Cioè x = 1/2 × 11 ± √9/4

= 5/2 ± 3/2

onde i due valori x = ^2

x = 4.

L’autore indica solo quest’ultimo.

Se non isbaglio, ivi è un tentativo di rappresentare le quantità per

lettere, come noi usiamo. Perocchè, dove cerca _qualiter figurentur

census radices et dragmæ_, insegna: _Numero censum litera _c_,

numero radicum litera _r_; deorsum virgulas habentes, subterius

apponantur. Dragmæ vero sine literis virgulas habeant, quotiens hæc

sine diminutione proponuntur. Verbi gratia, duo census, tres radices,

quatuor dragmæ sic figurentur_

+———————+

| 2 3 4 |

| |

| c r d |

+———————+

2

Qui c equivale al nostro 2 x^2

3

» r » a 3 x

4

» d » al numero 4

Chasles aveva asserito che l’algebra numerica fu introdotta in Europa

dai traduttori del XII secolo. Guglielmo Libri lo impugnò acerbamente.

Ecco chi avesse ragione. (_Questa nota è tolta dall’_Ezelino da Romano,

storia d’un ghibellino esumata da CESARE CANTÙ, Milano 1854).

[335] GUIDO BONATUS _de Forlivio, decem continens tractatus

astronomiæ_. Venezia 1506.

Questi anni si litigò sulla patria sua; titolo d’onore, direbbero i

pedanti, senza ricordare che, vivi noi, si è disputato con tutto il

calore ammoniacale delle gazzette, se una cantatrice, viva e nata nel

paese ove se ne disputava, appartenesse a una provincia o alla sua

vicina. Filippo Villani, nella vita del Bonatto, che sta inedita nella

biblioteca Barberini di Roma, dice: _Guido Bonatti iratus, cum esset

florentinus origine, de Foro Livii se maluit appellari... Fuit sane,

quidquid ipse iratus loquatur, de oppido Casciæ oriundus._ Cascia è

terra del Valdarno superiore.

Non è d’onor poco argomento l’essersi, ai cominciamenti della

tipografia, fatte tre edizioni del _Liber introductorius ad indicia

stellarum_ del Bonatto: la prima ad Augusta il 1491; l’altra a Basilea

il 1550; l’altra a Venezia il 1506, che io ho sott’occhio, col titolo

_Guido Bonattus de Forlivio decem continens tractatus Astronomiæ_.

È in carattere quadro in foglio di 191 carte, con incisionette. In

fronte v’è Urania e l’astronomia coi dodici segni dello zodiaco, e in

mezzo seduto Guido, avvolto in un vestone coll’ermellino arrovesciato

sulle spalle, barbuto, in testa il berretto aguzzo, in mano un globo

ed un quadrante. Il Mazzuchelli dice una copia manoscritta trovarsene

nella biblioteca Ambrosiana, ma in fatto non è che la copia di 169

considerazioni de’ _Giudizj dell’astronomia_. Francesco Sirigatti (che

nel 1500 fu astrologo della Signoria di Firenze) tradusse in italiano

quest’opera, per conforti di quel valentuomo che fu Gino Capponi, e

sta manoscritta nella Laurenziana. Il 1572 fu stampato in tedesco a

Basilea col titolo di _Auslegung des menschlichen Geburt-Stunden_.

Fu pur messo in francese, e certo anche in altre lingue, chi avesse

voglia di cercarlo. Giacchè ho nominato il Sirigatti, aggiungerò che

nel copia-lettere di monsignor Gore Gheri, conservato nella biblioteca

Capponi, n’è una del 1º marzo 1516 al duca Lorenzo de’ Medici,

siffatta: «El Sirigatto mi è venuto a trovare, et decto ch’io ricordi

alla Ex. V. che non faccia fatto d’arme da V a XII di questo mese. Ma

quando venisse uno bel tracto che con ragione si vedesse da vincere

e’ nemici, io attenderei a quello che io vedessi in terra et non in

cielo». (_Questa nota è tolta anch’essa dall’_Ezelino da Romano).

[336] SAVONAROLA, _De laud. Patavii_, pag. 1155.

[337] Vide una statua coll’indice teso, e scrittovi al capo _Qui

percuoti_. I cercatori avevano percosso delle volte assai quel capo;

ma l’accorto monaco fissò dove l’ombra dell’indice cadeva al mezzodì,

e nottetempo, con solo un compagno, sterrò e rinvenne un’ampia

reggia tutta d’oro: i soldati facevano ai dadi, re e regina sedevano

a mensa, da costa un damigello teneva teso l’arco; e tutto ciò

d’oro, e illuminato da un tizzone ardente nel mezzo; e se si voleva

toccare l’arciero, moveansi belle fanciulle in danza. Gerberto, non

ben fidandosi del compagno, tolse soltanto dal desco un coltello di

mirabile lavoro; ed ecco sorgere frementi le danzatrici, l’arciere

saettar il lume, tornando bujo, ed obbligando così a lasciare ogni

cosa intatta, senz’altro raccogliere se non vaticinj che poi furono

avverati. JORDANI, _Chron._, cap. 220 e 222.

[338] Molte odierne ubbie, che si sogliono attribuire a ignoranza del

medioevo, ci vennero dagli antichi; verbigrazia, che il tintinnire

degli orecchi sia indizio che altri parli di noi; che bevuto l’uovo,

debba schiacciarsi il guscio (OVIDIO, _Fasti_). Sant’Agostino

(_Expositio epistolæ ad Galatas_, c. IV) dice: _Vulgatissimus est error

Gentilium iste, ut vel in agendis rebus, vel in expectandis eventibus

vitæ ac negotiorum suorum, ab astrologis notatos dies et menses et

annos et tempora observent_. Così il mangiar ceci alla Commemorazione

dei morti faceasi dai Romani nelle feste Lemurali in maggio, nel qual

tempo si astenevano dalle nozze (_Fasti_, V); l’augurare al Capodanno;

il dir _Dio t’ajuti_ quand’uno starnuta (PLINIO, lib. II. c. 2. § 11);

l’affiggere sulle porte gufi e barbagianni (_Quid quod istas nocturnas

aves, cum penetraverint larem quempiam; sollicite prehensas, foribus_

_videmus affigi?_ APULEJO, _Metam._, lib. III). Nei _Cesti_ di Giulio

Africano, vissuto sotto Alessandro Severo, tra tant’altre follie si dà

il _modo di disfarsi dei nemici_: — Preparate dei pani a questo modo.

Prendete sul fin del giorno una rana di campo o rospo e una vipera,

quali vedete designati nel pentagono perfetto al sito della figura

dove si trovano i segni della proslambanomene del tropo lidio, cioè,

un ζητα senza coda o un ταυ sdraiato (è la nota musicale _fa di sis_):

chiudete questi animali insieme in un vaso di terra, turandolo

ermeticamente con argilla, affinchè non ricevano nè aria nè luce. Ciò

fatto, dopo un tempo convenevole spezzate il vaso, e i resti che vi

troverete stemprate in acqua, nella quale impasterete il pane: di più,

ungete le tegghie in cui cocerete esso pane con tale composizione,

pericolosa fino a chi l’adopera. Preparata così questa pastura,

datela ai vostri nemici come potrete».

Si sa che Caligola spese somme pel segreto di far l’oro; e sotto

Diocleziano v’ebbe una specie di persecuzione contro gli alchimisti.

Forse qualcuno avendo, così fra il tentare, ricotto del borace e del

cremor di tartaro con mercurio sublimato, e fattolo svaporare sopra la

superficie d’un vaso d’argento, trovò questo indorato. Ebbe dunque a

credere d’avere scoperto la pietra filosofale, e andò ritentando quelle

combinazioni, in cui, sotto gli strani nomi d’allora, vediam sempre

ritornare il borace, il tartaro, il mercurio, il sal marino; i quali

si sa che danno all’argento una tinta gialla, ma che se ne va con una

semplice lavatura d’acido nitrico diluito.

