Avevano percorso un buon tratto di strada e già al raggio della nuova
luna che in parte diradava le tenebre appariva il mare lontano alla
cui riva erano accampati i Calabresi. Le stelle incominciavano ad
impallidire, a diffondersi verso oriente del chiarore annunciarne
l’alba.
Un fischio che veniva dal fondo della strada riscosse Riccardo dai suoi
pensieri. Quel fischio non gli era nuovo: lo riconosceva per averlo
sentito tante volte nei boschi: era il fischio col quale le vedette o
gli esploratori avvertivano di un imminente pericolo. La lettiga si era
fermata.
— Pietro il Toro ha intravisto qualcosa di grave — mormorò il giovane.
— Bisogna che io sappia.
Spronò il cavallo e passò senza fermarsi al lato della lettiga che era
stata circondata da alcuni della scorta.
— Che è stato, Pietro, che è stato? — chiese appena giunto presso il
suo vecchio amico.
Pietro il Toro non rispose in sulle prime: fissava un punto della
collina al cui piede si svolgeva la strada. Di un tratto si rivolse a
Riccardo dicendogli:
— Hai sentito?
Il giovane aveva anche lui volto lo sguardo alla collina folta di
alberi.
— No — rispose — non ho sentito nulla.
— Pure non è possibile che io m’inganni; l’occhio è ancora buono e
l’orecchio più buono ancora. Scommetterei il capo contro un pizzico di
tabacco che fra quegli alberi ci sono dei soldati.
Intanto il cielo era divenuto di un azzurro cupo, mentre sul mare
lontano ancora si addensavano le tenebre.
In questo Pietro e Riccardo furono scossi da un’altra voce: era quella
di uno dei due uomini che Pietro il Toro aveva mandato innanzi come
avanguardia.
— Degli uomini vestiti di rosso, là, su quel rialzo — disse quell’uomo
accennando col braccio al punto opposto a quello che aveva destato i
sospetti di Pietro.
— Diavolo, diavolo, siamo circondati — disse il vecchio scorridore. —
Nessun dubbio ora che siano soldati quelli che ho intravisto fra gli
alberi. Camminano parallelamente a noi.
Riccardo perplesso volgeva lo sguardo ora al colle ora al rialzo. Non
poteva dubitare dell’istinto dei suoi antichi compagni che presentivano
il pericolo, quantunque per quanto guardasse gli sfuggissero gli
indizi.
— Ma — disse poi — ci avrebbero assaliti...
— O non ci han visto ancora — rispose Pietro — o ci aspettano in fondo
alla vallata, sicuri di prenderci in mezzo.
— Al certo qualcuno ci ha traditi — mormorò il giovane.
— Eccoli, eccoli — esclamò Pietro il Toro stendendo il braccio verso la
collina.
L’aria si era rischiarata ed anche Riccardo fra i tronchi e i rami
degli alberi intravide alcunchè di rosso che si muoveva lentamente.
Non vi era più dubbio: erano gl’Inglesi divisi in due squadre, certo
con intenzioni ostili.
— Non posso decider nulla senza prendere gli ordini dalla Regina, ma
intanto bisogna che i nostri compagni siano avvisati.
Era ridivenuto il capobanda dalle rapide risoluzioni, a cui l’imminenza
del pericolo rendeva vieppiù pronto lo spirito e saldo il cuore.
— Che uno di voi — disse rivolto ai due uomini — vada ad avvisare gli
amici onde non siano colti alla sprovveduta. Si sappia che io e Pietro
il Toro, siamo in pericolo e che abbiamo bisogno del loro soccorso.
Colui che aveva scoperto gl’Inglesi del rialzo partì correndo.
— Il Volpino ha le gambe leste; fra mezz’ora i nostri saranno avvisati
— disse Pietro. — Ma intanto noi che facciamo?
— Bisogna che chiegga il parere della Regina — rispose Riccardo. — Tu
intanto non perder d’occhio quei signori.
Spronò il cavallo e in breve giunse presso la lettiga al cui
sportello la Regina era affacciata, non sapendo spiegarsi il perchè di
quell’attesa.
— Che cosa decide Vostra Maestà — chiese Riccardo dopo averle narrato
quel che avveniva.
— Di non indietreggiare — rispose Carolina d’Austria, che mal
dissimulava l’ira, il dispetto per gl’inciampi che sorgevano ad ogni
suo passo.
Egli aveva un aspetto rispettoso, ma severo, chè troppo gli rimordeva
il ricordo dell’abbandono al fascino di quella donna! Da una parte,
quantunque non vedesse Alma che si teneva in fondo alla lettiga,
comprendeva che ella esser doveva sdegnata con lui, dall’altra il suo
dovere gl’imponeva d’essere calmo e padrone di sè.
— Fo osservare a Vostra Maestà — rispose — che una prudente ritirata
torna ad onore di un valente capitano. Se gl’Inglesi ci assalgono,
poichè sono in gran numero, vana sarebbe ogni nostra resistenza, anche
eroica.
— Non sono io la Regina di Napoli e di Sicilia? — proruppe lei. — Che
osino, che osino di contendermi apertamente il passo...
— Non l’oseranno, ne son sicuro, ma Vostra Maestà non potrà presentarsi
ai Calabresi qui venuti per liberarla scortata da una compagnia di
soldati inglesi!
Riccardo aveva detto queste parole con voce ferma e sicura. La Regina,
per quanto a malincuore, si convinse che il giovane aveva ragione.
— Ordinate dunque — disse con accento d’irosa sommissione e di
angosciosa ironia — ordinate. Foste voi a volere che io imprendessi un
tal viaggio, che mi esponessi a un tal pericolo!
Il giovane fu colpito al cuore da tali parole: l’anima sua fiera e
generosa si ribellò.
— Fo osservare umilmente alla Maestà Vostra — rispose con voce calma
e lenta — che se Ella rischia di essere umiliata, io rischio di essere
fucilato e con me tutti quei poveri diavoli che son venuti qui dietro
il mio invito.
Non aveva finito di dir ciò che ne fu pentito: la Regina si era fatta
pallida in viso, si mordeva le labbra per frenare il dolore, mentre
gli occhi le si gonfiavano di lacrime. Egli comprese d’essere stato
crudele, di essere stato se non ingiusto, ingeneroso.
— Perdono Maestà — le disse — perdono! Il pericolo che lei corre mi
esaspera, ma io darei tutto il mio sangue per risparmiarle una lacrima
sola.
— Ah! — esclamò Carolina d’Austria — mi rimproverano di essere stata
crudele, di essere stata feroce; ma quale, quale creatura di Dio ha mai
sofferto quel che io soffro?...
In questo un Calabrese veniva correndo.
— Gl’Inglesi scendono dalle due colline con l’evidente intenzione di
accerchiarci — gridò appena giunto presso la lettiga. — Pietro il Toro
chiede che far bisogna.
La Regina a queste parole aveva aperto lo sportello ed era balzata a
terra.
