CAPITOLO XCII.

Fine degli Svevi e della seconda guerra delle Investiture.

«Esultino i cieli, giubili la terra, poichè in freschi zefiri e in

fecondatrici rugiade si risolsero il fulmine e la burrasca, da Dio

sospesi sul vostro capo»[379], esclamava Innocenzo IV all’udire la

morte di Federico II; ma non parevagli perfetta l’impresa finchè

restasse razza o seme degli Hohenstaufen. Scrisse ai baroni delle Due

Sicilie, non riconoscessero altro re dal papa in fuori; e alle città

e ai principi di Germania cessassero ogni devozione verso Corrado IV,

scaduto, non che dal trono, fin dal ducato di Svevia; e favorissero

invece Guglielmo d’Olanda, eletto imperatore; non fosse accettato

alla comunione o a dar testimonianza se non chi si segregasse dagli

Hohenstaufen. Poi, ad invito de’ Guelfi, da Lione suo ricovero venne

alla patria Genova, traversò la Lombardia benedicendo e scomunicando,

spegnendo e attizzando guerre. Le città, che la benedizione sua avea

tanto francheggiate nel tener testa al Tedesco, tripudiavano ora nel

nome di lui: tutti i Milanesi gli uscirono incontro, formandogli doppia

siepe per dieci miglia di strada, e inventarono un cielone di seta

portato da cittadini di rispetto, il quale poi fu detto baldacchino;

e per due mesi che vi dimorò, gli accumularono dimostrazioni e

n’ottennero grazie spirituali. Essi Milanesi sconfiggevano i Lodigiani,

vi collocavano un podestà di loro scelta, e vinceano i Tortonesi in

modo da farli quasi tutti prigionieri: Firenze rimetteva in città i

Guelfi, i quali ben tosto furono in grado di cacciarne i Ghibellini:

molte città del Regno insorsero, e fin Capua, Napoli, Messina, e i

conti d’Acerra, d’Aquino, di Caserta.

Solo in Roma prevalevano i Ghibellini; e non che accogliere il papa

con feste o calma, si volle scegliere un senatore non più paesano,

ma forestiero come soleansi i podestà. E fu Brancaleone d’Andalo

bolognese, conte di Casalecchia (1253), legato con Ezelino, col

Pelavicino e cogli altri di quella risma; il quale accettò solo a

patto di durare tre anni, e di mandare nella sua patria come ostaggi

trenta giovani di famiglie primarie; con giustizia inflessibile e

governo di sangue tenne tranquilla la città, distrusse cenquaranta

torri de’ nobili, molti ne mandò al supplizio o in esiglio; ad

Innocenzo, ch’erasi collocato in Assisi, intimò di restituirsi alla

sua sede se voleva essere riconosciuto, minacciando diroccare la città

che il ricoverava, come già avea fatto colle riottose Ostia, Porto,

Alba, Tivoli, Sabina, Tusculano. Tanta severità irritò il popolo, che

cacciollo; ma presto lo rivolle, e quando morì ne collocò la testa in

un vaso d’alabastro sopra una colonna.

Ai Ghibellini s’appoggiò pure Corrado quando con iscarsissimi

mezzi venne in Italia (1251), e a Goito sul Mantovano convocò i

Cremonesi, Pavesi, Piacentini, Padovani, e il caporione della parte

imperiale, Ezelino, il quale era a un punto di costituire una potenza

indipendente, se troppo lubrico fondamento non fosse il sangue.

Invano dal papa tentato con promesse e minaccie, costui seguitò la

strada della violenza, e con questa sostenea l’imperatore: sicchè le

città guelfe rinnovavano la lega, che aveano imparato esser modo di

salvamento; e il papa vi promise trecento lancie mantenute.

Corrado si tragittò per mare nel Regno, ove tutto andava a subuglio,

perchè pretendeano governarlo gli uni a nome del pontefice, gli

altri de’ figli di Federico. Uno n’avea questi lasciato d’Isabella

d’Inghilterra, per nome Enrico; ma finendo solo i tredici anni,

non bastava a tali procelle: dell’altro Enrico, che era stato re,

avanzavano due bambini. Ma la figlia di Bonifazio Guttuario signore

d’Anglano presso Asti e d’una Napoletana di casa Maletta, vedova del

marchese Lancia, a Federico avea generato Manfredi, che fu intitolato

principe di Taranto. Nel vigore dei diciott’anni, tutto spiriti

cavallereschi ed ambizione, alla morte del padre naturale egli si

recò in mano le cose, e sanguinosamente reprimeva la Sicilia e le

città che, confortate anche dal papa a quella libertà _che godeano

quelli direttamente soggetti alla Chiesa_[380], aspiravano a saldare

il governo municipale, forse non mai perito colà, ed eleggevano un

consiglio invece de’ bajuli regj. Manfredi coi Saracini di Nocera

e di Sicilia ajutò Corrado a sottometterle; il quale, avuta Napoli

stessa dopo lunga resistenza, la mandò a sacco, costrinse i cittadini

a smantellarla, e fece _gran giustizia_, cioè esterminio de’ capi

ribelli. Queste ed altre severità e le rincarite imposizioni faceano

che i popoli dicessero di lui «Gli è un tedesco», mentre di Manfredi

ripeteano «È un italiano».

Per quanto Manfredi si fosse buon’ora addestrato nell’arte di fingere

e inchinarsi, l’attività e la benevolenza il posero in sospetto a

Corrado, il quale, dopo che gli nacque un figlio nominato Corradino

(1252), cessò d’avergli riguardi; per fargli smacco abolì le donazioni

fatte dopo morto Federico, depose il gran giustiziere di Taranto

ed altre creature di esso, ne cacciò i parenti materni, lui stesso

privò del ricco appanaggio di cui l’avea provveduto. Al tempo di

loro amicizia aveali la pubblica voce accusati d’avere avvelenato il

giovane lor fratello Enrico e il nipote Federico: dopo la loro scissura

si imputò a Manfredi il morire di Corrado (1254). Costui, finendo

sul fiore de’ ventisei anni, temea il veleno in ogni posizione, e

rimordeasi d’aver disgustato la Chiesa, prevedendo ch’essa trionferebbe

d’una Casa ridotta a una cuna. Allora Guglielmo d’Olanda non ebbe più

emuli nel regno di Germania: ma, benchè giovane ardimentoso, non potè

mai ispirare nè amore nè rispetto; e prima di cingersi la corona in

Italia, morì osteggiando i Frisoni.

Sì abjette erano le condizioni dell’Impero (1256), che nessun

principe nazionale vi aspirò, ma gli uni facevano guerra agli altri

in universale anarchia. Alfonso X re di Castiglia comprò con grosse

somme (1257) il voto d’alcuni elettori; d’altri con somme maggiori

Ricardo di Cornovaglia, non conosciuto per altro merito che per

isfondolate ricchezze: sicchè l’impero di Carlo Magno tornava, come

ai tempi di Didio Giuliano, a vendersi al migliore offerente. Ricardo,

appena coronato, dovette tornare in Inghilterra, ove morì; Alfonso dai

domestici affari e dagli studj astronomici fu trattenuto in Ispagna,

nè cinse mai la corona di re de’ Romani: sicchè quel tempo chiamossi

_il grande interregno_, non perchè mancassero imperatori, ma perchè di

nessuno fu riconosciuta ed efficace l’autorità. Tempo deplorabile per

la Germania, dove rivisse peggio che mai il diritto del pugno, cioè

delle guerre private; e dove alle antiche, nuove occasioni di battaglia

aggiungevano le investiture date dagli emuli imperatori; nè ai popoli

restava cui ricorrere contro le angherie dei signori, i quali faceansi

unica legge il proprio talento.

