La Scolastica. Efficacia civile del Diritto romano e del canonico. Le
Università. Le Scienze occulte.
Questi conflitti della ragione contro l’autorità, questo esame delle
credenze, quest’indipendenza del pensiero attestano che non fosse così
servile la fede, così intera l’ignoranza, come cianciano alcuni.
Hanno intitolato il decimo secolo di tenebre e di ferro, giacchè,
cessato l’impulso dato da Carlo Magno, alle grandi sventure soccombeva
ogni tentativo di pacifiche ricerche. Eppure un chierico di Novara
interrogava per lettera i monaci di Reichenau, se tenessero per
Aristotele il quale non crede agli universali, o per Platone che gli
ammette; ed essi rispondeano, entrambi godere tale autorità, che non
si osa l’uno all’altro preferire[305]. Dunque conoscevansi i grandi
pensatori, si studiava, si dubitava, si chiedeva, s’intrecciavano
su ciò corrispondenze lontane, si agitavano le quistioni supreme, e
fra gente incatenata alle regole durava l’indipendenza del pensiero,
esercitata nei modi del tempo. Chi sia imbevuto de’ pregiudizj
filosofistici dee restare attonito allorchè di buona fede osservi
come, nella _neghittosa ignoranza_ de’ chiostri, il bisogno del pensare
agitasse que’ monaci vilipesi; come senza scrupolo e senza apprensioni
usando della propria ragione, affrontassero i problemi cardinali
dell’intelligenza.
Le scienze, giusta la divisione di Marciano Capella, erano distribuite
in sette, formanti un trivio e un quadrivio: al primo appartenevano
la grammatica, la retorica, la dialettica; al secondo l’aritmetica, la
geometria, l’astronomia, la musica[306].
Ma come la religione era base della società, così scienza capitale la
teologia; nè quasi altri che il clero avea tempo e mezzi di volgere
l’attività dagl’interessi del secolo a quelli della dottrina e della
verità. I primi Padri del cristianesimo aveano fondata la loro scienza
sulla Bibbia, spiegandola e commentandola giusta il sentimento loro
particolare e quel della Chiesa. I successivi arrestarono lo studio su
quelli, facendone estratti e catene per proprio comodo, onde all’uopo
fiancheggiarsi delle loro asserzioni: e come la giurisprudenza romana
sopra certi assiomi, così la teologia posava sull’autorità, limitandosi
ad applicarla con argomentazione sottile, affar di logica e nulla più,
trascurando l’indagine dei fatti e il sentimento della realtà.
Boezio, usando la filosofia greca e pagana per raffinare la scienza
cristiana, nell’_Organon_ svolse il raziocinio senza intaccare la fede,
e divenuto autore universale, abituò gl’intelletti a una rigorosa
coerenza di discutere, dimostrare, difendere, impugnare per via di
regole prefinite; quella dialettica insomma, che prima l’italiano
Zenone d’Elea aveva insegnata, e che fu delle primarie coadjutrici
della scienza greca, ma che, se si restringa a pure forme e categorie,
impaccia la ragione, mentre intende soccorrerla. Tale divenne nelle
scuole, onde prese il nome di _scolastica_, troppo a torto derisa.
Questa geometria della ragione mette innanzi precisamente il suo
teorema, da principj inconcussi deduce con raziocinio serrato, senza
abbellimenti nè svaghi, valendosi solo di parole chiaramente definite,
eliminando le idee vaghe e i termini equivoci, e procedendo sempre dal
noto all’ignoto. Que’ principj generali indubitabili non potea darli
che la rivelazione. Si esercitavano sulle due nozioni fondamentali del
Creatore e della creatura, per trovarne e chiarirne la relazione ch’è
la fonte d’ogni morale, e conciliare la fede rivelata colla ragion pura
e coi fenomeni della vita esterna; limitavansi insomma a difendere e
chiarire dogmi parziali, a vedere in che modo accettar la rivelazione e
conoscere il sentimento comune, rinunziando alla disputa non appena la
Chiesa avesse sentenziato.
Nulla più facile che l’abusare della logica. Il minuzioso speculare
disgiunto dall’applicazione, dalla sperienza, dalla erudizione, da
ogni bellezza, le frivole distinzioni, il sillogizzare non tanto per
raggiungere la verità, quanto per uniformarsi a certe regole o per
avviluppare gli avversarj, il puntigliarsi fin sulla distinzione di
sillabe, congiunzioni, preposizioni, e innestare alla dialettica quanto
di vano comprendevano la grammatica e la geometria affine di dimostrare
ogni cosa, perfino i contrarj, furono gli abusi della Scolastica, che
mettendo la disputa per iscopo non per mezzo, e confondendo il metodo
colla sostanza, faceva invanire e delirare nella presunta onnipotenza
della logica.
Suo oracolo era Aristotele, per verità maestro eccellente, perchè
in esso trovasi anche la critica degli altrui sistemi e il modo
di confutarli, mentre Platone non dà che il proprio dogma. Ma lo
Stagirita che erige in principio supremo la natura, come poteva essere
l’oracolo d’una scienza tutta religiosa? Poi esso giungeva in Europa
nelle versioni e commenti de’ Musulmani e degli Ebrei, che gli aveano
prestato assurdi sentimenti e sofisterie. I nostri, nel tradurre quelle
traduzioni, nuovi errori vi sovraposero; nè la critica e la filologia
sapevano riconoscervi l’alterazione, mentre l’idolatria professatagli
impediva di crederlo in fallo. Anzichè duce, ne venne un ingombro
d’errori, fatica erculea a quelli che voleano conciliarli colla
teologia dogmatica. Più tardi Federico II ne procurò una versione sopra
il testo greco, e la fece deporre nell’università di Bologna; Manfredi
suo figlio la spedì a Parigi: ma nulla ce ne rimane per poter dire
quanto avviasse alla retta intelligenza di quello che per antonomasia
chiamavasi l’Autore.
Quest’esclusiva predilezione incagliava lo sviluppo cattolico delle
scienze, e le logiche speculazioni sviavano dalle ricerche storiche,
baloccandosi attorno a frivole quistioni. Cosa faceva e dove stava
Iddio prima di creare? se nulla avesse creato, qual sarebbe la sua
prescienza? potè egli fare le cose in altro modo da quel che le fece?
v’ha tempo in cui egli conosca più cose che in un altro? può fare
che ciò che è non sia, e per esempio, che una meretrice sia vergine?
Iddio, incarnandosi, si unì all’individuo od alla specie? il corpo di
Cristo alla destra del Padre sta seduto o in piedi? e le vesti con cui
comparve agli apostoli dopo risorto, erano reali od apparenti? e le
assunse con sè in cielo? e ve le tiene ancora? e nell’eucaristia sta
nudo o vestito? che divengono le specie eucaristiche dopo mangiate?
in qual maniera s’operò l’incarnazione nel seno di Maria? san Paolo
fu rapito al terzo cielo nel corpo o senza? il pontefice potrebbe
cassare i decreti degli apostoli, e formare un articolo di fede? o
abolire il purgatorio? è semplice mortale, o una specie di divinità?
e tutta la Bibbia diveniva un’arena di disputazioni, secondo che
gli uni vi rintracciavano il senso letterale, altri l’allegorico,
altri il mistico. Censurare, come si fa, la scienza per gli abusi
che ne derivarono, è ingiusto come di chi condannasse la letteratura
odierna a cagione de’ giornalisti; e tanto più che quelle formole e
quello spineto non erano frutto della barbarie, ma già si trovano ne’
dialettici antichi, anzi in Aristotele stesso.
La Chiesa non soffogava quell’attività, ma stava in occhi a tutelare
i dogmi, e ben presto fu chiaro che con questi tutelava la verità e
la ragione. Accortasi degli errori che rampollavano sopra la dottrina
aristotelica, talora ne proibì l’insegnamentò: onde altri si diedero
a sceverare due ordini di verità, la filosofica e la religiosa:
e lasciando arbitri di questa i santi Padri, discutevano secondo
Aristotele i fenomeni dell’intelletto, l’origine e il valore delle
idee, i fondamenti della conoscenza, in somma la metafisica.
Altri hanno faticosamente tratteggiato i procedimenti del pensiero in
que’ secoli mal conosciuti; e noi, limitandoci alle glorie italiane,
ricorderemo gl’insigni Lanfranco di Pavia e Anselmo d’Aosta, che in
Inghilterra rappresentarono il principio spirituale a fronte del potere
politico. Il primo, nato da famiglia senatoria (1005-89), educato
nelle scuole di arti liberali e di legislazione secondo il patrio
costume[307], andò frate, e non sentendosi vigore bastante pei lavori
campestri a cui si dedicavano i monaci, già godendo grido di dialettico
e giureconsulto nella patria scuola de’ giudici longobardi, recossi
in Normandia. Aggresso da masnadieri e lasciato avvinto a un albero
tutta la notte, aspettando la morte volle pregare, e trovò che neppur
una preghiera sapeva a memoria. Vergognoso, stabilì darsi tutto a Dio,
e liberato da alcuni passeggeri, si fe da loro indicare il convento
più umile e povero. Gli nominarono Bec, ed egli vi si rese, subì un
severo noviziato, tacendo per tre anni, e quando leggeva in refettorio,
il priore lo rimproverava di proferir male il latino: una volta lo
corresse dell’aver fatta lunga la seconda di _docere_, e il valente
dottore si rassegnò a proferirla breve, stimando un errore di prosodia
minor male che una insubordinazione.
In questa docilità imparò a comandare, e presto fu assunto arcivescovo
di Cantorberì, a consigliere e ministro di Guglielmo conquistatore
dell’Inghilterra; e sostenendo l’interesse cattolico in quell’isola
dopo soggiogata dai Normanni, favorì a questi perchè credea giovassero
a quello. Negl’impacci di chi è a parte dell’autorità e sembra
farsene strumento, quante volte ribramò e chiese la solitudine del
suo chiostro, ove ad assicurar la pace della coscienza basta una cosa,
obbedire! Ma il terribile conquistatore spesso correggeva o frenava;
udendo un cortigiano paragonare la reggia alla maestà del cielo, come
avrebbe potuto fare un poeta napoleonico, esortò a farlo vergheggiare
perchè più non osasse bestemmie tali: se accondiscese a Guglielmo,
seppe evitare il conflitto che prevedeva imminente col potere
ecclesiastico.
I tanti affari non lo distolsero dagli studj, e risuscitando l’arte
critica, confrontò, corresse i testi che Berengario avea falsati per
negare la presenza reale nell’eucaristia: sviluppandosi dalle fasce
scolastiche, spaziò in modo oratorio; e riprovando la sottigliezza dei
tropi e dei sillogismi e l’_inane dialettica_ d’Aristotele, chiama
sapiente chi conosce e glorifica Dio, e pienezza della dottrina
l’intenderne il mistero e la sapienza.
Discepolo suo, e successore nel priorato di Bec, poi
nell’arcivescovado, Anselmo d’Aosta (1033-1109), con fermezza calma
e dolce, non affrontando la persecuzione, ma non isviando punto dal
sentiero per evitarla, intelletto elevato e cuor puro, carattere
amabile che traeva grandezze dalla fede profonda e dall’amor di Dio,
per sagacia e pietà fu qualificato un secondo Agostino, e sulle traccie
di questo diede dimostrazioni ancor venerate sopra l’essenza divina, la
trinità, l’incarnazione, la creazione, l’accordo del libero arbitrio
colla Grazia. I suoi monaci l’aveano pregato a valersi di forme
agevoli, e d’argomenti adatti alla comune capacità, e provare per via
di raziocinj rigorosi e necessarj[308]: e in fatto nel _Monologium_
s’industria a spiegare la scienza delle cose soprannaturali per via
di razionali principj, cercando l’alleanza della fede colla ragione,
proteggendo la religion naturale e la rivelata da tutte le objezioni
mediante un argomentar sottile; estendendosi anche alla metafisica
e alla fisica, che speculano l’una sulla parola rivelata, l’altra
sulla natura manifestata dai sensi; e digredendo su altre materie non
immediatamente connesse col dogma. Al supremo problema dell’intelletto
cercò egli spiegazione nell’idea universale, la quale non potrebbe
sussistere come percezione dello spirito senza la realità dell’oggetto;
eccedette fosse quella della perfezione infinita di Dio, il quale
nell’ordine logico sta a capo di tutte le idee, come di tutti gli
esseri nell’ordine reale.
