Ferdinando IV, che quella mattina era di malumore, perchè appena aveva
potuto veder cadere sotto i colpi del suo fucile tre pernici e poche
quaglie, se ne era tornato dalla caccia, e aspettando che la colazione
fosse servita, passeggiava soletto su e giù pel viale del parco che
cingeva la sua villa della Ficuzza.
Discosti da lui, due gentiluomini assunti da poco al suo servizio, il
conte di Castelrotto e il marchese di Rovello, discorrevano sottovoce,
non perdendo d’occhio il regale padrone.
— Nuvole in aria — disse il conte di Castelrotto accennando con
lo sguardo al Re che si era fermato presso una aiuola dalla quale
strappava nervosamente i fiori. — La caccia stamane è stata poco
fortunata!
— Non è per la caccia — rispose l’altro — gli è che da quando fu qui la
Regina, il pover uomo non ha più pace.
— Gli avrà fatta forse qualcuna delle solite scene di gelosia... Ne è
ben capace!
Il conte scrollò le spalle.
— Importa assai a lei!
— Credete che non sia punto gelosa di... quell’altra?
— Neanche per sogno. Del resto, se ne rifà ad usura.
— Con chi adesso?
— Corrono delle voci vaghe. Da qualche giorno si vede gironzare per i
dintorni di Castelvetrano un certo bel giovane che si vuol sia stato
un famoso capobanda, e qualcuno anche l’ha visto entrare di notte nella
villa ove dimora la Regina!
— Ma non parmi sì grave la cosa... Uno più, uno meno! In fine è ancora
una bella donna, pare impossibile, a quell’età; ma giuro per Santa
Rosalia che nell’ultimo ballo a Corte, la sua bellezza matura, anzi
più che matura, attirava gli sguardi e i desideri assai più delle tante
bellezze giovanili che splendevano alla luce dei candelabri. In quanto
poi al famoso capobanda, che dite giovane e bello, non mi meraviglio
della scelta; mi meraviglierei se avesse scelto ad amante uno di
cotesti nostri giovanotti cachettici e sfiaccolati!...
— Non si tratta di questo... Gli è che van sussurrando di un certo
sbarco di Calabresi, di una congiura contro lord Bentink che è il
vero Re di Sicilia, congiura della quale l’ispiratrice, l’ordinatrice
sarebbe appunto quel demone di donna.
— Uhm! — rispose l’altro quasi distratto, come chi voglia dire meno di
quel che potrebbe — che può far lei senza il consenso di quello lì?
E in così dire accennava al Re che si era seduto su una panca e pareva
tutto intento a leggere un giornale.
— È vero: ma non venne qui lei una notte, sperando di non esser vista
e di poter ripartire all’insaputa di tutti? Chi sa non sia venuta
per accaparrarsi l’acquiescenza del marito?! Voi stesso avete detto
che da quella sera è turbato come chi abbia pel capo un pensiero
molesto. Sapete, io vi parlo così per un comune interesse. Non fummo
raccomandati da lord Bentinck allorchè furono allontanati tutti i
gentiluomini che avevano formato per lo innanzi la Corte del Re? E se
la congiura scoppiasse e trionfasse, noi...
L’altro che aveva ascoltato col viso di chi non dà molta importanza a
quel che gli si dice, sorrise con aria d’uomo che la sa lunga.
— Caro conte — rispose scrollando il capo — a lord Bentinck nulla
sfugge, e a tutto provvede. Per ora posso dirvi solo questo, che fra
tre giorni sbarcheranno a Palermo altri cinquemila soldati inglesi,
capaci di domare i grilli del capo di una vecchia intrigante, parlando
col rispetto dovuto alla sua corona di regina.
— Dunque possiamo star sicuri?
— Sicurissimi.
— In verità, caro marchese, non che io tenga a questo affido che già,
sia detto fra noi, non è punto onorifico come parrebbe; ma gli è che,
è inutile, nasconderlo, ho subìto tanti rovesci che l’offerta di lord
Bentinck fu per me una vera provvidenza, quantunque il mio orgoglio ne
soffra perchè il Re non mostra di avermi in quella considerazione che
meriterei.
— Lasciate correre, caro conte; voi non siete qui pel Re, ma... per voi
stesso.
— E... per lord Bentinck!
— Sia pure; il quale lord Bentinck quando è ben servito sa essere
riconoscente. Nessuno della nostra casta può lagnarsi di lui, meno
s’intende, alcuni capi scarichi sedotti dalle nuove idee che non
intendono. Non dobbiamo alla generosità inglese quel che occorre per
sostenere degnamente il nostro grado? Ma il popolo soffre, il popolo
è oppresso, il popolo è dissanguato! Ma se è nato per questo! Di chi è
la colpa? degl’Inglesi? È di Domineddio che l’ha fatto nascere popolo,
come ha fatto nascer noi conti, duchi o marchesi. Non è così?
