CAPITOLO XCI.

Federico II. Seconda guerra dell’investitura.

Nel concilio Lateranense IV, aperto l’11 novembre 1215, l’autorità

pontifizia apparve nella maggior sua magnificenza. I due imperatori

d’Oriente e d’Occidente, i re di Cipro, di Gerusalemme, di Sicilia, di

Francia, d’Inghilterra, d’Aragona, d’Ungheria mandaronvi ambasciadori;

i patriarchi d’Antiochia e di Gerusalemme v’assistettero in persona, e

per rappresentanti quei di Costantinopoli e d’Alessandria; settantuno

arcivescovi, quattrocendodici vescovi, e più di ottocento abati e

priori; e tale affluenza di popolo, che alcuni prelati non poterono

penetrare nella basilica, e il vescovo d’Amalfi restò soffocato.

In mezzo a un circolo di cardinali ornati in maestosa semplicità,

compariva il pontefice, che aveva veduto Costantinopoli rimessa alla

sua obbedienza; era uscito trionfante dalla guerra degli Albigesi e

dalla lotta con Ottone imperatore e col re d’Inghilterra, che gli fe

omaggio della sua corona; all’ombra di lui, quest’isola aveva ottenuto

la _Magna Charta_ salvaguardia di sua libertà, le città toscane formato

una confederazione, e le lombarde rinnovato l’antica; gli Spagnuoli nel

piano di Tolosa riportata insigne vittoria che li francheggiava omai

dall’araba servitù; da lui il re d’Aragona domandò la corona; quel di

Bulgaria gli sottomise la sua; sulla Sicilia avea sodato la supremazia

della santa Sede, dopo averla rinfrancata in Roma; in due Ordini,

baliosi di gioventù, erasi creata una milizia stabile, disposta ad ogni

suo comando. Ed ora al mondo intero, pendente dalle sue infallibili

decisioni, dettava i canoni della credenza e le regole della disciplina

ecclesiastica e civile: vietato l’affidare funzioni pubbliche a

Musulmani o Ebrei, o il vendere armi agli Infedeli; frenata l’usura,

proscritti i Patarini, e per distinguersi da questi dovessero i

Cattolici almeno una volta l’anno comunicarsi alla propria parrocchia;

confermata la dottrina di Pier Lombardo intorno alla Trinità,

riprovando quel che n’avea scritto «il calabrese abate Gioacchino»,

scrittore mistico, rinomato per predizioni; ordinata pace generale per

quattro anni.

Vicario della divinità in terra pel governo temporale e per lo

spirituale, il pontefice avea dunque portate ad effetto le massime che

le Decretali avevano sancite, proclamando la potenza ecclesiastica

essere il sole, da cui, a guisa di luna, la imperiale traeva il suo

splendore[340]. Spiegando le relazioni del potere temporale collo

spirituale, Innocenzo III scriveva[341]: — Il Signore non solo per

costituire l’ordine spirituale, ma anche perchè una certa uniformità

fra la creazione e il corso degli avvenimenti l’annunzii autore di

tutte le cose, stabilì armonia fra cielo e terra, in modo che la

meravigliosa consonanza del piccolo col grande, del basso coll’alto, ce

lo riveli per unico e supremo creatore. Come stampò due grandi luminari

sulla volta celeste, così affisse al firmamento della Chiesa due

supreme dignità, una che splenda il giorno, cioè illumini gl’intelletti

sopra le cose spirituali, e franchi dalle catene le anime tenute

nell’errore; l’altra che schiari le notti, cioè gli eretici indurati

e i nemici della fede, e impugni la spada per castigo de’ reprobi

e gloria dei fedeli. E come, offuscando la luna, buja notte involge

le cose; così, quando mancasi d’imperatore, prorompe la rabbia degli

eretici e dei pagani».

Pretendenze non meno assolute sillogizzavano i giuristi, attribuendo

agli imperatori un potere senza limiti, quale avea formato la possa e

l’obbrobrio di Roma antica; e con argomento di pari calibro nelle nuove

università insegnando il _sacro impero_ elevarsi sopra ogni mondana

cosa, l’imperatore portare in mano il globo a significare la padronanza

sull’universo mondo.

Arroganze sì opposte doveano rinnovare il conflitto tra il pastorale

e lo scettro. Cominciato da Gregorio VII, erasi sopito con un

accordo, ove l’imperatore crebbe di vantaggi, il papa d’opinione. Dopo

ottant’anni si ridestò più palese e meglio determinato, non trattandosi

più d’una formalità feudale, ma se la Chiesa dovesse star sottoposta

all’Impero. Anche i lottanti erano ben differenti: l’inflessibile

Gregorio più non viveva, e al posto d’un Enrico IV, principe

scapestrato e inviso, stavano i principi di Svevia, nobili, generosi,

cortesi, fautori delle lettere, cinti da signori tedeschi, che fedeli

al re e alla donna di lui, lo seguivano del pari al torneo od alle

spedizioni oltre l’alpi e il mare.

Federico II, rampollo ghibellino allevato dal papa e da lui sostenuto

contro il guelfo Ottone, sicchè per ischerno veniva detto il re dei

preti, mostrò deferenza e rispetto a Innocenzo III finchè n’ebbe

bisogno: esortò il senato romano ad obbedirgli; nella dieta di Egra

solennemente professò, pei tanti favori avuti dalla romana Chiesa,

le sarebbe sempre rispettoso e sommesso; le confermava le concessioni

fatte da Ottone; l’aiuterebbe a conservare i dominj, e nominatamente

la Sicilia, la Sardegna, la Corsica, e a recuperare i disputati,

come l’eredità della contessa Matilde; — Appena consacrati a Roma

(soggiungeva) emanciperemo nostro figlio Enrico, cedendogli il regno

nostro ereditario di Sicilia, sicchè il tenga come il teniam noi dalla

santa Sede; e noi rinunzieremo al titolo regio e al governo di quel

paese, di modo che mai non possa essere unito all’Impero»[342].

Oggi chiameremmo ciò politica; allora parve ipocrisia: giacchè al

tempo stesso ricusava far giustizia alle domande della Chiesa; pretese

che Innocenzo gli avesse peggiorato il patrimonio, e perciò a Ricardo

fratello di lui ritolse il contado di Sora, e spogliò altri che dal

papa erano stati investiti; fece anche morire qualche vescovo per

ribelle, e non rifiniva di lamentarsi che Roma raccogliesse chi a lui

era sfavorevole; e soltanto la morte sottrasse Innocenzo dal vedere il

suo pupillo morsicare il seno che l’aveva nodrito.

Federico, gioviale, colto, amabile, atto a conciliarsi gli animi,

quanto alienavali la rozzezza d’Ottone, rimase indisputato re di

Germania allorchè questo morì pentito e ricreduto della guerra portata

alla Chiesa, e facendosi flagellare dai servi per penitenza (1218).

Propenso alle armi a somiglianza degli Svevi paterni, e a somiglianza

dei materni Normanni destro nella politica e dissimulato, segnò con

buoni provvedimenti i cinque anni che dimorò in Germania; poi si

volse all’Italia, alla quale lo traevano la bellezza del cielo, le

rimembranze di sua gioventù, la coltura degli abitanti, e il proposito

di tornar vigoroso l’Impero. Raccontavasi che, ancor fanciullo, tra il

sogno gridò: — Non posso, non posso»; e interrogato rispose parevagli

di mangiare tutte le campane del mondo: ma ne abboccò una così grossa,

che in verun modo non potea trangugiare. Vedemmo più volte il medio evo

tradurre i fatti in cotali storielle.

In Lombardia le città principali venivano allargando il dominio, non

più soltanto sovra le terre circostanti, ma su città minori, inviandovi

podestà ed esigendone tributi, per modo che l’infinito sminuzzamento

riconosciuto dalla Lega Lombarda restringevasi attorno ad alcuni

centri. Uno de’ principali era Milano, che moltiplicava guerre a

Pavesi, Cremonesi, Parmigiani, Modenesi, e che caporione della parte

guelfa, trovavasi però, come fautore di Ottone IV, scomunicata dal

papa, divenuto patrono del discendente degli Svevi.

Federico vide non riuscirebbe ad alcun pro fra tanto rimestìo; e

differendo a miglior tempo il cingere la corona di ferro, scese verso

il mezzodì. Il nuovo papa Onorio III dei Savelli era stato ricevuto

dai Romani con tripudj (1216), quali niuno ricordava d’aver veduti;

pochi mesi dopo dai Romani fu espulso, e costretto a ritirarsi a Rieti

e a Viterbo. Mite pontefice in mezzo a due robusti, ai re insinuava

continuo la mansuetudine sua stessa: istruito dal nunzio che lo

scisma greco non potrebbe ricomporsi che col rigore, vietò d’usarne,

non dovendosi tutelare la fede che coll’istruzione, la preghiera,

il buon esempio e la pazienza. Da Federico, a cui nome era stato

governatore di Palermo, aveva egli a ripetere tre promesse fatte al suo

predecessore: di crociarsi, di restituire il retaggio della contessa

Matilde, di rinunziare alla corona di Sicilia, sicchè non fosse unita

all’Impero. Rinnovate queste promesse, Federico ottenne d’essere unto

imperatore (1220 — 20 7bre); nel quale incontro derogò qualsifosse

legge restrittiva delle libertà della Chiesa, ed ordinò severamente

l’estirpazione delle eresie.

Il retaggio della contessa Matilde nella realtà non era venuto nè

all’impero nè al pontefice, avvegnachè i signori posti a governarlo

s’erano poc’a poco scossi dalla dipendenza, intanto che molti Comuni

colla forza, col denaro, colla persistenza redimeansi in libertà, fra’

quali primeggiava Firenze.

Quanto sia alla crociata, dopo la presa di Costantinopoli e la

fondazione dell’impero latino, Innocenzo III non avea cessato

di spingere alla liberazione del santo sepolcro, tanto più

che allora andava attorno, essere giunto a sera il dominio di

Maometto, simboleggiato nella bestia dell’Apocalisse, la quale non

oltrepasserebbe i seicento anni. Genova vide in quel tempo capitare

un nuvolo di fanciulli, che, assunta la croce, volevano passare alla

liberazione di Gerusalemme: infelici! e per via perirono tutti, quali

di fame e stenti, quali affogati ne’ fiumi, alcuni côlti da avidi

speculatori per venderli schiavi. Innocenzo li compassionò, ma non

rifiniva di farne raffaccio agli adulti, i quali vigorosi non sapeano

compiere quel che aveano tentato fanciulli.

Al suo intento veniva opportuno un campione che onorate prove avea

dato di valore e fedeltà alla Chiesa, Giovanni di Brienne, francese

lodatissimo in fatti di guerra, fratello di quel che vedemmo poc’anzi

pretendere l’eredità di re Tancredi nella Puglia: ito in Palestina,

avea preso per moglie Maria figlia di Corrado di Monferrato (1219),

e per dote diritti al trono di Gerusalemme. Innocenzo lo riconobbe

re di questa, e raccolti molti Crociati, proponevasi guidarli egli

in persona, quando morì. Onorio III promise seguitare l’impresa, e

ottenne che Ungheresi e Tedeschi passassero in Terrasanta su navi di

Venezia e di Zara. All’assedio di Damiata il legato pontifizio a capo

degli Italiani (1218) scalò primo le mura in buja notte, e la croce

d’orifiamma, stendardo che conservasi a Brescia, vuolsi vi fosse allora

piantata dal vescovo Alberto a capo di millecinquecento Bresciani,

impresa per la quale ottenne il patriarcato di Antiochia. Poco poi

Enrico di Settala, arcivescovo di Milano, condusse un rinforzo di suoi

cittadini[343].

