CAPITOLO LXXXVII.

Innocenzo III. Quarta crociata. L’impero latino in Oriente.

L’elezione de’ pontefici era stata da Nicola II ristretta nei

cardinali, vescovi e preti; poi Alessandro III, il promotore della Lega

Lombarda, ascrisse al sacro collegio i capi del clero romano (1179)

formandone i cardinali diaconi, escluse gli altri ecclesiastici, ed

ordinò che, per essere papa legittimo, convenisse ottenere i suffragi

di due terzi de’ cardinali.

Colla nuova forma fu eletto Lucio III (1181), che sedette a Vellètri,

poi a Verona[236], sfuggendo dalla plebe romana, irrequieta e riottosa

tanto, che avea preso a sassi fin il cadavere del suo predecessore, e

accecati quanti cherici colse nell’espugnato Tusculo. A Urbano III fu

precipitata la morte (1185) dalla notizia della presa di Gerusalemme;

alla cui ricuperazione (1187) s’applicò Gregorio VIII nel brevissimo

suo regno. A Clemente III succedutogli riuscì alfine di conchiuder pace

coi Romani, abbandonando alla loro vendetta Tivoli e Tusculo. Il nuovo

pontefice Celestino III (1191) non aveva potuto impedire che Enrico

VI disponesse dell’eredità della contessa Matilde, e assegnasse a’

suoi baroni molte terre della Romagna, e fino alle porte della città,

lasciando a San Pietro soltanto la Campania, dove pure l’imperatore più

era temuto che il papa[237].

Da Alessandro III in poi era dunque in calo l’autorità pontifizia,

sicchè i cardinali sentirono la necessità d’affidarla a un robusto,

qual fu Lotario (1198) dei Conti di Segni, col nome di Innocenzo III.

Erudito se alcun n’era dell’età sua, in gioventù avea dettato _Del

disprezzo del mondo, e delle miserie dell’umana condizione_, non come

uno scettico che nauseato predica la vanità delle cose terrene senza

por mente a quelle di sopra, ma elevando il cuore alle non peribili.

Versò a lungo negli affari, alla prudenza del concepire aggiungendo la

fermezza dell’effettuare e l’abilità del trovarne le guise.

Assunto pontefice nella vigorosa età di trentasette anni, del tesoro

che trovò fe mettere in disparte una porzione per le emergenze

imprevedute, il resto distribuì ai conventi di Roma; provvide

agl’istituti di beneficenza; destinò ai poveri i doni offerti a san

Pietro ed a’ suoi piedi, e la decima di tutti i suoi proventi; in una

carestia mantenne ottomila poveri al giorno, oltre le distribuzioni per

le case; molti riceveano quindici libbre di pane per settimana, alcuni

presentavansi allo sparecchio per raccogliere i rilievi della sua

mensa.

Di que’ giorni i pescatori ebbero a raccorre dal Tevere tre bambini

gettati; e Innocenzo ne fu sì tocco, che stabilì provvedere a

quest’infelici; onde rifabbricò ed estese l’ospedale di Santo Spirito

in Sassia, dotandolo lautamente, e stabilendo che in perpetuo, l’ottava

dell’Epifania, il papa in solenne processione vi recasse il santo

sudario, ed esortasse i Cristiani alla carità, dandone egli stesso

esempio col distribuir pane, vino e carne a quanti vi assistevano.

Millecinquecento malati vi dimoravano costantemente; ospitati i poveri

d’ogni condizione e paese; ed anche ora annualmente vi sono raccolti

ottocento esposti, di cui più di duemila vi stanno ordinariamente; e la

spesa se ne calcola a centomila scudi l’anno.

A tanto fiore di carità univa una fervorosa devozione nel celebrare gli

uffizj divini e nel predicare: i trattati e le omelie sue il mostrano

versatissimo nelle sacre carte; compose diversi inni, e ancora si

cantano dalla Chiesa il _Veni, sancte Spiritus_ e lo _Stabat mater_.

