Cap. LXXXI. Le spiegazioni che se ne danno nel vol. I delle _Memorie
e docum. per servire alla storia lucchese_ non reggono coi nuovi lumi
storici.
[154] ...... _Civitatis Lucæ fideles nostri majestati nostræ humiliter
supplicarunt, ut castrum Motronis, Montifegatensi, et castrum
Luliani, quæ sunt de Carfagnana, cum omnibus eorum et cujusque eorum
rationibus, pertinentiis, jurisdictionibus et districtu, eis concedere
in perpetuum, et dare licentiam eidem communi recipiendi et retinendi
homines et personas quaslibet Carfagnanæ fideles nostros in concives
eorum, qui vel quæ effici voluerint habitatores et incolæ, vel alias
concives civitatis ejusdem et eisdem hominibus et personis veniendi ad
eamdem civitatem ad habitandum, si voluerint, vel alias se concives
faciendi, et quod liceat communibus et aliis singularibus personis
de Carfagnana recipere potestates et rectores civitatis praedictæ de
gratia nostri culminis dignaremur. Nos vero ejusdem communis nostrorum
fidelium supplicationibus benignius inclinati, attendentes etiam
grata et accepta servitia quæ idem commune majestati nostræ exhibuit,
hactenus exhibet in præsenti, et quæ exhibere poterit in futurum, eidem
communi castra de Carfagnana superius denotata cum omnibus eorum et
cujusque eorum rationibus, pertinentiis, jurisdictionibus et districtu
concedimus, nec non ipsis licentiam recipiendi et retinendi homines
et quaslibet personas Carfagnanæ fideles nostros in concives eorum,
qui vel quæ effici voluerint habitatores et incolæ, vel alias concives
civitatis ejusdem, et eisdem hominibus et personis veniendi ad ipsam
civitatem ad habitandum si voluerit, vel alias se concives faciendi,
et hominibus et aliis singularibus personis de Carfagnana recipiendi
potestates et rectores civitatis prædictæ de gratia majestatis nostræ
et plenitudine potestatis, salva in omnibus imperiali justitia._
[155] ... _Licet nos olim provinciam Carfagnanæ cum juribus et
pertinentiis suis Henrico juniori illustri regi Sardiniæ, sacri
imperii in Italia generali legato, dilecto filio nostro, de mera
donatione nostra duximus conferendam; attendentes tamen fidei puræ
zelum quem communi Lucæ fideles erga majestatis nostræ personam
habere noscuntur... provinciam ipsam cum castris, villis, hominibus,
jurisdictionibus, possessionibus, terris cultis et incultis, aquis
et aquarum decursibus, justitiis, rationibus omnibus et pertinentiis
suis, videlicet quæ de dimanio in dimanium, et quæ de servitio in
servitium eidem communi fidelibus nostris in fide et devotione nostra
persistentibus, in _rectum feudum_ duximus concedendum. Ita tamen
quod provincia ipsa a nobis et successoribus nostris in perpetuum
nomine recti feudi de cætero teneant, sicut tenent alias terras eorum
districtus, et a nobis et imperio recognoscunt, eis olim a divis
augustis progenitoribus nostris concessas, et a nobis postmodum
confirmatas, debita quoque et consueta servitia proinde nobis et
imperio facere teneantur._
Le concessioni imperiali non di rado s’intralciano e si contraddicono.
Nel 1163 Federico Barbarossa da Lodi dava un diploma, ricevendo sotto
la sua protezione, cioè affrancando il borgo e gli uomini di Sarzana,
concedendo un mercato ogni sabbato, la libera scelta de’ proprj
consoli ecc.: diploma confermato da Federico II il 1226. Ora nel 1185
lo stesso Barbarossa assegnava al vescovo di Luni la giurisdizione,
il bando, il mercato, la pesca, il distretto, insomma la signoria sui
popoli di Santo Stefano e Sarzana. Nel 1355 Carlo IV, scialacquatore di
privilegi, confermava al vescovo lunese il diploma di Federico: eppure
al tempo stesso dava in feudo ai marchesi Malaspina e alla città di
Pisa molte terre comprese in quella concessione.
[156] _Breve recordacionis de Ardicio de Aimonibus._
[157] _Monum. Hist. patriæ_, Chart., I. 813.
[158] Da _credere_ in senso d’affidare, usato dai Latini e dai nostri.
In un placito di Limonta dell’888: _Cum ibi essent nobiles_ _et
credentes homines, liberi arimanni, habitantes Belasio loco._ Antiq.
M. Æ., diss. XLI. — _Quisquis in hujuscemodi tribunalis consilium
admittebatur, jurabat in credentiam consulum, hoc est se tacite
retenturum quæcumque eo in consilio dicta vel acta fuissent, nec
enunciaturum uspiam in profanum vulgus._ Rer. It. Scrip., VI. 962. E
nell’Ariosto: «Nelle cui man s’era creduta». — _Homines credentes_
valea quanto uomini di credito, fededegni: «Vincenzo di Naldo,
fiorentino, uomo molto creduto in quel contado». BEMBO, _Storia_, lib.
VII.
[159] Il Serra, _Storia della Liguria_, I, 277, lo adduce come del 950:
ma pare da mettere fra il 1121 e il 1130. Vedi VINCENT, _Hist. de la
rép. de Gênes_. Parigi 1842.
[160] Alcuno immaginò che maggiori fossero quelli tolti dalla nobiltà,
minori quelli da plebei. Vedi BENVOGLIENTI, _Osservazioni intorno agli
statuti pistojesi_. Il contrario pensa Muratori, _Antiq. M. Æ._, diss.
XLVI.
[161] _Statuta Mantuæ_, lib. II. rub. 15.
[162] MARIOTTI, _Saggio di mem. storiche civili ed ecclesiastiche di
Perugia_, 1806, pag. 248.
[163] VARCHI, _Ercolano_. Il Muratori (_Antiq. M. Æ._, tom. IV)
pubblicò l’_Oculus pastoralis pascens officia et continens radium
dulcibus pomis suis_, che è un’istruzione ad un futuro podestà intorno
a tutte le parti del suo uffizio: ma è forse opera di qualche monaco,
più attento alla parte morale che alla giuridica; come fa pure ser
Brunetto Latini, nel lib. IX del suo _Tesoro_, dove largamente divisa
i doveri del podestà. Fra le altre cose dice: — Sopra tutte cose
debbe il podestà fare che la città che ha suo governamento, sia in
buono stato, senza briga e senza forfatto. E questo non può fare,
s’egli non fa che li malfattori, ladroni e falsatori sieno fuori
del paese: chè la legge comanda bene che ’l signore possa purgare il
paese della mala gente. Però ha egli la signoria sopra i forestieri
e sopra’ cittadini che fanno li peccati nella sua jurisdizione, e non
pertanto egli non giudicherà a pena quello ch’è senza colpa: ch’egli è
più santa cosa a solvere un peccatore che dannare un giusto, e laida
cosa è che tu perda il nome d’innocenza per odio d’un nocente.......
Sopra li maleficj debbe il signore e i suoi uffiziali seguire il
modo del paese e l’ordine di ragione, in questa maniera. Prima debbe
quello che accusa giurare sopra il libro di dire il vero in accusando
e in difendendo, e che non vi mena nullo testimonio a suo sciente;
allora dee dare l’accusa in iscritto, ed il notajo la scriva tutta
a parola a parola, sì come egli la divisa: si dee inchiedere da
lui medesimo diligentemente ciò ch’egli o li giudici od i signori
crederanno apertamente che sia del fatto, o della cosa: e poi si mandi
a richiedere quelli che è accusato del maleficio; e s’egli viene,
sì lo faccia giurare e sicurare la corte dei malfattori, e metta
in iscritto sua confessione e sua negazione, sì come egli dice: e
se non dai malfattori, o che ’l maleficio sia troppo grande, allora
debbe il signore od il giudice porre il dì da provare, e da ricevere
li testimonj che vegnono, e costringere quelli che non vegnono, ed
esaminar ogni cosa bene e saviamente, e mettere li detti in iscritto:
e quando i testimonj sono ben ricevuti, il giudice ed il notajo debbon
far richiedere le parti dinanzi da loro; e s’elli vegnono, si debbon
aprire li detti de’ testimonj, e darli a ciascuno perchè si possano
consigliare e mostrar loro ragione. Ora addiviene alcuna volta ne’
grandi maleficj, che non possono essere provati interamente, ma l’uomo
trova ben contra quelli ch’è accusato alcuno segno e forti argomenti
di sospezione: a quel punto il può l’uomo mettere alla colla per farli
confessare la colpa, altrimenti no; e si dico io, ch’alla colla il
giudice non deve dimandare se Giovanni fece maleficio, ma generalmente
dee dimandare chi ’l fece».
[164] SERRA, _Storia della Liguria_, lib. III. c. 8: GIULINI,
_Continuaz._, part. I. p. 64; _Chron. parmense_, Rer. It. Scrip., IX.
819; CORIO, lib. II. — I patti del podestà di Genova sono divisati nei
_Monumenta Hist. patriæ_, Chart., II. 1334.
[165] Ma se io non potrò avere lo delinquente, puniroe lo figliuol suo,
u vero li figliuoli del delinquente, se lui u se loro potrò avere. Ma
se lo figliuolo u vero li figliuoli del delinquente aver non potrò,
puniroe lo padre del delinquente, se io lo potrò avere, così in avere
come in persona ad mio arbitrio..... Et non dimeno li loro beni, poichè
in del bando saranno incorsi, siano pubblicati al comune di Pisa, et
siano guasti et distructi così in de la città come in del contado in
tutto, sicchè poi non si rifacciano, nè rifare li permetterò nè abitare
u lavorare u vendere u alienare. Et ciascheduno che li abitasse,
lavorasse, vendesse, alienasse, comprasse et per qualunque altro titolo
ricevesse, puniroe...
«Et intorno alle suprascripte tutte cose investigare et trovare io
capitano abbia pieno, libero et generale arbitrio così in ponere ad
questioni et tormenti et punire in avere et persona come eziandio
ad tutte altre cose..... Et ad catuna persona che cotale malefactore
prendesse et preso a me capitano l’apprezentasse u vero uccidesse, darò
u farò dare dei beni del comune di Pisa 1. M. di danari...» _Statuto di
Pisa, ms._ § 12.
[166] Nella _Cronaca di Padova_ trovo Galvano Lanza podestà nel 1243 e
44; Guzelo de Prata nel 1247, 48, 49; Ansedisio de’ Guidotti da Treviso
dal 1250 al 55. Vero è che erano i tempi della tirannia di Federico II
e di Ezelino.
Parma aveva un podestà nel 1175 (AFFÒ, II. 259): Cremona nel 1180 (_R.
I. S._, VII. 635); Faenza nel 1184 (_Rerum Favent. Script._, c. 82):
Genova nel 1191 (_R. I. S._, VI. 364); Firenze nel 1193 con Gerardo
Caponsacchi, ecc.
[167] Nel _Cod. Just._, tit. XLIX. l. 1 e nella _Nov._ VIII. c. 9 è
comandato che gli uffiziali di provincia rimangano cinquanta giorni in
luogo, dopo scaduti di carica, per soddisfare a tutte le doglianze.
E cinquanta giorni sono prefissi nello statuto antico di Pistoja
(_Antiq. M. Æ._, diss. 70, al § 76); poi variò secondo i paesi.
Lo statuto di Torino _De sacramento DD. vicarii et judicis_ porta:
_Juramus quod stabimus decem diebus in Taurino post nostrum regimen, ad
faciendam rationem cuilibet..... conquerenti de nobis._ Quello di Roma:
_Senator, finito suo officio, cum omnibus judicibus et familiaribus
et officialibus suis teneatur stare et sistere personaliter decem
diebus coram judice, sindico deputando ad ratiocinia ejus; et coram
ipso, ipse et officiales prædicti teneantur de gestis et administratis
et factis durante officio reddere rationem, et unicuique conquerenti
respondere de jure, et omnibus satisfacere quibus de jure tenetur. De
quibus omnibus dictus judex summarie cognoscat, et intra decem dictos
dies causam decidat de plano, sine strepito et figura judicii, non
obstantibus feriis et non obstantibus solemnitatibus juris, dummodo
veritas discutiatur, et ad illam saltem respectus et consideratio per
judicem habeatur._
[168] _Rer. It. Scrip._, XV. 684.
[169] FRANCO SACCHETTI, _Nov._ 196.
[170] _Capitaneus populi, ad defensionem libertatis et popularis
status, et ad observandam unionem civium principaliter est institutus
etc._ Statuti lucchesi.
[171] Una savia e piena informazione del governo di Firenze dal 1280 al
92 è riportata nelle _Delizie degli eruditi toscani_, IX. 256.
[172] Tale complicazione era espressa con questi versi popolari:
Trenta elegge il consegio;
De quai, nove hanno il megio:
Questi elegon quaranta,
Ma chi più in lor se vanta
Son dodese che fano
Venticinque: ma stano
De questi soli nove,
Che fan con le lor prove
Quarantacinque a ponto;
De quali ondese in conto
Elegon quarantuno,
Che chiusi tuti in uno
Con venticinque almeno
Voti fano el sereno
Principe che coregge
Statuti, ordine e legge.
[173] _Et non possit ire ad brevia vel esse consiliarius_ (nè elettore
nè eletto) _qui non sit habitator Lucanæ civitatis, vel qui sit
extimatus minus_ XXV _libris, ad ultimas et proximiores extimationes
factas in camera Lucani communis_. Statuto lucchese del 1308.
[174] La varietà delle condizioni personali ci appare in questo passo:
— Il 1233, essendo podestà di Firenze Torello da Strada, fece intendere
a tutti gli abitatori del contado fiorentino che venissero a comparire
nella città, con esporre ai notaj de’ sestieri a ciò deputati di che
condizione si fossero; o fosse cavaliere nobile (_per nascita_),
o fattizio, o aloderio (_che aveva allodj_), o masnadiere, o uomo
d’altri, o fittajuolo, o lavoratore, o d’altra condizione». SCIPIONE
AMMIRATO, _Storie fiorentine_, lib. I.
[175] Alcuni vollero argomentare la quantità de’ Longobardi o de’
Romani o de’ Salici nei varj paesi e nei diversi tempi dai nomi loro.