Lo stolto che dice _Non v’è Dio_, concepisce un essere a tutti
superiore, sebbene affermi che non esiste. Affermazione assurda,
atteso che quest’ente resterebbe inferiore a un altro che a tutte le
perfezioni congiungesse l’esistenza. Sono gli argomenti stessi che
furono svolti poi da Cartesio; ed un monaco dell’XI secolo trovava
e precisamente esponeva la sola prova compiuta e soddisfacente
dell’esistenza di Dio, cioè elevava la coscienza fino alla nozione
dell’essere, ed edificava una teologia dottrinale sovra un concetto
della ragione. Mettendo in scena un ignorante che cerca la verità colla
scorta dell’intelletto puro, vuol mostrare che la ragione non riprova
ma comprova le verità rivelate; e protestando insieme che la fede non
cerca comprendere ma credere, chiaramente determina i confini della
filosofia e della teologia.
Ricondurre le quistioni scolastiche al punto ove i padri le aveano
lasciate fu l’assunto di Pier Lombardo (1100-1164), fanciullo novarese,
mantenuto per carità agli studj, poi vescovo di Parigi. Nei quattro
libri _Sententiarum_ raccolse in un ordine alquanto arbitrario le
proposizioni dei santi Padri intorno ai dogmi, sicchè non rimanesse che
d’applicarle nelle varie quistioni. Ma poichè delle difficoltà esposte
non porgeva la soluzione, apriva campo a troppe dispute dialettiche
ed a sottigliezze, per quanto egli richiamasse continuo verso gli
studj positivi e i monumenti della prisca filosofia cristiana. Inoltre
dava in argomenti speculativi: — Iddio padre, generando suo figlio,
generò se medesimo o un altro Dio? generò di necessità o per elezione?
egli stesso è Dio spontaneamente o necessariamente? Gesù Cristo potea
nascere d’una specie d’uomini differente dalla stirpe d’Adamo? potea
prendere il sesso femminile?» accettava autorità apocrife; e quando la
logica gli paresse condurre a conclusioni diverse dalla fede, diceva:
— Su questo punto amo meglio udire altri, che non parlare io stesso».
Pure il _maestro delle sentenze_, com’egli fu titolato, rimase il testo
delle scuole, ebbe replicate edizioni ne’ primi tempi della stampa;
Racine, nel ristretto di storia ecclesiastica, gli dà ducenventiquattro
commentatori, che, a detta del conte di San Raffaele, si potrebbero
facilmente raddoppiare; e fin a mezzo il secolo passato l’università di
Parigi celebrava l’anniversario di lui con esequie assistite da tutti i
baccellieri licenziati.
D’altra levatura e originalità fu Tommaso dei conti d’Aquino (1227-74),
castello di cui vedonsi gli avanzi presso Montecassino. Pronipote di
Federico Barbarossa, cugino di Enrico VI e di Federico II, discendente
per madre dai principi normanni, abbandonò le delizie e le speranze
della condizione sua per vestirsi domenicano, malgrado de’ parenti.
Gracile di salute, taciturno, assorto nelle meditazioni, i condiscepoli
canzonando quel suo fare semplice, gli occhi incantati, la bocca
chiusa, lo chiamavano il bue muto di Sicilia. Ma ben presto mostrò
intelletto filosofico s’alcun mai, erudizione estesissima, passione de’
grandi risultamenti; e a quarantun anno si propose coi materiali sparsi
della scienza coordinare la prima volta in sistema compiuto la teologia
e la filosofia. I conflitti che da dodici secoli la Chiesa sosteneva
intorno ai fondamentali articoli della fede, e quanto aveano insegnato,
approvato, riprovato i Padri, i dottori, i papi, i concilj, compendiò
in un volume. La scienza e l’erudizione tutta che al suo tempo avessero
Cristiani od Arabi, svolse sotto la forma del sillogismo, in maestosa
sintesi tendendo a riprodurre l’ordine assoluto delle cose, Dio uno, la
Trinità, la creazione, le leggi del mondo, l’uomo, la Grazia; e opporre
la verità agli errori moltiformi che venivanle opposti dal Corano, dal
Talmud, dal manicheismo. Ch’egli si occupasse di scienze al tempo suo
non esistenti, o usasse una lingua che l’età sua non gli dava, nessuno
lo pretenderà; mentre eccitano meraviglia la chiarezza, la brevità
nervosa, la schietta indagine della verità, che con bella e profonda
definizione egli fa consistere in un’equazione tra l’asserto e il suo
oggetto[309].
All’ispirazione ed elevazione dei primi Padri non arriva egli, ma
porge formole dotte e profonde distinzioni, il suo metodo consistendo
nell’appoggiare col sillogismo una maggiore assiomatica, data da
quelli. Pertanto posa un teorema, poi sillogizza tutte le opposizioni
filosofiche (_videtur quod non_), mettendo l’objezione condensata,
multipla, in tutta la sua forza, per modo che poterono da lui
attingere eresie e difficoltà quanti ebbero la mala fede di sopprimere
le risposte. Non si ferma a confutarla, ma in contraddizione (_sed
contra_) adduce alcuni passi di Aristotele, della Bibbia, dei Padri,
principalmente di sant’Agostino, e prova conciso e preciso, facendo
brillar la vera luce accanto alla falsa, sicuro che ne risulterà
la certezza. Allora ripiegandosi sopra l’objezione, la distrugge
invincibilmente (_conclusio_) collocando la sua risposta in termini
concisi, enucleandoli poi dialetticamente, e non di rado con poche
parole d’inarrivabile precisione recidendo avviluppatissimi problemi; e
adoprandovi un mirabile buon senso ognora calmo, imparziale, lontano da
sistematiche esclusioni, disposto ad accettar tutto il vero, approvare
tutto il buono.
Quanto al fondo, sostiene che la scienza deriva da Dio e a Dio si
riferisce, atteso che il filosofo, sempre in traccia del primo ente e
della cagion delle cose, e proponendosi il perfezionamento dell’uomo,
è costretto elevarsi alla causa ed alla ragion prima. E siccome nella
società umana dirige colui che maggiore intelletto possiede, così nelle
dottrine quella che si occupa delle cose più intelligenti, cioè la
metafisica, scienza dell’essere in generale e delle sue proprietà, che
considera le cause prime nella loro purezza e comprensibilità maggiore.
Scienza di Dio, dell’uomo, della natura, la teologia risale a Dio per
contemplarlo, e col raggio che ne attinge discende la scala del creato
illuminando le sfere inferiori. Fra i corpi puramente materiali e il
mondo delle pure intelligenze, riflesso della vita e delle perfezioni
di Dio, sta l’umanità, partecipe degli uni e degli altri: tre mondi
connessi da legami infiniti, donde risultano l’ordine naturale e il
soprannaturale, e in seno all’opera di Dio nasce l’opera dell’uomo,
mediante la libertà creata. Di qui la mistura di bene e di male, di
verità e di errore, che costituisce la storia umana. Delle creature
alcune sono assolutamente immateriali, altre materiali, altre miste; e
nel formarle Iddio si propose il bene, cioè di assimilarle a sè. Del
qual bene partecipano anche i corpi, in quanto possiedono l’essere
e sono l’effetto della bontà divina; e concorrono alla perfezione
dell’universo, che deve contenere una gradazione di esseri, gli
uni subordinati agli altri secondo che più o meno perfetti. Chi li
consideri uno ad uno, non ne vede che l’inanità: ben altrimenti chi
li guardi come istromenti degli spiriti; avvegnachè tutto ciò che
si riferisce all’ordine spirituale appar più grande quanto più viene
conosciuto.
Culmine della creazione è l’uomo, il cui spirito vive di triplice vita,
la sensiva, la vegetativa e la razionale, la quale ancora si divide
in intelligente e volitiva. A quest’ultima san Tommaso assegna regole
rettissime, giacchè fondate sugl’insegnamenti della Chiesa: ma poichè
il nostro lavoro verte tanto sulla scienza degli Stati, noi lasceremo
il resto per arrestarci alquanto sul diritto e la politica di lui, che
insomma sono quelli professati dal clero, quand’anche non applicati.
Fonda Tommaso la sua teoria del diritto sopra la legge. Questa è
quadrupla: l’_eterna_, legge del governo divino generale del mondo;
la _naturale_, partecipazione della legge eterna, valevole per tutti
gli enti finiti razionali; l’_umana_, riferibile alle condizioni
particolari degli uomini; la _divina_, che consiste nell’ordine di
salute da Dio stabilito nella sua _speciale_ provvidenza per gli
uomini. Il diritto nello Stato è _naturale_, fondato nella natura
invariabile dell’uomo, o _positivo_, stabilito per convenzione o
promessa: e concerne solo la legalità degli atti esterni, mentre la
giustizia interiore impone di fare il giusto per amor di Dio.
La legge è una misura imposta ai nostri atti, un motivo che ci spinge
o distoglie dal fare, una dipendenza della ragione: ed ha per iscopo
il ben essere comune. Dovendo il fine essere adempito da chi vi ha
interesse immediato, le leggi saranno opera di tutto il popolo, o
di chi del bene di esso è incaricato; e però la legge può definirsi
«un ordine ragionevole a comune vantaggio, promulgato da chi ha cura
del pubblico interesse». Diretta a mantenere la pace e propagare la
virtù fra gli uomini, deve conformarsi alla giustizia pel fine che si
propone, per l’autore da cui deriva, per le forme che osserva, cioè
mirare al bene dei più, non trascendere l’autorità del legislatore,
ed equamente distribuire i pesi che ciascuno dee portare pel comune
vantaggio. È ingiusta ove s’opponga al bene relativo dell’uomo, o al
bene assoluto che è Dio: e in tal caso non è legge ma violenza, nè
obbliga al fôro interno, se non fosse per gli scandali che produrrebbe
la trasgressione. E per natura e per ragione si deve a gradi procedere
dal meno al più perfetto; onde i cangiamenti nella legislazione sono
giustificati dalla mobilità della ragione, dalla mutabilità delle
circostanze. Popolo pacifico, grave, oculato ai proprj vantaggi, ha
diritto di scegliere i suoi magistrati; lo perde se corrotto.
Vuolsi che durino la città e la nazione? tutti abbiano parte al
governo generale, acciocchè tutti sieno interessati a mantenere la
pace pubblica; nella forma politica le autorità si bilancino. La più
destra combinazione sarebbe un principe virtuoso, che sotto di sè
ordinasse un certo numero di grandi cariche per governare secondo
l’equità, cernendoli da ogni classe e sottoponendoli ai suffragi della
moltitudine, col che associerebbe al governo l’intera società. Il
principe deve al suddito la fedeltà stessa che ne esige: se avvilisce
Dio ne’ poveri, imita i soldati che percotevano Cristo colla canna
messagli in mano: se grava le imposte, pecca d’infedeltà agli uomini,
d’ingratitudine a Dio, di sprezzo agli angeli custodi, sopra i quali
ricadono le offese recate ai loro custoditi.