A tali qualità di cristiano e di pontefice accoppiava quelle

di principe; principe in ben miglior senso di cotesti altri

suoi contemporanei. Amò Atene per le antiche glorie, Parigi per

l’università, alla quale diede regole e privilegi; rifabbricò chiese, e

fecele dipingere da Marchione d’Arezzo primo scultore e architetto dei

tempi rinnovati, e da altri; crebbe e ornò San Pietro e il Laterano; e

sulla piazza di Nerva fece alzar la torre dei Conti, meraviglia di quel

tempo[238], e che gli è rinfacciata come una condiscendenza ai parenti,

della cui grandezza in fatto fu tutt’altro che negligente.

Ne’ suoi Stati non affidava la giustizia che a persone di senno e

bontà: profondo nelle leggi, ristabilì la consuetudine di presedere

tre volte la settimana a una congregazione di cardinali, ove a tutti

era dato portar quistioni. Credesi abbia istituito il processo in

iscritto, per escludere il sospetto di frode, e attestare la regolarità

degli atti; e fece abolire i giudizj di Dio[239]. A Roma allora

recavansi in supremo appello tutte le cause di rilievo; e Innocenzo,

assiduo ai concistorj ove le si dibattevano, spesso udiva le parti

egli stesso in privato, esaminava gli atti, addolciva coi modi le

sentenze ch’era obbligato portar contrarie. Ci rimangono di lui

tremila ottocencinquantacinque lettere, la più parte di sua mano, e che

dividendosi sopra quattordici anni (di quattro mancano), danno un medio

di ducensettantacinque l’anno: e tanto credito ottennero, da divenire

testo nelle università.

Tenace di memoria, esuberante d’erudizione, elevato nell’ideare,

perseverante nell’eseguire, sagace nell’antivedere gli effetti,

attingeva forza dagli ostacoli, rispondeva e operava pronto non

precipitato, circospetto non oscillante, e sempre dopo consultati

i cardinali; severo coi pertinaci, benevolo ai docili, propenso

all’indulgenza e a credere il bene; degli ordinamenti che uscirono

sotto il suo regno, nessuno fu derogato.

Colle idee di Gregorio VII egli sottentrava ai carichi che pesavano

sopra un pontefice allora, quando non dovea soltanto curare la salute

delle anime e l’interesse della cattolica verità, ma attendere al

miglior governo della società cristiana e difendendo la libertà della

Chiesa, vigilare agl’interessi dei popoli, e a mantenerli ne’ loro

doveri come ne’ loro diritti. Assicurare la purezza dell’operare e

del credere contro i simoniaci, eretici, re adulteri, impedire si

accumulassero i benefizj, dare e rinnovare privilegi a conventi,

a ordini, a chiese, e cassare i pregiudizievoli, introdur feste,

proteggere i deboli contro prelati o capitoli prepotenti, pronunziare

generali decisioni di fede, e risolvere dubbj e casi particolari,

confermare o rivedere sentenze dei legati, far rispettare gli ordini

de’ predecessori suoi, revocar quelli carpiti con frode, reprimere

gli arbitrj dei re e dei baroni, raccomandar funzionarj o poveri

preti, sancire convenzioni fra ecclesiastici, ribenedire scomunicati,

canonizzare santi, tali e assai più erano gli uffizj che un pontefice

estendeva a tutto il mondo. E Innocenzo con intima persuasione

proclamava quest’autorità, stabilita nel cristianesimo per congiungere

tutti coloro che lo professano, tutelare i diritti, determinare i

doveri di tutti, far rispettata la legittimità dal suddito e dal

principe, egualmente servi a Dio per la verità e la giustizia.

Prima raccomandazione a’ suoi legati era d’aver gli occhi e gli

orecchi ai portamenti del clero, francheggiare la ragione, svellere

gli abusi, comporre le differenze, frenare la cupidigia di guadagno.

