I due si guardarono ammiccando.

— Il Re ha perduto gli alfieri e le torri; non ha che poche pedine

oramai...

Discorrendo così sottovoce i due entrarono in una delle stanze a

pianterreno ove erano gli alloggi degli ufficiali della Corte.

Il Re non sapeva a che attribuire l’indugio della duchessa, che

giungeva opportuna. Aveva deciso di confidarle tutte le sue pene,

le sue paure, le sue preoccupazioni per averne consiglio, chè molto

fidava sul senno e sull’accorgimento di quella giovane donna, dalla

quale si credeva sinceramente e disinteressatamente amato, e che sapeva

prenderlo pel suo verso calmandone le ire e divertendone gli ozî.

Aveva trovato in lei un carattere pieghevole, rimessivo per un calcolo

di accorta furberia femminile, carattere in contrasto con quello

imperioso, irriflessivo della Regina, onde l’affetto che sentiva per

l’amante era come una conseguenza dell’avversione per la moglie. Ella

lo aveva ben compreso e si studiava di trarne il maggior vantaggio,

ponendo cura di far risaltare sempre più la differenza dei gusti,

dell’indole, dei sentimenti con la Regina, differenza che, a parte la

venustà della duchessa, risultava anche dal genere della loro bellezza

che ne faceva due tipi affatto opposti.

Se la dignità regale, alla quale però egli aveva fatto tanti strappi

in quell’esilio ove viveva come un ricco borghese, glielo avesse

consentito, il Re sarebbe disceso per muovere incontro alla duchessa,

per sapere almeno perchè tardasse a comparirgli dinanzi.

Bisogna anche aggiungere che da un pezzo era trascorsa l’ora della

colazione, e lo stomaco regale, che non aveva punto perduto della sua

vigoria nè per l’età, nè per le sventure, aveva fame quanto, se non

più, lo stomaco di uno di quei lazzaroni ai quali il Re, nei tempi in

cui non aveva altra cura che di divertirsi secondo i suoi gusti, aveva

servito i fumanti maccheroni tolti dalla caldaia, il fuoco della quale

era alimentato da Sua Maestà la Regina in persona!

Ah, erano bei tempi quelli in cui se i popoli non eran liberi, e non

eran liberi neanche sotto coloro che dicevano di avere invaso il Regno

per redimerli dalla schiavitù, godevano almeno lo spettacolo del loro

Re tavernaio e della loro Regina pescivendola!

— Ma chi diavolo l’ha trattenuta? — borbottava il Re, andando giù e su

per la stanza. — Che mi sia sbagliato? No, no, era proprio la carrozza,

eran proprio i cavalli che le regalai il giorno della sua festa!

In questo sentì di là dall’uscio un fruscìo di vesti, quindi il

valletto che si teneva dritto presso la porta annunziò:

— Sua Signoria Illustrissima la Duchessa di Floridia.

— Finalmente, finalmente! — gridò il Re muovendo incontro alla

bellissima creatura.

Ma non volendo più oltre indugiare, si rivolse al valletto:

— Dite al maggiordomo che faccia servire la colezione.

Ella intanto si era arrestata sulla soglia, invece di correre al Re

come di consueto per porgergli a baciare la fronte. Le si leggeva il

dispetto nel bel viso fiorente che era come illuminato dai grandi occhi

neri.

— Ebbene, che c’è? che avete? — le chiese il Re che non osando di

abbracciarla innanzi al valletto, il quale dopo aver trasmesso l’ordine

regale era tornato a starsene ritto sull’uscio, ne aveva preso le mani

tra le sue.

Ella fece un atto di bimbo in collera e rispose stizzita:

— Vostra Maestà dimentica. Vostra Maestà non pensa punto alla sua

piccola duchessa che espone al disprezzo dei suoi camerieri.

— Ma che ti salta in testa! — rispose il Re stupito passando dal voi

al tu per acquetarla, quantunque non sapesse di che fosse colpevole.