Moadham sultano di Damasco, disperando tenere Gerusalemme, ne avea

diroccato le mura, e pensava anche abbattere il santo sepolcro, quando

la fortuna cangiò, e la crociata uscì alla peggio. Ne sbigottì tutta

cristianità, e il papa imputava Federico, che, promesso ripetutamente

di prendervi parte, sempre avesse mancato. Vennero poi in Italia

i granmaestri de’ Templari, degli Spedalieri, dei Teutonici, il

patriarca, e re Giovanni di Brienne, e si presentarono supplichevoli

all’imperatore in Verona; il quale non solo mostrò ascoltarli, ma sposò

Jolanda figlia ereditiera di re Giovanni, col che pareva assumere come

cosa propria la difesa e il ricupero di Terrasanta. Allestì navi in

Sicilia, impose taglie e accatti, mandava retoriche esortazioni agli

altri principi; ma alla nuova stagione destinata alla partita egli

trovò sotterfugi, domandò il titolo di re di Gerusalemme a scapito del

suocero, mentre palesava nè voglia di assumere nè lealtà di seguire

l’impresa.

Più stavagli a cuore di sottomettere e regolare la sua Sicilia. Colà

fumava ancora il sangue in cui Enrico VI avea tuffato i privilegi

de’ baroni, e ne fermentava quel miscuglio di vecchio e di nuovo, di

ribrame e di speranze, che turba ogni recente dominazione. Nei passati

scompigli la giustizia era stata sovversa; la gerarchia d’impieghi

stabilita da re Ruggero non serviva che a camuffare di legalità

esazioni esuberanti; i feudi erano stati occupati a volontà, e ciascuno

nel proprio arrogavasi la sovranità fino al diritto di sangue, e in

tumultuosa indipendenza tutto era furto, assassinj, guerre.

Volendo farsi perdonare la rivolta o venirgli in grazia, i baroni

andarono fin a Roma incontro a Federico, offrendogli doni e duemila

cavalli di Puglia; poi al suo arrivo gli prodigarono omaggi, e gli

consegnarono i maggiori avversarj. Federico li carezza, ma di mezzo

alle feste si fa cedere i diritti regali dall’abate di San Germano;

a forza sottopone i conti di Celano e di Molise; imprigiona quelli

d’Aquila, di Caserta, di Sanseverino, di Tricarico perchè non gli

avevano dato tutte le truppe che doveano; fa radere le fortezze erette

dopo un certo tempo; a Capua pianta un tribunale che riconosca i

diritti de’ feudatarj, e incameri i feudi di cui mancasse il titolo.

Per tal modo snervò la feudalità; e smantellate le rôcche baronali

alla campagna, ne fabbricò di proprie nelle città più grosse, e castel

Capuano in Napoli.

Valendosi delle istituzioni normanne e dandovi maggior ordine, ebbe

fitto l’animo costantemente a render robusta la regia autorità a spese

dei privilegi e delle entrate de’ feudatarj; impedire si costituissero

grandi Comuni, quali in Lombardia; fare che tra il popolo e il re non

si frapponesse che la legge e i magistrati. Mentre non solo Italia ma

tutta Europa era sbocconcellata in municipj e feudi, egli prevenne

i tempi col volere stabilire lo Stato qual noi lo concepiamo, e

quell’unità amministrativa che forma il vanto e forse il disastro

de’ tempi nostri, in sè e ne’ suoi uffiziali accentrando il pubblico

potere, tolto ai signori, ai vescovi, alle città. Seguendo la missione

provvidenziale dei re nel feudalismo, elevò le condizioni infime, ai

sudditi demaniali attribuendo maggiori privilegi che non ne avessero i

feudali; gli uomini si stimassero affissi al terreno che teneano dai

signori, e di più franche condizioni fossero giovati; le proprietà

libere si crescessero; alleggerite o tolte le prestazioni di corpo

stipulate per contratti: intenzioni superiori all’età.

Per togliere il disaccordo venuto dagli avvicendati dominj,

Federico dettò un codice, che abbracciava la legislazione feudale,

l’ecclesiastica, la civile, oltre la politica ed amministrativa, e

dov’erano pareggiati Normanni, Franchi, Greci e Latini. Lodando i

Romani che colla legge regia trasferivano nel principe la facoltà

legislativa, affinchè nel medesimo imperante si trovassero e l’origine

della giustizia e il diritto di tutelarla, anch’egli avocò tutta la

giurisdizione; e toltala ai baroni e prelati, proclamò (cosa insueta

fra gli ordini feudali) i magistrati suoi proferirebbero su tutti i

sudditi[344], neppure esclusi i feudatarj; e pel giudizio di fatto

bastava la testimonianza di due pari, ovvero di quattro dell’ordine

inferiore, cioè per un conte vi voleano due conti, o quattro baroni,

od otto cavalieri, o sedici cittadini. La giurisdizione criminale

rimarrebbe divisa dalla civile. Fa meraviglia di trovar già nelle

sue _Costituzioni Augustali_ una gerarchia giudiziaria attaccata a un

centro comune, fissate nettamente le competenze, sostituito il giudizio

dei pari alla giustizia emanante dal monarca, conservato con dispiacere

il duello giudiziario e ridotto a stretti confini; provveduti d’uffizio

di campioni o d’avvocati gli orfani, i minori, le vedove, i poveri.

I _bajuli_, scelti per titolo d’onoratezza più che di conoscenza di

leggi, riscotevano le imposte, tassavano i viveri; e con un assessore

giurisperito e nominato dal re, decideano dei delitti campestri e delle

cause civili, poteano arrestare malfattori e sospetti per tradurli

ai tribunali. Soprastavano come secondo grado i _camerarj_ per gli

affari civili e fiscali. Poi i _giustizieri_ per le cause di polizia e

criminali, con un notaro e un assessore stipendiati dal re, rendevano

gratuita giustizia: duravano un anno, e doveano scegliersi stranieri

alla provincia. Nessuna causa potea prolungarsi oltre due mesi; solo

i giudici inferiori erano retribuiti dalle parti; gli avvocati non

poteano pretendere più della sessantesima del valore contestato. Gli

appelli da tutti i sudditi e le cause feudali recavansi ad una suprema

Corte, composta di quattro giudici e del gran giustiziere, il quale

una volta l’anno percorreva le provincie tenendo assise. Questa Corte

vegliava anche sull’amministrazione della rendita, difendeva pupilli e

vedove. In maggio e novembre si raccoglievano provinciali sindacature

davanti ai prelati, conti, baroni, magistrati della provincia,

ricevendo le querele portate contro gli impiegati.

A una camera fiscale, detta Segrezia, spettava l’alta giurisdizione

in cause di finanza, l’amministrare i beni vacanti o staggiti,

l’intendenza sui palazzi e le ville regie, le fortezze, i

fondi destinati alla flotta: sugli uffiziali di finanza e

sull’amministrazione vigilavano procuratori, rivendicando i beni

confiscati, affittando quelli della corona; e rendevano ragione delle

entrate e spese a un’alta Camera de’ conti in Palermo. Una commissione

esaminava i concorrenti alle cariche od a professioni universitarie.

Il duello giudiziario mantenevasi soltanto pel caso di morte data da

mano sconosciuta, e di lesa maestà; proibite le guerre private sotto

pena della vita, le rappresaglie sotto pena dell’esiglio; fino il

portare armi se non in guerra o in viaggio, multavasi con cinque once

d’oro per un conte, quattro per un barone, tre per un cavaliero, due

per un cittadino, una per un villano. Le figlie poteano succedere

nei feudi: punito il barone che esigesse oltre il dovuto; agli

ecclesiastici vietato il ricever doni e lasciti, e le funzioni di balio

o giustiziere[345].

Se tali provvedimenti palesano spiriti elevati, durezza traspira dalle

pene: la galera, il taglio della mano prodigati; la forca a chi frauda

le imposte, sia per astuzia o per miseria; città intere distrusse,

inventò supplizj atroci, e nelle tradizioni e nei versi di Dante

restarono famose le cappe di piombo che infocate metteva addosso ai

ribelli: poi, per ingrazianirsi i baroni, con deplorabile debolezza li

riabilitò ad usare la forza contro i vassalli.

Ai parlamenti, istituzione antica, insieme co’ vescovi e coi baroni

chiamò due _buoni uomini_ di ciascuna città e borgata[346], neppure

eccettuando le terre sottomesse a’ feudatarj. Essi buoni uomini (da

cui poi vennero i sindaci, quando il bisogno di sempre nuove imposte lo

costrinse a mascherarle coll’assenso popolare) portavano richiami per

le leggi che fossero violate dagli uffiziali, ed esponevano i bisogni

dei loro mittenti: primo esempio al mondo d’una vera rappresentanza

nazionale.

In ogni luogo due giurati paesani doveano vigilare sopra gli artieri, i

ritaglienti, le osterie, le monete, i giuochi zarosi. Napoli, Messina,

Salerno e qualc’altra conservarono vestigia degli antichi istituti, ma

sotto tutela. Del resto, adombrato dall’emancipazione dell’alta Italia,

severamente proibì dappertutto di istituire Comuni indipendenti; e

il nominar consoli, podestà o simili magistrati municipali costava

la forca agli eletti, e il saccheggio al paese[347]. Fu sottilissimo

trovatore di girandole finanziarie e di tasse per cavar denaro, massime

sul commercio coi diritti di fondaco, di porto, d’imbarco, d’estrazione

ed altri, e ridusse a monopolio il sale, il ferro, la pece, le pelli

dorate; levò fin sei collette all’anno, cioè sussidj straordinarj non

consentiti ma imposti, e fu volta che gli ecclesiastici pagarono fin

la metà dei proventi. Volle anche limitare le usure col proibire ogni

interesse maggiore del dieci per cento; ordine improvvido, che fu

corretto al solito dalle frodi[348].

Pier delle Vigne, nato poveramente a Capua, e invaghito degli studj,

andò mendicando a Bologna, e quivi ammesso nell’università, primeggiò

tanto che Federico sel tolse a segretario, poi lo alzò giudice,

consigliero, pronotaro, governatore della Puglia, infine cancelliere

e tutto. Bellissimo favellatore, arguto giureconsulto, le cure nol

distolsero dalle lettere, e come il primo codice dell’Italia moderna,

così dettò il primo sonetto: a’ consigli di lui va attribuita la

protezione che alle dottrine concesse Federico, il quale anche

l’insegnamento accentrò alla moderna, volendo unica scuola nel Regno

l’università di Napoli; e i governatori doveano colà mandare tutti gli

studenti, dove trovavansi allettati da privilegi, giudicati dai proprj

maestri, buon trattamento e sicurezza ne’ viaggi, le migliori case e a

tenue fitto; non mancherebbero mai di grano, vino, carni, pesci, e di

chi prestasse denaro[349].

Federico fece eseguire la prima versione di Aristotele dal testo greco;

formò un serraglio d’animali forestieri; chiunque avesse merito,

accoglieva alla sua Corte, ove si dirozzò il linguaggio italiano, e

qualche poeta, imitando gli esempj de’ Tedeschi e Provenzali, avvezzò

la musa sicula a nuovi concenti. Egli stesso «savio di scrittura e di

senno naturale, universale in tutte le cose, seppe di lingua latina

e vulgare, tedesca, francese, greca, saracena» (VILLANI); scrisse

un libro sulla caccia a falcone; uno sopra la natura del cavallo

dettò a Giordano Rufo suo scudiere. Del denaro cavato dai beni suoi

e dal traffico che non isdegnava, facea larghezza agli amici e in

fabbriche; e a lui sono dovuti i ponti sul Volturno[350], le torri di

Montecassino, i castelli di Gaeta, di Capua, di Sant’Erasmo, la città

di Monteleone ed altri forti e villaggi; di là dal Faro ristaurò Antea,

Flegella, Eraclea, fondò le rôcche di Lilibeo, di Nicosia, di Girgenti:

Napoli, abbellita e accresciuta di popolo e ricchezza come sede del

sommo tribunale e dell’università, avviò a divenir capitale del regno.

Ecco perchè egli v’è ancora nominato con popolare benevolenza.