Anche di mezzo ai laici procurava estirpare gli scandali, introdurre

usi che mettessero gravità ne’ modi; ordine nella vita, e tutelava il

matrimonio contro i voluttuosi capricci de’ principi. Qui prescrive

limiti all’usura, là disegna il vestire de’ laureati di Parigi o de’

cavalieri Teutonici; oggi ammonisce il clero milanese del come trattare

i nunzj in viaggio, domani il doge di Venezia di ritirare un ordine

troppo severo contro un privato; scrive ad alcuni principi perchè

vigilino alla sicurezza delle strade, ad altri perchè non alterino

le monete, o non aggravino i tributi, o non impongano nuovi pedaggi.

Non una legge della Chiesa è violata, ch’e’ non la ripristini; non

fatta un’ingiuria al debole, ch’e’ non ne chieda riparazione. Prende

in tutela Federico II, Ladislao d’Ungheria, Enrico di Castiglia,

l’infante d’Aragona, orfani reali: Gualtieri di Montpellier sbandito a

lui ricorre; a lui le nazioni trafficanti per risolvere i loro piati.

Pietro II d’Aragona, il re de’ Bulgari, lo stesso re d’Inghilterra non

credettero meglio assicurare la propria corona che facendola vassalla

della santa sede: i regni di Navarra, di Portogallo, di Scozia,

d’Ungheria, di Danimarca si gloriavano di mettersi sotto l’alto dominio

del papato.

Le basi del quale già eransi assodate; ogni nuovo pontefice v’avea

recato una pietra, Innocenzo s’accingeva a porvi il colmo. Alla morale

e alla dignità de’ prelati credeva, come Gregorio VII, fosse spediente

render la Chiesa al possibile indipendente dalla podestà temporale.

Cominciò dall’assicurare il dominio pontifizio in Roma, i cui eterni

contrasti obbligavano a tener ristretto fra i sette colli lo sguardo

che dovea girarsi su tutto il mondo. La nobiltà vi era cresciuta di

baldanza fra le contrarie pretensioni dell’imperatore e del pontefice,

parteggiando coll’uno o coll’altro secondo l’interesse.

La parte cesarea era rappresentata dal prefetto di Roma, investito

dall’imperatore colla spada: poi dai tempi d’Arnaldo sussisteva un

senato, la cui autorità era dal popolo stata ridotta in un solo,

straniero, capo supremo della giustizia, del governo civile e della

forza armata, centro insomma del governo, siccome altrove il podestà.

Quando Clemente III ritornò in Roma, patteggiò col popolo confermando

la dignità del senato, la città, la zecca; di questa però riservavasi

un terzo, mediante il quale la chiesa di san Pietro e le chiese e

vescovadi tassatisi per la guerra venissero anno per anno esonerati fin

all’estinzione dell’obbligo assunto. Restituiva le regalie in città e

fuori; egli difenderebbe i capitani e gli altri magistrati della città:

i senatori giurerebbero annualmente fedeltà al papa; resterebbero alla

romana Chiesa i possessi di Tusculo, in qualunque modo esso possa

soggiogarsi, dando ogn’anno cento libbre dal ricavo di essi, onde

restaurare le mura di Roma. Di rimpatto i senatori assicuravano pace

e sicurezza al papa, ai vescovi, ai cardinali, a tutta la curia, e chi

v’andava e dimorava. Il papa eleggerà dieci o più persone per ciascuna

delle regioni della città, dalle quali i senatori faran giurare questa

pace. Se occorra difendere il patrimonio di san Pietro, i Romani vi

andranno colle spese consuete[240].

Tale era trovato il governo di Roma da Innocenzo. Il quale, conoscendo

come alle repubbliche pregiudicassero queste ingerenze imperiali,

risolse torle di mezzo; fe snidare i Tedeschi dai contorni di Roma,

recuperando i castelli da loro presidiati; obbligò il prefetto a non

prestar più all’imperatore l’omaggio ligio, ma ricevere da esso papa il

manto, con giuramento di rinunziarvi ogniqualvolta ne fosse richiesto;

il senatore ridusse ad esercitare la podestà, non più in nome del

popolo, ma del papa.