Pensate se ai Tedeschi rimaneva agio di badare all’Italia, dove la

lite fra l’Impero e il Sacerdozio invelenivasi per nazionali rancori.

Cotesta razza sveva innestata sul tronco normanno, che appoggiavasi

unicamente sopra guerrieri saracini o tedeschi, che fra gli Arabi

avea scelto quasi tutti i giustizieri del Regno e i principali

provvisionati, spiaceva agli Italiani, gelosi dell’indipendenza

patria; spiaceva alle Repubbliche, come ereditaria nemica delle loro

franchigie; spiaceva ai papi, che l’aveano perpetua contradditrice.

Corrado lasciò, unico fiato di quella stirpe, un bambolo di tre

anni, Corradino, partoritogli da Isabella di Baviera; e diffidando

di Manfredi, gli avea destinato tutore Bertoldo di Hohenburg,

signore bavarese di molta ambizione e scarsa capacità. Conformandosi

all’intenzione del defunto, questo lo raccomandò al papa, il quale

rispose gli lascerebbe il ducato di Svevia e il titolo di re di

Gerusalemme; quando fosse cresciuto, farebbe esaminare i diritti

di esso sulla Sicilia, che era ricaduta alla Chiesa. E la esibì al

suddetto Ricardo di Cornovaglia, che ricusò, paragonandolo a chi gli

esibisse la luna: Enrico III d’Inghilterra l’accettò per suo figlio

Edmondo, tanto perchè anche questo gobbo avesse un appanaggio, e spedì

qualche denaro per alimentare la guerra, ma null’altro ne fece.

In tali incertezze ognuno ghermiva qualche brano di potere, chi a nome

del papa, chi del re, chi del Comune, chi di nessuno; gli ordinamenti

municipali allargavansi in repubblica; e Bertoldo, vedendo gl’italiani

mal intalentati verso lui straniero, rimise la reggenza in man di

Manfredi.

Federico lo aveva in testamento sostituito a succedergli, caso che

Corrado morisse senza prole; e chi conosce le ambizioni umane, non si

recherà difficile a credere ch’egli aspirasse ad acquistare quel regno

come suo, pur mostrando faticare pel nipote. Di forme ben assortite,

nobile portamento, discreto trattare, si era coltivato colle lettere;

e robustezza, valore, grazia attrattiva, senno, scaltrimenti avea

quanto bisognava al riuscire. Sulle prime, quando mancava di denaro,

e i baroni vedeva nojati della dominazione tedesca, s’umiliò al papa,

gli consegnò le rôcche, e lo riconobbe non solo come caposignore, ma

come vero sovrano del Regno: al qual patto Innocenzo gli consentì il

principato di Taranto e l’altre terre qual feudo della Chiesa, col peso

di dare ad ogni richiesta cinquanta cavalieri per quaranta giorni; e

il deputò suo vicario di qua dal Faro, coll’assegno d’ottomila once

d’oro, mentre la Sicilia restava a governo di Pietro Rufo, speditovi

da Corrado IV. Innocenzo entrò nel Regno, accompagnato dagli esuli cui

restituiva la patria, e accolto ad onoranza dal popolo e dai signori.

Conciliazione apparente, ove gareggiavano qual dei due meglio

simulasse. Manfredi secondava or le pretensioni del pontefice, or le

esigenze de’ Tedeschi e de’ Saracini che si vedevano sbancati per la

dominazione papale[381]; tradimenti e battaglie aperte ricorrevano

fra le due fazioni. In una di queste perì Borello d’Anglone, creatura

pontifizia; e Manfredi, citato a scagionarsi della costui morte,

invece pensò resistere, e adottò la politica paterna di confidare

sulla forza e sui mercenarj forestieri. Attraversando dunque il paese,

tutto malvolto a lui scomunicato (1254 — 9bre), giunse nella Capitanata

fra gravi pericoli. Giovanni il Moro, nato da una schiava nel palazzo

reale, brutto, sconcio, ma astutissimo, era stato allevato con gran

finezza per cura di Federico, che lo pose fra’ suoi secretarj, il fece

persino gran cameriere del regno, e insieme capitano de’ Saracini di

Lucera. Manfredi gli lasciò le dignità; eppure colui patteggiò col

pontefice, che lo ricevette come feudatario e sotto la protezione

speciale della chiesa di San Pietro[382]. Fortunatamente egli era

andato a ricevere l’investitura quando Manfredi arrivò a Lucera, dove

i Saracini lo accolsero festosi, e posero a discrezione di lui i tesori

depostivi da suo padre e da Corrado, coi quali soldò mercenarj di qual

fossero nazione o colore; e avendo i baroni protestato di non tenersi

obbligati a militare fuori del Regno, Manfredi ne li dispensò, e in

quella vece condusse duemila Tedeschi per sei mesi a paga doppia: e

ai capitani di cotesti forestieri, o ai conti rurali, gente anch’essa

forestiera, e agli Arabi affidava la guardia e il governo delle città

guelfe che sottomettesse, o delle ghibelline che gli si unissero.

Innocenzo IV, inesorabile alla casa sveva, era morto (7 xbre) a Napoli,

e fra l’agonia udendo i parenti suoi piangere e singhiozzare, esclamò:

— Miserabili! non v’ho io abbastanza arricchiti?»[383]. Gli succedette

Alessandro IV, dei Conti di Segni, donde in sessant’anni erano venuti

alla tiara Innocenzo III e Gregorio IX; tutto pietà, ma raggirato dai

cortigiani. Manfredi, inebbriato sul prosperare delle sue armi, gli

ricusò omaggio, sicchè la guerra divampò, e il legato Ottaviano degli

Ubaldini raccolse quanti erano avversarj a Manfredi, e nominatamente

il marchese Bertoldo, disgustato dal vedere che costui operava per

sè, non più per Corradino, il quale anche con diploma reale avealo

nominato reggente «come quello che per prudenza, fedeltà, alto senno

ben meritava la sua confidenza, oltre che aveva diritto»[384]: ma

poi Manfredi trionfava in ogni parte, coll’operosità mostravasi degno

di regnare; adunato il parlamento, distribuì i feudi a’ suoi fidati,

spogliò gli avversi, e avuto in mano Bertoldo e i fratelli suoi, li

mandò a morire in prigione. Divulgò o lasciò divulgare che Corradino

fosse morto; in conseguenza si fece coronare a Palermo. Il papa lo

scomunica co’ suoi aderenti (1258 — 11 agosto); ed egli si costituisce

centro de’ Ghibellini di tutta Italia; occupa Napoli, e se la concilia

col perdono e l’oblio; trovandosi come padrone nelle marche d’Ancona e

di Spoleto, piglia in mezzo gli Stati papali; essendogli morta Beatrice

di Savoja, sposa Elena Comneno figlia del despoto dell’Epiro, e la

festeggia con magnificenza; ama le caccie, ama le canzoni di poeti

tedeschi, i serventesi di provenzali, gli strambotti d’italiani[385];

circondasi di dotti, giocolieri, concubine, e corte all’orientale;

intanto spedisce truppe sia in Grecia a sostenere lo suocero, sia nella

Marca e in Toscana a fiancheggiare i Ghibellini, i quali lo favorivano

perchè non tanto forte da metterli al freno, e perchè altro Tedesco non

venisse in Italia[386]. In quattro anni era egli riuscito a ritogliere

dalla mano dei papi quello scettro che suo padre avea con tanto vigore

impugnato; carezzava baroni, prometteva rintegrare le franchigie

municipali, distribuiva onori e contee, dava risalto al valor suo

personale a fronte delle codarde fughe dei preti, e non mancava di

punire atrocemente le città contumaci.