[339] Gl’Indiani adopravano, da quattromila anni fa, pei sette suoni

della loro scala, le lettere _s_, _r_, _g_, _m_, _p_, _d_, _n_; i

Tibetani, le cifre numeriche; i Greci, le lettere del loro alfabeto

dall’Α alla Ω, variando secondo i modi. Anche gl’Italiani ebbero

una notazione alfabetica, composta delle prime quindici lettere,

che Gregorio Magno ridusse alle sette prime per la scala diatonica,

distinguendo le ottave colle lettere majuscole per l’inferiore, e colle

minuscole per la superiore. Da poi si surrogarono i punti, collocandoli

sui righi: ma consisteva qui l’invenzione di Guido? Egli trasse i nomi

delle note dalle sillabe iniziali dell’inno del Battista:

UT _queant laxis_ RE_sonare fibris_

MI_ra gestorum_ FA_muli tuorum_

SOL_ve polluti_ LA_bii reatum_,

_Sancte Joannes_.

Il _si_ fu aggiunto nel secolo XVI da Van der Putten (_Erycius

Puteanus_). Kircher asserisce di aver veduto nella biblioteca dei

Gesuiti a Messina un ms. greco antico, con varj inni notati al modo che

si dice inventato da Guido. La corda grave ch’egli aggiunse, fu segnata

col gamma greco; e poichè questa lettera si trovava così collocata

in capo alla scala al modo usato allora, la scala ne prese il nome di

_gamma_. Le prime stampe di note musicali si fecero a Milano, e ognun

sa che le diverse espressioni del linguaggio musicale sono italiane.

[340] I canonisti soggiungevano che, come la terra è sette volte

maggiore della luna, e il sole otto volte maggiore della terra, il

papato era cinquantasei volte più grande dell’imperatore. Laurentius il

fa millesettecentoquattro volte più alto che l’imperatore e i re. Non

conosco gli elementi di questi calcoli.

[341] _Regesta_, 32. Egli definiva il papa _vicarius Jesus Christi,

successor Petri, Christus Domini, Deus Pharaonis, citra Deum, ultra

hominem, minor Deo, major homine_: Serm. de consecr. pont.

I diritti degl’imperatori sono distintamente formolati nello _Specchio

di Svevia_. Tacendo molte altre cose, ivi è prefisso che il re eletto

perde il diritto di sua nazione, e deve vivere secondo la legge dei

Franchi: nessuno può scomunicare l’imperatore, fuorchè il papa, e

questo per tre cause: se dubita della fede ortodossa, se ripudia

la moglie, se turba le chiese e le case di Dio. Cristo principe

della pace lasciò in terra due spade per difesa della cristianità,

entrambe affidate a san Pietro, una pel giudizio secolare, una pel

giudizio ecclesiastico: la prima è dal papa prestata all’imperatore

(_Des weltlichen Gerichtes schwert darlihet der Papst dem Kaiser_);

l’altra rimane al papa, per giudicare montato su bianco palafreno,

e l’imperatore dee tenergli la staffa acciocchè la sella non si

scomponga: ciò significa che, se alcuno resiste ostinatamente al

papa, l’imperatore e gli altri principi devono costringerlo colla

proscrizione. Se si trovano eretici, bisogna procedere contro di

essi ai tribunali ecclesiastico e secolare; la pena è il fuoco. Ogni

principe che non punisce gli eretici, sarà scomunicato; e se fra

un anno non venga a resipiscenza, il papa lo priverà dell’uffizio

principesco e di tutte le sue dignità. Si giudicheranno alla pari i

poveri ed i signori. SCHILTER, _Antiq. Teuton._, tom. II.

[342] _Ita quod ex tunc nec habebimus nec nominabimus nos regem

Siciliæ... ne forte aliquid unionis regnum ad imperium quovis tempore

putaretur habere._ LUNIG, _Cod. dipl. ital._, tom. II. p. 866.

[343] Guglielmo marchese di Monferrato, dolente che Teodoro Làscari

avesse tolto a Demetrio suo fratello il regno di Tessalonica, allestì

una spedizione, e non avendo denari, ne chiese a Federico II, dandogli

in pegno la più parte delle terre e de’ vassalli suoi in Monferrato.

Passato il mare, ricuperò Tessalonica, ma poi morì avvelenato;

l’esercito andò scomposto, e non si sa come i beni del Monferrato

fossero poi redenti. L’istromento è addotto da Benvenuto di San

Giorgio, _Cr. del Monferrato_ sotto il 24 marzo 1224.

[344] Lib. I. tit. 30, rubr. _Quod nullus prælatus, comes, baro

officium justitiæ gerat._

[345] GREGORIO, _Consider. sopra la storia della Sicilia_, vol. III.

— Huillard Bréholles pubblica i registri di Federico II; ma finora non

uscirono che quelli concernenti la prima metà della sua vita, cioè la

meno rilevante. Fra i documenti inediti v’ha molte lettere di Gregorio

IX alla Lega Lombarda; altre relative alla crociata, cui pure appella

un itinerario di Federico, e una relazione tolta dalla biblioteca

imperiale di Parigi; inoltre una cronaca sicula da Roberto Guiscardo al

1250, tratta dall’archivio vaticano.

[346] Le città del dominio reale, convocate direttamente dalla corona,

erano: in Sicilia, Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Augusta,

Lentini, Calata Gironi, Platia, Castrogiovanni, Trapani, Nicosia; in

terraferma, Gaeta, Napoli, Aversa, Montefuscolo, Avellino, Eboli,

Ariano, Policastro, Amalfi, Sorrento, Salerno, Termoli, Troja,

Civitella, Siponto, Monte Sant’Angelo, Potenza, Melfi, Molfetta,

Vigiliano, Giovenazzo, Bitonto, Monopoli, Bari, Trani, Barletta,

Gravina, Matera, Taranto, Brindisi, Otranto, Cosenza, Cotrone,

Nicastro, Reggio. La prima intervenzione di buoni uomini fu nel 1241.

Solo nel 1265 trovansi chiamati i borghesi al parlamento d’Inghilterra.

[347] _Qua pœna universitates teneantur, quæ creant potestates et alios

officiales_. Tit. 47.

[348] BIANCHINI, _St. delle finanze nel regno di Napoli_. Il _Regestum

Friderici II_, ann. 1239 e 40, edito dal Carcani nel 1786, contiene

mille e otto lettere di Federico, desunte dall’archivio di Napoli,

e che concernono principalmente le finanze, dove l’imperatore mostra

molta intelligenza, sebbene costretto dalle continue guerre a smungere

il paese ch’e’ volea rifiorire.

Non è superfluo l’esaminare con quali fornimenti Federico e i suoi

nemici nutricavano la guerra in tempo che scarsissimo era il contante:

Federico guastò il bel sistema d’imposte della Sicilia con espedienti

rovinosi, che appajono dalle sue lettere: ordinò una colletta

generale; pose ingenti contribuzioni sui beni degli ecclesiastici,

e fece amministrare da economi regj i vacanti; chiedeva ogni tratto

tutto il denaro che fosse entrato nelle casse regie, lasciando così a

scoperto le spese cui era destinato, e persino il vestire e nutrire

Rinaldo d’Este e re Enrico suoi prigionieri od ostaggi. Una volta

il giustiziere di Terra di Bari avendogli recate sole once d’oro

cinquecento (lire 31,500), Federico volea farlo precipitare dalle mura,

poi s’accontentò di destituirlo, surrogandogli il saracino Raasch; e ai

sopportanti ordinò fra quindici giorni soddisfacessero, pena la galera

(MATTEO SPINELLI DI GIOVENAZZO, _Diurnali_, § 44). Limitò gl’interessi

al dieci per cento, eppure tolse a prestanza fin al tre cadun mese;

poi alla scadenza, mancandogli fondi, pagava il quattro e il cinque

d’aggiunta. Avendo preso per tre mesi da diversi mercanti settemila

ottocensessantatre once al tre e fin al cinque per cento il mese,

alla scadenza capitalizzò l’interesse, crescendo così a undicimila

seicentotre once. Queste somme erano contate in moneta di Venezia,

sulle quali i mercanti guadagnavano ancora pel giro del cambio.

