I.

Sua Maestà il Re Ferdinando IV, per grazia di Dio Re di Napoli e di

Sicilia, si annoiava mortalmente nel suo esilio della Ficuzza, la

villa che era tutto il suo regno ormai, quantunque anche in essa non

fosse libero che di attendere ai prediletti esercizi ginnastici, alla

caccia nel parco e ad ascoltar due o tre messe nella cappelluccia.

Lord Bentinck l’aveva costretto a nominar Vicario Generale l’erede

presuntivo della Corona, che aveva piegato ai suoi voleri e del quale

era sicuro, perchè un odio profondo, in cui metteva tutta l’energia

della sua anima frolla, lo divideva dalla madre che gl’Inglesi

accusavano di aver tentato d’avvelenarlo. Il Re si era acconciato mal

volentieri a quella vita che gli divenne insopportabile sol quando il

suo caro duca d’Ascoli era stato dagl’Inglesi esiliato in Sardegna. Non

gli restava dunque nessuno più dei suoi vecchi amici, chè gli altri,

come il conte di S. Marco, il duca di Sangro, i marchesi di Circello

erano venduti agl’Inglesi che ne avevano fatto le loro spie. Di una

sola cosa il vecchio Re era contento, di viver diviso dalla moglie che

era stata relegata a Castelvetrano, la quale però di tanto in tanto, e

sovente di nascosto, si recava a visitarlo per non perdere l’ascendente

su lui, ascendente che non gl’impediva di confortare i suoi ozii nella

compagnia di una bellissima vedovella, Lucia Migliaccio, principessa

di Partauna, che doveva poi divenir regina morganatica col titolo di

duchessa di Floridia.

Sapeva Carolina d’Austria la senile passioncella del marito? Se la

sapeva non era donna da impensierirsi per sì poco: ben altro occupava

la sua torbida mente, da ben altra spina erano punti il suo cuore ed

il suo orgoglio. L’odio in lei per gl’Inglesi era divenuto assai più

rovente di quello che aveva covato per coloro che l’avevano scacciata

dal trono di Napoli. Almeno i Francesi avevan combattuto da nemici

leali, e solo al valore dovevano la conquista: ella che aveva dello

eroico nella sua natura così complessa, così varia, così contradicente,

così fluttuante tra il bene ed il male; ella che aveva tutti i grandi

vizi e nessuna delle virtù piccine che il volgo apprezza più delle

grandi, era fatta per comprendere le ambizioni e gli ambiziosi,

ammirava il Bonaparte, e di aver lottato lei sola contro di lui si

sentiva ben fiera; ma odiava e sprezzava quegl’Inglesi calcolatori

e subdoli, che a poco a poco, freddamente, lentamente, senza venir

meno alle convenienze, avevano relegato il marito in una villa,

lei in un villaggio e spadroneggiavano crudelmente sulla Sicilia,

il cui Parlamento, ossequioso ai voleri di lord Bentinck, emanava

leggi in nome di re Ferdinando, leggi nefaste pel popolo siciliano

ma che favorivano la non mai appagata ingordigia degli Inglesi.

Questo accresceva il suo cruccio; non che a lei importasse del popolo

ammiserito, cui era stato tolta ogni libertà; ma poichè è proprio

dell’umana natura l’odiar negli altri quei vizi ai quali siamo più

inclinati, lor faceva una colpa della crudeltà e della prepotenza, come

faceva una colpa al popolo che sopportava senza ribellarsi le angherie

e le spoliazioni.

Era di già la notte discesa ed il Re si era ritirato nelle sue stanze

per aspettare che fosse chiamato a cena, quando una pesante carrozza

seguita da quattro dei così detti campieri a cavallo, si fermò innanzi

la gran porta della villa guardata da alcuni invalidi che gl’Inglesi

avevano concessi al Re pel suo servizio. Il portinaio, che allora

allora era entrato nella sua stanza per deporre il cappello piumato, lo

spadino ed il gran bastone dal pomo d’oro, al rumor dei sonagli venne

fuori in maniche di camicia, non sapendo spiegarsi quella visita in

così tarda ora in cui per lo più S. M. andava a letto.

In questo il soldato di guardia gridò:

— Sua Maestà la Regina.

Carolina d’Austria era sveltamente discesa dal cocchio e si era

fermata per aspettare che ne discendesse la duchessina di Fagnano, al

cui braccio si appoggiò entrando nella villa fra una doppia fila di

veterani schierati innanzi la porta. Alla bell’e meglio il portinaio si

era rivestito e si teneva immobile appoggiato al lungo bastone, insegna

del suo ufficio.

— Il Re è a letto? — chiese la Regina al portinaio.

— Credo di sì, Maestà. Il maggiordomo aveva dato l’ordine di spegnere i

lumi e di chiudere le porte.