Giudizio affatto inconcludente, e ne deduco poche prove dai soli
_Monumenta Hist. patriæ_:
_Ego _Benedictus_ filius quondam _Constanci_, qui professus sum ex
nacione mea legem vivere Langobardorum_. Chart. I. 458. Due altri suoi
fratelli si chiamavano Garino e Giovanni.
E viceversa al 1039: _Ego Amicus clericus, filius quondam _Aldeprandi_,
qui professus sum ex nacione mea lege vivere romana._
E al 1069: _Ego _Aldeprandus_ presbiter, filius quondam _Constancii_,
qui professus sum ex nacione mea legem vivere Langobardorum_.
Al 1071: _Ego _Drodo_ filius quondam _Manfredi_, qui professus sum ex
nacione mea lege vivere romana._
Al 1074: _Ego _Adam_ presbiter, filius quondam _Petri_, qui professus
sum ex nacione mea lege vivere Langobardorum._
Al 1088: __Oddo_ presbiter, qui profitebat se ex nacione sua_ _lege
vivere romana; e Villelmus subdiaconus, filius Verada femina, qui
profitetur se ex nacione sua lege vivere romana._
Al 1089: _Constat nos _Laurencius_ et _Johannes_ germani, filii quondam
_Gisulfo_, qui professus sum ex nacione nostra legem vivere romanam;_ e
son firmati testimonj _Alberto et Ricardo ambi lege viventes romana._
Al 1092 è un curioso documento di tutti gli abitanti di Saorgio, con
nomi d’ogni colore, _qui professi sumus omnes ex natione nostra lege
vivere romana._
V’ha di più. Anselmo, abate di San Gennaro di Lucedio al 1092,
professando vivere a legge romana, promette non inquietare il marchese
Tebaldo; _et ad hunc confirmandum promissionis breve, ego qui supra
Anselmus abbas a te Tebaldus, exinde launechild capa una, ut hec mea
promissio firma permaneat._ Coma c’entra il launechildo colla legge
romana?
Egualmente al 1098 Raiverto e Martino figli di Aldebrando, e Bolesinda
moglie di Raiverto _professi omnes ex nacione nostra lege vivere
romana_, fanno una vendita, dove Raiverto stipula come mundualdo di
Bolesinda, _jugale et mundualdo meo consentiente_.
[176] Zanfredolo da Besozzo nel 1321 diede statuti per le terre
d’Invorio, Garazuolo, Montegiasca presso il lago Maggiore, da lui
dipendenti. Il borgo di San Colombano li fece compilare da dodici
giurisperiti. Pompeo Neri conta cinquecento statuti diversi nella sola
Toscana, vissuti sino agli ultimi tempi, e anche in piccole terre,
come Montorsojo, Montopoli, Firenzuola, Parlascio, Palaja, la badia di
Vallombrosa, ecc. Abbiamo gli statuti di Cremella in Brianza, della Val
Taleggio nel 1368, della Valsassina nel 1388, di Bovegno in val Trompia
nel 1341, e d’altre terre minime.
Lo statuto più antico che si conoscesse era quello di Treviso del 1207,
ma Vittorio Mandelli, negli _Studj sul Comune di Vercelli nel medioevo_
(1857), trova indizio di statuti a Vercelli sin dal 1187: e nel 1202 è
mentovato il volume di essi, _super quo jurabant potestas vel consules
comunis et consules justiciæ._ Questo Comune avrebbe fatto un bando per
l’abolizione generale della servitù della gleba sin dal 1243, mentre
quel di Bologna è solo del 1251.
[177] L’illustre giureconsulto Azo (_Summa in_ VIII _libros Codicis_)
definiva che «la consuetudine è formatrice, abrogatrice ed interprete
della legge». I Veneziani, ne’ casi che la legge taceva, rimettevansi
all’intimo convincimento dei giudici; per le ordinanze marittime,
ne’ dubbj risolveva la signoria. I più antichi statuti di Milano
sono intitolati _Consuetudines_ in un manoscritto della biblioteca
Ambrosiana del 1216; nel proemio alla riforma di essi, pubblicata il
1396, vien detto essere costume antico che negli atti pubblici fossero
registrati da un notajo determinato tutti gli editti e statuti che
di tempo in tempo venivano pubblicati; quest’archivista chiamavasi
governatore degli statuti. Quelli di Como sono del 1219, riformati
il 1296. Fra’ più antichi si noverano quei di Mantova del 1116, e
di Pistoja del 1117. Amedeo III di Savoja dava gli Statuti a Susa,
confermati poi da Tommaso suo nipote nel 1197. Aosta nel 1188 gli aveva
da Tommaso conte di Morienna. Davanti all’edizione della _Posta_, cioè
dello statuto di Verona, cominciato verso il 1150, compito nel 1228,
l’arciprete Carmagnola pubblicò una sentenza del 1140, data dai consoli
d’essa città «secondo la lunghissima ed antichissima consuetudine dei
re, duchi, marchesi ed altri laici principi e cherici, secondo la legge
longobarda». Vedi FEDERICO SCLOPIS, _St. della legislazione in Italia_.
[178] CORIO, f. 131; CAFFARO, lib. IV. col. 384. — Peggio era nello
statuto veneto. Secondo il Corio, nessuno doveva asportar grano dalla
città nè altra grascia, o perderebbe il carro, i bovi, i cavalli: se
non potesse pagar la multa, gli si taglierebbe il piede destro.
[179] Vedi fra gli altri la rubrica 15 dell’antico statuto di Pistoja.
[180] Vedi il _Libro del Potere di Brescia_. Un altro esempio adducemmo
a pag. 20.
[181] Lib. X. rub. 18. 28.
[182] _Feudum, precaria aut libellum; nullus audeat nec debeat jurare
fidelitatem alicui, nec fieri vassallus alicujus aliqua occasione vel
ingenio quod excogitari possit._
[183] Nel 1178 i rappresentanti della Lega Lombarda cassarono una
sentenza che i consoli comaschi aveano portata a favore del comune di
Bellagio contro gli abitanti di Civenna e Limonta, a proposito di certe
strade e pasture usurpate dai Bellagini. _Ap._ PURICELLI, _Monum. eccl.
Ambr._ Nº 573 e seg.
[184] _Antiq. M. Æ._, diss. LXX. A gran torto Meyer, nelle _Origini e
progressi delle istituzioni giudiziarie_, tralascia le italiane come
poco importanti, mentre, massimamente avuto riguardo all’età, potevano
sole offrire la spiegazione di varj istituti, ora comuni in Europa. Vi
supplì in parte Sclopis, _Dell’autorità giudiziaria_.
[185] G. VILLANI, XI, 93; DINO COMPAGNI, _Cronaca_, lib. II; _Delizie
degli eruditi toscani_, IX, 256. — In Pisa erano dieci tribunali,
_curia foretaneorum, curia appellationum, curia arbitrorum, curia nova
pupillorum, curia confitentium, curia assessoris, curia judicum et
advocatorum, curia grassæ, curia notariorum, curia mercatorum_. DAL
BORGO, Diss. sopra i codici pisani delle Pandette.
[186] _Antiq. M. Æ._, diss. XII. Vedi pag. 309. Nel 1150 abbiamo la
curia cremonese; _Rer. it. Scrip._, VII. 643. Nel 1163, 27 agosto,
Ottone, giudice cioè avvocato di Milano, s’impegna con Corvetto e con
altri a patrocinarli a Genova in tutte le cause che possano avere; e
una volta all’anno se occorra andrà fin a Levanto e a Passano, e vi
resterà dieci o dodici dì, però a loro spesa. _Monum. Hist. patriæ_,
Chart., II. 874.
[187] GIULINI, part. VII. l. 50.
[188] _Rer. It. Scrip._, XV. 250 e 233.
[189] _Delizie degli eruditi toscani_, XV.
[190] Di tali suddivisioni di possessi recammo esempj. Nei _Monum.
Hist. patriæ_, Chart. II. 1318, abbiamo Bonifazio de Briada, il quale
da Giacomo vescovo d’Asti teneva in feudo la sesta parte della metà del
castello vecchio di Sanfrè, che cambiò con altrettanta del nuovo nel
1224.
[191] Toselli, nel _Dizionario gallo-italico_, pubblicò estratti di
varie sentenze di Bologna. Nel 1288 Uzzolo, accusato di aver fatto
violenza a Bonora Nascimbene, è condannato al taglio d’un piede: ma poi
ella è riconosciuta calunniatrice, e condannata al taglio della lingua.
Nel 1295 Enrichetto, condannato alle forche, confessa avere indotto
falsi testimonj contro Superchia, la quale fu dannata alle fiamme. Nel
1291 un Ferrarese accusava certa Imelda da Bologna d’avere affaturato
Bittino figliuolo di lui, e resolo incapace al matrimonio. Nel 1328 una
Mina e una Francesca sono processate come famose fatucchiere e maghe
contro la vita d’innocenti, turbatrici degli elementi, e che aveano
fatto una malìa per innamorare uno: confesse, furono bruciate.
[192] _Nos de Impoli et ejus curte, qui sumus de comitatu florentino,
et episcopatu seu de pleberio de Impoli, juramus ad Evangelia
sacramento corporaliter præstito, salvare et custodire et defendere
et adjuvare omnes personas civitatis Florentiæ, ejusque burgorum et
subburgorum, et generaliter et specialiter, et eorum bona in tota
nostra fortia, et ubicumque potuerimus sine fraude et contra omnem
personam.
Item si quo in tempore aliqua persona, quæ habitet infra prædictos
nostros confines, deprædaverit aliquem praedictum Florentinorum, seu
aliquem dapnum ei fecerit, faciemus ei integrum emendare et restituere
infra dies quindecim proximos, postquam consul vel rector Florentiæ
nos inquisiverit vel inquirere fecerit, sive nuntio vel literis, aut
ille qui dapnum substinuerit, si rector tunc non extaret in civitate
Florentiæ.
Item quocumque tempore et quotiescumque consul vel rector qui pro
tempore extiterit in civitate Florentiæ inquiret nos vel faciet
inquirere, seu per nuntium, vel quod mittat nobis literas ut faciamus
ei ostem vel cavalcatam, faciemus eis intra dies octo proximos post
inquisitionem, quomodocumque eis placuerit, et ubicumque, excepto
contra comitem Guidonem, nisi in quantum nobis terminum prolongarent,
quod ita teneamur ad terminum, si quod bona voluntate eis placuerit
prolongare, ut dictum est.
Item guerram seu guerras et pacem faciemus ubi et quibus vel quomodo
consulibus vel rectori, qui pro tempore fuerit Florentiæ, placuerit:
exceptamus in hoc capitulo comitem Guidonem.
Item infra octo dies proximos post inquisitionem, ex quo consul
Florentiæ vel rector non inquisierit vel inquirere fecerit, habebimus
factum jurare ad hoc Breve omnes homines habitantes infra prædictos
nostros confines, qui convenientes erunt ad jurandum, nisi in quantum
per ipsum consulem vel rectorem steterit; et si terminum vel terminos
nobis.... mutaverit seu prolungaverit, ita teneamur sicut constituerit
et dixerit.
Item omni anno in festo sancti Johannis mensis junii, vel antea,
dabimus in civitate Florentiæ consulibus, vel rectoribus, seu rectori,
secundum qui pro tempore erit in eadem civitate, libras quinquaginta
bonorum denariorum de tali moneta qualiter pro tempore comuniter
expendetur per civitatem Florentiæ; et si consules, vel rectores
non essent in civitate, dabimus consulibus mercatorum Florentiæ ut
eam recipiant pro communi Florentiæ, sed tamen in hoc anno dabimus
consulibus Florentiæ qui modo sunt intra kal. mart. proxime vel antea
lib. centum et solid. sex bonorum denariorum. Item omni anno portabimus
Florentiam in festo sancti Johannis unum meliorem cereum, quam illud
quod Ponturmenses ibi offerunt et soliti sunt offerre.
Hæc omnia, ut in hoc Breve scripta sunt, juramus tenere et observare
et facere in perpetuum, et si consulibus, vel rectori, qui pro tempore
extiterit in civitate Florentiæ placuerit, teneamur de_ VII _in_
VII _annis renovare hæc juramenta in totum. Item cum consules vel
rectores Florentiæ steterint pro recipiendis prædictis juramentis, vel
renovandis, dabimus eis, et personis quibus secum duxerint, expensas
omnes, donec steterint pro ea complenda.
Et omnia præscripta juramus et promittimus observare, sub pœna centum
marcorum de puro argento, et post pœnam solutam communi Florentiæ omnia
prædicta stent firma.
Hæc omnia supradicta juramus observare et adimplere et firma tenere
perpetuo, ad sanum et planum intellectum consulum Florentiæ remota omni
fraude, et sub hoc intellectu, quod imperator nec papa nec aliquis
clericus vel laicus vel nulla alia persona possit nos absolvere in
aliquo vel de aliquo ab hoc juramento, nec pro aliqua de causa possimus
occasionare hoc juramentum.
Scripta sunt hæc anno_ MCLXXXI, _tertio nonas februar., ind._ XV.
Il più antico documento di sommessione d’una città ad un’altra è quello
di Fano, che, assalita da Ravenna, Pesaro, Sinigaglia nel 1140, accettò
la signoria di Venezia, stipulando che, qualunque volta i Veneziani
farebber oste da Ragusi fin a Ravenna, i Fanesi gli aiuterebbero con
una galea armata a proprie spese: nelle guerre da Ancona fin a Ravenna,
militerebbero con loro: inoltre manderebbero i loro savj al parlamento
comune in Venezia, ogniqualvolta fossero chiamati, siccome usano tutti
gli altri _fedeli_: e di ciò fanno ampio giuramento salvo sempre il
servigio all’imperatore di Germania. AMIANI, _Memorie storiche di
Fano_, tom. II, parte 7ª.