Il nuovo papa Urbano IV (1261), uom di robusto petto[387], sulle

vetriate di Troyes sua patria fe ritrarre suo padre intento allo spago

di ciabattino; si cinse di buoni cardinali; e degl’interdetti allora

prodigati mitigò il rigore, permettendo la messa e i sacramenti purchè

a porte chiuse. Ordinò che il corpo di Saracini stanziatosi sugli

Stati papali sgombrasse, o bandirebbe la crociata; e fu obbedito da

Manfredi, fors’anche per paura d’un nuovo entusiasmo che erasi diffuso.

Una dirotta di battuti, uomini, donne, fanciulli, a lunghe file in

disordine seguendo un crocifisso, flagellandosi a sangue, e cantando

lo _Stabat Mater_, tragittavansi di città a città, intimando penitenza

e concordando paci. Allorchè si accostavano ad una, podestà e clero

uscivano ad incontrarli colle croci e il gonfalone, i campagnuoli

interrompevano i lavori, ognuno voleva sorpassare i precedenti

in austerità di penitenze e asprezza di flagellazione, e le donne

si radunavano la notte per applicarsi la disciplina, e tutti gli

abitanti si metteano dietro alle croci. A questa clamorosa devozione,

non promulgata da predicatori, non istituita dal pontefice, diffusa

rapidamente da un capo all’altro d’Europa senza che si sapesse da chi e

perchè, entrava negli animi la persuasione d’alcuna grave sventura, con

cui Dio fosse per risciacquare la terra peccatrice; tacquero le danze e

le canzoni d’amore, per far luogo a pellegrinaggi e a devote cantilene;

usurieri e ladri restituivano il mal tolto, peccatori inveterati

si confessavano e ravvedevano, le violente ire ammorzavansi come un

incendio sotto un mucchio di terra.

Il marchese Oberto Pelavicino piantò delle forche al confine del

suo Stato, minacciando appendervi quanti Flagellanti lo passassero.

Manfredi egualmente gli escluse dal Regno; ma comprese che guaj a

lui se il papa avesse cavato pro da quell’entusiasmo per dirigerlo

contr’esso.

Anche in Sicilia un paltoniero finse d’essere Federico, che per

espiazione fosse rimasto dieci anni in miseria; e trovò seguaci e

denari, e fu forza mandar l’esercito per dissiparli e appiccare i capi.

Manfredi, ito in persona a chetar l’isola, raccolse il parlamento

generale a Palermo, dove i nobili vennero offrendo doni, fra cui

un cavaliere di val di Mazzara cento muli condotti da altrettanti

schiavi negri[388]. Gratificarsi il popolo con largheggiare libertà e

istituir Comuni non osava, egli erede de’ rancori degli Svevi; anzi era

costretto gravare sempre peggio le imposte, oltre esigere trentamila

once d’oro pel matrimonio di sua figlia Costanza con Pietro infante

d’Aragona, sul che dicevasi profittasse per la propria borsa[389].

Altre spese cagionavano le feste, a cui tanto si piaceva Manfredi: e di

segnalate ne diede in occasione che sbarcò a Bari Baldovino spossessato

imperatore di Costantinopoli, quando tra banchetti e balli v’ebbe un

torneo ove ruppero le lancie venti cavalieri cristiani e due musulmani

di Lucera, e premio era una collana d’oro coll’effigie di Manfredi.

«Ogni jorno se fecero balli, dove erano donne bellissime, d’onne

sorte; e lo re presentava egualmente a tutte, e non sapea qual chiù li

piaceva» (SPINELLI).

Questi cercò anche d’accordarsi col papa, fin mettendo di mezzo il

famoso giurista Raimondo di Pegnafort, ma senza niun degno pro; anzi

Manfredi ricusò rilasciare il vescovo di Verona, che diceva arrestato a

capo d’insorgenti; e inveendo contro il pontefice, — Cessi (esclamava)

una volta di metter la falce nella messe altrui; obbedisca al divino

precetto di rendere a Cesare quel ch’è di Cesare, a Dio quel che di

Dio»; e scrisse ai Romani che non al papa ma al senato e alla città

loro spettava il diritto di dare e togliere la corona imperiale, e

mandò mercenarj tedeschi a ripigliare le ostilità[390].

Di questa lotta erano stanchi i principi d’Europa, giacchè per

sostenerla i pontefici imponevano continue decime e annate sui beni

ecclesiastici; e vedendo che quelli ostinavansi a volere sbalzata la

casa Sveva, s’acconciarono essi pure a questo partito, e si diede nerbo

alla guerra coll’opporre a Manfredi un altro campione.

Raimondo Berengario, conte della Provenza che molta parte avea avuto

nelle vicende di Nizza, di Genova e delle alpi Marittime, sposò

Beatrice figlia di Tommaso conte di Savoja, bellissima, letterata, e

protettrice del sapere, che tenea spesso corti bandite e corti d’amore,

favoriva trovadori, circondavasi di donne nominate fra le poetesse,

quali Beatrice sua cugina, Agnesina di Saluzzo, Massa dei Malaspina,

la contessa Del Carretto, la principessa Barbossa. Di lei Raimondo

generò quattro figliuole, di cui maritò una al re di Francia, una a

quel d’Inghilterra, una al duca di Cornovaglia eletto re de’ Romani,

e morendo lasciava nubile Beatrice in tutela della madre. La quale,

per sottrarla agli Aragonesi che aspiravano a quel dominio, la menò

alla corte di Luigi IX di Francia suo genero, e quivi la fidanzò

a Carlo d’Angiò, il minore fratello di lui. Voleva poi continuare

in uffizio di contessa della Provenza, ma Carlo tergiversolla; del

che abbiamo una lettera consolatoria che le scriveva l’altro genero

Enrico d’Inghilterra[391]: e infine essa dovette abbandonare il paese

e restituirsi in Savoja, dove fondò alle Scale uno spedale, e vi fu

sepolta in un mausoleo di ventidue statue, distrutto poi nelle guerre

del Seicento.

Dispiacere e sgomento risentì la Provenza, che subito si vide

allagata d’uffiziali francesi; e mozze le libertà di quel gran Comune,

ordinato alla foggia dei nostri, si moltiplicarono imposte, confische,

prigionie, supplizj arbitrarj. Carlo, allora sui quarantasei anni,

oltre questo possesso della moglie, teneva, come figlio di Francia,

la contea d’Angiò; sicchè era il più ricco e potente de’ principi

non coronati; educato austeramente dalla regina Bianca, di valore

avea fatto splendide prove alla crociata e ne’ tornei, de’ quali

vivamente si piaceva; credea perduto il tempo dato al dormire, amava

le suntuosità e le cortesie non meno che le avventure e le prodezze,

cupo di naturale, non scrupoloso sui mezzi, implacabile coi nemici,

pertinace nelle risoluzioni e paziente ad aspettarne la riuscita,

fedifrago quando occorresse. Colla spada assodò e ingrandì il dominio,

sottomettendo, fra altre, le importanti città di Arles e Marsiglia,

strettamente collegate per commercio con Pisa e Genova; e allungandosi

verso l’Italia, ebbe Ventimiglia e Nizza.

Qual meraviglia ch’egli ambisse di non essere da meno del regio

fratello? Sua moglie poi struggevasi di portare onore di corona e di

reame come le tre sorelle, colle quali trovatasi ad una corte bandita,

fu obbligata prendere un posto inferiore. Quando dunque il papa gli

offrì il regno delle Sicilie, volontieri l’accettò Carlo; ma Bianca,

allora reggente di Francia, non gli consentì l’impresa. Egli però

non distaccava gli occhi dall’Italia, e di qua dai monti acquistò

Alba, Cuneo, Mondovì Piano, Cherasco; poi venuto alla tiara Urbano

IV, rinnovò la pratica, e tolti gli scrupoli che nasceano a san Luigi

sopra i diritti di Corradino, s’accinse ad acquistare il Reame. Prima

di moversi acconciò i suoi affari in Provenza, compromise le discordie

che avea con Tommaso marchese di Saluzzo pel possesso di Busca e della

val di Stura, e fece costruir navi nell’arsenale di Nizza, traendovi

legname dai monti vicini per opera degli uomini di Peglia[392].