— Io ti espongo?... Via, via, piccina: vuoi così forse evitare i miei

rimproveri per il tuo inesplicabile indugio? Parla, via: perchè tanto

cruccio in codesto bel visetto?

Fece intanto un cenno al valletto che andò via; poi tornando a volgersi

a lei e cingendole del braccio il collo bruno e grassoccio l’attirò a

sè e baciandola in fronte le disse con voce carezzevole:

— Sentiamo: che cosa ho dimenticato? In che cosa ho potuto dispiacere

la mia piccola duchessa?

— No, no, poichè Vostra Maestà dimentica le promesse che avrebbe dovuto

mantenere non per me, non per me che io infine ho quanto soverchierebbe

l’orgoglio della donna più eccelsa, ma per la dignità stessa del mio

Re... Ma poichè il mio Re non mi crede degna, io chino la fronte e...

non gliene parlerò più, mai più!

— Insomma, spiegati; ti giuro che non arrivo a comprendere. Ma voglio,

intendi? voglio vederti lieta e serena. Se sapessi come fui triste

finora, come la noia mi ha oppresso! Quando vidi la tua carrozza sperai

che finalmente un raggio di sole brillasse nell’anima mia, il raggio

dei tuoi begli occhi! e non voglio no, che sia velato da nubi. Or

ora saremo chiamati a colazione: faremo colazione insieme, soli, chè

tutta questa gente che mi sta dintorno mi secca maledettamente. Ma per

quanto abbia un po’ d’appetito... ier sera, vedi, andai a letto senza

toccar cibo... per quanto dunque abbia un po’ d’appetito, il piacere di

soddisfarlo mi verrebbe turbato dal vederti così triste. Parla dunque:

a quale promessa ho mancato?

Ella piegò la bella testa sul petto del Re e disse sottovoce, ma

spiccando bene le parole:

— Non ha sentito Vostra Maestà che il valletto ha anunziato Sua

Signoria Illustrissima, invece di Sua Altezza la Duchessa di Floridia?

— Ah, diavolo, ah, diavolo! — esclamò il Re che finalmente ricordò la

promessa di concederle un tal titolo.

Veramente, gliel’aveva fatta in un momento di senile abbandono e di

tenerezza senile. Poi a mente calma, riflettendo allo scandalo che

avrebbe destato e al dispetto della moglie, ma più a questo che a

quello, e non volendo fastidi, aveva dimenticato, sperando che anche la

duchessa dimenticasse.

In questo il maggiordomo comparve sull’uscio ad avvisare che la

colazione era servita.

— Dite ai gentiluomini che li dispenso dal servizio. Andiamo, duchessa

— disse poi offrendole il braccio.

Ella tuttora in collera seguì il Re che aveva il viso di chi sia

molestato da un pensiero. Attraversarono in silenzio le stanze e il

corridoio che metteva nella sala da pranzo ove trovarono servita la

colezione. Il Re sedette ed accennò alla duchessa di sedergli vicino.

— Andate via — disse poi ai camerieri che si tenevano dritti dietro le

sedie. — Ci serviremo da noi. Verrete quando vi chiamerò.

Indugiava a rivolgerle la parola sperando che ella rompesse il

silenzio, e così potesse aver tempo di riflettere su ciò che doveva

dirle in riguardo alla promessa. Intanto la veniva servendo dei cibi

che lo scalco aveva disposto sulla mensa e che ella svogliatamente

mangiucchiava come se il suo pensiero fosse altrove.

— Dio mio — disse infine il Re lasciando cadere coltello e forchetta

sul piatto, punto dal contegno affettatamente riservato di lei, — son

dunque condannato a veder sempre a me dinanzi degli scontenti? Andiamo,

via, sorridi!

— Ma — rispose lei con mia graziosa smorfietta — Vostra Maestà è in

collera con me per averle io ricordato una sua promessa...

