La Torre Nera si elevava a poca distanza dal mare fra due colli che
salendo si restringevano formando una angusta gola, ma che presso al
mare si aprivano in una insenatura per la quale scorreva un torrentello
le cui acque ai raggi infuocati del sole morente avevano tremolii di
luce sanguigna.
La Torre Nera, massiccia costruzione dei Normanni, era stata elevata a
difesa delle scorrerie barbaresche. Due colubrine sporgevano le bocche
dalle cannoniere dell’alto verso il mare che si dispiegava ampio allo
sguardo. Ma da gran tempo la torre era stata sguarnita di difensori,
chè le navi inglesi in continua crociera avevano spazzato quel mare
dalle barbaresche feluche.
La Regina aveva fatto di quella torre, che di poco distava dalla villa
in cui era stata relegata, la sua estiva dimora quando voleva sottrarsi
allo incessante spionaggio onde era circondata; e vi si trasferiva con
pochi dei suoi intimi, fra i quali Alma, oltre alla camerista, unica
compagna di esilio di Carolina d’Austria, chè ben poteva chiamarsi
esilio il suo.
Il giorno innanzi, quantunque l’autunno fosse inoltrato, la Regina che
era allora tornata dalla visita al Re, aveva, come se ubbidisse ad una
subita risoluzione, ordinato di apprestarsi la lettiga, volendo quella
notte andare a dormire alla Torre Negra. Quantunque usata ai capricci
reali, pure
Alma sì meravigliò di quella risoluzione, ma ne fu compiaciuta in cuor
suo perchè si confaceva al suo spirito meditabondo la solitudine di
quella torre donde lo sguardo spaziar poteva per l’azzurra distesa del
mare che ella amava di contemplare standosene seduta sull’alto della
piattaforma o presso ad una delle finestre. Il fosco paesaggio dei
colli rivestiti di una lussureggiante vegetazione, le ricordava meglio
di ogni altro sito i paesaggi della sua calabra terra della quale ella
talvolta sentiva l’acuta nostalgia.
Giunti nella torre, la Regina aveva fatto venire un uomo dal fare e
dall’aspetto marinaresco che fin dal mattino pazientemente l’aveva
attesa. Si era chiusa in una stanza con lui e quando ne era uscita,
Alma aveva sentito che diceva:
— Verrete un’ora innanzi giorno per poter giungere poco dopo l’alba.
L’uomo dall’aspetto marinaresco si era inchinato ed era andato via.
La Regina, mentre gli staffieri e i camerieri del seguito attendevano
al governo della torre che per più mesi era stata disabitata, prese pel
braccio la giovinetta e la trasse sulla piattaforma ove si era sicuri
di non essere uditi.
— Bisogna — le disse — che dimani nessuno sappia che ho lasciato la
torre.
La giovinetta la guardò meravigliata.
— Ascoltami bene — continuò la Regina — stanotte, un’ora prima
dell’alba uscirò dalla mia camera. Giovanni, l’unico servo su cui posso
fidare, mi aprirà la porta della torre; fuori mi aspetterà quell’uomo
che hai visto testè andar via, a cui ho affidato il comando della mia
goletta. Quando potrò tornare non so; forse dimani sera, forse diman
l’altro; ma bisogna che nessuno, intendi? nessuno sappia o sospetti che
io mi sono imbarcata; perciò son venuta qui, chè nella villa non avrei
potuto deludere la vigilanza dei tanti nemici di cui son circondata,
servi o cortigiani, dei quali non vi è alcuno che non sia venduto
agl’inglesi. Tu dirai che sono indisposta e che sono a letto nella mia
camera ove non lascerai entrar nessuno, neanche tuo padre se per caso
venisse qui.
— Neanche mio padre?
— No, figliuola mia, neanche tuo padre. Tu sei un’anima buona e leale,
ed io, vedi ho tanta fede in te quanta... quanta... non ne ho nel
duca. Perdonami, e promettimi di eseguire i miei... di esaudire la mia
preghiera.
— Eseguirò i vostri ordini — rispose Alma non dissimulando il suo
rammarico.
— No, cara, non dispiacerti di quel che ho detto di tuo padre. Tuo
padre è un ambizioso, e in politica bisogna guardarsi dagli ambiziosi.
Aveva così attenuato il suo pensiero, ma in cuor suo diffidava del
padre di Alma, nè l’aver permesso che questa adempisse il suo ufficio
di lettrice l’assicurava, tanto più in quanto aveva intuito, col
maraviglioso acume del suo spirito, che il duca aveva più volte tentato
di farsi una spia della figliuola; la quale però meno per diffidenza
e più per natural discretezza ne aveva sempre deluso le reiterate e
capziose domande. Onde la Regina, che non aveva in chi fidarsi, che
sapeva a prova quanto fossero pettegole, intriganti le altre dame
della sua Corte, preferiva la compagnia di quella giovinetta, anche
sapendo il padre di lei propenso a tradirla se tornasse utile alla sua
ambizione.
La sera a cena, mentre i camerieri e gli altri familiari erano intorno
alla sua mensa, finse di essere indisposta, e per tempo seguita dalla
sua lettrice, si ritirò nella stanza da letto. Nel mezzo della notte,
Alma che non aveva potuto prender sonno nella camera attigua a quella
della Regina, intese che essa si alzava. Quando entrò nella camera vide
che era bell’e vestita.
— Le tenebre sono fonde, il luogo deserto — le disse, impensierita di
ciò che ella credeva un capriccio dell’augusta donna. — Vostra Maestà
si espone chi sa a quali pericoli!
La Regina scrollò le spalle.
— Il pericolo è uno — rispose — quello di essere spiata da quei
maledetti Inglesi... Ascolta! Non ti pare che il silenzio delle tenebre
sia stato rotto da un fischio?
— No, Maestà.
— Senti, un altro fischio. È questo il segnale che mi si attende... Per
tutti dunque io sono a letto con una fiera emicrania, ed ho proibito
che si entri in camera mia.
— Sta bene — rispose la giovinetta.
La Regina tolse dal comodino presso il letto, due piccole pistole,
da parer quasi due gingilli, e le nascose nell’ampia saccoccia della
veste. Si avvolse in un mantello di cui calò sulla fronte il cappuccio
ed uscì.
— Ella stanca il buon Dio con le sue imprudenze e coi suoi capricci! —
disse Alma nel tornare a letto.
Nessuno il mattino si accorse che la Regina non era nella torre. Si
sapeva che ella ritiravasi in quella dimora quando aveva bisogno di un
po’ di solitudine e di raccoglimento, e l’averla vista la sera innanzi
indisposta precludeva l’adito ad ogni sospetto. Solo Giovanni, il
vecchio negro che era da trent’anni al servizio di lei, avrebbe potuto
svelare il segreto; ma Giovanni aveva una cieca devozione per la sua
Regina e non avrebbe parlato neanche se l’avessero sottoposto alle più
atroci torture.
Quanti terribili segreti non sapeva Giovanni, il vecchio negro, della
sua Sovrana! ma non una parola gli era mai uscita dalle grosse labbra
che mormoravano perennemente i versetti del Corano.
Per tutta la giornata Alma aveva avuto il contegno di chi debba
accudire ad una ammalata: dava degli ordini ai servi e agli staffieri
in nome della Regina; entrava nella camera di lei e ne usciva come per
attendere a questa o a quella cura del suo ufficio onde nessuno dubitò
menomamente che la Regina non fosse a letto indisposta.
Ma uno dei casi previsti accadde: era passato di poco il mezzogiorno
quando un servo corse a dire alla giovinetta che il duca di Fagnano
era allora allora giunto in carrozza, seguito da alcuni armigeri e che
entrato nella torre aveva fatto chiedere della figliuola.
— Mio padre, mio padre! — esclamò Alma cui il piacere di quella visita
era attenuata dall’imbarazzo per dover nascondere l’assenza della
Regina.
— Dite a mio padre che lo prego di aspettarmi — disse, dopo un istante
di esitanza — di aspettarmi alcuni istanti, onde ottenga da Sua Maestà
il permesso di allontanarmi.
Entrò nella camera della Sovrana per dar tempo al servo di avvisare
il padre. Era seco stessa in collera per dover così fingere e così
mentire, lei, anima schietta e leale che pur in mezzo agl’intrighi,
alle avventure ed anche ai capricci e ai vizi della sua regale signora
era rimasta semplice e pura, quasi l’anima sua fosse altrove e nulla
intendesse, nulla vedesse di quel che le accadeva intorno; non pertanto
subiva il fascino di quella donna e confessava a se stessa che quasi
suo malgrado l’amava e si sentiva disposta a qualunque sacrifizio. Se
aveva delle colpe, con quanti dolori non le aveva scontate, con quante
umiliazioni non aveva scontato il suo orgoglio; e se aveva talvolta
ecceduto nella vendetta, ben mortali erano state le offese che ne
avevano ferito e rincrudito l’anima! La natura energica, avventata,
estrema così nel male come nel bene della Regina; lo spirito ardente e
dominatore, l’indole irrequieta che non sapeva acconciarsi alla vita
inerte ed inutile cui l’avevano condannata, esercitavano per ragione
di contrasto un gran fascino su Alma, così mite, così raccolta in
se stessa che amava di obliarsi, nelle ore in cui il suo ufficio la
lasciava libera, nei vaghi sogni dell’anima sua senza chiedere alla
vita un perchè ed all’avvenire una felicità da raggiungere. Sola e
trascurata in mezzo a quelle aspre lotte politiche, a quell’urto di
passioni e di ambizioni, viveva si può dire come in un intontimento di
tutto l’esser suo.
E come spesso le avveniva, si era immersa nei suoi pensieri, e in essi
si era obliata quando udì venire dalle altre stanze la voce del padre.
Assai angusta era la dimora in cui la Regina amava di racchiudersi e
quindi maggior cautela occorreva per nascondere l’assenza della regal
donna, perciò Alma si trasse con uno sforzo dai suoi pensieri, uscì
dalla camera, ne chiuse a chiave la porta e si diresse verso quella in
cui il padre l’aspettava.
— E Sua Maestà? — le chiese il duca dopo averla baciata in fronte. — Mi
han detto che è indisposta.
— Sì, padre mio — rispose lei che per dissimulare il suo imbarazzo si
era rivolta al servo che si teneva ritto presso la porta, per dirgli:
— Sua Maestà dorme: avvertite i servi che non facciano rumore.
Il duca intanto si era seduto su un divanetto: Alma gli si sedette
vicino, non osando rivolgergli la parola temendo di tradirsi.
— Ma come è venuto in testa a Sua Maestà di lasciare la villa,
dimora di lei assai più degna? Questa è appena appena adatta per una
famigliuola di borghesucci.
— Voi sapete, padre mio — rispose Alma — che io non discuto gli ordini
e i voleri della mia signora.
— Lo so, lo so che tu... sei una gran furba tu, con quella tua aria
di sognatrice. Io ero venuto per discorrere di cose assai gravi con la
Regina... Se potesse concedermi udienza aspetterei che si svegli...
— Sarebbe meglio che veniste un altro giorno. Sua Maestà nell’andare
a letto oppressa come era da una fiera emicrania, mi disse che non
sarebbe stata in grado di ricevere neanche il Re.
— Il Re lo credo: non le parlerebbe che di caccia e di pesca; ma chi
come me deve parlarle nel suo interesse, e, figlia mia, bisogna che
anche tu lo sappia, pure nel nostro...
— Tornerete un altro giorno, vi ripeto; così avrò il piacere che
raramente mi concedete, di rivedervi.
— Ah, figlia mia! — esclamò il duca scrollando il capo e dandosi un
pugno sulle ginocchia — è un rimprovero questo, un rimprovero che io
non merito. Io non posso, non posso muovermi così spesso da Palermo
come pur vorrei, perchè son costretto a star ben guardingo per
difendermi dalle insidie dei miei nemici, i quali mirano a scalzarmi
dall’ufficio di sopraintendente alla Marina che il Re mi diede e
che gl’Inglesi vorrebbero togliermi per darlo a chi meglio di me ha
saputo entrare nelle loro grazie. E sarei rovinato se perdessi un tale
ufficio.
— Rovinato voi, il duca di Fagnano, il più ricco signore del Regno?