— Bisogna combattere — esclamò — per aprirci il passo. Se a voi trema
il cuore, non trema a me. Sono io la vostra Regina, io padrona e
signora di questo Regno, io padrona ed arbitra della vostra vita.
Gli occhi le sfavillavano, una fiera risoluzione le si leggeva nel viso
bellissimo che raggiava di sovrana maestà. Gli uomini della scorta
affascinati, esaltati da quelle parole e dall’aspetto regale, le si
erano stretti intorno.
— Viva la Regina! — esclamarono.
— Posso dunque contar su voi? — chiese lei volgendo gli occhi
fieramente sul gruppo di quei suoi fedeli.
— Fino alla morte — risposero ad una voce.
— Ebbene si continui il cammino. Se gl’Inglesi oseranno attaccarci si
risponda al fuoco col fuoco, alla violenza con la violenza. Si tronchi
ogni indugio, ogni dissimulazione, ogni esitanza.
Già si era chiarito il giorno e potevan vedersi rosseggiar sulle alture
i soldati inglesi che convergevano verso la vallata. Riccardo che
era disceso da cavallo, si teneva immobile, con le braccia conserte,
pallido in viso, chè ben comprendeva quanto imprudente fosse quella
inconsulta temerità della Regina che comprometteva la riuscita
dell’impresa. Ella evitava di guardarlo, sdegnata con lui e fors’anco
con se stessa non essendo riuscita a dominarsi, vinta dall’impetuosità
della sua natura.
— Maestà — disse lui, infine — poichè Ella vuole che io muoia col
rimorso di averla condotta al mal passo, e col rammarico di non aver
saputo impedire una catastrofe, son pronto ad affrontare gl’Inglesi,
checchè possa accadere. Io ho votato la mia vita a Vostra Maestà, e
che prima o poi gliela getti ai piedi non importa perchè essa non vale
un sol corruccio, sia pure un lieve capriccio della mia Regina. Ma
non per un corruccio, non per un capriccio. Ella deve rinunciare alla
impresa cui ci ha votati; Ella, sia pure per un giusto orgoglio, non
deve esporre la sua vita e gli alti destini a cui è chiamata. Pensi a
quel che direbbero i suoi nemici e quale trionfo non sarebbe per essi
il poterla accusare di ribellione contro le leggi del Regno che ha il
dovere di custodire...
Ella che ascoltava col capo chino, mordicchiandosi le labbra, in
una visibile lotta tra la ragione e l’orgoglio, fece un gesto per
interrompere il giovane, il quale proseguì con voce calma che riusciva
ben più efficace nell’animo di lei:
— Uno scontro, anche vittorioso, sarebbe la rovina dei suoi disegni.
Finora gl’Inglesi sono suoi alleati e protettori; sol quando Sua Maestà
il Re avrà ripreso le redini del Governo, solo allora sarà suo diritto
di trattare come usurpatori e di combattere cotesti Inglesi arroganti
ed ingordi.
La Regina ansava, come chi invano si divincolasse nei ceppi che lo
stringono, tanto le parole del giovane ne avevano costretto l’orgoglio
a piegarsi.
— Mi consigliate dunque di fuggire? — disse irosamente fissando
Riccardo con occhi sfolgoranti.
— No: di tornare alla villa sul mio cavallo.
— E voi? — chiese lei.
— Io? — rispose il giovane con accento risoluto — io continuerò il
cammino scortando la lettiga. Se mai gl’Inglesi ci assaliranno, l’ho
detto a Vostra Maestà, gittar prima o poi la vita ai suoi piedi a
me non importa. Non è per me che io vi consiglio di piegarvi alla
necessità, non è per me, o Regina!
Ella stette un istante muta e pensosa, con la fronte corrugata, col
viso sconvolto dalla tempesta che le ruggeva dentro; poi vinta, ma pur
sempre accesa da una sorda ira:
— Avete ragione — disse. — Mi vendicherò, mi vendicherò un giorno di
quel che mi han fatto soffrire.
Alma in tutto quel tempo se n’era stata immobile ed impassibile allo
sportello. Evitava di guardare il giovane di cui però approvava le
assennate parole.
— Su, presto, in sella — disse Riccardo. — Vostra Maestà sa bene la via
e in un’ora sarà tornata nei suoi appartamenti mettendo al galoppo il
cavallo. Tornando indietro con la lettiga al passo così lento dei muli
correremmo il rischio di esser raggiunti.
— Ed Alma? — chiese la Regina tuttora esitante.
— La signora duchessa verrà con noi onde gli Inglesi non possano
sospettare quel che è avvenuto se c’intimassero di fermarci. Perocchè
non ricorrerò alle armi che in caso estremo.
A queste parole la Regina impallidì vieppiù: si sarebbe detto che
in lei più che il pericolo potesse la gelosia. Lasciar che Riccardo
accompagnasse Alma era un sacrifizio superiore al suo orgoglio, non
le essendo sfuggito lo sdegno della giovinetta che per tutta la via
se n’era stata raccolta e silenziosa. A qualunque costo dunque voleva
evitare una spiegazione tra i due giovani, onde disse con accento di
risolutezza incrollabile:
— Io non debbo, io non voglio tornar sola; preferisco quindi di
risalire in lettiga.
In questo un altro messo sopraggiunse mandato da Pietro.
— Gl’Inglesi sono a trecento passi da qui; fra poco ci avranno posto in
mezzo. Che fare dunque, che fare?
Ma queste parole non valsero a trarre dalla perplessità nè la Regina nè
il giovane. Non era più il pericolo che li teneva incerti; gli è che
Riccardo ben leggeva nell’anima della Regina, la quale forse credeva
egli volesse allontanarsi per restar solo con Alma. Nè questa era
meno ferita da quella scena di cui non le era sfuggito il significato
oltraggioso per lei. Dunque la Regina vedeva in lei una rivale? Dunque
egli la credeva così incurante della dignità sua da non aver potuto
soffocare in sè, anche se fosse sorto, l’amore per chi in sua presenza
non nascondeva d’esser legato a un’altra donna?
Umiliata, confusa, s’era ritratta in fondo alla lettiga per nascondere
le lacrime di sdegno e di dolore che le sgorgavano dagli occhi. Pure
in quell’orgasmo si chiedeva che volesse da lei uno degli uomini della
scorta che, chiuso in un mantello, col viso nascosto, tenendosi dietro
a Riccardo e sul ciglio della strada, la contemplava con uno sguardo
strano del quale non sapeva intendere l’espressione.
Tutto ciò era accaduto rapidamente, quando una voce s’intese: colui che
fin allora si era tenuto in disparte sul ciglio della strada, lasciò
cadere il mantello e si avanzò verso il giovane e la Regina.
— Prendo l’impegno — disse con accento vibrato — di ricondurre
io la duchessa alla villa. Si stacchino i muli dalla lettiga...