Spenta così l’autorità regia in Roma, invitò gli abitanti della marca

d’Ancona a cacciare il tedesco Markwaldo, «giacchè nessuna violenza

può abolire i diritti»; onde Ancona, Fermo, Osimo, Camerino, Fano,

Jesi, Sinigaglia, Pesaro vennero all’obbedienza papale: altrettanto,

espulso Corrado Moscaincervello, avvenne del contado di Spoleto, che

abbracciava Rieti, Assisi, Foligno, Nocera; seguirono Perugia, Gubbio,

Todi, Città di Castello, cosicchè i nostri esultarono di vedersi

sbrattati da Tedeschi; e lo Stato della Chiesa non fu più soltanto un

nome, ma diveniva una realtà.

Innocenzo bramava aggiungervi l’esarcato di Ravenna e i beni della

contessa Matilde; ma poichè saldo li difendeva Filippo di Svevia, esso

si diede a fomentare gli spiriti liberali de’ Toscani, spiacenti di

durare in tirannia mentre i Lombardi s’erano assicurata la libertà.

Inanimiti da esso a confederarsi al modo de’ Lombardi per tutelar

le franchigie (1199), Firenze, Lucca, Volterra, Prato, Samminiato ed

altre giurarono pace e lega, invitandovi tutti gli Stati e i liberi

o nobili che vi volessero aderire, affine di vigilare all’osservanza

della legge, combattere chiunque facesse guerra ad alcun collegato,

rimetter pace se tra questi nascesse dissidio, obbligandosi a stare

alla decisione di arbitri. I rettori s’adunerebbero sotto un priore

per provvedere al meglio della Lega, la quale prometteva obbedirli: si

punirebbero severamente i trasgressori. I consoli o podestà farebbero

giurar essa Lega da tutti i loro cittadini; così i vescovi e conti da

tutti i loro militi e pedoni, e dai loro figli. Non si riconoscerebbe

imperatore, o legato o nunzio d’imperatore o principe, duca o marchese,

senza speciale assenso della Chiesa romana. A questa si assisterebbe

affinchè recuperasse i beni, purchè non fosse contro qualche membro

della Lega. Se il papa e i cardinali non adempissero i loro obblighi

verso questa, la Chiesa se ne terrebbe esclusa[241].

Ma Pisa, Pistoja, Poggibonsi mantenevansi coll’Impero, sicchè, scissa

la Toscana in due, cominciò a divulgarsi ivi pure la qualificazione di

guelfo e ghibellino.

Gente raffinata come vedemmo essere i Siciliani, e che cominciava in

sua favella a far intendere i suoni della nuova poesia, considerava

per barbari i Tedeschi. Enrico VI, accortosi d’avere preparato cattivo

letto al suo fanciullo Federico, morendo il raccomandò al papa.

Accettò questi; ma oltre volere che n’uscissero le truppe tedesche,

scopo all’ira popolare, pose per patto alcune modificazioni nei

_quattro capitoli_ della monarchia, ed erano che i vescovi fossero

eletti canonicamente, e i re li confermassero; a ciascun ecclesiastico

siciliano fosse permesso appellarsi a Roma; il papa potesse deputare

legati nell’isola: di rimpatto riduceva il censo a mille schifati.

Costanza non seppe ricusare; e anch’essa, quando morì (1198), lasciò la

tutela di Federico ad Innocenzo, colla provvigione di trentamila tarì

(lire 80,000).

Innocenzo gli diede per aji gli arcivescovi di Palermo, Monreale

e Capua, e tosto spedì un legato che traesse a sè il governo; onde

nelle stesse mani trovandosi il potere ecclesiastico e il civile,

ogni contestazione restava tolta di mezzo. I baroni del Regno sel

recavano in sinistra parte; e il duca Markwaldo, che, espulso di

Romagna, erasi ridotto nel suo contado di Molise, erettosi capo della

parzialità imperiale, pretese alla tutela del giovane re, come via di

farsi indipendente, assediò San Germano, e ajutato dai Pisani sbarcò

in Sicilia. Lo favorirono i Siciliani, paurosi d’una persecuzione;

ma mentre i nobili, tenendo coi Ghibellini, avvicendavano arroganza

e viltà, il popolo esecrava i Tedeschi a segno, che nè tampoco i

pellegrini di questa nazione potevano traversare impunemente il Reame

per andare in Terrasanta.