Colpa mortale sarebbe la ribellione contro alla giustizia e all’utilità
comune, non il resistere e combattere pel pubblico bene. Principe che
si propone il personale soddisfacimento anzichè la comune felicità,
cessa d’essere legittimo, e l’abbatterlo non è più sedizione, se
pur non si operi con disordine tale da cagionare mali maggiori
della tirannia stessa. Il tiranno si tiene fra certi limiti? convien
tollerarlo per cansare pericolo di peggio; eccede? può essere giudicato
e anche deposto da un potere regolarmente costituito: attentare contro
la sua persona per fanatismo e vendetta non è mai lecito.
Su questi larghi principj posavasi il liberalismo, che la Scuola talora
spinse fin al di là; donde la taccia che il secolo nostro, ipocrito
in parole come sguajato in fatti, le dà di avere giustificato il
regicidio. Al moderno diritto delle genti pose Tommaso le fondamenta,
che lo distinguono dal micidiale degli antichi: e certi missionari d’un
nuovo cristianesimo, che credono nati jeri i concetti della libertà e
dell’eguaglianza, stupirebbero leggendo quel che Tommaso pensava della
nobiltà[310].
Ma come la pensava egli sul propagare la fede per mezzo della forza?
Degli Infedeli alcuni non abbracciarono mai la fede, come Pagani ed
Ebrei; altri ne disertarono, come gli eretici e gli apostati. Questi
sono mentitori d’una promessa, e ne sono puniti: gli altri non devono
per verun modo essere forzati alla fede, ma solo a non manometterla con
bestemmie, con prediche, con violenze. I fedeli muovono spesso guerra
agl’infedeli, non già per costringerli a credere, ed anche dopo la
vittoria se ne lascia libertà al prigioniero, ma perchè non impediscano
ai credenti il convertirsi o il perseverare[311].
Sì grand’uomo, eppure umilissimo, ricusò nell’Ordine ogn’altra dignità
fuor quella di definitore: e nella contemplazione talmente restava
assorto, che navigando non s’accorse d’una fiera burrasca; tenendo una
candela non sentì da quella bruciarsi il pugno; sedendo al banchetto
col re di Francia, repente battè sulla tavola esclamando: — Ecco un
argomento invincibile contro i Manichei». La leggenda dice che, avanti
morire, stava davanti a un Crocifisso, e questo piegossi, e dissegli: —
Tommaso, bene hai scritto di me: qual ricompensa domandi? — Niun’altra
cosa che voi stesso», egli rispose. Quando poco dopo si trattò di
canonizzarlo, gli oppositori notavano ch’e’ non aveva operato miracoli;
ma papa Giovanni XXII esclamò: — Ne fece tanti, quanti articoli
scrisse»; e soggiungeva: — Tommaso rischiarò la Chiesa più che tutti
insieme i dottori, e maggior profitto si trae dallo studiare un anno
agli scritti suoi che dal leggere tutta la vita que’ degli altri».
Diversa eppur non avversa alla scolastica argomentatrice, la
scuola mistica cercava non esercizio allo spirito ma nutrimento
all’affetto; tutto riconduceva al sentimento ed alla contemplazione,
assegnando i gradi onde con questa elevarsi al primo vero; in luogo
dell’arida dialettica adoperava linguaggio immaginoso, simbolicamente
interpretando la natura appoggiandosi sulla misteriosa attrazione verso
il bene assoluto e l’infinito, e sulla dilezione estatica, fondo della
nostra sensibilità.
Giovanni Fidanza da Bagnarea (1221-74) fu salvato da una malattia
infantile per intercessione di san Francesco, il quale disse a sua
madre: — È una buona ventura»; onde vestitosi francescano, fu noto
col nome fratesco di Bonaventura. Dotto di tutta la scienza d’allora,
sommesso insieme e indipendente, cautamente valutando le forze relative
della credenza e dell’intelletto, tentò conciliare Aristotelici,
Platonici, Arabi; cioè il raziocinio e l’intuizione, il misticismo e
la didattica dirigere in armonia, non ad arguzie curiose, ma a supreme
quistioni. Non che negare ogni certezza ai sensi, tende a rintegrare
l’infallibilità della ragione, facendo che Dio abbia poste le premesse
nell’intelletto, e conformatolo in guisa che sia costretto assentire al
vero, non come ad una percezione nuova, ma quasi riconosca cose innate
in sè. Osò anche tentare un albero enciclopedico dell’umano sapere, men
lodato, non men lodevole di altri posteriori[312], e che mostra come
sapessero d’alto luogo riguardare la scienza questi Scolastici cui si
dà taccia di angusti e meschini.
Bonaventura fu noverato fra’ più insigni del tempo: quando san Tommaso
suo amico gli domandava da quai libri traesse tanta scienza, gli mostrò
il crocifisso; e tutte pietà sono la sua _Vita di san Francesco_, lo
_Specchio della Vergine_, l’_Itinerario dell’anima al cielo_. A forza
di preghiere si fece esonerare dall’andare arcivescovo di York; e stava
lavando le scodelle quando gli fu annunziato che era fatto cardinale.
Alle sue esequie assistettero Gregorio X, il re d’Aragona, cinquanta
vescovi, sessanta abati, più di mille preti; ottant’anni dopo morto fu
canonizzato, e iscritto col titolo di _serafico_[313] fra i dottori
della Chiesa, dopo Ambrogio, Agostino, Girolamo, Gregorio Magno e
l’Aquinate.
Anche la scuola contemplativa ebbe i suoi deliramenti, e Giovanni di
Parma pubblicò un _Introduttorio all’evangelo eterno_, ove annunziava
che, siccome il Testamento antico avea dato luogo al nuovo, così
questo non bastava più alla perfezione, e un altro ne verrebbe tutto
d’intelligenza e di spirito. Altri caddero nel panteismo e nella
negazione del proprio essere, ed applicati alle scienze s’abbujarono
nell’astrologia e nell’alchimia.
Del diritto romano mai non erasi perduta affatto la memoria; ma quella
legislazione è troppo complicata e dotta per gente incolta, troppo
difficile ad armonizzare col sistema barbaro. Si dovette dunque
applicarsi ad agevolare l’uso quotidiano del gius longobardo, e
ridurlo a sistema per via d’un testo intelligibile, di dichiarazioni,
di formole di processo. A ciò diede principale opera la scuola di
Pavia, che volta solo alla letteratura nei tempi de’ Carolingi, da
quelli di Ottone I vi unì la giurisprudenza, e compilò il _Liber
legum Longobardorum_. I maestri di quella erano anche giudici, e
accoppiando la teoria alla pratica, e conoscendo il diritto romano,
composero una glossa che fu equiparata al testo legale. Ebbero nome
tra essi Sigefredo, Guglielmo, Bajlardo, Buonfiglio, e quel Lanfranco
da Pavia, di cui dicemmo[314]. Man mano che le città italiane
crescevano di ricchezze, di commercio, di potenza, occorreano nuove
complicazioni, cui non era sufficiente il diritto germanico, mentre si
trovavano risolte nel romano; sicchè a questo applicaronsi gl’ingegni,
costituendo una nuova classe di cittadini, i giureconsulti.
Quando i Pisani espugnarono Amalfi nel 1135, ne tolsero l’unico
esemplare delle _Pandette_, e Lotario II in benemerenza lo cedette
a loro, decretando che nella pratica si sostituisse il gius romano
al germanico, e cattedre per insegnarlo. Così dicono: ma nessun vide
questo diploma, ed è dimostrato che in verun tempo le Pandette erano
cadute in dimenticanza[315]; sicchè questa è una novella che traduce
in racconto di tempo e di luogo determinato un avvenimento d’incerta
origine. Esso codice fu gran tempo custodito a Pisa come una reliquia,
nè mostrato che con solennità, poi trasferito a Firenze, monumento
d’altre vittorie, ove può non difficilmente vedersi in quel tesoro
di manoscritti ch’è la biblioteca Laurenziana. La scrittura il prova
contemporaneo di Giustiniano; e che sia l’unico originale risulterebbe
da questa bizzarria, che avendovi il legatore per isbaglio trasposto un
foglio, tutti gli esemplari conosciuti hanno l’errore medesimo, come
materialmente trascritti. Eppure sembra che i glossatori possedessero
altri testi, collazionando i quali ne formarono uno bolognese, detto
la vulgata: pure la loro rarità è attestata dall’importanza attaccata
al possesso di questo codice, la cui scoperta e il trionfo menatone
fissarono su quello l’attenzione dei molti che la progredita civiltà
avea disposti ad una legislazione più raffinata. Allora dunque lo
studio del romano diritto penetra nelle scuole, in gara colla teologia
e la scolastica, mentre s’applica alla vita.
Irnerio, che prima aveva insegnato grammatica, passò a leggere le
Pandette a Bologna sua patria (1100-20); e i giovani che trassero in
folla a questa scienza nuova, reduci ai loro paesi, ne applicavano i
canoni ai casi particolari, se non altro come supplemento alla legge
locale. Restano in gran parte le glosse di quest’illustre, e memoria
d’altre opere sue ad uso della scuola, dalla quale poi si staccò per
servire all’imperatore. Pensator rigoroso, trasse ogni cosa dal proprio
capo, ignorando i lavori intorno al diritto, fatti o tentati ne’ secoli
precedenti[316].
Si nominano fra’ suoi discepoli più insegnati i bolognesi Bùlgaro
_os aureum_, Martin Gossia _copia legum_, Jacopo e Ugone da Porta
Ravegnana. La _Somma del Codice_ di Roggerio è il primo tentativo di
sistemar la scienza del diritto. Il Piacentino, che alcuni chiamano
Ottone, per quanto assoluto e di smisurata vanità, non manca di
intelletto scientifico e cognizione delle fonti. Assalito nottetempo da
Enrico di Baila, di cui avea confutato un’opinione, a stento campò, e
ricoverato a Montpellier, v’aperse la prima scuola di diritto (1192).
Giovanni Bassiano da Cremona, preciso nell’esposizione, trovò forme
ingegnose, benchè talvolta buje; professò a Mantova.
Pillio da Medicina professava giovanissimo a Bologna, quando i
magistrati lo costrinsero a giurare che per due anni non insegnerebbe
altrove: i Modenesi, cui forse importava più il toglierlo agli emuli
che il possederlo essi medesimi, gli offersero cento marchi d’argento
purchè venisse nella loro città, anche senza insegnare, siccome fece.
Scrive per lo più in dialoghi fra la giurisprudenza e l’autore, con
molta vanità e affettazione logica[317].
Lodano pure Guglielmo di Cavriano da Brescia, Alberico da Porta
Ravegnana che per l’affluenza di scolari dettava nella sala del
Consiglio, Giovanni Azzon da Bologna che aveva fin mille uditori, ed
altri che lungo sarebbe il recitare. Francesco Accursio da Bagnòlo
presso Firenze, nella _Glossa continua_ (1129) abbracciò le anteriori,
così conservandoci l’opinione di molti, ma senza tropp’arte nello
scegliere. Al suo tempo citavasi nei tribunali come legge, e fu in
gran nominanza finchè parve merito il cumulo di erudizione; ma nel
Cinquecento, quando si studiarono l’antichità e gli storici, prevalse
un miglior gusto, mentre minorava l’elevatezza de’ pensieri.
Que’ glossatori possedevano le Pandette, il Codice, gl’Istituti,
le Autentiche, l’Epitome di Giuliano, nè altro. Scarsi di storia e
filologia, invece di raddrizzare i testi, accertare i tempi, insinuarsi
nella intenzione delle leggi, si fermano a spiegare che _etsi_
equivale a _quamvis_, _admodum_ a _valde_; derivano il nome del Tevere
dall’imperatore Tiberio; fanno vivere Ulpiano e Giustiniano avanti
Cristo, uccidere Papiniano da Marc’Antonio; interpretano _pontifex_ per
_papa_ o _episcopus_; se trovano una parola greca, la saltano, onde il
proverbio _Græcum est, non potest legi_. Pure non mancano di sagacia
e industria, massime Accursio, nel ravvicinare passi, conciliare
apparenti divergenze, ricorrere per l’interpretazione alle fonti quanto
poteasi in quell’ignoranza della storia, che durerebbe anche oggi se la
fortuna non avesse scoperto Ulpiano ed altri giureconsulti vetusti.