Vostra Maestà monti a cavallo, monti capitan Riccardo su uno dei
muli per accompagnarla. Poco dopo, ne impegno la mia parola, noi vi
raggiungeremo.
Capitan Riccardo era retrocesso con un grido di stupore.
— Vittoria, Vittoria! — esclamò quasi smarrito.
— Chi è quest’uomo? — chiese la Regina.
Ma intanto Vittoria si era data a sciogliere i muli della lettiga, con
mano esperta e vigorosa.
— Tu qui, tu qui! — diceva Riccardo con voce che esprimeva tutti i
diversi sentimenti fluttuanti nell’animo.
— Direte poi a... a Sua Maestà chi io sia. Salite in groppa, intanto,
salite in groppa.
La Regina rassicurata che Riccardo l’avrebbe seguita era già a cavallo.
Però non ristava dal guardar Vittoria nella quale aveva riconosciuto
la donna di quella notte al castello; ma non volle interromperla
nell’opera a cui attendeva, poichè essendo ora sicura che Riccardo non
sarebbe rimasto solo con Alma, se il pericolo che le incombeva non la
spaventava, aveva compreso alfine che tutti i suoi disegni sarebbero
stati compromessi se si fosse lasciata cogliere dagl’Inglesi.
Intanto Vittoria aveva staccato i muli.
— Salite — disse a Riccardo che se ne stava silenzioso, ancora fuor
di sè per quell’incontro, sentendo il bisogno ma pur non osando, di
mostrar tutta la sua gioia a quella donna che per lui al certo era
sbarcata in Sicilia, non osando ricordarle l’intervento di lei, perchè
al certo era lei, nella notte innanzi per far posto ad Alma nella
lettiga.
Ed era, anche, in collera con se stesso, perchè posto fra quelle
tre donne aveva sentito venir meno tutta la sua energia, umiliato
altresì dalla intromissione di Vittoria, nella quale vedeva più che un
rimprovero pel suo contegno. Egli leggeva, ben leggeva nell’animo di
quelle tre donne così diverse per indole, per educazione e per stato
sociale, ma accomunate non solo dal pericolo, ma anche da uno stesso
sentimento.
Il giovane macchinalmente era salito in groppa al mulo quando dal fondo
della strada rimbombò un colpo di fucile.
— Presto, presto, partite! — disse Vittoria che pareva avesse preso la
direzione di quella ritirata.
In così dire sferzò il cavallo della Regina che partì di galoppo.
— Io resto — disse Riccardo frenando la cavalcatura che al rimbombo
aveva dato un balzo.
Ma Alma che era saltata a terra, stendendo il braccio verso la strada
fino allora percorsa:
— Il vostro dovere è là — disse — là. Bisogna anzitutto che la nostra
Regina sia salva, intendete? e che giunga alla sua villa seguita almeno
da un servo.
— Ma voi, ma voi? — esclamò lui, ferito al cuore da quelle parole.
— Io mi affido a quel generoso che anche stanotte mi fu spontaneamente
cortese.
Era lei: lei che lo scacciava, lei che gli ricordava la sua villania,
lei che gli ricordava il suo dovere!
— Vi ubbidisco per punirmi — disse lui — ma voi siete ben crudele con
me, ben crudele!
Ciò detto spronò il mulo per raggiungere la Regina, la quale, giunta
sul colle in cui la strada saliva, si era fermata per attenderlo.
Gli uomini della scorta intanto al rimbombo del colpo di fucile si
erano sbandati su per le alture che fiancheggiavano la strada, correndo
verso il punto in cui sapevano che li aspettava Pietro il Toro.
— Bisogna al più presto allontanarsi da questo luogo per raggiungere
la Regina. Salite, chè io sono usata al cammino e saprei anche andar di
pari passo con un cavallo.
— Ma chi siete Voi, chi siete? — disse Alma che aveva riconosciuto in
quel suo compagno una donna.
Però solo il viso la tradiva: la persona agile e svelta nelle vesti
maschili non avrebbe fatto supporre che fosse quella di una donna.
— Sono un vostro amico o una vostra amica, come vi piace meglio. Ma
non perdiamoci in chiacchiere. Sentite? I soldati inseguono a colpi
di fucile i miei compagni che al certo si sono sparpagliati per la
campagna. Dobbiamo allontanarci al più presto, al più presto per
raggiungere, se è possibile, la Regina.
In ciò dire si guardava intorno, chè le grida e gli spari l’avevano
messa in gran sospetto.
Alma, quantunque preoccupata, quantunque in orgasmo per trovarsi sola
in balìa di quella donna sconosciuta, i cui abiti maschili non la
rassicuravano punto, pure si sentiva ad essa attratta da un fascino
inesplicabile, anche pel ricordo dell’intervento della scorsa notte,
che era indizio d’un’anima capace di delicatezze. E quantunque le
ricordasse quell’incidente di cui sentiva ancor tutta l’amarezza, pur
nel pericolo ond’era minacciata, non esitava di affidarsi a lei.
— Salite sulla mula, salite: siete troppo delicata e soffrireste troppo
se imprendeste a piedi il cammino. Cotesta bellezza si sciuperebbe...
L’aiutò a sedere sulla mula a cui diede una spalmata per incitarla al
trotto. Ella non intendeva che raggiungere la Regina, la quale al certo
era fuori ogni pericolo; e già erano giunti a piè della collina per la
quale saliva la strada, quando Vittoria gridò, arrestando la mula:
— Scendete, scendete: ci è una pattuglia di soldati lassù.
E in così dire stendeva il braccio verso l’alto del colle ove infatti
era apparso alcun che di rosso fra gli alberi.
Alma era balzata a terra; pallida per l’emozione, la stanchezza, il
caso stranissimo del trovarsi sola in una campagna con quella donna
della quale, e il ricordo le era sopravvenuto di un tratto, aveva udito
narrare ben terribili cose; per esser esposta a cadere in mano degli
Inglesi che già trattavano quali loro nemici i compagni di quella donna
travestita, e che, come chiaro appariva dai colpi di fucile rimbombanti
qua e là per la campagna, inseguivano senza dare ad essi quartiere.
— Dio mio, Dio mio! — mormorò la giovinetta — che sarà di me, che sarà
di me?
Inoltre aveva notato che quella donna, la quale fin allora le si era
mostrata così premurosa, aveva avuto una inflessione di amara ironia
nell’accennare alla bellezza di lei, e le aveva rivolto uno sguardo
truce che l’aveva fatta rabbrividire.
— Animo, animo! — rispose Vittoria quasi bruscamente — sono uscita
da ben altri guai, io, da ben altri pericoli! Ma già voi siete una
duchessa! Sapete però, sapete che anch’io sono una gentildonna, anche
io?
Aveva detto ciò con un accento iroso che vieppiù accrebbe lo spavento
di Alma, alla quale quelle inopportune parole riescivano inesplicabili.