All’assedio di Faenza non solo fuse tutto il suo vasellame e impegnò le

gioje, ma battè una moneta di cuojo, avente da una parte un chiodetto

d’argento, dall’altra l’effigie dell’imperatore, e dovea valere un

agostaro d’oro, colla promessa di cambiarla in moneta buona, come fece.

Le truppe, per regola, non avevano soldo, onde variavasi a norma delle

circostanze: Federico dava ai pedoni da tre a cinque tarì e il vivere;

a un cavaliere tre once d’oro al mese, coll’obbligo di provvedersi uno

scudiere, un valletto, cavalli ed armi. L’oncia d’oro, pesante gramme

21.10, divideasi in trenta tarì: e quella valea lire 63.30, questi lire

2.11: onde il medio di un pedone era lire 8.44, d’un cavaliere 190; e

il valore sta al quintuplo dell’odierno.

Le rendite del papa consistevano nelle regalie, e in un tanto per fuoco

che pagavasi dai Comuni di dominio diretto, ch’era di nove denari

ogni fumante, eccettuati ecclesiastici, militi, giudici, avvocati,

notaj, e chi non avesse alcuna proprietà aggravezzata. I comuni però

solean ridurla a un tanto fisso, che era per Fano, Pesaro, Camerino di

cinquanta libbre d’argento ciascuna, cioè lire cinquemila; di quaranta

per Jesi. L’imperatore poi occupava la maggior parte del territorio,

sicchè ben poco da questo poteasi ricavare. Suppliva la decima del

cinque, del dieci, fin dei venti per cento sulle rendite ecclesiastiche

di tutto l’orbe cattolico, oltre le collette che si esigevano a

titolo di crociata. Quando Gregorio IX noleggiò le navi di Genova per

trasportare i cardinali al concilio di Roma, tolse a prestito mille

marchi, ipotecati sui beni del clero, e pagò ducento libbre genovesi

per un mese d’interesse. Il totale armamento costò cinquemila marchi,

cioè lire ducencinquantamila, che alcuni mercanti si obbligarono di far

pagare a Genova, a trenta giorni, mediante lo sconto di cinquantasette

marchi (_Regesta_, lib. XIV, nº 3, 4). Esso Gregorio lasciò un debito

di quarantamila marchi, pel quale i mercanti molestarono assai il suo

successore.

I Milanesi emisero una carta monetata, con cui poteasi pagare le pene

pecuniarie; nessun creditore era obbligato riceverla in pagamento,

ma il debitore non andava soggetto a sequestro se avesse in cedole di

banco tanto di che soddisfarlo. Per ritirarla poi di corso, si formò

il catasto delle rendite, sulle quali si stabilì una tassa che in otto

anni rimborsò quel debito.

[349] _Ep. Petri de Vineis_, lib. III. Preside all’università era il

celebre giureconsulto Pietro d’Isernia con dodici oncie d’oro all’anno.

[350] In testa al ponte v’avea un castello con due torri; era ornato di

marmi, bassorilievi, statue, fra cui quelle dell’imperatore, di Pier

delle Vigne, di Taddeo di Suessa. Il monumento costò ventimila once

d’oro.

[351] SIGONIO, _De regno ital._, I. pag. 80: _Nec enim ob aliud

credimus quod providentia Salvatoris sic magnifice, imo mirifice

dirigit gressus nostros, dum ab orientali zona regnum hierosolimitanum,

Conradi clarissimi nati nostri materna successio, ac deinde regnum

Siciliæ, præclara materna nostræ successionis hereditas, et præpotens

Germaniæ principatus sic nutu cælestis arbitrii, pacatis undique

populis, sub devotione nostri nominis perseverat, nisi ut illud Italiæ

medium, quod nostris undique viribus circumdatur, ad nostræ serenitatis

obsequia redeat et imperii unitatem_.

Il volere che la Sicilia non appartenesse a un principe il quale

dominasse altrove, è imputato ai papi come un sentimento antitaliano,

figlio della barbarie del medioevo e della stupida ambizione pretina.

Ma nell’anno del riscatto dell’italianità, nel 1848, i Siciliani,

insorti come tutto il resto della penisola, davansi una costituzione,

il cui § 2 diceva: — Il re de’ Siciliani non potrà regnare o governare

su verun altro paese. Ciò avvenendo, sarà decaduto _ipso facto_».

[352] RICARDO DA SAN GERMANO, pag. 1039. — GODI, _Chron_., pag. 82.

[353] È curioso una specie di atto verbale, per cui nel 1216, dovendo

passar d’Italia in Germania re Enrico figlio di Federico II, il

podestà di Modena con gran comitiva gli andò incontro per riceverlo,

e con sicurezza e libertà condurlo traverso al dominio modenese; cioè

all’ospedale di San Pellegrino gli fu consegnato dall’arcivescovo

di Palermo, che promise condurlo e custodirlo per le Alpi e sin al

ponte di Guiligua in mezzo all’alveo del fiume, dove lo consegnò agli

ambasciatori di Parma e Reggio. _Antiq. M. Æ._, IV. 224.

[354] Quelle trattative sono esposte dagli autori arabi, raccolti nel

IV. vol. della _Bibliothèque des Croisades_ di Michaud, pag. 427;

e a pag. 249 le corrispondenze loro e i sentimenti degli scrittori

musulmani in proposito.

[355] _Monum. Hist. patriæ_, Chart. I. 881.

[356] CAFFARO, _Ann. Gen._, lib. IV. Al 1217 dice che _ob multas

discordias quæ vertebantur inter civitates Lombardiæ, quum multæ

religiosæ personæ se intromitterent de pace et concordia componenda,

tandem, auxilio Dei, inter Papiam, Mediolanum, Placentiam, Tordonam et

Alexandriam pax firma fuit et firmata mense junii_.

[357] _Acta SS_., 20 _martii_.

[358] È bellissimo il discorso di papa Gregorio X ai Fiorentini

perchè accogliessero gli scacciati Ghibellini: _Gibellinus est,

at christianus, at civis, at proximus. Ergo hæc tot et tam valida

conjunctionis nomina Gibellino succumbent? et id unum atque inane

nomen, quod quid significet nemo intelligit, plus valebit ad odium,

quam ista omnia tam clara et tam solide expressa ad charitatem? Sed

quoniam hæc vestra partium studia pro romanis pontificibus contra

eorum inimicos suscepisse asseveratis, ego romanus pontifex hos vestros

cives, etsi hactenus offenderint, redeuntes tamen ad gremium recepi, ac

remissis injuriis pro filiis habeo._

La lapide posta a quella chiesa diceva:

_Gregorio X papa sancti sub honore_

_Gregorii primi pro Christi fundor amore._

_Hic ghibelline cum guelfis pace patrata_

_Cessavere mine sub qua sum luce creata...._

_Gregorio bella decima fuit ista cappella_

_Pacis fundata Mozzis edificata._

[359] Gli atti trovansi nelle _Delizie degli eruditi toscani_, vol. IV.

pag. 96.

[360] AFFÒ, _St. di Parma_, vol. III. pag. 274-293.

[361] Vero è che questi ultimi fatti ci sono raccontati solo da

Ghibellini. Vedi il nostro _Ezelino_.

[362] Lettera del 28 luglio 1233, ap. RAYNALDI, nº 41. 42.