Tante belle qualità non seppe acconciare coi tempi, ai quali non

fu conforme nei vizj nè nelle virtù. A modo dei re moderni, voleva

sottoporre anche la religione all’amministrazione, e tenea fitto

il pensiero ad affievolire i papi, come quelli che repugnavano a’

suoi divisamenti. Essi avevano costituita la dignità dell’imperatore

perchè fosse tutela alla Chiesa, affidandola sempre a un capo

elettivo, cioè degno; volendo l’indipendenza d’Italia, come necessaria

all’indipendenza pontifizia, impedivano che alla corona imperiale

s’annestasse quella della Sicilia, paese sempre della prima importanza

in faccia agli stranieri. Federico invece aspirava a rendere ereditario

in sua casa l’impero, e unirvi la Sicilia; solo dabbenaggine de’

popoli e astuzia de’ papi avere supremato la santa Sede, tutrice

incomoda e umiliante. Nè solo la Lombardia voleva egli soggetta,

ma tutta l’Italia, quasi retaggio proprio. Ad un principe italiano

scriveva, ogni suo sforzo essere in sottomettere la penisola rinserrata

fra dominj suoi, e renderla parte integrante dell’impero, come il

regno di Gerusalemme eredità di sua moglie, come la Sicilia eredità

della madre[351]; e nel congresso di Piacenza non dissimulò di voler

soggiogare la media Italia, impresa difficile, alla quale soccombette.

Non tardò ad accorgersi come, malgrado il momentaneo svolgimento,

alleati suoi naturali fossero i Ghibellini; onde a questi s’annodò,

sperando, fra il tempestare delle fazioni in Lombardia, riuscire a

quello dov’era fallito l’avo suo Barbarossa, e fra i divisi piantare

l’ordine; parola che, allora e poi, fu spesso intesa per servitù. A suo

desiderio il servirebbero le forze del Reame e quelle della Germania,

e i mercenarj che d’ogni parte comprava colle spoglie delle città

italiane, e col concedere franchezza a qualunque bandito o malfattore

prendesse servizio nelle truppe[352].

Nè pago delle masnade tedesche comandate da Rinaldo, figlio del

famoso Markwaldo, cercò rinforzo da nemici del nome cristiano. Dalle

montagne centrali dove s’erano ridotti dopo perduto il dominio,

gli Arabi sbucavano a devastare la Sicilia, e «v’aveano uccise più

persone ch’essa non conti abitanti». Alla conquista sveva non fecero

opposizione, e perciò sfuggirono alle vendette esercitate contro i

Normanni. Nella minorità di Federico, per odio al papa persistettero

a favorire Markwaldo: vinto lui, si forticarono ne’ castelli di val

di Màzara, blandirono Ottone IV, e gli spedirono regali. Federico li

domò, e fino a sessantamila ne trasferì nella Capitanata, assettandoli

a Nocera (1222), che oggi ancora chiamasi de’ Pagani, e a Lucera, posta

s’una ultima pendice dell’Appennino, donde si dominano i piani della

Puglia, chiusi a levante e settentrione dalla catena del Gargano e dal

mare Adriatico. Quivi tentarono ripetutamente fuggire o sollevarsi,

poi rassegnatisi divennero fedelissimi a Federico, che da questa

colonia traea ventimila combattenti, devoti ad ogni suo cenno e, ch’era

più, inaccessibili alle aspirazioni nazionali degl’italiani e agli

anatemi dei papi. E quando i papi gli apponevano di avere introdotto

i Musulmani in mezzo a Cristiani, Federico se ne imbelliva anzi, come

avesse con ciò liberato la Sicilia dal flagello delle loro correrie,

e col porli fra’ Cristiani agevolato le conversioni. Il fatto sta che

ebbe per tal modo anche un esercito stabile, a guisa dei re moderni.

A suo figlio Enrico, che faceva i nove anni quando egli ventisei[353],

avea dai principi di Germania ottenuta la corona. Ora col pretesto

della crociata lo invitò a scendere in Lombardia coll’esercito, e

trovarsi a Cremona, ove per pasqua intimava la dieta (1226). — Una

adunanza raccolta sotto le spade può ella essere libera?» dissero

le città lombarde; e non ben fidando nel papa, che condiscendeva a

Federico onde indurlo a quel ch’era suo primo desiderio, la crociata,

provvedono al caso dubbio e pericoloso rinnovando la Lega Lombarda,

secondo n’erano autorizzati dal trattato di Costanza. A Mosio sul

Mantovano convennero dunque i rettori, podestà, ambasciatori di

Bologna, Piacenza, Verona, Milano, Brescia, Faenza, Mantova, Vercelli,

Lodi, Bergamo, Torino, Alessandria, Vicenza, Padova, Treviso, e

giuraronsi alleati per venticinque anni. — I malfattori escluderemo da

tutti i luoghi e dalle città collegate, nè di bando potranno essere

tratti senza mandato dei rettori o della Lega: a chi contraffacesse,

faremo guerra a senno dei rettori: nessuna città, luogo o particolare

persona de’ collegati verrà ad accordo con alcuna città o luogo fuor

della Lega, o in danno di quella, altrimenti sarà avuta per ribelle,

e i beni dei suoi abitatori pubblicati e devastati. Se alcuna città,

luogo o persona particolare della Lega sia osteggiata dai nemici,

le collegate le daranno ajuto, e reciprocamente rifaremo i danni ad

arbitrio de’ rettori».

Tale era il giuramento; e quello dei rettori della Lega: — Giuro pei

santi evangelj che con buona fede eserciterò l’uffizio a me commesso

e le ragioni della giurisdizione a me sottoposte; concorderò cogli

altri rettori in quanto concerna lo stato e utilità di tutta la Lega,

e di ciascun Comune che v’entri; senza frode darò opera di mantenere

e far osservare questa Lega; nulla manifesterò di quello che sarà

trattato; niente piglierò per me nè per sommessa persona in detrimento

della società; e se cosa alcuna mi sarà offerta, al più presto la

farò manifesta a tutti i rettori. Le querele deferite a me od a’

miei colleghi, ad arbitrio degli altri rettori, fra quaranta giorni

definirò, secondo la ragione e la buona consuetudine: quindici giorni

avanti che scada il mio uffizio darò opera si faccia un altro rettore,

il quale giuri siccome ho giurato io. Attenderò al meglio della

università e non della specialità; e darò ogni opera a conservare la

libertà di ciascun Comune, e difendere i beni contra tutte e singole le

persone contrarie a tal società» (CORIO).

Tosto la Lega si pone in piede ostile, far armi, troncare ogni

comunicazione colle città ghibelline, proibire ai cittadini di trattar

coll’Impero, nè ricevere ordini o donativi. Federico buttò giù la

buffa anch’egli, ed avendo dalla sua Reggio, Modena, Parma, Cremona,

Asti, Lucca e Pisa, mosse armato. Ma Faenza e Bologna, capo della lega

Cispadana, gli chiusero le porte in faccia, sicchè dovette attendare

alla campagna, poi affrontato da buoni eserciti, forza gli fu dare

indietro. Spedì proposizioni alle federate; e ricusato, le pose al

bando dell’Impero; e non so se di buon senno o per contraffare le

scomuniche papali, fece scomunicarle dal vescovo d’Ildesheim, e proibì

d’andare a studio a Bologna: grave colpo per una città che viveva sopra

dodici mila scolari. Le confederate non fecero come sbigottite; ma

Onorio III papa, avendo in cima a tutti i suoi pensieri la crociata,

e perciò la concordia fra i Cristiani, s’interpose, e rattaccò una

pace (1227 — 5 genn.), dove Federico obbligavasi a cancellare que’

bandi, e i Lombardi a null’altro che rappattumarsi coi Ghibellini,

e somministrare quattrocento uomini pel passaggio in Terrasanta: ma

Onorio non potè vedere la spedizione desiderata.

Il successore suo Gregorio IX, dei conti di Anagni, aveva ottantacinque

anni; ma parve ringiovanire nel ricevere in deposito le chiavi eterne:

con pompa maggiore delle consuete si fece coronare, sette giorni

continuando le feste; e l’ultimo cantata messa in San Pietro, menò

una lunga processione ricchissimamente in addobbo, con due corone al

capo, sopra un cavallo superbamente bardato, tenuto alla briglia dal

prefetto di Roma e dal senatore; precedeano i cardinali, seguivano

giudici e uffiziali in broccato d’oro, e una dirotta di popolo, fra le

cui acclamazioni e ulivi e palme entrò al palazzo, quasi celebrasse il

trionfo dell’autorità papale, che di fatto mai non era tanto salita.

Federico aveva preso tutti quei provvedimenti in Sicilia senza

informarne il papa, che pur riconosceva per signore sovrano; imponeva

tasse sugli ecclesiastici col pretesto della crociata, alla quale non

risolvevasi mai; ed ai lamenti di Roma rispondeva col protestarsele

docilissimo, e obbligato ad essa come a madre che Io aveva nutrito.

Alla longanimità di Onorio verso un principe mentitore e subdolo

come Federico, mal rassegnavasi l’operosa fermezza di Gregorio,

il quale intimò alle città longobarde di tenersi in pace (1228), e

all’imperatore di partire per oltre mare, egli ch’era stato «posto

da Dio in questo mondo siccome un cherubino armato di spada per

mostrare agli smarriti la via dell’albero della vita». Più non avea

ragioni o pretesti costui da indugiare, e con poche truppe s’imbarcò

a Brindisi. Già dappertutto preludevasi a vittoria, già s’immaginava

la santa città restituita agli inni dei devoti, quando si sparge che

l’imperatore era tornato a terra dopo tre giorni, allegando le malattie

dell’esercito e la sua. Al pontefice più non parve di pazientare, e

lanciò la scomunica, denunziando Federico come spergiuro e infedele;

suo delitto se la moglie Jolanda morì sovra parto; colpa sua se di fame

e di caldo perirono i Crociati nella Puglia. Non meno iracondo Federico

inveiva contro il papa che, in luogo di soccorrerlo, istigasse contro

di lui il suocero suo stesso; il quale di fatto, appoggiandosi alla

scomunica, in armi veniva a ridomandare il titolo regio che Federico

gli aveva usurpato. Pure, avuto intesa delle discordie scoppiate fra i

principi Ajubiti, l’imperatore si risolse al passaggio; data la posta

a’ guerrieri nella pianura di Barletta, vi troneggiò in tutta la maestà

imperiale e colla croce di pellegrino, lesse il proprio testamento,

facendo giurare i baroni d’adempirlo se nell’impresa perisse, e

precipitò gl’indugi.

Gregorio IX dichiarò scandalo che uno scomunicato capitanasse l’impresa

santa; dichiarò imprudenza l’assumerla con sole venti galee e seicento

cavalieri, armata da corsaro, non da imperatore; e interruppe la

canonizzazione del pacifico san Francesco per ripetere gli anatemi

contro Federico, il quale non vi diede ascolto.

In Levante i figli di Malek Adel, spartitosi il dominio, si faceano

guerra dall’uno all’altro; e Melik el-Kamel, signore dell’Egitto e di

Gerusalemme, cercò prevalere a’ fratelli coll’allearsi all’imperatore

d’Occidente, al qual uopo gli spedì un emir, mentre l’arcivescovo

di Palermo arrivava al Cairo con gran regali per lui (1229), e si

ricambiarono proteste d’amicizia. Melik el-Kamel invase di fatto la

Palestina; sicchè l’imperatore, sapendo di non dovervi trovar nemici,

non credette aspettare i rinforzi di Germania. Approdato, vi era dai

nostri accolto come un Messia, quando due Francescani annunziarono

la scomunica. Detto fatto, gli si toglie fiducia e rispetto, a segno

che gli ordini non dava più in proprio nome, ma di Dio e del popolo

cristiano. Melik el-Kamel non meno che Federico desiderava la pace;

sicchè tutta la campagna si ridusse a trattative, quanto una guerra

moderna, sempre avvolte però nel mistero. L’imperatore mandò al

soldano pelliccie, eccellenti destrieri, bellissime armi di Germania,

il cavallo di battaglia, la spada, parte dell’armadura di cui egli

servivasi in campo, protestando non chiedere che le già promessegli

città, titolare patrimonio di suo figlio; vedesse in quanto scredito

cadrebbe se tornasse in Occidente senza nulla ottenere. L’emir lo

ricambiava con stoffe di seta, un elefante, dromedarj e scimie, altre

rarità dell’India, dell’Arabia, dell’Egitto, e una banda di ballerine e

cantatrici, soggetto ai Musulmani di rimproveri, di scandalo ai nostri,

cui davano gelosia e dispetto quelle benevole relazioni[354]. I due

signori convennero d’una tregua decenne; Gerusalemme, Betlem, Nazaret,

Toron e i prigionieri sarebbero consegnati a Federico con quanto

siede fra Gerusalemme, Acri, Tiro e Sidone; conservate ai Musulmani le

moschee, e libero esercizio del loro culto; Federico distoglierebbe i

Franchi da nuovi atti ostili contro di essi.