Ella se ne avvide e le si rivolse con viso rabbonito e con accento più
dolce:
— Bisogna lasciar qui il mulo e avventurarsi pel bosco ove ci terremo
nascoste finchè i soldati saranno andati via. Non abbiate paura, fidate
in me: quantunque nuova di questi luoghi, vedrete che saprò trovare la
via che conduce alla vostra villa.
Ciò detto la prese per la mano e circospetta, guardandosi intorno
lasciò la strada maestra e si immise nel bosco. Alma la seguiva quasi
smemorata, in quel suo intontimento non avendo volontà, non chiedendosi
nemmeno dove ella la conducesse. Salivano fra i roveti che si
allacciavano ai fusti degli alberi che lor laceravano le vesti, dovendo
talvolta strisciar carponi per allontanarsi sempre più dalla strada in
cui il pericolo le minacciava da ogni parte.
Vittoria, usata ai boschi, procedeva dritta a spedita, soffermandosi
di tanto in tanto per ascoltare. I colpi di fucile eran divenuti meno
frequenti e più lontani, nè voce alcuna giungeva fino ad esse. Il
silenzio profondo del bosco le rassicurava, onde impietosita dallo
stato in cui era ridotta la giovinetta, che ansava non ne potendo
più dal cammino e dall’angoscia, giunte presso un folto roveto che si
apriva ad arco sicchè offriva un asilo quasi sicuro, disse:
— Non ne potete più; riposate, via, io intanto salirò fino in cima per
esplorare i dintorni.
Alma si lasciò cadere sull’erba mentre Vittoria si allontanava.
Quando si vide sola si guardò intorno come se si fosse allora destata
da un lungo sonno. Lei, lei in quel bosco, lei lontano dalla villa
ove, per quanto il fasto regale fosse attenuato dalla quasi prigionia
della Regina, nulla mancava di ciò che occorre a chi è usato a tutte
le delicatezze della vita: lei in balìa di una avventuriera, famigerata
per le sue ferocie!
E se suo padre avesse saputo a quale pericolo l’aveva esposta
l’avventatezza della Regina, non avrebbe avuto ragione di rimproverarle
il rifiuto di lasciar quella donna che non sdegnava di correr la
ventura per le strade in compagnia di gente di mal affare pel ricupero
di un regno che si era lasciato togliere a causa appunto della sua
indole fatta di contrasti, di poche eccelse virtù e di molti vizi
volgari?
E perchè non si era rifiutata di seguirla, lei che avrebbe ben potuto
prevedere a quali pericoli sarebbe andata incontro, e quale onta gliene
sarebbe venuta: perchè?
La risposta ad un tal perchè, risposta che si era data anche prima,
l’aveva immersa in un’angoscia profonda. A che dissimulare lo stato
del suo cuore? Ella amava colui che non più un misero avventuriero, ma
era per lei più che un suo pari, più che un suo intimo congiunto: era
un uomo innanzi al quale se non lei, il padre di lei doveva chinar la
fronte ed arrossire.
Era stata dunque la gelosia che l’aveva indotta a quel passo di cui
ora subiva le conseguenze, la gelosia cieca, irriflessiva che le aveva
fatto affrontare con amara voluttà lo spettacolo del fascino che la
Regina esercitava su Riccardo, fascino del quale ella intuiva la causa,
chè non era tanto inesperta della vita da non comprenderne ciò che
per una fanciulla esser deve un mistero. Ed era rimasta profondamente
colpita al cuore per lo sgarbato obblìo di Riccardo che, pur sapendola
a lui vicino, incurante di lei si era abbandonato alle carezze
dell’amante, e lo sguardo ebbro di desiderio del giovane aveva vieppiù
scavato l’abisso che da lei lo separava.
Tutto il suo avvenire era compromesso, chè ella si sentiva incapace di
darsi ad un altro amore, pur sentendo vergogna di quello che forse da
gran tempo aveva custodito nel cuore e che di un tratto era scoppiato
così veemente!
Ed ecco che per effetto di quell’amore che si rimproverava come
una colpa, come una vergogna, ora si trovava in un bosco, presa
nell’ingranaggio di quell’intrigo, travolta senza volerlo in
un’avventura che avrebbe avuto conseguenze ben fatali per lei e per suo
padre che ella aveva sempre amato, quantunque ne intuisse l’ambizione,
ad appagar la quale lo reputava di tutto capace.
E mentre tremava di sgomento in quella solitudine, col pericolo
imminente di esser sorpresa dai rozzi e brutali soldati inglesi che
l’avrebbero considerata come un’avventuriera, pensava a Riccardo ed
alla Regina che erano già al sicuro o immemori o incuranti di lei nella
gioia dello scampato pericolo...
Ma qui si arrestava per respingere una visione che la faceva fremere
di sdegno e di dolore. La gelosia le aveva rivelato della vita quel che
la severa educazione aveva coperto di un velo. Ella sentiva vergogna di
quella persistente visione, se ne faceva tuta colpa, pur non riuscendo
a scacciarla, quantunque invano, invano chiudesse gli occhi per non
vederla. Soli, liberi, lieti dello scampato pericolo forse in quell’ora
istessa abbandonavansi alle dolcezze del loro amore, mentre essa in
quel bosco smarrita, non sapendo che sarebbe di lei avvenuto, era
in preda non solo allo sgomento ma anche ad un’ira sorda che pur si
rimproverava come una colpa.
Ma, ed era questo un fenomeno strano, un effetto della sua educazione,
non contro la Regina sentiva le punture di quell’acre sentimento
che le era sorto nel cuore: la Regina anche coi suoi vizî, anche
con le sue sregolatezze era sempre per lei la Regina, inviolabile ed
intangibile, per la quale era debito d’ogni suddito di dar la vita,
come lei l’avrebbe data; e nell’equità dell’anima sua neanche Riccardo
era colpevole. Da quando aveva inteso per lui quel che ora le pungeva
il cuore? Non lo aveva per tanti anni tenuto in conto di un vil servo
del quale avrebbe sdegnato l’omaggio più devoto? Che cosa aveva fatto
lei per meritar che egli le sacrificasse sia pure il capriccio ond’era
stata presa per lui la Regina? E se ci era un colpevole non era suo
padre la cui ambizione aveva fatto tacere in lui l’affetto fraterno?
Era seco stessa dunque che doveva rammaricarsi, contro se stessa doveva
volgere la sua ira, e se quella era gelosia, se era amore il sentimento
che le pungeva il cuore, era lei la colpevole, lei che si era lasciata
vincere, venendo meno al suo orgoglio, alla sua alterezza!
Era in questi pensieri quando fu riscossa dalla voce di Vittoria.
— Venite, venite — le disse questa comparendole innanzi — ho trovato
un rifugio su una rupe nel fondo di un bosco ove potremo aspettare
al sicuro che la strada sia sgombra. Vi ho trovato alcuni amici che
poterono salvarsi dall’inseguimento. In pochi potremmo resistere a
tutto un reggimento.