Ma la Provenza non dava guerrieri che per quaranta giorni e per brevi

distanze; sicchè fu forza ricorrere a venturieri, stipendiandoli in

parte colle decime imposte alle chiese di Francia, in parte colle gioje

della contessa poste in pegno: vi si unirono i migliori campioni di

Francia e di Provenza, volendo, per amore cavalleresco verso Beatrice,

_farla reina_; altri per ingordigia di bottino; altri per acquistare

le indulgenze che il papa prometteva, quasi fosse una crociata per

chiudere il varco che agli Arabi aveano riaperto gli Svevi annidandoli

in Italia. Così furono messi in acconcio quindicimila fanti, cinquemila

lancie, diecimila balestrieri; sostenuto dai quali e dagli indulti,

Carlo s’avviò all’Italia.

Ad altri forti erano ricorsi i pontefici fin dal tempo de’ Pepini;

vi ricorsero dappoi fino a’ dì nostri, per sostenere buone cause e

sciagurate: e i frutti furono sì differenti, che non si osa misurar

la lode o il biasimo sopra gli effetti. Solo possiam francamente

desiderare che la podestà sovreminente si trovi costretta il men

possibile a implicarsi in interessi mondani, dai quali trasse sovente

contaminazione, sempre il disgusto di qualche parte di coloro che tutti

le sono figli in Cristo.

Urbano, incalzato più sempre dai Ghibellini e da Manfredi fin nella

sua Roma, morì (1263); e Clemente IV suo successore si professò

avverso al nepotismo, e ad un suo nipote scrisse: — Non t’inorgogliare

d’un’elevazione che noi umilia a’ nostri occhi, e che svanirà come la

rugiada del mattino. Non uscire dal tuo stato; nè tu o tuo fratello

e altri nostri parenti vengano alla corte senz’esservi chiamati,

se non vogliano partirne colmi di confusione. Non cercare alle tue

sorelle mariti di condizione superiore, chè ci troveresti repugnanti:

ma se si mariteranno a semplici cavalieri, daremo loro trecento lire

tornesi, purchè ciò sia noto solo a te e tua madre. Le figlie nostre

(egli era stato ammogliato) non prendano altri mariti che se noi

fossimo rimasti semplici preti. Niuno ardisca venirci a sollecitare,

nè accettar regali; le vostre istanze sarebbero anzi nocevoli che

vantaggiose»[393].

Come provenzale egli pendea verso Carlo, e più quando, nella guerra

politica e insieme religiosa di tutta Italia, vide Manfredi assicurare

prevalenza agli avversarj de’ papi. Carlo, a malgrado delle flotte

combinate di Sicilia e di Pisa, con mille cavalieri scelti sbarcò

a Roma, i cui cittadini lo chiesero senatore, e lo ricevettero con

feste quali a nessun principe mai. Egli pattuì col pontefice sotto

fede giurata di conseguire le Due Sicilie per sè e pe’ maschi suoi

discendenti, o nati da figlie secondo l’ordine delle geniture; non

dividerebbe o estenderebbe que’ dominj, nè s’intrometterebbe agli

affari di Lombardia e Toscana; pagherebbe una somma allor allora, poi

ottomila once d’oro l’anno, sotto pena di decadenza; darebbe al papa

ad ogni richiesta trecento lancie da almeno tre cavalli ciascuna per

tre mesi; ogn’anno gli presenterebbe un palafreno bianco, bello e di

buona razza, in segno di omaggio[394]; non accetterebbe mai la dignità

imperiale; quella di senatore di Roma deporrebbe appena stabilito

in trono; del resto rispetterebbe la costituzione che il papa fosse

per dare alla Sicilia, restituirebbe alla Chiesa ogni bene o titolo

usurpatole, e lascerebbe la piena libertà delle elezioni e provvisioni

prelatizie, sicchè nè prima nè dopo fosse necessario il regio assenso;

i chierici e le cause ecclesiastiche si tratterebbero al tribunale de’

vescovi.

Fra ciò, pei colli dell’Argentiera e di Tenda veniva di Francia

l’esercito di Carlo. Pietro conte di Savoja e Guglielmo marchese

di Monferrato, disertati dalla parte ghibellina, favorivano i nuovi

vincitori; Acqui e Novi ne provarono le vendette; Torino, Vercelli,

Novara gli accolsero lietamente; donde voltarono al Milanese, ai

Guelfi dando il sopravvento, e cacciando i Ghibellini. Questi, e

principalmente i Del Carretto e il marchese Pelavicino, ch’erasi

formato uno Stato poderoso fra Cremona e Brescia, si opposero; ma,

fors’anche per tradimento di Buoso da Dovara, i crocesignati poterono

fendere il Bresciano, poi spingersi a Ferrara e al Bolognese, evitando

la Toscana ancor fedele a Manfredi, indi raggiungere Carlo a Roma.

Quivi arrivavano stanchi, poveri, nudi, affamati delle ricchezze

romane; ma Carlo le aveva esauste, prestiti non si trovavano più perchè

non si restituivano, e il paese era manomesso come una conquista.

Clemente non voleva andare a Roma per non mettersi in balìa di

Carlo, che allora egli conosceva ambizioso insieme ed egoisto, gran

pezzo inferiore all’aspettazione e alle pompose promesse, e che

incessantemente chiedeva denaro, «quasi (scrive il papa) noi avessimo

montagne d’oro e fiumi di ricchezze»: tanto per ismorbare la città

s’affrettò a fargli dare la corona di Sicilia e il gonfalone della

Chiesa (1266), dopo nuovi giuramenti di ligezza; e lo sollecitò a

rompere gl’indugi, benchè di fitto verno. Il papa levava decime e

centesime per tutta la cristianità, dava in ipoteca i beni proprj e de’

cardinali per ottenere prestiti da Senesi e Fiorentini, moltiplicava

indulgenze, assolveva incendiarj e sacrileghi purchè pigliassero la

croce bianca e rossa; e col re mandò il suo legato Pignatelli vescovo

di Cosenza, portatore d’assoluzioni e di scomuniche.

Manfredi facea côlta di gente, di moneta, di coraggio, chiese il

contingente de’ feudatarj, chiamò nuovi Saracini d’Africa; una flotta

di legni siculi, genovesi, pisani postò fra la Sardegna e l’Italia, ed

assalì il patrimonio pontifizio, sperando sterminare i Francesi prima

che sopravenisse l’esercito grosso; ma tutto gli facea sentire che

la nazione non era con lui: i Napoletani, stanchi dell’interdetto, lo

supplicavano a far pace col papa, ed egli protestava non averne colpa;

prometteva mandare trecento Saracini, che obbligherebbero i preti

a riaprire le chiese e cantar messe; colle congiure ribellò Roma ai

papi, ma altre congiure lo costrinsero a ritirarsi dal territorio della

Chiesa. Munì gagliardamente quelle gole, che sarebbero accessibili

soltanto per tradimento o per vigliaccheria dei difensori: ma con

tutto ciò la paura stringeva i cuori[395]; poi dicono che il conte

di Caserta, messo a guardia del fiume Garigliano, per vendicarsi

dell’oltraggio fattogli da Manfredi nella moglie, lasciasse il varco ai

Francesi. Manfredi, sentendosi preso fra le spire del tradimento, colle

parlate e coi manifesti non ottenendo che promesse o quella compassione

che nobilita ma non prospera le bandiere, propose un accordo; ma Carlo

rispose: — Dite al soldano di Nocera che seco nè pace nè tregua; oggi

io manderò lui all’inferno, od egli me in paradiso».