[363] _Promiserunt ei dare coronam ferream, quam patri suo dare numquam

voluerunt_. GALVANO FIAMMA, cap. 264.

[364] _Divinæ legis immemor et affectionis humanæ contemptor_. Regesta

Gregorii IX, lib. VIII, nº 461-62 ... Lo fece anche scomunicare dal

vescovo di Salisburgo, lib. IX, nº 172. Vedasi se n’era istigatore!

Tra le favolette, che a scorno una dell’altra inventavano le

popolazioni, fu questa: che i Cremonesi levarono a battesimo Corrado

figlio di Federico II, e profusero regali, e fecero fare una quantità

di mannaje per uccidere tutti i nemici di esso, talchè ben trentamila

se ne videro in una sola rassegna. In compenso domandarono una grazia

grande, che concedesse alla loro città di crescere in infinito e

più che Roma, che si facesse due volte l’anno il ricolto, e due

fruttificassero gli alberi, e ogni cosa vi fosse doppia, e grossi i

denari così, che cascando per terra facessero _tun tun_. E l’imperatore

ne fe decreto, e che anche avessero l’anno di dodici mesi, ecc. _Monum.

Hist. patriæ_, Scrip., III. 1577.

[365] _Imperator imperatricem quamplurimis mauris spadonibus et vetulis

larvis consimilibus custodiendam mancipavit_. MATTIA PARIS, Hist.

Angl., pag. 402.

[366]

_Urbs decus orbis, ave. Victus tibi destinor, ave._

_Currus ab Augusto Friderico Cæsare justo._

_Fle Mediolanum, jam sentis spernere vanum_

_Imperii vires proprias tibi tollere vires._

_Ergo triumphorum potes urbs memor esse priorum_

_Quos tibi mittebant reges qui bella gerebant._

È dato da Ricobaldo, e m’ha odore di quel tempo più che l’epigramma che

oggi può leggere ciascuno in Campidoglio.

[367] _Vita Gregorii IX_, tom. III. pag. 583.

[368] VILLANI. — _Nuntios soldani ad convivium vocat, et eis, multis

episcopis assidentibus, festivas epulas parat_. GODEFRIDI monaci

Annales, p. 398. — _In pluribus terris Apuliæ suarum meretricularum

loca construxit.... et non contentus juvenculis, mulieribus et puellis,

tamquam scelestus infami vitio laborabat; nam ipsum peccatum quasi

Sodoma aperte prædicabat, nec penitus occultabat_. NIC. DE CURBIO, Vita

Innocentii IV, § 29.

[369] _Heu me! quandiu durabit truffa ista?_ ALBERICI Chron. _Fatui

sunt qui credunt nasci ex virgine Deum_. Ep. Gregorii, _ap_. MATTIA

PARIS, pag. 494.

[370] _Iste rex pestilentiæ a tribus baratatoribus, ut ejus verbis

utamur, Christo Jesu, et Moise, et Mahometo, totum mundum dixit

fuisse deceptum_. M. PARIS, ad ann. 1238. L’epistola accennata di

Pier delle Vigne è nel lib. I. cap. 31. — Generale è, negli scritti

d’allora e di poco poi, l’opinione della sua miscredenza, e correva

pure fra’ Musulmani. Jafei dice: «L’emir Fakr-eddin entrò ben innanzi

nella confidenza dell’imperatore, spesso disputavano di filosofia, e

pareano in molti punti d’accordo....». Ai Cristiani veniva scandalo

di tale amicizia. Esso diceva all’emir: «Io non avrei tanto insistito

sulla consegna di Gerusalemme, se non avessi temuto perdere ogni

credito in Occidente; mi premeva di conservare Gerusalemme o altra

cosa siffatta, ma la stima dei Franchi.... L’imperatore era rosso e

calvo, di vista debole; se fosse stato uno schiavo, non se ne sarebbero

pagate ducento dramme. Dai suoi parlari appariva che non credeva alla

religione cristiana; non ne parlava che per voltarla in baja. Un muezin

recitò innanzi a lui un versetto del Corano che nega la divinità di

Cristo, e il sultano volea punirlo; ma Federico si oppose». _Bibl.

des Croisades_, vol. IV. p. 417. Vedi REYNAUD, _Extrait des historiens

arabes relatifs aux Croisades_, pag. 431.

[371] _Ecclesiasticæ censuræ vigorem debilitat et conculcat_. Regesta

Urbani III, nº 95. Nella biblioteca di Vienna è una lettera di Federico

a Vatace imperatore d’Oriente suo genero, ove scrive: _O felix Asia,

o felices Orientalium potestates, quæ subditorum arma non metuunt, et

adinventiones pontificum non verentur_. Cod. philol., nº 305, p. 128.

[372] Il fatto anzi vale a mostrare come questo diritto fosse

riconosciuto universalmente. Quando il papa nel 1239 offerse al conte

Roberto di Francia la corona dello scomunicato Federico, i baroni

francesi protestarono contro quest’atto, finchè non si fosse ben certi

che l’imperatore avea peccato contro la fede: _Missuros ad imperatorem,

qui quomodo de fide catholica sentiat diligenter inquirant: tum ipsum,

si male de Deo senserit, usque ad internecionem persecuturos._ M.

PARIS. Al concilio poi di Lione assistevano gli ambasciadori di tutte

le potenze, e nessuno contestò la competenza di quel tribunale, solo

limitandosi a mitigare il papa ed a scolpar l’imperatore.

[373] Da Lione, aprile 1246. _Ap._ RAINALDI.

[374] Ep. 37. lib. I. Pare che Federico cercasse guadagnare l’opinione

col far tradurre in italiano le lettere che dirigeva ai papi e ai re,

simili agli odierni manifesti; nè altra origine saprei dare a quelle

volgarizzate che si pubblicarono dal Lami nelle _Delizie degli eruditi

toscani_, e ultimamente dal Corazzini, Firenze 1853. Ivi n’è pure una

di Gregorio papa, che riepiloga gli aggravj contro Federico; e basta

leggerla per vedere quanto sovrasti per vigore e concisione alle sempre

retoriche di Pier delle Vigne.

[375] _Ap._ BOLLAND, _Vitæ Patrum prædic._, p. 54: GIULINI, _Memorie di

Milano_, VII. 534.

[376] La poesia popolare insultò alla sconfitta di Federico:

_Fridericus dentibus fremdit et tabescit,_

_In vindictam sublimans minas non compescit,_

_Antiquum proverbium sapientis nescit:_

_In vindictam sepius dedecus accrescit....._

_Ipsum hostem_ Brixia, _que prior fugasti,_

_Gaude quia gaudium tuum duplicasti,_

_Dum in_ Parme _gloria gaudens exultasti,_

_Cui talis per spacium patet orbis vasti._

Mediolanensi _sit applausus multus,_

_Ejus ope quoniam Parmensis suffultus,_

_In hostem Ecclesie hac in suum ultus,_

_Potius a se repulit hostiles insultus._

_Gratuletur_ Janua, _quia, res est certa,_

_Quia hostis fracta sunt cornua et serta,_

_Fiat Janua per me Parme laus aperta,_

_Nam in Parma manus est Domini reperta._

_Gratuletur civitas placens_ Placentina

_In Parme victoria et hostis ruina,_

_Parma manu quoniam adjuta divina,_

_Hostem fugans hostium fecit morticina._

_Bonorum_ Bononia _bona nacione_

_Letetur letantium leta concione_,

_Nam quod secum Dominus in dilectione_

_Parma victrix premium meretur corone._

_Honorem Ecclesie que manu tuetur,_

_Gloria civitas_ Mantua _letetur,_

_Nam Parma, que Mantuam amat et veretur,_

_Triumphat ne amplius hostis coronetur._

_Exultet_ Venetia, _civitas electa,_

_Quia Parma spoliis hostis est refecta,_

_Inimice copia gentis interfecta,_

_Reliqua carceribus aut fuge subjecta._

_Psallet cordis organo et in oris sono_

Anchona, _quam merito laudans post pono,_

_Restituta_ Marchia _nobis ejus dono_

_Anchona proposito quia fuit bono....._

_Ve ve Christi Babilon! civitas_ Papie,

_Ad ruinam quoniam tibi patent vie,_

_Ab illa, qua victus est Fridericus, die,_

_Per Parmam auxilio Virginis Marie._

_O_ Pisani _perfidi, socj Pilati,_

_Vos fecistis iterum crucifixum pati;_

_Sed surrexit Dominus nostre libertati,_

_Jam sue apparuit Parme civitati._

_Dum opem et operam hosti prebuistis,_

_Ut prelatos caperet, vos eos cepistis,_

_Quibus nec discipulis suis peperistis;_

_Quia fui minimus de captivi istis..._

Vedi _Regesta Innocentii IV, herausgegeben von_ D. C. HÖFLER. Stuttgard

1847. È singolare che la fama di Federico sia ora commendata tanto da

letterati, mentre in un tempo di letteratura sì scarsa come il suo,

egli si trova maledetto in tanti versi. Ursone notaro di Genova, autore

di un _Liber fabularum moralium_, scrisse un poemetto _Della vittoria

che i Genovesi riportarono contro le genti mandate dall’imperatore per

sottomettere Genova_. Fu stampato nel vol. II delle Carte nei _Monum.

Hist. patriæ_; e sebbene corrottissimo il testo, vi si scorge verso

non infelice, e conoscenza di Omero, di Claudiano, specialmente di

Virgilio. Minutissimamente descrive que’ fatti, e così inveisce contro

i Pisani:

_Gens pisana tamen, majori turbine nutans,_

_Partim tecta petit, tenuit pars altera pontum._

_Impia gens, scelerata cohors, conjunctio nequam,_

_Perfidiæ populus, duri cœtus Pharaonis,_

_Grex bonitate carens, infidus, perfida massa,_

_Præsumens violare crucis fideique vigorem,_

_Contemptor Domini, sacrorum nescius, exsul_

_Justitiæ, veri calcator, schismatis auctor,_

_A facie Domini nullo feriente fugatur,_

_Et crucis athletas bello tollerare nequivit._

_Hanc immensa Dei virtutem dextera fecit,_

_Quodque terens tumidum, confringens quodque superbum._

_Discat quisque malus, cognoscat criminis actor_

_Quod malefacta nocent, quod dant peccata pudorem,_

_Quod peccando miser dominum peccator acerbat,_

_Quod perclementem sibi durum vertit in hostem,_

_Quod sceleris primo se damnat conscius ipse._

[377] Epitafio di re Enzo in San Domenico a Bologna:

_Tempora currebant Christi nativa potentis_

_Tunc duo cum decie septem cum mille ducentis,_

_Dum pia Cæsarei proles cineratur in arca_

_Ista Federici, maluit quem sternere Parca._

_Rex erat, et comptos pressit diademate crines_

_Hentius, inque poli meruit mens tendere fines._

Sembra posteriore quest’altro:

_Felsina Sardiniæ regem sibi vincla minantem_

_Victrix captivum, consule ovante, trahit._

_Nec patris imperio cedit, nec capitur auro;_

_Sic cane non magno sæpe tenetur aper._

Una biografia di Enzo fu stesa da Ernesto Munch con molti documenti.

Luisburg 1828.

[378]

Io son colui che tenni ambo le chiavi

Del cuor di Federico, e che le volsi

Serrando e disserrando sì soavi,

Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi;

Fede portai al glorioso uffizio,

Tanto ch’i’ ne perdei le vene e i polsi.

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Vi giuro che giammai non ruppi fede

Al mio signor, che fu d’onor sì degno.

_Inf._, XIII.

Le cronache raccontano che Pier delle Vigne avea bella donna, ed era

geloso dell’imperatore, che però mai non v’ebbe a fare. Ma una mattina,

andato a casa di Pietro, questi era già uscito, e la sua donna dormiva

colle braccia scoperte. L’imperatore la coprì, e andò via; ma o a posta

o in fallo vi lasciò un guanto. Pietro tornato e vistolo, se ne coceva

ma dissimulava; finchè una volta, trovandosi solo coll’imperatore e

colla moglie, volle rinfacciare il fallo con questi versi:

_Una vigna ho piantà; per travers è intrà_

_Chi la vigna m’ha guastà; han fet gran peccà._

La donna rispose sulla stessa intonazione:

_Vigna son, vigna sarai;_

_La mia vigna non fallì mai._

Onde Pietro consolato ripigliò:

_Se così è come è narrà,_

_Più amo la vigna che fi mai._

Vedi JACOPO D’ACQUI, _Imago mundi_, pag. 1577.

[379] INNOCENTII IV _Ep_., lib. VIII. 1.

[380] _Habituri perpetuam tranquillitatem et pacem, ac illam tutissimam

et delectabilem libertatem, qua cæteri speciales Ecclesiæ filii

feliciter et firmiter sunt muniti_.

[381] «Dava uno colpo allo cerchio, e n’autro allo tompagno». MATTEO

SPINELLI DI GIOVENAZZO, _Diurnali_, § 3.

[382] _Regesta Innocentii IV_, lib. 12, N. 284, 337. Vedi pure NICOLA

DE JAMSILLA, pag. 500, 536; SABA MALASPINA, _Hist._, lib. II. cap. 22

nei _Rer. It. Scrip._, VIII.

[383] MATTIA PARIS, pag. 868.

[384] Dato da Wasserburg il 20 aprile 1255. Trovasi nell’archivio de’

Frari, allegato da Manfredi in un trattato coi Veneziani.

[385] «Spesso la notte usciva per Barletta cantando strambotti e

canzoni, ed ivi pigliando il fresco, e con esso ivano due musici

siciliani che erano grandi romanzatori». SPINELLI.

Contemporanei sono pure l’Anonimo di Taranto, Ricordano Malaspini,

Inveges, e di poco posteriori Dante e Giovan Villani, che raccontano o

accennano questi fatti.

[386] «Lo papa e la gente de lo Reame non averieno comportato di fare

chiù signoriare la natione tudisca». SPINELLI.

[387] «Subito fece conoscere ch’era d’autro stomaco che papa

Alessandro». SPINELLI.

[388] MALASPINA, lib. II. cap. 6.

[389] «Si dice che a chisto maritaggio lo re ne avanza chiù della

mitate». SPINELLI.

[390] PIPINI _Chron._, lib. III. cap. 7.

[391] Ap. RYMER, _Acta publica_, 1816, tom. I. pag. 352.

[392] GIOFFREDO, _St. delle Alpi marittime_.

[393] _Regesta Clementis IV_, lib. I, nº 548.

[394] _In recognitionem veri dominii eorumdem regni et terræ._ Il

giuramento che diede diceva: _Papæ, ejus successoribus, ac romanæ

ecclesiæ ligium homagium facimus pro regno Siciliæ, ac tota terra

quæ est citra Pharum, usque ad confinia terrarum, excepta civitate

Beneventana cum toto territorio et omnibus districtibus et pertinentiis

suis, nobis et heredibus nostris a prædicta Ecclesia romana concessis

etc._ Le ottomila once erano _ad generale pondus_, il che indicava che

se ne riteneva il dieci per cento, cioè riducevansi a settemiladucento:

valutandole lire 63.30, il censo sarebbe stato di lire 453,760, che

oggi s’avvicinerebbero a due milioni. Nel 1276 Carlo trovandosi a

Roma, e sollecitato a pagare questa somma, nè avendola, scrisse a’ suoi

tesorieri impegnassero la sua corona grande e le gioje per ottenerla in

prestito. GIANNONE, lib. XIX. cap. 2.