— No, no, non sono in collera. Gli è che anche ad un Re, per fare certe

cose che... che potrebbero destare invidie, gelosie e quindi fastidi...

occorre del tempo, occorre trovare un pretesto...

— Ah intendo: la gelosia, non dico l’invidia, si desterebbe nella...

nella Regina, e Vostra Maestà tenne di esser messa in castigo!...

— Che vuoi mia cara — rispose il Re che non raccolse l’ironia — quella

donna mi fa paura, quella donna esercita su me una strana influenza. I

dolorosi avvenimenti che si son succeduti e pei quali fummo ridotti...

a quel che ora siamo, hanno acuito le asperità del suo carattere fino

al punto che fu necessaria una separazione.

— Pure Vostra Maestà non ne gode i vantaggi.

Il Re la guardò ed era per aprir bocca; ma lei che aveva ben letto

nell’anima di lui proseguì:

— Vostra Maestà vuol dire che se io sono qui, è già questo un

vantaggio...

— Se ella mi lasciasse in pace — disse il Re sospirando — mi

basterebbe. Ma quella lì non cesserà mai dal crearmi fastidi, da

impigliarmi ne’ suoi intrighi; ed io che quando la so lontana sento in

me la forza di resistere alle sue arti, quando mi è vicino e mi parla

e mi confonde con quei suoi argomenti, ai quali non so rispondere, io

finisco col far la volontà sua..

— Anche quando la volontà sua riesce dannosa a chi ha consacrato tutta

se stessa alla Maestà Vostra, la sua giovinezza, la sua beltà, l’onore

del suo nome! — rispose lei con accento di profonda amarezza, vera o

finta, nella voce.

— No, no, tu vai troppo oltre, troppo oltre. Ella sa bene che non

potrebbe nulla sull’animo mio in questo: che colei che ha sacrificato

alla felicità del suo Re la giovinezza, la leggiadria, i pregiudizi

sarà sempre la più adorata delle donne.

In ciò dire ne aveva preso le mani che ella gli abbandonò e sulle

quali impresse un lungo bacio, mentre la guardava con occhi accesi di

desiderio.

— Ma intanto Vostra Maestà per timore di lei rifiuta firmare un decreto

che a tal donna, adorata quanto nessun’altra donna, riconosca il titolo

di Altezza!

— No, non rifiuto... Ma discorriamo d’altro, via, discorriamo d’altro.

Ella senza badargli proseguì:

— Lei invece non ha paura di dispiacere a Vostra Maestà; lei nella sua

villa di Castelvetrano, oltre di impigliarsi in tanti indegni intrighi

con avventurieri della peggiore specie, ladri, assassini, sanguinarî

che han sulla coscienza i più orrendi delitti, mostra una deplorevole

predilezione per qualcuno che fu tra i più famigerati scorridori, anzi

i più volgari predoni, i quali fingendo di combattere pel trono e per

l’altare soddisfacevano alle più turpi passioni...

Il Re era divenuto pallido e ascoltava con un’espressione fra lo sdegno

e il fastidio. Pure rispose come se soltanto per un riguardo a se

stesso volesse scusare le colpe della moglie.

— Sono gl’Inglesi che dicono ciò... gl’Inglesi che l’odiano. Ella non

può fino a questo punto aver dimenticato la regia dignità, il nome

augusto degli avi... Con i suoi anni poi, con i suoi anni...

Comprese però che non gli conveniva d’insistere su tale argomento.