Il patto seppe dell’empio ad entrambe le religioni; imami e cadì

appellavansi al califfo contro la cessione della _città del Profeta_,

i vescovi al papa contro l’indegnità di mescolare i due culti: il

sultano di Damasco ricusò l’accordo; il patriarca di Gerusalemme pose

all’interdetto i luoghi recuperati. In conseguenza Federico entrò in

Gerusalemme senz’altro accompagnamento che de’ suoi baroni tedeschi

e de’ cavalieri Teutonici; e nella chiesa del Santo Sepolcro, tesa

a bruno, abbandonata dai preti, mentre, lui connivente, dai minareti

continuavasi a gridare: — Non v’è altro dio che Dio e Maometto è suo

profeta», Federico colle proprie mani dovette porsi in capo il diadema.

Nè potè ottenere obbedienza neppure sevendo contro i cittadini,

battendo frati, impacciando i pellegrini che venivano per la settimana

santa, e i Templari che voleano rialzar le mura: la sua partenza da

Gerusalemme fu festeggiata quanto l’arrivo; e gli assennati gli faceano

rimprovero di non avere provveduto tampoco nè a conservare gli acquisti

nè ad assicurarvi i fedeli: sì poco gli caleva del regno di Cristo

quando il suo pericolava.

Perocchè in Sicilia il papa gli suscitava nemici mandando nunzj,

compiangendo che quei popoli, sotto un nuovo Nerone, perdessero fino

il desiderio della libertà: — Vi ha forse Dio collocati sotto cielo

sì ridente per trascinare catene vergognose?» Sollecitava anche

soccorsi da’ collegati lombardi, e messo insieme un esercito, lo

affidò a Giovanni di Brienne, che sotto lo stendardo delle chiavi entrò

devastando il reame di suo genero.

Federico, sbuffante vendetta, muove le schiere tedesche ricondotte di

Palestina, e i fedeli suoi Saracini, segnati della croce, combatteano

fieramente contro i papalini, segnati delle chiavi; e messi questi

in isbaratto, recupera le piazze del Regno, invade le terre del papa,

ne stramena i fautori, e gli suscita nemici in Roma stessa. Giovanni

di Brienne era stato chiamato a Costantinopoli a regnare invece del

fanciullo Baldovino II suo genero, e benchè ottagenario si mostrò

eroe nel combattere i Bulgari. I Romani, espulso il pontefice, aveano

gravato di esazioni le chiese, i conventi, i vassalli della santa Sede,

e aizzato Federico alla totale rovina del papa; ma una straordinaria

inondazione del Tevere, considerata come castigo del cielo, indusse e

popolo e senato a richiamarlo in segno di penitenza. I prelati però mal

sopportavano di dover contribuire alle spese a titolo della crociata;

alle città lombarde pesava l’essere trascinate in una guerra offensiva,

esse collegatesi solo per la difesa: laonde fu praticato un accordo

(1230), e dopo lunghi dibattimenti si annunziò qualmente l’imperatore

concedeva perdonanza universale, revocava il bando messo sopra le

città lombarde, e prometteva che i benefiziati sarebbero eletti

secondo le leggi ecclesiastiche, nè gravati d’imposte o collette. A

tali condizioni fu prosciolto dalla scomunica, e le campane sonarono

a letizia, il re baciò il piede del papa, n’ebbe la benedizione, e

sedettero alla stessa mensa. I popoli credettero fosse pace, ma non era

che un respiro ch’egli si procacciava per allestirsi all’ultima prova.

Quando i capi erano disuniti, tutte le membra se ne risentivano, e

l’Italia peggio che mai trambustava, facendo guerra Venezia a Ferrara,

Padova e Brescia a Verona, Mantova e Milano a Cremona, Bologna a Imola

e Modena, Parma a Pavia, Firenze a Siena, Genova a Savona ed Albenga,

Prato a Pistoja; signorotti feudali saliti a gran potenza mescolavano

battaglie fra sè o colle città; e ai rancori ed alle ambizioni private

pretessevasi il nome del papa o dell’imperatore.

Questi convocò la dieta in Ravenna (1231), ma al tempo stesso da

Germania invitava coll’esercito il figlio Enrico: di che adombrate

le città, e mal fidandosi alle assicurazioni nè del papa, nè

dell’imperatore, abbarrarono i passi, tanto che Enrico rimase di là, e

Federico rinnovò il bando contra la Lega Lombarda, cassando qualunque

diritto mai avessero ottenuto le città di quella. Mancando però

d’esercito, le minaccie non fecero che rinserrare quella Lega. Milano

mette in ordine sette capitani con mille uomini a cavallo ciascuno,

giurati a sostenere la libertà, e morire in campo piuttosto che

fuggire; disponeva delle forze di Parma, Piacenza, Novara, Vercelli,

Alessandria, benchè indipendenti; ed essendosi Tommaso conte di Savoja

tenuto sempre fedele all’imperatore, dal quale anzi fu costituito

vicario, i Milanesi si spinsero fin nelle Alpi, e per sorreggere

alcune terre a lui ribellate fondarono il Pizzo di Cuneo, che poi dovea

divenire una delle primarie fortezze di quella casa e dell’Italia.

A Federico poi si ribellavano i proprj paesi, da lui fraudati delle

consuetudini municipali, e specialmente Messina, avvezza a reggersi

con stratigoti proprj: ond’egli moltissimi appiccò ed arse vivi;

il castello di Centoripa distrusse dalle fondamenta; Gaeta, benchè

amnistiata, fe spoglia dell’antico diritto di eleggere i consoli,

e circondò di trenta fortini: insomma questo eroe, magnificato da

coloro che venerano in lui l’antagonista de’ papi, trovò continuamente

rivoltose la Puglia e la Sicilia, nè seppe frenarle che collo spediente

dei tiranni, le fortezze.

Appoggio gli erano, dopo i Saracini, i signorotti ch’eransi eretti

tiranni di alcune città e provincie, e che dai diplomi di lui (1215)

credeano trarre legittimità e fermezza. Principale tra questi fu

Ezelino da Romano, che succeduto ad Ezelino il Monaco suo padre,

all’avito dominio aveva aggiunto Bassano e Treviso, poi anche Verona

e Padova, secondato dal fratello Alberico e dai Ghibellini della Marca

Trevisana; e con una fermezza che non si arrestava alla necessità del

sangue e del delitto, era divenuto il più spaventoso tiranno che la

patria storia ricordi. Vi faceva contrasto Azzo d’Este, con larghissimi

possessi e col favore di tutti i Guelfi: ma Ezelino prevalse alla

venuta di Federico, del quale sposò Selvaggia figlia naturale. In

queste emulazioni la Marca non meno che la Lombardia andava a strazio

di deplorabili guerre, alle quali metter fine non potea la politica,

ma solo qualche armistizio la religione, adoprantesi incessantemente a

questo scopo.

Già vedemmo come essa dettasse la tregua di Dio; e i due nuovi Ordini

di Domenicani e di Francescani furono tutti in attutire gli sdegni,

frammettersi alle baruffe quotidiane, persuadendo e portando la pace

da signore a signore, da una all’altra città; e cuori feroci, cui vigor

di legge o possanza di magistrati non ratteneva, aprivansi alla pietà,

gli stocchi tornavano alla vagina, e nel nome di Cristo fondendosi in

lagrime, il nemico correva ad abbracciare il nemico.

Grandi paci conchiuse il santo d’Assisi; grandi il seguace suo Antonio

da Padova. Nel 1176 i cardinali di Santa Cecilia e di Santa Maria in

via Lata per delegazione pontifizia componeano molte quistioni, agitate

fra le repubbliche di Pisa e Genova rispetto ai loro diritti sopra

la Sardegna[355]. Sui cui esempio frà Guala da Bergamo, che fu poi

vescovo di Brescia, riamicò i Bolognesi coi Modenesi, i Trevisani coi

Bellunesi. In Cremona il popolo della città nuova viveva in cagnesco

con quel della vecchia, e il vescovo Sicardo li riconciliò; e così

coi Vicentini il beato Giordano da Forzatè, coi Milanesi frà Leon

da Perego. Sta manoscritto nella biblioteca Ambrosiana un prolisso

discorso d’un ecclesiastico che esortava alla concordia, e diceva:

— Popolo milanese, tu cerchi soppiantare il cremonese, sovvertire il

pavese, distruggere il novarese; le tue mani contro tutti, e le mani

di tutti contro te... Oh quando fia quel giorno che il Pavese dica al

Milanese, _Il popolo tuo è popol mio_; e il Cremasco al Cremonese, _La

città tua è mia città!_»

I Genovesi aveano contaminato le loro vie di molto sangue civile,

massime per l’odio tra li Avogadri e i marchesi della Volta; quando si

pensò porvi fine. Innanzi giorno ecco toccar la campana a parlamento: e

i cittadini accorrendo attoniti, videro il vecchio arcivescovo Ugo in

pontificale tra il clero con candele accese, e tra cittadini notevoli

con croci alla mano, attorno alle venerate reliquie del Battista;

scongiurava a deporre gli odj e gli sdegni, e giurare sui vangeli

la concordia, che sola poteva salvare la patria. Rolando, capo degli

Avogadri, non poteva indursi a perdonare il sangue di tanti parenti

suoi, de’ quali aveva promesso vendetta; ma tanto insistettero i preti

e i savj, che l’ebbero indotto: poi corsero alla casa dei Volta, che

non erano voluti presentarsi, e li trassero a dare il bacio ai nemici;

e campane a festa e _Tedeum_ celebrarono l’evento[356].

Ambrogio de’ Sansedoni di Siena, che fu poi canonizzato, venne

spedito a predicar la pace in Germania, quindi tornò in patria

per riconciliarla col papa che l’aveva interdetta come fautrice di

Federico, e volle si cominciasse l’emenda dal perdono reciproco.

Un magnate, sazio de’ suoi consigli, lo cacciava come impostore e

vanaglorioso; ed egli: — Dio si chiama re della pace, ma non la dà

se non a chi di buon cuore la conceda altrui. Quel che fo, lo fo per

volontà di Colui che può sopra di me. Se v’irritai, ve ne chiedo scusa,

e se merito supplizio, lo sosterrò di buon cuore per isconto delle

mie colpe». Il forte a tanta umiltà venne a resipiscenza. Ambrogio

predicava continuo che la vendetta è peccato d’idolatria, perchè usurpa

la parte di Dio che a sè la riservò. Non riuscì mai a calmare un di

Siena, sicchè gli disse: — Pregherò per voi», e insegnò una preghiera

siffatta: — Signor Gesù, interponete la podestà vostra a queste

vendette, e riserbatele a voi, acciocchè tutti conoscano che a voi

solo spetta il punire gli offensori»; ed esortava a dirla avanti quelli

che si ostinassero nelle ire. Anche quel pertinace, mentre ordiva co’

suoi consorti di non fare mai pace, la udì, ne fu compunto, e passati

due giorni nella riflessione e nel digiuno, va e prega il santo a

perdonargli e a rimetterlo in pace[357].

Continuò anche in appresso questa pia intromissione, e nel luglio

1273 Gregorio X conciliò una solenne pace in Firenze tra Guelfi

e Ghibellini, e cencinquanta sindaci per parte si baciarono in

bocca in sul greto d’Arno, dove esso papa volle si edificasse una

chiesa che i Mozzi, suoi ospiti e grandi mercanti, dedicarono a san

Gregorio[358]. Ma essendo il giorno stesso tornati a sospetti e a

risse, un’altra concordia fu solennissimamente celebrata il 1280

per mezzo del cardinale Latino nunzio, rogandone atto, e volendo

trecensessantasei mallevadori de’ Ghibellini, trecentottantaquattro

dei Guelfi, e alquanti castelli[359]. L’anno precedente, esso Latino

in Bologna riamicava i Lambertazzi co’ Geremei, in Faenza gli Acarisi

coi Manfredi, in Ravenna i Polenta coi Traversari; e frà Bartolomeo

di Vicenza instituì l’Ordine militare di Santa Maria Gloriosa, per

mantenere in calma le città italiane. Nel 1266 il sartore Giacomo

Barisello a Parma inalbera il segno della redenzione, e forma la

compagnia della Croce di cinquecento seguaci, co’ quali va di casa

in casa riconciliando Guelfi e Ghibellini, e facendoli giurar fede

al pontefice. La compagnia ebbe tale successo, che ottenne uffiziali

proprj, con autorità di giudicare, e d’intervenire negli affari del

Comune, esercitandovi importanza principale per mezzo secolo[360].