Scendeva in tal mentre il vecchio maggiordomo che un valletto era

corso a chiamare, ed incontratosi con la Regina a mezzo le scale

s’inchinò profondamente; poi, con la domestichezza che gli veniva dai

quarant’anni di servizio alla Corte borbonica:

— Maestà — disse — come a quest’ora?

— Il Re è a letto?

— Gli è stata servita ora la cena... Lo troverà in sul finire.

— No, no, accompagnatemi nelle mie stanze. Dopo che avrà cenato gli

direte che son qui e che gli chieggo un’udienza.

— Veda un po’ che caso! Il Re nostro signore poco fa mi diede una

lettera che avrei mandato dimani a Vostra Maestà.

— Datemela — disse lei continuando a salire.

Il maggiordomo fece un nuovo inchino, poi precedendo la Regina si

diresse verso l’appartamento di lei, da gran tempo disabitato.

— Sei stanca, figlia mia? — disse Carolina d’Austria volgendosi ad Alma.

— Sì, un poco — rispose questa.

— Andrai a letto appena nelle nostre stanze. Mi aspetterai però senza

addormentarti. Dovremo discorrere a lungo.

La giovinetta interrogò con lo sguardo la sua signora, ma intanto

erano giunte nell’appartamento del primo piano di cui alcuni valletti

si erano affrettati ad accendere i lampadari. Il maggiordomo, facendo

un nuovo inchino, aveva in un vassoio di argento dato alla Regina la

lettera del Re.

Ella non si affrettò ad aprirla; aveva gittato su un divano lo scialle

e si toglieva i guanti con aria pensosa.

— Lasciateci sole — disse infine rivolta al maggiordomo. — Mi

avviserete quando Sua Maestà avrà finito di cenare.

— Dirò alle cameriste...

— No, no, per adesso non voglio nessuno...

Nuovo inchino del maggiordomo che uscì richiudendo la porta.

— Hai notato quel mendicante — disse ad Alma la Regina — che testè

sbucando da un folto di fichi d’India si avvicinò alla carrozza come

per chiedermi l’elemosina?

— Sì — rispose Alma, che non ne potendo più dalla stanchezza si era

appoggiata allo schienale del divano.

— Quel mendicante è una spia da me mandata in Calabria donde è tornata

ieri.

Alma trasalì, il pallido suo viso si fece più smorto.

— Nelle lettere che mi ha portato trovo una notizia assai triste per

me e forse anche per te. Ricordi quel giovane che ci difese in Napoli

la notte del veglione, che poi a capo della sua banda combattè contro

gli assalitori del castello? Ebbene, quantunque dopo essere stato fatto

prigioniero avesse potuto evadere, pure in Calabria non si sa dove sia.

Alma non rispose, ma negli occhi dolci e sognanti aveva come un velo di

malinconia.

— Ed ora io avrei bisogno di lui, bisogno assoluto, comprendi? di

un cuore nobile, di un’anima risoluta, di una devozione cieca, di un

coraggio invitto! Ed egli aveva promesso, aveva promesso! Pure ho fatto

continuar le ricerche da un altro agente.

— Se ha promesso, verrà! — rispose Alma con accento sicuro ma triste.

— Verrà, ma quando? Quando io sarò vinta, quando io, come mi si

minaccia, sarò mandata in esilio? Quando i miei nemici avran trionfato?

Di chi fidarmi, di chi? Neanche tuo padre mi assicura. Anima fredda,

calcolatrice, doppia, che si tiene legato a noi per te, si tien legato

agli Inglesi per....

— Se Vostra Maestà non ha bisogno di me — disse Alma con fredda ed

altera cortesia — permetta che mi ritiri.

— Hai ragione, hai ragione — proruppe la Regina accorgendosi d’essersi

lasciata trasportare — perdonami. Ma entra, entra in questo cuore

esulcerato, misurane lo strazio dell’impotenza, dell’umiliazione,

della dignità vilipesa, dell’orgoglio ferito. Pensa quale esser deve

l’orrenda angoscia di una leonessa che i lupi rapaci e le volpi han

chiuso in una gabbia di ferro, e mentre la pungono, la molestano,

la ingiuriano con gli atti e le tendono agguati ed insidie, con

vigliacca ironia le si inginocchiano dinanzi pur non risparmiandole le

sottili e sapienti torture in quell’ipocrito attestato di riverenza!

Ah, fanciulla, fanciulla — continuò la Regina i cui occhi mandavan

faville di odio — io ti ho vista più volte pensosa ed afflitta ed ho

avuto pietà del dolore, qualunque sia, che toglie il sorriso alla

tua giovinezza, che appanna il roseo delle tue guance e il fulgore

delle tue pupille. Ma che cosa è il tuo dolore al paragone del mio?