— Proprio così. Sapete che le vostre parole mi han tolto un grave peso?
In verità, sono stanco di tanti rivolgimenti e vorrei che tutto il
mondo vivesse in pace ora che ho ottenuto anch’io questo cantuccio.
Il Re intanto era immerso in foschi pensieri: dalla notte in cui,
in un istante d’ira, non sapendo resistere alla imposizione della
moglie, aveva firmato il proclama col quale manifestava l’intenzione
di ripigliare il potere, non aveva avuto più pace. In qualche modo si
era acconciato a quella vita che conveniva alla sua indole pigra e ai
suoi istinti grossolani; infine il potere non gli aveva dato che delle
noie, e se avesse avuto ancora il vigor giovanile e a lui vicino il
parco di Caserta o di Capodimonte, o la vasta tenuta degli Astroni, non
avrebbe chiesto di meglio dell’essere sgravato dei fastidii del potere.
Eppoi si sentiva già vecchio, e se negli anni più verdi si era lasciato
travolgere dal torrente che lo aveva strappato dal trono di Napoli,
non aveva nessuna voglia di resistere ora, dopo aver sofferto tante
traversìe.
E come, come si era lasciato indurre dalla moglie che lo aveva messo
sempre in gran brutti impicci? Dacchè ne era separato aveva vissuto
così sereno e tranquillo in quel suo ritiro della Ficuzza da essere in
fondo ben grato agl’Inglesi che a tanto l’avevano costretto, poichè
a vero dire, egli non sarebbe stato capace di osar tanto. Valeva
bene la perdita del potere l’acquistata serenità per la separazione
dalla moglie, istancabile orditrice d’intrighi e di congiure, la
quale non nascondeva punto il disprezzo in cui lo teneva e non gli
risparmiava i rimproveri, gli amari motteggi, ritenendolo responsabile
dell’avvilimento in cui erano caduti.
Come dunque si era lasciato indurre a firmare quel proclama che al
certo gli avrebbe procurato di grandi impicci? Per poco, a prevenire
e a render vani gl’intrighi della moglie, gli era venuto in mente di
denunciarla agl’Inglesi; ma riflettendoci meglio aveva compreso che
per evitare un fastidio sarebbe andato incontro ad un altro, avendo
egli paura di quella donna che sapeva di tutto capace. Non l’avevano
accusata di aver tentato di avvelenare il principe ereditario, suo
figlio, Vicario del Regno di Sicilia? Egli non aveva mostrato di dar
credito a tal voce, ma in fondo alla sua coscienza si era fatto strada
il dubbio, anzi possiamo dire la certezza che non la si accusasse a
torto.
Che uso dunque avrebbe ella fatto di quel proclama che gli aveva
estorto in un istante d’ira? Quando sarebbe scoppiata la bufera alla
quale egli, senza volerlo aveva prestato il nome? Sentiva sospesa
sul suo capo quella minaccia e la mattina nello svegliarsi chiedeva a
se stesso se sarebbe trascorsa in pace quella giornata, non potendo
trattenersi dall’imprecare in cuor suo alla moglie, che non certo
nell’interesse di lui s’era data ad ordir congiure, ma per appagare la
sua sete di dominio e di vendetta.
Questa perenne preoccupazione, quest’attesa angosciosa lo faceva vivere
in un continuo orgasmo che pur cercava di celare ai pochi cortigiani,
con l’assenso di lord Bentinck rimasti al suo servizio. E vieppiù
l’impensieriva il non aver nuove della moglie da quella notte, segno
che tutta data alle sue cabale, ai suoi intrighi, non pensava più a
lui, ben paga di averne ottenuto con la demoniaca influenza che su lui
esercitava, l’assenso al torbido disegno.
Ah, se gl’Inglesi l’avessero del tutto e per sempre liberato da quella
donna, costringendola non solo a star divisa da lui, ma a tornarsene
dal fratello suo! Nella sua gratitudine ci era un certo dispetto contro
il Governo d’Inghilterra che aveva fatto le cose a mezzo e non aveva
mandato via dalla Sicilia quella donna che rappresentava pur sempre un
pericolo!
Questo avrebbe fatto lui se l’avesse potuto e l’avesse osato! Ma gli
è che la temevano tutti quella donna, come lui la temeva, come sempre
l’aveva temuta, pur non osando mai di ribellarsi al predominio che su
lui esercitava.
Era in questi pensieri quando sentì di là dal parco che confinava con
la via maestra, lo schioccar d’una frusta e il rotear d’una carrozza.