Non era lui alla sua età l’amante di una donna giovane e bella? A

ben altri amori, a ben altri capricci della moglie aveva egli chiuso

gli occhi! E come perdonava a se stesso avrebbe perdonato anche a lei

l’erotico capriccio. Lo spaventavano invece gl’intrighi nei quali s’era

impigliata e con la firma in quel proclama aveva impigliato lui. Con

quel proclama egli si schierava non solo contro gl’Inglesi ma contro

suo figlio che aveva nominato Vicario Generale, contro la nobiltà

del Regno della quale negava i secolari privilegi: li avrebbe avuti

tutti contro, tutti, ciò che forse avrebbe compromesso anche quel poco

che gli era rimasto della regia potestà, quel cantuccio povero sì ma

tranquillo in cui viveva nella noia, ma almeno nella pace. Or lui che

ne aveva passate tante delle traversie, si sgomentava al pensiero delle

molestie che avrebbe dovuto sopportare se la Regina si fosse servita di

quel maledetto proclama.

— Gl’Inglesi non l’odiano; tanto è vero — rispose lentamente la

duchessa fissando gli occhi in quelli del Re — che ad essi non è ignoto

ciò che va tramando colei cui dovrebbe stare a cuore almeno la pace

della Maestà Vostra e che mescola il regio nome in tutti i complotti

che mirano alla rovina di questa povera Sicilia!

— Come, come? — balbettò il Re spaventato — vi mescola il mio nome?

E che ne so io, che ne so? Io non ho mai saputo nulla: quella lì

ha sempre agito di testa sua: fu lei a rivoltare le Calabrie, lei a

soffiar nel fuoco di una guerra così feroce! Che ci entro io, che ci

entro?

— È vero, Vostra Maestà non c’entra; ma pure ha firmato un proclama che

se comparisse...

— Come lo sai tu, come lo sai? — gridò il Re divenuto livido.

— Sa la Maestà Vostra perchè indugiai a presentarmi a lei, perchè fui

costretta a commettere un tal delitto di quasi lesa Maestà?

— No: perchè?

— Perchè nella mia carrozza era un uomo col quale mi intrattenni per

circa mezz’ora nella strada che fiancheggia il parco.

— Chi era quest’uomo?

— Lord Bentinck.

Il Re rimase per un pezzo a guardare con la bocca aperta e lo stupore

nel viso la giovane donna che scrollava il capo come chi comprenda bene

e giustifichi la meraviglia che ha destato con le sue parole.

— Lord Bentinck! — disse infine il Re — lord Bentinck!

— Sì. Venne stamane in casa mia e da lui seppi tutto ciò che la Regina

va ordendo e con mia profonda meraviglia e dolore seppi pure che Vostra

Maestà, non sapendo resistere alle male arti di Carolina d’Austria,

ha firmato un proclama rivoluzionario in cui si parla di diritti del

popolo, di sovranità popolare e di altri simili orrori che un nepote

di San Luigi e di Luigi il Grande, un cugino del re Martire decapitato

dai rivoluzionarî avrebbe dovuto respingere anche a costo di finir sul

patibolo. Con quel proclama si vuol sollevare il popolo contro quei

generosi alleati i quali mentre Vostra Maestà era abbandonata da tutti

vennero qui per proteggerla e per difenderla, e che se furono indotti

a consigliare il Vicario di Vostra Maestà l’erede di questo Regno,

a sgravarla del peso della podestà regia e ad allontanare da questa

dimora Sua Maestà la Regina, s’ispirarono al bene dei popoli, alla pace

di questa isola turbata troppo di sovente dall’indole irriflessiva, dal

carattere volubile e leggiero di colei che avrebbe pur dovuto imporsi

maggiori riguardi, maggior dignità di sovrana, in omaggio se non a se

stessa, ai figli ed al consorte!

— Capperi! — esclamò il Re che aveva atteso un pezzo dopo che ella finì

il suo dire e che aveva ascoltato con sempre più crescente stupore —

parli come un libro stampato!

Invero, era quella la prima volta che la bellissima donna, tutta vezzi

e moine, aveva tenuto al Re un discorso di politica, e che aveva

recitato tutto di un tratto come se l’avesse già da un pezzo nella

memoria. Il Re, forse senza volerlo, aveva dovuto colpire al segno,

perchè la duchessa arrossì e parve un po’ confusa.