Se sapessero quanto ho sofferto coloro che mi dicono crudele ed

inesorabile coi miei nemici, se sapessero quale inferno di dolore è

stata la mia vita che il volgo stupido ed ignaro, senza cuore e senza

mente, sol perchè vissuta in una reggia crede felice e spensierata!

— Non io l’ho creduto, mai — disse Alma scossa dalla voce e dalle

parole della Regina.

— Lo so, perchè tu mi hai visto talvolta frenar le lagrime di rabbia

e di vergogna presso a sgorgare; soffocar nelle viscere il grido di

angoscia presso a prorompere, e sorridere mentre le vipere mordevano a

sangue le pareti del cuore; ma non sai tutto, non sai tutto della mia

vita che se fosse finita su un patibolo come quella della mia povera

sorella, sarebbe stata al certo più sorrisa dalla fortuna. Sai tu quel

che io ero a sedici anni, quando sulla mia fronte bianca ed innocente,

si posò questa maledetta corona regale, fra le cui gemme si ascondevano

le spine avvelenate, sai tu? La più pura e più buona creatura fra

quelle che Dio manda ai popoli per reggerne i destini; ed io sentivo

in me con la saggezza dei miei avi il fiero sangue di mia madre,

e mossi pel paese del sole e degli aranci che le nostre giovanette

sognano mentre la nebbia incombe intorno ad esse, con l’animo pieno

di illusioni e col proposito di far felice il popolo al quale Dio mi

aveva destinata, felice il Re sul cui trono salivo, ben credendomi

degna del volere divino che mi aveva fatto nascere per tale missione.

Con lo studio avevo temprato la mente, nessuna branca dello scibile

mi era estranea; con l’esempio dei gloriosi imperatori che avevano

ereditato lo scettro dai Cesari avevo temprato il cuore, fatto per

intendere ogni grandezza come regina, ogni virtù come donna, e sognavo

che dalla reggia che mi doveva accogliere tali virtù si irradiassero

onde il paese del sole fosse anche il paese della civiltà, del sapere,

dell’arte che dar dovevano alla mia giovane fronte una triplice corona,

ben più preziosa di quella che Dio allorchè nacqui aveva deposto sulla

mia culla!

E nel dir ciò la Regina pareva trasfigurata come se i ricordi delle

sue illusioni giovanili l’avessero cinconfusa di una siderea luce: un

velo di dolce malinconia si era diffuso pel suo bellissimo volto il

quale aveva una impronta di maestà che rivelò ad Alma i tesori nascosti

di quel cuore e di quella mente regali, rimasti finallora sepolti in

un condensamento di odio, di livore, da cui poi erano scaturiti tutti

i vizi che le avevano creato dintorno una così sanguinosa e turpe

leggenda.

La giovinetta ascoltava con interesse sempre più crescente, anche

perchè da gran tempo la Regina non era stata così espansiva con lei,

da gran tempo, quantunque vivessero nella intimità inerente al suo

ufficio, ci era un distacco in quelle due anime, come se qualcosa che

ognuna di esse teneva celata fosse sopravvenuta che destava nei loro

cuori una scambievole diffidenza. Di un tratto il viso della Regina

si abbuiò, gli occhi ebbero un lampo che era di odio e di disprezzo

insieme.

— Invece, in questa Reggia in cui un giovane re mi aspettava

ebbro d’amore come io lo sognavo, tenero, premuroso, gentile come

un cavaliere, ardente come un amante, bello e magnifico come un

eroe, trovai l’indifferenza, la freddezza, la grossolanità plebea,

l’irrisione per ogni nobile e grande ideale, il pregiudizio imbecille,

l’ipocrisia più nauseosa! Invece, mi vidi circondata da gente sordida

e maligna, da cortigiani senza onore, da femine senza vergogna,

sovrastanti ad un popolo che era quale essi l’avevano fatto; mi vidi

circondata da corrotti che mi corruppero, da spregiatori di ogni virtù

che fecero di me... quel ch’io divenni. Arroganti quando nulla non

avevano a temere, vili nei pericoli, appena sentirono rumoreggiar

lontano la tempesta abbandonarono chi prima per carpirne i favori

avevano adorato in ginocchio. Mi guardai intorno e vidi la viltà,

il cinismo, l’incuria assisi sul trono. Allora decisi di lottare

io, sola, io per i miei figli, io per colui che mi avevano dato a

consorte, io pei generali indegni di portare una spada, io pel popolo

che si acconciava indifferente allo straniero; lottai i osola, decisa

a vincere o inabissarmi col marito, coi figli, col regno nel vortice

della tempesta. E poichè con tutti i mezzi mi avevano combattuto,

con tutti i mezzi io li combattei, ebbra di sangue come ero ebbra di

dolore, cercando nella strage di scordar le umiliazioni che mi avevano

inflitto, volendo ad ogni costo esser regina, non avendo potuto nel

bene, nella pace, nella virtù, regina nel sangue, nel lutto, nel vizio,

regina sorta dall’Inferno, poichè non avevano voluto che io fossi la

creatura venuta dal Cielo!