Gualtieri conte di Brienne, francese povero ma di gran valore e

nobiltà, avea sposato la primogenita del re Tancredi, che era stata

messa in libertà per istanza del papa; e ridomandava Taranto e Lecce,

che i figli di Tancredi si erano riservati nel cedere il diritto

ereditario alla corona. Venne egli a Roma con Sibilla e colla moglie;

e il papa, lieto d’aversi un tal vassallo, lo sostenne, sicchè egli,

messi insieme sessanta Francesi, mille lire tornesi, e cinquecento

oncie d’oro dategli dal papa, riportò nel Reame molte vittorie; ma

Gualtieri Paliario, arcivescovo di Palermo ed arcicancelliere del

regno, che tramestava la Sicilia a suo talento, e dava e toglieva

contadi e feudi, vi oppose proteste e forza. Innocenzo scomunicollo,

ma per conservare integro il patrimonio al suo pupillo fu costretto

ricorrere alle armi: la fortuna de’ combattimenti si bilicò, ma alfine

arrise a Markwaldo, che avendo in mano Federico, e spargendo voce ch’e’

fosse un parto supposto[242], tenne suddita la Sicilia, e faceasene re

ove non l’avesse rattenuto paura del conte di Brienne. Nel farsi operar

della pietra morì (1201), ma Capperone continuò la parte di lui, sempre

opponendosegli il conte di Brienne, il quale però, sebbene vantasse

che Tedeschi armati non avrebbero tampoco osato affrontare Francesi

disarmati, fu sorpreso e imprigionato all’assedio del castello di

Sarno, e morì di ferite. Delle turbolenze siciliane vollero profittare

i Pisani per occupare Siracusa: ma i Genovesi, perpetui avversarj di

essi, accorsero, ne trucidarono quanti vollero, e posero in quella

città chi la governasse a nome loro. Finalmente il pontefice trionfò

dappertutto, ristabilì le città nelle antiche franchigie, e da Federico

ottenne il contado di Sora per suo fratello Ricardo, principale autore

di quelle vittorie.

Qui i parziali interessi cedono a fronte della crociata, interesse

generale non solo pel pio intento, ma pei tanti Europei che eransi

piantati nell’Asia, fondando colonie, scali di commercio, principati,

e confidandosi sugli ajuti promessi dai fratelli d’Europa. Dicemmo

dello sgomento propagatosi allorchè Gerusalemme ricadde ai Musulmani:

ma quando il gran Saladino, glorioso di quel trionfo, morì (1193),

diciassette suoi figli si disputarono il dominio, onde il vigoroso

regno degli Ajubiti si disciolse in piena anarchia. Innocenzo III

credette caduto con quello l’antemurale dell’islam, e opportunissimo

l’istante di ricuperare la santa città, sicchè bandì la croce: Enrico

VI la prese, poi, fallendo alla promessa, si valse dell’esercito nelle

sue gare private, e lasciò che altri principi andassero in Palestina

(1195), ove Malek Adel, fratello di Saladino, li fece mal capitati.