Però si riebbe e disse con mal celata stizza:

— Parlo per quell’interesse che m’ispira la Maestà Vostra e pel quale

sarei pronta a dare la vita. Se non vuole prestarmi ascolto, se non

vuol far calcolo alcuno dei consigli di coloro che vorrebbero evitarle

nuove sventure, vuol dire che io non sono l’amica qui, io non sono la

confidente del cuore del Re, io non sono che... l’amante.

— Non, dispiacerti, via, non dispiacerti — disse il Re, infastidito

in fondo per la brutta piega che aveva preso il discorso, tanto da

turbargli le uniche ore di piacere, che erano per lui quelle della

mensa. — Se tu sei l’amante...

— Io non arrossirei di un tal titolo — ella continuò, interrompendo il

Re — lo porterei fieramente anzi, se mi desse il diritto di vegliare

alla tranquillità del mio Re, di additargli i pericoli, di svelargli

le male arti di... di certa gente a cui le sventure non han nulla

insegnato...

Il Re vedendo che non sarebbe riescito a portare il discorso su un

soggetto più allegro, e preoccupato anche dalle parole della duchessa

che aveva accennato ai pericoli che egli correva, si risolse al

affrontare la tempesta.

— Dimmi un po’ — disse gettando il tovagliolo sulla mensa ed

accostandosi alla giovane donna — è lord Bentinck che parla per bocca

tua?

— Lord Bentinck è un mio amico devoto ed è un devoto servo di Vostra

Maestà. È vero, da lui ho saputo le brutte cose che mi hanno indotto a

tenerle un linguaggio sì franco, a costo anche di riuscirle molesta.

Ebbene, sappia che se si pubblica il proclama che la Regina le ha

estorto, perchè si sa che gliel’ha estorto, si sa tutto...

— Ma come — esclamò il Re — se eravamo soli! Dunque da per ogni dove

son circondato da spie invisibili, anche nella mia camera da letto?

— E bisogna esser grati a queste spie che hanno svelato una tale e

tanta imprudenza a cui Vostra Maestà si è prestata a malincuore. Anche

lor Bentinck lo sa e perciò si è creduto in obbligo di suggerirle

che a qualunque costo vi si apporti riparo. Se quel proclama si

pubblicasse, se i facinorosi e tutti coloro che si fanno un mestiere

della rivoluzione si facessero una bandiera del nome di Vostra Maestà,

tanto la loro vittoria come la loro disfatta sarebbe una nuova

sciagura per la Maestà Vostra. Una disfatta degl’Inglesi sarebbe

immediatamente seguita da uno sbarco dei Francesi che di là dallo

stretto tengono pronti navi ed armati; una vittoria... Sa che vorrebbe

dire una vittoria? L’annessione della Sicilia al Regno Unito della Gran

Bretagna!

— Che si arresti dunque, che si arresti — gridò il Re spaventato — chi

mi ha messo in tale imbroglio. E se il mio Vicario Generale non vuol

darne l’ordine, firmerò io il decreto, io che sono il Re!

Le parole della duchessa erano state un commento alle preoccupazioni

che avevan tenuto oppresso il Re sin da quella notte in cui era stato

indotto a firmare quel proclama. Le deduzioni della duchessa erano

state di un effetto immediato appunto perchè il Re più volte aveva

detto a se stesso che in entrambi i casi, della vittoria e della

disfatta degl’Inglesi, le conseguenze sarebbero cadute su lui: una

invasione o una annessione; e lui, a cui i re non avrebbero perdonato

i principî rivoluzionarî espressi nel proclama, avrebbe dovuto andar

ramingo, ramingo alla sua età, in odio a tutti, senza neanche quel po’

di appannaggio reale che gli era rimasto!

— Questo — continuò — questo dovrebbero fare per impedire che quella

vipera, a cui si deve in gran parte la rovina del Regno, mi faccia

apparire di fronte a tutta Europa indegno della corona che Dio ha posto

sul mio capo!