— Un tempo, prima che il Governo francese sequestrasse i nostri
beni!... E poi... tu non sai nulla, povera figliuola? Ma è meglio che
lo sappia da me, è meglio. Hai tu sentito parlare d’un tuo zio, una
testa matta, che faceva lo stregone e insieme il repubblicano, lui, di
una stirpe così nobile come la nostra che fu sempre puntello dei Re e
sostegno della Santa Madre Chiesa! Ebbene, quel tuo zio che io credevo
da gran tempo morto in Francia, ov’era fuggito, è tornato in Calabria
al seguito dei Francesi che lo hanno messo in possesso de’ miei beni e
lo hanno riconosciuto come duca di Fagnano!
— Mio zio? Vostro fratello dunque?
— Fratello, sì, non lo nego, pel sangue; ma egli ha rotto ogni legame
con me fin da quando per le sue perverse opinioni e per le sue azioni
malvagie si rese indegno della nostra famiglia. Un discendente dei
duchi di Fagnano, che ha del sangue regale nelle vene, far comunella
coi peggiori scellerati, congiurar contro i troni e contro la nostra
sacrosanta Religione! Ah, che la vergogna m’inonda la faccia ai
rossore! Quel mio... ebbene, sì, quel mio fratello, non contento di
aver dato l’anima all’Inferno praticando le più orrende stregonerie,
si bruttava di tutti i vizi, sedusse una donna dalla quale dicesi
abbia avuto un figlio, un bastardo, capace di ogni nefanda azione. Ma
di più non ti dirò per non affliggerti. Vedi dunque a che son ridotto
io, unico e solo duca di Fagnano: vedi a che mi ha ridotto la fedeltà
al mio Re e l’averlo seguito qui; che se io fossi rimasto in Calabria
e avessi fatto adesione al Governo francese, quel... quel mio fratello
non avrebbe avuto la tracotanza di tornare là donde una sentenza della
gran Corte Criminale lo aveva scacciato!
Si era alzato e misurava la stanza a gran passi in preda alla collera
che gli aveva acceso il volto.
— Padre mio — disse lei per calmarlo — è pur sempre vostro fratello!
— Che fratello, che fratello! Infine chi ne soffrirà il maggior danno
sarai tu, mia cara, ed ero venuto appunto per parlarti di un certo mio
disegno...
— Che disegno? — chiese lei guardando il padre tra curiosa e
impensierita.
Il duca facendo forza a se stesso, aveva ripreso il suo consueto
aspetto. Tornò a sedersi vicino alla figliuola e le disse guardandosi
intorno:
— Possiamo discorrere sicuri di non essere uditi?
— Ma sì...
— E di non essere interrotti?
— Nessuno oserà di entrare qui dentro.
— E se la Regina ti farà chiamare? Perchè quel che debbo dirti esige da
te una risposta precisa e risoluta che sarà, ne son certo, quale io la
voglio e quale il mio ed il tuo interesse la impongono.
— Non verrà nessuno qui. Parlate — disse lei vieppiù sorpresa e
impensierita.
— Chiudi quella porta.
Ella si alzò e chiuse la porta; quindi tornò presso il padre e stette
in attenzione di quel che le dovesse dire.
— Figlia mia — incominciò il duca. — Sua Maestà la Regina deve pur
comprendere che tu non puoi sacrificare la tua bella e fiorente
giovinezza al suo servizio e che devi pur pensare al tuo avvenire.
Se è a te indifferente perchè alla tua età non si bada al poi, corre
a me l’obbligo di pensarci onde tu un giorno non debba rimproverarmi
d’essere stato un cattivo padre. Insomma, a farla corta, bisogna che tu
lasci il servizio della Regina e te ne torni con me a Palermo.
— Lasciar la Regina, padre mio? — esclamò lei con visibile rammarico.
— Lasciarla proprio ora quando è da tutti abbandonata, quando non vede
intorno a sè che degli indifferenti o peggio, degl’ipocriti!
— Bei sentimenti questi, che molto ti onorano! — rispose il duca con
accento carezzoso, come se in cuor suo fosse ben lieto della bontà
della figlia. — Ma — continuò poi, mutando di tono — ma il proprio
interesse, il proprio avvenire innanzi tutto. Non c’illudiamo: i
Borboni...
S’interruppe per guardarsi di nuovo intorno: poi chinandosi per
avvicinarsi vieppiù alla giovinetta, continuò con voce sommessa:
— Non c’illudiamo: i Borboni attraversano un brutto quarto d’ora. Han
perduto il Napolitano ed han quasi perduto la Sicilia. Nè i Francesi,
nè gli Inglesi restituiranno quello che hanno tolto. È un’infamia, è
una prepotenza, è un delitto, non dico di no, ma quando i delitti son
commessi dai potenti, si ammirano, si esaltano e si trova sempre una
parola acconcia per legittimarli. Bisogna dunque, figlia mia, pensare
ai casi nostri, anzi pensare ai casi tuoi. Puoi tu, bella, colta,
leggiadra come sei, con un bel nome, un gran nome anzi, ad onta che
i Francesi ne abbiano investito un altro, puoi dunque continuare a
vivere in una villa, lontana da ogni centro di vita e di progresso,
in compagnia di una donna, per quanto sia una regina, già logora, non
dico dai vizi, come pretendono i suoi nemici, ma dalle sventure, alcune
delle quali ben meritate in verità?
— Padre mio — mormorò Alma, mal dissimulando la sua indignazione per
quel linguaggio che ascoltava, sempre più stupita — parlavate ben
diversamente in altri tempi... Allora la Regina al cui servizio ambiste
di mettermi, era per voi...
— Quel che è ancora adesso! — si affrettò a dire il duca interrompendo
la figlia della quale non gli era sfuggito lo sdegno. — Io l’ammiro
anzi, per la sua energia, pel suo intelletto, per l’anima veramente
non degenere da quella di sua madre Maria Teresa; e convengo, sì, che
se fosse stata coadiuvata da uomini di saldo animo al par del suo, ben
diversa sarebbe stata la sua sorte. Ma intanto il fatto è questo che
ella ha perduto ogni potere e che la sua amicizia, non solo a nulla più
giova, ma è dannosa, è rovinosa, a chi si ostina ancora a conservarla.
Ecco, per esempio: sai con quali armi mi combattono i miei nemici, o
meglio, coloro che aspirano a beccarsi la mia carica di sopraintendente
della Real Marina? Col dire che io sono un borbonico sfegatato, servo
di Maria Carolina, della quale la mia figliuola è lettrice! Debbo io
dunque offrire il fianco alle accuse dei miei nemici, debbo io stesso
somministrar loro le armi per ferirmi?
Era la prima volta che Alma leggeva addentro nel cuore del padre e ne
fu spaventata ed insieme acerbamente afflitta. Le si rivelava in tutto
il suo cinismo e in tutta la sua volgare ipocrisia; pure lo sdegno
combatteva in lei con l’amore e col dovere di figlia, troppo ribadito
nel cuor suo perchè potesse così di un tratto venir meno.
— Ma che volete da me, padre mio? — disse infine.
— Che mi segua a Palermo. Non ora, beninteso, ma fra qualche giorno.
Incomincerai col fingerti malata; io verrò con un medico, il quale
ti ordinerà di mutar clima... Così la Regina non potrà aversi a male
se la lasci. Vedi che io non voglio guastarti con lei, quantunque,
figlia mia, quando il proprio interesse lo impone, è da sciocchi aver
riguardi.
— E... venendo con voi a Palermo, in casa vostra ove sarei sola, io
povera ragazza, senza una madre, senza una parente... che farei in casa
vostra?
— Intendo, intendo quel che vuoi dire... La convenienza, è vero,
vorrebbe che tu avessi la compagnia di una signora matura, del nostro
grado. Ma poichè tu vi dimorerai per poco...
E il duca con aria sorridente, poichè riteneva di essere già riescito
nel suo intento, e compiaciuto in cuor suo che Alma si fosse mostrata
così pieghevole, la guardò con una espressione di sottile malizia negli
occhi.
— Non ti ho detto ancora la cosa più importante... quella per la
quale son venuto, e che mi sta a cuore pel tuo avvenire, per la tua
felicità... Veggo che ti struggi dall’impazienza di saperla, se già non
l’hai indovinata...
— Io non ho indovinato nulla — rispose Alma seria e grave.
— Dimmi un po’ quanti anni hai?
— Ventidue credo.
— A ventidue anni tua madre, quella santa e pia creatura che mi è
morta...
E il duca s’interruppe per alzar gli occhi al soffitto della stanza.
Poi continuò:
— Tua madre dunque a ventidue anni era già sposa da tre anni e aveva
una figlia, l’unico frutto del nostro amore.
— Ebbene?
— Ebbene, tu sei già una vecchia zitellona in questo paese in cui le
donne vanno a marito a dodici anni. Bisogna dunque far le cose alla
svelta. Io ho già bell’e pronto un buon partito per te e... per me:
lord Arturo Chilson, capitano di vascello della Real Marina britannica
e cugino... ascolta bene... e cugino di lord Bentink che è il vero
signore e padrone della Sicilia.
Ella era divenuta scarlatta in viso; si sentiva soffocare dall’orgasmo
in cui l’avevan messa le parole del padre. Con gli occhi chini,
anelante, non poteva profferir motto.
— Tu comprendi tutti, tutti i vantaggi — continuò il duca che
attribuiva il silenzio e il visibile orgasmo della giovinetta
all’orgoglio lusingato che però il pudore facea dissimulare — di un tal
matrimonio? Tu sarai tra le più belle, più ricche, più potenti signore
di Palermo, cugina nientemeno del vero Re di Sicilia, ed io... già
io purchè ti vegga felice, altro non bramo. Lord Arturo Chilson non
si può dire un giovanotto di primo pelo, ha di qualche anno varcato
la cinquantina, non è certo un Adone, ma in compenso è alle porte per
esser nominato contro ammiraglio, è ricco a milioni ed è molto amato e
stimato dal suo re. Ma tu devi ricordartelo: ti fu presentato a Palermo
nel palchetto della Regina, e da quella sera, mi han detto, egli
vagheggia di farti sua moglie.
— Sì — rispose Alma che si era riavuta — sì, lo ricordo bene, un
omaccione rozzo, arrogante, che quella sera era ubbriaco come il più
maleducato dei suoi marinai, e bestemmiava in inglese credendo che
nessuno capisse la sua lingua.
Il duca rimase interdetto. Nell’accento della figlia gli era parso
d’intravedere una sottile ironia. Era pur corrispondente al vero il
ritratto che Alma avea tracciato di lord Arturo Chilson, del quale eran
note a tutta Palermo le sbornie; pure riprese come se non desse molta
importanza alle parole della figlia:
— Ah già: gli è che è un marinaio, un vero marinaio; non è al certo
uno di quei bellimbusti impomatati che parlano in punta di forchetta!
È un bel lupo di mare il quale preso pel suo verso può esser ridotto
un agnellino da una donna di garbo. Dunque che ne dici? Già, una
superfluità il chiedertelo. Una ragazza saggia, seria, benedice il
Cielo per una tale fortuna... Benedice il Cielo ed anche il padre suo
che ha saputo procacciargliela... Non è vero forse?
Alma si alzò. Era grave, fredda, severa.
— Padre mio, — disse con voce ferma, ma tranquilla — il dovere mi
chiama nella camera di Sua Maestà che mi ha ordinato di svegliarla
nell’ora che scocca adesso. In quanto ad abbandonarla mentre tutti
l’hanno abbandonata, tutti quelli che ne ebbero favori ed onori
strisciando alle sue ginocchia allorchè essa era potente e temuta,
io, intendete? io non lo farò mai, nè alcuno sarà tanto ardito da
strapparmi dal suo fianco. È sempre lei la Regina di Napoli e di
Sicilia, è sempre lei la nostra Sovrana. In quanto poi al matrimonio
che mi proponete con un Inglese villano e scostumato, non ho che una
sola parola da rispondervi... Rifiuto.
Non aveva ancor proferito questa parola che il duca si era alzato
sconvolto, furente; e mettendosi le mani nei capelli:
— Rifiuti?... Ma è la mia rovina, intendi? la mia rovina! Ma è il
trionfo dei miei nemici che del tuo rifiuto si avvaleranno per finire
di perdermi nell’animo di lord Bentink.
— Direte a lord Bentink che il rifiuto viene da me, da me sola.
— Si dirà che hai rifiutato per odio contro gli Inglesi, che hai
rifiutato per una sciocca, per una stupida avversione politica,
che ti han guastato il capo coi balordi principi d’indipendenza, di
patriottismo e che so io... E magari accusassero te sola: accuseranno
me, me che sono affatto innocente, me che sono stato sempre un
uomo serio e che ho riso di tali scempiaggini. L’indipendenza, il
patriottismo! Eh via, non ci è che il proprio tornaconto al mondo!