[395] «Con tutto questo stettemo con gran paura». SPINELLI.

[396] _Misit in Siciliam et Lombardiam ut inde arcesseret duos

astrologos: is enim incredibile est quantam fidem haberet astrorum

posituris._ MALASPINA.

[397] _Reddite vos attentos, ut potius equos quam homines offendatis._

Lo stesso.

[398] _Potius hodie volo mori rex, quam vivere exul et miser_.

RICOBALDO FERRARESE. — Ch’ei fosse portato attorno da un ribaldo

s’un asino, è smentito dalla lettera di Carlo che dice: _Contigit

quod die dominica corpus inventum est nudum penitus inter cadavera

peremptorum... Ego, naturali pietate inductus, corpus ipsum cum quadam

honorificentia sepulturæ, non tamen ecclesiasticæ, tradi feci._ Ap.

TUTINI. Manfredi erasi già preparata la sepoltura nel famoso santuario

di Monte Vergine, ove tuttora, nella cappella a destra dell’altare

maggiore, è il sarcofago antico destinatogli e un gran crocifisso da

lui regalato.

Un ossesso in Puglia, interrogato se Manfredi fosse in luogo di

salvazione, rispose: — Cinque parole lo salvarono, le quali ti dirà

il conte Enrico». Ed erano _Deus propitius esto mihi peccatori_, che

proferì morendo. _Chronicum imaginis mundi_, 1595.

Dante incontra Manfredi nel Purgatorio, supponendo siasi pentito in

morte, ma deve restare in aspettazione tanto tempo quanto stette in

contumacia della santa Chiesa:

Biondo era e bello e di gentile aspetto,

Ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

.... Io son Manfredi

Nipote di Costanza imperatrice....

Poscia ch’io ebbi rotta la persona

Da due punte mortali, io mi rendei

Pentito a quei che volentier perdona.

Orribil furon li peccati miei,

Ma la bontà divina ha sì gran braccia,

Che prende ciò che si rivolve a lei...

Per lor maledizion sì non si perde

Che non possa tornar l’eterno amore

Mentre che la speranza ha fior di verde....

... L’ossa del corpo mio

Or le bagna la pioggia e move ’l vento

Di fuor del Regno quasi lungo ’l Verde

Onde le trasmutò a lume spento.

Vedasi DAVANZATI, _Della seconda moglie di Manfredi_. Tra i più fedeli

a costui era stato Matteo da Termini, leggista reputato, e da quello

fatto consigliere e giudice della grancorte. Rotto il signor suo, nel

cui esercito combattè, fuggì in Sicilia, e caduto in grave infermità,

fece voto, se guariva, consacrarsi a Dio. Di fatto entrò agostiniano,

col nome di Agostino Novello celando la primitiva grandezza fra studj

e penitenze. Si ricoverò agli eremi di Siena, ma quivi il generale

dell’Ordine lo volle compagno, poi in Roma fu ordinato sacerdote, e da

Nicola IV scelto confessore e sacrista. Assunto generale dell’Ordine,

dopo due anni riuscì a liberarsene e tornare alla devota solitudine.

Bonifazio VIII il voleva alla sua corte, ma egli ritirato nell’eremo

di San Leonardo presso Siena, venne in grand’odore di santità, e quando

morì nel 1309, fu ascritto fra i beati. Vedi CAPECELATRO.

[399] «A vita mia non vidi la chiù bella vista». SPINELLI.

[400] _Cruorem eliciunt et medullas_. MALASPINA.

[401] Ap. MARTÈNE, _Thes. Anecd._, tom. II. pag. 524.

[402] _Quietem quæsivit, et ob hoc a vulgo ignominiam multam suscepit;

nam de eo carmina prava decantaverunt._ Joh. Vittodur. ap. ECCARD,

_Corpus Hist._, I. 5.

[403] Così un suo manifesto nella biblioteca dell’Accademia di Torino,

D. N. 38 f. 70. Pel resto vedi LUNIG, _Codex it. dipl._, II. 41.

_Protestatio Conradini_; e altri documenti dell’11 gennajo 1267, e 7

luglio 1268.

[404] Cont. del Baronio, al 1268.

[405] Ne fu testimonio il Malaspina, che particolareggia appienissimo

questi fatti, tutto compassione per i soccombenti: egli pretende che

i signori napoletani congiurassero con Enrico per farlo re di Sicilia

dopo vinto Carlo col nome di Corradino, il quale co’ suoi fedeli

sarebbe stato tolto di mezzo. Anche lo Spinelli scrisse in dialetto

pugliese il suo diario fino alla giornata di Tagliacozzo, ove forse

morì. Voglionsi aggiungere il _Chronicon Cavense_, pubblicato dal

PERTZ; la _Cronaca inedita_ del SALIMBENE; e varj documenti nuovi,

prodotti da SAINT-PRIEST nella _Histoire de Charles d’Anjou_, da

RAUMER, _Gesch. der Hohenstaufen_, da HUILLARD BRÉHOLLES, _Recherches

sur les monuments de la maison de Souabe_ e _Nouvelles Recherches sur

la mort de Conradin_, da JAGER, _Conradins Geschichte_, da DI CESARE,

_La colonna di Corradino_, ecc.

* Il sig. MINIERI RICCIO (_Alcuni fatti riguardanti Carlo I d’Angiò

dal_ 6 _agosto_ 1252 _al_ 30 _dicembre_ 1270, _tratti dall’Archivio

angioino di Napoli_, 1874) chiarì quei tempi, e come per Corradino

parteggiassero nel regno i Ghibellini e i Saraceni, e massime Reggio,

che fu sottomessa a forza.

[406] _Illa strage quæ in campo Beneventano facta fuit, hujus respectu

valde modica fuit_, scriveva Carlo al papa, _ap_. MARTÈNE, N. 690.

[407] _Sunt qui dicunt per pontificem et cardinales, ut Conradus et

cæteri in eorum potestatem et carcerem venirent, fuisse decretum. Quod

ne accideret, Carolus sategit._ RICOBALDO FERR. e PIPINO nei _Rer. It.

Scrip._, VIII. 137. IX. 684.

Dicono che il papa, interrogato dal re che dovesse farne del

prigioniero, rispondesse: — La vita di Corradino è morte di Carlo;

la vita di Carlo è morte di Corradino». Se il Giannone, nella sua

servilità ai re, che poi doveano ripagarlo di tal moneta, bevette

questa brutalità colla sua solita irriflessione, la trovò improbabile

perfino il Sismondi, così corrivo in tutto ciò che denigri i pontefici.

Anche il sardo cronista di Pisa e ghibellino scrive che Carlo mandò al

papa chiedendo «ciò che di loro dovesse fare», e che il papa rispose

che «non era consiglio di prete che altri andasse alla justizia».

Secondo il _Chron. imaginis mundi_, la risposta di Clemente fu: _De

Conradino filio iniquitatis vindictam non querimus, nec justitiam

denegamus_; nei _Monum. Hist. patriæ_.

[408] Presso i Bollandisti, _Acta SS. martii_, tom. III. p. 190.

[409] _Ut faciat rex de vitulo superstite victimam, Conradinum

recognoscentem sæpius contra matrem Ecclesiam deliquisse, nec minus

contra regem ipsum vehementer errasse, procuravit per quosdam Ecclesiæ

cardinales illuc propterea per sedem apostolicam destinatos absolvi._

MALASPINA.