Innocenzo, come voleva il perfezionamento della Chiesa per mezzo

della morale e dell’indipendenza, così s’infervorò al ricupero della

santa città; proibì gli spettacoli e tornei per cinque anni, mandò a

raccattare denaro per tutta cristianità, egli stesso fece fondere il

suo vasellame d’oro e d’argento, riducendosi ad argilla e legno. Folco

curato di Neuilly predicò per Francia la crociata, e moltissimi baroni

e prelati gli ascoltarono, all’impresa non accettandosi la turba, ma

solo gente disciplinata. Spedirono essi ambasciadori a Venezia per

chiederle navi da trasporto e ajuti: ma mentre i papi e gli altri

popoli lanciavansi a quell’impresa (1198) con impeto devoto e pio

disinteresse, le repubbliche nostre marittime vi scorgeano occasioni

di guadagno, e opportunità di fondar banchi e scali e prevalere agli

emuli; anzi non si faceano scrupolo di somministrar navi, arredi e

piloti a que’ Saracini, contro cui la cristianità combatteva. Già

in molte città della Siria e della Grecia teneano colonie, regolate

colle patrie leggi; ma il contatto coi Greci avea portato ai Veneziani

disgusti e sanguinose animadversioni. Sentendosi cresciuti in forze

dacchè i Latini dominavano nel Levante, cessarono gli antichi riguardi

verso gl’imperatori; dicemmo come gli osteggiassero, e covavano sempre

il desiderio di umiliare i Greci sprezzati, e insieme di distruggere i

banchi che quelli aveano concesso ai Pisani.

A Venezia soleano prendere imbarco i pellegrini per Terrasanta, ai

quali restava permesso vagare per la città con croci e gonfaloni;

e alcuni uffiziali, detti Tolomazzi, erano eletti al solo uopo di

assisterli e consigliarli nell’acquistare il bisognevole pel viaggio e

pattuire i noli; i _signori di notte_ decidevano sommariamente le cause

e querele loro; e il pellegrino alle processioni poteva intervenire

appajato ad un patrizio, che gli cedeva la destra e gli regalava

il cero. Ma questa volta non vi vennero solo devoti palmieri, bensì

ambasciatori della più alta baronia di Francia.

Sedeva allora doge Enrico Dandolo (1201), che colle armi e coi

maneggi avea sempre sostenuto la gloria nazionale, nè languiva

benchè nonagenario. Personalmente era stato offeso dall’imperatore di

Costantinopoli, e quasi accecato, sicchè dovette accogliere volonteroso

l’occasione di vendicarsi con un’impresa che tornerebbe di onore e

vantaggio della patria. Convocato il popolo in San Marco, dopo la messa

dello Spirito Santo si levò ed espose: — I baroni francesi chiedono

a voi, popolo veneziano, navi per trasportare quattromilacinquecento

cavalli, ventimila fanti e provvigioni per nove mesi. Noi domandammo

per compenso ottantacinquemila marchi (4,250,000 lire). Inoltre, se a

voi piaccia, la Repubblica armerà cinquanta galee, purchè le sia ceduta

metà delle conquiste che si faranno. Piace a voi, popolo veneziano, la

proposta e il patto?» I messi francesi in ginocchione tendeano le mani

supplichevoli ripetendo la domanda, persuasi che i soli potenti fossero

i Veneziani sul mare, i Franchi per terra; e giuravano sulle armi e sul

vangelo di mantenere le convenzioni.

Il popolo a gran voci applaudiva al trattato, e più crebbe il fervore

quando il doge dal pulpito soggiunse a’ suoi: — Voi siete accompagnati

alla miglior gente del mondo, e per la più nobile impresa che mai

alcun popolo assumesse. Vecchio son io e fiaccato, e avrei mestieri

di riposo e di pensare alla fine del mio corso: ma vedo che nessuno

vi potrebbe regolare come io vostro capo. E però, se volete che io

pigli la croce per custodirvi e governarvi, e in luogo mio lasci i miei

figliuoli a guardia della patria, io verrò a vivere e morire con voi e

coi pellegrini». Tutti ad una voce gridarono _Si faccia, Dio lo vuole_;

egli attaccossi la croce al corno ducale; e inteneriti si mischiavano

in abbracci i baroni francesi coi veneti negozianti[243].

La gelosia fe stare inoperose Pisa e Genova, tanto più che esse si

faceano guerra accannita, dalla quale tentò invano distorle il papa:

però Lombardi e Piemontesi vi vennero, fra cui Sicardo vescovo di

Cremona, che nella sua storia ci descrisse questi fatti; e capo della

spedizione fu eletto Bonifazio II marchese di Monferrato, fratello del

prode Corrado marchese di Tiro. Da Francia, da Borgogna, da Fiandra

accorrevano cavalieri a Venezia, dove trovarono arredati i navigli;

ma altri imbarcaronsi altrove, con pregiudizio proprio dell’impresa.