Di nuovo il cardinale Nicolò da Prato rappacificò Firenze; e «a

dì 26 aprile 1304, raunato il popolo sulla piazza di Santa Maria

Novella, nella presenzia dei signori, fatte molte paci, si baciarono

in bocca per pace fatta, e contratti se ne fece, e puosono pene a chi

contrafacesse, e con rami d’ulivo in mano pacificarono i Gherardini con

gli Almieri; e tanto parea che la pace piacesse a ognuno, che vegnendo

quel dì una gran piova, niuno si partì, e non parea la sentissono.

I fuochi furono grandi, le chiese sonavano, rallegrandosi ciascuno»

(COMPAGNI).

In Milano, contrastandosi nobili e popolani, si fece compromesso in

quattro frati, e si stette al loro lodo; poi nimicatisi di nuovo, si

accolsero in Parabiago, ove due frati dettarono condizioni d’accordo.

Nel secolo seguente andò a predicarvi pace il beato Amedeo cavaliere

portoghese, che di limosine fabbricò Santa Maria della Pace. Molte

resie private e pubbliche in Valtellina e pel Comasco racconciò frà

Venturino da Bergamo, che indusse diecimila Lombardi a pellegrinare

penitenti a Roma, gridando pace e misericordia, e mantenendosi di

carità. Molto profittarono pure in Lombardia san Bernardino e fra

Silvestro da Siena.

Certamente anche allora potea dirsi, — Perchè frati e preti s’hanno a

mescolare d’interessi mondani?

Ai tempi del nostro racconto, Gregorio IX, struggendosi di acconciare

in buona pace gl’Italiani, sì per dovere di papa, sì per agevolare la

crociata, mandava Nicolò vescovo di Reggio a ricomporre i Modenesi co’

Bolognesi; il cardinale Giovanni della Colonna a calmare i Perugini

inveleniti fra loro, e ripatriarvi gli sbanditi; il cardinale Tommaso

a Viterbo; il cardinale Giacomo da Preneste a Verona a concordare i

Capuleti e i Montecchi, fazioni note per le compiante avventure di

Giulietta e Romeo; frà Gherardo di Modena nella sua patria e a Parma,

dove fu anche costituito podestà per riformare gli statuti; a Piacenza

frà Orlando da Cremona.

Principale in queste missioni fu Giovanni da Schio domenicano, ch’e’

destinò in varj luoghi e nominatamente a Bologna, avvezza gli anni

passati ad ascoltare Francesco, Domenico, Antonio già santi, poi venuta

in urto col papa per le giurisdizioni vescovili, e perciò fin privata

dell’università. Alla voce del frate da Schio si compromisero i litigi,

si scarcerarono i debitori, si rintegrarono gli esuli; ed esso riformò

a suo senno gli statuti, frenò le usure, indusse le donne a vestire

più composto, e tutti a salutarsi col _Sia lodato Gesù Cristo_; e più

nol voleano lasciar partire, tanto che il papa dovette fin minacciarli

d’interdetto. Allora lo inviò a Siena; ma poichè a questa non potè

rappacificare i Fiorentini, il papa li proferì interdetti; ed essi per

capriccio d’incomposta libertà sprezzarono quel castigo.

Frà Giovanni fu destinato principalmente a disacerbare i furori della

Marca Trevisana; e a Feltre, a Belluno, a Treviso, a Conegliano,

a Vicenza, a Padova, per tutto operò prodigi di riconciliazioni;

incontrato come santo fra le bandiere sciorinate, richiamava gli

sbanditi, liberava i prigioni; e quando in Prato della valle a Padova

predicava di stando sul carroccio e contornato dai carrocci delle

altre città accorse, prorompeva dai cuori l’evangelico _Son pur belli

i piedi di chi evangelizza la pace_. Tutto predisposto, frà Giovanni

ordinò un generale ritrovo a Paquara, vasta pianura sull’Adige, tre

miglia sotto Verona. Al cenno d’un frate, tutte le città e le ville

accorsero coi carrocci cantando laudi al Signore; e quindici vescovi,

tutti i baroni delle vicinanze, i conti di Sanbonifazio, i signori

Camino, i Camposampiero, il tremendo Salinguerra di Ferrara, e più

tremendi ancora Ezelino ed Alberico da Romano, vennero per udire

predicarsi carità. Giovanni, salito in pergolo, e preso per testo

_La pace mia vi do, la pace mia vi lascio_, parlò con una eloquenza,

la cui efficacia veniva tutta dallo spettacolo e dalla persuasione

della santità. A parole che ben pochi poteano intendere, ma che tutti

sentivano, e a cui ciascuno sottoponeva quel che il cuore e la fantasia

gli dettavano, avresti veduto quegli iracondi per penitenza picchiarsi

i petti, poi gettarsi un al collo dell’altro, e chiedersi perdono, e

promettersi amicizia. Il frate si valse dell’autorità concedutagli dal

papa per assolvere da interdetti e scomuniche; e alzato il crocifisso,

esclamava: — Benedetto chi conserverà questa pace», e centomila voci

echeggiavano _Benedetto_; — Maledetto chi tornerà sulle risse», e

centomila voci, _Maledetto_.

Se non che queste paci, indotte per impeto di sentimento, combinate

in nome della universale carità, non isvelleano veruna delle cause

delle nimicizie, talchè fra breve si era di ricapo alle armi. Pochi

giorni dopo la spettacolosa concordia di Paquara, gli sdegni erano

riarsi, le spade tinte di nuovo sangue, tutto tornato a peggio che mai

per l’addietro si fosse; e i popolani che aveano inneggiato il frate

santo, lo bestemmiavano uom di parte, venduto ai Guelfi, zimbello del

papa. Egli stesso provocò quegli sdegni colla severità adoprata verso

gli eretici, di cui ben sessanta bruciò nella piazza di Verona; poi a

Vicenza, appoggiato dal popolo minuto, si dichiarò signore e conte,

distribuì a suo senno le magistrature, riformò gli statuti; e colla

solita volubilità popolesca fu cacciato prigione e respinto da un paese

che lasciava in peggiori discordie di prima[361].

Il pontefice, offertosi arbitro tra Federico e la Lega Lombarda,

proferì che l’imperatore dimenticasse ogni offesa, revocasse la

proscrizione, compensasse chi n’avea sofferto pregiudizio; per ricambio

i Lombardi rifacessero i danni all’imperatore ed a’ suoi, e per due

anni mantenessero cinquecento cavalli in Terrasanta. Federico trovò

parziale quel lodo, e lesivo della maestà regia: ma pel papa quelle

repubbliche erano corpi politici legittimi e riconosciuti, nè aveano

peggiorato verun diritto imperiale col rannodare la Lega, a cui erano

stati autorizzati dal patto di Costanza.

Esso papa era tergiversato dai Romani, che gli negavano il diritto di

sbandire un cittadino, esigevano una retribuzione che da immemorabile

la Chiesa dava alla città, infine gli contestavano la sovranità

temporale. Quello a cui s’incurvava tutto il mondo, si trovò

costretto rifuggire in Perugia (1234); Roma tornò repubblica e Luca

Savelli senatore ideò di fondare la Toscana e la media Italia in una

confederazione, che togliesse di mezzo il dominio pontifizio, come

dell’imperiale avevano fatto i Lombardi. Le fazioni scrupoleggiano mai

sui mezzi? Questi repubblicani solleticarono le antipatie di Federico,

chiedendo li sostenesse; ma egli, temendo ancor più la libertà che

il pontefice, esibì soccorsi a questo per tornare al dovere Roma.

In riconoscenza, e perchè la guerra che prevedeva inevitabile non

avesse a frastornare i soccorsi a Terrasanta, Gregorio IX dichiarava

gl’interessi di Federico essere interessi suoi, atteso i grandi servigi

che rese alla Chiesa[362]: s’industriava di tirare i Longobardi a più

larghe condizioni; ma essi indugiarono oltre il termine prefisso, e la

mediazione fu mandata a vuoto dagli avvenimenti di Germania.

Colà sentivasi il ricolpo de’ fatti italiani: ed Enrico lasciato a

governarla, non che difettare della necessaria robustezza, si abbandonò

alle proterve inclinazioni, oltraggiando la moglie, invidiando il

fratello, tradendo il padre, fino a rompere ad aperta ribellione; e

mal sostenuto dai Tedeschi, si drizzò alle città lombarde. Milano,

Brescia, Bologna, Novara, Lodi, il marchese di Monferrato gli esibirono

quella corona (1235) che sempre avevano negata a Federico[363]; e

n’ottennero conferma a tutti i loro privilegi, e che accettasse per

amici e nemici quei della Lega. Pertanto guerra civile e domestica.

Federico soleva menare nel suo esercito come trofeo camelli ed elefanti

che avea condotti dalla sua spedizione in Asia; e i Milanesi saputo che

ne inviava alcuno a’ Cremonesi in segno di benevolenza, assalgono quel

popolo, e a Zenevolta lo sconfiggono: ma Parmigiani, Reggiani, Pavesi,

Modenesi vengono a sostegno di quello, talchè il combattimento si fa

generale, e città e principati si sbranano in fazioni. Dalla Sicilia,

dove sanguinosamente avea chetato i tentativi dei Comuni di recuperare

le fraudate franchigie, Federico traversa inerme la Lombardia, che non

volle profittare della sua umiliazione; e fatto da settanta prelati e

principi dichiarar fellone Enrico, che altamente era disapprovato anche

dal papa[364], lo fa arrestare e tradurre nel forte di San Felice in

Puglia, e ve lo lascia stentare fin alla morte.

Nella dieta da Federico radunata a Magonza, numerosa di ottanta

principi e prelati e di milleducento signori, furono pubblicati molti

savj provvedimenti e una pace pubblica; terminata la lunga lite tra la

famiglia guelfa e la ghibellina, col dare a Ottone il Fanciullo, unico

guelfo superstite, le terre di cui si formò il ducato di Brunswick, e

sulle quali Federico rinunziava ad ogni pretensione. Costui vi sfoggiò

una grandezza, alla quale non mancava se non il sapere moderarla; e

con istraordinaria maestà solennizzò un nuovo matrimonio con Isabella,

figlia del re inglese Giovanni Senzaterra. Una nobiltà di cavalieri e

baroni incontrò la sposa alle frontiere; dappertutto il clero usciva

a suon di campane; a Colonia diecimila borghesi a cavallo, splendidi

d’armi e di vesti, la corteggiarono; minnesingeri in tedesco, trovadori

in provenzale, forse anche siculi in italiano osannavano; mentre da

carri, festonati di tappeti e porpora, mirabile armonia diffondeano gli

organi nascosi; e la notte cori di fanciulle non interruppero mai le

serenate sotto ai balconi della sposa. Quattro re, undici duchi, trenta

conti e marchesi assistevano, e pari alla dignità furono i regali

di Federico; una corona d’oro, collane, giojelli, scrigni, un intero

servizio d’oro e d’argento a ceselli, fin gli utensili da cucina e le

pentole erano d’argento; fra i quali Federico presentò al regio suocero

tre leopardi menati d’Oriente, allusivi allo stemma d’Inghilterra.

Isabella fu sposata per procura da Pier delle Vigne, poi dal re quando

gli astrologi trovarono opportuno l’istante; portava in dote trentamila

sterline, che oggi rappresenterebbero 1,140,000 lire; ebbe in dominio

tutto il val di Màzara, e nel palazzo era servita da eunuchi mori e

siciliani[365].