Pergine, grossa borgata sulla via fra Trento e Bassano, godeva
di antichissime libertà sotto la primazia del vescovo Tridentino,
ma molte gliene usurpò il castellano imperiale, che la rese feudo
ereditario di sua famiglia, colle prepotenze consuete. Stanchi delle
quali, e profittando delle guerre del Barbarossa, i Perginesi nel
1166 s’accolsero nel monastero benedettino di Santa Maria in Valdo,
e stesero un atto con cui i rettori e seniori di tutte le gastaldie
di quel Comune si sottoponeano al Comune di Vicenza, obbligandosi con
giuramento ad essergli fedeli servidori e amici, ajutarlo in guerra con
ducento armati, pagar la solita colletta sui fuochi; ne riceveranno un
podestà, che però li lasci viver _secondo le consuetudini che tengono
da cento, ducento e quattrocento anni, tanto a legge salica che a
longobarda:_ essi li libereranno e preserveranno dalla tirannia di
Gundibaldo castellano di quel distretto, aboliranno tutte le angherie
e pesi da esso imposti, e il godimento delle prime notti, e i servigi
di corpo a cui esso li forzava, retribuendogli invece qualvolta
devano prestar opera al podestà in castello. Possano, come in antico,
eleggersi il giudice, soggetto però al podestà; non siano mai per
veruna ragione ceduti a Gundibaldo o alla sua famiglia; nè costretti
guerreggiar contro l’impero o le chiese di Trento e di Feltre. Il
documento è stampato nelle _Notizie storiche intorno al b. m. Adelperto
vescovo di Trento_ di frà BENEDETTO BONELLI, tom. II. Trento 1761.
Nel _Liber jurium_ al 1199 leggonsi i patti con cui il Comune di
Vinguelia, quello di Albenga, quello di Diano si sottoposero al Comune
di Genova; e quelli di Oneglia, San Remo, Porto Maurizio si allearono
con esso: nel 1202 quel di Savona si sottomise.
In tal anno gli uomini delle valli d’Arocia, d’Andoria, d’Oneglia, di
Petralata, di Rezio, di Nasco fecero alleanza coi Genovesi; e i primi,
per mezzo de’ loro consoli, promettevano salvare e custodire gli uomini
di Genova e del distretto per mare e per terra; «non proibiremo si
porti a Genova grano o altra vivanda o merce; se quel Comune faccia
oste o cavalcata, daremo all’esercito mercato di grano e vettovaglie;
richiesti faremo esercito a nostre spese, e campeggeremo per tutto il
contado di Ventimiglia, la marca d’Albenga, il vescovado di Savona, a
comando de’ consoli o podestà; se il Comune di Genova guerreggi da Gavi
o da Palodo fin a Portovenere, terremo nell’esercito cento arcieri;
se alcuna città, vescovo o persona della riviera e del contado citerà
in giudizio alcuna di esse valli, gli faremo giustizia nella curia di
Genova; per custodia di Porto Bonifacio daremo ogni anno due uomini
a spese nostre, come ordineranno il podestà e i consoli di Genova;
se il podestà o i consoli ci richiedano di consiglio, gli daremo il
migliore, e gli terremo credenza de’ secreti affidatici; ogni anno
a san Giambattista, in segno di devozione e fedeltà, manderemo alla
chiesa di San Lorenzo un cero di venticinque libbre; non faremo patto
o giuro con verun luogo o terra o persona senza salvare ed eccettuare
questa convenzione, la quale farem giurare da tutti gli uomini di
esse valli e luoghi dai quindici ai settant’anni, e rinnovare ogni
cinque anni». Di rimpatto il podestà di Genova prometteva protezione
e salvezza agli uomini di que’ Comuni; «darò un mercato ad Andoria il
primo d’agosto, e l’altro ad Oneglia l’Ognissanti, dove se nasca alcuna
controversia, sarà definita da quelli che Genova deputerà all’uopo; vi
correranno i pesi e le misure della città, come negli altri mercati del
contado e della riviera; se alcuno di Ventimiglia, d’Albenga, di Savona
voglia forzarvi contro giustizia, appellerete alla curia di Genova, e
noi li citeremo, e se non compajono, vi difenderemo e manterremo nel
diritto vostro; vi concediamo che possiate comprare ed estrarre da
Genova qualunque merce vi occorra, salvi i diritti della città e dei
cittadini». Il cintraco, vogliam dire il gastaldo, a nome e sull’anima
del popolo giurò queste convenzioni in un parlamento, ove ad essi fu
data l’insegna del Comune di Genova, perchè appaja che meritarono la
piena grazia della città. — _Liber jurium_, tom. I. pag. 473.
Segue una stipulazione molto più particolareggiata coi consoli di Naulo.
[193] _Monum. Hist. patriæ_, Chart., I. 861. Il 1183 i consoli di
Casale rimettono ogni pretensione per danni recati al loro Comune da
Vercellesi, confermandolo tutti i cittadini maggiori e minori, radunati
nella solita piazza al campanile di Sant’Evasio.
[194] Ivi, 20 aprile 1212.
[195] _Monum. Hist. patriæ_, Chart. I. 1040, 1231.
[196] DANIEL, _Chron. ms._ ap. _Antichità longobardiche milanesi_,
diss. XXI; _Archivio storico_, tom. XV. D’altre più recenti si trova
esempio in Romagna fin nel secolo XVI, come i Pacifici estesi per tatto
il paese, e la Santa Unione a Fano. V. AMIANI, _Mem. di Fano_, II. 146.
[197] CIBRARIO, _St. della monarchia di Savoja_, tom. I. doc. 2º.
[198] CIBRARIO, _Economia politica del medioevo_, 392.
[199] I documenti sono pubblicati dal Minutoli nel vol. X
dell’_Archivio storico_.
[200] Pubblicati nei _Monum. Hist. patriæ_. Vedi pure CIBRARIO,
_Storia di Chieri. — Si quis, qui non sit de societate Sancti Georgii,
percusserit aliquem dicte societatis, vel manum posuerit in persona
alicujus dicte societatis, podestas vel rector dicte societatis, vel
consules teneantur et debeant precise et sine tenore facere sonari
stremitam, et se armare et currere ad arma omnes illos predicte
societatis, et ad se venire armatos facere, et facere cum ipsis
ultionem de maleficio commisso secundum qualitatem maleficii et
personæ; et si incontinenti ultionem non fecerit, potestas vel rector
vel consules habeant plenam licentiam et bayliam ad suam voluntatem
faciendi ultionem in illo qui malificium commiserit, vel coadjutoribus
suis, ita quod ultio fiat, et non possit remanere ullo modo q....
Item statutum est quod si contingeret (quod absit) quod rumor sive
rixa moveretur in aliquo loco inter aliquas personas, quod quilibet
supradicte societatis qui hoc audiverit vel viderit illuc, currat omni
obmisso negocio: et si viderit quod dicta rixa esset inter aliquos
qui essent de dicta societate, quod ille et illi qui ibi erunt de
dicta societate debeant fortiter et robuste prestare illi vel illis
qui essent de dicta societate qui rixam haberent, auxilium, consilium
et favorem totis viribus atque posse cum armis vel sine armis etc._
Statuta Cherii, pag. 774. 776.
[201] _Cronaca di Neri di Donato_. Rer. It. Scrip., XV. 224-294.
[202] Vedi, per Genova, CUNEO, _Mem. sopra l’antico debito pubblico
ecc._, pag. 258; per Firenze G. VILLANI, lib. XI; per Napoli ANDREA
D’ISERNIA, _Commento alle Costituz._, I. — In Bologna ogni forestiere
che entrasse dovea farsi porre un suggello di cera rossa sull’ugna del
pollice. Michelangelo non conoscendo quest’uso, fu multato in cinquanta
lire di bolognini, come narra A. Condivi nella Vita di esso.
[203] In Milano la prima menzione di tale gabella è del 1271; poi
Filippo Maria Visconti sostituì il sale forzato alla tassa dei
focolari. In Genova la gabella del sale è accennata nel 1214 (CAFFARO,
IV. 406); in Reggio nel 1261 (_Mem. potest. reg._ Rer. It. Scrip.,
VIII. 1172); in Parma il 1292 (_Chron. parm._, ib. IX. 823).
[204] Stima il Giulini che l’imposta diretta sui fondi siasi
primamente stabilita sotto il duca Filippo Maria, circa il 1423; e che
nell’immunità accordata al convento di Pontida (ann. 1129 ap. TRISTANO
CALCO, _quibus pergravari interdum prædia solent_) quell’_interdum_
mostri appunto che non era costante. Il fatto da noi riferito secondo
il Fiamma e il Corio al 1240, lo contraddice. Vedi CORIO e GIULINI,
_passim._; G. VILLANI, X. 17; CAFFARO, IV. 17; PAGNINI, _Della decima
fiorentina_, I. 25.
[205] GIULINI, lib. LIV — INNOCENTII IV, _Ep._ 24 settembre 1250 —
CAFFARO, VIII. 541 — _Ant. M. Æ._, diss. XL.
[206] Fra i Turchi d’oggi i pesi pubblici decretati sono più leggeri
che in qualunque dipendenza europea: ma noi, pagata l’imposta, siam
garantiti del resto, e possiamo goderlo o accumularlo a volontà;
colà invece può venire il bascià o un suo satellite a spogliarvi.
Manca dunque la sicurezza: perciò si fabbrica il men possibile; non
si restaura; se un muro minaccia cadere, si puntella; se cade, è una
camera di meno; se cade tutta la casa, si ritirano il più presso che
possono per valersi dei materiali ed erigerne un’altra.
[207] _Nullus audiatur de jure suo, qui dare aliquid teneatur communi_.
Stat. Fior., lib. IV. _Tract. de extimis_, rubr. 33. Altrettanto
portavano gli statuti di Chieri, di Casale, ecc.
[208] Vedine gli statuti nei _Monum. hist. patriæ. — Anno etc.
presentia etc. Rainerius de Monbello obligavit consulibus Vercellarum
nomine communis casam quam emit a Manifredo Caroso, ita quod sit aperta
communi si ullo tempore habitaculum Vercellarum relinquerent_. Chart.
I. 995. E prima e dopo vi ha moltissimi patti di cittadinanza assunta
in Vercelli, sempre con questa convenzione della casa. I Vercellesi,
volendo avere il cittadinatico in Milano, vi comprarono una casa nel
1221 al prezzo di 210 lire di terzoli. Nei tante volte citati _Monum.
Hist. patriæ_, Chart. I al 1199 e seguenti, stanno le divisioni degli
uomini di Biandrate, fatte tra i Comuni di Vercelli e Novara; poi nel
1201 divisero i territorj di Biandrate, Vicolungo, Casalbertrando; e
gli uomini ammessi al Comune danno tutti la garanzia d’una casa.
[209] Il diritto di zecca era talmente ritenuto regio, che Venezia nel
1285, cioè quando era indipendente da otto secoli, chiese al papa ed
all’imperatore il diritto di battere gli zecchini (SANUTO, _Vite dei
dogi_; ZANETTI, _Delle monete e zecche d’Italia_; CARLI e ARGELATI,
_Delle monete d’Italia_). Vecchie sono le monete di Napoli col solo
tipo di san Gennaro. I Normanni ne coniarono, s’ignora dove. Venezia
neppur si sa quando n’ebbe il diritto; la più vecchia sua moneta è
del 972. Nè si sa quando cominciasse Ancona col tipo di san Ciriaco.
Dopo l’XI secolo Aquila, Aquileja, Rimini, Arezzo, Ascoli, Asti,
Bergamo, Messina 1139, Piacenza 1140, Bologna 1191, Brescia 1162,
forse Cortona, certo Cremona 1115, Tortona da Federico I, Ferrara
1164, Fermo dai papi all’entrare del secolo XIII, Firenze, Genova e
Piacenza da Corrado II. Monete si citano di Mantova avanti l’XI secolo,
di Modena, Parma, Padova, Perugia e Reggio nel XIII, di Pisa fin dal
1175: dubbie sono quelle dei conti di Savoja salenti fin al 1048: Siena
vantane il privilegio del 1086; forse Spoleto sotto i Longobardi, e
Torino a mezzo il secolo XIII, Verona nell’XI, Volterra al 1231. Più
recenti sono quelle di Urbino, Vigevano, Vicenza, Sinigaglia, Saluzzo,
Recanati, Pesaro, Macerata, Forlì. Dopo il 1500 ebbero zecca Lecco e
Musso, durante il dominio di Gian Giacomo Medici. Il Carli, leggendo
_genenses_ per _ticinenses_ credette la zecca di Genova esistesse nel
769. Giovan Gandolfi (_Della moneta antica di Genova_) prova che Genova
battea monete prima del 1139, in cui n’ebbe diploma da Corrado II; e
certo fin dal 1102, però col tipo di Pavia; inoltre, che un anno prima
di Firenze coniò la moneta d’oro, la quale, secondo lui, potè servir
d’esempio al fiorino.
[210] Allora 72 grani d’oro equivalevano a 770 d’argento. Sarebbe
stato opportunissimo tener per legale un solo metallo, e non alterare
la proporzione fra i due col variare le parti aliquote dell’argento
come si fece. La moneta d’argento chiamata _lira_ non fu battuta che
da Cosimo I nel 1531, della bontà di 90-3/4, e del taglio di 72 la
libbra. Tre sorta di ducati avevano i Veneziani: quello d’oro di circa
lire 17; d’argento, valuta effettiva da lire 4 a 4,50; di conto da lire
3,25 a lire 4. Nell’amministrazione contavasi per ducati effettivi;
in commercio, per ducati di conto: l’effettivo valeva 8 lire venete,
l’altro lire 6 e denari 4. Vedi CARLI, diss. VII.
In un istromento del 1265 nell’Archivio diplomatico di Firenze, rogato
in Passignano, un debitore di lire quattro cede a un suo fratello
creditore un pezzo di terra al Poggio a vento, perchè si rimborsi coi
frutti di questo, valutati ai prezzi seguenti:
Lo stajo del grano soldi 2
» dell’orzo e delle fave » 2 denari 4
Il congio del vino » 8
L’orcio dell’olio » 10
La mannella del lino a saggio » — » 10
[211] Il barbaro _budget_ è di origine italiana, derivando dalla
_bolgetta_ o tasca, in cui il massajo o ministro delle finanze portava
i conti al parlamento.
[212] Leggi del 10 dicembre 1268, e 21 luglio 1296.
[213] È stampato nella storia di Giugurta Tommaso.