Altre volte vedemmo la disperanza del vincere infondere una smania di

azzuffarsi e finirla; e mentre col ricoverare nelle fortezze poteva

prolungare la resistenza, Manfredi volle tutto avventurare in una

giornata campale a Grandella presso Benevento (1266 — 26 febbr.).

Quivi da una parte gl’indovini arabi prendeano dagli astri il punto

favorevole a ingaggiare la mischia[396]; dall’altra il vescovo

d’Auxerre tutto in arme compartiva l’assoluzione ai Francesi, e —

Per penitenza vi do di ferire molto forte e a colpi raddoppiati». Si

mescola la battaglia; i Guelfi, massime toscani, fanno meraviglie di

valore; di maggiori e con più arte ne fanno Manfredi, i suoi Arabi e

i cavalieri tedeschi, che alti e vigorosi, le lunghe spade rotando

a due mani, prevaleano ai Francesi, le cui spade corte e dritte si

rintuzzavano battendo il taglio sulle armadure temprate a tutta botta.

Carlo allora getta da banda le delicatezze cavalleresche, e ordina

_Di stocco, di stocco_, e di dare colla punta sotto le ascelle de’

Tedeschi come alzano le braccia, e di ferire ai destrieri[397]; sicchè

i Tedeschi scavalcati non possono rialzarsi di sotto la poderosa

armadura. Manfredi vuole allora avanzare i Pugliesi tenuti in riserva,

ma li trova renitenti: suo zio conte di Maletta gran cameriere

dà il segno della defezione: lo seguono il conte d’Acerra cognato

di Manfredi, e altri cavalieri, già d’intesa col nemico. Fremente

all’abbandono del fior dei prodi, e risoluto a morire da re piuttosto

che campare esule e compassionevole[398], Manfredi getta le insegne

vistose e prende un elmo senza corona; ma l’aquila che ne formava

il cimiero casca. _Hoc est signum Dei_, esclama egli, e avventatosi

disperatamente nella mischia, cade trafitto. Il cadavere suo, trovato

fra un mucchio di uccisi, fu riconosciuto al pianto dei suoi fedeli;

i baroni francesi gli voleano rendere gli onori militari, ma Carlo

riflettè che, come scomunicato, doveva essere escluso dalla sepoltura

sacra: onde deposto in una fossa, i soldati vi gettarono ciascuno

una pietra, elevando così un tumulo come ai prischi eroi. Nè quella

tomba tampoco gli assentì il legato pontifizio, e lo fe gettare sulla

dritta del fiume Verde, che fra Ceprano e Sora contermina il Reame e la

Romagna.

Noi non graveremo la memoria di Manfredi quanto fece l’ira de’ Guelfi;

anzi ci alletta quel far suo cavalleresco, generoso, ameno, e la

costanza con cui affrontò la sventura: pure, incominciata la carriera

della usurpazione, dovette procedere per vie oblique e finzioni; come i

suoi padri, badò a sè anzi che ai popoli e ai loro bisogni e desiderj,

e non ne cercò l’amore; combattè col braccio di stranieri, gravi anche

quando non fossero rapaci; e i tradimenti de’ suoi più vicini ci fanno

orrore, ma suppongono forti motivi.

Elena moglie di lui cercò fuggire a suo padre in Epiro, ma a Trani

restò côlta a tradimento, e mandata prigione a Nocera; tra lei e i

figli assegnatile sei carlini, di stento e di cruccio morì cinque

anni dappoi: sua figlia Beatrice sol dopo diciotto anni fu rimessa in

libertà; i tre maschi vissero tapini di prigione in prigione. I fautori

di Manfredi furono mandati in Provenza o nelle fortezze del regno o

profughi: i traditori ottennero scarsi premj e disprezzo. I Saracini,

assediati nei loro ricoveri, dopo orrida fame dovettero rendersi

a discrezione, e abbandonare ai supplizj i Ghibellini che aveano

ricoverati; alcuni abjurarono, altri furono dispersi nel Regno; pochi

durarono a Lucera, fatta nido de’ malcontenti, sicchè Carlo li rivinse,

poi li tollerò, e se ne valse in guerra; infine Carlo II dissipò quella

colonia, e ne mutò il nome in Santa Maria (1303), e Benedetto XI lo

felicitava d’avere annichilata in Italia la fede eterodossa.

Coll’annunzio della vittoria di Benevento Carlo di Angiò spedì al papa

due preziosissimi candelabri d’oro, molti giojelli e un trono gemmato;

pure non impedì che Benevento, città pontifizia, fosse mandata al

peggiore saccheggio. Napoli andò in gongolo vedendo entrar la regina

Beatrice con carrozze dorate e quantità di damigelle e un lusso

inusato[399], e coi leoni, gli elefanti e i dromedarj ch’erano stati

dell’imperatore Federico I. I tesori che Manfredi avea deposti nel

castello di Porta Capuana sarebbero dovuti spartirsi fra i compagni

dell’impresa, al qual uopo Carlo domandò le bilancie. — Che bilancie?»

proruppe Ugo del Balzo cavaliere provenzale; e coi piedi fattone tre

mucchi, — Questo vada a monsignore il re, questo alla regina, questo

ai vostri cavalieri». Carlo rimunerollo colla contea d’Avellino; poi

dappertutto stabilì baroni, magistrati, giustizieri di sua gente,

volendo a cose nuove persone nuove, e portando tutti i guaj d’un’altra

conquista e d’una vantata liberazione. Il sistema fiscale introdotto da

Federico II fu mantenuto non solo, ma applicato con rigore insolito;

e perchè Roma voleva immuni i beni ecclesiastici, succhiavansi il

sangue e le midolle degli altri[400]. I nascosti amici della casa

Sveva gemeano; quei troppi che sogliono ripromettersi ogni bene dai

liberatori, delusi levavano lamento, ed — O buon re Manfredi, mal ti

conoscemmo da vivo, morto ti deploriamo. Ci sembravi un lupo rapace fra

noi pecore; ma dacchè la volubilità nostra ci mutò al presente dominio,

comprendiamo ch’eri un agnello. Già c’incresceva che parte delle nostre

sostanze venisse alle tue mani; ed ecco i beni tutti e fin le persone

sono in balìa d’una gente straniera».

Antica canzone, che i popoli ripetono ad ogni cangiare di dominio,

ma che non profitta nè per risparmiarsi i disinganni prima, nè per

fare tolleranti delle conseguenze. Anche il pontefice, tratto alla

necessità di appoggiarsi sugli stranieri, di lanciare scomuniche a

città anticamente fedeli alla sua bandiera, di concitare le passioni

popolari, tanto difficili a calmare dopo che proruppe l’egoistica

esasperazione de’ partiti; caricatosi di debiti, avea sperato pagarli

tostochè Carlo sedesse in trono, e poter così rientrare a Roma: ma

dov’erasi creduto avere in costui un devoto, trovava un despoto; aveva

cercato le franchigie de’ Siciliani, e vedea di avervi piantato un

tiranno. Non cessava dunque di fargli rimproveri, e — Se tuoi ministri

(scrivevagli) spogliano il regno, a te si ascrive la colpa, che gli

uffizj empisti di ladri e assassini, i quali si permettono azioni, di

cui non può Iddio sopportare la vista... ratti, adulterj, estorsioni,

ladronecci... M’alleghi a scusa la povertà! non ti basta dunque un

regno, colle cui entrate un grand’uomo qual fu Federico sosteneva ben

maggiori spese, saziava l’avidità della Lombardia, della Toscana, delle

Marche, della Germania, eppure accumulò immense ricchezze?»[401].