Le nari le fremevano come se odorassero il sangue, il labbro inferiore

caratteristico degli Asburgo le tremava, mentre il viso sconvolto,

aveva una espressione di ferocia che spaventò la giovinetta.

— E lotterò, lotterò — riprese la Regina con voce soffocata

dall’orgasmo — contro questi Inglesi di cui siamo lo zimbello, che

hanno in loro balìa il Re e i miei figli, i miei figli che io ho

partorito, io, misera leonessa madre di vili conigli!

Alma volle interromperla per cercar di calmarla stornando il pensiero

di lei, che nell’impeto del dire era andata spiegazzando la lettera del

Re, datale dal maggiordomo.

— Sua Maestà, il Re nostro signore le ha scritto, e...

— Ah sì — disse la Regina alzando le spalle distratta, chè il suo

pensiero era ancora in preda alla collera ruggente nel suo cuore.

Aprì la lettera e lesse con un sorriso di sdegno e di disprezzo:

«Mia cara Carolina,

«Ho ricevuto le tue lettere a tempo debito, mia cara Carolina,

e te ne ringrazio: esse mi distraggono e ho bisogno di grande

distrazione. La pesca è impossibile qui e per varie ragioni, di cui

la principale è che non v’è acqua alla Ficuzza.

«Dove è andato il bel tempo in cui noi pescavamo insieme nei

bei laghi di Patria e del Fusaro, in cui io vendevo la mia pesca

ai miei clienti? Rigorosamente parlando potrei pescare alla mia

tonnara di Solanto, ma non è la stagione del tonno, e poi se mi

avvicinassi alle coste gli Inglesi immaginerebbero che volessi

andar via. Per andar dove? A Napoli? Ah, piacesse a Dio e a San

Gennaro che la cosa fosse possibile! Mia cara Carolina, non ci è

che una Napoli al mondo!

«Non resta altro sollievo che la caccia, ma non so perchè, da

qualche tempo in qua mi piace assai meno, e non caccio quasi più.

Ieri tuttavia ho ucciso un cignale nel bosco del Cepellaro; ma i

cignali siciliani non valgono quelli di Persano!

«Il mio cappellano mi dice regolarmente due messe al giorno,

talvolta anche tre, ed è una grande consolazione per me che ti

abbraccio.

«FERDINANDO».

P. S. «Riapro la lettera per dirti che la mia cagna, quella dal

pelo arancione, ha fatto quattro piccoli e si spera allevarli

tutti e quattro. A proposito, sai tu che nostro figlio Francesco

mio Vicario Generale, ha avuto dei dolori colici che minacciarono

di mandarlo all’altro mondo? Vuoi uno dei piccoli della mia cagna?

Sono intelligenti e fedeli»[1].

La Regina rimase un istante a fissare la lettera, mentre tentennava il

capo con le labbra strette per commiserevole spregio.

— Ed ecco — disse poi lentamente — di che si occupa il Re, nipote di

Enrico IV e di Luigi il Grande, mentre metà del suo regno lotta contro

gli stranieri e l’altra metà è oppressa dalla superbia e dall’avarizia

britannica! Ecco di che si occupa mentre tanti generosi muoiono

per lui, mentre tanti oppressi gemono sotto il piede dei tracotanti

Inglesi!

E stette immobile un istante con lo sguardo fisso e bieco, la fronte

corrugata, le labbra tremanti.

— Sua Maestà il Re nostro signore aspetta la Maestà Vostra nella sua

stanza — disse entrando il maggiordomo.

Ella, tratta dai suoi pensieri, si rivolse ad Alma:

— Va, va a letto, mia cara amica. Dovrò trattenermi un pezzo col Re:

chi sa non giunga a scuoterlo, chi sa!

Fece un gesto come per dire a se stessa che era vana ogni speranza

e si diresse, preceduta dal maggiordomo e da due servi in livrea che

reggevano dei candelabri accesi, verso l’appartamento abitato da Sua

Maestà Ferdinando IV.