[214] _Quosdam montes et nemora quæ sunt circa Panormum, muro
fecit lapideo circumcludi, et parcum deliciosum satis et amœnum
diversis arboribus insitum et plantatum construi jussit, et in eo
damas, capreolos, porcos sylvestres jussit includi: fecit et in hoc
parco palatium, ad quod aquam de fonte lucidissimo per condiictus
subterraneos jussit adduci._ Chron. Salern. in _Rer. It. Scrip._, vol.
VII. pag. 194.
Ancora la campagna di Palermo è sparsa di guglie (ivi dicono
all’arabica _giarre_), che sono sfiatatoj degli acquedotti sotterranei
fabbricativi al tempo degli emiri, e che ricreano di fontane la città,
ed elevano l’acqua anche ai piani superiori delle case.
[215] Un quartiere di Palermo serba tuttora il nome di Papireto. Non
è della natura dell’egizio, bensì di quello di Siria, e differisce da
quello che germoglia a Siracusa.
[216] _Nec vero illas palatio adhærentes silentio præterire convenit
officinas, ubi in fila, variis distincta coloribus, serum vella
tenuantur, et sibi invicem multiplici texendi genere coaptantur.
Hinc enim videas amita, damitaque et trimita minori peritia perfici_
(cioè di uno, due, tre licci): _hinc examita_ (sciamito) _uberioris
materia condensari: heic diarhodon igneo fulgore visum reverberat; heic
diapisti color subviridis intuentium oculos grato blanditur aspectu;
hinc exantosmata_ (a fiori) _circulorum varietatibus insignita, majorem
quidem artificum industriam et materia ubertatem desiderant, majori
nihilominus pretio distrahenda. Multa quidem et alia videas ibi varii
coloris ac diversi generis ornamenta, in quibus ex sericis aurum
intexitur, et multiformis picturæ varietas, gemmis interlucentibus
illustratur. Margaritæ quoque aut integræ cistulis aureis includuntur,
aut perforatæ filo tenui connectuntur, et eleganti quadam dispositionis
industria, picturati jubentur formam operis exhibere._ UGO FALCANDO, in
_Rer. It. Scrip._, vol. VII.
[217] ROSARIO DE GREGORIO, _Discorso intorno alla Sicilia_, Palermo
1826.
[218] ROMUALDI SALERNITANI _Chron. ad_ 1153.
[219] Frammento pubblicato da M. Amari. Parigi 1846.
[220] PELLEGRINI, _Ad Falcandum Benevent._ ad an. 1140.
[221] _Quoscumque viros aut consiliis utiles, aut bello claros
compererat, cumulatis eos ad virtutem beneficiis invitabat,
transalpinos maxime._ UGO FALCANDO.
[222] GIANNONE, lib. XI, c. 4.
[223] Dicevasi che costei fosse monaca, e allora se ne sciogliessero i
voti:
Sorella fu, e così le fu tolta
Di capo l’ombra delle sacre bende.
Ma poi che pur al mondo fu rivolta
Contro suo grado e contro buona usanza,
Non fu dal vel del cor giammai disciolta.
DANTE, _Parad._, III.
Un cronista la fa zoppa e guercia, mentre Goffredo di Viterbo canta:
_Sponsa fuit speciosa nimis, Constantia dicta._
[224] _Chr. Placent._ Rer. It. Scrip., XVI.
[225] _Omnes cœperunt inter se de majoritate contendere, et ad regni
solium aspirare_. RICARDI S. GERMANI, _Rer. It. Scrip._, VI.
[226] _Hist. Sicula_, pag. 252 e seg.
[227] Ruggero Hoveden cronista inglese racconta che il papa pose in
testa all’imperatore e all’imperatrice la corona coi piedi, e subito
pur coi piedi ne la sbalzò, per significare la sua autorità di dare e
togliere i regni. Ha poco del probabile.
Il giuramento era: _Ego N. futurus imperator, juro me servaturum
Romanis bonas consuetudines, et firmo chartas totius generis et
libelli sine fraude et malo ingenio. Sic me Deus adjuvet et hæc sancta
Evangelia._ Le cerimonie della coronazione sono descritte dal cardinale
Cencio, che poi fu papa Onorio III, e ch’era stato presente alla
coronazione di Enrico; e furono pubblicate da PERTZ, _Monum. germ.
hist._, tom. IV. p. 187.
[228] _Imperium in hoc non mediocriter dehonestavit._ OTTO DE S.
BLASIO, pag. 889.
[229] _Imperator ipse regnum intrat, papa prohibente et contradicente_.
RICARDI S. GERMANI, pag. 972.
[230] Il marco di Colonia pesa gramme 233.87. Il franco contiene
gramme 4-1/2 di fino; sicchè il marco di Colonia vale fr. 51.97.
Dunque centomila marchi fanno franchi 5,197,100. In Sicilia correvano
gli _schifati_, moneta greca, detta così perchè formati a barca. Una
col nome di Guglielmo II in arabo, pesa 16 grani d’oro fino, sicchè
oggi varrebbe franchi 2.88. Altra moneta siciliana erano i _tarì_, dei
quali, sul fine del XII secolo, si tagliavano 24 da un’oncia d’oro,
cioè pesavano gramme 0.8792, valenti oggi franchi 2.63. Poco dopo se ne
tagliavano 29-1/2, e spesso il peso variò; giacchè l’impronta garantiva
il titolo, ma del resto si contrattavano a peso.
[231] _Omne aurum et argentum, quod de regno ad manus habere potuit,
congregavit, et in Alemanniam misit._ Chron. Fossæ Novæ, pag. 880. Vedi
OTTO DE S. BLASIO, pag. 897.
[232] Le cronache raccontano le precauzioni con cui essa ne dimostrò ai
popoli la realità: il papa stesso dovette intervenirvi, e le fece dar
giuramento che quel figlio era procreato da Enrico.
[233] FAZELLI, _Storia di Sicilia_, lib. VIII. c. 1.
[234] Nella rotta data in Sicilia a Markwaldo si trovò il testamento di
Enrico VI, ove imponeva a Federico suo figlio di riconoscere dal papa
il regno di Sicilia, il quale tornasse alla Chiesa qualora mancassero
eredi; se il papa confermasse al figlio l’Impero, ne fosse ricompensato
col restituirgli tutta l’eredità della contessa Matilde; Markwaldo
riconosca dal papa e dalla Chiesa il ducato di Ravenna, la terra di
Bertinoro, la marca d’Ancona, Medicina e Argelata sul Bolognese, i
quali ricadano alla Chiesa s’egli muore senza eredi. Il testamento è
stampato dal Muratori.
Giovanni da Ceccano esclama: — È pur morto quel leone feroce, quel lupo
sterminatore delle agnelle, quell’orrido serpente che tanti immolò.
Apuli, Calabri, Toscani, Liguri, tutti i popoli partecipano alla gioja
del sommo pontefice, ed esultano di vedersi finalmente liberati dal
tiranno che la mano di Dio colpì». E Ottone di San Biagio: — I Tedeschi
devono eternamente deplorare il lamentabile fine dell’imperatore
Enrico, perchè egli arricchì la Germania e la rese terror delle
nazioni. Col coraggio e l’abilità avrebbe rimesso l’impero romano nel
primitivo splendore se morte nol preveniva».
[235] RICARDI S. GERMANI, pag. 978.
[236] A Verona v’ha questo epitafio lambiccato:
_Luca dedit lucem tibi Luci, pontificatum_
_Ostia, papatum Roma, Verona mori;_
_Immo Verona dedit lucis tibi gaudia, Roma_
_Exilium, curas Ostia, Luca mori._
[237] _In qua plus timebatur ipse quam papa_. Gesta Innocentii III, § 8.
[238] Scossa dal tremuoto del 1319, fu poi demolita sotto Urbano III.
[239] Vedi il 2º e l’8º can. del IV concilio Lateranese _de probatione_.
[240] Antonio Vitale scrisse la _Storia de’ senatori di Roma_: ma
è opera che meriterebbe essere rifatta. La storia di Roma fu sempre
confusa con quella dei papi.
[241] Il testo della lega Toscana fu pubblicato da Scipione Ammirato
juniore nella _Storia dei conti Guidi_.
[242] _Suppositus partus, quod testibus adstruere promittebat_. Gesta
Innocentii III, § 23.
[243] Ce lo racconta il francese Villehardouin, che v’assisteva in
persona. A Paolo Ramusio il giovane, figlio del cosmografo Giovan
Battista, il senato veneto diede incarico di tradurre in latino la
storia della conquista di Costantinopoli di esso Villehardouin. Esso
svolse altre memorie intorno a que’ fatti, e in sedici anni formò
l’opera _De bello Constantinopolitano_, finita il 1573, ma stampata
solo nel 1609.
[244] Fu allora che i Veneziani acquistarono i cavalli di Lisippo, che
ornano ora il pronao di San Marco. Narra il Sanuto che nel trasportarli
a Venezia si spezzò la gamba di un cavallo: Domenico Morosini, che
comandava il vascello di trasporto, impetrò di conservarla come un
ricordo; e il consiglio assentì, e ne fece mettere una nuova, _ed io
ho veduto il detto piede_. Questo fatto sfuggì ai descrittori di quel
trofeo di tante vittorie.
[245] Allora Cremona spedì mille persone per arricchirsi delle spoglie
di Costantinopoli, come mandò una gran nave sotto Acri.
[246] SANDI, _Storia civile_, pag. 620.
[247] I patti per la imposta di Costantinopoli, stipulati nel marzo
1204 fra la Signoria veneta da una parte, e dall’altra il marchese
Bonifazio di Monferrato e i conti di Fiandra, di Blois, di San Paolo,
sono stampati nei _Monum. Hist. patriæ_, Chart. I. 1109, dove pure
la cessione che esso Bonifazio fa ai Veneziani dell’isola di Creta e
d’altre terre in Levante.
[248] _Decretum venetum_ ap. CANCIANI, v. 124.
[249] La lettera d’Innocenzo III è importantissima per conoscere le
pretensioni e il modo di vedere della santa Sede. _Regesta Imperii_,
nota 20 e seg.
[250] Nel 1160 Uguccione, vescovo di Vercelli, con un legno che teneva
in mano, investe gli uomini di Biella del monte Piazzo come feudo,
a patto che quei di loro che vogliano abitarvi devano ciascuno far
fedeltà a maniera di vassallo; poi maschi e femmine possiedano essa
terra finchè vivono, indi abbiano podestà di venderla tra sè, ma non a
chi non sia abitante di esso luogo. Il vescovo permette che godano in
esso monte i buoni usi che godevano da antico in Biella (_omnibus bonis
usis, quos erant usi habere in loco Bugelle in veteri tempore_); onde
rimette i bandi che egli soleva avere in essa Biella, salvo i seguenti:
spergiuro, adulterio, furto, omicidio o ferita, pesche e caccie.
Essi uomini devano salire quel monte, edificarvi, non impedire che il
vescovo vi salga con suo seguito; ma egli non vi porrà castellano se
non con loro consenso. MULLATERA, _St. di Biella_, pag. 36.
Bongiovanni, nunzio del vescovo di Vercelli, imponeva che i possessori
di un tal manso portassero ogni anno i rami di olivo per la domenica
delle Palme, e metà del crisma, ed empissero metà delle fonti; e
quei dell’altro, portassero l’altra metà del crisma, ed empissero il
resto delle fonti, e facessero il fuoco a Natale e a Santo Stefano, e
scuotesserlo alla Candelara e al sabbato santo. _Monum. Hist. patriæ_,
Chart. II. 1294.
Gualterio vescovo di Luni nel 1200 questi patti faceva agli uomini di
sua giurisdizione. Se molti siano consorti in un villaggio, ed uno o
più facciano tradimento, sieno privati d’esso villaggio, ed aprasi
ai loro eredi; o se non n’abbiano, vi sottentrino i consorti. Se
alcuno tardi due anni il fitto o livello, paghi il doppio, oppure sia
privato dell’ente per cui paga. Nessuno acquisti casa o campo o vigna
senza istromento. Se alcuno depone querela contro un altro, anticipi
quattro lire imperiali al giudice o ai consoli; e questi non ricevano
più di sedici denari per lira, da pagarsi da chi perde la causa. Così
determina il prezzo degli atti notarili. Se alcuno mena moglie, non
dia come antefatto più d’un terzo della dote. Nessuna vedova si mariti
durante il lutto, ecc. _Ivi_, 1203.
[251] LUPO, _Cod. diplom._, tom. II, passim; RONCHETTI, _Mem. stor.
della città e chiesa di Bergamo_, cap. IV. p. 27.
[252] _Et sic civitas Mediolani, quæ territorio trium milliariorum
extra civitatem contenta fuerat, longe lateque alas suas expandit. Nam
ducatus Burgariæ, marchionatus Marthexanæ, comitatus Seprii, comitatus
Parabiagi, et comitatus Leuci, qui omnes quasi domestici inimici terram
istam semper invaserant...., facti sunt subjecti et servi perpetui
civitatis Mediolani._ GALV. FIAMMA, Manip. florum.
[253] _Breve istoria dell’origine e fondazione della città del Borgo di
Sansepolcro_, per ALESSANDRO GORACCI, 1636. Gli storici del secolo XVI
e XVII non intendono nulla degli ordinamenti municipali; pure aveano
sottocchio carte che poi si smarrirono, e tradizioni non ancora spente.
In tutti vedi una città che si redime dai conti, compra privilegi dagli
imperatori, abbatte i castellani vicini, i quali poi venuti in città,
vi portano resìe.
[254]
_Et nunc iste comes, consors et conscius ante,_
_Ille potens princeps, sub quo romana securis_
_Italice punire reos, de more vetusto,_
_Debuit injustitiæ, victrici cogitur urbi_
_Et modicus servire cliens, nulloque relicto_
_Jure sibi, dominicæ metuit mandata superbæ._
GUNTERO, lib. III.
[255] Nei _Monum. Hist. patriæ_, Chart. I. 708. 807. 865. 910.
[256] _Bertoldus princeps Aquilejæ est amicatus cum Paduanis, et factus
est paduanus civis; et in cittadinantiæ firmitatem et signum fecit
de sua camera quædam in Padua ædificari palatia, et se poni fecit cum
aliis civibus Paduæ in coltam sive datiam. Tunc quoque incepit mittere,
et adhuc mittit hodie omni anno de suis melioribus militibus duodecim,
qui jurant, in principio potestariæ cujuslibet, præcepta et sequentia
potestatis pro domino patriarca et suis. Quod videns feltrensis et
belunensis episcopus, fecit et ipse similiter, non tamen in quantitate
eadem._ ROLANDINO.