— Voglio andar via, voglio andar via! — gridò la giovanetta sgomenta,
cui pareva orribile esser costretta a vivere in comune con quella gente
chi sa per quanti giorni.
— Voi dovete seguirmi, intendete? — rispose Vittoria con accento aspro
e reciso. — Io non posso, non debbo esporvi ad un incontro con quei
maledetti, scostumati e brutali forse più che i Francesi. Sono io che
rispondo di voi, io che ho dato la mia parola, e sia pure contro voi
stessa, debbo mantenerla.
Alma comprese che era inutile insistere; piegò il capo e si lasciò
prendere per la mano.
— Io non so se vi amo o se vi odio, nol so e nol voglio sapere — disse
Vittoria con accento lento e solenne — ma so che darei tutto il mio
sangue perchè non vi sia torto un capello. Anch’io ero una gentildonna
come voi, ma non fossi altro che Vittoria, Vittoria la feroce, Vittoria
la crudele, ho la mia superbia anch’io, e per questa superbia, non
dubitate, vi proteggerò per ridarvi a lui fino all’ultima goccia del
mio sangue. Venite dunque, venite.
Alma aveva compreso ben poco di quelle parole, ma sentendosi dominata
dall’aspetto e dall’accento di quella donna si lasciò condurre verso
il folto del bosco. D’altra parte, era così convulsa, così smarrita da
non aver più la forza di resistere. Solo chiedevasi perchè quella donna
avesse detto che l’avrebbe ridata a lui.
— Sa dunque che io l’amo, sa dunque che io l’amo? — domandavasi con un
segreto terrore del quale non avrebbe saputo ridire la causa.
E intanto saliva il colle boscoso dietro quella donna che pareva avesse
dei diritti su lei.
— Ecco, siamo giunti — disse infine Vittoria.
Un edificio dalle mura qua rotte, là screpolate si ergeva sulla cima
del colle i cui fianchi dal punto in cui finiva il bosco si elevavano
brulli e scoscesi. Una angusta stradiciuola incavata nel masso saliva
fino ad un piccolo vano dell’edificio di cui un tempo era stato forse
la porta. Invero pochi uomini risoluti a vender cara la vita avrebbero
potuto da quelle mura tener fronte al nemico per quanto numeroso, non
potendo essere assaliti che solo per quell’angusto sentiero.
La giovanetta affannava salendo il dirupato viottolo. Chi mai avrebbe
in lei riconosciuta la superba figlia del duca di Fagnano, l’amica
della Regina usata a vedersi d’intorno una corte di maggiordomi e di
valletti? Con le vesti lacere, la bionda capellatura scomposta, il viso
scolorito dal disagio e dallo sgomento, si trascinava a stenti dietro
quella donna in abito da uomo che di tanto in tanto le si volgeva per
incuorarla, guardandola con occhi che esprimevano ora la pietà, ora un
sentimento indefinibile da far trasalire la povera fanciulla.
Giunsero così sulla spianata innanzi ai ruderi del vecchio castello,
ove trovarono alcuni uomini di quelli della scorta che vi si erano
ricoverati.
Al vedere Vittoria le si fecero incontro.
— La fortuna ci ha aiutati — disse Volpino — assai più che non
meritassimo. Ho visitato l’interno di queste rovine: vi sono alcune
stanze rimaste intatte ove si può dormire al sicuro dalla pioggia. Mi
ci acconcerei per benino e per tutta la vita se avessi del buon vino,
del pane, del companatico ed anche una di queste siciliane per cantarle
delle _romanze_. Che occhi, San Francesco benedetto, che occhi, che...
— Taci vecchio rimbambito! — gridò Vittoria temendo per riguardo ad
Alma il parlare sboccato del rozzo scorridore.
— Quando si tratta di aver buone orecchie e buon naso non sono un
rimbambito — rispose il Volpino. — Dunque possiamo bene attendere qui
che le strade siano libere.
— Andiamo, andiamo, che questa povera signorina ha bisogno di riposo.
Conducine nella stanza meno rovinata e voi altri — disse poi Vittoria
voltasi ai compagni — restate in vedetta per evitare che ci si
sorprenda.
Aveva la voce e l’accento di chi sia usato al comando.
— State pure tranquilla, caporale — risposero quegli uomini. — Fosse
anche una volpe che tentasse di arrampicarsi quassù, non sfuggirebbe
alla nostra vista.
— E vi prevengo che se ci scoprono e se saremo assaliti non intendo
fuggire. Or che abbiamo trovato un tal ricovero vi staremo finchè non
ci sarà dato di raggiungere con sicurezza i nostri.
— Fuggire? E dove? In questo maledetto paese non ci è da raccapezzarsi
— rispose il Volpino. — Non siamo fuggiti negli scontri coi Francesi,
ciascun dei quali ne valeva dieci di queste aragoste, come i siciliani
chiamano gl’Inglesi.
— Però, però — disse il Magaro che era fra gli sfuggiti — come faremo
per empirci lo stomaco? Per la sete, ho visto scorrere là in fondo un
ruscello; ma l’acqua non può far da pane, e neanche da vino!
— Ci penseremo dopo che avrò trovato un cantuccio ove possa riposare
questa poveretta.
Alma ascoltava come intontita. Le pareva un sogno l’esser là in
mezzo a quella gente, in un bosco, fra quei ruderi. Pure un pensiero
doloroso le pungeva il cuore: lui, lui l’aveva abbandonata in balìa
di quella donna! È vero che ella stessa glielo aveva imposto, ma
perchè non era tornato, perchè vedendo che il tempo trascorreva
senza che ella giungesse alla villa non le era mosso incontro? Ma un
altro pensiero la faceva trasalire: se per aver nuove di lei fosse
capitato tra gl’Inglesi? Se, mentre lei era in quel bosco tra quei
rozzi avventurieri, egli fosse trascinato prigione dal soldati? Se
uno di quei colpi che aveva udito rimbombare per la campagna l’avesse
ucciso? E se, mentre con tanto spasimo pensava a lui, egli dimentico,
nell’esultanza di veder salva la Regina, si abbandonasse al fascino
ammaliatore di quella donna?
Così ondeggiava nei pensieri più angosciosi, quando un grido di gioia
di tutti gli astanti le fece sollevare il capo essendole balenata
nell’anima una speranza.
— Pietro il Toro! È proprio Pietro il Toro che si trae dietro una mula
ben carica.
— Sono io, sì, sono io — gridò dal basso del viottolo il vecchio
scorridore.
— Evviva Pietro il Toro, evviva!
— Di che diavolo sarà carica quella mula?
— Anche di solo pane, sarebbe pur sempre una provvidenza.
Ed attesero trepidanti che il vecchio li raggiungesse. Anche Vittoria
si era fermata, mentre Alma delusa aveva tratto un sospiro.
— Temevo che questa volta ci fossi capitato! — disse il Magaro
sinceramente lieto nel veder sano e salvo l’amico.