Il quale, sorpreso da quella visita che non si aspettava, essendo già

di molto inoltrata la notte, si era alzato per andare incontro alla

moglie che se non amava temeva tanto, e tanto ne subiva il fascino da

dissimulare il suo malumore. Ferdinando, alto, membruto, poteva dirsi

un bell’uomo, se non che ci era qualcosa di grossolano e di facchinesco

in quella bellezza dal grosso naso, al quale dovea il suo nomignolo di

Nasone. Gli esercizi ginnastici nei quali si compiaceva di essere assai

bravo, avevano vieppiù sviluppato le sue membra a cui l’adiposità della

vecchiaia incominciava a togliere la elasticità e la forza.

Si avanzò con le braccia aperte incontro alla Regina che si lasciò

stringere al petto senza mostrarsi punto commossa.

— Qual buon vento ti ha portato qui, mia cara Carolina? — le disse

il Re mentre l’accompagnava nel suo appartamento — Giusto oggi ti

ho scritto... Lo so, avrei dovuto da gran tempo rispondere alle tue

lettere, ma mi son lasciato sopraffare dalla inerzia. E poi tu sai

che io con la penna non ci ho una grande dimestichezza; non sono un

letterato e, scusa sai, tu che sei un’arca di scienza, me ne vanto. Ora

ti dirò quel che ti ho scritto.

— L’ho avuta qui la vostra lettera.

— Ah, sai dunque che Zaira, la cagna arancione, mi ha regalato quattro

maglifici cagnolini che ti farò vedere. Una bellezza, una bellezza!

Per la caccia al fermo nessuno eguaglia quella cagna lì! Che fiuto,

che sicurezza, e quando si ferma col muso basso, gli occhi fissi, la

coda alzata, e resta immobile, puoi star sicura che quaglia, starna

o beccaccia, l’uccello è là! Peccato che oramai le gambe non più

mi reggono come un tempo. Devi ricordartelo: un tempo, in una sola

giornata uccisi centoventi beccacce! Ahimè, adesso mi stanco appena

fatti cento passi!

Ed il Re trasse un sospiro di rimpianto.

— Vostra Maestà era in procinto di andare a letto? — chiese lei.

— Sì, ma se devi dirmi qualche cosa che non può rimandarsi a dimani, e

sarebbe meglio perchè devi essere stanca... via, per quanto sei sempre

bella, sempre piacente come una donna nel pieno della giovinezza, pure

gli anni contano qualche cosa anche per te!

— Non sono stanca io — disse lei bruscamente — specie se si tratta di

affari gravi, del bene di questo povero regno, del nostro avvenire e

dall’avvenire dei nostri figli!

— Ah! — fece il Re grattandosi la testa con un gesto comune alla plebe

napolitana. — Hai ancora di queste fisime pel capo?

— Ho bisogno di restar sola con Vostra Maestà — disse lei con accento

risoluto.

Gli è che fra i due staffieri che reggevano i candelabri accesi, e

in mezzo a cui si teneva ritto e immobile il vecchio maggiordomo,

aveva visto il cappellano, un frate dei padri Scolopi, e due o tre

cortigiani, che dividevano l’esilio col Re.

— Ma dunque si tratta davvero d’affari seri? — fece il Re tra lo

scherzoso e l’infastidito. Poi voltosi a quelli del suo seguito:

— Ritiratevi, signori, e buona notte.

Il maggiordomo e i cortigiani s’inchinarono e si ritrassero, seguiti

dai valletti.

— Entra, mia cara — disse il Re additando alla moglie l’uscio della

camera da letto.

Poi fregandosi le mani, con uno scoppio di riso che gli gonfiava la

gola e negli occhi uno sguardo malizioso:

— Chi sa che avran pensato quei signori chè io ho voluto restar solo

con te... nella mia camera da letto? Sei così bella, così fresca, e

ancora così... così...

— Nipote di Enrico IV e di Luigi il Grande, figlio di Carlo III,

dovresti vergognarti di tali buffonate, indegne del più vile lazzarone

del tuo regno, mentre sul tuo trono di Napoli è assiso un osceno

palafreniere e sul tuo trono di Sicilia un fantoccio che in tuo nome

e per saziare l’ingordigia dei nostri padroni, gl’Inglesi, opprime e

dissangua il popolo tuo che ti esecra e ti maledice!

Ferdinando IV che si era già seduto sulla sponda del letto e si

apprestava a coricarsi, si raddrizzò a quell’apostrofe col viso che

esprimeva la sorpresa e insieme la noia.

— Per questo sei venuta, per questo? — mormorò infastidito. — Già,

dovevo immaginarmelo! Tu vieni sempre per darmi un dolore o per

accrescere le mie pene. Pur dovresti avere un po’ di pietà di me se non

ne hanno gli altri. Ho perduto il sonno e l’appetito, non trovo più

piacere neanche nella caccia, mi hanno tolto il mio povero d’Ascoli,

l’unico amico mio, non son più padrone neanche di restar solo, chè per

tutta questa casa è un viavai di gente che io vorrei mandare a mille

diavoli e nol posso! Non ci mancavi che tu adesso con le tue vane

querimonie!