E divenendo carezzevole, quasi umile, con voce piagnucolosa continuò
rivoltosi alla figlia che l’ascoltava impassibile, ritta in piedi
innanzi alla porta, con la mano alla chiudenda:
— Via, riflettici bene. È la tua e la mia fortuna, capisci? E se
anche ti costasse un sacrifizio non rifletti tu al gran compenso che
te ne verrebbe? Sei stata sempre docile, rassegnata, pieghevole, si
può dire che non hai avuto mai una volontà tua, ed ora, di un tratto
mi ti riveli sotto un aspetto che non mi ti fa più riconoscere! Che
importa a te che il marito sia un inglese o un siciliano, un giovane
o un vecchio? Non ti sei mostrata sempre indifferente a tutto, non è
trascorsa quasi tutta la tua prima giovinezza in una completa dedizione
di te alla volontà mia e a quella della Regina? Com’è che di un tratto
vuoi far di tua testa e rifiuti di salvarmi, comprendi? di salvarmi?
— Padre mio — rispose lei con voce dolce ma sincera — voi non mi avete
mai conosciuta e non mi avete mai compresa.
— Che vuoi tu dire?
— Nulla che siate in grado di comprendere ora.
Egli fraintese il significato di quelle parole; nella sua mente
balenò un pensiero, che sua figlia chiedesse del tempo per risolversi,
trattandosi di una decisione così grave. A tale idea si rincorò: gli si
rasserenarono i tratti del viso, gli occhi ebbero un lampo di gioia.
— Ebbene, sì, hai ragione; ora non sono in grado di comprendere nulla
perchè confesso di essere in un grande orgasmo. Tornerò sicuro che
tu avrai vagliato le mie ragioni, sicuro che avrai apprezzato le mie
proposte che ogni ragazza avrebbe accolto con un grido di gioia. No,
non te ne ripeto i vantaggi, i vantaggi che potrebbero essere enormi,
intendi? enormi!
E mentre si copriva dopo aver gettato sulle sue spalle il mantello, si
avvicinò alla figlia e le disse sottovoce guardandosi intorno col suo
consueto fare sospettoso:
— Cugina di lord Bentink, capisci? Ciò vuol dire, avendo un po’ di
senno ed essendo una donna giovane e bella, esser l’unica e sola regina
di Sicilia.
Ella aveva aperto la porta presso la quale si teneva, pallida,
immobile, silenziosa. Appena un fremito delle labbra ed un corrugar del
ciglio erano stati indizio del suo sdegno. Non si piegò e non rispose
al bacio del padre che era tornato gaio e disinvolto.
— Bacerai per me la mano a Sua Maestà — le disse — e mi scuserai con
lei. Tornerò da qui a quindici giorni, chè prima non potrò muovermi da
Palermo. Tu intanto rifletterai. Ho troppa stima della tua saggezza per
aver dei dubbi sul risultato delle tue riflessioni. Già, io son sicuro
che la tua decisione è presa fin da adesso ed è quale esser deve pel
tuo e il mio interesse; ma conosco, conosco le donne: so che vogliono
esser pregate a dir di sì anche quando anelano di assentire... Fra
quindici giorni, dunque, fra quindici giorni.
Ella voltasi al servo che avea chiamato con uno squillo di campanello,
disse:
— Accompagnate il signor duca fino alla sua carrozza.
— A rivederci da qui a quindici giorni, figlia mia — ripetè il duca
salutandola con la mano.
Alma lo vide discendere la scaletta della torre che metteva alla porta
principale, e continuò per un pezzo a tenersi immobile, pallida in viso
e con gli occhi fisi a sè dinanzi. Infine si scosse e lentamente si
avviò verso la camera della Regina. Ivi giunta si lasciò cadere su una
ampia poltrona presso l’aperta finestra.
Il giorno già declinava: il sole infuocato scendeva sul mare in un
nimbo di nubi purpuree; sul mare calmo e di un azzurro cupo guizzavano
le fiamme del sole che tingevano di un sanguigno chiarore le vette dei
colli.
Non un viandante pei sentieri, non un contadino pei campi, e nella
solitudine profonda il silenzio di quel tramonto di autunno.
Ella poggiò i gomiti sul davanzale della finestra e stette un buon
tratto perduta nella contemplazione. Da prima il suo pensiero era fatto
di mille pensieri senza che potesse affissarsi in uno: le parole del
padre erano state la pietra che si getta nel padule, erano state il
soffio del vento che sconvolge le acque del lago fino allora stagnanti.
Il cinismo di quel vecchio non le riusciva nuovo, che ella, per quanto
si fosse mantenuta affatto estranea agl’intrighi dei cortigiani, ne
sapeva le ipocrisie e le perversità; e se suo padre era al par degli
altri ipocrita e perverso, non era al certo peggiore. La Regina si era
spesso rammaricata con lei delle sue disillusioni; nessuna sorpresa
dunque aveva in lei prodotto il linguaggio del padre, il quale fin da
quando i Sovrani erano stati esiliati da Palermo si era tenuto lontano
da essi, temendo di cadere in sospetto degl’Inglesi.
Ma ciò che ne aveva turbato profondamente l’anima era stato il
linguaggio che le aveva tenuto, sul suo avvenire e l’oscena e vile
proposta di quel matrimonio, che l’aveva costretta a ripiegarsi sul
suo cuore, ad interrogarsi, a penetrare attraverso la nebbia che
aveva fin’allora avvolto i suoi sentimenti. Perocchè, nelle parole
di suo padre ci era pure un fondo di verità, ci era pure un esatto
apprezzamento della condizione di lei. Invero, quale ne sarebbe stato
l’avvenire se avesse dovuto lasciare il servizio della Regina? Avrebbe
dovuto rinunciare ai suoi sogni ed accettare la triste, nauseosa realtà
della vita, dandosi ad un uomo che avesse avuto la vernice di un titolo
e di una ricchezza, e che ella non avrebbe amato, da cui non sarebbe
stata amata?
Aveva vissuto fino alla sua età di ventidue anni permanentemente
in un sogno, ciò che l’aveva fatta del tutto estranea, agl’intrighi
che vedeva svolgersi a lei d’intorno. Tra la folla di cortigiani in
cui aveva vissuto, ella così soavemente leggiadra, se pure era stata
fatta segno alle galanti premure dei giovani signori, o non li aveva
visti, o non li aveva curati; e se anche per poco lo sguardo e il
sorriso di un uomo erano giunti ad interessarla, aveva visto in breve
ora dileguarsi quello interessamento, non le restando che un senso
increscioso di meraviglia come ella avesse potuto anche per un istante
accogliere nell’animo suo il pensiero di quel sorriso e di quello
sguardo! Era giunta a credere quel che gli altri credevano di lei, che
fosse del tutto all’amore insensibile, come la Regina più volte le
aveva ripetuto. E si era così ostinata in tal pensiero da non saper
comprendere come una donna potesse darsi in piena balìa d’un uomo e
sottoporsi ad un connubio nel quale l’anima non avesse parte.
A tal pensiero rabbrividiva; l’anima si ritraeva sgomenta come innanzi
ad una mostruosità oscena. Era quella la realtà della vita, ben lo
comprendeva, ma comprendeva anche che non si sarebbe mai acconciata ad
una tale realtà e la respingeva con ribrezzo da sè, pur vedendo che era
da tutte le ragazze della sua età e della sua condizione accettata con
entusiasmo.
Ma era del tutto sgombra l’anima sua da ogni aspirazione? Ma nei
suoi sogni, per quanto vaghi, nessuna immagine di uomo ne turbava la
serenità del cuore e dello spirito?
Fin’allora aveva deluso una tale domanda che spesso si era rivolta,
quantunque un ricordo, un dolce ed insieme amaro ricordo le salisse
dal fondo dell’anima ogni qualvolta interrogandosi si ripiegava su sè
stessa. No, non avrebbe potuto dire che il suo cuore fosse del tutto
sgombro, non avrebbe potuto dire che tra il suo sogno e lei non si
frammettesse talvolta la immagine di un giovane intorno al quale si
svolgeva, suo malgrado, quel sogno. Quantunque non sapesse dell’amore
che quel che ne aveva inteso, attenuato dai riguardi che si avevano per
lei, pure il suo sogno era tutto fatto d’amore che intuiva come qualche
cosa di formidabile, al quale avrebbe dato tutta sè stessa, in una
dedizione intera dell’esser suo.
Ma chi era quel giovane che ella intravedeva nel buio delle sue notti
insonni? Chi era quel giovane che nei suoi vaneggiamenti, nelle sue
torride veglie, nei suoi indefinibili desideri ella vedeva sorgere a
sè dinnanzi pur senza evocarlo, pur respingendolo, ma invano, pur non
osando rivolger a lui il pensiero, tanto le pareva colpevole quella
visione?
Ed i suoi sogni di fanciulla erano stati finallora senza determinatezza
e le larve che fugacemente le apparivano non avean viso. Ma ora ne
avevano uno; da una sera, da una notte avevano uno sguardo, un sorriso,
una figura che ella riconosceva perchè l’aveva vista altre volte nella
lontana infanzia un giorno, là nella solitudine della sua Calabria.
L’aveva vista altra volta, ma avrebbe ritenuto per ben folle chi le
avesse detto che un giorno ella avrebbe accolto nell’anima sua la
visione di quel giovane e l’avrebbe custodita come un gioiello che non
ci appartenga, che non potrà mai appartenerci e che rappresenta una
colpa agli occhi del mondo, una insidia infernale ai propri occhi!
Quel giovane, della cui voce udita ben poche volte aveva pieno
l’orecchio, del cui sguardo che si era incontrato col suo non più
di due o tre volte, aveva la luce nel cuore, il cui sorriso triste e
dolce insieme vedeva in tutti i suoi sogni; che inesorabilmente le era
dinanzi, attirandola a sè, mentre ella ben sapeva che oltraggioso era
il fascino che ne subiva; quel giovane che non aveva più visto dacchè
in una notte in cui lo aveva sorpreso fra le braccia della Regina,
aveva esposto la sua vita come già altra volta, per lasciar loro il
tempo di porsi in salvo, era... l’amante della Regina!
L’amante della Regina!... Perocchè nulla, nulla a lei era sfuggito,
tutto aveva compreso, la sua inesperienza verginale essendo stata
acuita dalla gelosia, una gelosia vaga che non aveva odi, ma che aveva
sofferenze ed amarezze.
Pure ella si sentiva amata da quel suo sogno: ella ricordava i giorni
della sua infanzia in cui lo aveva incontrato la prima volta, e nello
sguardo che egli le aveva rivolto allorchè in quella notte al castello
si era incontrato in lei, aveva letto l’anima di lui nella quale ella
si sentiva. Ma ormai un doppio abisso li separava: l’esser lui un
povero avventuriero e l’esser lui l’amante della Regina!...
Un povero avventuriero! No, non era questo l’abisso insuperabile
essendo egli nobilitato con un decreto reale che gli conferiva un alto
grado nell’esercito: eppoi, quantunque ella vivesse in una Corte che
rappresentava quanto vi era di più vieto negli antichi pregiudizi,
quanto di più rigido nel rispetto per le prerogative nobiliari, al
soffio dei nuovi tempi si erano incominciati a piegar gli animi,
tanto che si era parlato sul serio del matrimonio di una figlia del Re
col principe Beauharnais il cui padre era stato un povero soldato di
ventura, e si dava per certo quello di una Arciduchessa d’Austria col
glorioso Imperatore dei Francesi, figlio di un borghese di Ajaccio! Se
dunque quel giovane fosse andato in Sicilia a far valere i suoi diritti
ad un reggimento nell’esercito, bene avrebbe potuto aspirare a lei...
Ma non era lui l’amante della Regina? E poteva ella accogliere e
vagheggiar nell’anima sua quello amore per un uomo del quale la
Regina aveva fatto il suo amante? Se pure egli, quando non era ancora
il capobanda famoso che aveva reso tanti servigi alla causa del Re
e salvato col rischio della vita più volte la Regina, ma un oscuro
contadinello, un povero bastardo, aveva osato volgere a lei l’anima
sua, cosa aveva fatto di quell’anima la tresca nella quale si era
lasciato impigliare?