Ella trionfava: pure dissimulando la gioia, scrollava la testa alle

parole del Re, afflitta in viso come se appieno comprendesse le pene di

lui.

— No, no — disse infine — lord Bentinck che, come ho detto, è assai

devoto a Vostra Maestà, non ha voluto ricorrere a un tal mezzo, ben

pericoloso. E se lei si difendesse col far pubblicare il proclama,

chi non crederebbe Vostra Maestà suo complice? L’Austria offesa in

lei, abbandonata da Vostra Maestà potrebbe ricorre a chi sa quali

rappresaglie; ed oggi più che mai coloro cui Dio ha affidato la

missione di reggere i popoli debbono tenersi saldi e concordi.

— È vero, è vero! — disse il Re sedendo vicino alla duchessa. — Ma in

tal caso...

— In tal caso bisogna ricorrere all’astuzia... combattere l’intrigo con

l’intrigo...

— Non t’intendo.

— Vostra Maestà mi concede di parlare senza riguardi, unicamente pel

bene e per la tranquillità di lei?

— Ma sì, ma sì. Mi pare che non ti abbia mai impedito di dirmi tutto.

— Però deve rispondere francamente a una mia domanda: vuole davvero che

la Regina vada via dalla Sicilia?

— Sì, ed al più presto.

— Ebbene havvi un sol mezzo per costringerla ad andar via senza che

l’Austria possa farne una colpa a Vostra Maestà.

— Ma a che tanti indugi? Dillo, via un tal mezzo.

— La Regina ha un amante.

— Sarà un confidente, un amico — disse il Re scuotendo il capo, non

volendo ammettere per un sentimento di orgoglio e di dignità maritale

un tal fatto — un complice delle sue cabale, ma un amante poi!...

— La Regina ha un amante, ripeto. Bisogna dunque coglierla in flagrante

e scacciarla dalla Sicilia sotto l’accusa di adulterio.

— Oh, oh! — fece il Re che non si aspettava una tale proposta.

Ella comprese che non doveva lasciarlo nella sua perplessità, che

sul carattere tentennante del Re avrebbe potuto influire contro il

vagheggiato disegno, e continuò:

— Per quanto il mezzo possa parerle sconveniente e lesivo alla regale

dignità, pure è il solo, opportuno per risparmiare a questa povera

isola la catastrofe di un’annessione all’Inghilterra o di una invasione

dei Francesi con le tristi conseguenze a danno della Maestà Vostra che

è inutile io le ripeta.

— Sì, ma gli è che io non credo, non posso e non debbo credere a ciò

che i tanti nemici di quella donna dicono...

— In tal caso il nostro disegno non potrà effettuarsi, e Vostra Maestà

avrà acquistato la prova che ha per moglie una... Penelope.

Il Re avrebbe dovuto sdegnarsi di tali irriverenti parole che erano un

sarcasmo; ma attribuendole a un impeto di gelosia della sua amante ne

fu quasi lusingato.

— Ma, sentiamo: qual’è questo disegno?

— Vostra Maestà inviterebbe la Regina con una scusa qualsiasi,

una festa, una caccia, a venir qui per qualche giorno. Ella non si

rifiuterebbe perchè torna ai suoi disegni di star vicino a Vostra

Maestà, ben sapendo quale sia il suo potere e quanta sia la... la...

— La mia debolezza!

— No, la bontà della Maestà Vostra: verrebbe al certo col suo...

scudiere, perchè ad onestare la domestichezza con quel giovane, l’ha

nominato suo scudiere...

— Ma — esclamò il Re tra scandalizzato e sorpreso — è dunque un nobile,

almeno di tre quarti! Non avrebbe commesso una enormezza simile se

fosse, come dici, un rozzo capobanda, un villano. Posso ammettere

financo che alla sua età... certe debolezze poi sono perdonabili:

chi è senza peccato, come dice il Vangelo... Ma nominar scudiere un

plebeo? Di questo, no no, non è capace, perchè ricorda fin troppo che è

un’Arciduchessa d’Austria e Regina di Napoli e di Sicilia!