L’imperatore fece eleggere re de’ Romani suo figlio Corrado; ma più che

il trionfare in Germania lo lusingava il lottare in Italia. La Germania

vedea come gloria nazionale le spedizioni contro la penisola; ma gli

Svevi le ripeterono e prolungarono in modo, che sì gravi sagrifizj

e infruttuosi rincrebbero, non si volle più decretare i sussidj, e

Federico si trovò ridotto ai mezzi che gli offrivano il proprio regno e

i Ghibellini, ed ai mercenarj. Ai pesanti e ferrati cavalieri tedeschi

associò gli scorridori saracini, le rapide evoluzioni moderandone

colle lente mosse di un elefante, che portava una torre sulla quale

spiegavasi lo stendardo, tenendo vece del carroccio e della croce. Ad

esercito così bene assortito e diretto i Lombardi non aveano ad opporre

che milizie d’artieri e contadini raccolti al momento del bisogno,

nè addestrati alla fredda costanza di regolari battaglie. Schivavano

dunque gli scontri in campagna rasa, preferendo aspettarlo in chiuse

mura; e poichè dall’Alpi al Po seguitava una tela di fortezze, lungo

e penoso riusciva il prenderle una dopo una, quanto pericoloso il

lasciarle alle spalle: onde Federico doveva logorare dei mesi sotto a

povere bicocche, come Carcano, Roncarello o Crevalcuore.

Rinserrata l’alleanza (1237), e costituita una cassa comune,

noi attendemmo il Tedesco, il quale confidava principalmente nei

castellani. Schiusagli Verona da Ezelino, uniti a diecimila Arabi

i Ghibellini di Cremona, Parma, Reggio, Modena, sconfisse gli

Estensi, prese Vicenza, costrinse a patti Mantova, orribilmente

stramenò il Bresciano. I Milanesi, accorsi coi Guelfi di Brescia,

Bologna, Vercelli, Novara, Alessandria, Vicenza, lo pettoreggiarono

valorosamente, ma poi lasciatisi sorprendere a Cortenova nel Cremasco

(27 9bre), n’andavano colla peggio. La compagnia de’ Gagliardi avea

però tenuto saldo attorno al carroccio: ma vedendo che al domani

non potrebbero reggere a nuovo assalto, provvidero a ritirarsi, ed

essendo difficile trarre quel pesante carro in terreno molliccio per

natura e per le pioggie, ivi lo abbandonarono sguarnito. Allora sì

che Federico menò vampo! scrisse a tutti i potentati avere ucciso

diecimila Lombardi; fe trascinare quel trofeo dietro al suo elefante

per le città, poi riporre sovra cinque colonne in Campidoglio a Roma,

ove si legge ancora la pomposa iscrizione con cui volle eternare questa

sua vittoria, mentre eternava la sua paura e la nostra prodezza[366].

Avendo côlto fra’ prigionieri Pietro Tiepolo podestà di Milano e figlio

del doge di Venezia, lo fece strozzare.

Se molti Lombardi tentennarono dalla paura, non Milano; non Brescia,

che sembra predestinata a feroci oppugnazioni e a magnanime resistenze,

e che per sessanta giorni resse l’assedio postole dall’imperatore,

ajutata dalle macchine dell’ingegnere Clamendrino, sicchè Federico

bruciò le proprie, e voltò a Cremona. Allora i Guelfi ripigliano cuore,

Genova li sostiene; Venezia, indignata dal supplizio del Tiepolo, si

scopre nemica all’imperatore; Gregorio IX, scontento della fierezza

ond’egli trattava le città lombarde, della predilezione mostrata ai

Saracini, degli arbitrj usati in Sicilia, dell’avversione perpetua alla

Chiesa, e dell’essere mancato al compromesso, s’allea co’ Veneziani,

cedendo loro quanta parte di Sicilia occuperebbero.

Realmente Federico non lasciava sfuggirsi occasione di oltraggiare la

Chiesa. Un nipote del re di Tunisi, convertito dai Domenicani, va a

Roma per farsi battezzare; e Federico lo arresta, dicendo non potersi

trarlo al cristianesimo senza permissione dello zio. Vescovi, côlti,

è vero, colle armi, lasciò straziare e impiccare da’ suoi Saracini;

e smurar chiese per costruirne moschee: a Nocera de’ Pagani erge

un palazzo s’una chiesa distrutta, e dov’era l’altare vi mette la

fogna[367]: dalle sedi dell’Italia meridionale sbandisce i migliori

prelati e gli uccide, e non lascia destinarvi i successori.

Federico corteggiava sempre il Vecchio della montagna, il dey di

Tripoli, che gli pagava tributo, il sultano d’Egitto, che gli mandò

fra altri doni una magnifica tenda con un orologio, stimato ventimila

marchi d’argento, che segnava le ore e il corso degli astri; i loro

ambasciadori teneva a tavola coi vescovi, di che pensate come si

scandolezzassero i Cristiani. La sua Corte somigliava a un harem;

eunuchi negri e nostrali custodivano sua moglie; «teneva mamelucchi e

donne molte, a sfogo di lussuria ed onta della religione; menava vita

epicurea, non facendo conto che mai altra vita fosse»[368]; nè tampoco

s’asteneva dall’oltraggiare la natura. Nè solo papi e frati e guelfi,

ma l’arabo Abulfeda dice che propendeva all’islam _perchè educato in

Sicilia_; ed alcuni suoi frizzi mostrano come sentisse di scemo nella

fede. — Se Dio avesse visto la mia bella Sicilia, non avrebbe scelto

per suo regno la squallida Palestina», esclamò mentre era crociato;

e portandosi il viatico: — Quando si finiranno coteste ciurmerie?» e

trattava da pazzo chi credesse al parto della Vergine, o ad altre cose

repugnanti, secondo lui, alla ragione e alla natura[369]. Si bucinò

anche d’un libro _De tribus impostoribus_, attribuito a lui o a Pier

delle Vigne, ma nessuno lo vide; nè par credibile n’avessero taciuto

i papi ed i fautori loro, che dissotterrarono ogni minimo reato della

famiglia di Svevia: ma che Federico avesse detto, il mondo essere stato

giuntato da Mosè, Cristo e Maometto, era voce tanto diffusa, che Pier

delle Vigne credette doverla smentire in una lettera ove l’imperatore

fa professione di fede: e convenendo che tale diceria correva, ma

deboli essere gli argomenti tratti dal pubblico cicaleccio[370].

L’eresia sua capitale però consisteva nell’impugnare incessantemente

la maestà pontifizia, e svigorire le censure ecclesiastiche[371];

esclamava: — Pur beati i principi asiatici, che non hanno a temere

sollevazione di sudditi, nè opposizioni di papi!» ed avrebbe voluto

ridur Roma a sua capitale, il papa a suo cappellano. Col quale, nuovo

motivo sopravenne di disgusto.

I signori Pisani che avevano occupato la Sardegna, presero il titolo

dalle giudicature di quella, restando vassalli della patria. I papi

pretendeano la sovranità della Sardegna come di tutte le isole, e

Innocenzo III indusse i Pisani a rinunziargliela: ma Ubaldo e Lamberto

dei Visconti di Pisa fecero guerra per proprio conto ai signorotti che

tenevansi a bandiera della Chiesa; onde furono scomunicati (1237), poi

ribenedetti quando riconobbero la supremazia papale, abjurando quella

di Pisa. I Pisani se ne indignano, i conti della Gherardesca si armano,

e Conti e Visconti divengono le denominazioni de’ Ghibellini e de’

Guelfi che straziano Pisa. Federico s’industria a calmarli, e fa ad

Adelaide, vedova di Ubaldo Visconti, signora di Gallura e della Torre,

sposare Enzo suo figlio naturale (1238), conferendogli il titolo di re

di Sardegna, e pretendendo che questa fosse stata distratta dall’Impero

in tempi fortunosi, e dover egli perciò sottrarla alla supremazia

pontifizia.

Al papa che restava se non impugnare le proprie armi? e mentre

Federico in Padova festeggiava con Ezelino la depressione della parte

repubblicana, gli lanciò la grande scomunica (1239), intimazione

d’una seconda guerra fra l’Impero e la Chiesa. Federico, conoscendo

a prova qual colpo facessero tali sentenze sopra i popoli, fece da

Pier delle Vigne recitare, nella gran sala della Ragione, una lunga

discolpa: ma il popolo l’ascoltò in significante silenzio; i signori

stessi vacillavano; tanto ch’egli volle averne ostaggi, che spedì in

Puglia; mandò circolari pei regni e i popoli tutti, irose al papa

fino ad accusare di dissolutezze questo vecchio nonagenario: — Tu

vivi unicamente per mangiare; sui vasi e le coppe d’oro hai scritto

_Io bevo, tu bevi_; e così spesso ripeti il passato di questo verbo,

che, quasi rapito al terzo cielo, parli ebraico, greco, latino: piena

l’epa, ricolmo il sacco, allora ti credi seduto sull’ali dei venti,

e che l’Impero ti sia sottomesso, e che i re della terra ti portino

doni, e che ti servano tutte le genti»: aggiungeva che, per ligezza ai

collegati lombardi, connivesse ai Catari, il cui nido era Milano; egli

fariseo, assiso nella cattedra del dogma perverso; egli unto coll’olio

di malizia più di tutti i malvagi; il gran dragone che seduce, il

Balaamo, l’anticristo.

Il popolo credea meglio al papa, ai parroci, ai frati, i quali

ripetevano come Federico fosse mal cristiano; ma quel ricambio

d’improperj svergognava ambe le cause: e mentre la Chiesa e l’Impero

contrariavansi, i Mongoli, suscitati dal tremendo Gengis-kan,

devastavano non solo l’Asia, ma il settentrione dell’Europa, e

minacciavano dappresso la Germania. Il denaro raccolto nelle chiese

di tutta cristianità per respingere questi Infedeli, viene adoprato

a strazio de’ Cristiani; Gregorio IX impegna tutta Europa a sbalzar

Federico; Federico caccia e spoglia i vescovi siciliani; la parte

guelfa, che in quella scomunica vedeva un diversivo al colpo finale

minacciato alla libertà, rialza dappertutto la testa; gli Estensi

ricuperano le terre perdute, Treviso si rivolta, Padova è a pena

frenata dai torrenti di sangue che versa Ezelino. Federico, difilando

sopra Milano, devasta la pieve di Locate, assistito dai nobili e

dai Comaschi: ma i Milanesi, esortati dal legato pontifizio che fece

prendere le armi anche a preti e monaci, lo affrontano a Camporgnano,

gli voltano addosso le acque, e lo costringono a ripiegare.

Di peggiori ferite egli colpì le terre pontifizie; v’assediò Faenza, e

l’ebbe a patti; così Cesena e Benevento; e difilò sopra Roma (1240).

Chi l’avrebbe difesa da questo eroe? tanto più che vi abbondavano

i Ghibellini, e Federico teneva intelligenze coi Frangipani, che,

occupato il Coliseo, poteano dargli una fortezza nel cuore della città.

Ma frati predicano la croce, preti chiedono licenza d’armarsi, e il

papa «trasse di _Sancta Sanctorum_ del Laterano le teste de’ beati

apostoli Pietro e Paolo, e con esse in mano, coi cardinali, con tutti

i vescovi, arcivescovi e altri prelati, e con tutto il chiericato, con

solenni digiuni e orazioni andò per tutte le principali chiese di Roma;

per la quale devozione e per miracolo di detti apostoli, il popolo di

Roma fu tutto rivocato alla difesa di santa Chiesa e del papa, e quasi

tutti si crociarono contro a Federico, dando il papa indulgenza di

colpa e pena» (VILLANI).

L’imperatore, costretto a levare il campo, torna a Napoli per far

uomini e denaro, coi quali rientra in Lombardia; ma vede soccombere

coloro sui quali più s’appoggiava. Bolognesi, Lombardi, Estensi

assalsero Ferrara, difesa da Salinguerra Torelli, intrepido

ottagenario, che aveva ottocento uomini d’arme tedeschi e molti

assoldati; ma il suo luogotenente lo tradì, e il marchese, invitatolo

a un banchetto, lo fece prendere e mandare a Venezia, ove sopravisse

quattro anni in carcere.