Ella non osava fermarsi per analizzarne la natura, chè ripugnava
alla sua purezza di fanciulla, comprendendo vagamente esser quello
un amore del quale ella non doveva discorrere neanche a sè stessa
senza arrossirne. Si trovava dunque in un turbamento che la rendeva
insoddisfatta di sè e degli altri, benchè un tale turbamento in nulla
scemasse il fascino che su lei esercitava la sua Sovrana e non le
impedisse di volgere il pensiero a quell’uomo dal quale un abisso
insormontabile la separava, pur senza fargliene una colpa; chè non era
tanto inesperta della vita da non comprendere certe contradizioni cui
può indurre un momento di ebbrezza. Ma comprendeva anche che ella non
avrebbe mai svelato l’amor suo ad un uomo che avesse avuto ancor calde
le labbra dei baci di una donna, ad un uomo che non fosse tutto suo pur
sentendosene profondamente ed unicamente amata!
Non era quella la prima volta che l’anima sua meditabonda vagava
in tali pensieri che aveva tenuto gelosamente occulti. Da tutti era
creduta fredda d’indole e che col cuore vuoto e sereno vivesse come del
tutto estranea alle passioni che le fremevano d’intorno. La compiacenza
di lei per la solitudine, la sua aria pensosa, la sua docilità
tranquilla al subito volere e disvolere della Regina erano interpretate
per indizio di una natura senza volontà e senza energia. Solo la Regina
aveva talvolta dubitato che ella fosse ben altro, in fondo; che se era
così fredda ed altera coi cortigiani, alcuni dei quali avevano per la
giovinetta un’ammirazione che avrebbe potuto divenire amore sol che
ella l’avesse voluto, un mistero si nascondeva in cuor suo, quantunque
sapesse ben nasconderlo. L’aveva vista trasalire allorchè talvolta le
parlava di Riccardo, ma poichè tornava di un subito indifferente, il
vago sospetto dileguava per tornare a balenarle più vivo ad un nuovo
incidente.
Ma ella era vittima di un fenomeno strano: finchè sapeva vivo Riccardo
aveva imposto a sè stessa di respingerne l’immagine, di stornarne il
pensiero non solo perchè le pareva indegno di lei, ma anche perchè le
faceva correre dei brividi per le vene ricordandole quelle notte in
cui l’aveva sorpreso in una stanza con la Regina, ricordando quelle
notti in cui a Napoli, mentre egli era convalescente in una stanza del
palazzo reale la Regina era stata con lui fino all’alba.
Ella era stranamente turbata dalle visioni che le destava quel ricordo
nelle quali sentiva germogliare quasi una punta di odio e di sdegno
per la Regina e per Riccardo: ma da quando si era andato accentuando il
dubbio che egli fosse morto o per le ferite riportate nell’assalto del
castello, o in uno scontro coi Francesi, pensava a lui con melanconica
dolcezza e giungeva financo a credere che ne amasse la memoria come
se la morte, depurandolo, lo avesse reso a lei e fatto tutto suo,
perchè credeva che la Regina, distratta da altre cure, impigliata in
tanti intrighi, lo avesse del tutto dimenticato, quantunque di tanto
in tanto, allorchè più urgente era il bisogno di un amico risoluto e
devoto, con rammarico profondo ne deplorasse la perdita.
L’immagine di lui che sorgeva da un letto di morte le era assai più
cara dell’immagine di lui fra le braccia della Regina, e Alma si era
fatta un’amara ed insieme una invocata compagnia del pensiero di quel
morto che la teneva assorta per ore e ore in un tacito raccoglimento.
E quella sera appunto mentre il sole declinava lontano sul mare che
aveva mormori lamentevoli, era stata per un pezzo affissata in tal
pensiero, nel quale l’anima sua si era rifugiata per dimenticare le
tristi cose che il padre le aveva detto e l’osceno mercato che le aveva
proposto.
Mentre era così assorta, le ombre della notte scendevano lentamente
velando le cose. La Regina intanto tardava a tornare; ella però non era
punto preoccupata, avvezza alla vita avventurosa di lei e nulla temendo
per sè, chè la torre se non era una comoda dimora poteva dirsi ben
sicura.
In questo ella udì verso la spiaggia rimbombare alcuni colpi di fucili.
— Dio mio, la Regina forse, la Regina! — esclamò lei alzandosi di
botto. — Un qualche incontro, un qualche agguato!
E stette col cuore tremante, con gli occhi fissi verso la spiaggia
donde giungevano a lei alcune voci che le parvero di uomini che
inseguissero un uomo. Ma nulla vedeva perchè l’estremità del colle
dietro al quale avveniva l’inseguimento glieli nascondeva. Infine
vide come un’ombra che di corsa si dirigeva verso la torre, seguita
da alcune altre che le parevano soldati. Ad un punto l’inseguito
si fermò ed esplose due colpi d’arma da fuoco i quali arrestarono
gl’inseguienti, certo perchè alcuni di loro erano stati feriti. Ma
intanto altri soldati avevano raggiunto i primi, e tutti insieme si
diedero di nuovo ad inseguire il comune nemico.
— Non si tratta della Regina, Dio sia lodato! — disse lei traendo
un sospiro di sollievo. — Sono soldati inglesi che inseguono qualche
povero diavolo di siciliano.
L’inseguito si era sempre più avvicinato alla torre, ma quando era
per esser raggiunto da alcuni soldati che per esser più veloci avevano
sorpassato gli altri, si fermò. Ella vide che l’inseguito, un uomo, al
certo un giovane a giudicare dalla snella ed agile persona, si rivolse
per affrontarli: la mischia fu breve e feroce, ella sentì alcune grida
di dolore venir dal gruppo dei combattenti.
— L’avranno ferito, l’avranno ferito! — disse a sè stessa col cuore
stretto dall’angoscia per quell’orrendo spettacolo.
Pure non sapeva staccar gli occhi da quel gruppo in cui vedeva
dibattersi l’inseguito a favor del quale ella pregava, prendendo parte
a quella impari lotta con animo trepidante.
— Salvo, salvo un’altra volta! — gridò, vedendo che il giovane si era
di nuovo liberato dai suoi nemici, uno dei quali giaceva lungo disteso
a terra, e correva verso la torre da cui era lontano non più di trenta
passi.
Era vestito di nero, col cappello alla calabrese tirato fino sugli
occhi.
— Un calabrese — mormorò lei — un calabrese!
Sapeva che chiamati dalla Regina ne erano sbarcati molti, deludendo la
vigilanza degl’Inglesi, onde ella sussultò con una vaga apprensione
e con un più vivo interessamento ormai per la sorte di quel suo
conterraneo, di cui tra per l’ombra della sera, tra pel cappello calato
sulla fronte non giungeva a vedere il viso.
Quando fu sotto la torre ella si sporse, mentre i soldati che
emettevano grida di rabbia si erano avvicinati anch’essi, tanto che
ella poteva vederne gli abiti rossi. Ma giunti innanzi la torre si
fermarono interdetti.
— Ne hanno perduto le traccie — esclamò lei — avrà guadagnato l’erta
del colle dietro la torre...
Si tolse dalla finestra, accorse all’altra di contro donde potevasi
vedere il colle dirimpetto. Appuntò gli occhi, scorse con lo sguardo
per tutta la pendice... Nessuno!
— Per dove sarà fuggito, per dove? — mormorò sorpresa, spiegandosi il
perchè i soldati si fossero fermati incerti.
Questi non erano più in pochi perchè raggiunti dagli altri, fra cui
riconobbe un ufficiale che interrogava coloro i quali erano stati alle
prese con l’inseguito.
— Ah! — disse lei, ammirata dal valore del fuggitivo che per ben due
volte aveva sostenuto una lotta così impari uscendone vittorioso, e
nella quale aveva dovuto uccidere o ferire parecchi degl’inseguitori —
un eroe, un eroe! Se la Regina ne avesse molti come questo calabrese e
come...
Le sue labbra mormorarono il nome di Riccardo. Sospirò e si ritrasse
dalla finestra avendo sentito un rumore nella stanza attigua nella
quale uno dei servi accendeva i lampadari.
— Eccellenza — disse entrando uno dei valletti che faceva l’ufficio
di maggiordomo nelle brevi dimore di Sua Maestà in quella torre — un
ufficiale inglese chiede un’udienza a lei, signora duchessa, avendogli
io detto che Sua Maestà è indisposta.
Ella trasalì: certo nella chiesta udienza ci entrava per qualche cosa
lo scacco che i soldati di Sua Maestà Britannica avevano patito.
Comprese che non sarebbe stato prudente il negarsi di riceverlo e
rispose:
— Introducetelo.
Non si sentiva punto tranquilla, chè sapeva quanto fossero rozzi
e arroganti gli ufficiali inglesi anche con le donne e in quanta
diffidenza tenessero la Regina e coloro del suo seguito. Sedette con
l’animo sconvolto, ma nulla ne traspariva dall’aspetto che era quale si
conveniva ad una giovinetta del suo grado.
— Sir Edoardo Walter — annunciò il maggiordomo.
L’ufficiale inglese, un uomo già maturo dai capelli e dai baffi rossi
in un viso butterato dal vaiuolo, si avanzò verso Alma, ma parve ben
sorpreso di trovarsi innanzi ad una giovinetta.
— Ella ha chiesto un’udienza a Sua Maestà, ma è indisposta e ha
ordinato che non la si disturbi per nulla. Può dire a me quel che le
occorre.
— A lei! — disse l’ufficiale imbarazzato. — Ma Sua Maestà non ha la sua
dama di compagnia?
— Ne fo io le veci.
— Quando è così... Gli è che ella è tanto giovane... Insomma, io sono
nella necessità di frugare per tutte le stanze di questa torre nella
quale credo si sia nascosto un tale fuggitivo dalle mani de’ miei
soldati, dopo averne feriti due e temo ucciso un altro.
— Ma — rispose Alma con accento reciso — sa che questa è la dimora
attuale della Regina di Sicilia, nostra signora e nostra padrona
assoluta, e che se anche quel calabrese...
— Come sa lei che è un calabrese?
Ella arrossì e rimase interdetta. Fece uno sforzo per rasserenarsi e
ripigliò:
— Me ne sono avvista agli abiti. Fui testimone dello inseguimento
stando alla finestra. Non credo che il fuggitivo abbia avuto l’audacia
di ricoverarsi proprio qui. Di dove sarebbe entrato? Non vi ha che una
sola porta custodita dal negro della Regina.
— Dietro la torre vi sono delle finestrette, degli spiragli che,
come ho visto, possono lasciar passare un uomo. Del resto è nota
la predilezione di Sua Maestà per cotesti Calabresi che con la loro
furfanteria han compromesso innanzi all’Europa la causa dei Borboni.
— Ella offende la mia Regina! — gridò Alma alzandosi — la mia Sovrana,
alla quale qui tutti debbono rispetto ed obbedienza non esclusi gli
ufficiali inglesi, essendo essa l’amica e l’alleata di Sua Maestà il Re
d’Inghilterra.
Il fiero aspetto e la dignitosa persona della giovinetta imposero
all’ufficiale che balbettò con tono più umile:
— Non ho punto voluto mancare di rispetto a Sua Maestà; pure debbo
compiere il mio dovere...
Ella comprese che non doveva spinger le cose all’estremo. Se
l’ufficiale, cocciuto come tutti gl’Inglesi, avesse voluto usare della
forza, come già molte volte era avvenuto, e fosse penetrato financo
nella camera della Regina, trovandola vuota non avrebbe scoperto il
mendacio di lei? E se con quel pretesto avesse voluto assicurarsi che
la Regina era altrove?
— Accetto le sue scuse — disse Alma — ma torno ad assicurarla che non è
possibile che il prigioniero sia penetrato nella torre; posso impegnare
la mia parola d’onore. Anche io che lo avevo seguito nella sua fuga,
fui sorpresa della sparizione; ma lo avrei visto se si fosse intromesso
per una finestra o per uno spiraglio, in questo luogo.
— Me ne dà dunque la sua parola d’onore?
— Sì — rispose lei con accento di convinzione che rassicurò l’ufficiale.
E veramente ella credeva per fermo di dire il vero. Come era possibile
che il fuggitivo fosse penetrato nella torre?
— Comprenderà — riprese la giovinetta — che io non posso ledere e non
posso permettere che si leda una delle prerogative delle dimore regali.
Solo la Regina avrebbe potuto concederle quel che ella ha chiesto,
signor ufficiale!
L’ufficiale pareva perplesso e irresoluto. Per quanto rozzo
comprendeva che sarebbe stata una villania inaudita il non prestar fede
all’assicurazione di quella nobile giovinetta, della quale ammirava
non solo la leggiadria soavissima, ma l’aria di bontà diffusa nello
aspetto, come ne aveva ammirato la fierezza nel difendere la sua
sovrana.