[257] SAVIOLI, _Ann. bologn._, I. dipl. CLVI.
[258] Dalle storie bolognesi ricaviamo che nel 1123 i consoli col
vescovo ricevono in protezione i castelli di Rudiliano, Sanguineta,
Cavriglia; nel 1131 quei di Nonantola come cittadini d’una delle
quattro porte, ed essi giurano fare due spedizioni all’anno fin ai
confini, una con cavalli, l’altra pedoni; nel 1144 quei di Savignano
e Cetola si fanno cittadini, cedendo la rôcca e la curia; nel 1157
quei di Monteveglio, Moreto, Caneto giurano, obbligandosi militare
pei Bolognesi anche contro l’Impero; nel 1164 i castelli di Bedolo,
Battidizio, Gesso, Trifane giurano obbedienza al popolo maggiore e
minore di Bologna, e pagargli il fitto e il feudo ecc.
[259] «Et che nullo nobile.... undunque sia, possa u debbia in alcuna
cauza criminale in alcuna Corte contro alcuno di popolo rendere
testimonia, e se la rendrà la testimonia non vaglia, ne tegna ipso
jure, et nondimeno sia condannato dal capitano del populo da lire
X. in lire C ad suo arbitrio, _Statuti di Pisa, ms_. § 162. — Et che
nullo nobile della cita di Pisa u daltronde, ad tempo d’alcuno romore,
durante lo romore ardisca u presuma d’escire con arme u sensa arme
della casa in de la quale elli abita sotto pena del avere et della
persona ad arbitrio del capitano. _Ivi_, § 165».
Con bel decreto, dato da Parma il luglio 1226, Federico II manda suo
podestà alla ghibellina Pavia Villano Aldighieri di Ferrara, perchè
severamente mantenga la concordia fra’ cittadini: a tal uopo ordina si
sciolga qualunque società di popolani o di militi; nè gli uni nè gli
altri abbiano podestà o consoli speciali, ma vengano tutti governati
dal rettore del Comune, dal quale solo dipendano gli armati; statuarj,
consiglieri, uffiziali sieno eletti come faceasi da dieci anni in poi;
annullata la libertà dai militi data ad alcuni borghi od abitanti del
distretto; non si ponga ostacolo al portar vittovaglie in città; non
si faccia adunanza di nobili o di popolo a suon di campana; bando e
infamia a chi contraffà.
[260] _Statut._, lib. III. c. 168. 169. Lo statuto 170, _de cerna
potentium_, fa il catalogo delle famiglie nobili, _ne sub velamine
popularium defendantur_.
[261] _Croniche_, IV. 78. — Ai Guelfi rende giustizia persino Voltaire,
dicendo che l’imperatore _voulait régner sur l’Italie sans borne et
sans partage_ (Essai, cap. 66); e chiama i Guelfi _partisans de la
papauté, et encore plus de la liberté_ (cap. 52). Guelfi e Ghibellini
erano come i Tories e Whigs dell’odierna Inghilterra; bisogna essere
di quel partito, e conservarlo quand’anche cambia; i Tories del 1843
fecero tutto quello che voleano i Whigs nel 1830. Così i Guelfi di
Firenze divengono fautori dell’Impero e nemici del papa; non cambiano
nome, ma diconsi _bianchi e neri_; Dante era guelfo, come testè fu tory
Roberto Peel.
Vedi il trattato di Bártolo sui Guelfi e Ghibellini. Una storia de’
Guelfi e Ghibellini nostri sarebbe la più bella spiegazione delle
vicende italiane.
[262] Nelle _Memorie e documenti per servire alla storia di Lucca_,
vol. III. p. 47, leggesi: _Orlandinus notarius, filius domini
Lanfranchi, et Chele filius Lamberti, sindici et procuratores hominum
partis guelfæ, eorum terræ.... volentes se et alios eorum partis ab
erroris tramite revocare, et Lucanam civitatem recognoscere tamquam
eorum matrem, et ad hoc ut tota provincia vallis Neubulæ_ (val di
Nievole) _bonum statum sortiatur, promiserunt et concenerunt... quod
ipsi et alii eorum partis guelfæ de dictis communitatibus perpetuo
erunt in devotione Lucani communis etc._
In Milano il colore de’ Guelfi era il bianco, de’ Ghibellini il rosso.
In Valtellina i Guelfi portavano piume bianche alla tempia destra e
un fiore all’orecchio destro; i Ghibellini piume rosse o un fiore alla
sinistra. Tutti i palazzi di Firenze hanno merli quadrati, eccetto uno.
Brescia nel 1212 avea tre podestà, eletti da tre fazioni.
[263] Vedasi in capo ai vol. I e II dei _Monumenta historica ad
provincias Parmensem et Placentinam pertinentia_ (Parma 1857) un
discorso del cav. Ronchini, che dà la storia civile del paese. L’ultimo
degli statuti di Parma, stampati nel 1858, è tale: _Nullus de civitate
vel episcopatu Parmæ de cetero contrahat aliquam parentelam vel
matrimonium cum aliquo vel cum aliqua, qui vel quæ non sit de parte
Ecclesiæ: nec aliquis sit mediator nec proxeneta nec relator verborum
aliquorum dictæ parentelæ faciendæ, nec testis, nec instrumentum
celebret seu scribat, nec promissionem, nec securitatem, nec tractatum
faciat, vel recipiat ullo modo alicujus parentelæ faciendæ, in aliquo
tempore. Et si aliqua promissio vel securitas facta est de aliqua
parentela facienda, sit nullius momenti. Et si qui vel si qua de cetero
contra prædicta vel aliquod prædictorum fecerit vel facere præsumserit,
in tantum puniatur. Mediator vero, sive proxeneta puniatur in trecentis
libris parm.; et testis in trecentis libris parm., et tabellio puniatur
in tantumdem, et perpetuo ab officio notariatus sit remotus: fratres
nihilominus mulierum, si patrem mulier non habet, in mille libris parm.
quilibet puniantur._
[264]
Non s’attien fede nè a comun nè a parte,
Chè Guelfo e Ghibellino
Veggio andar pellegrino,
E dal principe suo esser deserto.
Misera Italia! tu l’hai bene esperto
Che in te non è latino
Che non strugga il vicino
Quando per forza e quando per mal arte.
GRAZIOLO, cancelliere bolognese nel 1220.
Ed ora in te non stanno senza guerra
Li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
Di quei che un muro ed una fossa serra.
Cerca, misera, intorno dalle prode
Le tue marine, e poi ti guarda in seno
Se alcuna parte in te di pace gode.
DANTE, _Purg._, VI.
Benchè non fossero costanti nel parteggiare, offriamo alquanti dei nomi
che assumeano le fazioni in varie città:
GUELFI GHIBELLINI
Milano Torriani Visconti
Firenze Neri Bianchi
Arezzo Verdi Secchi
Genova Rampini Mascherati
Grimaldi e Fieschi Doria e Spinola
Como Vitani Rusca
Pistoja Cancellieri Panciatichi
Modena Aigoni Grasolfi
Bologna Scacchesi (Geremei) Maltraversi (Lambertazzi)
Verona San Bonifazio Tegio
Piacenza Cattanei Landi
Pisa Pergolini (Visconti) Raspanti (Conti)
Roma Orsini Savelli
Siena Tolomei Salimbeni
Orvieto Malcorini Beffati
Asti Solari Rotari
A Roma i due fratelli Stefano e Sciarra Colonna erano capi, uno dei
Guelfi, l’altro de’ Ghibellini. Inoltre erano emuli nelle varie città,
senza star saldi a una parte sola, Beccaria e Langosco in Pavia;
Tornielli e Cavalazzi o Brusati in Novara; in Ferrara Salinguerra e
Adelardi; in Vercelli Avvocati e Tizzoni; in Lodi, Vignati e Vistarini;
in Genova, Doria e Adorni; in Asti, Isnardi e Gottuari; in Perugia,
Oddi e Baglioni; in Bergamo, Suardi e Colleoni, Bongi e Rivoli; in
Brescia, Casalalta e Bruzella; in Perugia, Bettona, Assisi la parte di
sopra e quella di sotto; in Padova, Carrara e Macaruffo; in Sicilia,
Palizzi, Alagona, Ventimiglia, Chiaramonti; in Ravenna, Polenta e
Bagnacavallo; in Imola, Mendoli e Brizi; in Faenza, Manfredi e Acarisi;
in Rimini, Gambacari e Amadei; in Forlì, Ordelaffi e Galboli; in
Cesena, Righizzi e Popolo; in Sangeminiano, Ardinghelli e Salvucci; in
Sansepolcro, Graziani e Goracci contro Pichi e Righi; in Acqui, i Blesi
e i Bellingeri.... A Savigliano erano ghibellini i Cambiano, i Soleri,
i Galateri; in Alba, capi dei Guelfi i Graffagnini; e così via.
[265] G. VILLANI, V. 9. — _In diebus meis vidi plusquam quinquies
expulsos stare milites de Papia, quia populus fortior illis erat_.
_Ventura_, _Chron. Astense_, cap. VIII. Rer. It. Scrip., XI.
[266] _Chron. Astense_, cap. XVII. — SAVIOLI, _Ann. bologn. ad ann._ —
G. VILLANI, IX. 213.
[267] Dicevansi i Senesi il popolo più orgoglioso della Toscana
e vendicativo; di malafede i Romagnuoli; volubili e impazienti i
Genovesi: i Milanesi pacchioni ecc. San Bernardo nel 1152 scriveva:
_Quid tam notum sæculis quam protervia et fastus Romanorum? gens
insueta paci, tumultui assueta, gens immitis et intractabilis usque
adhuc, subdi nescia nisi quum non valet resistere._ De consideratione,
IV. 2. Basta legger Dante per raccorvi ingiurie contro ciascuno de’
nostri popoli.
[268] Avverti la distinzione tra i Ferraresi e il Comune di Ferrara.
_Ant. Estensi_, part. I. c. 39.
[269] Il carroccio di Cremona chiamavasi Gajardo; quel di Padova,
Berta; quel di Parma, Crepacuore o Regoglio ecc.
[270] Vedi spesso il Machiavelli, che dice come le guerre prima de’
suoi dì «si cominciavano senza paura, trattavansi senza pericolo,
finivansi senza danno»; lib. V. Anche il Guicciardini dice la battaglia
del Taro «memorabile, perchè fu la prima che da lunghissimo tempo
in qua si combattesse con occisione e col sangue in Italia». E più
umanamente il buon Muratori narra d’una battaglia del 1469, importante
«ma con uccisione di pochi perchè in questi tempi gli Italiani faceano
guerra non da barbari ma da cristiani, e davano quartiere a chiunque
non potendo resistere si arrendeva».
[271] _Chron. Ferrariæ_, Rer. It. Scrip., VIII.
[272] Chi ricorda le colonie civilizzanti e lavoratrici che proponevano
i Sansimoniani nel 1833, e i Falansteri di Fourier predicati dopo il
1840, ne troverà già il modello nei Cistercensi. Dove era il grosso
dei loro possessi doveva porsi una colonia di frati conversi, diretti
da un professo, il quale era come il fattore di tutta la grancia o
cascina. Egli dava il segno quando dovessero uscire al lavoro, egli
distribuiva ad essi i ferri del mestiere, egli ne fissava le funzioni
di armentiero, carrettiere, zappatore, boaro, e così via. Non doveva
accettarsi frate se non chi potesse guadagnarsi il vivere colle proprie
mani. I conversi non doveano tenere alcun libro, nè imparar altre preci
che il _pater_, il _credo_ e il _miserere_. Chi avesse dei fondi male
andati chiamava una colonia di Cistercensi a rimetterli in essere: così
Rainaldo arcivescovo di Colonia, ch’era venuto a portarci guerra col
Barbarossa, avendo trovato la sua prebenda in disordine, chiamò di tali
frati, _qui et curtibus præessent, et annuos redditus reformarent_.
Il monastero di Chiaravalle fu fondato nel 1135 con tenuissime rendite,
ma i monaci lavorando, comprando principalmente i _zerbi_ cioè incolti,
e prendendo a livello, ebber in breve quattro buone possessioni: indi
acquistarono il fondo di Cerreto nel Lodigiano, e Morimondo nel Pavese,
e altri. A Chiaravalle, sopra uno spazio di tre pertiche appena, si
incrocicchiano ben sette acquedotti artifiziali. Fin del 1138 ci resta
un contratto, ove quei monaci compravano alquanti zerbi da un Giovan
Villano col diritto di trarre acqua dalla Vetabia, e di potere all’uopo
fare fossati traverso ai poderi d’esso Villano e una chiusa: _ut
monasterium possit ex Vectabia trahere lectum, ubi ipsum monasterium
voluerit: et si fuerit opus, liceat facere eidem monasterio fossata
super terram ipsius Johannis ab una parte vie et ab alia, et possit
firmare et habere clusam in prato ipsius Johannis, etc._ Di simil
tenore molte carte sono addotte nelle _Memorie Longobardiche Milanesi_,
e massime per l’acquisto delle acque d’un fosso che i Milanesi aveano
fatto attorno alla città, obbligandosi di tenerlo spurgato. Fin
d’allora vi riscontriamo tutti gli artifizj presenti di paratoje,
stravacatori, salti di gatto, bocchelli, incastri; insegnarono essi
l’economica distribuzione per ore, vendendo e affittandone il diritto.
Coltivavano anche la vigna, e tutti gli storici nostri menzionano una
botte di 500 brente di vino, ch’essi distribuivano in elemosina. _Prati
marcidi_ son mentovati in carte del 1233 e 35 e 54.
È un dovere il rammentare al secolo gaudente le opere di quei poltroni
di frati (nota tratta dalla _Storia di Milano_ del Cantù).
