Lo scoglio di Malconsiglio è un isolotto deserto in pieno mare,
dirimpetto all’estrema punta del porto di Trapani. La tradizione
vuole che Procida abbia ivi riuniti i congiurati al tempo dei Vespri
siciliani.
Alta era la notte, una notte tutta tenebre e senza stelle; la città
era tetra e muta, tetro e muto era il porto. Le lampade innanzi alle
Madonne annicchiate all’angolo delle strade e a prora dei bastimenti,
gittavano dei fiochi bagliori nelle vie tenebrose e nelle tenebrose
acque del mare.
Una barca condotta da due rematori mascherati e montata da un uomo
tutto chiuso in una tunica nera il cui cappuccio copriva il capo, il
cui viso era nascosto da una maschera, scivolava lungo il molo dello
scoglio di Malconsiglio. Fin’allora l’uomo dalla tunica nera si era
tenuto immobile; pur gli occhi, attraverso i fori della maschera
vagavano per le tenebre, ma in un punto si fissarono verso la riva
dalla quale si era staccato un canotto che tenendosi a distanza pareva
seguisse o spiasse la barca.
— Una spia! — mormorò l’uomo chinandosi all’orecchio dei rematori —
bisogna raggiungerla prima che si accorga della nostra intenzione.
La barca virò di bordo e con una arrancata fu a tre o quattro lunghezze
di remi dal canotto che ebbe un istante di esitanza, quindi prese la
fuga. Ma fu raggiunto. I due rematori della barca saltarono nel canotto
che era montato da un solo uomo; si udì un tonfo nel mare, poi tutto fu
silenzio. I due rematori tornarono nella barca che riprese a scorrere
fra le tenebre profonde.
Giunta allo scoglio la barca andò a collocarsi in un piccolo seno ove
altre barche che l’avevano preceduta erano già assicurate al lido. I
rematori accostarono la barca a un muricciolo, e l’uomo vi saltò, indi
si diresse verso il centro dell’isolotto in cui si tenevano aggruppati
alcuni che portavano su i comuni panni l’istessa tonaca nera e sul viso
la maschera. Il nuovo venuto fece udire un sibilo modulato stranamente,
al quale sibilo quegli uomini si ordinarono in cerchio, pur serbando il
silenzio.
— La parola d’ordine! — disse colui che pareva il capo penetrando nel
cerchio.
E si diede a percorrerlo, fermandosi innanzi a ciascuno che gli diceva
a bassa voce il motto di riconoscimento.
Quando il giro fu compiuto si fermò e traendo una lanterna cieca che
segnò un cerchio di luce nelle tenebre, disse:
— Vi è uno straniero fra noi, una spia. Si è tradito nel profferir la
parola di riconoscimento _Sicilia_. Che ognuno scopra il viso.
E togliendosi la maschera fece cadere il cappuccio scoprendo una
maschia e bruna testa di siciliano nella maturità degli anni.
Tutti lo imitarono: egli ripetè il giro facendo riverberare su ciascuno
la luce della lanterna.
— Ecco il traditore — gridò in un punto, fermandosi innanzi a uno dei
convenuti. — Impadronitevi di lui.
L’ordine fu eseguito appena dato.
— Un Inglese — esclamò il capo — un Inglese che ha osato introdursi
fra noi per sorprendere i nostri segreti e svelarli ai carnefici del
popolo siciliano! Già poco fa ho fatto giustizia di un’altra spia che
seguiva la mia barca; ora ne scopro un’altra sin nelle nostre fila.
Che il segreto dei fratelli di S. Paolo sia seppellito nei flutti col
traditore!
Il colpevole non cercò nemmeno di difendersi: si lasciò avvincere
ed imbavagliare, sopraffatto dal sentimento dell’irrevocabile che ne
paralizzava l’anima e il corpo. Quattro uomini lo portarono verso il
lido, e poco dopo si udì un tonfo nel mare; poi i quattro esecutori
tornarono e silenziosamente ripresero il loro posto nel circolo.
— La necessità ci fa crudeli — disse con voce solenne e triste il capo
dei congiurati. — Se i nostri statuti non ce ne facessero una legge, la
nostra sicurezza e i sovrani destini della Patria ce lo imporrebbero.
L’audacia dei nostri nemici mi spaventa: evidentemente sono state
commesse delle imprudenze. Il Governo ha fatto giustiziare ieri sette
dei nostri... no, non oso dire fratelli, quantunque il supplizio e
il silenzio serbato sulla nostra istituzione li abbiano riabilitati.