— Ma di che è reo quel... calabrese? — chiese Alma, vinta da una
curiosità nella quale c’era pure un vivo per quanto dissimulato
interessamento.
— Alcuni miei soldati — rispose l’ufficiale alquanto imbarazzato
— scherzavano un po’... troppo, via... un po’ troppo vivacemente
con certe ragazze del vicino villaggio, le quali... le quali se ne
mostravano offese senza ragione alcuna, perchè si sa che la giovinezza
è un po’ avventata, e poi dovrebbe pur perdonarsi ai nostri bravi
soldati, se venuti qui ad esporre la vita pel bene di questa isola
e del suo Re, cercano di prendersi un po’ di svago. Quel marrano di
calabrese, al certo un vagabondo, uno di quelli che nel loro paese
commettono ogni sorta di nefandezze col pretesto di far la guerra
agli invasori, corse senza che ce ne fosse alcun bisogno, in difesa di
quelle donne e ferì uno dei miei soldati...
Non proseguì, avendo egli una confusa coscienza che quel racconto, di
molto attenuato, produceva una sinistra impressione nell’anima della
nobile giovinetta, a danno del buon nome dei soldati inglesi. Ella non
rispose, per fargli comprendere che non aveva più voglia di continuare
quel colloquio e per liberarsi presto di quell’importuno, tanto più che
temeva sopravvenisse la Regina dalla sua misteriosa escursione.
Sir Edoardo Water era assai scontento di sè e della riuscita del suo
disegno. Come confessare di essere stato battuto da quella ragazza,
perchè sebbene non potesse dubitare menomamente delle assicurazioni di
lei, sopravviveva in lui il sospetto che il fuggitivo fosse penetrato
nella torre? D’altra parte non voleva insistere, per non esporsi,
se fosse avvenuto uno scandalo, e la Regina se ne fosse querelata a
lord Bentink, ad essere punito, tanto più che sarebbe venuto a galla
la scostumatezza e la indisciplinatezza dei suoi soldati. In odio
agl’isolani che vedevano in essi dei nemici, ben si poteva chiudere
un occhio sull’una e sull’altra, ma a patto che non destassero
troppo rumore, come aveva fatto intendere il generale Mac Ferlane che
comandava le armi di Sua Maestà il Re d’Inghilterra in Sicilia.
Volgendo in mente tali pensieri e comprendendo che sarebbe stata
villania l’indugiar più oltre, anche perchè nella sua rozzezza sentiva
il fascino di quella leggiadra e giovine creatura, salutò e senza dir
parola si diresse verso l’uscio.
Ella aveva risposto al saluto e si teneva immobile, trepidante, perchè
proprio non aveva sperato di cavarsela secondo i suoi voti. Sentì che
l’ufficiale scendeva, preceduto dal maggiordomo; per rassicurarsi corse
alla finestra e vide che i soldati, disposti in fila, prendevano la
volta d’onde erano venuti.
— Dio, ti ringrazio! — mormorò lei.
Ringraziava Dio sol perchè il segreto della Regina non era stato
scoperto, ma era ben lungi dal credere che il fuggitivo fosse nella
torre.
— Ma dove, dove mai si è nascosto? Sparito di un tratto, come se fosse
stato ingoiato dal terreno! Se avesse cercato di salvarsi su pel colle
donde incomincia il bosco, l’avrei visto attraversare il piano!
Uscì dalla stanza in cui aveva ricevuto l’ufficiale inglese e si
diresse in un gabinetto ove era solita di ritirarsi allorchè la
Regina o in colloquio coi suoi confidenti o occupata a sbrigare la sua
corrispondenza le concedeva un po’ di riposo. Quel gabinetto, incavato
per così dire nel muro massiccio della torre, era attraversato in
un angolo da una scala a chiocciola che saliva sulla piattaforma e
scendeva nei sotterranei della torre.
Ella ritrovava lì dentro i suoi libri, i suoi ricordi, ed era il luogo
che prediligeva perchè lontano da ogni rumore. Sedette sul lettuccio
da campo che era ivi con le spalle alla scaletta ed aperse uno dei
grossi volumi istoriati che divertivano la sua solitudine, proponendosi
di attendere ivi che la Regina tornasse, perocchè era convinta che
l’augusta donna sarebbe tornata a notte alta per non esser vista dai
servi e dagli staffieri.
Ma Alma non aveva testa alla lettura. La storia che l’ufficiale
inglese le aveva narrata aveva vieppiù acuito il suo interessamento pel
fuggitivo, ben comprendendo che l’ufficiale aveva di molto attenuato la
colpa dei suoi inglesi.
Non era dunque un volgare vagabondo colui che era intervenuto per
difendere alcune povere donne dalla scostumatezza soldatesca: certo
aveva ubbidito ad un generoso sentimento che gli aveva fatto affrontare
lo sdegno e la vendetta di tutto un manipolo di soldati, e l’uomo che
di tanto era stato capace non poteva essere un volgare malfattore. Si
sentiva come lusingata nel suo amore per la terra in cui era nata,
della quale sentiva talvolta un’acuta nostalgia, perocchè gli anni
suoi più belli e più dolci, prima che la paterna ambizione l’avesse
costretta a vivere nella Corte, erano stati quelli che aveva passato
nel castello dei duchi di Fagnano, e forse quel vago sentimento che
la faceva pensare a Riccardo con un senso di viva simpatia, mutatosi,
or che lo credeva morto, in una memoria dolcissima, era dovuto alla
suggestione che esercitavano in lei i ricordi di quegli anni.
Silenziosa la campagna, silenziosa la torre, chè i servi si erano
raccolti tutti nelle stanze inferiori. Ella sfogliando il volume
mentre vagava coi suoi pensieri era di tanto in tanto sopraffatta da
un senso di paura, chè aveva udito raccontare alcune leggende intorno
a quel luogo del tempo in cui i Saraceni facevano di molte escursioni
in quelle terre; leggende di donne rapite, di vendette sanguinose, di
stragi e di orrendi misfatti. Ella rabbrividiva cercando di stornarne
il pensiero, col rievocare la memoria della sua infanzia trascorsa sui
monti della lontana Calabria e delle persone che più l’avevano amata e
che ella aveva amato. Ben poche veramente: nessuna però aveva lasciato
una traccia profonda nel suo cuore i cui affetti, anche quelli di
famiglia, erano stati ben superficiali. Ah, se avesse avuto i baci e
le carezze di una madre in quella età in cui più se ne ha bisogno! ma
ella non l’aveva conosciuta la madre sua; ed il padre che aveva sempre
una ambizione da soddisfare, sempre un intrigo a cui attendere, pure
amandola molto, non aveva saputo col suo affetto far le veci dei tanti
affetti che le erano mancati.
Solo la Regina aveva saputo prender posto nel cuore di lei, che però
era come insoddisfatto di quell’amore quasi le costasse una violenza,
di quell’amore che era fatto più di suggestione che di stima verace
e profonda, ma che non era per questo meno devoto e meno capace di
ogni sacrifizio. Certo v’influiva il contrasto tra la sua natura
e quella della Regina, della quale ella non ignorava le colpe e i
vizî, pur sentendo per lei talvolta una pietà profonda che giungeva a
giustificarla e ad assolverla: certo v’influiva il vederla decaduta da
tanta altezza, circondata da nemici, insidiata, calunniata, abbandonata
anche da coloro che un tempo le strisciavano alle ginocchia mentre
ella, sola, impavida, superba, continuava a lottare in Calabria contro
i Francesi, in Sicilia contro i ministri di Sua Maestà Britannica.
Ed Alma si sentiva di qualunque sacrifizio capace per la sua signora
e padrona, pur biasimandone in cuor suo certe intemperanze e certe
perversità, ed ammirandone profondamente certe virtù eroiche che
ne facevano un impasto singolare di bene e di male, di maestà e di
fralezza.
La notte era discesa da più ore ed ella tutta immersa nei suoi pensieri
non se n’era accorta. Quando alzò gli occhi ad un orologio della parete
si scosse mormorando:
— Un’ora per la mezzanotte! E la Regina non è rientrata! Eppure bisogna
che l’aspetti vegliando. Voglia Iddio che non le sia accaduto nessun
male!
Trasalì ad un lieve rumore che intese nel fondo della stanza
attraversata dalla scala a chiocciola. Era stato uno scricchiolio cui
aveva tenuto dietro di nuovo il silenzio profondo.
— È il caldo che fa scricchiolare il legno — disse a se stessa per
rincorarsi.
Ma lo scricchiolio si udì di nuovo. Ebbe l’impressione che qualcuno
cautamente salisse per la scaletta fermandosi ad ogni gradino.
— Dio mio — mormoro — Dio mio!
Si era alzata e, incapace a muoversi, a chieder soccorso, stava con
gli occhi fisi, sbarrati, sulla botola aperta per la quale scendeva la
scaletta.
— Un uomo, un uomo! — balbettò vedendo uscir fuori dalla botola una
testa coperta da un cappello calabrese.
Col viso sconvolto dal terrore, con la mano nei capelli fissava
quella testa della quale ancora non vedeva il viso. Infine l’uomo
dovette alzare il capo perchè ella ne vide gli occhi, due occhi neri
e scintillanti, che la fissavano immobili come se anche quell’uomo
fosse colpito da stupore e non sapesse risolversi nè a discendere nè a
salire.
— Il fuggitivo, il fuggitivo! — gridò lei con voce soffocata ricordando
le parole dell’ufficiale.
Si rincorò per una istintiva persuasione che non avesse nulla da temere
da quell’uomo che aveva difeso le donne perseguitate dagl’Inglesi.
Vincendo la paura, facendosi sostegno della mano alla spalliera del
lettuccio sentendo tremar le ginocchia:
— Chi è? — chiese con voce tremante.
L’uomo salì due gradini in modo che ella potè vederlo tutto dalla
cintola in su. Sogno, allucinazione, realtà? Quell’uomo lo riconosceva:
quel viso, quegli occhi, quell’aspetto li aveva già visti altre volte;
li vedeva spesso nei suoi ricordi, nei suoi sogni. Sapeva il nome di
quell’uomo... Come era lì, come era lì, mentre da tanto tempo non ne
aveva più nuove?
— Oh! — disse infine quell’uomo — se è questa una visione che debba
dileguare... Se è questo un miraggio... che io sappia se son folle...
Ella aveva ripreso possesso di sè. Pure, se lo spavento era cessato,
era sopraggiunto un imbarazzo, una perplessità che le produceva come un
intontimento. Comprendeva che avrebbe dovuto rassicurarlo, che toccava
a lei far cessare quella incertezza per entrambi convulsa.
— Salite, signore — gli disse con calma ben simulata.
Egli salì il resto della scaletta, ma giunto sul limitare della stanza
non osò proseguire. Si era tolto il cappello e si teneva immobile,
quasi come un colpevole. Ella di un solo sguardo aveva notato certi
particolari della persona e delle vesti di lui che facevano arguire
come da lungo tempo lottasse coi bisogni più urgenti. Gli occhi, il
cui sguardo era fiero talvolta, ma che nel fissarla diveniva sì dolce,
erano affossati nell’orbita; le guance scarne, i capelli lunghi ed
incolti gli davano un aspetto di sofferente, mentre le vesti lacere e
sordide di fango ne attestavano la miseria.
Ella ne ebbe pietà, più che pietà forse. Quali casi fortunosi l’avevano
ridotto in sì misero stato? Pure non osava chiedergli, quasi temesse di
mostrar per lui un troppo vivo interessamento.
Additandogli una sedia discosta dalla sua gli disse:
— Dovete essere stanco, sedete.
Egli sedette. Poi per rompere l’imbarazzante silenzio le si rivolse
dicendo:
— Ma dove sono io, signora duchessa?
— In, una delle due dimore di Sua Maestà la Regina, le sole che le
hanno assegnato gl’Inglesi.
— La Regina è qui dunque! — esclamò lui.
Ella esitò, ma non volle mentire con quel giovane, quantunque
l’esclamazione di lui l’avesse non poco turbata per i ricordi che
evocava.
— No — rispose — Sua Maestà è assente ma tornerà questa notte.
Egli si alzò di botto.
— Perdonatemi — disse — perdonatemi. Io non sapevo a chi questa torre
appartenesse... quando vi vidi all’improvviso pur non potendo credere
agli occhi miei... pur credendomi in preda ad una allucinazione... non
sapevo che foste sola in questa casa... Ditemi per dove posso andar
via... Ho cercato al buio mentre ero in un angusto sotterraneo una
finestra, uno spiraglio per dove uscire... quello pel quale entrai
era chiuso... Andando a tentoni trovai questa scala; ne salii i primi
gradini sperando di trovare una finestra per saltar giù e... e mi
trovai qui. Se per non esser visto dai servi non posso andar via dalla
porta, additatemi una finestra per la quale saltar giù...