Il papa, vedendo rannodarsi brighe in senso ghibellino, mandò come

paciere in Toscana Carlo (1267), con giuramento che non terrebbe

l’autorità più di tre anni, e la cederebbe tosto che un imperatore

fosse riconosciuto. Firenze gli si assoggetta per dieci anni,

ed il paciere vi eccita guerra di sterminio: anche molte città

lombarde chiedono da lui i podestà; ond’egli osa perfino domandare

lo eleggano lor signore; ma le più risposero: — Amico sì, ma non

padrone». Dichiarato dal papa vicario dell’Impero vacante, estende

la giurisdizione sovra il Piemonte, che gl’importava come vicino

alla Provenza sua; e con titolo di rabbonacciare, assoda pertutto la

dominazione propria e de’ Guelfi.

Allora rinacque compassione e desiderio di quella stirpe che pur

dianzi erasi maledetta; e gli occhi volgevansi di là dall’Alpi,

ove ne sopravivea l’unico rampollo. Corradino, spoglio de’ beni e

delle dignità avite, proscritto prima di nascere colla discendenza

tutta di Federico II, cresceva a Landshut presso il duca Lodovico

di Baviera sotto gli occhi della madre Elisabetta: a sedici anni,

bellissimo di persona, liberale comunque povero, dato alla caccia e

all’armeggiare, colto nel latino, nel tedesco componeva poesie che

ebbero lode fra le prime di quella lingua. Balocco di tutti i partiti,

mira di tutti i malcontenti, erasi fin pensato crearlo imperatore di

Germania: la taccia d’infingardaggine inflittagli dai Tedeschi[402], le

sollecitazioni degl’Italiani, le esagerazioni de’ vicini alimentavangli

i sogni di risorgimento, abituali ai discendenti di razze scoronate,

cui la nebbia degl’incensi toglie di vedere la situazione e di

calcolare i mezzi e le probabilità. I Lancia, parenti per madre di

Manfredi e fedelissimi a questo nella gloria e nelle sventure, riusciti

a fuggire dalle carceri di re Carlo, furono principali in sollecitar

Corradino a rivendicare la corona, portandogli centomila fiorini, i

voti di Pisa e Siena, e offerte pompose; potrebbe soldare mercenarj;

cavalieri di ventura sarebbero accorsi a sì nobile impresa; si

mostrasse appena, e gl’Italiani, stanchi de’ Guelfi, de’ papi, degli

Angioini, volerebbero tutti al suo stendardo.

Coll’ardore d’un giovane e la cecità d’un pretendente, mosse egli

dunque verso l’Italia, per quanto sua madre lo disortasse: i duchi

di Baviera suoi zii lo accompagnarono fino a Verona con diecimila

combattenti; ma poichè a lui venne meno il denaro da soldarli, questi

diedero volta, e soli tremila potè ritenerne impegnando il proprio

patrimonio. Che importa? gli amici di suo avo, i Ghibellini di tutta

Italia, i malcontenti di Sicilia gli largheggiavano promesse, merce

di poco costo; uomini e denari affluirebbero; il solo Maletta, quel

che dicemmo aver tradito Manfredi a Benevento, e che era divenuto

gran tesoriere di Carlo, lo aveva assicurato di sedicimila once

d’oro e mille cavalieri stipendiati. Vero è che nè uomini nè denaro

comparivano: ma intanto Corradino componeva manifesti, arma di chi è

debole nelle altre; incorava gl’italiani a venire incontro a lui, che

rialzerebbe l’onore dell’Italia e la dignità del nome tedesco[403];

ai principi d’Europa si lagnava dei papi: — Innocente ha nociuto a me

innocente, Urbano mi si è mostro inurbano, Clemente mi usò inclemenza,

e Roma mi odia a segno, da non volermi pur vivo, me rampollo di

magnifica stirpe, che sì lungamente imperò, e dalla quale non voglio

dirazzar io, eletto e creato alla sublimità dell’impero sulle orme de’

miei progenitori».

Fra ciò gli Astigiani, che, per seguire l’andazzo, si erano sottomessi

a pagar tributo a Carlo, vedendo che neppure con ciò poteano schermirsi

dalle prepotenze dei marescialli che per lui tenevano Torino,

Alba, Alessandria, Savigliano, soldarono millecinquecento uomini,

e collegatisi coi Pavesi e col marchese di Monferrato (genero di

Alfonso di Castiglia imperatore eletto e vicario di questo in Italia),

ribellarono a Carlo le città soggette: del che incoraggiati anche i

Genovesi batterono le flotte di lui; come i Pisani con ventiquattro

galee, comandate da Federico Lancia, sconfissero a Melazzo la flotta

provenzale. Ne prendeva lieto augurio Corradino, e prevenendo la

resistenza delle repubbliche guelfe raccoltesi nuovamente in lega, e

sostenuto dalle ghibelline, da Pavia con ardita marcia varcò i gioghi

liguri (1268); ad un piccolo porto presso Savona trovò galee che lo

trasportarono a Pisa; e non contrastato nè sulle Alpi nè ai grossi

fiumi, poteva ormai portare le armi nel paese stesso dei nemici,

agitato dalle memorie e dalle trame.

Clemente IV, tuttochè scontento di re Carlo, più si adombrava di questo

fanciullo, che pretendeva ancora congiungere l’Impero e la Sicilia;

onde lo dichiarò scomunicato co’ suoi aderenti, e decaduto non solo

da qualsifosse diritto sopra il regno di Sicilia, ma anche sopra il

ducato di Svevia e il nominale reame di Gerusalemme; e insultava a

questo «reatino, uscito dalla razza velenosa del tortuoso serpente,

che aspirando all’esterminio della romana madre Chiesa, col suo fiato

appesta le contrade toscane, e manda traditori nelle diverse città

dell’Impero vacante e del nostro regno di Sicilia»[404].

Tali parole già indicano come non mancassero al pretendente que’

partigiani che facilmente trova chiunque venga a sommovere regno nuovo.

I baroni, che in Lombardia e in Toscana teneano feudi dell’Impero, e

all’ombra di questo aveano esercitato la tirannia, bramavano un nuovo

imperatore, massime se giovane e fiacco, sotto il cui nome velassero

le superbe loro voglie. Corrado Capece, penetrato in Sicilia con un

corpo d’Africani, vi avea ridestato l’immortale rancore contro Napoli,

e sostenendo i _Fetenti_ contro i _Ferracani_, come eransi colà

intitolati i Ghibellini e i Guelfi, sollevò tutti i paesi, eccetto

Siracusa e Messina. A Roma, sempre ricalcitrante al dominio papale,

parteggiava apertamente per lui Enrico di Castiglia, che segnalatosi

per vittorie sui Mori, e lungamente dimorato fra i Barbareschi di

Tunisi, di cui aveva contratto i vizj, fatto senatore di Roma, vi

esercitò indegna tirannide, perseguitando molti primati. Favorevole da

principio a Carlo suo parente, se gli avversò dacchè questo l’impedì

di ottenere l’ambito regno di Sardegna, e non gli restituiva i denari

prestatigli; e non meno ritroso al papa, promise a Corradino la propria

spada e un corpo di combattenti.

Con tali lusinghe Corradino mosse da Pisa, traversò Siena, e spiegò le

sue bandiere sotto le mura di Viterbo, nelle quali stava ricoverato il

pontefice profugo da Roma, e che ai cardinali disse: — Non v’incuta

paura questo giovane, trascinato dai malvagi come una pecora al

macello», e tranquillamente celebrò la solennità della Pentecoste.