[273] AFFÒ, _Storia di Parma_, tom. II. p. 249. Anche più tardi Amedeo
VIII di Savoja faceva doni a un eremita che s’occupava di mantenere
le strade presso Ginevra, ed altri a un canonico che fondò la strada
da Meillery a Bret. V. CIBRARIO, _Economia polit._, 363. Una supplica
sporta il 5 aprile 1317 alla Signoria di Firenze comincia: _Cum fratres
Sancti Salvatoris de Septimo et fratres Humiliatorum omnium Sanctorum
de Florentia, olim et hodie multipliciter servierint et quotidie
serviant communi et populo florentino in omnibus quæ ipsi communi
expediunt etc._
[274] «E tutte le creature appellava fratelli e sirocchie, dicendo
che tutti aveano uno cominciamento da un medesimo creatore e padre».
_Vite de’ Santi Padri._ — _Fratres mei aves, multum debetis laudare
Creatorem.... Sorores meæ hirundines... Segetes, vineas, lapides
et silvas, et omnia speciosa camporum, terramque et ignem, aerem et
ventum, ad divinum movebat amorem.... Omnes creaturas fratris nomine
nuncupabat, frater cinis, soror musca._ TOM. CELANO suo discepolo.
_Acta SS. octobris_. Vedi i _Fioretti_ di san Francesco, uno de’ più
ingenui libri del nostro Trecento.
[275] È particolarità notevole nei frati questa venerazione per
le opere di Dio, e la custodia delle piante storiche. Abbiamo già
accennato l’albero di san Benedetto a Napoli: a Roma si sta volentieri
al rezzo di quello ove san Filippo Neri col bello educava alla virtù
i giovani del suo Oratorio: ivi pure a Santa Sabina additano un
arancio piantato da san Domenico: uno da san Tommaso d’Aquino a Fondi.
Se Aristotele o Teofrasto scrivessero ora la storia naturale, non
dimenticherebbero queste particolarità.
[276]
Nullo donca oramai più mi riprenda,
Se tal amore mi fa pazzo gire.
Già non è core che più si difenda...
Pensi ciascun come cor non si fenda,
Fornace tal come possa patire....
Data m’è la sentenza
Che d’amore io sia morto;
Già non voglio conforto
Se non morir d’amore....
Amore, amore, grida tutto il mondo;
Amore, amore, ogni cosa clama...
Amore, amor, tanto pensar mi fai;
Amore, amore, nol posso patire;
Amore, amore, tanto mi ti dai;
Amore, amore, ben credo morire;
Amore, amore, tanto preso m’hai;
Amore, amore, fammi in te transire;
Amor, dolce languire;
Amor mio desioso,
Amor mio dilettoso,
Annegami d’amore.
Amor, amor, Jesù son zonto a porto;
Amor, amor, Jesù dammi conforto;
Amor, amor, Jesù sì m’ha infiammato;
Amor, amor, Jesù io sono morto...
Amor, amor, per te sono rapita;
Amor, amor, viva, non me dispregia;
Amor, amor, l’anima teco unita;
Amor, tu sei sua vita,
Jam non se po’ partire,
Perchè la fai languire,
Tanto struggendo amore.
[277] _Ap_. JOH. LUCIUM, _De regno Dalmatiæ_, pag. 338; e GHIRARDACCI,
_Storia di Bologna_, lib. V.
[278] _Impugnationis arma secum fratres non deferant nisi pro
defensione romanæ ecclesiæ, christianæ fidei, vel etiam terræ ipsorum_.
Cap. VII.
[279] Guitton d’Arezzo scriveva di san Francesco:
Cieco era il mondo, tu failo visare;
Lebbroso, hailo mondato;
Morto, l’hai suscitato;
Sceso ad inferno, failo al ciel montare.
Dante ne pone un magnifico elogio in bocca a san Tommaso e san
Bonaventura nel X e XI del _Paradiso_.
[280] LANDULFI SENIORIS _Historia Mediolani_, II. 27.
[281] _Multa petebant instantia prædicationis auctoritatem sibi
confirmari._ Stefano di Borbon ap. GIESLER, pag. 510.
Che il nome di Valdesi derivi da Pietro Valdo, lo smentirebbe il
trovarlo in un manoscritto della _Noble leçon_ di Cambridge che si
suppone del 1100, cioè prima di esso Valdo, ove leggesi in provenzale:
_Que non vollìa maudire, ni jurar, ni mentire,_
_Ni ahountar, ni ancire, ni prenre de l’autrui,_
_Ni venjar se de li sio ennemie,_
_Illi disent quel és Vaudés, e degne de murir._
Forse viene dal tedesco _wald_ foresta. — Cataro in greco vuol dire
_puro_, e forse presero tal nome per la pretesa innocente vita.
Sant’Agostino già chiama _cataristi_ i Manichei, _De hær. Manich._ I
Tedeschi chiamano ancora _ketzer_ gli eretici. — _Patarini_ furon detti
da _pati_, perchè ostentavano penitenza; o dal _pater_, che era la loro
preghiera. In una costituzione di Federico II leggesi: _In exemplum
martyrum, qui pro fide catholica marthyria subierunt, Patarenos se
nominant, veluti expositos passioni._ Ed anche le _Assise_ di Carlo I
portano nel francese d’allora: _Li vice de ceaus son coneu par leur
anciens nons, et ne veulent mie qu’il soient apelé par leur propres
nons, mais s’apellent Patalins par aucune excellence, et entendent
que Patalins vaut autant comme chose abandonnée à soufrir passion en
l’essemble des martyrs, qui souffrirent torment pour la sainte foy._
Con infiniti nomi se ne indicavano le varie sêtte, de’ _Gazari_,
_Arnaldisti_, _Giuseppini_, _Leonisti_, _Bulgari_ (da cui il _bougre_
dei Francesi, e il _bolgiron_ de’ Lombardi), _Circoncisi_, _Publicani_,
_Insabbatati_, _Comisti_ (che alcuno volle chiamati così da Como),
_Credenti di Milano_, _di Bagnolo_, _di Concorezzo_, _Vanni_, _Fursci_,
_Romulari_, _Carantani_....
[282] Così il Vignerio, reputato dai Protestanti restauratore della
storia ecclesiastica. _Bibliotheca historica_, addiz. alla P. II. p.
313. Anche frà Ranerio Saccone dà per origine delle chiese di Francia e
d’Italia quelle di Bulgaria e Drungaria.
«Quando i Valdesi si separarono da noi, ben pochi dogmi avevano
contrarj ai nostri, o forse nessuno». BOSSUET, _Hist. des variations_,
lib. XI. — E fra Ranerio Saccone: _Cum omnes aliæ sectæ immanitate
blasphemiarum in Deum audientibus horrorem inducant, hæc magnam
habet speciem pietatis, eo quod coram hominibus juste vivant, et bene
omnia de Deo credant, et omnes articulos qui in symbolo continentur
observent; solummodo romanam ecclesiam blasphemant et clerum_.
Corrado Uspergense dice che papa Lucio li condannò per alcuni dogmi ed
osservazioni superstiziose. Claudio di Seyssel arcivescovo di Torino
dichiarò irriprovevole la loro vita: locchè a Bossuet pare una nuova
seduzione del demonio.
Moltissimi autori ne scrissero: e dopo tornati i suoi re al Piemonte
nel 1814, qualche inquietudine fu data ai Valdesi rifuggiti nelle
valli subalpine; onde i re di Prussia ed Inghilterra porsero ad essi
soccorso. Allora varj Inglesi andarono a visitarli, e ne uscirono
diversi scritti, quali sono _Authentic details of the Valdenses in
Piedmont and other countries, with abridged translations of_ L’histoire
des Vaudois par Bresse, _and_ La rentrée glorieuse d’Henri Armand;
_with the ancient Valdesian catechism; to which is subjoined original
letters, written during a residence among the Vaudois of Piedmont and
Würtemberg in_ 1825. Londra.
GILLY, _Narrative of an excursion to the mountains of Piedmont in the
year 1823, and researches among the Vaudois or Waldenses protestants
inhabitants of the Cottien alpes. With maps_. Londra 1820.
JONES, _The history of the Christian Church, including the very
interesting account of the Waldenses and Albigenses_, 2 vol.
LOWTHEC’S _Brief observations on the present state of the Waldenses_.
1825.
ACLAND, _A brief sketch of the history and present situation of the
Vaudois_. 1826.
ALLIX, _Some remarks upon the ecclesiastical history of the ancient
churches of Piedmont_.
_Recherches historiques sur la véritable origine des Vaudois_. Parigi
1836. È cattolico.
PEYRUN, _Notice sur l’état actuel des églises vaudoises_. Ivi, 1822. Li
sostiene coevi del cristianesimo.
A. MUSTON, _Hist. des Vaudois des vallées du Piémont_. 1834.
_L’Israel des Alpes, ou les Martyrs vaudois_ li fa oriundi da Leone,
che nel IV secolo si separò da papa Silvestro, quando questi accettò
beni temporali da Costantino.
[283] Abbiamo consultato in proposito moltissime opere e diversi
manoscritti e processi. Il cremonese Moneta, uom dissoluto, sentendo
predicare in Bologna Reginaldo d’Orléans, si convertì, e fatto
inquisitor della fede a Milano il 1220, _tamquam leo rugiens_
si scagliò contro le eresie, e scrisse una _Summa theologica_,
grosso volume in-foglio, edito a Roma il 1743 dal padre Tommaso
Agostino Richino col titolo _Venerabilis patris Monetæ Cremonensis,
ordinis Prædicatorum, sancto patri Dominico æqualis, adversus
Catharos et Valdenses libri quinque._ Il Saccone, dopo stato cataro
diciassett’anni, si convertì, e li perseguitò come vedremo; e la
sua _Summa de Catharis et Leonistis, sive Pauperibus de Lugduno_ fu
inserita nel _Thesaurus novus anecdotorum_ dei PP. Martène e Durand,
Parigi 1717, tom. V. In questa _Summa_ trovo menzionato un volume di
dieci quaderni, in cui Giovanni di Lugio avea deposti i suoi errori.
Buonaccorso, già vescovo dei Catari in Milano, li confutò nella
_Manifestatio hæreseos Catharorum_: è nello _Spicilegio_ del padre
d’Achery, tom. I. p. 208 del 1723. Nel suddetto _Thesaurus_ vedasi
pure una _dissertatio inter Catholicum et Patarinum_; e l’opera di frà
Stefano di Bellavilla inquisitore.
Questo punto si attacca a opinioni ridestatesi ai giorni nostri sul
comunismo, onde molto se ne parlò di recente, e noi di proposito ne
abbiamo trattato negli _Eretici d’Italia_.
[284] Il domenicano Sandrini, che potè a sua posta indagare gli archivj
del Sant’Uffizio in Toscana, scrive: — Per quanto io abbia cercato
ne’ processi eretti da’ nostri frati, non ho trovato che gli eretici
Consolati in Toscana passassero ad atti enormi, e che si commettesse
mai da loro, massime tra uomini e donne, eccesso di senso; onde, se
i frati non si tacquero per modestia, il che non mi par credibile
in uomini che abbadavano a tutto, i loro errori erano, più che di
sensualità, d’intelletto». Ap. LANZI, _Lezioni di antichità toscane_,
XVII.
[285] MONETÆ _Summa_.
[286] Due ne pubblicò Costantino contro gli eretici, uno Valentiniano
I, due Graziano, quindici Teodosio I, tre Valentiniano II, dodici
Arcadio, diciotto Onorio, dieci Teodosio II, e tre Valentiniano III,
tutti inseriti nel codice Giustinianeo.
[287] _Late patet Dei clementia, qui, pulso infidelitatis errore,
veritatem fidei suis fidelibus patefecit: justus enim ex fide vivit,
qui vero non credit, jam judicatus est. Nos igitur, qui gratiam fidei
in vanum non recipimus, omnes non recte credentes, qui lumen fidei
catholicæ hæretica pravitate in imperio nostro conantur extinguere,
imperiali volumus severitate puniri, et a consortio fidelium per
totum imperium separari; præsentium tibi auctoritate mandantes,
quatenus hæreticos Valdenses et omnes qui in Taurinensi diœcesi
zizaniam seminant falsitatis, et fidem catholicam alicujus erroris seu
pravitatis doctrina impugnant, a toto Taurinensi episcopatu imperiali
auctoritate expellas; licentiam enim, auctoritatem omnimodam, et
plenam tibi conferimus potestatem, ut, per tuæ studium sollicitudinis,
Taurinensis episcopatus area ventiletur, et omnis pravitas, quæ fidei
catholicæ contradicit, penitus expurgetur_. Ap. GIOFFREDO, Storia delle
Alpi Marittime al 1209.
[288] Höffler pubblicò (_Kaiser Friedrich II, ein Beytrag etc._ Monaco
1844) nuove lettere di Federico II, fra cui la seguente a papa Gregorio
IX, relativa all’inquisizione ereticale:
_Celestis altitudo consilii, que mirabiliter in sua sapientia cuncta
disposuit, non immerito sacerdotii dignitatem et regni fastigium
ad mundi regimen sublimavit, uni spiritualis et alteri materialis
conferens gladii potestatem, ut hominum ac dierum excrescente malitia,
et humanis mentibus diversarum superstitionum erroribus inquinatis,
uterque justitie gladius ad correctionem errorum in medio surgeret,
et dignam pro meritis in auctores scelerum exerceret ultionem.... Quia
igitur ex apostolice provisionis instantia, qua tenemini ad extirpandam
hereticam pravitatem, potentiam nostram ad ejusdem heresis exterminium
precibus et monitionibus excitatis; ecce ad vocem virtutis vestre,
zelo fidei quo tenemur ad fovendam ecclesiasticam unitatem gratanter
assurgimus, beneplacitis vestris devotis affectibus concurrentes, illam
diligentiam et sollicitudinem impensuri ad evellendum et dissipandum
de predictis civitatibus pestem heretice pravitatis, ut auctore Deo,
cui gratum inde obsequium prestare confidimus ac vestris coadjuvantibus
meritis, nullum in eis vestigium supersit erroris, ac finitimas et
remotas quascumque fama partes attigerit, inflicta pena perterreat, et
omnibus innotescat nos ardenti voto zelare pacem Ecclesie, et adversus
hostes fidei ad gloriam et honorem matris Ecclesie ultore gladio
potenter accingi. Dat. Tarenti_ XXVIII _febr. indict._ IV.