Invece di colpire, in nome della Patria oppressa, si erano arrogati
il diritto di colpire per loro conto, per soddisfare ambizioni e odi
privati: perciò non ho potuto sottrarli al giusto supplizio, che
altrimenti avremmo dovuto noi punirli per avere infranto le leggi
dei nostri statuti alle quali abbiamo giurato di sottometterci. Chi,
sia pure per vendicare un padre, un fratello, si giova della nostra
Associazione per colpire un suo nemico, è reo di morte. Tutto tutto
sparir deve innanzi al sacro, al magnifico, al supremo dovere che ci
siamo imposti di far libera e indipendente questa Sicilia adorata. Chi
sperpera le sue energie per scopo personale, chi con azioni delittuose
getta il discredito sulla nostra Associazione deve morire, come morir
debbono coloro che ne volessero carpire i segreti. Però avendo essi col
loro silenzio riscattato le colpe, v’invito o fratelli a pregare che la
pace di Dio sia con le anime loro.
— _Amen!_ — mormorarono in coro tutti gli astanti.
Per un pezzo quegli uomini tacquero, compresi da un sentimento
superstizioso che faceva lor volgere mentalmente una preghiera pei
defunti. Poi risuonò di nuovo la voce del capo:
— Ora che noi siamo sorvegliati, ora che il pericolo pende più grave
e minaccioso sul nostro capo, soffrite che per ritemprare i vostri
cuori al dovere ed alla speranza, io qui richiami l’origine e lo
scopo, della nostra istituzione. L’antica Confraternita di S. Paolo,
che hanno tanto calunniato, non aveva che un pensiero, che uno scopo:
la indipendenza della nostra diletta Sicilia, isola sfortunata che
aspirò sempre alla libertà e fu sempre serva or di questo, or di quello
straniero. I nostri avi, affiliati alla Confraternita, se riparavano
alle ingiustizie sociali, se castigavano i magistrati prevaricatori,
gli oppressori potenti, se vendicavano gl’innocenti e i deboli, si è
che intendevano fondare la felicità pubblica sulla felicità privata;
ma non perdettero mai di vista il voto supremo dell’ordine e più
volte furono sul punto di realizzarlo. Il fato volle altrimenti, e
la nostra istituzione, logorata dal tempo, esausta da tanti sforzi
e da tante crisi, era ridotta un’ombra che minacciava di svanire del
tutto. Fu allora che per salvarla ebbi l’idea di trasformarla e ne feci
una congregazione di nobili che serve ora di maschera e la missione
pubblica e pietosa copre la missione patriottica e segreta. Fedeli agli
esempi dei nostri padri, ciò che essi volevano noi vogliamo, procedendo
per lo istesso scopo se non per la stessa via. Abbiamo già fatto molto;
faremo di più ancora: Catania, Caltagirone, Mineo son già con noi:
Messina e Palermo son piene dei nostri: manca però un capo supremo,
ed io a voi che rappresentate tutte le città della nostra isola, ve
ne proporrò fra breve uno intorno al quale raccoglierci per l’estremo
conato.
Corse un mormorio di curiosità per gli astanti che finallora avevano
ascoltato immobili e muti.
Il capo comprese che essi erano impazienti di una spiegazione, onde
ripigliò a dire:
— Dobbiamo dare all’Europa la garanzia d’un governo stabile e duraturo,
nonchè legittimo. Le utopie danneggiano anche le più nobili imprese: le
idee debbono essere impersonate in un uomo e in un nome; è necessario
dunque avere un tal nome e un tale uomo onde la nostra guerra agli
Inglesi abbia probabilità di stabile vittoria.
E dopo una pausa, come se avesse cercato in sè stesso le parole per
esprimere tutto l’odio che covava nel suo cuore contro l’altera e
feroce Albione, proruppe:
— Sì, guerra, guerra agl’Inglesi, a questi esecrati, osceni, cinici
mercanti che tiranneggiano, che divorano la nostra Patria, che la
scannano sotto i nostri occhi, come sotto i nostri occhi ci hanno
scannato figli e fratelli!
— È vero, è vero! — esclamarono sordamente i convenuti.
— Non avevo io un figlio, pressochè un fanciullo, l’unico erede del
mio nome, l’unico rampollo della mia famiglia e che io amavo come
la pupilla degli occhi ama la luce, poichè esso era il solo conforto
alle sciagure che l’una su l’altra come le ondate della tempesta han
distrutto la mia casa? E sol perchè il mio figliuoletto che amava
una fanciulla alla quale io sognavo di unirlo perchè rinverdisse il
ceppo dei conti di Bucento, si oppose come era suo dovere, com’era
suo diritto, alle turpi insidie che le tendeva un Inglese, di lei
oscenamente invaghito, me lo vidi tratto in prigione, ove me lo
uccisero con inaudite torture che fecero del suo corpo tutta una piaga!