I Romani festeggiarono Corradino come popolo che ha bisogno dello

spettacolo; il terreno coperto d’abiti e di stoffe, le vie parate a

ricchi tappeti, a pelliccie, a drappi di seta e d’oro, e tese di corde

alle quali ciascuno avea sospeso quel che più vistoso possedesse di

vesti, d’armi, di galanterie; e dappertutto suon di tamburi, di viole,

di pifferi, e cori allegramente cantanti[405]. Corradino, gridato

liberatore del popolo, spada d’Italia, e quegli altri titoli che d’età

in età sono echeggiati dal vulgo di piazza e di gabinetto, ascese al

Campidoglio, e tenne un discorso, ove il popolo romano avrà trovato

tutte le bellezze di sentimento e di forma, perchè v’era adulato.

Urli di gioja ridestarono l’eco dei sette colli, e in poesia e in

prosa si inneggiò al legittimo successore di tanti Cesari. Quei che

lo contrariarono ebbero prigione, saccheggio, confisca; il senatore,

per far denari, spogliò le chiese e le sacristie, dove allora solevano

anche i privati deporre le ricchezze; e stipendiato soldati, mosse a un

conquisto, di cui forse sperava il miglior frutto.

Ebbro di speranze, il giovane Svevo mosse per Tivoli e Vicovaro

onde penetrare negli Abruzzi, monti così opportuni ad accamparsi,

e dove verrebbero a raggiungiungerlo tutti i fazionieri suoi del

Regno, e principalmente i Pagani di Lucera. Ma non dormiva Carlo,

e a Tagliacozzo (23 agosto), presso gli antichi _Campi Palentini_,

trasformati in piano di San Valentino, pettoreggiò il rivale. Alle armi

del re benediva il legato pontifizio, imprecava a quelle di Corradino:

ma questi menava buon numero di Tedeschi, d’Italiani Galvano Lancia,

di Spagnuoli Enrico di Castiglia. Ai Ghibellini parve assicurata la

superiorità, sicchè Carlo disperavasi nel vedere i suoi sparpagliati

e uccisi. Ma a consiglio di Erardo sire di Valery, canuto cavaliere

francese reduce allora di Terrasanta, avea tenuto in riserva un corpo,

col quale assalendo i Ghibellini già inebbriati sulla vittoria, li mise

in pieno sbaratto con tale strage, che quella di Benevento parve un

nulla[406].

A Roma i Ghibellini aveano annunziato la vittoria di Corradino,

occasione di nuove feste: ma ben tosto coi fuggiaschi giunse la verità;

che Enrico senatore era in man del nemico; che Carlo ai prigionieri

romani fece troncare i piedi, poi chiuderli in un recinto e quivi

bruciare. I Guelfi, rialzatisi alla vendetta, con nuovi tripudj

accolsero Carlo, che alla sua volta salì in Campidoglio fra apparati

ed inni, ripigliò la dignità di senatore, e sedette giudicando: ma non

perdette tempo ne’ trionfi.

Corradino, così subitamente caduto dal vertice delle speranze

nell’abisso della realtà, era corso a Roma, quasi a ripetere le

promesse fattegli nella prosperità, ma non trovò che scherni e insidie,

pane dei vinti; talchè vestito da villano fuggì con Galvano Lancia,

il costui figlio e poc’altri, fedeli alla sventura, e specialmente

Federico di Baden suo cugino, che spossessato del ducato d’Austria,

era venuto a ricuperare il retaggio dell’amico, perchè poi l’ajutasse

a ricuperare il suo. Presero la via del mare, cercando qualche legno

che li tragittasse in Sicilia, ove il Capece teneva elevata la loro

bandiera, e giunsero al fiumicello che la Campagna di Roma separa dalle

Paludi Pontine, presso la rôcca d’Astura, ond’era castellano Giovanni

Frangipane romano, che facendo guerra alle strade e al mar vicino,

cercava d’ogni parte o preda o riscatti. Come gli altri baroni, aveva

costui sposata la parte di Corradino; ed ora già imbarcato lo raggiunse

e rimenò nel suo castello, in tentenno se cavar oro dal salvarlo o dal

venderlo. Invano il papa mandò a chieder costoro, arrestati su terre

sue: il Frangipane li consegnò agli Angioini: Carlo, venuto in persona

a Gensano con un corpo di cavalleria per riceverli, senz’altro fece

decapitare il Lancia, suo figlio ed altri di Puglia, vassalli ribelli.

Clemente IV domandò Corradino, che, come scomunicato, doveva giudicarsi

dalla Chiesa[407]; e avendo preso malavoglia dell’ambizione e della

violenza di re Carlo, in quel giovane vedeva forse un pegno e uno

spauracchio prezioso. Per ciò stesso doveva rifuggire Carlo dal

consegnarglielo; e pare trovasse modo di sgomentare Corradino sul

trattamento che gli destinerebbero questi preti, inesorabili alla

sua casa, e di persuaderlo ad affidarsi alla sua reale clemenza. Di

fatto il giovinetto confessò d’aver peccato contro la santa madre

Chiesa; Ambrogio Sansedoni di Siena, predicatore nominato e santo,

andò al pontefice, e sebbene avesse preparato un eloquente discorso,

s’avvide dell’efficacia della semplicità, e non fece che prostrarsi,

ricordargli la parabola del Figliuol prodigo, poi: — Santità, Corradino

manda a dirvi, _Padre, ho peccato avanti ai cieli e a te_, e chiede

umilmente la remissione del suo fallo per la misericordia ch’è in te».

Il pontefice, tocco nel cuore dalle parole del frate e dall’alito di

Dio, rispose subito: — Ambrogio, io ti dico in verità, la misericordia

vogl’io, non il sagrifizio». E rivoltosi agli astanti: — Non è lui che

parlò, ma lo spirito di Dio onnipotente». Clemente e tutti gli astanti

stupirono della dolcezza che Dio avea fatta passare dalla bocca di

Ambrogio ne’ loro cuori; e così Corradino fu assolto da ogni censura e

dallo sdegno del pontefice[408].

La Chiesa ribenediva, il re esultava di vedersi assicurata la sua

preda[409], perocchè, cessato coll’assoluzione ogni conflitto di

giurisdizione, potè disporre il processo a suo senno. Convocò a Napoli

due sindaci di ciascuna delle città del Principato e della Terra di

Lavoro a lui devote, e innanzi a loro e a magistrati, tutti francesi,

propose l’accusa di Corradino. Eppure i più lo tennero come un re

che tenta ricuperare il toltogli dominio; vinto, dovere considerarsi

come prigione di guerra: e perchè Carlo insisteva sull’essere quello

colpevole di sacrilegio per gli arsi monasteri, Guido di Suzara valente

giurista seppe rammentargli come un capo non possa farsi responsale

dei trascorsi de’ suoi seguaci, e come l’esercito stesso di Carlo se ne

fosse contaminato nella prima conquista. Mandato ai voti, tutti furono

per l’assoluzione: unico Roberto di Bari provenzale, protonotaro del

regno, opinò per la morte, e bastò perchè Carlo la decretasse.

Giocava Corradino agli scacchi col cugino Federico (8bre) quando ebbero

avviso della sentenza: e impetrati tre giorni per prepararsi alla

morte e far testamento[410], dal castello di San Salvadore furono con

dieci compagni condotti alla piazza del Mercato, ov’era disposto il

patibolo. Carlo volle darsi il fiero gusto d’osservare dal castello lo

spettacolo. Roberto di Bari lesse la sentenza motivata, e Corradino,

uditala, levossi il mantello, si pose a ginocchi, esclamò: — O madre,

madre mia, qual notizia avete a sentire!» e posata la testa sul ceppo,

giunte le mani verso il cielo, aspettò il colpo. Federico invece,

urlando, bestemmiando, imprecando, senza chiedere mercè a Dio lasciossi

strappar la vita. Gli altri lo seguirono.