[410] Nell’archivio di Stuttgard esiste il testamento di Corradino,

o piuttosto codicillo di testamento anteriore non pervenutoci,

dettato il 29 ottobre, presenti Giovanni Bricaudi sire di Nangey, e

quell’Erardo di Valery che avea dato a Carlo il suggerimento per cui

vinse la battaglia di Tagliacozzo. Provvede al pagamento d’alcuni

debiti; fa molti legati a monasteri germanici; ai duchi di Baviera suoi

zii lascia «tutti i beni patrimoniali e feudali con tutte le persone

d’ambo i sessi a lui appartenenti ne’ paesi germanici o ne’ latini», e

raccomanda loro Corrado e Federico d’Antiochia suoi cugini. Della madre

non fa cenno, non della sua fidanzata, che si suppone fosse Brigida

dei marchesi di Misnia: che non parlasse d’un erede a’ suoi diritti sul

trono di Sicilia è facile comprenderlo, dettando egli sotto gli occhi

di amici del nemico suo.

È tradizione destituita di fondamento che Elisabetta di Baviera (la

quale erasi rimaritata in Mainardo conte del Tirolo della casa di

Gorizia) venisse in persona, sovra una galea tutta nera, a raccogliere

il corpo del figlio, per farlo sepellire nella chiesa del Carmine da

lei fondata; e che in memoria di ciò que’ frati ponessero una statua

colla borsa in mano, statua che or mutila è abbandonata in un magazzino

del museo degli Studj. L’iscrizione che or accenna quel fatto, fu posta

il secolo passato per cura di Michele Vecchione.

Sotto Giovanni I, un cuojajo napoletano, di nome Domenico di Persio,

si ricordò di quell’infelice che i parenti principeschi aveano

dimenticato, e dalla regina si fe cedere il terreno dove era stato

ucciso, e vi fece erigere una cappella ed una colonna sormontata da

una croce colla Madonna e la Maddalena e il simbolo affettuoso del

pellicano. La confraternita de’ cuojaj la prese in cura, e vi facea

celebrare nelle solennità, finchè la cappella non bruciò nel 1785. La

colonna vedesi ancora al vestibolo della sacristia nella moderna chiesa

delle Anime del Purgatorio, e la croce staccatane è nella sacristia

stessa sovra un altare.

Ricordano Malaspini e dietro lui altri annalisti raccontano come al

supplizio assistesse Roberto conte di Fiandra, genero di Carlo, e che,

udita la sentenza, s’avventò al protonotaro esclamando: — Malnato!

tocca a te condannar un signore sì nobile e gentile?» e lo trafisse.

Colpo da francese: ma, per disgrazia de’ romanzieri, in un _Memoriale

del podestà di Reggio_, inserito nel tom. VIII. del _Rer. Ital.

Scrip._, si trova che il 18 ottobre Margherita di Borgogna, nuova

sposa di Carlo d’Angiò, pervenne a Reggio e vi si fermò, ed ivi giunse

a incontrarla Roberto alla fin del mese, quando appunto accadeva il

supplizio di Corradino; poi nel lib. iii. p. 215 del SUMMONTE, _Istoria

di Napoli_, è riferito un diploma reale del 15 dicembre seguente, dato

per mano di maestro Goffredo di Belmonte cancelliere e Roberto di Bari

protonotaro del regno.

Ogni scolaretto ha inteso raccontare che Corradino dal palco gettò

un guanto, come segno che invitava alla vendetta il suo erede, che

era Pietro d’Aragona, al quale fu portato da Giovanni di Procida

o da Enrico di Waldburg. Questo fatto non appare in alcuno storico

napoletano avanti il Collenuccio; ma prima ne avea parlato Giovanni

abate di Victring in Carintia, che fece una cronaca sin al 1344;

autorità lontana di tempo e di luogo. Del resto, come c’entrava

Pietro d’Aragona? Costui avea sposato Costanza figlia di Manfredi, da

Corradino ritenuto per usurpatore e spergiuro; possibile ora volesse

designarlo come erede? Per giustificare l’assalto della Sicilia, Pietro

non cercò altri titoli che la chiamata del popolo, non allegò questo

guanto nè la successione di Corradino, bensì quella di Manfredi. Da

Federico II era nata legittimamente Margherita di Svevia maritata in

Alberto langravio di Turingia, alla quale avrebbe potuto competere

l’eredità degli Hohenstaufen, se altrimenti non n’avesse già disposto

la spada, e lei in fatti aveva il re Corrado indicata erede ove si

estinguesse la linea mascolina; e suo figlio Federico non dimenticò i

suoi diritti al regno di Sicilia, e ne prese il titolo, sotto il quale

diede concessioni e ricevette ambasciate dalle città lombarde e dalle

sicule.

[411] _Ep. Rodulphi_, ap. RAYNALDI.

[412] _Jactatis inanibus verborum lenociniis, oratorem, quam, rapto

contra Tartaros exercitu, Christianum imperatorem agere malebat._ Ep.

di Gregorio IX, ap. M. PARIS.

[413] VILLANI, lib. VI. 36.

[414] Giaciono negli archivj massimamente di Genova i contratti dei

signori francesi che davano in pegno le loro terre; e per cura di re

Luigi Filippo ne fu tratta la serie de’ signori che parteciparono a

quelle imprese, e i cui nomi e gli stemmi ornarono poi la sala delle

crociate nel palazzo di Versailles.

[415] Lettera del 27 maggio 1267, ap. MARTENE, nº 471.

[416] Carlo d’Angiò e suo nipote Filippo re di Francia erano andati

a Viterbo per sollecitare i cardinali a nominare il nuovo papa. Ivi

stava pure Enrico figliuolo di Ricardo di Cornovaglia imperatore

eletto; e vi capitò anche Guido di Monforte, vicario di Carlo in

Toscana. Per vendicare il conte Simone suo padre, ucciso in Inghilterra

come ribelle, costui entrò in chiesa, mentre dicevasi messa, scannò

Enrico ed uscì. Ma alcuno gli disse: — Non ti ricordi che tuo padre

fu anche strascinato per le vie?» Ed egli rientrato prese pe’ capelli

il cadavere, e lo trasse fuori; e i due re stettero a vedere, senza

impedire nè risentirsi. Più tardi l’omicida fu côlto, e terminò la vita

nelle carceri di Sicilia.

[417] DA CANALE, _Cronaca veneta_, in francese, CLIX.

[418] _Istorie pistolesi_ ad ann.; BILIOTTI, _Cron._, cap. XXXV.

[419] QUARESMIUS, _Elucidatio Terræsanctæ_. — Gli atti di re Roberto

sono riferiti nella bolla _Gratias agimus_ data da Clemente VI il 2

dicembre 1342 da Avignone.

[420] — Se la santità vostra (dic’egli al papa) volesse informarsi

quanto costerà ogni bisogno, e quali pratiche da imprendersi coi

Tartari, rispondo che in tre anni quella spesa ascenderebbe a ventuna

volte centomila fiorini, contando il fiorino a due soldi di grossi

di Venezia; cioè settecentomila fiorini di rimbuono ogni anno per

stipendj, munizioni, e mantener buono accordo coi Tartari; e per

vascelli, armamento, castrametazione, rimonte, trecentomila fiorini in

tre anni; in tutto settecentomila fiorini all’anno». _Secreta_, lib.

II. p. i. c. 4.

Questo cenno ajuta a conoscere i valori d’allora. Poniamo che l’uomo a

cavallo costi tre volte il pedone: se un esercito di quindicimila fanti

e trecento cavalieri costa 600,000 fiorini annui, uno di diecimila

fanti con millequattrocento cavalli deve costarne 535,849: aggiungi

300,000 fiorini per le prime spese della spedizione, saranno 835,849

fiorini. Il Sanuto ragguaglia il fiorino a due soldi di grossi di

Venezia; onde questa spedizione dovea costare 1,671,789 soldi di

grossi. Il soldo era la ventesima parte della lira, e la lira valeva

dieci ducati, i quali allora doveano conguagliare a diciassette franchi

d’oggi. Tale esercito dovea dunque costare 14,210,282, cioè ogni uomo

annui mille franchi.