S’interruppe: aveva visto a sè dinanzi le socchiuse imposte di una
finestretta. Vi si diresse dicendo, voltosi alla giovinetta:
— Per questa, non è vero?
— No, no, che fate? — gridò lei sgomenta. — Vi uccidereste!
— Ma allora? — fece lui smarrito, perplesso.
Ella ben comprendendo per qual delicato riguardo il giovane voleva
andar via anche saltando dalla finestra, arrossì, ma in cuor suo ne
fu esultante. Per quanto sentisse come una ritrosia a parlargli della
Regina, pure la gratitudine gliene faceva un obbligo, non sapendo con
quali altre parole trattenerlo.
— Sua Maestà — gli disse — vi vedrà con piacere. Era molto impensierita
sulla vostra sorte, non avendo da gran tempo vostre nuove. Anzi si
diceva....
— Che fossi morto?
— Sedete dunque, poichè non posso farvi uscire avendo Sua Maestà
proibito che si apra la porta della torre in assenza di lei.
Egli tornò a sedere.
— Debbo spiegarvi come io sia qui — disse il giovane.
— Lo so.
— Lo sapete?
— Sì. Ero alla finestra e assistetti al vostro inseguimento, ma non vi
riconobbi. Seppi poi dall’ufficiale inglese comandante i soldati che vi
davano la caccia perchè vi si inseguiva. Egli sosteneva, e non a torto,
che vi eravate rifugiato in questa torre, e avrebbe voluto frugarla
in ogni suo angolo. A me non pareva possibile che l’inseguito avesse
potuto penetrarvi e diedi la mia parola d’onore che qui non c’era
nessuno.
— Sicchè, se mi aveste veduto entrare? — fece lui con una mal
dissimulata amarezza nella voce.
— Non avrei data la mia parola d’onore ma avrei impedito che si
frugasse per non ledere le prerogative delle dimore reali...
— È vero — disse il giovane — tali prerogative mi avrebbero salvato!
Stettero per un pezzo in silenzio. Ella aveva chinato gli occhi
confessando a sè stessa che le sue parole avevano dovuto ben ferire
quel giovarne. Poi li alzò per dire:
— Narrate dunque. Come risolveste a rifugiarvi qui?
— Compresi che ero perduto. Per ben due volte mi avevano raggiunto e
per ben due volte avevo potuto liberarmi dalle loro mani.
— Ferendone parecchi e uccidendone qualcuno.
— Ho il cappello bucato da due palle — rispose lui per iscusarsi — e
una ferita al braccio di un colpo di daga... Ma poichè eran cresciuti
di numero, se mi avessero agguantato la terza volta sarebbe stata
inutile ogni resistenza. Non so chi mi abbia ispirato di dirigermi
verso questa torre che io, nuovo affatto di questi luoghi, credevo
disabitata; solo quando fui vicino mi accorsi che la porta era
custodita da un negro. Girai la torre e vidi una finestrina. Con
un salto fui sul davanzale, poi mi lasciai andar giù e caddi in un
sotterraneo presso un mucchio di legna nel quale mi nascosi. Dopo
un’ora circa sentii un calpestio. Era un tale che si avvicinò alla
finestra per la quale mi ero salvato, ne sbarrò le imposte, e assicurò
con una catena che chiuse a chiave onde non potesse aprirsi neanche dal
di dentro... Ed io compresi che se non ero prigioniero degl’Inglesi,
ero, a loro insaputa, prigioniero degli abitanti di questa torre,
perchè non avrei potuto, come ne avevo fatto il disegno, riaprire la
finestra appena fosse alta la notte, per andar via.
— Per andar dove? — chiese lei.
Ma si pentì di aver fatto una tale domanda che tradiva il suo
interessamento.
— Per presentarmi — rispose il giovane — a Sua Maestà la Regina alla
quale avevo data la mia parola d’onore di raggiungerla in Sicilia, se
mai i Francesi non mi avessero ucciso.
Lo strano era questo, che anche la giovinetta si faceva una colpa
del suo interessamento, mentre si rimproverava quel colloquio e
la compiacenza che ne sentiva come sconveniente; mentre cedendo
al suo interessamento anelava di sapere quali dolorose vicende il
giovine avesse subito prima di giungere in Sicilia pur non osando
chiederglielo, Riccardo si sentiva punto ed offeso delle parole e
dal contegno di lei; offeso in quel culto, in quella religione che
custodiva da tanti anni nel cuore per quella nobile giovinetta che era
sua cugina, ma per la quale lui era pur sempre un misero avventuriero
nato e cresciuto fra i servi della gleba.
E tale si proponeva di rimanere, chè per nulla al mondo l’avrebbe
umiliata, per nulla al mondo avrebbe voluto darle un dolore. Ma non
per questo egli doveva far credere che pitoccasse cosa alcuna; anzi
per quanto più profondo sentiva nell’animo suo l’amore per quella
giovinetta che si proponeva di non lasciar mai trapelare, tanto più
vivo era in lui il desiderio che ella non lo tenesse in conto di un
volgare intrigante.
Pure non si era ancora riavuto dalla emozione di quel così strano
incontro. Ah, se ella sapesse per quali legami era avvinto a lei,
se ella sapesse qual sangue le scorresse nelle vene, a qual nome e
a qual titolo avesse diritto, come vieppiù fatale le sarebbe parso
quell’incontro che li aveva messi a fronte per la prima volta nella
loro vita, mentre finallora appena appena due o tre volte avevano
scambiato qualche parola!
Alle parole del giovane Alma si era alzata, non sapendo ella stessa a
qual sentimento ubbidisse. In questo dalla riva giunse loro un fischio
che li fece trasalire.
— Sua Maestà sarà qui fra poco — disse lei rivoltasi a Riccardo — Sarà
bene stanca. Sarebbe meglio che vi presentaste a lei domani.
— Sta bene — rispose il giovane.
Ella si era avvicinata alla porta ove si fermò indecisa. Qualcosa
combatteva in lei un’aspra battaglia: la sua pietà, il suo
interessamento, fors’anco il rimorso di aver ferito con le sue
parole quel giovane che aveva veduto soffrir tanto, come appariva
dall’aspetto, lottavano col decoro, col pregiudizio, col suo pudore di
giovinetta.
Come lasciarlo lì per tutta una notte, mentre forse aveva fame? Ma
era prudente mettere a parte i servi di quel segreto, a rischio anche
di compromettere il segreto della Regina? Ma doveva lei, proprio lei,
appena la Regina fosse tornata, parlarle di quel giovane, ben sapendo
quali fossero i loro rapporti? Non era più conveniente che aspettasse
il mattino per rivelarle la presenza di Riccardo in quella torre?
Si rivolse come mossa da una subita risoluzione.
— Resterete qui questa notte, in questa stanza che io chiuderò a chiave
onde nessun servo possa entrarvi. Voi chiuderete la botola della scala.
E... e penserò a portarvi io stessa di che rifocillarvi.
— Grazie — rispose lui che la fissava con un lungo sguardo.
Ella uscì e chiuse a chiave la porta. In questo udì un rumore di passi
giù nel cortile. Giovanni il negro precedeva la Regina rischiarando la
scala con una lanterna. Alma dal vocio che aveva sentito si era accorto
che alcuni uomini avevano accompagnato fino alla torre l’augusta
donna, la quale poco dopo entrò nella piccola sala in cui la giovinetta
l’attendeva.
— Buona notte, figliuola, buona notte. Sei stata in gran pensiero per
me, non è vero?
— Non lo nascondo, Maestà.
La Regina si volse al negro che si era arrestato sul limitare.
— Dammi le lettere che son giunte durante la mia assenza.
Il negro le porse inchinandosi un fascio di carte: poi, traendo un
plico dalla tasca interna della sottoveste:
— La persona che Vostra Maestà ha mandato in Calabria... quella che io
solo conosco, ha lasciato questo plico.
— Ah! — fece la Regina con un grido di gioia — Le notizie che ho
chiesto... Saprò che è avvenuto di quel giovane che oggi mi sarebbe
tanto utile! Andiamo, figlia mia, seguimi nella mia stanza.
Poi si rivolse al negro e lo guardò mettendosi un dito sulla bocca.
Il negro aprì le grosse labbra scarlatte ad un sorriso poi incrociò le
mani sul petto e s’inchinò profondamente.
Appena nella sua camera la Regina si tolse il mantello e il cappellino
di feltro nero sormontato da una nera piuma e lo gittò sul letto con
atto impaziente.
Alma comprese che la regal donna era tra turbata e soddisfatta; gravi
cose eran dovute accadere e forse molti importanti avvenimenti si
maturavano, a giudicare dall’aspetto preoccupato di Maria Carolina,
la cui fronte or si spianava mentre le labbra sorridevano, or si
corrugava, a seconda i pensieri che fervevano in quella mente.
— Vostra Maestà non va a letto? — le chiese Alma.
— Non per ora, quantunque invero sia stanca. Ma debbo leggere prima
le carte che mi ha dato Giovanni, il plico specialmente mi dirà
tutti i particolari dell’affar nostro nel Napoletano. Tutta la mia
corrispondenza era stata intercettata finora. Quel mendicante, che è
uno dei miei fidi, non mi portò che notizie vaghe; ma questa volta son
sicura che ne avrò di precise.
In ciò dire si era seduta allo scrittoio e con mano febbrile apriva il
plico donde uscirono di molti fogli di carta che la Regina si diede a
scorrere mentre il volto rifletteva come uno specchio le impressioni
che quella lettura le destava.
Alma non si era mai intesa così turbata, così sconvolta, anzi. Era la
prima volta che l’anima sua aveva un segreto da nascondere, un segreto
per lei assai più delicato ed imbarazzante che se fosse stato di
capitale importanza.
Che avrebbe detto il giorno appresso la Regina nel sapere che ella
per tutta una notte le aveva celata la presenza in quella casa del
giovane che aveva fatto ricercare per ogni dove? Che avrebbe pensato,
che avrebbe creduto? Non indovinerebbe il vero motivo che Alma non
confessava neanche a sè stessa, pel quale aveva rimandato al domani
la rivelazione? Doveva dunque, checchè potesse accadere, dirle quanto
era avvenuto, anche se avesse dovuto esser testimone di un incontro
ripugnante per tante ragioni alla dignità sua e fors’anche al suo
cuore? Al suo cuore, perchè se infine una Regina era discesa dall’alto
del suo trono per stendere le braccia a quel giovane, poteva anche
ella, libera com’era di sè...
Interruppe a mezzo un tal pensiero che l’aveva fatta vacillare mentre
un’onda di sangue le imporporava il viso. A questo era giunta, che il
pensiero della possibilità di un intimo rapporto fra lei e quel giovane
non era più un vago ondeggiar di sentimenti, ai quali non si poteva dar
alcun nome, ma erano così determinati che ne aveva rabbrividito.
Ella la rivale della Regina, ella? Ella, a quella donna che se per
gli altri era una perversa creatura, per lei era un’amica buona ed
affettuosa, avrebbe tolto forse l’unica gioia degli ultimi anni
di una vita così fortunosa, perchè se anche biasimevoli erano i
rapporti interceduti fra la Regina e quel giovane non toccava a lei di
giudicarli, ma non doveva lei contrastarli.
Alma era sdegnata seco stessa che un tal pensiero le fosse balenato, e
ne sentiva offeso il suo pudore di fanciulla, la sua dignità di donna,
il suo orgoglio: e se finallora era stata indulgente col proprio cuore
che con troppa compiacenza aveva vagheggiato la immagine di lui, si
proponeva d’indi innanzi di esser più severa per giungere a scacciarla
del tutto.
E si decise di svelare alla Regina la presenza di Riccardo nella torre,
si decise, formando il disegno di lasciarli soli appena avesse condotto
l’uno all’altra. Pure attese, perchè non le era lecito d’interrompere
la lettura della Sovrana, attese che avesse finito.
Ma nel volgere gli occhi lesse nel volto della Regina che teneva fissi
gli sguardi su un foglio, lo stupore misto ad un sentimento che era tra
la gioia e la maraviglia; poi la udì mormorare mentre alzava gli occhi
in viso alla giovinetta:
— Possibile, possibile?