In un’altra lettera esso Federico insiste con nuovo fervore per la
repressione degli eretici: _Ut regi regum, de cujus nutu feliciter
imperamus, quanto per eum hominibus majora recipimus, tanto
magnificentius et devotius obsequamur, et obedientis filii mater
Ecclesia videat devotionem ex opere pro statu fidei christiane, cujus
sumus tamquam catholicus imperator precipui defensores, novum opus
assumpsimus ad extirpandam de regno nostro hereticam pravitatem, que
latenter irrepit et tacite contra fidem. Cum enim ad nostram audientiam
pervenisset, quod, sicut multorum tenet manifesta suspicio, partes
aliquas regni nostri contagium heretice pestis invaserit, et in locis
quibusdam occulte latitant erroris hujusmodi semina rediviva, quorum
credidimus per penas debitas extirpasse radices, incendio traditis,
quos evidens criminis participium arguebat; providimus ut per singulas
regiones justitiarias cum aliquo venerabili prelato de talium statu
diligenter inquirant, et presertim in locis, in quibus suspicio
sit hereticos latitare, omni sollicitudine discutiant veritatem.
Quidquid autem invenerint, fideliter redactum in scriptis, sub amborum
testimonio serenitati nostre significent, ut per eos instructi, ne
processu temporis illic hereticorum germina pullulent, ubi fundare
studemus fidei firmamentum, contra hereticos, et fautores eorum, si
qui fuerint, animadversione debita insurgamus. Quia vero supradicta
vellemus per Italiam et Imperium exequi ut sub felicibus temporibus
nostris exaltetur status fidei christiane, et ut principes alii
super his Cesar em imitentur; rogamus beatitudinem vestram quatenus
ad vos, quem spectat relevare christiane religionis incommodum, ad
tam pium opus et officii vestri debitum exequendum diligentem operam
assumatis, nostrum si placet efficaciter coadjuvandum propositum, ut
de utriusque sententia gladii, quorum de celesti provisione vobis
ac nobis est collata potentia, subsidium non dedignatur alternum,
hereticorum insania feriatur, qui in contemtum divine potentie extra
matrem Ecclesiam de perverso dogmate sibi gloriam arroganter assumunt.
Messine_ XV _jul. indict._ VI.
[289] Constitutio _Inconsutilem_; Const. _De receptoribus_, lib. I, —
Una lettera d’Onorio III papa alle città lombarde 1226 (RAYNALDI, _ad
an._ Nº 26) dice che «l’imperatore gli recò lamento perchè esse città
l’avessero impedito di procedere come si era proposto contro l’eresia».
[290] RAYNALDI, _ad_ 1231. — CORIO, part. II. f. 72.
[291] Per _ussit_: è in piazza de’ Mercanti. Ma Galvano Fiamma,
frate, cronista di retto senso, dice: _In marmore super equum residens
sculptus fuit, quod magnum vituperium fuit._ Il Frisi, nelle _Mem. di
Monza,_ II. 101, reca gli statuti dell’arcivescovo Leon da Perego e
dell’arciprete di Monza contro gli eretici.
[292] Cap. XXXI _De simonia_; cap. XXIV _De accusationibus_.
[293] Cap. fin. _De hæreticis_.
[294] BERGIER, _Dictionnaire théol._, voc. _Inquisition_. Gli
enciclopedisti rimproverano all’Inquisizione spagnuola d’avere abusato
«nell’esercizio d’una giurisdizione, in cui gl’italiani suoi inventori
usarono tanta dolcezza».
[295] Per dire un caso fra cento, nel 1220 i Trevisani diedero il
guasto alle diocesi di Ceneda e di Feltre e Belluno; e dell’ultima
uccisero anche il vescovo.
[296] BOLLAND., tom. X, _Vita s. Petri Parens_.
[297] _Regesta_, num. 123. 124, e pag. 130. lib. X.
[298] GIACHI, _App. alle Ricerche storiche di Volterra_.
[299] _Archivio dipl. fiorentino_.
[300] RICARDI S. GERMANI, _Chron. ad ann_. 1232.
[301] Ap. MATTIA PARIS _ad_ 1243.
[302] Firenze serba molte memorie di que’ fatti. Sulla facciata
dell’uffizio del Bigallo, rimpetto a San Giovanni, due affreschi
di Taddeo Gaddi figurano san Pietro martire quando a dodici nobili
fiorentini dà lo stendardo bianco colla croce rossa per tutela della
fede. San Pietro fu deposto in altro magnifico arco in Sant’Eustorgio a
Milano coll’epitafio scritto da san Tommaso:
_Præco, lucerna, pugil Christi, populi fideique._
_Hic silet, hic tegitur, jacet hic mactatus inique_
_Vox ovibus dulcis, gratissima lux animorum,_
_Et verbi gladius, gladio cecidit Catharorum etc._
[303] _Chron. parmense_ nei Rer. It. Scrip., IX.
[304] FR. CHRIST. SCHLOSSER,_ Abelardo e Dolcino; vita ed opinioni d’un
entusiasta e d’un filosofo._ Gota 1807. — C. BAGGIOLINI, _Dolcino e i
Patareni_. Novara 1838. — JULIUS KRONE, _Frà Dolcino und die Patarener,
historische Episode aus den piemontesischen Religionskriegen_. Leipzig
1844.
[305] MARTÈNE e DURAND, _Collect. ampl._, III. 304.
[306] Furono espresse con questo barbaro distico:
Gram. _loquitur_: dia. _vera docet_: rhet. _verba colorat_:
Mus. _canit_: ar. _numerat_: geo. _ponderat_: ast. _colit astra_.
Meno rozzamente le compendiò l’Ostiense, _Summ. lit. de magistris_:
Grammatica. _Quidquid agunt artes, ego semper prædico partes._
Dialectica. _Me sine, doctores frustra coluere sorores._
Rhetorica. _Est mihi dicendi ratio cum flore loquendi._
Musica. _Invenere locum per me modulamina vocum._
Geometria. _Rerum mensuras, et rerum signo figuras._
Arithmetica. _Explico per numerum quid sit proportio rerum._
Astronomia. _Astra viasque poli vindico mihi soli._
[307] _Ab annis puerilibus eruditus est in scholis liberalium artium et
legum secularium, ad suæ morem patriæ_. MILONE CRISPINO, Vita Lanfr.,
cap. V.
[308] _Præfatio ad Monologium._
[309] _Veritas intellectus est adæquatio intellectus et rei, secundum
quod intellectus dicit esse quod est, vel non esse quod non est._ Adv.
gent., I. 49. I.
[310] «Errano molti credendosi nobili perchè di nobile casato; il qual
errore in molti modi può ribattersi. E primieramente, se si consideri
la causa creatrice, Iddio col farsi autore di nostra schiatta, la
nobilita tutta; se la causa seconda è creata, i primi padri da cui
discendiamo sono gli stessi per tutti, tutti ne ricevettero egual
nobiltà e natura. La medesima spica dà il fior di farina e la crusca;
questa gettasi ai porci, quella sale alla mensa dei re; così dal
medesimo tronco potran nascere due uomini, uno vile, nobile l’altro. Se
ciò che viene da un nobile ne ereditasse la nobiltà, gl’insetti del suo
capo e le naturali superfluità in lui generate diverrebbero nobili del
pari. Bello è il non deviare dagli esempj de’ nobili avi, ma più bello
l’avere illustrato un umile nascimento con grandi azioni. Ripeto dunque
con san Girolamo, che in questa nobiltà pretesa ereditaria nulla merita
invidia, se non l’essere i nobili obbligati alla virtù per vergogna di
dirazzare. Nobiltà vera è quella sola dell’anima».
[311] _Infidelium quidam sunt qui nunquam susceperunt fidem, sicut
Gentiles et Judæi; et tales nullo modo sunt ad fidem compellendi ut
ipsi credant, quia credere voluntatis est; sunt tamen compellendi a
fidelibus, si adsit facultas, ut fidem non impediant vel blasphemiis,
vel malis persuasionibus, vel etiam apertis persecutionibus. Et propter
hoc fideles Christi frequenter contra infideles bellum movent etc._
Summa, 2a 2æ, quæst. X, art. 8.
[312] Ogni dono perfetto, secondo lui, viene dal padre dei lumi, e per
quattro vie: l’esteriore che rischiara le arti meccaniche, l’inferiore
che produce le nozioni sensitive, l’interna o cognizione filosofica,
e quella della santa scrittura. La prima si propone di soddisfare i
bisogni corporei, divisa nelle sette arti del tessere, fabbricare armi,
caccia, agricoltura, navigazione, drammatica, medicina. La seconda
illumina le forme esteriori; e lo spirito, luminoso per sua natura,
risiede nei nervi, la cui essenza si moltiplica ne’ cinque sensi. La
cognizione filosofica cerca le cause segrete per via dei principj di
verità, insiti nella natura dell’uomo, le quali si riferiscono o alle
parole o alle cose o ai costumi, onde la filosofia è o razionale o
naturale o morale: la razionale è grammatica, o logica, o retorica;
la naturale comprende fisica, matematica e metafisica; la morale
è personale, economica o politica, secondo che concerne l’uomo, la
famiglia o lo Stato. Le cose eccedenti la ragione sono manifestate
all’uomo dalla luce superna della Grazia e della rivelazione; e come
le cognizioni tutte derivano dalla luce stessa, così sono ordinate alla
scienza delle verità sante, e da esse perfezionate.
[313] Fu un vezzo della scuola l’attribuire un aggettivo caratteristico
ai varj dottori. Così san Tommaso fu detto _l’angelo della scuola_;
san Bonaventura _il serafico_; Duncano Scoto _il sottile_; Ockam
_il singolare_; Enrico di Gand _il solenne_; Egidio di Roma _il
fondatissimo_; Alano dell’Isola _l’universale_; Ruggero Bacone
_l’ammirabile_; Guglielmo Durand _il risolutissimo_; Middleton _il
solido_, o _l’autentico_; Pier Lombardo _il maestro delle sentenze_,
ecc.
[314] Questa scuola può dirsi scoperta da Merkel nella _Geschichte des
Langobardenrechts_. Berlino 1850.
[315] Del 752 si ha una causa del vescovo d’Arezzo contro quello di
Siena; dove spesso è citato il Digesto: _Si hoc vendicare neglexerint,
infamia laborare, ut in Codicis libro IX, tit. de sepulcro violato_, Si
quis sepulcrum lesurus etc.... _Item in VIII libro Codicis legitur_ Si
quis in tanta furoris etc.... _Quod autem hæc quæstio procedere debeat,
IX Codicis liber testatur, titulo ad legem Juliam de vi publica et
privata_, Si quis ad se etc.
Il Muratori, _Antiq. M. Æ._, XLIV, pubblica una carta del 767 affatto
guasta, in cui al monastero di Santa Maria in Cosmedin a Ravenna
si donano molti beni, promettendo l’evizione, rinunziando per sè e
suoi _legum beneficia, juris et facti ignorantia, foris locisque,
prescriptione alia, senatoconsulto_ (probabilmente il SC. Vellejano, l.
XVI, § 1) _quod de mulieribus prestitit_.
[316] Alcuno assegna a lui anche le _Autentiche_, cioè gli estratti
delle _Novelle_, deroganti le costituzioni imperiali, che trovansi ne’
manoscritti del _Codice_, e che furono citate e seguite come leggi;
e pare in effetto che le più siano da attribuire a lui, e fossero poi
cresciute da’ suoi successori, fino ad Accursio che ne chiuse la serie.
[317] Si narra che alcuni muratori stando a lavorare, gridavano ai
passeggieri di guardarsi. Uno non badò all’avviso, e rimase colpito
da una pietra; di che portò querela. Pillio consigliò i querelati
di non rispondere; talchè i giudici li rimandavano per muti, quando
l’accusatore uscì ad esclamare: — Come muti, se mi hanno gridato di
guardarmi?» Tanto bastò a mandarli assolti. Storiella da scolari, come
se ne suole inventare tante anche al nostro tempo.
[318] Secondo Cujacio (_De feud._, lib. I), la consuetudine variava
fra le città: a Milano, Cremona, Pavia il vassallo poteva alienare il
feudo senza consenso del signore, mentre era indispensabile a Mantova
e Verona; in Piacenza chi investiva altri d’un feudo trasmissibile al
successore, non poteva toglierlo finchè viveva; a Milano e Cremona sì.
Le consuetudini della Puglia e Sicilia in tal materia si conservavano
in libri chiamati _Defetarj_, che perirono sotto Guglielmo I, ma a
memoria li supplì Matteo Notaro. GIANNONE, XIII. 3.
[319] Dopo i varj tentativi, anche per ordine ed opera dei pontefici,
il torinese Sebastiano Berardi stampò a Venezia nel 1777 _Gratiani
canones genuini ab apocryphis discreti; corrupti ad emendatiorum
codicum fidem exacti; difficiliores commoda interpretatione
illustrati_.
[320] Lib. I, pr. D. de quæst.: _Cum capitalia et atrociora
maleficia non aliter explorari possunt quam per servorum quæstiones,
efficacissimas eas esse ad requirendam veritatem existimo, et
habendas censeo._ Papa Nicola I, in una lettera ai Bulgari di recente
convertiti, la riprova, come avrebbe potuto fare il Beccaria nove
secoli appresso: — So che, preso un ladro, con tormenti lo cruciate
finchè palesi: ma nessuna umana o divina legge il concede, dovendo la
confessione venire spontanea, non istrapparsi a forza, ma proferirsi
volontariamente. Se, inflitte quelle pene, nulla non iscoprite di ciò
ond’è imputato, non arrossite? non v’appare l’iniquo vostro giudizio? E
se alcuno, non reggendo ai tormenti, si confessi colpevole senz’essere,
di chi è l’empietà se non di colui che lo forza a confessare
mendacemente? Lasciate dunque, ed esecrate tali usi».
[321] Nello statuto che Giordano, abbate del monastero di sant’Elena,
dava al castello di Montecalvo nel 1190, erano proibiti i giudizj
di Dio, e assicurata la libertà personale, non dovendo uno essere
catturato se non in forza di giudizio, e potendo esimersene col dare
una garanzia: _Nemo Montiscalvi judicium ferri fervidi et aquæ calidæ,
vel pugnam facere debet. Nemo habitator Montiscalvi capi debet antequam
judicetur: ac si judicatus fuerit, capi non debet si fidejussorem
dare potuerit, præter in gravioribus culpis, de quibus corporaliter
judicatur. Insuper nihil in eodem castro sine judicio capi debet._
È precisamente la legge inglese dell’_Habeas corpus_. V. TRIA, _Mem.
storiche della città e diocesi di Larino_.