— Insomma, è certo che l’ha nominato suo scudiere.

— Le chiederò conto di questo, le chiederò conto!

— Vostra Maestà non dovrebbe per tal cosa di secondaria importanza

compromettere la riuscita del nostro disegno. Venendo dunque ella qui

si troverà il mezzo di coglierli in flagrante, in modo che lo scandalo

sia pubblico, e così la Maestà Vostra potrà dormire sonni tranquilli.

— Sì, ma — osservò il Re pensoso, perplesso, che intravedeva i fastidi

che gli avrebbe arrecato l’attuazione di quel disegno — è pur sempre

una insidia, un tradimento!

— E lei non premedita un tradimento, lei non premedita una insidia

contro coloro che vennero qui per difenderla e per proteggerla? — gridò

la duchessa stizzita nel vedere che il Re non si piegava, come ella

aveva sperato, facilmente ai suoi voleri.

— Ma io non voglio noie, non voglio molestie, non voglio pensieri

fastidiosi — esclamò il Re, svelando così la causa vera della sua

ripugnanza. — Perciò ho ceduto parte dell’autorità regia a mio

figlio; perciò mi sono ritirato in questo eremo, perciò non ho neanche

protestato quando mi tolsero il povero d’Ascoli, quando mi limitarono i

miei privilegi...

— Ma Vostra Maestà non dovrà darsi pensiero di nulla, di nulla. Saranno

i suoi amici che vigileranno, che disporranno le cose perchè tutto

riesca pel trionfo della verità e della giustizia.

— Ah, così va bene! Io dunque non dovrò intervenire?

— Sì, ma senza alcun fastidio.

— Piccina mia — disse il Re scrollando il capo — se vi lusingate

di trarre in inganno quella lì, di sorprenderla, come voi dite, in

flagrante, di lottare con lei in intrighi e in accorgimenti, avete

sbagliato i vostri conti. Voi non la conoscete come io la conosco.

È uno spirito infernale il suo, capace di ogni eroismo come di ogni

bassezza, di volar come un’aquila e di strisciar come un serpe. Con uno

sguardo legge nei cuori... È vero però che talvolta si lascia trarre in

inganno dal più sciocco dei suoi cortigiani. Ma non vi lusingate di una

facile vittoria e badate che se per poco sospetta di un tranello, non

sono calcolabili gli estremi cui si può spingere. In tal caso io...

— Non mi difendereste voi in tal caso contro la sua ira? — disse lei

gettando le braccia affusolate al collo del Re e stringendosi a lui

che, rasserenato in viso perchè in ogni caso gli si sarebbero evitato

le molestie, ciò che unicamente gl’importava, si diede a carezzare

mollemente la giovane donna che gli si era distesa sulle ginocchia.

— Ma — disse dopo un istante, sollevandola perchè si mettesse a sedere

— tu ed io abbiamo appena mangiucchiato qualche cosa. Su, quantunque

questo arrosto di pernici sia ben freddo oramai, pure merita di fargli

onore.

— E mi amerete sempre così, non è vero, sempre così? — mormorò

baciandolo negli occhi e carezzandogli i grigi capelli.

Il Re non rispose ma sorrise guardandola con gli occhi lampeggianti,

mentre staccava un’ala di pernice.

— Ah Ferdinando, Ferdinando, quale vita dolce e serena vi avrei fatto

vivere io, come avrei saputo comprendere i vostri gusti e il vostro

cuore!

— Chi sa! — rispose Ferdinando acceso in volto pel cibo e per le

carezze della bellissima duchessa — non sono poi tanto vecchio!

Sola contro tutti! · 第 12 / 19 题