— Non sono pruni pe’ miei occhi quelli lì — disse Pietro il Toro
scrollando le spalle. — I Francesi tiravano meglio, ma io tiro meglio
dei Francesi. Nello inseguirci avevan lasciato in un canto del bosco
alcune mule cariche di tutto il ben di Dio, come ho potuto accertarmi
in un istante di sosta ed erano custodite da alcuni paesani che ho
posto in fuga con due o tre bestemmie delle mie. Ho riversato in
un fosso il carico delle altre e ho portato meco questo, sicuro che
sarebbe giunto opportuno.
— Ma come comprendesti che eravamo qui?
— Dalle vostre pedate, figli miei. Credete voi che abbia dimenticato
l’antico mestiere? Un tempo bastava una pietra smossa, un ramoscello
spezzato per indovinare quale e quanta gente fosse passata pel bosco.
Le impronte che si dirigevano verso il centro del colle erano di gente
che fuggiva e che portava le uose: erano dunque le vostre.
— Il castello è ora approvigionato, le armi non mancano, possiamo
dunque sostenere un assedio in piena regola.
— A prescindere dal fosso in cui ho riversato l’altra roba. Non speravo
punto di trovare anche qui con gli altri, caporal Vittoria...
Ma s’interruppe con un grido di stupore avendo visto Alma che, stanca,
oppressa, smarrita, si era lasciata cadere a piè d’un albero il cui
tronco l’aveva nascosta finallora agli occhi di Pietro.
— La duchessina qui, la duchessina qui! — esclamò il vecchio volgendo
attorno lo sguardo per chiedere spiegazione.
— Per non cadere in mano ai soldati che sopraggiunsero — rispose
Vittoria. — quando già la Regina si era posta in salvo e noi muovevamo
per seguirla. Del resto, se ci siam noi, ci può bene star lei!
Due opposti sentimenti combattevano nel cuore di Vittoria il cui
linguaggio ne subiva l’influenza: ora la pietà ed un istintivo
interessamento davano alla sua voce una inflessione di dolcezza; ora
l’odio che pur tentava di soffocare la facevano irrompere in aspre
parole.
Alma, offesa dalla risposta di Vittoria, non seppe più contenersi:
intese divampare tutto l’orgoglio della razza, e alzatasi le volse
dicendo alteramente pur fra le lagrime:
— Voglio andar via. Gl’Inglesi rispetteranno in me la figlia del duca
di Fagnano!
— Gl’Inglesi vi costringerebbero a dire come voi, figlia del duca di
Fagnano, vi siete trovata sola in un bosco mentre essi davano a noi la
caccia. Compromettereste così la nostra Regina, per la quale noi siamo
disposti a dar la vita — rispose Vittoria con accento severo.
Poi raddolcendo la voce, quasi pentita della sua asprezza, in che però
aveva una lieve inflessione d’ironia.
— E saremo disposti anche a darla per voi se non disdegnate la nostra
compagnia — aggiunse.
Alma, non rispose; chinò il capo con un sospiro e sedette, come
rassegnata alla sua sorte.
Pietro il Toro, che aveva ascoltato scrollando il capo quasi
rispondesse ad un segreto pensiero, si avvicinò alla giovinetta e le
disse con accento rispettoso e insieme paterno:
— Quella lì — e con la mano accennava a Vittoria — è meno cattiva di
quello che si creda. Voi qui siete, per così dire, la sua ospite, e
una tigre non difenderebbe tanto ferocemente i suoi figli come ella
difenderebbe voi. Abbiate dunque pazienza e vi prometto che appena la
strada sarà sicura io stesso vi condurrò da Sua Maestà. Andate, andate
ora fra quei ruderi ove vi si acconcerà un buon tettuccio coi mantelli
che ho trovato sulla mula tolta agl’Inglesi. E riposate tranquilla
chè noi veglieremo; riposate tranquilla meglio che una regina nel suo
palazzo.
— Grazie! — rispose lei sollevando i begli occhi gonfi di lacrime.
La Regina intanto, che era passata per la strada fiancheggiante
il colle prima che gl’Inglesi scendessero per prendere in mezzo la
lettiga con coloro che l’accompagnavano, al certo per l’avviso che
avevano ricevuto da qualche loro spia, era giunta alla villa seguita
da Riccardo, che però si volgeva ad ogni istante per vedere se
Alma e Vittoria li seguissero. Sentiva l’anima oppressa da sinistre
apprensioni; per quanto la gratitudine che doveva a Vittoria fosse
ben grande, pur sapendone l’indole torbida e violenta acuita vieppiù
dalla passione insoddisfatta, non era punto tranquillo. La improvvisa
ed imprevista apparizione di quella donna che al certo era passata in
Sicilia solo per lui, se da una parte gli era giunta grata, dall’altra
lo impensieriva non poco, complicando vieppiù l’incertezza nella quale
viveva pel fascino che subiva della regal donna di cui era l’amante, e
per quel sentimento profondo che nutriva in cuore per Alma.
Perocchè egli invano si chiedeva qual fosse la sua meta, quale
esser potesse il suo domani. Non gl’importava di lasciar la vita
in quell’impresa, ma posto tra quelle due donne, se mai la Regina
trionfasse, se ritornasse libera e potente, avrebbe dovuto pur
decidersi, sia facendo riconoscere i suoi diritti al nome ed al titolo
di suo padre, sia rinunciando al suo amore per Alma, o ai suoi intimi
rapporti con la Regina. Ma in tal caso come affrontarne l’ira e l’odio
che si sarebbero riversati su quella povera giovinetta? E questa, anche
se lo amasse, si sarebbe piegata a quell’amore, pur sapendo la natura
dei legami che lo avvincevano alla Regina? Il suo amor proprio ferito,
la sua gelosia messa a tante dure prove non si sarebbero ribellati?
Non avrebbe lei ricordato la involontaria recente villania di lui che
innanzi alla regale fascinatrice si era mostrato del tutto dimentico
della giovinetta che veramente ed unicamente amava?
Ed ora un’altra donna, violenta nell’odio come nella passione, si
frammetteva nella sua vita, una altra donna a cui era legato da tanta
gratitudine!
Non era sfuggita alla Regina la preoccupazione del giovane che quanto
più si allontanava dal luogo in cui aveva lasciato Alma tanto più
appariva agitato: ma poichè il pericolo non era del tutto scomparso,
ella spronava vieppiù il cavallo, quantunque punta da un certo rimorso
per aver dovuto distaccarsi dalla sua giovane amica, e dal dispetto di
dover sottrarsi con la fuga a coloro che pure erano venuti in Sicilia
per proteggerla e per difenderla.
Giunta innanzi la porta della villa, Maria Carolina balzò dal cavallo,
ne gittò le redini al negro che era accorso e si fermò sulla porta per
aspettare Riccardo che poco dopo la raggiunse.
Il giovane era scuro in viso come chi sia oppresso da un pensiero
angoscioso.