Ben presto seguirono pedestri imitatori, destri nella dialettica quanto
sforniti di scientifico intelletto; prolissi, d’inesauste minuzie,
che affogano il testo ne’ commenti, _multorum camelorum onus_, nulla
rimettendo all’intelligenza degli scolari; espongono in uno stile
barbaro, da cui non sa forbirsi neppure Dino da Mugello. Il quale
godette tanta riputazione, che ancor vivo i vescovi stabilirono, ove le
leggi municipali e le romane e le chiose dell’Accursio tacessero o si
contraddicessero, a Dino si riportasse la risoluzione.
Sconciatesi le repubbliche, e andata ogni cosa per fazioni, poi
per arbitrio di tiranni, senza quella libertà che è necessaria alla
ponderazione delle leggi, nel metodo prevalsero sempre più le forme
dialettiche, con distinzioni e restrizioni senza termine; l’argomentare
non si aggirò sul testo ma sulla glossa, la quale divenne un ostacolo
a intenderlo; ogni originalità rimase tolta dal porre ognuno il piede
sull’orme dell’altro.
Cino da Pistoja scolaro di Dino (-1337), cacciato dai Guelfi, torna
coi Ghibellini. Ammira i dialettici, pure sa emanciparsi dalle triche
di scuola, e pensare di sua testa; e si fiancheggia cogli statuti de’
varj popoli e la pratica de’ tribunali. Bartolo da Sassoferrato scolaro
di lui, maestro a Pisa e Perugia, ove morì in fresca età, superiore in
fama a tutti i giureconsulti, spiegato dalle cattedre, tenuto in conto
di legge nella Spagna, per critica e metodo sta a gran distanza dagli
antichi glossatori, impacciato dai troppi commenti.
Avanzandosi i tempi, ebbe grido Baldo da Perugia (-1400), che professò
per cinquantasei anni, e versò nei pubblici negozj. «Nella smania
di distinzione (dice il Gravina) egli non divide, ma sfrantuma il
soggetto tanto, che i frantumi ne van col vento; ma per quanto ciò
nuoccia all’interpretazione della legge romana come codice positivo, fu
utilissimo al giureconsulto pratico per la moltiplicità dei casi che lo
spirito suo fecondo ritrovò; sicchè ben rado si dà di consultarlo senza
trovarvi una soluzione qual ch’ella sia». Luca di Penna negli Abruzzi,
autore del commento sui _Tres Libri_, supera i contemporanei per metodo
e stile, e ricorre direttamente ai testi coll’indipendenza datagli dal
non essersi formato nelle scuole ma negli affari. I successivi, più che
nelle magistrature, presero pratica nei consulti, fonte di rinomanza e
di ricchezze.
Come questi il diritto romano, altri studiarono il feudale, di
applicazioni ancora frequenti; e Oberto dall’Orto e Gerardo del Negro,
consoli milanesi, attorno al 1170 radunarono le costituzioni imperiali
e le consuetudini delle varie città, le sentenze in proposito e le
interpretazioni proprie e d’altri giuristi. Valore di legge non ebbero
mai, ma autorità perfino ne’ tribunali pontifizj. Infiniti commenti
e glosse ebbero da Bulgaro, Pileo, Ugolino, Corradino, Vincenzo,
Goffredo..., e principalmente da Giovanni Colombino; tutti superati dal
napoletano Andrea d’Isernia, e più tardi da Matteo degli Afflitti. Nel
1436 Antonio Mincuccio di Pratovecchio bolognese avea ridotti i libri
feudali in miglior forma, e l’imperatore Federico III li confermò,
onde in Bologna erano letti pubblicamente. L’illustre Cujacio con
maggior critica ed eleganza, e deponendo il disprezzo che i giuristi
soleano avere per ciò che non fosse romano, migliorò ed illustrò
quella raccolta, la quale si compie colle leggi feudali pubblicate
dal Barbarossa, che sono le più numerose e precise, e da cui era stata
proibita l’alienazione dei feudi, ristabilite le regalie imperiali in
Italia[318].
Contemporaneamente si compiva il diritto canonico. Una raccolta
autentica delle leggi ecclesiastiche emanate dai concilij e dagli
imperatori, disposta da Giovanni Scolastico patriarca di Costantinopoli
a mezzo il secolo VI, divenne legge della Chiesa d’Oriente. In
Occidente, dopo le collezioni che accennammo (t. V, p. 472) di Dionigi
il piccolo e d’Isidoro, Reginone abate di Pum, uscente il secolo IX, ne
fece una, poi Burcardo vescovo di Worms il _Magnum decretorum volumen_,
che da uno storpio del nome suo è chiamato _Brocardo_, e passò ad
indicare quistioni scabrose ed incerte. Ivone di Chartres dispose
metodicamente il _Decreto_ in diciassette libri; finchè Graziano di
Chiusi benedettino, nella _Concordantia canonum_ o _Decretum_ (1151),
compì sistematicamente la giurisprudenza canonica. Eugenio III dicono
l’approvasse, e l’autore con Ranieri Bellapecora pei primi professarono
tale materia in Bologna. L’opera sua comprende i canoni degli Apostoli,
quelli di cencinque concilj, le decretali de’ papi, non escludendo
quelle del falso Isidoro, e molti passi tratti da santi padri, da libri
pontificali, dal codice Teodosiano e da altri. Autorevole nel canonico,
come il codice Giustinianeo nel diritto civile, il Decreto di Graziano
trovò moltissimi commentatori: lo sceverarne la mondaglia doveva essere
cura di secoli meglio veggenti[319].
Successive consultazioni diedero luogo a nuove decretali, di cui una
raccolta fece Bernardo Circa, vescovo di Faenza poi di Pavia; una
fu ordinata a Pier di Benevento da Innocenzo III, ed approvata per
pubblica autorità; poi un’anonima dopo il 1215. Nessuna era completa,
e v’avea decreti incerti: pertanto Gregorio IX incaricò Raimondo di
Pegnafort barcellonese di raccorre le decretali posteriori al 1150,
ove finisce la compilazione di Graziano; onde venne il secondo corpo
e principale del diritto canonico, cresciuto anch’esso con successive
aggiunte.
Suprema efficacia ebbe lo studio del diritto, facendo rivivere a pro
de’ moderni l’esperienza degli antichi, disposta in un sistema di
leggi, ove tutto ciò che essenzialmente importa alla civile società
era determinato con sagacia, equità e precisione, ben superiore ai
tentativi de’ codici barbari. Introdotta la prova testimoniale, lo
spirito umano s’addestrò nell’indagare le verità ed applicarle, risalì
agli studj classici per meglio chiarire il senso, e quel ragionare sodo
e sopra i fatti emendava l’inclinazione sofistica delle scuole.
Ai baroni nè dottrina nè pazienza bastando, i leggisti presero il luogo
de’ feudatarj negli uffizj giuridici. Allettati dalla costituzione
romana, stabilirono essi una scuola teorica e pratica di governo, cui
primo canone era l’unità e indivisibilità del potere sovrano, talchè
guardava come usurpazione le signorie feudali, come non avvenuta
l’occupazione dei Barbari, e indegne del nome di leggi quelle emanate
da loro: fatto meraviglioso ed unico, che la legislazione morta d’un
popolo perito divenisse scienza politica e sociale per tutta Europa, e
che fin ad oggi i codici trovino appoggio, commento o supplemento nelle
decisioni di Papiniano e nell’opinione de’ glossatori.
Ben fa dolore che le nazioni nuove non abbiano pensato estrarne quel
solo che ad esse confacevasi, anzichè adottare intero un cumulo di cose
estranee ai costumi e all’ordine sociale nuovo, e principj assoluti, e
formole materiali, e rigide conseguenze, non armonizzanti colla società
nuova nè coi costumi moderni e col cristianesimo. Per vero, l’adottare
è molto più facile che lo scegliere; e la parzialità ghibellina aveva
interesse a considerare i Federichi come successori di Teodosio: onde
n’uscì una legislazione implicata, incoerente, ancora oscura dopo
infiniti commenti, e forse in grazia di questi.
Ma nelle città libere i giuristi costituivano un corpo, con impieghi
d’onore ed alte cariche e singolare considerazione: e persone elevate
portavano nella giurisprudenza gran senso pratico e reale dignità. Il
diritto poi fu un grande miglioramento sì alla legislazione, sì e più
alla condizione dei vulghi. Rispetto all’ordine delle successioni, ai
matrimonj, ad altri punti legali, i preti che ragione aveano di far
leggi inique? Ne’ concilj, composti di prelati d’ogni paese, specie di
areopago superiore alle convenienze feudali, e scevro di parzialità,
di rado i canoni si circoscriveano ad un paese; e togliendo per base
la morale anzichè la politica, servivasi alla rettitudine universale.
Le giurisdizioni signorili riuscirono men vessatorie in mano di abati e
vescovi che di conti e baroni, perchè il prete era obbligato ad alcune
virtù, da cui il laico si tenea dispensato. La carità e il perdono
delle ingiurie, essenza della morale cristiana, v’erano specialmente
comandati in tempi di guerra di tutti contro tutti. Più miti le pene;
abolita la croce e il bollare in faccia, per non deturpare l’immagine
di Dio; niuno sentenziato a morte, e spesso si mandava il reo a far
penitenza e migliorarsi ne’ chiostri. La tortura, approvata dal divino
Augusto[320] e conservata lungo tempo fin dagl’Inglesi tanto adulti
nella libertà, era esclusa dal diritto canonico: e doveano passar de’
secoli prima che la filosofia si facesse bella di tali documenti.
Il clero, alieno dalle armi, repudiava le prove del duello o
dell’ordalia[321], e vi surrogava i testimonj, e come prova sussidiaria
il giuramento; più regolare rendeva l’amministrazione della giustizia,
e le vendite, i prestiti, le ipoteche, giacchè richiamavasi al fôro
ecclesiastico ogni obbligo contratto con giuramento. Innocenzo III e il
IV concilio Lateranese istituirono il processo scritto, prescrivendo
che nel giudizio ordinario e nello straordinario il giudice si
faccia assistere da un pubblico notajo, se è possibile; e due persone
sufficienti scrivano gli atti, cioè le citazioni, proroghe, petizioni,
eccezioni, testimonianze, e così via, il tutto coll’indicazione de’
luoghi, de’ tempi, delle persone; e ne dia copia alle parti, serbando
l’originale per ogni caso di dubbio[322]. Il diritto stesso ebbe
determinato il metodo delle citazioni e la sostanza della processura,
agevolate le riconvenzionali, tentate le vie di conciliazione, negli
appelli distinto l’effetto devolutivo dal sospensivo, ai rimedj
possessorj dato ampiezza e rigore.
Mentre il diritto civile non lasciava star le donne in giudizio senza
consenso del marito, lo che impediva di reclamare contro di questo,
non così era de’ tribunali ecclesiastici, davanti ai quali veniva
contratta l’unione, stipulata la dote, discusso della infedeltà,
delle separazioni, del divorzio. Le leggi che proteggeano i beni
del clero insegnavano esistere un’altra proprietà non derivata dalla
spada, con altre garanzie che la violenza; garanzie che poi doveano
diventare comuni. Altre inviolabilità delle persone si conosceano dove
l’ecclesiastico era valutato a prezzo maggiore, non si potea sfidarne
i parenti, e l’offensore trovavasi a fare con una intera società
poderosa. L’asilo sottraeva il colpevole alla vendetta subitanea,
non già alla giustizia, a cui lo restituiva se riconosciuto reo:
l’escludere il duello obbligava ad accettare la composizione de’
tribunali. Laonde, mentre pareva intendere al solo interesse proprio,
la Chiesa operava per le nazioni, che un giorno si assicurerebbero come
diritti quei ch’essa introduceva come privilegi[323].