[322] Capit. II _De probat._ nelle Decretali di Gregorio IX. E per quel
che segue vedi i titoli De indiciis et de libellis oblat.; _De off.
et pot. jud. deleg.; De foro comp._ Vedi pure ROCCO, _Jus canonicum ad
civilem jurisprudentiam perficiendam quid attulerit_. Palermo 1839.
[323] Se v’è alcuno che nel secolo nostro abbia conservato tutti
i rancori e le prevenzioni del secolo passato contro l’ordinamento
ecclesiastico, è Guglielmo Libri. Pure scrive: _A la chûte de l’empire
romain l’Eglise devint dépositaire de la civilisation de l’Europe, et
préchant l’évangile aux envahisseurs, elle adoucit les mœurs des plus
farouches, et leur enseigna la charité. Par l’influence de la religion,
ils apprirent les éléments des lettres latines, et s’habituèrent
à vénérer en Rome, même après l’avoir asservie, la capitale de la
chrétienté. Les pieux missionnaires qui parcouraient alors l’Occident,
représentaient un ordre social bien moins imparfait que tout ce qui
existait chez les barbares; et leur parole désarmée descendant sur des
hommes qui semblaient destinés à faire de l’Europe un immense tombeau,
les arrêta, les subjugua, leur inspira l’amour du prochain, qui était
pour eux la plus nécessaire des vertus. Ce fut le plus beau temps du
christianisme.... qui fut plus vénérable, plus sublime aux jours de
lutte et d’adversité, que dans ses temps de puissance et de splendeur_
(Hist. des sciences mathématiques en Italie; vol. IV. p. 2). Di qui
passa a sostenere la nimicizia della Chiesa per qualunque scienza,
eccetto il catechismo; e che ai Musulmani è dovuto il risorgimento del
sapere: _Les Arabes ont semé partout les germes de la civilisation....
partout la civilisation arabe communique aux esprits une nouvelle
activité... ils ont été les maîtres en tout des chrétiens_; essi fecero
in pochi anni quel che la Chiesa non aveva saputo in molti secoli.
[324] Gli ultramontani erano Gallia, Portogallo, Provenza, Inghilterra,
Borgogna, Savoja, Guascogna, e Alvernia, Bituria, Turena, Castiglia,
Aragona, Catalogna, Navarra, Alemagna, Ungheria, Polonia, Boemia,
Fiandra. I citramontani Romagna, Abruzzo e Terra di Lavoro, Puglia
e Calabria, la Marca Anconitana inferiore, la superiore, Sicilia,
Firenze, Pisa e Lucca, Siena, Spoleto, Ravenna, Venezia, Genova,
Milano, Lombardi, Tessalonici (?), Celestini (?). Nel 1848, quando
credeasi inventata allor allora l’idea di nazionalità, gli scolari
delle università di Germania si organizzarono secondo le nazioni;
novità anche questa di seicento anni in data.
Le lezioni versavano sopra le cinque parti del _Corpus juris_, e ancora
ci restano quelle d’Odofredo sulle tre parti del Digesto e sui nove
primi libri del Codice. Uno potea fare molti corsi e perciò bastare a
moltissimi scolari, ogni corso durando un anno, e ogni adunanza un’ora:
poi nel secolo XIV ne fu variata la distribuzione; le tre parti del
Digesto e il Codice s’insegnarono simultaneamente da due dottori, da
un altro il _Volumen_, che conteneva gl’Instituti, le Autentiche, il
diritto feudale, le leggi imperiali, e i tre ultimi libri del Codice.
Più tardi s’introdussero corsi speciali sopra una materia sola; e
principalmente a Bologna ne tenevano i notaj per la loro professione,
col diritto anche di dottorare.
Ecco il metodo ordinario de’ corsi. Cominciato da un prospetto generale
(_summa_), leggevano il testo sopra cui esercitare la critica;
poi chiarivano le difficoltà, le contraddizioni, i casi speciali
(_casus_); riepilogavano le regole generali (_brocarda_); discutevano
i punti dubbj (_quæstiones_); il qual ordine non toglieva che ciascun
professore restasse libero nel metodo e nell’insegnamento; gli scolari
poi scrivevano sotto dettatura, liberi d’interrompere e far domande,
massime nelle lezioni straordinarie che si davano dopo il pranzo. Dipoi
s’introdussero i Quinternetti o _glossæ_, che da principio eran note,
fatte da ciascuno in margine del proprio testo, e perfezionate via via
col tempo, e che dopo la morte del maestro venivano cerche con avidità,
poichè contenevano il sostanziale della scienza dell’autore; più tardi
s’ingrandirono, e da schiarimenti d’una parola divennero un commento.
Vi tennero dietro le Quistioni, libri intorno all’ordine giudiziale,
trattati sulle azioni, distinzioni, raccolte di controversie, che
a gara si ricopiavano. Nelle scuole era determinato su quali libri
esercitarsi; e generalmente non si spiegavano in ciascun anno che
alcuni testi, con iscapito della profondità e dell’indipendenza.
L’esame privato costava sessanta lire, ottanta il pubblico;
ventiquattro al dottore che presentava, e due od una a ciascun
dottore assistente, secondo era pubblico o privato; dodici e mezzo
all’arcidiacono per ciascun esame, e tre per ciascun discorso. Più
spendeasi negli apparati, talchè nel 1311 il papa ordinò che in tal
lusso nessuno consumasse di là dalle cinquecento lire.
Ho preso appunto dello stipendio di qualche professore. Guido da
Suzzara obbligossi d’interpretare il Digesto a Bologna per lire
trecento bolognesi promessegli dagli scolari. Dino da Mugello insegnò
a Pistoja per lire ducento pisane annue; poi a Bologna per dieci
bolognesi, forse aggiunte alla retribuzione degli scolari: Napoli
gli esibì cento oncie d’oro. I frati del Sacco nel 1270 condussero
Lapo fiorentino a leggere fisica e logica nel loro convento, per lire
trenta bolognesi oltre il vitto; nel 1261 i Vicentini Arnoldo a leggere
diritto canonico, per cinquecento lire di stipendio, patto che avesse
almeno venti scolari; Aldovrando degli Ulciporzi bergamasco, a leggere
l’_inforzato_ per lire cenventi, e per cencinquanta Raulo la medicina.
Il Pillio venne ad insegnare diritto civile a Modena per cento marchi
d’argento. Tommaso d’Aquino riceveva da Carlo I un’oncia d’oro al mese;
nel 1399 in Piacenza Baldo toccava lire censessantaquattro mensili per
leggere il Codice, e nel 1397 milleducento annue: Marsilio di Santa
Sofia, lire censettanta, compresa la pigione della casa: gli altri, da
quattro fin a sessantasei lire al mese. Talvolta gli scolari servivano
quasi di paggi ai maestri, tagliando innanzi, versando alla coppa, ecc.
Odofredo, oltre le lezioni all’università, ne dava di straordinarie a
chi pagasse; ma poco cavandone, finì la spiegazione del Digesto così:
— E vi dico che l’anno vegnente intendo insegnare ordinariamente bene e
legalmente, come mai non feci; ma straordinariamente non credo leggere,
perchè gli scolari non sono buoni pagatori, vogliono intendere e non
ispendere, giusta quel dettato _Imparar vuole ognun, nessun pagare._
Altro non ho a dirvi; ite colla benedizione del Signore». Garzia
spagnuolo fu il primo, cui nel 1280 si assegnasse non uno stipendio
annuo, ma il capitale di lire cencinquanta: poi nel 1289 al professore
di diritto civile si fissarono annue lire cento, e cencinquanta a quel
di canonico.
[325] E’ la chiama Crisopoli
_quia grammatica manet alta_
_Artes et septem studiose sunt ibi lectæ._
Rer. It. Scrip., V. p. 454.
[326] Nell’Archivio diplomatico di Firenze si trovano gli istromenti
fatti con Francesco Dataro di Piacenza medico per fiorini cinquecento;
con Giorgio d’Arrighetto Nati d’Asti canonista per fiorini
quattrocento; con Girolamo della Torre di Verona medico, con Pier Leoni
di Spoleto, ecc.
[327] A Baldo nel 1397 milleducento fiorini; a Giason del Maino nel
1492 duemila ducencinquanta; all’Alciato dal 1536 al 40 scudi mille,
poi dal 1544 al 50 lire settemilacinquecento; a Menochio nel 1589 lire
seimila....
[328] _Vita sancti Meinwerci._ Gli stupefacenti e il sonno magnetico
che oggi s’adoprano a tali operazioni, obbligano a riflettere su quei
racconti, anzichè riderne.
[329]
_Ova recentia, vina rubentia, pinguia jura,_
_Cum simila pura naturæ sunt valitura._
_Cœna brevis, vel cœna levis fit raro molesta,_
_Magna nocet, medicina docet, res est manifesta._
_Si fore vis sanus ablue sæpe manus:_
_Lotio post mensam tibi conferet munera bina,_
_Mundificat palmas, et lumina reddit acuta._
_Prima dies maji non carnibus auseris uti._
_Ruta viris minuit venerem, mulieribus addit_
_... Cruda comesta_
_Ruta facit castum, dat lumen et ingerit astum:_
_Cocta et ruta facit de pulcibus loca tuta._
[330] SARTI, _Dei prof. bologn._, tom. I. p. 144. — RENZI, _St. della
Medicina_, tom. II.
[331] FIORETTI, cap. XXIII.
[332] SARTI, tom. II. p. 153. — Nelle Assise di Gerusalemme, adottate
nei possessi degl’Italiani in Levante, e che del resto rappresentano
le consuetudini de’ paesi europei, è stabilito che se uno schiavo
s’ammali, e un medico pattuisca col padrone di esso di guarirlo,
e gli dia cose calde e mollificanti mentre dovea darne di fredde e
restringenti, sicchè muoja, il medico sia obbligato dare un servo
simile, o il prezzo che costò fin al giorno della morte: così se gli
cavi sangue non a proposito o troppo; o se, essendo idropico, gli tagli
il ventre (praticavasi dunque la paracentesi), poi non sappia trargli
l’umore, e s’indebolisca e muoja; o se, soffrendo di febbre quotidiana,
lo purghi, e gli dia troppa scamonea, e svuoti il ventre sin a morire.
Se uno schiavo abbia la lebbra o rogna o altra malattia, e il medico
s’accordi di guarirlo a patto che metà del valor di esso sia del
medico, metà del padrone, e faccia quanto sa ma nol guarisca, non è
obbligato a pagarlo, avendo perduto le proprie fatiche. Se così avvenga
a un libero o a una libera, il medico sarà impiccato, dopo mandatolo
per la terra frustandolo _con un urinal in man per spaurir li altri
de simel caso_, e i suoi beni confiscati dal signore del luogo. Nessun
medico venuto di fuori possa esercitare l’arte sua se non riconosciuto
abile dagli altri medici e dal vescovo; altrimenti sia frustato per la
terra.
[333] SABA MALASPINA, _Hist._, cap. II.
Federico II, fra gli altri spauracchi alla Corte romana, credette
opporvi pure l’astrologia, e fe circolare tali versi:
_Fata monent, stellæque docent, aviumque volatus_
_Quod Federicus ego malleus orbis ero._
_Roma diu titubans, variis erroribus acta,_
_Concidet et mundi desinet esse caput._
Colla calma della ragione gli fu risposto:
_Fata silent, stellæeque tacent, nil predicat ales;_
_Solius est proprium scire futura Dei._
_Niteris incassum navem submergere Petri;_
_Fluctuat et nunquam mergitur ista ratis._
_Quid divina manus possit, sensit Julianus;_
_Tu succedis ei: te tenet ira Dei._
JORDANI, _Chron._, cap. 221.
[334] Negli _Atti dell’Accademia de’ nuovi Lincei_, 1851, trovo notizie
intorno a Gherardo Cremonese, per B. Boncompagni, raccolta paziente di
quanto di lui si ha o si disse, ma nè esame nè giudizio. Importante
è un brano inedito di traduzione d’un trattato d’algebra che, se non
il più antico, è de’ primi ove fosse insegnata agli Europei questa
scienza del raziocinio generale per via della lingua simbolica. Ivi si
trova anche il segno negativo, mentre gli Arabi, e così il Fibonacci,
non conosceano che quantità positive; eppure si tardò trecento anni
a dedurne l’utilissima applicazione, cioè fino a Michele Stifel. La
soluzione delle equazioni di secondo grado vi è espressa con questi
versi:
_Cum rebus censum si quis dragmis dabis equum_
_Res quadra medias quadratum adjice dragmas,_
_Radici quorum medias res excipe demum,_
_Residuum quæsti census radicem ostendet._
Non v’è chi non sappia che dagli algebristi per _cosa_ s’intendeva
l’incognita, per _censo_ il quadrato, per _numero_ il noto; onde coi
simboli moderni si costruirebbe:
x^2 + px = q
Donde x = -1/2 p + √(1/4 p^2 + q).
Seguono gli altri casi: e ognuno vede che con ciò trovasi prevenuto frà
Luca Paciolo.
Ai dilettanti di tale scienza non isgarberà veder qui un problema e la
sua soluzione.
_Quæritur quænam sint illæ partes denarii, quarum differentia, juncta
tetragonis earundem, collige 54._
_Sit una partium res, altera 10 minus re_ (cioè x, e 10 - x).
_Differentia 10 minus duabus rebus, ex qua 2 partium tetragonis
conjunctis colligantur 100, et 2 census minus 20 rebus, quæ data
sunt æqualia 54_ (cioè x^2 + (10 - x^2) + 10 - 2 x = 54). _Per
restaurationem itaque rerum, 2 census cum 100 equivalent 54 et 22
rebus_ (cioè 3 x^2 + 110 = 54 + 22 x). _Per ejectionem vero abundantis
numeri 56 et 2 census, 22 rebus adæquantur_ (cioè 2 x^2 + 56 = 22 x).
_Et per conversionem unus census cum 28 æquentur 11 rebus_ (cioè x^2 +
28 = 11 x). _Resolve per quintum modum, et re erit 4._