E stette come perplessa, or guardando la carta, or guardando la sua
lettrice. Infine le disse:
— Leggo qui una notizia assai strana, così strana che non par possibile
sia vera, quantunque io non possa punto dubitare della veridicità
di chi mi scrive. Sai tu come aveva nome il Commissario civile che
seguiva i soldati francesi che assaltarono il castello? Sai tu chi
era? Il fratello di tuo padre, colui che da una sentenza della Gran
Corte Criminale fu condannato a morte, onde tuo padre potè ottenere la
investitura del ducato di Fagnano coi beni e i privilegi che vi erano
annessi?
Alma rimase fredda e tranquilla, come se una tale nuova non la
riguardasse punto.
— Ora l’antico condannato ha ottenuto dai Francesi il riconoscimento
de’ suoi diritti, dei quali ha potuto godere per poco, essendo morto
quindici giorni dopo che era rientrato nel suo castello. Come vedi, si
tratta di un tuo zio. Ma non è tutto.
La Regina fece una pausa e stette con gli occhi fissi sulla giovinetta,
quasi non sapesse risolversi a dirle ciò che più importava.
— Ma — disse poi — lo strano è in questo, che quel tuo zio aveva un
figlio, e quel figlio fu da lui riconosciuto per legittimo, nato da non
so qual matrimonio, e dichiarato erede del titolo e dei beni.
Ella ascoltava senza punto commuoversi; solo disse, sbadatamente:
— Me l’aveva già detto mio padre stamane.
— Ah, è stato qui tuo padre? E ti ha detto chi sia quel figlio e come
ha nome?
— Mi ha detto soltanto che è un bastardo...
— Ma se fu riconosciuto per legittimo, certo in base a documenti... E
non sai altro, non sai altro?
— No — rispose lei calma e fredda.
— Ebbene — disse la Regina con voce lenta e fissando la giovinetta come
se avesse voluto studiare nella fisonomia di lei la impressione che
le sue parole le avrebbero prodotto — ebbene, quel figlio riconosciuto
per legittimo da suo padre morente ed erede del titolo e dei beni, si
chiamava un tempo... capitan Riccardo!
La giovinetta impallidì tanto che la Regina credette stesse per
svenire. Era più che stupore il suo, era uno sconvolgimento di tutto
l’esser come per un urto formidabile che avesse mandato in soqquadro
tutte le sue idee.
La Regina non la perdeva di vista e aveva nel suo sguardo una pietà
profonda, ben comprendendo il complesso dei sentimenti che quella
notizia aveva sconvolto. Volle farle animo quantunque non sapesse
con quali parole, ignorando in che Alma fosse stata ferita, se
nell’orgoglio, se nel suo amore di figlia pel dolore che ne avrebbe
provato il padre, se nelle sue vaghe aspirazioni per l’avvenire che
quel riconoscimento rendeva assai incerto ed oscuro.
— Non accorarti, via! Del resto — continuò con un sospiro — quel
giovane è sparito; nulla si sa più di lui!
Ella intanto aveva avuto il tempo di riaversi, di riprendere il dominio
di se stessa: l’orgoglio la sostenne, l’orgoglio le diede la forza di
tornar tranquilla e le fece in un baleno comprendere qual fosse oramai
il suo dovere. Onde rispose con voce sicura:
— Quel giovane è qui, in una di queste stanze ed aspetta che Vostra
Maestà gli conceda l’onore di una udienza.
Toccò alla Regina d’impallidire, colpita da stupore profondo. Credette
di avere inteso male, credette, chi sa, fors’anco ad un sarcasmo della
figlia del duca di Fagnano, ad una rappresaglia, tanto non le pareva
possibile che Riccardo fosse nella torre.
Balzò presso a lei, le mise le mani sugli omeri, e con gli occhi
minaccevoli, fissandola in viso:
— Tu non m’inganni — gridò — tu non m’inganni? Bada, i più audaci,
anche i miei più fieri nemici han tentato di colpirmi a morte, ma non
dì prendersi giuoco di me...
— Vostra Maestà sa bene — rispose Alma senza punto scomporsi — che
il mio orgoglio non mi ha permesso di abusar mai della dimestichezza
che mi concesse la mia Sovrana. I duchi di Fagnano sanno per lunga
consuetudine come si parli a chi Dio fece nascere sul trono.
— Dunque è vero, dunque è vero! — proruppe la Regina sfavillante di
una gioia convulsa. — Perdonami, perdonami... Gli è che non sai qual
bisogno io ho di un cuore devoto come il suo, da non creder vero che
il destino mi abbia concesso finalmente tanta fortuna. Dov’è dunque,
dov’è?
— Nella stanza della torre per la quale passa la scala a chiocciola che
sale alla piattaforma. Perchè i servi non vi entrassero ne ho chiusa a
chiave la porta. Ecco la chiave.
La Regina tuttora convulsa prese la chiave ed era per uscire
dalla camera, ma comprendendo che la sua dignità regale ne sarebbe
compromessa si fermò, e porgendo la chiave alla giovinetta le disse
assumendo un contegno grave quale a lei conveniva:
— Poichè ha chiesto un’udienza, va a dirgli che gliela concedo e che
l’aspetto.
Ella non stese la mano per riprendere la chiave e disse facendo un
inchino:
— Che Vostra Maestà mi perdoni, ma non mi reggo in piedi e le chiedo il
permesso di ritirarmi nella mia camera.
Quelle due donne si guardavano e l’una ben lesse nel cuore dell’altra.
La Regina pallida, accigliata, come colpita da un sospetto che le si
era conficcato come una spina nel cuore; Alma fiera, ma tranquilla in
vista e col viso improntato a risolutezza che dava una espressione del
tutto nuova alla sua leggiadria.
— Andate — le disse la Regina con le labbra tremanti per la collera e
per la puntura di quel sospetto.
Alma s’inchinò di nuovo, poi uscì dalla camera senza che il suo
contegno nulla tradisse di quel che aveva nel cuore.
— Ah! — disse la Regina che l’aveva seguita con lo sguardo — era una
fiammella che adesso potrebbe divenire un incendio.
Stette un istante pensosa; poi scrollando il capo:
— No, quella è una natura tutta fatta d’orgoglio. Avrebbe forse amato
capitan Riccardo, confessando il suo amore; ma adesso a costo di
morire, non confesserebbe l’amore per suo cugino, il duca di Fagnano!
La gioia tornò a sfavillarle negli occhi: scrollò le spalle come se
avesse dato troppa importanza a quello incidente e troppa anche al suo
decoro regale che non le permetteva di recarsi nella stanza in cui quel
giovane era rinchiuso.
— I miei nemici, i Francesi, che in fondo han del buono, dicono: Alla
guerra come alla guerra! E non sono io in una guerra continua e feroce
con tutto il mondo quasi, e più forse con quelli che mi si dicono
amici?
Era la donna, era la Regina, era l’impavida lottatrice che esultavano
in lei, la lottatrice feroce, implacabile da preferir di sommergersi,
come scrisse in una lettera, coi figli e col marito in un abisso e
trascinar seco nella rovina i popoli del suo regno, anzichè venire a
patti col nemico.
La donna già presso a declinare, ardeva ancora di tutte le fiamme
del sole al tramonto; la Regina che si era vista abbandonata dai
cortigiani, innumeri un tempo, aveva bisogno di un saldo braccio e
di un cuore devoto. Ed ecco che lo ritrovava, ed era quale lo aveva
sognato, lo aveva cercato, lo aveva voluto. Superstiziosa come tutte le
nature violente ed impulsive, le parve quello un buon auspicio per la
impresa che si preparava. I duemila Calabresi avevano un capo di loro
degno, e se l’impresa non fosse riuscita aveva ora di chi servirsi per
tentare un altro mezzo da lei vagheggiato lungamente e che era tale da
scacciar per sempre dalla Sicilia gli Inglesi odiati.
Accese una candela ed uscì dalla sua camera. Quando fu innanzi alla
porta della stanza indicatale da Alma sostò per calmarsi e per assumere
un contegno. Era la donna o la Regina che tremava così, che era così
convulsa al pensiero che tra poco si sarebbe trovata innanzi a quel
giovane la cui immagine le ridestava ricordi di gioie e di abbandoni
che le facevan fremere tutte le visceri?
Capitan Riccardo, rimasto solo, era stato per un pezzo immobile come
se ancora vedesse nella realtà innanzi a sè quella soavissima creatura
che era da tanti anni nel suo pensiero; nè il sapersi di lei congiunto,
a lei uguale per diritto di nascita, nè il saperla usurpatrice, senza
di lei colpa, è vero, del suo titolo e de’ suoi beni che mentre lui
derelitto, senza pane, senza vesti, senza tetto languiva nella più
tetra miseria, la facevan passare superba e sdegnosa a lui dinanzi,
a lui povero verme indegno financo di affissar la luce emanata da
quella stella; nè il ricordo di quanto aveva sofferto da fanciullo,
da giovinetto, da uomo, era valso ad intiepidire il culto che aveva
perennemente custodito per quella soavissima creatura. Nè a lui pareva
che ora la distanza enorme che un tempo l’aveva separato da lei fosse
sparita, nè che l’abisso fosse colmato; anzi vieppiù adesso se ne
sentiva lontano, vieppiù adesso vedeva profondo l’abisso.
E non era strano che egli dopo tante vicende dopo aver superato tanti
pericoli, giunto in Sicilia, per un incidente che avrebbe potuto
costargli la vita, fosse capitato proprio in quella dimora della Regina
e di Alma, delle due donne per le quali a tutto rinunciando era venuto
in Sicilia?
E non era strano che egli fosse sotto l’istesso tetto con colei che
ne aveva tutto il cuore? Perchè lo sentiva bene lui che il sentimento
dell’anima sua per Alma non era dell’istessa natura di quello che lo
legava alla Regina. Pure al pensiero che essi eran soli in quella torre
così angusta; che la giovinetta del suo sogno era separata da lui da
una o due di quelle stanzuccie; che insieme respiravano la stessa
aria; che bastava avesse alzato la voce perchè ella udisse, un tal
pensiero lo turbava, un tal pensiero lo sconvolgeva senza però che egli
osasse aver desideri oltraggiosi per la purità di lei. Ed ora che si
sapeva della stessa famiglia, che poteva pensare a lei come non solo
ad una sua pari, ma ad una con la quale aveva comune il nome e comune
l’orgoglio di famiglia, scioglieva i freni a quell’amore fino a quel
giorno contenuto e si abbandonava ad esso, quantunque fosse risoluto a
non esser per lei che capitan Riccardo.
Ma qual contegno avrebbe assunto con la Regina, alla quale aveva
promesso una devozione completa?
Certo non era uomo da tornare indietro, da venir meno alla parola data
e quindi era venuto deciso a dare per essa la sua vita.
Egli notava in sè stesso un fenomeno strano: di quelle due donne,
l’una pallida, bionda, delicata non era che anima per lui, non era che
idea che egli vedeva attraverso un velo bianco in alto in alto, come
se ella vagasse per l’azzurro infinito del cielo; l’altra invece era
la donna turgida di voluttà, la cui matura bellezza sprizzava fiamme,
del cui ricordo sentiva arse le visceri. Il pensiero dell’una non
s’incontrava coi desiderî dell’altra, perchè il primo si nascondeva, si
rincantucciava nel profondo dell’anima quando i desideri gli bruciavano
il sangue.
Ed era per lui una dolcezza ineffabile che lo compensava di quante pene
aveva sofferto dalla morte di suo padre fino a quella sera in cui una
mano benigna l’aveva guidato a quel luogo, era per lui una dolcezza
soavissima quel sentirsi vicino a lei, la cui immagine radiosa era
rimasta là, dinanzi a lui.
Riccardo non si era offeso del riserbo in cui Alma, calmato lo stupore,
si era tenuta, benchè egli non avesse potuto frenare certi impeti
di dispetto: ne aveva compreso l’imbarazzo, ne aveva giustificata
la scontrosa timidezza, effetto del suo pudore di fanciulla nel
vedersi sola, di notte, con un uomo; e forsanche quella incertezza
nel contegno proveniva dal saperlo omicida, avendo assistito alla
lotta contro i suoi persecutori. Ma doveva pure esserle riconoscente
se aveva assentito a dargli asilo, rendendosi così complice di lui;
doveva pur esserle grato se pur essendo per quella nobile e fiera
giovinetta un avventuriero aveva promesso di arrecargli con le sue
mani di che rifocillarsi. Ah, se ella avesse saputo che a suo cugino
avrebbe reso quel servizio, all’unico e legittimo erede del titolo che
ella portava! Ma l’avrebbe saputo? Avrebbe egli umiliato quella deità
del suo pensiero con l’onta che sarebbe ricaduta sul padre strappando
a lei quel titolo che aveva portato sì nobilmente? No, non l’avrebbe
mai fatto: ella avrebbe pur sempre visto in lui l’avventuriero, il
bastardo, il figlio della gleba ed era questo, questo l’olocausto
che ei faceva all’amor suo che lo riabilitava ai suoi occhi di quei
rapporti, dei quali al certo lei gli faceva una colpa, con la Regina.