— Che Vostra Maestà mi perdoni — disse — ma temo che sia incorso
qualche sinistro a... alla sua giovane amica. Dall’alto del colle per
quanto è lunga la strada che si volge in fondo alla vallata non ho
visto alcuno, eppure avrebbe dovuto....
— Salite — disse lei imperiosamente.
E gli volse le spalle come sicura che avrebbe ubbidito al suo
ordine. L’ira, il dispetto ed un altro sentimento ben più logorante
le si leggevano nel viso, mentre passava tra i valletti schierati
sopraggiunti al suo arrivo.
Il giovane esitò per un istante, ma non osò protestare, e si diede a
salir la scala dietro la Sovrana, che non si era neanche rivolta per
vedere se la seguisse.
Quando furono in una stanzetta alle cui pareti erano i ritratti di
alcuni degl’imperatori e delle imperatrici di Austria, ella si lasciò
cadere su un largo divano, mentre il giovane, arrestandosi sull’uscio,
si teneva nell’atteggiamento di chi frema impaziente ed abbia altrove
volto il pensiero.
— Sedete — ordinò la Regina che affettava un contegno calmo e sicuro.
— Ho avuto l’onore di dire a Vostra Maestà che sono in gran pensiero
per...
— Sedete! — ripetè lei fissando il giovane con uno sguardo sfavillante
d’ira.
Dominato da quella voce e da quello sguardo, quantunque evidente fosse
in lui la lotta che si combatteva nel suo spirito, sedette frenando a
stento la sorda ribellione che era per prorompere.
— Nel colloquio che avemmo nella torretta — disse la Regina con le
labbra tremanti per l’ira compressa, quantunque si sforzasse di apparir
calma — mi narraste quali pericoli doveste affrontare per raggiungermi,
per attenere la fede a me giurata. Io vi ascoltavo col cuore palpitante
di una gioia che non avevo mai provata, perchè credetti che finalmente
l’uomo del quale per tanti anni ero andata in cerca l’avessi trovato
in voi, l’uomo che va dritto come una spada verso la meta che si è
prefissa, l’uomo che dandosi a una donna e ad una missione è pronto
a liberarsi d’ogni altro affetto ed a considerarsi come l’istrumento
scelto dalla Provvidenza per menare a termine un gran disegno!
Riccardo a poco a poco aveva alzato fieramente la testa sentendosi
punto al cuore dalla parola fredda e calma della Regina, le cui
inflessioni ironiche lo esasperavano. Pure non osava d’interromperla
e si teneva immobile, quantunque il suo pensiero lottasse tra la
ribellione che in lui suscitavano le parole ironiche di lei e la
preoccupazione per la sorte toccata ad Alma: ond’egli pur prestando
ascolto alla Sovrana, trasaliva ad ogni rumore che potesse essere
indizio del ritorno della giovinetta.
— Quando in quella notte fatale a Napoli foste ferito — continuò
la Regina — io non ubbidii soltanto ad un capriccio di donna col
compiacermi di voi, nè alla gratitudine, chè il premio concessovi
sarebbe stato troppo anche pel servigio che mi avevate reso: ma gli
è che una voce interna mi diceva che voi sareste stato il braccio a
me necessario, voi l’uomo che nella rovina di tutto un regno, avreste
giganteggiato con me per opporci alla immane catastrofe. Io volli far
di voi uno di quei predestinati che s’incontrano talvolta lungo le
vie dell’umanità; volli infondervi la mia energia, parte della mia
anima, del mio spirito, dei miei odi, delle mie aspirazioni, poichè voi
avevate già il valore, la giovinezza e l’anima fatta per comprendere
i grandi ideali. Ebbene, mio caro, debbo con rammarico confessare a me
stessa che m’ingannai.
Egli si era alzato a queste parole, acceso in volto per l’orgasmo, ma
risoluto a respingere quell’oltraggio. Pure contenendosi a stento, come
chi retroceda prima di avventarsi, avendo inteso rifluir nell’anima
tutto lo sdegno della sua natura impulsiva, disse con voce calma nella
quale pur ruggiva tutta la tempesta dell’anima sua:
— Oso chiedere alla Maestà Vostra perchè ora afferma di essersi
ingannata!
— Perchè — rispose prorompendo la Regina — perchè ti sei lasciato
distrarre, ti sei lasciato vincere dalle moine di una scioccherella
che da gran tempo avrei dovuto rimandare a suo padre; perchè quando
lei è presente tu appari impacciato, confuso, incerto, come se temessi,
mostrando per me quella devozione che mi è dovuta anche se fossi per te
niente altro che la tua Regina, come se temessi di arrecarle dolore.
Ed ora, dì, ora non sei tu convulso, preoccupato sol perchè non sai
quel che sia avvenuto di lei, quasi a te stesse a cuore più la sua che
la mia salvezza? Parla, rispondi, che da gran tempo io l’aspetto una
tua parola che mi faccia leggere addentro nel tuo cuore. Sei tu per me
qui? per me affrontasti i pericoli della fuga, per me spezzasti le tue
catene dì schiavo, per me rinunciasti a ciò che tuo padre ti offriva,
o per lei, per lei che tu amavi sin da quando eri un misero bastardo
sudicio di fango e meritevole per tanto ardire delle scudisciate dei
servi di quella donna alla quale si volgevano gli occhi tuoi?
La Regina si era andata vieppiù accendendo come se le parole stesse
ne acuissero l’ira, pareva fuor di sè per l’orgasmo, irritata vieppiù
dal contegno freddo e severo del giovane che con le braccia conserte,
ritto a lei dinanzi, livido in viso, si teneva immobile, quantunque gli
costasse uno sforzo sovrumano quel contegno apparentemente impassibile.
Ma alle ultime parole della Regina, che erano un estremo oltraggio
per lui, egli trasalì, gli occhi balenarono di una luce sanguigna,
le labbra gli tremarono; pure, poichè ella ne aspettava la risposta,
sperando in cuor suo che fosse umile e dimessa egli disse con voce
lenta, ben marcando le parole:
— Vostra Maestà dunque ebbe torto ad aprir le braccia a chi,
insudiciato di fango, in quella notte in cui versò buona parte del suo
sangue, avrebbe meritato non le regali lusinghe, ma le scudisciate dei
suoi valletti, se... vi fosse stato uomo al mondo tanto ardito da osare
di fargli oltraggio!