Così miglioravasi il potere legislativo, passato dai forti ne’
savj; più ne migliorava l’opinione: sicchè al cristianesimo, dice
Montesquieu, andiam debitori di un certo diritto delle genti nella
guerra, di cui la natura umana non potrà mai essergli abbastanza
riconoscente; il qual diritto fa tra noi che la vittoria lasci ai vinti
la vita, la libertà, le proprietà, le leggi, la religione. Dopo di che,
io mi confesso propenso a compatire ai compilatori delle Decretali se
non ebbero bastante critica per discernere le false, e se credettero
veramente che il papa fosse superiore a tutti i vescovi, e potesse
imporre ai re d’esser giusti e di non opprimere d’imposte i popoli.
Intanto colla giurisprudenza la dottrina usciva dal santuario, e
lo scienziato non era soltanto _cherico_ ma anche dottore. Tutte
quelle discussioni poi, miste di teorica e di pratica, attestano un
inaspettato movimento intellettuale, che innovava la società non meno
che lo facesse lo sviluppo politico. Perocchè, quando una nazione
si sveglia, estende la sua attività sopra tutte le parti, siano le
politiche come le intellettuali e morali.
Università chiamavasi già prima qualunque libera unione; e quel
nome presero anche gli scienziati in associazioni libere che
prevenivano l’azione de’ governi, e che ciascuna amministrava i
proprj affari. Qualche scienziato di grido prendeva a leggere in una
città; accorrevano uditori, altri dotti ne profittavano per venirvi
a spacciare la propria dottrina, e così formavasi una università.
In tanta scarsezza di libri e d’istruzione particolare non poteasi
imparare che dalla viva voce, onde non vi concorrevano ragazzi, ma
uomini fatti e già ragguardevoli; ed assumendo l’aria della società
civile, costituivansi a modo di Comuni, con onori e franchigie per
gli studenti e i professori; e avvivate dall’interesse che ispira la
verbale comunicazione fra questi e quelli, cogli studj indipendenti
crescevano di forza e dignità; e al modo de’ Comuni, cercavano
privilegi ai re e ai papi, il principale dei quali era di poter
conferire il dottorato.
I professori, ai quali grande incitamento dava il trovarsi esposti al
guardo di tutta l’Europa letteraria, erano rimunerati dagli scolari,
nè l’università mantenevasi che per la reputazione di quelli. Le città,
vantaggiate dal concorso degli studiosi, adoperavano a mantenere quelle
unioni; poi fecero gara di offrire grossi stipendj.
E maestri e università erano dunque tutt’altra cosa di queste moderne,
fomite inutile di corruzione in una gioventù che, mentre potrebbe
dappertutto ritrovare e libri e insegnanti, è raccolta a dissipare
fra lo stravizzo e il mal esempio il fiore dell’età, la freschezza
de’ sentimenti, i precetti morali bevuti al focolare paterno, e far
le prime prove del vizio, seguendo un corso uffiziale sotto professori
di cui non ha stima e fiducia, ma che sono decretati da un governo che
forse disama.
L’importanza delle università fece favoleggiarne le origini. Quella
di Bologna si pretendea fondata da Teodosio II nel 443; ma il primo
privilegio, copiato da quel di Giustiniano per Berito, le fu rilasciato
in Roncaglia da Federico Barbarossa, onde proteggere quei che di
fuori venissero a quello studio, esimerli da processo per delitti o
per debiti, e potessero scegliere la particolare giurisdizione dei
professori, per esercitare la quale l’università eleggeva il rettore.
Da principio vi si studiò soltanto diritto, poi si aggiunsero arti
liberali e medicina; al fine Innocenzo VI v’unì scuola teologica sul
modello della parigina, sorta contemporaneamente, e che avea vanto
nella teologia scolastica e nella filosofia, come Bologna nella
giurisprudenza. Furono le due università più nominate nel medioevo:
ma la bolognese era composta degli scolari i quali sceglievano dei
capi, a’ quali dovevano rispondere anche i professori; alla parigina
non appartenevano che i professori, subordinati restando i discepoli:
sistemi derivanti dal diverso Governo delle due città e dalla natura
dell’insegnamento; quella, repubblica e volta alle leggi; questa,
monarchia e teologica.
A Bologna dunque i varj portici formavano distinte università; e
quella del diritto era divisa in due, degli ultramontani con diciotto
nazioni, dei citramontani con diciassette[324]. Gli stranieri studenti
di diritto (_advenæ forenses_) godeano piene prerogative civili;
e convocati dal rettore, cui annualmente giuravano obbedienza,
costituivano università propria, con voce nelle assemblee. Ciascuna
nazione faceasi rappresentare da uno o due consiglieri, i quali,
col rettore, costituivano il senato per la disamina degli affari.
Un sindaco annuo rappresentava in giustizia le due università: un
notaro ne rogava gli atti, annuale anch’esso, come il massajo e i due
bidelli. Ogni anno pure eleggevasi un tassatore dalla città ed uno
dagli studenti, che fissassero il prezzo degli alloggi: lo scolaro avea
facoltà di rimanere tre anni nella casa prescelta; e il padrone che
esigesse di più, o a torto si querelasse del pigionale, o lo trattasse
men convenientemente, non potea più dare albergo ad altri.
I professori, all’atto della promozione, poi una volta all’anno doveano
giurare obbedienza al rettore e agli statuti: potevano essere sospesi
e multati, non portar voto nelle adunanze, nè sostenere le cariche
dell’università: altrettanto era degli scolari natii di Bologna,
che non rimanevano sottratti dall’autorità municipale. Il rettore,
che doveva essere letterato, celibe, d’almeno venticinque anni,
di sufficienti sostanze, avere a proprie spese studiato il diritto
almeno cinque anni, e non appartenere ad ordini religiosi, rinnovavasi
annualmente a voce del predecessore, de’ consiglieri e di alcuni
elettori scelti dalle università; e nelle funzioni aveva il passo
sopra vescovi ed arcivescovi, eccetto quel di Bologna, ed anche sopra i
cardinali secolari. Il titolo di _magnifico_ nacque nel XV secolo.
Pertanto nella città di Bologna quattro distinte giurisdizioni
vegliavano: i magistrati ordinarj, la curia vescovile, i professori,
il rettore. Le frequenti collisioni tra questi, l’irrequietudine degli
studenti e le riotte agitarono spesso la repubblica; qualche fiata gli
scolari tutti ritiraronsi in un’altra città, finchè non si consentisse
alle esorbitanti loro domande; qualche altra, dai papi scomunicata o
messa al bando dell’Impero, Bologna vedeva migrare la dotta folla, a
cui dovea vita e ricchezze. Con grandi privilegi la città allettava
gli studiosi; esimeva i professori dal servigio militare, poi da ogni
tassa; rifaceva de’ furti sofferti, se il rubatore non potesse.
I dottorati doveano giurare non insegnerebbero altrove che a Bologna;
e morte e confisca era minacciata ai cittadini che sviassero uno
scolaro da quell’università, e così a professori bolognesi maggiori
di cinquant’anni, o agli stranieri stipendiati che passassero ad
altra scuola prima che la condotta scadesse. L’università toglieva
in protezione gli artisti che a servizio di essa lavoravano, come
amanuensi, miniatori, legatori, i fanti degli studenti, e alcuni
banchieri privilegiati per dare a prestanza agli scolari. Una bizzarra
regola imponeva agli Ebrei di pagare centoquattro libbre e mezzo ai
legali, e settanta agli studiosi delle arti per fare un festino in
carnevale. Alla prima neve che fioccasse, gli studenti andavano alla
busca, e di quel raccogliessero faceano statue o ritratti ai più
celebri professori.
Dell’arcidiacono di Bologna era privilegio il laureare, nè altro
benefizio egli godeva che una parte delle propine. Il dottorato
conferivasi come grado dal collegio de’ legali, e dava diritto
d’insegnare e d’essere promosso: sebbene ai posti supremi non
s’elevassero che natii bolognesi. Sei anni di studio si richiedevano
per passar dottore in diritto canonico, otto pel civile; giurato
d’aver compito questo tempo, lo scolaro sosteneva l’esame privato e il
pubblico; e sopra due testi assegnati disputava innanzi all’arcidiacono
e al dottore che lo presentava, libero essendo agli altri dottori
d’objettare; e tosto era ricevuto fra’ licenziati. L’esame pubblico
teneasi nella cattedrale in solenne pompa, ove il licenziato recitava
la disposta diceria, ed esponeva una tesi di diritto, contro cui
gli studenti potevano argomentare; indi l’arcidiacono o un dottore
pronunziava l’encomio acclamandolo dottore, e gli si davano il libro,
l’anello, il berretto. Giuramento d’adempier bene gli obblighi del
dottorato non si prestava, sibbene alcuni giuramenti particolari.
Laureato che uno fosse, avea diritto d’insegnare non solo a Bologna,
ma in qualunque università costituita per bolla papale. Ogni scolaro,
dopo cinque anni di studio, poteva insegnare, ma sopra un titolo solo;
e dopo sei, sopra un trattato intero, annuente il rettore: questi
chiamavansi baccellieri. Il corso durava dal 19 o 28 novembre al 7
settembre; e ogni giovedì era vacanza, qualora nella settimana non
cadesse altra feria. Le lezioni si facevano parte all’avemaria del
mattino, parte dopo le diciannove ore, tutte occupate nell’insegnamento
orale. I corsi distinguevansi in ordinarj e straordinarj, secondo
i libri. Testi ordinarj, pel diritto romano il Digesto vecchio e il
Codice, pel canonico il Decreto e le Decretali: ogni altro libro era
straordinario, e i professori autorizzati a leggere su questi non
poteano insegnare sugli ordinarj.
Nel 1260 vi si contarono fin diecimila scolari, con gran lucro dei
professori. Ai quali poi si assegnarono pubblici stipendj; e nel 1384
ne troviamo a Bologna diciannove pel diritto, aventi dai cinquanta ai
trecento fiorini di trentatre soldi. Quando furono tutti stipendiati,
il professorato si riguardò come pubblica funzione.
Lo studio della giurisprudenza tardò ad introdursi nelle università
forestiere, di modo che il trionfo di quella scienza fu sempre in
Italia, e non per decreto o favore de’ sovrani, ma per necessità dei
tempi. Alle città lombarde, libere, trafficanti, ricche, popolose, non
bastavano più le anguste transazioni dei codici germanici e la scarsa
cognizione del romano: dileguandosi il diritto personale introdotto da
Carlo Magno, s’abituavano a considerare gran parte dei popoli d’Europa
come intimamente uniti sotto l’Impero, e fra le varietà nazionali
riconoscere alcun che di comune, l’Impero, la Chiesa, la lingua latina.
Ora, appena formatasi la scuola bolognese, e diffuse le cognizioni coi
consulti, cogli scritti, con nuove scuole, anche il diritto romano si
considerò comune a tutta cristianità, il che lo ingrandiva nel concetto
de’ popoli.
In Bologna primamente fu aggiunta agli altri studj la grammatica, e
Buoncompagno fiorentino, il quale fu coronato d’alloro, vi lesse la
sua _Forma literarum scholasticarum_, metodo per iscrivere a principi
e magistrati. Era costume che, chi bramava professare grammatica,
mandasse innanzi un’epistola, stillante eleganza ed erudizione,
_picturato verborum fastu et auctoritate philosophorum_; onde
Buoncompagno, motteggiatore superbo, ne finse una di siffatte, quasi
venisse da un professor nuovo, che chiamava a sfida lui stesso. Ne
tripudiarono gli emuli, levando a cielo la forbitezza della lettera
finta; poi al dì prefisso si raccolsero affollati nella metropolitana:
ma Buoncompagno sopragiunto manifestò la burla e mandò scornati i
rivali, mentre gli amici portarono lui a casa in trionfo.