Si può avere la riprova di questa stima comparandola ai valori

fissi delle grasce. Il Sanuto ce ne porge il mezzo, dicendo: —

La libbra di biscotto costa quattro denari e un terzo. La razione

giornaliera di un uomo essendo una libbra e mezzo, costerà denari

sei e mezzo; quarantacinque libbre consumate da un uomo in trenta

giorni costeranno sedici soldi e tre denari, moneta piccola: e in

dodici mesi, cinquecentoquaranta libbre di biscotto saranno costate

sei soldi di grossi, un grosso e quattro denaretti». Quest’ultima

somma dunque rappresentava a que’ tempi 540 libbre di pane; 1,671,790

soldi dovevano rappresentarne 149,218,334. Tale quantità equivaleva a

17,177,145 libbre metriche. Ponendo quel pane a 20 centesimi, darebbero

14,235,409. I due computi servono dunque di riprova un all’altro.

Potrebbe tentarsi lo stesso calcolo sul vino, le carni salate, i

legumi, e così via; ma la variabilità di valore di tali comestibili

e l’incertezza sulle misure antiche renderebbero troppo ipotetica la

stima. Al sommar dei conti però avremo che per nutrire un uomo a pane,

vino, carne salata, fave, cacio voleansi l’anno dodici soldi di grossi,

cioè lire 102.

[421] _Thesaurus regis Franciæ acquisitionis Terræsanctæ de ultra mare,

nec non sanitatis corporis ejus, et vitae ipsius prolungationis, ac

etiam cum custodia propter venenum._

[422] _Ad Nicolaum V pontificem strategicon adversus Turcas._

[423] _Par._, IX. 126; e nel XV,

Dietro gli andai incontro alla nequizia

Di quella legge, il cui popolo usurpa,

Per colpa de’ pastor, vostra giustizia.

[424] Sta negli archivj di corte a Torino il conto del viaggio di esso

duca in Oriente.

Amedeo III di Savoja nel 1147 volendo crociarsi, prese a prestito

dal monastero di San Maurizio d’Agaceno una tavola doro del peso di

sessantacinque marchi, guarnita di pietre preziose.

[425] GHIRARDACCI, _St. di Bologna_, lib. IV.

[426] MAFFEI, _Notizie generali sopra Verona_.

È nota la storiella dell’asino che condusse Maria in Egitto, e infine

capitò a Verona, o chi dice a Genova.

Lo statuto di Verona del 1228 porta che il podestà giura: _Eum

peregrinorum post crucem, qui ivit vel ibit ultra mare, defendam in

suis possessionibus rerum mobilium et immobilium vel sese moventium,

quas detinuit vel detinebit sine litis inquietudine usque ad crucem

susceptam; si tamen reliquerit procuratorem, qui possit agere

et conveniri de quasi re mobili... De rebus vero immobilibus eis

absentibus jus non dicatur._

[427] Nella _Storia d’Incisa e del celebre suo marchesato_ (Asti 1810)

è riferita una carta del 1204 fatta colà, ove dicesi che Bonifazio

marchese di Monferrato regalò al Comune un pezzo della santa croce e

l’ottava parte d’uno stajo d’un grano color d’oro e parte bianco, non

prima usato e portato dalla Natolia, e detto _melica_. Il documento

dev’essere spurio, nè del grano turco appare memoria prima della

scoperta dell’America. Però nell’archivio vescovile di Bergamo trovo un

atto rogato da Montenario de’ Papi _die IV exeunte octobri_ del 1249,

ove Alberto di Terza vescovo investe a titolo di perpetua enfiteusi

i sindaci del comune di Sorisole di tutta la decima appartenente al

vescovado ne’ territorj di Sorisole e Poscante, un sestario di vino,

una _corbam de loa panici quæ extimatur duo sextaria_, etc. Anche oggi

chiamasi _loa_ lo spigone del turco, il quale pure è detto _panico_

in molti luoghi. Questo documento, da niuno osservato, ch’io sappia,

merita dunque qualche attenzione.

[428] Delle navi spedite da Venezia in ajuto di san Luigi una era lunga

centotto piedi, larga settanta; una centodieci per settanta; nessuna

meno di ottanta. MARIN SANUTO.

[429] L’_Iter siriacum_ del Petrarca è una descrizione del viaggio a

Gerusalemme, diretta a Giovanni da Milano, che probabilmente era un

Mandelli.

Lionardo di Nicolò Frescobaldi fiorentino (il cui viaggio fu edito dal

Manzi il 1817) nel 1384 passava in Palestina, per tutto venerando e

cercando reliquie, e noverando quelle che vide a Venezia, in Egitto,

poi in Palestina; finchè «in capo d’undici mesi e mezzo rientrammo

in casa nostra, dando consolazione alle nostre famiglie. Trovammo a

Vinegia molti pellegrini franceschi e alquanti viniziani, fra’ quali

fu messer Remigi Soranzi di Vinegia, il quale convitò una sera a cena

tutti quelli che doveano andare al Sepolcro, e fecesi grande onore,

e la sua casa parea una casa d’oro, ed avvi più camere che poco vi si

vede altro che oro e azzurro fino; e costògli da duemila ducati, e bene

tremila ve ne spese poi lui». Andò con lui Simone Sigoli, del quale

pure fu nel 1822 trovato il viaggio, di schiettissima dettatura, e

col lungo catalogo di tutti i perdoni che si aveano in Terrasanta. Del

1431 vi tornò la terza volta fra Mariano da Siena, del quale parimenti

teniamo la descrizione: — In sulla terza, col nome dello sviscerato

ed innamorato Gesù entrammo nella santa città, e nella prima entrata,

chi vi va in atto di peregrinazione confesso e pentito, si ha plenaria

indulgenza e remissione di tutti i peccati; e chi vuole piaceri e

consolazioni spirituali, faccia questo cammino. Io per me lo dico,

che mai non seppi che consolazione spirituale si fosse se non qui,

e passa tutti i cammini, sia qual si vuole». Egli assicura che «il

mezzo del mondo _ad literam_ viene in mezzo fra ’l luogo dove Cristo

fu crocifisso e dove resuscitò... Rimpetto alla natività, scendendo

tre scaglioni, si è quello santo presepio, nel quale la dolcissima

Madre riposò il suo dolcissimo Figliuolo Gesù piccolino; e qui il bue

e l’asino l’adorarono, e feciongli buona compagnia. Questo è il più

devoto luogo che io mai vedessi; ogni cosa è un sasso; la mangiatoja

è tutta foderata di bellissimi marmi; allato si ha un altare. Dissivi

messa... ed ebbine la maggior consolazione del mondo. Tuttavia mi parea

avere quell’amoroso Bambino dinanzi gli occhi nella mangiatoja; e così

tutti gli altri peregrini si comunicano. Tutta la notte non possono

stare i peregrini in chiesa nè nessun cristiano, perchè vi stanno que’

Saracini che ci accompagnano, ed hanno grandissima devozione al luogo

della natività di Cristo».

Francesco Baldelli nel 1551 tradusse in italiano la _Prima Crociata_

di Roberto Monaco; ed è commovente l’entusiasmo de’ pellegrini al

primo vedere la città santa: — O quante lagrime, pietosissimo Dio e

giustissimo Signore, sparsero gli occhi dell’esercito tuo fedelissimo,

allorachè per loro si videro le mura della terrena Gerusalemme! Quindi

tosto chinandosi verso la terra, con la bocca e col capo salutarono

divotamente il santissimo sepolcro del corpo suo sacratissimo, ed

appresso adoraron te, che morto in esso giacesti, come quello che siedi

alla destra del Padre, come quel giudice che venir dèi a giudicar le

cose tutte. Ora sì che si può veramente dire che per te fosse addolcito

il cuore di ciascuno, e che dove prima era di pietra, da te levato, fu

dato loro di carne; e nel mezzo di loro mandasti lo Spirito Santo».

Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15) · 第 22 / 23 题