Ma perchè non aveva voluto che la Regina sapesse che lui era lì quando
il fischio che veniva dal mare ne annunziò il ritorno? Proprio per
non turbare il riposo dell’augusta donna? proprio per una gentile
e previdente premura d’amica? Non poteva avere un altro significato
il ritegno di lei, un significato che scopriva in parte il segreto
di quell’anima giovinetta a cui non era sfuggito al certo ciò che
egli aveva in cuore? Non era stata indotta da una vaga e forsanco
inconsapevole gelosia a rimandare al giorno appresso la rivelazione
della sua presenza nella torre?
Un tal pensiero lo aveva fatto sussultare di gioia, ma era stato un
baleno.
— No, no — disse a se stesso — vi fu indotta dal suo pudore di
fanciulla. Ah, io debbo essere ben spregevole ai suoi occhi! Che sa lei
di certi strani fenomeni della vita? che sa lei di certi fascini che
non giungono fino al cuore e che non tangono l’anima?
Ed aspettava sicuro di vederla apparire per poco per apportargli il
cibo: aspettava col cuore gonfio di tenerezza che però avrebbe bene
dissimulato per non accrescere il suo imbarazzo quando si fosse trovato
in presenza della Regina.
Trasalì nel sentir stridere la chiave nel foro della porta: certo era
lei che gli apportava il cibo. Si alzò ed attese.
La porta si aperse e nel vano apparve la Regina.
Egli che non si aspettava quell’apparizione retrocedette sorpreso,
confuso.
— Vi siete fatto attendere un bel pezzo signor duca di Fagnano — disse
la Regina entrando, mentre con un sorriso porgeva la mano al giovane
perchè gliela baciasse.
— Che! — gridò lui — Vostra Maestà sa?...
— La Mia Maestà ha troppo a cuore i suoi sudditi più devoti perchè
ignori quel che ad essi avviene. Ma la vostra sorpresa, duca, non deve
impedirvi di baciarmi la mano.
— Perdono Maestà, perdono — esclama Riccardo inchinandosi per portare
alle labbra la mano piccioletta e bianca di Carolina d’Austria.
Era bastato quel bacio perchè sentisse il sangue accendersi e pulsargli
impetuoso nelle vene. Anch’ella aveva rabbrividito mentre contemplava
il giovane con occhi accesi.
— Come vi aspettavo — mormorò — come vi aspettavo! Come temetti di non
vedervi più, chè, per quanto avessi mandato attorno per aver vostre
nuove, nessuno sapeva darmene! Solo stasera lessi in un rapporto
l’essere stato voi riconosciuto da vostro padre.
— Regina — disse lui serio e grave — io la supplico di una grazia: di
non vedere in me che il colonnello Riccardo, ben potendo assumere qui
un tal grado. Ragioni di delicatezza e di riguardo per una persona a
lei devota m’impongono di non portar un titolo che d’altra parte mi
potrebbe esser conteso non possedendo io, anche se avessi l’intenzione
di farlo valere, il documento che si richiede.
— Voi non volete che Alma ne soffra o per lo meno soffra del danno che
il vostro riconoscimento apporterebbe a suo padre!
Aveva la collera nello sguardo, e il sospetto geloso le aveva fatto
corrugar la fronte e assumere l’aria feroce in lei caratteristica.
Senza aspettare la risposta del giovane soggiunse con un convulso
tremito nella voce:
— Voi dunque amate quella che un tempo era la figlia dei vostri padroni
e che adesso è vostra cugina?
Egli diede un balzo a queste parole: comprese il terribile, il
mortale pericolo cui avrebbe esposto Alma se si fosse tradito, se
quel suo amore che non aveva alcuna speranza e che egli si proponeva
di soffocare nel suo cuore fosse stato scoperto da quella donna così
crudele nella sua vendetta e che aveva dei diritti su lui. Onde, poi
che in fine dal fascino di quell’ardente bellezza si sentiva di nuovo
potentemente agguanciato, le si inginocchiò dinanzi, ne prese le due
mani, e alzando gli occhi per ricercar quelli di lei.
— O Regina — le disse — o Regina, per venir qui ho rifiutato la pur
lusinghiera offerta di mio padre che avrebbe ottenuto per me un alto
grado negli eserciti francesi. Per venir qui sono stato sordo alle sue
preghiere, alle sue suppliche e mi son fatto ricondurre in carcere. Per
venir qui sono evaso abbandonando il padre mio che ne morì dal dolore.
Per venir qui mi sono avventurato solo in una barca, chè sarebbe stato
ben pericoloso affidarmi ad una delle navi che approdano in questi
porti. Fatto prigioniero da corsari barbareschi, portato da essi come
schiavo in Algeri, per venir qui ho spezzato le catene, ho vagato
pel deserto affrontando le fiere, soffrendo la fame e la sete, con un
solo intento nel cuore, giungere fin qui; con una sola imagine nella
mente, la vostra, o Regina; guidato, sostenuto da un sol pensiero, il
giuramento che aveva fatto di raggiungervi ad ogni costo. E non di
me m’importava, come non mi era importato di mio padre e del grande
avvenire, e degli onori e del grado e del titolo che mi si offrivano;
ma di voi, o Regina, di voi cui facevano bisogno un braccio sicuro e
un cuore devoto. E quando mi credetti sul punto di esser fucilato dai
Francesi, d’essere sgozzato dai corsari, di cader vittima dei feroci
guardiani degli schiavi in Algeri; allorchè traversando il deserto
inseguito da coloro cui ero sfuggito, con le fauci arse dalla sete,
con le visceri attenagliate dalla fame, scalzo, lacero, con le antiche
ferite che si erano riaperte, temeva di non giungere al mare, io non
pensavo punto a me, alle mie sofferenze, alla mia giovinezza, al mio
avvenire: io pensavo a voi, a voi e al giuramento che avevo fatto. Ed
ora che sono qui ai vostri piedi, ditemi, o Regina che io amo, ditemi
voi cui ho dedicato questa vita mia, ditemi se meritavo di essere
accolto con quelle tristi parole! Guardatemi in viso e vi leggerete
i patimenti sofferti; guardatemi nel cuore e vi troverete una sola
immagine, una sola idea, voi!
Ella a poco a poco dalla voce di lui inebbriata aveva inteso dileguar
la sua collera e l’atroce sospetto. L’ardente ed eloquente linguaggio
del giovane ne rammorbiva a grado a grado il cuore e le carni. Gli
aveva messo una mano sulla testa e ne veniva dolcemente carezzando
i capelli, mentre i suoi occhi, che da principio aveva stornati, ora
pregni di dolcezza fissavano gli occhi del giovane che mentre parlava
la vedeva chinarsi sempre più su lui, come attratta da un fascino
irresistibile, finchè alle ultime parole le loro bocche s’incontrarono
e gli cadde fra le braccia.
Quando ella rinvenne da quell’ebbrezza stette a contemplarlo a lungo,
a lungo; poi sollevandone i capelli dalla fronte quasi volesse legger
bene nel pensiero di lui:
— No — gli disse — tu non mi tradirai come gli altri mi han tradita.
Perdonami, ma gli è che le tante infamie di cui sono stata vittima mi
han fatta così trepida, così ombrosa, così facile al dubbio. Tu sei
tutto mio dunque, fino ad abbandonare tuo padre, fino a rinunziare ad
un grado, ad una fortuna?! Di questi uomini un tempo i re facevano i
loro principi, le regine il loro amore; io ti avrei fatto il mio genio.
Vuoi tu nell’alto del trono o nel profondo dell’abisso, salire con me o
precipitare con me? Di’, lo vuoi tu?
Egli che aveva ancora nel cuore e nelle labbra la voluttà dei baci di
quella donna rispose:
— Sì, sul trono o nell’abisso.
— Ascoltami dunque. La Sicilia sta per insorgere contro gl’Inglesi in
nome della sua indipendenza. Il Re emanerà un proclama e riprenderà le
redini del Governo. Io metterò ai servigi della Rivoluzione duemila dei
nostri Calabresi che giungono alla spicciolata e si van raccogliendo
nei piani di Segeste. Vuoi tu esserne il capo?
— Io voglio ciò che la mia Regina vuole — rispose lui.
— E non è tutto ancora. Bisogna avere più frecce al proprio arco. Se la
Rivoluzione non riesce a scacciare gl’Inglesi, sai tu chi sarà il mio
alleato contro di essi?
— Chi?
— Bonaparte.
Il giovane che era rimasto a metà giacente sul letticciuolo facendo del
braccio ripiegato sostegno al capo si levò a sedere, tanto quel nome
gli parve strano in bocca alla sorella di Maria Antonietta.
— Tra giorni riceverò un suo messo che gl’Inglesi hanno imprigionato in
Messina, e poichè desta troppa diffidenza non potrò servirmi di lui per
continuare i negoziati. Andrai tu in Francia dal Bonaparte.
— Io?
— Sì, tu. A questo ti destinavo allora quando ti feci giurare che mi
avresti raggiunto. Perchè mi guardi con cotesti occhi sorpresi? Non mi
credevi tu capace di sì vasti disegni?
— Io — rispose lui sorridendo — sono un povero moscherino che contempla
il volo d’un’aquila.
— Di un’aquila che ha le ali ferite e il rostro spuntato, ma che pur fa
paura. Io dunque ti associo ai miei disegni. Se riesciranno, per quanto
tu spinga in alto lo sguardo non vedrai adesso l’altitudine a cui io
ti destino. Ah, tu per me hai rinunciato ad un grado nell’esercito di
Francia ed al titolo di duca di Fagnano che i Francesi pei servigi a
lor resi da tuo padre avrebbero riconosciuto, ma un giorno forse ti
parrà povera cosa al confronto di ciò che da me avrai.
— Un’ora come questa — disse lui cingendo col braccio la vita della
Regina — vale bene la corona di un re!
— Parliamo d’affari ora — disse lei respingendolo. — Ma se non sarà
un’altitudine, sarà l’abisso, te lo prevengo.
— L’abisso con la mia Regina sarà sempre una altitudine — rispose
Riccardo serio e grave.
— Ora ascoltami bene. Dimani avrai delle vesti, avrai delle armi, avrai
un cavallo e del denaro. Una guida ti condurrà alla pianura di Segeste
ove si accampano i Calabresi mano mano che giungono. Lord Bentink può
disporre di pochi soldati e li tiene quasi tutti a Palermo temendo una
rivolta; quindi tu potrai attendere e disciplinare i tuoi uomini, fra i
quali vi saran molti di tua conoscenza. Io tornerò a Castelvetrano ove
verrai per i miei ordini ogni tre o quattro giorni. A proposito: hai
bisogno di rifocillarti.
— Confesso che...
— Uscirai da questa stanza e andrai in quella che vien dopo la stanza a
questa attigua. Troverai la cena che avevano imbandita per me. Io torno
in camera mia. Ho da legger molto e da scriver molto stanotte.
Si era alzata e con lei si era alzato anche Riccardo che innanzi a
quella donna si sentiva ben meschino. Non era più la donna che pur
testè gli si era data con tanto abbandono; nel vederla così calma
mentre accennava ai suoi vasti e torbidi disegni, così presente a sè
stessa da non dimenticare nessun particolare, così imperiosa e sicura,
così trasfigurata in viso da fargli quasi dubitare che fosse la stessa
donna uscita allora allora dalle sue braccia, quasi se ne sentiva
indispettito pure ammirandola, pure subendone il fascino non solo della
bellezza, ma anche della mente e del carattere.
Egli non aveva compreso esser quello un fenomeno di sdoppiamento pel
quale la donna e la regina erano quasi due esseri a parte di cui l’uno
non influiva sull’altro.
Nel punto di varcare la soglia della stanza gli si rivolse:
— Vi avverto — disse — che la figlia del duca di Fagnano, mia lettrice,
sa che voi siete suo cugino. Glielo ho detto io stasera, prima che ella
mi dicesse che eravate qui.
— Ah! — fece lui quasi sgomento.
Ma giunse a dissimulare il suo dolore; e poichè la Regina gli stendeva
la mano, la prese fra le sue e portandola alle labbra vi depose un
lungo bacio.