— La duchessa! — disse con un sospiro di sollievo. — Per lo meno avrò
con chi annoiarmi!
E fatto un segno ai due gentiluomini che gli tennero dietro, entrò
nella palazzina.
La carrozza della duchessa di Floridia si era arrestata a venti passi
dall’entrata principale della villa. Un uomo ne era disceso, alto,
membruto, coi favoriti rossicci e il viso improntato a una grande
energia. Rimase ritto innanzi allo sportello per aiutare a discendere
la duchessa che toccò appena la mano che l’Inglese le porgeva e balzò a
terra.
Era una bella creatura dagli occhi neri e ardenti, dalla folta chioma
corvina che le scendeva ricciuta sugli omeri, bruna di volto, con le
labbra rosse e polpute: un tipo di quella bellezza siciliana dalle
torride passioni che bruciano il cuore e le viscere.
— Il Re mi ha visto — disse lei appoggiandosi al braccio che l’Inglese
le porgeva — e s’impazienterà se mi fo a lungo aspettare.
— Ci si guadagna sempre a farsi aspettare — rispose l’Inglese
inoltrandosi per un viale di platani che spandeva una fresca ombra,
mentre tutta la silenziosa campagna era inondata di sole.
— Anche coi re? — chiese lei ridendo.
— Innanzi alla bellezza i re non sono che dei sudditi come tutti gli
altri uomini.
— Sicchè voi, milord, innanzi a me?...
— Non sono che un vostro amico — rispose l’Inglese con un fine sorriso
sulle labbra sottili — un amico a cui sta molto a cuore la vostra
fortuna!
L’Inglese e la duchessa tacquero, chè ognuno di essi seguiva un suo
pensiero nel quale forse sapevano d’incontrarsi. Infine la duchessa
alzò la testa e disse:
— Gli dovrò dire che mi avete accompagnato?
— Sì... nel caso che egli tentennasse... Gli direte anzi che non ho
voluto chiedergli un’udienza per non sottrarlo all’incanto della vostra
compagnia... Ma... che avete, duchessa? Mi parete assai preoccupata...
Invero la bella creatura aveva chinato la testa e sembrava assorta in
un pensiero.
— Ho — rispose dopo un istante di silenzio — che mi avete suggerito un
consiglio da dare al Re assai pericoloso.
— Perchè pericoloso?
— Il ritorno di... della Regina vorrebbe dire un divieto a me di porre
il piede nella villa reale.
— Sì, per pochi giorni — rispose l’inglese.
Ella lo fissava per comprenderne bene l’ascoso pensiero.
— In compenso — continuò l’Inglese spiccando bene le parole e tenendo
gli occhi fissi in quelli della duchessa — potrà divenir forse la
vostra stabile dimora.
— Lottar con quella donna — mormorò la bella creatura — con quella
donna che non bada ai mezzi, che è capace di ogni insidia e che
esercita una tanto sinistra influenza sull’animo del Re il quale la
teme per quanto l’odia...
— E perciò noi dobbiamo combatterla con le stesse sue armi. Fu un
male, un gran male averla relegata a Castelvetrano; qui la nostra
sorveglianza avrebbe potuto essere più assidua e più oculata. Ora a
noi fa bisogno di uno scandalo, di uno scandalo pubblico per quanto più
sia possibile. Bisogna indurre il Re ad assentire. In fondo è quel che
desidera: giustificare l’esilio di quella donna fuori dalla Sicilia per
impedire che l’Austria possa far rimostranze e imponga di richiamarla.
Avremo così assicurato la pace di questo Regno, la felicità del Re e...
e, mia cara duchessa, la vostra fortuna.
— Ma cotesto capobanda così famoso... dicono che sia un gran bel
giovane, è vero?
— Son cose che non mi riguardano. La bellezza di un uomo non può esser
misurata che dall’occhio di una donna. È però di un coraggio a tutta
prova, e contro i Francesi ha fatto prodigi. Si dice anche che sia
di nobile stirpe, benchè bastardo. È di un’audacia senza pari: appena
sbarcato uccise un soldato inglese, ne ferì due; inseguito, riescì a
nascondersi in una vecchia torre abitata dalla Regina.
— Ma perchè non l’avete fatto arrestare?
— Perchè — rispose l’Inglese con un sorriso che scoprì i denti lunghi
ed aguzzi — perchè occorre a me, a voi, alla pace di questo Regno ch’ei
sia libero, finchè entrambi, lui e la sua regale amasia, non cadano
nella trappola!
— Che io dovrò tendere!
— Sì... per la vostra fortuna.