Sturbati dai tumulti civili di Bologna, alcuni scolari trapiantarono
a Padova la scuola di diritto (1222), divenuta poi nucleo di
quell’università, con statuti modellati sui bolognesi: se non che
nella comunanza entravano studenti, professori ed impiegati; e i
maestri erano eletti dagli scolari. Nessun suddito veneto saliva ad
alte magistrature, che non avesse studiato in quella università, la
sovraintendenza della quale era affidata a tre senatori. Un’altra
volta quegli scolari aveano trasferita l’università a Vicenza (1264),
ove durò sette anni. Un’altra (1316) si mutarono a Siena, che offrì
seimila fiorini per riscattare i libri da essi lasciati in pegno:
ma quella scuola fu presto chiusa, indi ripristinata da Carlo IV nel
1357; la facoltà teologica vi fu aggiunta nel 1408 da Gregorio XII.
L’università di Perugia nacque il 1276: della parmense (1221) è memoria
in Donnizone[325]. Il Comune di Vercelli nel 1228 ne aperse una per
teologia, diritto civile e canonico, scienze mediche, dialettica,
grammatica, divisa in quattro nazioni, una di Francia, Normandia,
Inghilterra, una d’Italiani, la terza di Teutonici, l’ultima di
Provenzali, Spagnuoli, Catalani; i rettori si obbligavano a condurre
molti scolari, e principalmente trarvene da Padova, non allearsi alle
fazioni del paese; e il Comune prometteva allestire cinquecento camere
agli scolari, buon mercato di vettovaglie, pubblica tranquillità,
non lasciarli inquietare per debiti o per rappresaglia, stipendiare a
detta di due scolari e due cittadini i maestri che sarebbero eletti dal
rettore.
Fin dal XII secolo Pisa avea professori di diritto, ma lo studio
generale soltanto nel 1444 vi fu trasferito da Firenze, quasi a ristoro
della rapitale libertà, assegnandole annui seimila fiorini d’oro sul
tesoro, e cinquemila ottenendone dal papa per dispensa di benefizj,
onde lautamente provvedere ai professori[326]. È anteriore a Federico
II la scuola di Ferrara, da Bonifazio IX nel 1391 privilegiata come
studio generale. La romana, posta da Innocenzo IV, fu colla santa Sede
trasferita in Avignone, e Giovanni XXII la autorizzò a conferire i
gradi. Federico II istituì le scuole di Napoli nel 1224; sebbene non
permettesse di formare l’università di scolari e professori, largheggiò
di privilegi cogli studenti; ma non potè mai levarle a quel fiore che
ottenevano le scuole fondate dal libero concorso e dalla fiducia degli
studiosi.
Altre n’ebbe Italia in que’ secoli e ne’ seguenti, massime di
diritto, a Piacenza (1243), a Modena (1189), a Reggio (1188). Da
Carlo IV nel 1360 fu privilegiata quella di Pavia, e Galeazzo Visconti
proibì a’ suoi sudditi di studiare altrove, e largamente rimunerò i
professori[327]. Quella di Torino fu riconosciuta dal papa solo nel
1405, e sei anni dappoi dall’imperatore: cancelliere n’era il vescovo.
All’università di Parigi, famosa per teologia, Alessandro III spedì
molti giovani ecclesiastici; molti Venezia di quelli che doveano poi
salire ai primi onori.
Resta che diciamo dell’altro studio universitario, la medicina.
V’aveano rinomanza gli Arabi, che tradussero e commentarono gli autori
greci, e tramandarono a noi varj medicamenti ed elixir. Anche gli Ebrei
erano medici e chirurghi reputati, e ne’ libri talmudici si trovano
idee molto avanzate intorno all’anatomia. Fra’ Cristiani, questo,
come ogni altro sapere, venne a ridursi in mano di ecclesiastici e
principalmente di monaci, sebbene a questi dai canoni fossero vietate
le operazioni con fuoco e ferri taglienti; e san Benedetto a’ suoi
di Montecassino e Salerno impose la cura de’ malati. Costantino
Africano filosofo, visitate per quarant’anni le scuole arabe a Bagdad,
in Egitto, nell’India, di ritorno corse rischio d’essere ucciso
per mago (1070 ?); onde rifuggì a Salerno, e divenne secretario di
Roberto Guiscardo; poi nauseato dal fragor cortigiano, si ritirò
a Montecassino, traducendo i medici orientali. Ne crebbe rinomanza
alla scuola salernitana, e v’affluivano malati, alla cui guarigione
contribuivano la salubre posizione e le reliquie di san Matteo, santa
Tecla e santa Susanna. Venuto Enrico II a farsi estrarre la pietra,
san Benedetto durante il sonno compieva l’operazione, ponevagli la
pietra in mano, e cicatrizzava la ferita[328]. Nel secolo seguente,
sotto la direzione di Giovan da Milano vi si scrissero certi canoni
d’igiene in versi leonini, divulgati proverbialmente[329] e tradotti
in tutte le lingue. Poco dopo il Mille, Garisponto medico di Salerno
pubblicò il _Passionarius Galeni_, rimedj contro ogni sorta malattie,
tratti principalmente da Teodoro Prisciano: nè meglio vale Cofone, che
pubblicò una terapeutica generale (_Ars medendi_) secondo Ippocrate,
Galeno e gli Arabi, dove è a scorgere la prima indicazione del sistema
linfatico. Romualdo vescovo di Salerno fu consultato dai due Guglielmi
di Sicilia e dal papa. L’_Erbario_ della scuola salernitana, compilato
certamente prima del secolo XII, si diffuse per tutta Europa.
Questa scuola fu la prima in Occidente ad introdurre i diversi
gradi accademici, imitandoli dagli Arabi. Dappoi Federico II ordinò,
nessuno esercitasse medicina se non licenziato da essa, e provato
di nascere legittimo, aver compito ventun anno, studiato logica tre
anni, poi cinque l’arte, e la chirurgia _che ne forma piccola parte_,
e spiegato l’_Arte_ di Galeno, il primo libro d’Avicenna, o un passo
degli _Aforismi_ d’Ippocrate, ed aver fatto pratica sotto un esperto.
Il candidato giurava attenersi alle cure consuete, denunziare il
farmacista che adulterasse i medicamenti, e trattare i poveri senza
mercede. Dai chirurghi chiedeasi un anno di studio a Salerno e Napoli,
poi un esame. Da poi si prescrissero cento minuzie; il medico visiti
due volte al giorno i malati che dimorano entro la città, e che possono
anche chiamarlo una volta la notte: il compenso era di mezzo tarì per
giorno, e fino a tre se il malato abitasse fuori. Così per le farmacie
era assegnata la tariffa, e dove piantarle, e gelose precauzioni.
Allettavansi i medici con privilegi, esentarli da taglie, provvederli
d’uno o due cavalli; e Ugo di Lucca s’obbligò servire gratuitamente
a quei del contado bolognese nelle malattie ordinarie; ma per ferita
grave, osso rotto o slogato, possa da gente mezzana esigere un carro di
legna, dai ricchi soldi venti e un carro di fieno, nulla dai poveri;
accompagni l’esercito in campo, ed in compenso tocchi lire seicento
bolognesi. Fu dei primi a curar le ferite con solo vino[330], e seguì i
suoi concittadini in Terrasanta nel 1218.
Quell’abitare a troppi insieme, il vestire di lana, i pellegrinaggi,
le nessune cautele sanitarie, agevolavano la propagazione de’ mali, e
la peste può dirsi non cessasse mai; ne’ tempi più infetti vedeansi a
folla trarre i pellegrini a perdonanze e giubilei; e tardi si pensò
a contumacie ed altri provvedimenti contro il contagio; nel che il
Comune di Milano diede forse il primo esempio. Dal Levante vennero
pure malattie nuove, di cui la più durevole e funesta fu il vajuolo,
che sembra arrivasse cogli Arabi al primo loro sbucare dalla penisola
natìa. Coi Crociati credesi qui venuto il fuoco sacro, a curare il
quale si dedicarono i frati di Sant’Antonio. Anche il ballo di san Vito
comparve dopo il Mille, come nella Puglia la tarantella. Più spesso
la lebbra serpeggiò sotto forme orride e schifose: prurito alle mani,
atroci spasimi interni; poi la pelle facevasi squamosa, e chiazzata di
macchie livide, rosse e fin nere, infine scabra quasi scorza d’alberi;
allora si copriva d’ulceri rossastre e tumori cancerosi; dita, mani,
piedi tumefacevansi sformatamente; le carni cadeano a brani, restandone
miserabilmente segnata la via dove molti fossero passati: il viso
prendeva un ringhio ributtante, i peli cadeano, rauca la voce; il male
invadeva il tessuto mucoso, membrane, glandule, muscoli, cartilagini,
ossa: fiera melanconia occupava l’infermo, che vedeva a passi
lentissimi avvicinarsi l’inevitabile risolvimento del morbo.
Sotto i Longobardi i lebbrosi cacciavansi di città, e non poteano
vendere od alienare i proprj averi, affiggendovi l’idea d’un
particolare castigo di Dio, secondo qualche passo della Bibbia,
della quale vi si applicarono le precauzioni. Gli statuti d’ogni
Comune provvedono sullo scoprirli ed isolarli: la Chiesa stessa, che
parea maledirli, veniva a disacerbare le miserie, e a volgerle in
espiazione colle cerimonie miste di tristezza e di speranza, onde li
staccava dalla società. Celebrato in presenza dell’infermo l’uffizio
da morto, esortava ad essere buon cristiano e confidare nella carità
dei fratelli, da cui corporalmente era sequestrato; gli si vietava
d’accostarsi all’abitazione dei viventi, di lavarsi in rivo o in
fontana, d’andare per istrade anguste, di toccar bambini o la fune dei
pozzi, nè bevere che dalla sua scodella; poi benedetti gli utensili
che doveano servirgli nella solitudine, fattagli limosina da ciascun
assistente, il clero accompagnato dai fedeli lo conduceva alla
capanna destinatagli, davanti a cui piantata una croce di legno, vi
sospendeva un bossolo per ricevere la limosina de’ passeggeri. Un abito
particolare distingueva quell’infelice, e guanti e certi battagliuoli
ch’e’ dovea sonare invece di parlare. A Pasqua poteva uscire
dall’anticipato sepolcro, e per alcuni giorni entrar nella città o
nei villaggi, partecipe all’universale esultanza della cristianità. Le
mogli poteano seguirli, e procacciare le consolazioni della famiglia.
Quelle poi della carità erano pari al male: il concilio Lateranese III,
disapprovando il rigore con cui alcuno li trattava, dichiarò la Chiesa
esser madre comune dei Fedeli; i lebbrosi poter essere più meritevoli
che i sani; perciò si facesser loro e chiesa e cimitero distinti, e un
prete a cura delle loro anime, e dispensati dal dare la decima degli
orti e del bestiame. A loro pro moltiplicavansi i lazzaretti, così
denominati (ed essi lazzari) dal povero del vangelo. L’arcivescovo di
Milano alla domenica delle palme, andando in processione a San Lorenzo,
al Carrobbio lavava e vestiva di nuovo un lebbroso; per ispeciale loro
sollievo fu istituito l’ordine di san Lazzaro, il cui granmaestro
doveva essere lebbroso, acciocchè meglio sapesse consolare mali che
avea provati: stupendo sforzo della cavalleria cristiana il nobilitare
in certo modo la più stomachevole delle malattie.