Bisogna pur risolvere il ripigliato litigio; bisogna interrogare

la cristianità se approvi e sostenga l’operato del papa. A tal fine

Gregorio convoca un concilio generale a Roma (1241): e Federico, che

sempre aveva a questo appellato, ora non vi vede che una dimostrazione

ostile, e scrive ai principi non lascino venirvi i cardinali, e

dispone guardie, alle quali concede le spoglie de’ prelati che vogliano

andarvi. Perciò un grosso di cardinali francesi, inglesi, lombardi,

risoluti di obbedire al papa, scelgono la via di mare affidandosi ai

Genovesi, avversi a Federico dacchè egli, dopo lusingatili di ampli

privilegi in Sicilia, invece li sottopose alle comuni gravezze, e

li privò sin d’un palazzo che v’aveano avuto in dono. Federico colla

flotta pisana manda Enzo suo figliuolo, che tra il Giglio e lo scoglio

della Meloria scontrato quel convoglio (1241 — 3 maggio), parte

manda a picco, moltissimi cattura. Federico in trionfo ne informava

il re d’Inghilterra, vantando che da duemila v’affogarono, e circa

quattromila Genovesi restarono suoi prigioni: il vulgo aggiunse che

l’oro fu diviso collo stajo fra Pisani e Napoletani. I Genovesi, di

tal rotta dato ragguaglio al papa, soggiungevano: — La perdita di

nostre genti e navi non ci nuoce quanto l’ignominia di nostro signore

e il male de’ santi prelati, che in virtù d’obbedienza accorrevano al

concilio per soccorrere la santità vostra di giusti e salutari avvisi.

A vendicare sì atroce nequizia, a difendere la Chiesa di Dio col popolo

a lei devoto, deliberammo dal primo all’ultimo porre le vite e le cose

nostre, non perdonando a fatica, riposo, vigilie, finchè conculcata

non abbiamo la ribellione, e preso vendetta delle morti, ferite e

contumelie che gl’innocenti patirono ad onore e gloria del nome di

Gesù Cristo, della santissima vostra persona, de’ venerabili fratelli

vostri, della Chiesa universale, e di tutti i fedeli. Ogni Genovese,

grande o piccolo che sia, posto da banda qualunque rissa, cura e

negozio, attende assiduo, a fabbricare e munire navi e galee, affinchè

abbiamo vittoria de’ nostri nemici, e la Chiesa di Dio possa la sua

grandezza e potenza manifestare contro il figliuolo di perdizione,

scelleratissimo apostato Federico, sedicente imperatore, e i complici

suoi e fautori. Nè pare ch’egli per altro sia salito in tanta fortuna,

se non per precipitare da luogo più eminente nel baratro di estrema

vergogna. Quindi genuflessi supplichiamo alla santità vostra, pel

sangue di Cristo, le cui veci sostenete in terra, a non desistere dal

proponimento pel sofferto sinistro, anzi sorreggere la navicella di

Pietro, battuta dalle tempeste e quasi assorta, e condurla al porto di

gaudio e salute».

I prelati furono tenuti in cattura a Pisa o ne’ varj castelli del

Napoletano; e intanto Federico spediva la flotta a danno di Genova,

contro cui istigava pure i suoi alleati Pavesi, Alessandrini,

Vercellini, Tortonesi, e i marchesi di Monferrato, del Bosco,

Pelavicino; chiedeva a prestanza gli argenti delle chiese di Puglia;

occupava altre città romane fin a Tivoli e Montalbano; e nel sacro

collegio istesso trovò chi tradisse il papa, come il cardinale Giovanni

Colonna, che afforzando i castelli di Lagosta ed altri, circondava

Roma. Chiuso in questa, il papa muore: e, detto fatto, Federico

sospende le ostilità, quasi a lasciar intendere fossero dirette

personalmente contro il pontefice; ma non per questo proscioglie i

cardinali carcerati, anzi intercetta il denaro che da tutto il mondo

spedivasi a Roma, mette Saracini a devastare il patrimonio, e ai

pochissimi cardinali raccolti nel conclave, che ad arte egli traeva

in lungo, scriveva: — A voi, figliuoli di Belial; a voi, figliuoli di

Efrem; a voi, greggie di dispersione; a voi, colpevoli dello scompiglio

del mondo».

Celestino IV, dopo appena diciassette giorni di papato, morì di veleno;

e tenendo l’imperatore ancora in prigione o a confino i cardinali,

più d’un anno passò prima che si potessero unire quanti bastavano per

eleggergli un successore, che fu Sinibaldo Fieschi genovese col nome

d’Innocenzo IV (1243). Era egli di famiglia e di persona favorevole

all’imperatore, onde speravasi un componimento; ma Federico disse:

— Ho perduto un amico per acquistare un nemico». Però il vescovo

di Porto con Taddeo da Suessa e Pier delle Vigne parve riuscissero

a trar Federico a condizioni ragionevoli; e gli ambasciatori di

questo il giovedì santo del 1244 in piazza del Laterano giurarono

la pace, presenti esso papa, i cardinali, Baldovino II imperatore di

Costantinopoli, il senato, il popolo.

Già l’Italia e la Chiesa credeansi rabbonacciate, quand’ecco

frammettersi puntigli: Innocenzo pretendeva Federico cominciasse dal

rilasciar le terre e gli uomini presi; Federico voleva ch’egli prima

lo ricomunicasse, e discernesse la causa sua da quella delle città

lombarde, usurpatrici delle regalie, mentre il papa contendeva non

fossero obbligate rispondere ai tribunali dell’Impero. Federico,

palpato invano il pontefice col cercargli una nipote per isposa a

suo figlio Corrado, s’avventa da capo all’armi, e ne occupa tutte le

città; il papa, nè tampoco fidandosi (così il conosceva) di rimanere

in Roma, fugge a Genova e di là in Francia. Federico, stizzendo che

la vittima gli fosse sfuggita, scrisse, mandò, e tanto era potente

e riverito, che il papa non trovò asilo da nessuno, neppure da san

Luigi. Fortunatamente Lione era città libera, sicchè colà ricoverato,

e ricevendo grand’onoranza da gente che affluiva da tutta cristianità,

e anche dall’Italia per quanto l’imperatore vigilasse i passi, aprì il

XIV concilio generale (1245 — 25 giugno).

Cenquaranta prelati v’intervennero, e fu allora che Innocenzo ornò del

cappello rosso i cardinali, per indicarli pronti a versare il sangue

per la Chiesa, e v’aggiunse la valigia e la mazza d’argento, ornato

regio, quasi a protestare contro di Federico, il quale pretendeva

ridurli all’apostolica semplicità. Ai congregati espose le cinque

piaghe della Chiesa: lo scisma dei Greci, le eresie crescenti,

Terrasanta devastata dai Carismiti, la minaccia dei Mongoli, e le

enormità dell’imperatore, eretico, musulmano, bestemmiatore, spergiuro,

spogliator delle chiese, persecutore del clero. L’avrebbe però

ricevuto a pace, purchè rilasciasse i prigionieri, rendesse le terre

alla Chiesa, e compromettesse in lui le sue differenze coi Lombardi;

ma Federico stette al niego: finse poi voler condursi in persona al

concilio, ma vi andò solo Taddeo da Suessa.

Grand’eloquenza, gran dialettica adoprò costui per menomare le accuse

di eretico, d’epicureo, di ateo; ma indarno ripetute le proroghe

acciocchè Federico comparisse in persona, fu in contumacia proferita la

scomunica contro di esso: — Io vicario di Cristo; e quel che legherò

sulla terra fia legato in cielo. Pertanto, deliberato coi cardinali

fratelli nostri e col concilio, dichiaro Federico accusato e convinto

di sacrilegio e d’eresia, scomunicato e scaduto dall’impero; assolvo

per sempre dal giuramento quelli che gli promisero fedeltà; proibisco

obbedirgli sotto pena della scomunica _ipso facto_; comando agli

Elettori che scelgano un altro imperatore, riservando a me il disporre

del regno di Sicilia». I cardinali gettarono per terra le candele

accese, colla rituale esecrazione; Taddeo si picchiava il petto,

esclamando: — Giorno di collera, giorno di calamità, di miseria»; ed

Innocenzo intonò il _Tedeum_.

Federico trovavasi in Torino quando lo seppe; e chiesta la corona,

se la calcò in capo, dicendo come un altro ai nostri giorni: — Guaj

a chi me la tocca! guaj al pontefice che spezzò i legami che a lui

mi avvincevano, nè mi lascia più altri consigli che dello sdegno!» E

scrisse ai principi, lagnandosi d’essere stato condannato prima che

convinto, negando al papa il diritto di deporre i re[372]: — Come

mai voi soffrite d’obbedire ai figli dei vostri sudditi? Vedete come

si impinguano di limosine, e tronfj d’ambizione sperano che tutto

il Giordano coli nella loro bocca. Quanto denaro risparmiereste

sbarazzandovi da questi scribi e farisei! quando voi tendete loro

la mano, essi pigliano tutto il braccio. Presi nelle loro ragne,

somigliate all’uccello che, cercando fuggire, viepiù s’accalappia.

Nostra intenzione fu sempre di voler colla forza tornare la Chiesa alla

primitiva purità, e togliere a costoro i tesori di cui sono satolli».

Così chiarivasi eretico nella lettera stessa ove di questa imputazione

voleva scagionarsi.

Ma la voce del concilio era ascoltata e diffusa, e il papa scriveva

a’ Siciliani: — A molti fa meraviglia che voi, oppressi da vergognosa

servitù, gravati nella persona e nei beni, abbiate trascurato di

procacciarvi le dolcezze della libertà, come fecero le altre nazioni.

Il terrore che occupò il cuor vostro sotto al giogo d’un nuovo

Nerone, vi è scusa presso la santa Sede, la quale per voi sentendo

pietà e paterno affetto, pensa come alleviare le vostre sofferenze,

e fors’anche portarvi ad intera libertà. Su, spezzate le catene della

schiavitù, e prosperi nel vostro Comune la libertà e la pace. Vada voce

tra le nazioni che il vostro regno, tanto famoso per nobiltà e per

abbondanza di prodotti, ajutante la divina Provvidenza, potè a tanti

altri vantaggi unire quello d’una stabile libertà»[373].

I Siciliani porsero ascolto a questi incitamenti, e, mal per loro,

tesserono congiure contro la vita di Federico, che ne tolse ragione

di versare sangue illustre. Anche in Germania la corona fu data ad

Enrico Raspon (1246-47), landgravio di Turingia, che, favorito dalle

dissensioni, e dal denaro e dai brevi del papa, vinse il re Corrado di

Svevia: ma poi rivinto, morì di crepacuore.

Non per questo migliorò la causa di Federico, il quale troppi titoli

aveva onde bramarsi a riva. San Luigi di Francia, cui era sembrato

un eccesso il condannare inascoltato il maggiore principe della

cristianità, e che d’altra parte struggeasi di vedere i Fedeli in

pace per ripigliare la crociata, s’interpose più volte, rammentando al

pontefice la mansuetudine che conviensi al vicario di Cristo, e quante

migliaja di pellegrini in Oriente implorassero l’armonia fra’ principi

cristiani ond’essere redenti dal giogo: ma Innocenzo stava saldo,

imponeva decime al clero, estorceva denaro in ogni modo, sollecitava

i principi lontani, spediva ciascun giorno frati a predicare contro

l’imperatore. Questi erasi accorto quanta potenza avessero le riforme

portate dalla istituzione dei nuovi frati, riforme che toccarono

alle viscere della società, cui ai tiranni giova lasciar corrotte, e

perciò gli odiava. Pier delle Vigne scagliavasi contro costoro, che

«nel principio parendo calpestare la gloria del mondo, assunsero poi

il fasto che disprezzavano; non avendo nulla, possiedono tutto, e

son più ricchi dei ricchi stessi. Frati Minori e frati Predicatori

(soggiungeva) si elevarono contro di noi in ira, pubblicamente

riprovarono la vita e la conversazione nostra, spezzarono i nostri

diritti, e ci ridussero al nulla... E per affievolirci ancora più e

toglierci la devozione dei popoli, crearono due nuove fraternite, che

abbracciano gli uomini e le donne tutte; appena uno od una si trova,

che a questa o quella non sia aggregato»[374].