— E perchè l’Inghilterra si liberi di una ben temibile nemica!
— L’Inghilterra — rispose l’altro in tono solenne — non teme che solo
Dio. Essa va dritta per la sua strada stritolando sotto il suo carro
gli audaci che tentano arrestarla.
— E che combatte con ogni mezzo...
— Con ogni mezzo! — assentì milord. — E che può fare di una duchessa di
Floridia... una regina.
La bella creatura ebbe come un fremito; gli occhi lampeggiarono di
orgoglio, ciò che non sfuggì a milord, al quale non sfuggiva nulla
dell’anima gonfia di ambizione della duchessa.
— Ed ora addio — disse l’Inglese — vi rimanderò stasera la carrozza,
se — continuò sorridendo — Sua Maestà non vorrà trattenervi per la
sua... partita a scacchi anche stanotte. So che si lagna di me perchè
ho allontanato i suoi vecchi amici, ma in compenso gli ho data la più
bella creatura che il sole di Sicilia abbia mai irraggiato!
Ella sorrise rispondendo all’Inglese con uno sguardo assai più
eloquente delle parole. Giunti presso la carrozza fece segno ad una
vecchia cameriera che l’aveva attesa seduta nel fondo dell’ampio
cocchio. La cameriera discese mentre milord si apprestava a salire.
— Ma sapete che è un’imprudenza l’avventurarvi così senza scorta, voi
che siete il vero Re di Sicilia? — disse la duchessa.
Per tutta risposta lord Bentinck volse intorno lo sguardo. Ella lo
imitò.
— Ah! — disse — delle pattuglie di soldati in ogni parte!
In vero qua e là pei colli che fiancheggiavano la strada vi eran gruppi
di soldati, le cui rosse divise spiccavano tra il verde degli alberi.
— Osservo però — ella soggiunse — che cotesti vostri soldati son troppo
visibili: è facile quindi deluderne la sorveglianza.
— Ne ho altri del tutto invisibili che mi servono per tener d’occhio
coloro che meco lavorano per un intento comune. Ecco, per esempio,
ier sera, in sulla mezzanotte, uscì dal vostro palazzo un signore che
stamattina ho fatto arrestare.
— Il conte di Bucenta! — gridò lei impallidendo.
— Brava! Il conte di Bucenta che macchinava contro di noi e che
sperava d’indurvi a cospirare per la libertà e per l’indipendenza della
Sicilia.
Ciò detto salutò con un inchino e montò nel cocchio di cui chiuse lo
sportello.
La duchessa era rimasta immobile, colpita da stupore a quella notizia
che lord Bentinck si era serbato di darle in ultimo, quasi come
un ammonimento. La carrozza aveva già svoltato l’angolo del parco,
quando infine si risolse di muovere verso la villa reale in cui il Re
l’aspettava con impazienza.
— Ho fatto bene, ho fatto bene — mormorava la giovane donna — a
respingere le proposte del conte che mi è parso assai diffidente
della Regina. Sarei caduta in disgrazia di coloro che servono ai miei
progetti, come io servo ai loro, e che sono i più forti. E tanto più
debbo fidare in milord in quanto è l’unico che non mi faccia gli occhi
dolci. Ma gli affari son gli affari, come ei ripete spesso.
Intanto, seguita dalla vecchia cameriera era giunta innanzi la porta
grande della villa, guardata da un vecchio veterano che si appoggiava
con aria stanca ed annoiata al fucile, e che al vedere la giovane
donna che ei sapeva in intimi rapporti col Re, si raddrizzò per farle
il saluto militare, mentre il portinaio gallonato e impennacchiato si
teneva immobile sulla soglia.
Ella passò dritta e fiera come se si sapesse in casa sua. Al principio
dell’ampia scala incontrò il maggiordomo che dopo essersi inchinato
profondamente le disse:
— Sua Maestà il Re, che vide dal parco la carrozza di Vostra
Eccellenza, era in gran pensiero e ha dato ordine di rimandare alla di
lei venuta la colezione.
La duchessa non rispose e si diede a salire la scala. La vecchia
cameriera la lasciò andar sola, poi si rivolse al maggiordomo che era
al certo una vecchia conoscenza.
— Cavaliere mio, non ne posso più. Mi raccomando, ho bisogno di
ristorarmi.
— La duchessa resterà qui stasera? — le chiese sottovoce il maggiordomo.
— Che ne so? In caso, continueremo la partita interrotta l’altra sera.
— Mentre la duchessa giuocherà la sua!
— Credo che finirà per dare scacco matto.
— Certo, se arriverà a togliergli la regina.
— Giuoca bene di gambitto la duchessa, ed ha al suo giuoco un
cavallo... inglese che...