Caterina da Siena curando e sepellendo una lebbrosa, ne contrasse
l’infermità; ma di subito le mani sue divennero bianche e liscie come
d’un bambino. Francesco d’Assisi, trovatone uno in val di Spoleto,
l’abbracciò e baciò nella bocca cancerosa, e così l’ebbe guarito:
vedendone un altro nel piano d’Assisi, s’accostò a fargli limosina; e
ad un tratto più nol vide, sicchè restò persuaso fosse nostro Signore,
che spesso assumeva quella schifosa sembianza per mettere a prova
la carità. E però Francesco raccomandava a’ suoi frati i lebbrosi,
e congedava i novizj che non sapessero sostenerne la cura. Uno che
per l’impazienza e per le bestemmie era insoffribile a’ frati, tolse
Francesco a curarlo egli stesso, e l’imbonì, e lavò, e «dove toccava
il santo colle sue mani, si partiva la lebbra dall’infermo, e rimaneva
la sua carne perfettamente sana; sì che mentre il corpo si mondava
di fuori dalla lebbra, l’anima si mondava dal peccato dentro per la
contrizione». Dopo rigorose penitenze il lebbroso morì, e comparve
a Francesco e gli disse: — Mi riconosci tu? io son quel lebbroso che
fu sanato da Cristo per li tuoi meriti, e oggi me ne vado alla gloria
eterna; di che rendo grazie a Dio e a te, perocchè per te molte anime
si salveranno quaggiù»[331].
Nelle spedizioni in Asia i nostri poterono profittare della sperienza
degli Arabi, e di fatto allora si conobbero la cassia e la senna:
la teriaca, polifarmaco fondamentale del medioevo, fu da Antiochia
portata a Venezia, che lungamente ne custodì il secreto. Ruggero
di Parma raccomandò la spugna marina per le scrofole, ed eccellenti
pratiche chirurgiche. Rolando di Parma stese un trattato di chirurgia,
commentato poi da quattro Salernitani. Guglielmo da Saliceto
piacentino, uno de’ migliori di quell’età e abbastanza indipendente,
stese con qualche esattezza un’anatomia compendiosa, precedette Willis
nel distinguere i nervi addetti alla volontà o no, e descrive fin
d’allora la sifilide.
Lanfranco di Milano, spatriato quando più non potè opporsi a Matteo
Visconti, rizzò cattedra a Parigi (1295), e trasse tanti ascoltatori,
che celeberrima divenne la scuola dei chirurghi secolari. Sebbene
il chirurgo si tenesse molto inferiore ai medici, che perciò non
si sarebbero prestati alle operazioni, preferendo usare farmachi,
Lanfranco operò spesso, ed è lodevole quel suo dare l’anatomia
dell’organo di cui descrive le lesioni.
Teodorico vescovo di Bitonto osservò da sè, e sostituì le fasciature
di tela ai grandi apparecchi di legno nella frattura di ossa. Taddeo
d’Alderotto fiorentino, filosoficamente illustrando Ippocrate e Galeno,
acquistò tanta reputazione nella sua scienza quanto Accursio nella
legale: eppure delira qualvolta pretende rivelare i segreti delle
arti, nascosti sotto il gergo degli autori. Chiamato ad assistere il
nobile Gherardo Rangone (1285), volle che, per istromento rogato, i
tre procuratori di quello il garantissero d’ogni danno in viaggio,
e che lo ricondurrebbero in Bologna indenne della persona e della
borsa, non molestato da ladri o da nemici, non fermato contro voglia
a Modena; in caso contrario, gli si pagherebbero lire mille imperiali
per ciascuno degli articoli violati; essi poi gli restituiranno tremila
lire bolognesi, che confessano aver ricevuto in deposito: finzione che
vela una remunerazione esorbitante[332]. Al papa domandò cento ducati
d’oro il giorno, perchè più ricco degli altri, i quali gliene davano
cinquanta; onde, finita la cura, ne toccò diecimila. Bartolomeo da
Varignana dal marchese d’Este ebbe per una cura ducensessanta fiorini
d’oro.
Simon di Cordo genovese, medico di Nicolò IV, nella _Clavis
sanationis_, dizionario de’ medicamenti semplici, cercò sbrogliare la
varietà di nomenclatura. Viaggiò trent’anni per scientifico intento
la Grecia e l’Oriente, ma invece di determinare i corpi secondo la
natura loro, si stava a qualità medicinali, e non desunte da sperienza
ma da supposte doti elementari. E appunto i progressi delle scienze
naturali erano impacciati dall’empirismo superstizioso, dalla cieca
venerazione per l’autorità, e dal farnetico di sostituire la dialettica
allo sperimento, aggomitolando interminabili argomentazioni sopra
oziosissime ricerche. Per esempio, chiedevasi se la tal bevanda possa
guarire la febbre, e rispondeasi di no, perchè quella è una sostanza e
questa un accidente, nè quindi l’uno può sull’altro. Poco si studiava
l’anatomia: le operazioni non si eseguivano senza consultare le
stelle, supponendo intimo nesso fra il corpo umano e l’universo, e
principalmente i pianeti: e le scienze sperimentali cedevano il primo
posto alle occulte.
Oggetto di queste era conoscere l’avvenire, scoprir tesori, trasmutare
i metalli, fare amuleti e incantagioni, e comporre il rimedio
universale e l’elisir dell’immortalità: a scopi così elevati qual
fatica aveva a parere soverchia? Sull’avvenire cavavansi presagi da
segni fortuiti, dalle linee della mano, dalle stelle, dai sogni, della
cui divinazione come dubitare dopo quel che Ippocrate n’aveva scritto?
e indovinavasi in fatti alcuna volta, perchè è difficile non riuscirvi
quando si dice un po’ di tutto e vagamente.
L’astrologia, pazza figlia di savia madre, si trova all’infanzia
come alla decrepitezza della società, fra i dotti Romani come fra
semplici Oceanici. L’uomo è centro e scopo della creazione, onde a
lui si riferisce ogni cosa; e se (com’è certo) il sole e le altre
stelle influiscono sulle stagioni, sulla vegetazione, sugli animali,
quanto più non devono sull’uomo, prediletta fra le creature? Le storie
(dicono gli astrologi) e il consenso de’ filosofi antichi s’accordano
nel riconoscere un’analogia fra gli anni della vita e i gradi percorsi
da ciascun segno sull’eclittica. Per iscoprirla, vuolsi accertare
l’effetto degli astri sopra le varie cose naturali, e i computi de’
moti, e certe formole arcane, mediante le quali o crescere le forze
della natura, o determinare l’influsso dei pianeti, massime all’istante
natalizio, od evocare gli spiriti e i morti. Il sapiente che conosca
le occulte proprietà delle cose, non solo indovinerà l’avvenire,
ma opererà su di esso, eccitando odio od amore, scoprendo i secreti
divisamenti, i tesori occulti, i rimedj ai mali, e fin il supremo della
scienza, l’arte di far oro.
I fenomeni della natura sono invigoriti dai numeri, attesochè secondo
questi è disposto l’universo, e possedono arcana efficacia. Di qui la
cabala, che da combinazione di numeri credea divinar le cose arcane, ed
acquistare autorità sopra gli spiriti: e ogni astrologo ed alchimista
si millantava di qualche demone famigliare obbediente a’ suoi cenni.
Così intralciavansi fra sè gli errori, dalla pagana superstizione
tramandatici attraverso alle scuole neoplatoniche e al gnosticismo.
Fu l’astrologia onorata di cattedre, e l’università di Bologna
ne decretava un professore _tamquam necessarissimum_, e principi
e repubbliche ne teneano uno da consultare ne’ più gravi casi.
Ezelino, Buoso da Dovara, Uberto Pelavicino, tiranni formidabili,
tremavano davanti alle potenze incognite, e i calcoli della prudenza
e dell’ambizione sottoponevano alla decisione degli astri e dei loro
interpreti; e nella Vaticana si conservano le risposte che ai loro
consulti dava Gherardo da Sabbionetta cremonese. Federico II voleasi
attorno il fior degli astrologi, a senno loro mutando divisamenti[333];
e quando nel 1239 udì la ribellione di Treviso, fece dalla torre
di Padova osservare l’ascendente da maestro Teodoro; ma non avvertì
(riflette Rolandino) che allora nella terza casa stava lo scorpione,
il quale avendo il veleno nella coda, indicava che l’esercito sarebbe
offeso verso il fine. Stando in Vicenza, volle che un astrologo
gl’indovinasse per qual porta uscirebbe il domani; e quegli la
scrisse in un polizzino, che suggellato consegnò a Federico perchè non
l’aprisse se non uscito. L’imperatore fece una breccia nella mura, e
per quella se n’andò; allora, aperto il foglietto, trovò scritto: _Per
porta nuova_.
Il suddetto Gherardo andò a Toledo per leggere l’_Almagesto_ di
Tolomeo, e lo voltò in latino, come il trattato de’ crepuscoli
di Al-Gazen e altre opere; inventò lo specillo, e la sua _Theoria
planetarum_ leggevasi nelle università[334]. Andalon Di Negro genovese,
arricchitosi di cognizioni nei viaggi, ci lasciò un trattato latino
della composizione dell’astrolabio.
Guido Bonatto da Forlì diede la quintessenza di quanto gli Arabi
n’aveano scritto[335], e coll’ajuto di Dio e di san Valeriano, patrono
della sua patria, discorre l’utilità dell’astrologia, la natura de’
pianeti e loro congiunzioni ed influenze, i giudizj che se ne deducono,
e varie questioni che si possono risolvere con questa scienza. Mirabile
nella pratica di quest’impostura, a Federico II scoperse una congiura
ordita a Grosseto; fabbricò una statua che rispondeva oracoli; dirigeva
ogni operazione di Guido da Montefeltro; e allorchè questi uscisse
a campo, il Bonatto saliva sul campanile di San Mercuriale, e con un
tocco della squilla accennava il momento di vestir l’armadura, con un
altro quel di montare a cavallo, col terzo la marciata. Pretendeva che
Gesù Cristo medesimo si valesse dell’astrologia, e imbizzarrisse contro
i _tunicati_ che si opponevano alle sue predizioni.
Pietro d’Abano, educato a Costantinopoli (1316), fu sì fortunato da
cogliere la postura degli astri, designata da Abul-Nasar come quella in
cui Dio non può rifiutare domanda che gli sia fatta: e ne profittò per
chiedere la sapienza, e subito restò illuminato a conoscere l’avvenire.
Moltissime fole si accumularono sul conto di lui; delle sette arti
liberali acquistò cognizione per mezzo di sette spiriti; avea facoltà
di far tornare i denari dopo spesi; non avendo pozzo in casa, fe
portarsi quel del vicino che gliene negava l’uso, o, come altri
disse, fe portare in istrada il proprio onde non essere disturbato
dagli accorrenti. In realtà nel suo _Conciliator differentiarum_,
un de’ migliori libri medici d’allora, insegna il salasso non esser
mai sì opportuno come nel primo quarto della luna; che per guarire i
dolori nefritici bisogna, al momento che il sole passa pel meridiano,
disegnare con cuore di leone sopra una lastra d’oro una figura di
quest’animale, e appenderla al collo del malato; che per cauterizzare
valgono meglio stromenti d’oro che di ferro, attesa la grande influenza
di Marte sulla chirurgia.
Fu professore a Padova ed a Parigi, ove lo accusarono di magia per
cure mediche ben riuscitegli; poi d’eresia a Roma, ma per autorità
pontifizia andò assolto. Riferì al corso degli astri i periodi delle
febbri; il pubblico palazzo di Padova fece dipingere a costellazioni;
e dell’astrologia era persuaso a tal punto, che procurò indurre
i Padovani a spianar la loro città per rifabbricarla sotto una
combinazione di pianeti allora comparsa, tanto fortunata che niuna
più. Forse queste son ciancie di Pier da Reggio, che, vinto da lui in
dottrina, tentò perderlo nell’opinione; onde con accuse contraddittorie
Pietro d’Abano fu imputato da una parte di non credere al diavolo,
dall’altra di tenerne sette in un’ampolla ad ogni suo cenno; per le
quali accuse e per altre più serie l’Inquisizione lo processò. Venuto
a morte, disse agli amici: — A tre nobili scienze io ho dato opera,
delle quali una m’ha fatto sottile, una ricco, la terza menzognero;
filosofia, medicina, astrologia». Nel testamento si protesta buon
cattolico, e aveva implorato d’essere sepolto ne’ Domenicani; ma
l’Inquisizione gli continuò il processo, e ne turbò le ossa. L’illustre
medico Gentile da Foligno, entrando nella scuola di lui, s’inginocchiò,
e levate le mani sclamò: — Ave, santo tempio»; poi, visti alcuni suoi
manoscritti, se li pose sul seno e li baciava con riverenza[336].