Imperocchè vennero a mancare i denari onde pagare il noleggio ai

Veneziani, benchè giojelli e vasi fossero convertiti in zecchini, dando

tutto fuorchè i cavalli e l’armi, e confidandosi nella Provvidenza.

Pertanto il doge disse: — Ebbene, noi rimetteremo questo debito ai

Crociati, purchè ci ajutino a riprendere Zara, sottrattasi a noi per

darsi al re d’Ungheria». Molti faceansi coscienza del voltare contro

Cristiani l’armi giurate contro Infedeli; più si oppose il papa, sul

riflesso che quel re, avendo anch’egli preso la croce, restava protetto

dalla tregua di Dio: ma il doge non vi badò, con grave scandalo de’

Settentrionali avvezzi a sottoporre interessi e calcoli al volere

pontifizio.

Salpata la più bella flotta che mai avesse veleggiato l’Adriatico,

prendono Trieste, spezzano le catene del porto di Zara; ma qui

pullulano fiere discordie fra i Crociati, che si uccidono gli uni

gli altri, e il papa disapprovando l’impresa, ordina di restituire il

bottino, e far penitenza e riparazione: e poichè i Veneti in quella

vece diroccano le mura, li scomunica, senza per questo disobbligarli

dal voto, mentre ribenedice i Francesi che mandarono a scusarsi, ed

ordina che, senza volgersi a destra nè a sinistra, passino in Siria.

Frattanto gravi accidenti complicavano l’intento della spedizione.

Benchè gl’imperatori bisantini dominassero sempre su molta parte

dell’Italia, noi reputammo alieno dal nostro soggetto il seguirne

la serie e i fatti. Del resto il lettore che si ricorda degli ultimi

tempi di Roma imperiale può figurare vi continuasse quel sistema di

serraglio, con regnanti dappoco, favoriti onnipotenti, da null’altro

temperati che da frequenti rivoluzioni, per cui un intrigo di

palazzo cambiava o gli imperatori o i ministri; e Costantinopoli vi

applaudiva, e tutto l’Impero non facea che mutare il nome di quello

a cui obbedire. In quella Chiesa non vi era stato l’antagonismo col

Governo; e sottomessa com’era, non potè impedire la corruzione del

potere, che a vicenda era trascinato negli errori dell’autorità

che aveva a sè riunita. Intanto assalti sempre più stringenti di

nemici esterni; intanto le coscienze turbate dalla regia pretensione

d’interporsi ai dogmi e ai riti; intanto una letteratura, non ancor

rimestata da stranieri, eppure impotente, che degl’insigni classici non

sapea valersi se non per commentarli, e la lingua più bella e forbita

adoperava soltanto a trastulli senili e a sofistiche controversie.

Questo quadro tengano sott’occhio coloro che non hanno se non

vilipendio pei paesi invasi da Barbari, e rimpianto per la dominazione

romana schiantata dall’Italia. Qualche nuovo vigore parve recare su

quel trono d’orpello la famiglia Comneno, di cui era quell’Alessio che

vedemmo barcollante amico e coperto nemico dei Crociati: e per poco

ch’e’ valesse, nessuno l’eguagliò de’ suoi successori. Giovanni Comneno

(1118) menò per ventiquattro anni guerre felici. A Manuele (1143),

succedutogli con spiriti cavallereschi più che prudenza a dirigerli,

Ruggero II di Sicilia portò l’assalto che dicemmo, in cui desolò le

coste del Jonio, espugnò Tebe e Corinto, menando via quanto di meglio

trovò d’uomini robusti, di belle donne, d’abili operaj. Manuele divisò

allora snidare i Normanni d’Italia (1155), e in fatto i suoi presero

Bari e Brindisi: ma ben presto seguì la pace.

