stirpe, benchè bastardo. È di un’audacia senza pari: appena

sbarcato uccise un soldato inglese, ne ferì due; inseguito, riescì a

nascondersi in una vecchia torre abitata dalla Regina.

— Ma perchè non l’avete fatto arrestare?

— Perchè — rispose l’Inglese con un sorriso che scoprì i denti lunghi

ed aguzzi — perchè occorre a me, a voi, alla pace di questo Regno ch’ei

sia libero, finchè entrambi, lui e la sua regale amasia, non cadano

nella trappola!

— Che io dovrò tendere!

— Sì... per la vostra fortuna.

— E perchè l’Inghilterra si liberi di una ben temibile nemica!

— L’Inghilterra — rispose l’altro in tono solenne — non teme che solo

Dio. Essa va dritta per la sua strada stritolando sotto il suo carro

gli audaci che tentano arrestarla.

— E che combatte con ogni mezzo...

— Con ogni mezzo! — assentì milord. — E che può fare di una duchessa di

Floridia... una regina.

La bella creatura ebbe come un fremito; gli occhi lampeggiarono di

orgoglio, ciò che non sfuggì a milord, al quale non sfuggiva nulla

dell’anima gonfia di ambizione della duchessa.

— Ed ora addio — disse l’Inglese — vi rimanderò stasera la carrozza,

se — continuò sorridendo — Sua Maestà non vorrà trattenervi per la

sua... partita a scacchi anche stanotte. So che si lagna di me perchè

ho allontanato i suoi vecchi amici, ma in compenso gli ho data la più

bella creatura che il sole di Sicilia abbia mai irraggiato!

Ella sorrise rispondendo all’Inglese con uno sguardo assai più

eloquente delle parole. Giunti presso la carrozza fece segno ad una

vecchia cameriera che l’aveva attesa seduta nel fondo dell’ampio

cocchio. La cameriera discese mentre milord si apprestava a salire.

— Ma sapete che è un’imprudenza l’avventurarvi così senza scorta, voi

che siete il vero Re di Sicilia? — disse la duchessa.

Per tutta risposta lord Bentinck volse intorno lo sguardo. Ella lo

imitò.

— Ah! — disse — delle pattuglie di soldati in ogni parte!

In vero qua e là pei colli che fiancheggiavano la strada vi eran gruppi

di soldati, le cui rosse divise spiccavano tra il verde degli alberi.

— Osservo però — ella soggiunse — che cotesti vostri soldati son troppo

visibili: è facile quindi deluderne la sorveglianza.

— Ne ho altri del tutto invisibili che mi servono per tener d’occhio

coloro che meco lavorano per un intento comune. Ecco, per esempio,

ier sera, in sulla mezzanotte, uscì dal vostro palazzo un signore che

stamattina ho fatto arrestare.

— Il conte di Bucenta! — gridò lei impallidendo.

— Brava! Il conte di Bucenta che macchinava contro di noi e che

sperava d’indurvi a cospirare per la libertà e per l’indipendenza della

Sicilia.

Ciò detto salutò con un inchino e montò nel cocchio di cui chiuse lo

sportello.

La duchessa era rimasta immobile, colpita da stupore a quella notizia

che lord Bentinck si era serbato di darle in ultimo, quasi come

un ammonimento. La carrozza aveva già svoltato l’angolo del parco,

quando infine si risolse di muovere verso la villa reale in cui il Re

l’aspettava con impazienza.

— Ho fatto bene, ho fatto bene — mormorava la giovane donna — a

respingere le proposte del conte che mi è parso assai diffidente

della Regina. Sarei caduta in disgrazia di coloro che servono ai miei

progetti, come io servo ai loro, e che sono i più forti. E tanto più

debbo fidare in milord in quanto è l’unico che non mi faccia gli occhi

dolci. Ma gli affari son gli affari, come ei ripete spesso.

Intanto, seguita dalla vecchia cameriera era giunta innanzi la porta

grande della villa, guardata da un vecchio veterano che si appoggiava

con aria stanca ed annoiata al fucile, e che al vedere la giovane

donna che ei sapeva in intimi rapporti col Re, si raddrizzò per farle

il saluto militare, mentre il portinaio gallonato e impennacchiato si

teneva immobile sulla soglia.

Ella passò dritta e fiera come se si sapesse in casa sua. Al principio

dell’ampia scala incontrò il maggiordomo che dopo essersi inchinato

profondamente le disse:

— Sua Maestà il Re, che vide dal parco la carrozza di Vostra

Eccellenza, era in gran pensiero e ha dato ordine di rimandare alla di

lei venuta la colezione.

La duchessa non rispose e si diede a salire la scala. La vecchia

cameriera la lasciò andar sola, poi si rivolse al maggiordomo che era

al certo una vecchia conoscenza.

— Cavaliere mio, non ne posso più. Mi raccomando, ho bisogno di

ristorarmi.

— La duchessa resterà qui stasera? — le chiese sottovoce il maggiordomo.

— Che ne so? In caso, continueremo la partita interrotta l’altra sera.

— Mentre la duchessa giuocherà la sua!

— Credo che finirà per dare scacco matto.

— Certo, se arriverà a togliergli la regina.

— Giuoca bene di gambitto la duchessa, ed ha al suo giuoco un

cavallo... inglese che...

Sola contro tutti! · 第 11 / 19 题