Vinto dalla memoria inconsolabile il povero padre s’interruppe
nascondendo fra le mani la faccia bagnata di lagrime. Un sordo rumorio,
simile al rumoreggiar dei flutti prima della tempesta, percorse le file
degli astanti. Quando ebbe ripreso un po’ di calma il conte di Bucento
proseguì:
— Come Procida ai suoi congiurati che noi rimpiazziamo sopra questo
scoglio deserto, consacrato da essi, e le cui ombre al certo ci stan
d’intorno, noi dobbiamo opporre l’astuzia all’astuzia, la forza alla
forza, ed esser crudeli e inesorabili come essi sono inesorabili e
crudeli. Ma non più colpi inutili, non più quelle esecuzioni parziali
in cui si sperdono tutte le nostre energie; concentriamole tutte su
un punto unico, colpiamo la testa e vinceremo. Voi sapete che in ogni
tempo abbiamo avuto a Palermo degli ausiliarii e degli addetti. Ed
è Palermo che deve insorgere, come insorse vittoriosa nei gloriosi
Vespri; ma ci vuole un agente sicuro e determinato per rappresentarci
in mezzo a loro che sono più di tutti invigilati dai nostri nemici. Chi
vuol partire per Palermo?
— Io — disse una voce.
Ed un uomo uscì dalle fila e si avanzò verso il capo che lo riconobbe.
— Cavalier Blasi, nessuno è più adatto di voi a tale nobile e
perigliosa missione; ma i tre anni di crudele prigionia nella quale vi
tennero i nostri nemici...
— Non temete — disse con energico accento il cavalier Blasi — che
questa mia precoce decrepitezza faccia ostacolo al mio assunto. Il
corpo è disfatto dalle torture cui mi sottoposero sol perchè non volli
cedere ad uno di essi la mia solfatara da cui traevo il pane quotidiano
per me e per la mia famiglia, alla quale ora provvede la carità dei
miei concittadini... Se dunque il corpo è disfatto, l’anima è ancor
salda e dall’odio inestinguibile trae maggior vigore.
— Cavalier Blasi, sappiamo tutti quel che avete sofferto per la nostra
causa, e il vostro passato ci è caparra certa per l’avvenire. Avete
tutta la nostra confidenza.
— Sì, sì — disse a coro l’assemblea.
— Cavalier Blasi, preparatevi dunque a partire per Palermo dove
riceverete le nostre istruzioni, coi mezzi e le cautele di cui avete il
segreto.
— Prima di partire, però, ho un’accusa capitale da portare.
— Contro chi?
— Contro il marchese Artale, un rinnegato siciliano, commissario
straordinario degl’Inglesi in Messina.
— Un traditore.
— Un carnefice dei suoi concittadini! A morte, a morte! — gridò
l’assemblea.
— Per quelli che nol sanno dirò che appena giunse a Messina vi sparse
il terrore: le lagrime scorsero nelle famiglie, il sangue nelle
prigioni. Dietro i suoi ordini, per una parola, per un sospetto, per
una denunzia anonima o per compiacere un Inglese, sia pure semplice
soldato, si gittarono nelle prigioni centinaia di cittadini. E
quali prigioni! Dei sotterranei in cui non si può stare nè in piedi
nè seduti, in cui gl’infelici prigionieri carichi di catene sono
dimenticati per settimane, per mesi interi, e appena lor si getta,
di tanto in tanto, un pezzo di pane ammuffito! E sapete come vengono
trattati? A nerbate e a bastonate i più docili; gli altri seviziati
con l’applicar loro dei ferri roventi alle piante dei piedi e con lo
strappar loro le unghie. Ed è un siciliano, un siciliano che ebbe ed
accettò dagl’Inglesi tale missione di sangue e d’infamia!
— Cavalier Blasi — domandò con voce solenne il conte di Bucento —
rispondete voi sulla vostra testa della verità dei fatti che avete
denunciato?
— Giuro innanzi a voi e innanzi a Dio che ho detto la verità. Se ne
dubitate ancora, guardate le mie carni che serbano le cicatrici delle
ferite. Un mese in quei sotterranei mi ha invecchiato di quarant’anni.
Se non soccombetti alle torture gli è perchè Dio mi serbava a portar
testimonianza innanzi a voi. Ed è perciò che io, cavalier Blasi,
domando a voi la morte di quel carnefice.
— Chi si oppone — disse il conte di Bucento voltosi agli astanti — esca
dalle file e dica le ragioni.
Nessuno rispose.
— Torno a chiedere, secondo le nostre leggi, se vi è qualcuno fra di
voi che si opponga alla condanna a morte del marchese Artale, accusato
dal cavalier Blasi!
Dopo avere atteso un pezzo nel silenzio profondo, il capo che, secondo
gli statuti, aveva l’obbligo di volger per tre volte la stessa dimanda
ai fratelli, allorchè trattavasi d’infliggere una pena capitale,
riprese con voce lenta:
— Sul vostro onore e sulla vostra coscienza siete convinti che il
marchese Artale meriti per i suoi delitti e per la sua infamia la pena
di morte?