— Vane sol perchè tu sei vile, vane solo perchè il più indegno dei tuoi

sudditi avrebbe vergogna di una tanta abiezione, mentre tu la sopporti

pazientemente come il bue sopporta il giogo!

— Il bue! — osservò il Re con un sorriso tra il malizioso e l’amaro. —

Fai certi paragoni tu!

— Vane — continuò la Regina che finse di non aver compreso il sarcasmo

contenuto nell’osservazione del marito — perchè tu ti compiaci

dell’inerzia obbrobriosa nella quale ti sei lasciato condannare.

— Non è compiacenza la mia; è filosofica rassegnazione ai voleri di Dio.

— Rassegnazione? — esclamò fieramente la Regina, i cui occhi

sprizzavano faville. — Non siamo noi i Re legittimi? Non lo abbiamo

avuto da Dio questo trono? Non siamo forti del nostro diritto? Non

abbiamo per noi la Giustizia?

— Sì, è vero — rispose il Re sbadigliando — ma gl’Inglesi han qualche

cosa di più: hanno le baionette dei loro soldati e i cannoni delle loro

navi.

— E ne avremo anche noi, come ne abbiamo che per noi combattono in

Calabria ed altrove: cuori di ferro e braccia gagliarde, che la fede

nel trionfo finale rende invitti. È bastata la mia parola per far

balzare in armi a mille a mille i campioni che han visto dai nostri

nemici disertare i loro campi, distruggere le loro famiglie, che

cacciati per ogni dove come belve, pur restano saldi ed impavidi,

invano dal loro Re, cui difendono i sacri diritti, aspettando una

parola di conforto! Ne abbiamo dunque anche noi delle baionette e

dei pugnali per aprirci le porte della reggia, sol che tu accenni a

risalirci.

— Ma — rispose il Re che aveva ascoltato tentennando il capo — non

cercherei di meglio se non si trattasse che di alzar la gamba. Ma gli

è che temo di spingere questi maledetti Inglesi alle ultime estremità

come per le tue imprudenze spingemmo i Francesi. Perchè, via, sii

ragionevole, non fosti tu che m’inducesti ad aprire i nostri porti

non solo agl’Inglesi, ma financo ai Russi, ciò che poi servì di scusa

al Bonaparte per scagliarci contro tutto un esercito... quantunque ci

fossimo dichiarati neutrali? Ora io che, come dicono i nostri buoni

lazzaroni, sono scottato dall’acqua fredda, debbo anche adesso seguire

i tuoi consigli e avventurarmi chi sa a quale arrischiata impresa?

Infine, dopo di me il diluvio, disse mio zio, o prozio, non so bene,

Luigi XV!

— E alla tua salute eterna? Non ci pensi alla tua salute eterna?

— E che ci entra? Non mi confesso ogni venerdì? non ascolto talvolta

fino a tre messe al giorno?

— Non sai che cotesti Inglesi sono degli eretici e che Santa Madre

Chiesa ci fa una colpa della nostra tolleranza? Dei protestanti assai

più nefasti alla nostra santa religione dei mussulmani, ed assai più di

essi nemici, che governano in tuo nome questo popolo di un sentimento

religioso così vivo e profondo! Non è questo uno scandalo del quale

dovremo dar conto a Dio?

Un tale argomento parve scuotesse il vecchio Re, il cui aspetto era

divenuto pensoso.

— Tu dunque — continuò la Regina, la quale si era accorta del

turbamento del Re e che voleva battere il ferro mentre era caldo —

non vuoi agire nell’interesse del trono; agisci almeno nell’interesse

del Cielo. Se i tuoi doveri di Re ti sembrano troppo difficili da

adempiere, adempi almeno i tuoi doveri di cristiano cattolico ed

apostolico.

— Sì, ma... ne convengo — mormorò Ferdinando ancora irrisoluto — pure

io non so, io...

— Al proposito — disse la Regina interrompendolo. — Hai conoscenza

della nuova legge sulla caccia che gl’Inglesi hanno estorto al

Parlamento senza che tuo figlio, il Vicario Generale, abbia osato di

protestare?

— Una nuova legge? — esclamò il Re in cui la passione per la caccia

sopravviveva ancora. — Quale? Che dice questa legge?

— Che oramai non potete più cacciare dove e quando volete, ma, come

tutti, ad epoche fisse ed in luoghi determinati.

— Sarebbe possibile? — gridò il Re che si accese in volto per la

collera. — Dopo avermi tolto il trono, dopo avermi relegato in questa

villa dove son guardato a vista come un prigioniero, mi si vuol

togliere quest’ultimo mio diritto? No, per Dio, no; questo affronto

colma la misura, ed io non lo sopporterò, non lo sopporterò, dovessi

mettere a fuoco e a fiamme il mondo intero!