In fatto essi resistettero intrepidi alla tirannia di Federico, e

nell’andare a mettere pace faceano giurare obbedienza al papa. I

Pagani da Nocera irrompendo nella valle di Spoleto, giunsero un dì

fin sotto Assisi: al pericolo, le monache di San Damiano si stringono

attorno alla malata lor madre santa Chiara; ed ella si alza, prende

l’ostensorio, lo colloca sulla porta, e inginocchiata al cospetto dei

Musulmani, supplica Dio a proteggere la città: e Dio per sensibile voce

la rassicura, gl’Infedeli voltansi in fuga, e da quel punto la santa

è dipinta coll’ostensorio alla mano. Un’altra volta Vitale di Aversa,

capitano dell’imperatore, menava sue masnade contro Assisi, sperperando

i contorni: Chiara ne restò compunta, e radunate le suore, — Noi

riceviamo sostentamento quotidiano da questa città; è ben giusto che

la soccorriamo a poter nostro»; e si spargono di cenere, e supplicano,

finchè Dio le esaudisce e sbratta il paese dagli Imperiali.

Il beato Giordano, generale de’ Predicatori, andò all’imperatore,

e statogli avanti alcun tempo silenzioso, proruppe: — Sire, varie

contrade io giro, secondo è l’uffizio mio; or come non mi chiedete qual

fama corra di voi? — Io tengo gente a tutte le corti e provincie, e so

quanto accade in tutto il mondo», rispose Federico. E il frate: — Gesù

Cristo sapeva tutto, e pur domandava a’ discepoli che cosa si dicesse

di lui. Voi siete uomo, ed ignorate assai cose che vi gioverebbe

sapere. Si dice che opprimete le chiese, sprezzate le censure, date

fede agli augurj, favorite Giudei e Saracini, non onorate il papa

vicario di Gesù Cristo. Ciò è indegno di voi»[375].

Federico rispondeva colle crudeltà (1247); prese e distrusse Benevento

città papale; e facendo criminali le parole e il pensiero, infieriva

contro i sudditi; scriveva al re d’Inghilterra che i frati Minori

combattevano contro di lui a lancia e spada, e assolvevano d’ogni

peccato chi lo combattesse; accusava il papa di raccogliere i nemici

suoi e rimunerarli; a quanti frati cogliesse, faceva in capo una croce

col ferro rovente; appiccava qualunque portasse lettere d’interesse

papale; rubò e disertò il convento di Montecassino: poi a tratto

raumiliando, si faceva esaminare intorno alla fede da cinque prelati

italiani.

Nè le città lombarde ristavano: e Federico assalì di nuovo i Milanesi,

sempre fidi al papa, e distrutto il monastero di Morimondo, accampò

presso Abbiategrasso; ma l’esercito milanese stettegli a fronte sulla

sinistra riva del Ticino, impedendogli di varcarlo. Bensì suo figlio

Enzo, che coi Cremonesi e con altri Ghibellini assediava i castelli

bresciani, tragittò l’Adda a Cassano: ma a Gorgonzola fu sconfitto e

preso dal prode Simon da Locarno, il quale lo rese in libertà purchè

giurasse non entrare più sul territorio lombardo.

La perseveranza di una città lombarda diede il tracollo a Federico. I

Guelfi, capitanati dai Rossi e dai Correggio, sinistrarono in Parma e

ne furono espulsi dai Ghibellini, talchè l’imperatore come in città

propria vi destinò podestà Arrigo Testa di Arezzo. Ma i fuorusciti

pervennero a recuperarla, uccidendo in battaglia quel podestà, e

scacciando il presidio imperiale. Questa rivolta noceva grandemente

a Federico, perchè Parma serviva d’anello fra le città ghibelline

ch’erano schierate dall’Alpi alla Puglia, cioè Torino, Alessandria,

Pavia, Cremona, Reggio, Modena, la Toscana; e ciò che più rileva, con

Verona e coi dominj di Ezelino e la Germania. Pertanto egli si propose

di recuperarla ad ogni costo: Enzo si postò sul Taro per impedire i

soccorsi de’ Lombardi: l’imperatore da Torino vi accorse con diecimila

cavalli e molti balestrieri saracini e colle truppe d’Ezelino e degli

altri Ghibellini; sostenne quanti studenti o soldati o gentiluomini

parmigiani trovò, facendone morire quattro il giorno al cospetto

della patria, finchè i Pavesi gli dichiararono: — Noi siamo venuti

a combattere i Parmigiani, non a farne il boja». Incontro a Parma

alzò egli una gran bastita a guisa di città, col nome di Vittoria: ma

mentre egli baloccavasi alla caccia, i Parmigiani che erano soccorsi

dai Lombardi, sortiti distrussero le mura e il campo, fecero macello

de’ Saracini e de’ Pugliesi (1248), fra i morti lasciando il marchese

Lancia e il famoso Taddeo da Suessa, e tolsero a Federico il tesoro,

le gioje della corona e la speranza del vincere. La città di Vittoria

andò in fiamme, il carroccio de’ Cremonesi ornò il trionfo dei

Parmigiani[376].

L’imperatore pensò rivalersi sulla Lega Toscana dei mali fattigli dalla

Lombarda, e mandò suo figlio Federico re d’Antiochia con milleseicento

cavalli tedeschi a Firenze, che eccitò la consorteria degli Uberti

a prender l’armi; e cavalcata la città, e prese una dopo l’altra le

barricate de’ Guelfi, la ridussero a segno ghibellino; abbatterono

trentasei palazzi colle torri, fra cui alcune ornate artisticamente,

come quella de’ Tosinghi in Mercato vecchio, alta quarantacinque

metri; rincacciarono poi i Guelfi ne’ loro castelli forensi; a Capraja

l’imperatore stesso venne a porre l’assedio, e presala, molti uccise,

molti accecò, gli altri sepellì nelle prigioni di Puglia.

Ma intanto Corrado suo figlio restava superato da Guglielmo d’Olanda,

nuovo anticesare in Germania. Più al vivo l’avea tocco la sventura

dell’altro figlio Enzo, bello e colto giovane di venticinque anni

e già d’onorato nome in cose di guerra, che essendo venuto contro

i Bolognesi, a Fossalto cadde in costoro mano. Essi lo tennero in

cortese prigionia, ma per qualunque dire o fare più nol rilasciarono

quanto visse. Raccontasi fosse fabbricato per lui il palazzo rimpetto

al duomo, e che da Lucia Vendagoli avesse un figliuolo ch’e’ nominò

Bentivoglio (1269), donde derivò la famiglia di questo nome[377].

Al dispetto della superbia ammaccata s’aggiunse in Federico il più

crudele e consueto flagello che Dio scagli sui tiranni, il sospetto. Le

volte del palazzo di Palermo echeggiarono ai gemiti de’ baroni ch’egli

vi chiudeva a morire, mentre le donne loro consumavansi di doglia.

Che più? Pier delle Vigne, l’uomo cui avea fidate le _chiavi del suo

cuore_, l’uomo che per anni ed anni avea scritto le lettere di lui,

senza farsi scrupolo di urtare le idee allora più sacre, e di meritar

taccia di servile presso la posterità, anch’esso gli cadde in sospetto.

Privato degli occhi, Pietro non seppe tollerare di vedersi calpesto da

quello ch’egli aveva tanto esaltato, onde si diede morte da se stesso;

e dalle incolpazioni lo assolse il giudizio dei contemporanei espresso

da Dante[378].

La parte ghibellina, sostenuta da Pisa e Siena, prevaleva in Toscana;

in Lombardia tenevasi in bílico coll’avversa, mercè la fierezza

d’Ezelino; trionfi della forza: i Romani stessi minacciavano insorgere

se il papa non tornasse. Potea dunque Federico lusingarsi d’un buon

accordo, quando morì di sessantasei anni (1250 — 15 xbre). Rosa da

Viterbo avea preveduta in visione la morte di lui, e intimatogli

tornasse al cuore. Gli astrologi aveangli preveduta fatale una terra

che traeva nome dal fiore; lo perchè non era mai voluto entrare in

Firenze: ma l’ultima malattia lo colse a Fiorentino, villa della

Capitanata. Prima di spirare fu ricomunicato: ma la fama divulgò che

suo figlio Manfredi lo soffocasse: uno de’ molti misfatti, di cui

quella famiglia fu aggravata dall’odio dei popoli e dei sacerdoti.

Tanto eroe ch’egli era, in cinquantatre anni che stette re di Sicilia,

e trentadue che imperò, Federico nulla compì di grande, perchè,

com’ebbe a dire san Luigi, fe guerra a Dio coi doni di Dio. Qual

divario in fatti dal limitare della sua vita, quand’era non solo

amico, ma in tutela della Chiesa, e gli ultimi vent’anni in cui durò

ritroso e contumace all’autorità spirituale! Acuto a scorgere i difetti

e pregiudizj, stizzoso per beffarli, non amorevole per compatirli e

correggerli, in un mondo che ancora operava per fede, volle trapiantare

la politica materiale, facendo dichiarare da Pier delle Vigne che

l’Impero è arbitro delle cose umane e divine; visitò il sepolcro di

Cristo come alleato de’ Musulmani; si circondò di zanzeri, di odalische

e di Saracini, a lor modo costumando la vita, e parve vagheggiare la

coltura orientale a preferenza della cristiana.

Questa rivolta contro la forza vitale del cristianesimo poteva essa

tollerarsi da un secolo credente? Con volontà baldanzosa cozzando

contro l’opinione, Federico non potette appoggiarsi che sui peggiori

uomini che producesse l’Italia, e ricorrere ai mezzi repugnanti

alla sua natura; incrudelire contro il proprio figliuolo, tenendolo

a vita prigione; trovare o sospettar ribelli i suoi più intimi,

vendicarsi ogni giorno con mannaje e capestri, distruggere città,

crocifigger preti e frati. Nell’alta Italia non riusci a comprimere

nè le città nè i baroni, anzi li fe chiari di quel che loro mancava

per sostenersi. Divorò colla speranza il patrimonio di san Pietro, e i

papi sopravissero a spargere d’acquasanta la fossa dell’ultimo rampollo

di sua prosapia. Nel suo regno di Sicilia attentò le franchigie,

quantunque il facesse colla solita canzone de’ tiranni, «Lasciate ogni

potere a noi, e noi vi faremo felici»; e così cumulò tesori di memori

ire. A maggior diritto lo tacciano i Tedeschi d’avere, per soggiogar

l’Italia, trascurato il loro paese quasi una provincia; e mentre

avrebbe potuto unire all’Impero tutto il settentrione e l’oriente

dell’Europa, diffondendo la civiltà fra la razza slava, cui dappertutto

preponderava allora la germanica, per capriccio di soperchiare i papi

e per costituire un regno alla propria famiglia permise si eclissasse

l’Impero, che più mai non ricuperò il suo splendore.

Testando lasciava il regno a suo figlio Corrado; mancando questo senza

prole, gli surrogava il suo figlio naturale Manfredi, che intanto

destinava balio in Italia: si rendano in libertà tutti i prigioni,

eccetto quelli presi per la congiura contro di lui; anzi a nessuno

dei felloni del regno sia permesso tornarvi, e gli eredi suoi siano

obbligati a trarne vendetta: alla Chiesa si restituiscano i diritti, se

essa restituisca quelli dell’Impero: ai baroni o feudatarj ripristinava

i privilegi e le franchigie che godeano al tempo di Guglielmo II, col

che annichilava la fatica di tutto il suo regno, cioè il restringimento

delle giurisdizioni feudali, quasi credesse che tutta la riazione fosse

venuta da loro, e volesse evitarla a’ suoi figliuoli. La storia non

dovrebbe ammirare che la grandezza morale; e Federico nulla fondò;

operava per passioni personali e intenti domestici, e nè tampoco la

propria famiglia potè assodare. Il popolo, guardando tra meraviglia e

compassione il suo sepolcro, conchiudeva come il cronista Salimbeni,

che sarebbe stato senza pari sulla terra _se avesse amato l’anima sua_.

Dopo sei secoli di progresso un altro imperatore doveva elevarsi colla

medesima assolutezza, la medesima nimicizia alla libertà, il medesimo

conto della religione come stromento di politica e ordigno di Stato, la

medesima ostilità ai papi; e come lui trionfare colla violenza, e come

lui soccombere alla voce di Dio e del popolo.

Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15) · 第 13 / 23 题