Sebbene la Chiesa vi si opponesse, vescovi e prelati non rimasero
incontaminati da queste follie, che durarono ben oltre i tempi che
descriviamo. Conseguente a tali falsità fu il ripigliare le classiche
credenze in folletti, spettri, fantasmi, vampiri; credenze fatte
energiche come i tempi, e che acquistarono maggior fede allorchè si
videro perseguitate con regolari processi: l’immaginativa fingeva
avvenimenti ch’essa medesima credea poi veri; e uomini di bollente
fantasia si isolavano, dispettando il mondo reale per uno fantastico, e
mescolando l’impostura, l’allucinamento e il fanatismo. La legislazione
dovette intervenire a reprimere gente che destava le procelle, mutava
le forme de’ corpi e degli uomini, produceva malattie; e gli assurdi
processi traviarono gran tempo la giustizia, siccome avremo a deplorare
nel secolo che chiamano d’oro.
Non alle vite, ma alle sostanze recò danni la ricerca del come
improvvisamente arricchire. A ciò due strade offerivano le scienze
occulte; trovare tesori, e tramutare i metalli. Intorno ai tesori,
stupendi fatti raccontano le cronache, e gli assegnano perfino ad
Alberto Magno e a papa Silvestro II[337]. In Apulia era una statua di
marmo con una corona d’oro iscritta: _A calen di maggio, sole nascente,
ho il capo d’oro_. Nessuno intese il motto, sinchè Roberto Guiscardo
ne strappò il secreto ad un prigioniero saracino; e fissato ove cadeva
l’ombra della testa al primo maggio, trovò tesoro.
La chimica degli antichi teneva che i corpi risultino dalla
combinazione de’ quattro elementi, e che l’armonia di questi produca
la perfezione nei corpi. Chi dunque scopra le migliori combinazioni,
potrà non solo ridonar la sanità e prolungare indefinitamente la vita,
ma anche trasformare corpi e metalli. Sentimento sublime, comunque
erroneo, della potenza dell’uomo e della perfettibilità di tutto il
creato. E poichè l’uomo vede nell’oro il rappresentante universale dei
godimenti, la scienza s’industriò in ispecial modo a tramutare in esso
lo stagno e il mercurio, mediante la _pietra filosofale_ e la _polvere
di projezione_; e non riuscendovi coi mezzi semplici, ricorse allo
spirito universale, all’anima generale del mondo, all’influsso delle
stelle per raggiungere l’_opera grande_. Di qui la scienza arcana e
tenebrosa dell’alchimia, che tanti spiriti occupò.
Le sue ricette erano positive: se non che spiegavasi l’arcano
con termini non meno arcani. Volete, intonavano, fare l’elisir
de’ sapienti? prendete il mercurio dei filosofi, trasformatelo
successivamente colla calcinazione in leon verde e leon rosso, fatelo
digerire in bagno di sabbia con spirto acre di vite, e distillate il
prodotto; ma il lambicco sia coperto dalle ombre cimerie, e al fondo si
troverà un drago nero che mangia la propria coda... Inoltre la scienza
ermetica ajutavasi della verga di Mosè, del sasso di Sisifo, del vello
di Giasone, del vaso di Pandora, del femore aureo di Pitagora; se nulla
profittassero, ricorrevasi al diavolo barbuto, specialmente incaricato
di tali ministeri.
A questo delirio di classica origine[338], continuato ancora secoli
e secoli, alcuni si prestavano di buona fede; e la testimonianza
altrui o le apparenze illusorie li persuasero potersi trovare questa
polvere di projezione: onde vi si affaticarono con passione, faceano
lunghi viaggi massime al Sinai, all’Oreb, all’Atos. Più spesso era
un lacciuolo ai creduli, per trarne l’oro necessario a far oro; ma a
Giovanni Augurello, che gli presentò un poema sull’arte di far l’oro
(_Crisopeia_), papa Leone X diè per unico regalo una borsa vuota, nella
quale potesse riporlo.
Facile è il deridere le ignoranze o stranezze de’ nostri maggiori,
massime a chi perda di vista quelle che in noi derideranno i nostri
nipoti. La scienza seria anche in questi traviamenti indaga i
progressi dell’intelletto e della società, e riconosce nell’errore un
aspetto fallace della verità, ma nuovo e progressivo. Il disputare
nelle università al cospetto di tutto il mondo erudito d’allora, e
fra una gioventù che vivamente parteggiava, conduceva a ricorrere a
sottigliezze, quando la pessima sventura per un dottore sarebbe stata
il rimanere accalappiato in un’argomentazione da cui non sapesse
strigarsi: onde i dibattimenti diventavano non uno sforzo verso la
verità, ma un’arena di capiglie; e la filosofia, come già la teologia,
ebbe martiri ostinati d’indicifrabili enigmi. Pure se sbriciolavasi
il pensiero, veniva anche analizzato; acuivasi il raziocinio, che
dell’errore e della verità è veicolo, non mai causa; in quella
ginnastica gl’intelletti si foggiavano allo stretto ragionamento,
all’ordine ed all’economia delle idee, alla costanza del metodo, e si
poterono svolgere i concetti morali e metafisici di cui la Scolastica
avea posto i germi, conservandone il fondo, cangiando la forma. Della
Scolastica è merito l’andamento analitico delle moderne favelle, che
per la stretta relazione delle parole colle cose svelano il logico
procedere della ragione odierna, dovuto a quella comunque malaccorta
educazione. L’astrologia e l’alchimia portarono a meditare sopra il
sistema del mondo e la composizione dei corpi.
Nè le matematiche, la parte più rilevante dello scibile dopo la lingua,
erano perite, e basterebbero ad attestarlo i progressi della meccanica
e dell’architettura. Resta nella cattedrale di Firenze un calendario
scritto nell’813, con bellissime traccie d’osservazioni celesti, per le
quali l’autore si era accorto dello spostamento de’ punti equinoziali
dopo il concilio Niceno I, stando al computo giuliano. D’un geografo
di Ravenna abbiamo una rozza descrizione del mondo, cui può servire di
schiarimento una mappa del 787 che sta nella biblioteca di Torino in un
commento manoscritto dell’Apocalisse. La geografia dovea vantaggiarsi
dai tanti viaggi di devozione, per guida dei quali stendevansi
itinerarj; ma come scienza ben poco progredì.
San Tommaso intendeva addentro nelle matematiche, e scrisse degli
acquedotti e delle macchine idrauliche. Campano novarese commentò
Euclide, studiò alla quadratura del circolo e alla teorica de’ pianeti,
e indicò la genesi de’ poligoni stellati: Urbano IV lo teneva frequente
alla sua tavola con altri, da cui godeva sentire spiegate le quistioni
che proponesse. Paolo Dagomeri da Prato, detto l’Abbaco per la sua
perizia nell’aritmetica e nella geometria, rappresentava in macchine
tutti i moti degli astri: fu il primo a pubblicare un almanacco.
Biagio Pelacani da Parma spiegò le apparenze prodigiose dell’atmosfera
mediante la riflessione delle nubi.
Di que’ tempi, e merito degli Italiani fu una comodissima novità.
Mentre gli antichi, siano i classici, siano gli Ebrei e gli Arabi,
notavano i numeri con lettere, gl’Indiani possedevano una numerazione
più ragionata, ove le cifre, oltre il proprio, hanno un valore di
posizione, sicchè trasportate al penultimo posto esprimono le decine,
al terz’ultimo le centinaja, e così via: da essi l’appresero gli Arabi,
e alcun Europeo se ne valse in opere scientifiche. Leonardo Fibonacci
di Pisa, stando impiegato nelle dogane a Bugia di Barberia, cercò
quanto d’aritmetica sapeasi in Egitto, in Grecia, in Siria, in Sicilia,
e in un trattato d’aritmetica e d’algebra del 1202 si valse di queste
ch’egli chiama cifre indiane. Gloria sua più certa è l’avere primo
fra i Cristiani trattato dell’algebra, e in modo tale che tre secoli
di concordi fatiche non aggiunsero un punto a quel ch’egli insegnò.
L’applica esso a problemi mercantili, senza un cenno delle operazioni
magiche, dietro cui deliravano anche i più valenti. Così un negoziante
fiorentino recò all’Europa e il calcolo de’ valori e quello delle
funzioni.
Altra invenzione importantissima di quel tempo sarebbero le note
musicali, che si attribuiscono a Guido d’Arezzo monaco benedettino (n.
955); ma in che consista il merito di lui, non è ben certo. Imperocchè
i righi e i punti già erano conosciuti; non fu lui che introducesse
la gamma per imparare il solfeggio; non lui che estese la scala
aggiungendo cinque corde alle quindici degli antichi. La tradizione
dice soltanto ch’egli trovò note, onde in brevissim’ora imparavasi
la musica, che dapprima richiedeva molti anni; e che Benedetto VIII,
invitatolo a Roma per farne prova, se ne chiamò soddisfatto. La sua
scala è la stessa de’ Greci, solo estesa alquanto aggiungendovi un
tetracordo nell’accordo e una corda nel grave[339]; e alcun vuole
che allora alle lettere gregoriane si sostituissero punti quadrati o
rotondi sopra righi paralleli e negli intervalli, sicchè le relazioni
armoniche de’ toni divennero quasi sensibili alla vista, e la facilità
del notarle con punti sopra punti (contrappunto) ne rese agevole
l’esecuzione.
Sant’Ambrogio e Gregorio Magno aveano redenta la musica dalle pagane
profanità e dall’elemento mondano, secondo il quale proponeasi
unicamente d’esprimere la durata delle sensazioni, e imitare i
movimenti delle impressioni prodotte dalla passione e dal sentimento;
abolito il ritmo, sicchè il canto non fosse più capace di esprimere
i sentimenti e le passioni, ma restasse affatto spirituale; atteso
che, essendo le note tutte di durata eguale, meglio esprimevano,
nel vestire le parole sante, l’inalterabile calma dell’onnipotenza.
Però si conservarono i modi antichi, che erano toni esprimenti la
differenza dal grave all’acuto fra i varj punti di partenza dei sistemi
di successione. Ambrogio aveva unito i due tetracordi per formare
la scala; e scelto fra i modi greci i quattro che più acconci gli
parvero alla maestà del canto e all’estensione della voce, sbandì
gli ornamenti introdotti nella melopea, e gran numero di ritmi:
insigne semplificazione e barriera alle novità corruttrici, perchè
anche la musica colla purezza semplice e maestosa ritraesse la severa
austerità del culto. Gregorio, sull’orme d’Ambrogio, e schivandone
gl’inconvenienti, aggiunse quattro nuovi modi, ond’evitare la
monotonia.
Restava che la musica cristiana conquistasse l’armonia, ignota ai
Greci; e mentre in questi le regole non miravano che a stabilire
successioni, ora doveasi introdurre la simultaneità dei suoni. Malgrado
gli ostacoli dell’abitudine e della venerazione verso gli antichi, si
poterono fare intendere due voci a un tratto: ma quando si cominciasse
non si sa. Guido d’Arezzo non diede nuove regole all’arte, ma mostra
evidente che già allora conoscevasi la difonia, quantunque ignoriamo a
quali regole formata.