Si era alzato e percorreva a gran passi la stanza gesticolando e

borbottando seco stesso, mordendosi le mani e scagliando dei pugni al

vuoto. La Regina che aveva raggiunto il suo intento lasciò che egli

sfogasse la sua ira; poi con voce calma, quasi carezzevole, gli disse:

— Via, calmati, Ferdinando; la tua collera per quanto legittima, nuoce

alla prudenza, e per riuscire ci occorre di aver molta prudenza, molta.

— Che bisogna fare? — chiese di un tratto il Re sedendosi vicino alla

moglie. — Via, su, parla: che bisogna fare?

— Prima di ogni altra cosa, bisogna aver piena fiducia in me. Poi non

far trapelare nè con gli atti nè con le parole quel che si stabilirà in

questo nostro colloquio. Tu sei, al par di me circondato da spie: ve ne

sono ovunque, che ti seguono da per tutto come l’ombra del tuo corpo.

Gl’Inglesi già avran saputo della mia venuta qui e faran di tutto per

appurare di che abbiamo discorso. Dimani, quando sarò andata via ti

lagnerai di me... Non sarà la prima volta che sparlerai di me coi tuoi

familiari...

E disse ciò con un sorriso di sdegnosa amarezza.

Il Re fece un gesto di protesta:

— Che dici. Carolina, che dici? Ti giuro che...

Ma la Regina scrollò le spalle e continuò:

— Dunque dirai che era venuta per la questione, insoluta ancora, della

mia dote, che io ti perseguito, che ti molesto, che non ne puoi più,

eccetera, eccetera. Io intanto che ho già tese le fila e che ho bell’e

fatto il mio piano da mettere in atto sol quando avessi avuto il tuo

consenso, preparerò le cose onde trionfi il nostro buon diritto, e

quando tutto sarà pronto ti avviserò con una lettera nella quale...

sta bene attento e non scordarlo... ti parlerò della mia dote: tu mi

risponderai che sta bene che hai capito.

— E che cosa avrò capito? Per carità, Carolina — esclamò il Re a cui

l’ira incominciava a sbollire, raffreddata dai pericoli che intravedeva

— non essere avventata, misura gli ostacoli, non fidare su quelli che

ti circondano...

— Io non fido che su me stessa — rispose lei — ed ormai l’esperienza ha

fatto della leonessa una volpe.

— Una tigre... come ti chiamano i nostri nemici! — mormorò il Re per

farle un complimento.

— Sia pure: una tigre che avrebbe salvato il regno se non avesse avuto

attorno a sè dei conigli...

— Prosegui, via, prosegui: sei divenuta ben permalosa! — disse

Ferdinando, punto dalla risposta di lei.

— Dunque nel ricevere la mia lettera capirai che tutto è pronto. Allora

lascerai la Ficuzza col pretesto di una partita di caccia e te ne

andrai dritto a Partinico dove troverai il principe di Cassero.

— Cassero? Ma se è un amico degl’Inglesi?

— Era, ma non è più. Quantunque membro del Gabinetto formato da

quell’ipocrita marrano di lord Bentinck, l’odio e l’invidia pel suo

collega principe di Belmonte lo hanno indotto a volgersi a noi. Egli

ti esporrà lo stato delle cose e tu, entrato a Palermo, te ne andrai

difilato alla Reggia dove col proclama che ho già bell’e preparato

dichiarerai che essendoti ristabilito in salute intendi ripigliare le

redini del Governo.

— E gl’Inglesi?

— Intorno alla reggia vi saran ventimila tra Siciliani e Calabresi che

basteranno per tenerli in freno.

— E tu?

— Io sarò là dove occorre.

Il Re guardò per poco in silenzio sua moglie. A vederla così fiera,

così impavida, così risoluta, quantunque ben poco l’amasse e avesse

molto da rimproverarle, non potè trattenersi dall’ammirarla, anche per

quel fascino che i forti esercitano sui deboli, gli audaci sui timidi.

— E cotesto proclama? Vediamo il proclama...

Ella dispiegò una carta, che lesse.

Nessuno dei deputati liberali del Parlamento di Sicilia, avrebbe meglio

scritto e con principi più altamente democratici un tal proclama. Vi

si diceva tra l’altro che «il popolo è di diritto sovrano; il principe

non è che il depositario delle leggi». Il Re prendeva formale impegno

di dare una larga costituzione liberale e di fondare l’indipendenza

siciliana su una nuova base.

Quando la Regina finì di leggere alzò gli occhi in viso al Re che

aveva ascoltato in silenzio, ma con un’aria di stupore e insieme di

corruccio.