Il popolo affollato guardava stupidamente e stupidamente piangeva;

e alcuni Francesi, tardi indignati di essere stromenti alle vendette

d’un conquistatore, esalavano la collera con que’ paroloni, di cui fa

scialacquo quella nazione dopo i fatti consumati. Non in terra sacra,

ma sul luogo stesso del supplizio furono sepolti i cadaveri sotto un

cumulo di pietre. Nessun re fece reclamo a questo primo regio sangue

versato dal carnefice: i più, scorgendo il dito di Dio che punisce fino

alla quarta generazione, pure disapprovarono l’abuso della vittoria, e

Giovan Villani scriveva: «Si vede per esperienza che chiunque si leva

contro santa Chiesa ed è scomunicato, conviene che la fine sua sia rea

per l’anima e per lo corpo: ma della sentenza lo re Carlo ne fu molto

ripreso dal papa e dai suoi cardinali e da chiunque fu savio».

La morte di due giovani principi era un bel soggetto per canti, e

in tedesco e in provenzale se ne fecero: Saba Malaspina diede loro

l’omaggio che uno storico può, la patetica narrazione della loro fine,

e un compianto su quel cadavere che «giaceva come un fiore purpureo

da improvvida falce succiso»: il vulgo narrò che un’aquila scesa dalle

nubi intrise l’ala destra in quel sangue, e tosto risali al cielo. Era

sangue di re, che un re avea fatto scorrere, giustificato dal diritto

della vittoria, e dimenticando che la vittoria non è sempre pei re. Più

grossolane baje inventarono i letterati, e la storia le raccolse con

irragionevole compiacenza.

Se a chiamare Carlo furono determinati i papi dal voler impedire che

la Sicilia venisse congiunta all’Impero, e che unendo il settentrione

col mezzodì dell’Italia si togliesse a questa l’indipendenza, lo scopo

era raggiunto. Se della libertà i Guelfi aveano idee non più larghe

de’ liberali moderni, e la poneano nello sbrattarsi da’ Tedeschi,

eccoli soddisfatti, giacchè cogli Svevi terminano gl’imperatori che

diretta efficacia esercitassero sopra l’ancor libera Italia, e per

cinquant’anni nessun esercito di quella gente calpestò la sacra nostra

terra.

Lo sterminio degli Svevi lasciava trionfante il papato: ma Clemente IV

non vide ricomposta la pace coll’Impero, atteso che, mentre accingevasi

a pronunziare fra i competenti al trono di Germania, morì a Viterbo.

Quivi stesso accoltisi i cardinali alla nuova elezione, per tre anni

non seppero mettersi d’accordo, finchè compromessala in sei di essi,

restò proclamato Tibaldo Visconti di Piacenza (1271), allora legato

in Palestina, che volle nominarsi Gregorio X. Onde prevenire il tristo

spettacolo delle ultime elezioni e le lunghe vacanze, regolò la forma

del conclave, i cardinali si chiudessero con un solo conclavista,

ridotti a molte privazioni e a non comunicare con altri di fuori sinchè

non eleggessero il pontefice.

Radunato il XV concilio ecumenico a Lione (1274 — 7 maggio) affine di

sollecitare una nuova crociata, e ricomporre lo scisma de’ Greci, vi

si presentò Ottone, vicecancelliere di Rodolfo di Habsburg, povero

conte dell’Argovia, che era stato poco prima eletto imperatore di

Germania, e che nuovo s’un trono inaspettato, senza beni nè interessi

in Italia, della quale non conosceva tampoco la geografia, e amando

assodarsi in Germania più che guerreggiare per un regno lontano e

quasi nominale, volle finire il litigio d’omai settant’anni, giurando

adempirebbe le promesse d’Ottone IV e di Federico II; rinunzierebbe

affatto alle terre disputate fra l’Impero e la Chiesa; non accetterebbe

alcuna tenuta ecclesiastica quand’anche offertagli, nè cariche nello

Stato romano senza assenso del papa; non turberebbe il re di Sicilia

od altri vassalli della Chiesa, nè procurerebbe vendetta di Corradino.

Poi, con atti che fece sottoscrivere anche dagli elettori, confermava

al pontefice le antiche donazioni di quanti paesi sono da Radicofani

a Ceprano, oltre l’Emilia, la marca d’Ancona, la Pentapoli e i

possessi della contessa Matilde, Spoleto, il contado di Bertinoro,

Massa, e quanto mai con diplomi fosse stato concesso a’ successori

di san Pietro[411]; inoltre il dominio sulla Sicilia, la Corsica e

la Sardegna. Così restava emancipata la Chiesa, e ottenuto il lungo

intento dei Guelfi.

Mentre, dalla prima guerra coll’Impero, la Chiesa, vinta in apparenza,

era nel fatto uscita potentissima, da questa pace, coll’aspetto di

vincitrice, cominciò la sua decadenza. Non che un palmo di terra

acquistassero, i papi si trovavano sempre contrariati nella loro

propria città; e dei nove che pontificarono in trentasei anni dopo

la morte di Gregorio IX, sei non v’entrarono, gli altri solo per

brevissimo. L’importanza che traevano dall’opporsi alla dominazione

straniera, scadde dacchè per abbattere i Tedeschi si buttarono in

braccio ai Francesi; onde i Guelfi, così devoti all’indipendenza, si

convertirono in fautori de’ forestieri, ai quali facevano opposizione i

Ghibellini.

Sempre più copiose dovizie avea potuto accumulare la Chiesa, vuoi in

fondi per signorie e contadi interi avuti in dono o compri dai baroni

che passavano oltremare, vuoi in denaro per le decime, estese fin sul

commercio, sul bottino da guerra, che più? sul meschino guadagno de’

mendicanti e sul turpe delle meretrici. Ma se i beni ecclesiastici

godevano immunità dai tributi al par degli altri feudali, i Comuni

chiamarono anche il clero a parte dei pesi, com’era dei vantaggi di

quel governo. Sulle prime non vi si trovò sconvenienza; poi, o fosse

iniquo il riparto, o divenisse soverchio l’aggravio, spesse lamentanze

ne mossero gli ecclesiastici; secondando ai quali, i concilj III e IV

Lateranesi vietarono alle autorità di aggravezzare il clero, il quale

dovea contribuirvi sol quando l’avesse trovato spediente al pubblico

bene: ma i papi facilmente concedeano ai principi di tassarlo.

Anche l’immunità del foro venne ristretta, procurando i governi

intervenire alle decisioni delle curie, che quasi mai non punendo

nel corpo, debolmente reprimevano il delitto. Gli stessi tribunali

dell’Inquisizione posero la Chiesa in qualche dipendenza dai laici, di

cui avevano ad invocare il braccio per eseguire le loro sentenze.

Le armi spirituali, usate e abusate in interessi mondani, rimasero

rintuzzate: quelle scomuniche motivate su odj che pareano personali,

quelle indulgenze profuse a chi combattesse i nemici temporali della

santa Sede, quelle decime imposte a titolo di redimere Terrasanta

e adoprate invece a guerreggiar Federico o Corradino, quei prelati

che accampavano e benedicevano la strage, sminuivano l’efficacia de’

pontefici anche quando a favore del popolo frenassero i regj arbitrj,

reprimessero le esazioni di Carlo, proclamassero la pace. Nella contesa

poi aveano dovuto chiamare il popolo a bilanciare le mutue ragioni;

e questo revocò ad esame atti, cui fin allora si era sottomesso

venerabondo: e un potere inerme, quand’è discusso, è caduto.

Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15) · 第 14 / 23 题