— Sì — risposero gli astanti ad una voce.
— Io dunque, conte di Bucento e gran maestro della Confraternita di San
Paolo, in virtù dei poteri che mi son conferiti ed in esecuzione della
deliberazione presa ad unanimità, condanno a morte il marchese Artale,
commissario straordinario in Messina, accusato di atrocità contro i
nostri e suoi concittadini; e delego il fratello Accarditi di Catania e
il fratello Lombardi di Siracusa di eseguire la condanna.
I due prescelti per l’autorità che lo statuto conferiva al presidente,
si avanzarono.
— Noi siamo pronti — dissero.
— E benedette siano le vostre mani che dovranno punire un malvagio uomo
ed uno scellerato cittadino. Tornate ora fra i vostri fratelli.
— Ci resta ora di sapere — disse una voce — chi sia l’uomo intorno al
quale dovremo raccoglierci e quale sia il nome che dovrà rappresentare
le nostre aspirazioni.
— Ferdinando IV, Re di Napoli e di Sicilia — rispose il capo dopo avere
esitato alquanto.
Un mormorio di stupore si levò dal gruppo dei congiurati: il conte di
Bucento ne comprese il significato e si affrettò a proseguire:
— Sì, Ferdinando IV, che può sorgere per difendere, mercè il nostro
aiuto, i suoi diritti conculcati e vendicarsi delle umiliazioni che
gl’Inglesi gli infliggono.
— Ferdinando IV è un codardo che fuggì da Napoli e che ora si è
lasciato rinchiudere in una villa come in una prigione!
— Nol nego, ma egli sarà garante innanzi alle potenze d’Europa
del governo che noi gl’imporremo. Non ci illudiamo: se giungessimo
a scacciar gl’Inglesi e a proclamare la repubblica come molti di
voi vorrebbero, avremmo contro tutti i re d’Europa, non escluso
l’Imperatore dei Francesi; e se proclamassimo a re di Sicilia un
principe straniero, desteremmo la gelosia degli altri Stati e forse
non faremmo che mutar di padrone. La prudenza dunque c’impone quella
bandiera che ha già in sè un diritto riconosciuto. Ferdinando IV è un
codardo, voi dite, ma dietro a quell’uomo ci è una donna che ha osato e
osa ancora tener testa ai Francesi.
— Carolina d’Austria! — esclamarono tutti vieppiù stupiti.
— Sì, Carolina d’Austria, la tigre assetata di sangue, la turpe amica
di lady Hamilton, l’amante di Acton e di Caramanico: è questo che
volete dire? E che importa? Purchè la spada ferisca il nemico non
bisogna chiedere di qual ferro sia fatta. Carolina d’Austria è odiata
a morte dagl’Inglesi: questo vi dica in qual conto di formidabile
avversario essa sia tenuta. La Provvidenza talvolta si serve d’indegni
istrumenti per far raggiungere un nobile fine. I maggiori rivoluzionari
che proclamarono in Francia i diritti degli uomini non eran punto un
fior fiore di virtù; i grandi conquistatori, i grandi legislatori, i
geni ai quali l’umanità deve tanto del suo progresso, non furono immuni
dei vizi più esecrandi.
— Ma accetterà essa le nostre idee? Sa essa che noi combattiamo per la
libertà e l’indipendenza della Sicilia?
— Il proclama che il Re dovrà firmare l’ho scritto io: in esso sta
detto che il principe non è che un depositario delle leggi e che
l’unico e vero sovrano è il popolo. Se il Re firmerà un tal proclama,
il nostro patto sarà conchiuso.
— Il Re lo firmerà per lacerarlo poi!
— E noi rovesceremo dal trono il fedifrago.
Intanto si bisbigliava, segno che i pareri eran discordi. Poi sorse una
voce e disse:
— E quale altro appoggio porterà la Regina alla nostra impresa?
— Duemila Calabresi scelti fra i più bravi e i più provati alle armi,
che ella manterrà a sue spese. Ma è già tardi e bisogna dividerci.
Crede l’Assemblea che io possa, se il Re avrà firmato il proclama,
stringere il patto in nome della nostra istituzione?
— Sì — risposero i convenuti.
Solo pochi rimasero silenziosi, pur non osando di opporsi alla
maggioranza.
— Che ognuno ritorni alla sua casa. Col mezzo convenuto farò giungere
le comunicazioni. Si lavori in silenzio: i loquaci e gli imprudenti
saran puniti con la morte come i traditori. A rivederci, fratelli, e
che Dio ci aiuti!
I congiurati si diressero verso le loro barche che ben presto
disparvero nelle tenebre del mare.
— La Regina non sarà qui prima dell’alba, quantunque il vento sia
favorevole — disse il conte seduto su uno scoglio. — Saran qui, in
questo giorno memorabile, decisi i destini della Patria!