Ella non si aspettava quella fiera risposta. Il suo orgoglio regale,
la violenza della sua indole, la sorda ira accesa dalla gelosia
combattevano in lei contro il suo amore, senza sopraffarlo ma anco
senza esserne vinta. Gli è che pur essendo l’amante di quel giovane
voleva anche esserne la Sovrana; gli è che la sua alterezza non le
permetteva di confessare di essere gelosa, lei, la figlia dei superbi
imperatori, di una povera giovinetta, della cui beltà tenera, dolce,
soave, così diversa dalla sua, ella ora soltanto si era accorta, ora
che a quell’unica amica che le era rimasta invidiava la giovinezza
e la verginale leggiadria. In quell’istante aveva posto in oblio
tutto il gran disegno; la congiura contro gl’Inglesi, il ricupero del
potere, l’esiglio, la dignità regale vilipesa. Nulla le sventure, nulla
l’avvilimento in cui era caduta avevano influito sul suo carattere che
ondeggiar la faceva tra le piccole e le grandi cose, tra le eroiche
virtù di Sovrana e i vizi e le passioni di un’anima di donnicciuola.
Le parole di Riccardo la ferirono non solo nel suo orgoglio, ma nella
illusione che ella potesse sull’animo di lui fino a vederlo umile e
contrito anche negli oltraggi. Scorse nella risposta del giovane la
confessione quasi del suo amore per Alma con qualcosa di più atroce: il
disdegno dell’uomo per la donna che gli si era data senza amore e per
capriccio. Allora comprese in quale abisso fosse canuta: nell’impotenza
di punire quell’uomo che aveva risposto con l’oltraggio all’oltraggio;
misurò la rovina, la miseria del suo stato dalla quale nulla sarebbe
valso a trarla. L’ira, lo sdegno, il dolore le agganciarono così il
cuore che ella per poco non seppe dir parola. Poi per le livide guance,
mentre gli occhi parevan come impietriti, scorsero le lagrime, ognuna
delle quali in altri tempi sarebbe costata la vita ad un uomo.
Egli vide quelle lagrime, comprese tutta l’angoscia del cuore di
quella donna, di quella Regina, e ne ebbe pietà, pure nella pietà
non obbliando che forse in quello stesso istante Alma era esposta
per la sua devozione alla Regina al pericolo di cader prigioniera
degl’Inglesi, pericolo che per l’incertezza si dipingeva orrendamente
alla sua fantasia. Ma come lasciar la Regina in quello stato per
correre a difendere la giovinetta? E che ne avrebbe detto lei di lui
che riaveva abbandonata?
Non mai il suo cuore era stato così in tumulto, non mai aveva
sopportato tanto strazio! Come uscir da quel bivio, a quale partito
appigliarsi, posto fra quelle due donne alle quali sentiva avvinta
tutta la sua vita?
— Vostra Maestà — disse infine con voce soffocata dall’angoscia —
ha voluto punirmi acerbamente di una premura che era inspirata dal
rimorso, dell’avere io consigliato di avventurarsi in aperta campagna.
Avrei avuto una tale premura anche se quella giovinetta non fosse
la figlia del fratello di mio padre. Perchè Vostra Maestà ha voluto
punirmi di tale mia doverosa premura col ricordarmi la mia misera
giovinezza, mentre sa che nelle mie vene scorre sangue di principi
e di duchi? E non comprende che il mio orgasmo, il mio dolore per
l’incertezza in cui versiamo sulla sorte toccata alla sua amica son
prodotti anche dal pericolo che corrono i disegni di Vostra Maestà
se mai quella delicata creatura, che non reggerebbe ai maltrattamenti
degl’Inglesi, cadesse nelle loro mani?
— Solo per questo? — disse la Regina che a poco a poco alle parole
del giovane si era andata rasserenando, quantunque il suo volto e
i suoi occhi serbassero ancora le tracce delle angosce sofferte.
— Posso io crederti, posso io crederti? Bada di non ingannarmi ti
dico. Abbandonata da tutti, sola contro tutti, mentre tutto rovina a
me dintorno, coi figli che mi odiano, col marito incurante, spiata
dai miei stessi familiari, costretta a vivere come una prigioniera
dell’elemosina de’ miei nemici, in te che sei giovane, in te che sei
bello, in te che sei forte ho cercato non solo il braccio, l’energia,
il valore onde io trionfi come Regina, ma tutte le illusioni, tutte
le gioie, tutte le ebbrezze a cui anela ogni cuore di donna. Lo so
che gli anni e le sventure hanno sfiorato le mie guance, han tolto il
fulgore ai miei occhi, hanno sformato la mia persona, ma non perchè
rovinato è il vulcano dalle fiamme che ha eruttato, son meno ardenti
le sue vampe, è meno stridente il fuoco che vi arde dentro! Io mi sono
appigliata a te perchè giurasti di seguirmi dovunque sulla cima eccelsa
o nell’abisso profondo.
— Ed io vi seguirò — rispose lui. — Non son venuto mai meno ai miei
giuramenti.
— Mi seguirai anche se.. se ti arride l’amore di una giovane donna che
tu forse vagheggiasti fin dalla infanzia? Mi seguirai anche se...
— Anche se dovessi strapparmi il cuore dal petto, o Regina. Un abisso,
intendete? un abisso mi separa ormai da colei alla quale un tempo i
miei occhi si rivolsero, come quelli di una lucciola si rivolgono ad
una stella.
— Ah, confessi dunque che l’hai amata, confessi che l’ami? — gridò la
Regina.
— Confesso — rispose lui che non potè trattenere un sospiro d’angoscia
per quella rinuncia ad ogni sua illusione, risoluto com’era a soffocare
il suo amore per Alma, ma non certo il suo interessamento come per una
sorella — che ho consacrato tutta la mia vita a vostra Maestà: confesso
d’aver sognato fino a quando in una notte, mentre giacevo ferito in un
luogo sconosciuto, una Regina mi apparve che mi legò indissolubilmente
al suo destino. Lasciai il sogno e mi avvinsi ad una tale realtà, alla
quale come ho dato la mia vita ho sacrificato il mio sogno!
Benchè la Regina fosse mediocremente soddisfatta di questa confessione
del giovane, pure ne comprese tutta la sincerità e la schiettezza.
Ormai dunque poteva viver sicura che quel giovane di cui sapeva a
prova la lealtà, non l’avrebbe ingannata. Pur la sua natura, estrema in
tutto, tornò serena e quasi lieta, onde gli stese la mano sulla quale
egli impresse un lungo bacio.
— Ora — disse Riccardo rialzandosi — interpretando il desiderio della
Regina, è mio dovere correre in soccorso dell’amica di Vostra Maestà
che spero di ricondurre qui al più presto.
— Io vi aspetto! — disse la Regina che fissò il giovane con occhi
infiammati nei quali egli vide balenare il torrido desiderio di cui
unicamente forse era fatto quell’amore.
Quando il giovane uscì, la Regina rimase per un pezzo come affissata in
un pensiero.
Poi scrollò le spalle mormorando:
— Anche se le fosse capitata qualche disgrazia... furono scambiati
molti colpi di fucile e lei si trovava proprio in mezzo del cerchio
formato dagl’Inglesi... anche se le fosse capitata qualche disgrazia,
non sarebbe la prima morta pel suo Re e per la sua Regina! Non
giurarono gli Ungheresi di sacrificarsi tutti per mia madre, e non
diedero ad essa il loro sangue e la loro vita?