— E sei tu — disse infine — sei tu che mi proponi di parlare così al

popolo? Ma è questo il linguaggio di un re per diritto divino come sono

io?

Carolina aveva preveduto il cattivo effetto che il proclama avrebbe

prodotto sul Re, onde rispose prontamente, sorridendo ironica:

— Se messer Niccolò Machiavelli avesse scritto un trattato sulla caccia

anzichè un libro sulla politica, avrebbe avuto l’onore di esser letto

da te! Via, via, non ti spaventino questi paroloni e queste frasi di

stile moderno. Il popolo è un fanciullone che si seduce con le parole e

con le promesse. Tutti i mezzi son buoni, dice il vostro Machiavelli,

purchè si raggiunga lo scopo, e chi vuol riuscire deve servirsi delle

armi stesse dei nemici. Non ci han combattuto gl’Inglesi con queste

parole e con queste promesse? Importa assai ad essi della libertà,

dell’indipendenza del popolo siciliano! Importa loro invece assai lo

zolfo delle solfatare, i frutti degli aranceti, il commercio dei nostri

porti. Essi han gettato della polvere agli occhi, polvere fatta di

paroloni e di promesse, per accecare i gonzi; e noi usiamo della stessa

polvere... Quando cadrà dai loro occhi, allora... allora ci saranno

i cannoni e le baionette! Via, via, hanno fatto tutti così i re, i

conquistatori, gli apostoli, per turlupinare i popoli, e faran sempre

così anche nei secoli venturi.

In così dire si alzò, prese dallo scrittoio una penna, la intinse nel

calamaio, e tornando al Re tuttora confuso e incerto:

— Firma — gli disse, porgendogli la penna.

— Che io firmi? Ora? Ma... debbo riflettere... debbo...

— Nessun indugio. Doman l’altro dovrò presentare il tuo proclama

firmato ai capi della Confraternita di S. Paolo, la setta famosa che

fece i Vespri e che ora è risorta per combattere gli Inglesi come

cinque secoli fa combattette gli Angioini.

— Sai tutto, tu, sai tutto! — disse il Re vieppiù sorpreso.

Il suo odio per gli affari che proveniva dalla coscienza di essere

incapace, aveva servito a Carolina che era riescita quasi sempre nel

suo intento.

— Via, firma! — gli disse poi con voce tra la preghiera e il comando,

come si fa coi fanciulli.

Il Re prese la penna, stette un istante sospeso, irrisoluto; poi

ubbidendo ad una subita decisione appose la sua firma a piè del foglio

che ella gli aveva dispiegato dinanzi.

— Ed ora — disse, gettando la penna e dando un sospiro di sollievo —

posso andare a letto? Debbo alzarmi per tempo dimani. Ho ordinato per

l’alba la messa e la colazione, per poi scovare un tasso che fu visto

ieri in un punto del bosco.

Ella si era alzata, soddisfatta, esultante; ma pur contenendosi:

— Siamo intesi! — disse mentre il Re stendeva la mano al laccio del

campanello.

— Sì, sì, siamo intesi. Non ne parliamo più, per carità.

E trasse a sè il laccio che fece squillare il campanello.

La porta della stanza si spalancò: nel mezzo della soglia ritto

in piedi si teneva il maggiordomo fra due valletti che reggevano i

candelabri accesi.

— Accompagnate Sua Maestà la Regina nel suo appartamento — disse il Re.

— Dite al mio servizio che mi spoglio da me. Domani, come ho già detto,

mi sveglierete all’alba.

— Che Vostra Maestà riposi bene — disse Carolina, facendo una gran

riverenza.

— Va, figlia mia... altrettanto... altrettanto....

La Regina uscì. Il Re rimasto solo trasse un gran sospiro di sollievo.

— Non ne potevo più; non ne potevo più. Quando ci si mette... Via,

dormiamo adesso, che è tardi, ben tardi!

E si coricò col pensiero alla caccia del domani ed al tasso che doveva

esserne la vittima.

Una lampada di argento in un globo d’alabastro spandeva un fioco

chiarore per la camera regale. I russi sonori dell’augusto dormiente

rompevano il silenzio che regnava nella villa, quando un’ombra uscì da

dietro una cortina che nascondeva la porta della stanza di toeletta.

Quell’ombra si diede a strisciare lungo il muro con gli occhi fisi sul

giacente, sostando talvolta, e ripigliando a strisciare allorchè si era

rassicurato. Finalmente fu fuori la camera regale.

— Ah — disse tra sè, stirando le membra attrappite per essere stato a

lungo immobile — quante lire sterline mi darà lord Bentinck per quel

che gli andrò a dire?

Sola contro tutti! · 第 5 / 19 题