Alessio II suo figliuolo gli succedette (1180), reggente la madre Maria

d’Antiochia; ma questa affidavasi tutta al protosebaste Alessio nipote

di Manuele, scandolezzando e scontentando la Corte, sicchè fu tramato

a favore di Andronico Comneno. Costui, tenuto prigione dodici anni,

fuggì, e dopo romanzesche avventure perdonato, osteggiò di continuo il

protosebaste; e dal patriarca eccitato a liberare la patria, si mosse

raccogliendo gli scontenti. Appena compare a Calcedonia, il popolo lo

acclama reggente (1183); ed egli fa accecare Alessio, trucidare senza

distinzione quanti Latini coglie in Costantinopoli, avvelenare Maria

sorella dell’imperatore e il marito di lei marchese di Monferrato,

strangolare l’imperatrice madre; e così cacciatosi addosso la porpora,

la conservò, e viepeggio quando Guglielmo II di Sicilia, aspirando

alla conquista dell’Impero, prese Durazzo e Tessalonica, e marciò sopra

Costantinopoli.

Vittima designata dal tiranno era Isacco Langelo, cittadino di molto

seguito: ma questi uccide il carnefice, rifugge in Santa Sofia, e dal

popolo tumultuante è, mal suo grado, proclamato imperatore (1185).

Andronico, abbandonato al furore del popolo, fu per più giorni tratto

a strapazzo, in fine appiccato per li piedi in teatro, rinnovando

le scene che erano famigliari alla Roma del Basso Impero. Con questo

vecchio di settantacinque anni terminò la stirpe dei Comneni.

Femminesco di vita e inetto di mente, Isacco abbandonava le cure a

ministri indegni; ebbe contese con Federico Barbarossa, a cui danno

(1195) sollecitò le repubbliche lombarde: poi da Alessio fratel suo

fu deposto, accecato e messo in carcere col figlio. Questi, Alessio

anch’egli di nome, riuscì a fuggire presso Filippo di Svevia suo

cognato, appunto allorchè più in Europa caldeggiavasi la crociata;

e poichè de’ cavalieri armati in questa era divisa il difendere

l’innocenza, raddrizzare i torti, sostenere gli oppressi, andò invocare

il loro braccio, proponendo assalissero Costantinopoli, e rimettessero

in trono lui, che gli avrebbe poi d’ogni sua possa ajutati alla santa

impresa. Invano altri insinuava che non per ciò aveano impugnato

le armi, che i Greci non moveano lamento contro l’usurpatore, che

gl’imperatori s’erano pôrti scarsamente favorevoli ai Crociati: gli

scaltri trovavano miglior conto nel guerreggiare Costantinopoli,

più vicina e più ricca; a molti sapea di meritorio l’assalire gente

scismatica; presa Costantinopoli, diverrebbe la base della spedizione

contro Gerusalemme. Si narrò che Malek Adel facesse vendere i beni del

clero cristiano in Egitto, e col ricavo comprasse fautori in Venezia,

promettendo alla repubblica ogni agevolezza di traffici in Alessandria

se stornasse la spedizione dalla Siria: del resto, occorrevano

altri stimoli ai Veneziani per volere vendicarsi degli imperatori, e

schiantare i banchi fondati in Grecia dai Pisani?

L’imperatore bisantino, non meno fiacco del predecessore, angariava

e anneghittiva; vendeva la giustizia per rifarsi dello speso

nell’usurpazione; e mentre Bulgari e Turchi straziavano i confini,

dentro lasciavasi governare dalla moglie Eufrosina. Quando Enrico VI

professava voler rinnovare l’antico impero romano, e frattanto gli

ridomandava le provincie fra Durazzo e Tessalonica, o per equivalente

cinquanta quintali annui d’oro, Alessio non allestì resistenza, ma

mercanteggiò facendolo accontentare di sedici, per adunare i quali

spogliò le chiese e fin le tombe degl’imperatori: ma la tempestiva

morte di Enrico lo assolse dal _tributo tedesco_. All’addensarsi

della nuova procella, ricorse al papa acciocchè non permettesse di

così snaturare la santa impresa: nulla però prometteva a vantaggio

della crociata, nè di quel che tanto ai papi stava a cuore, la

riconciliazione della Chiesa greca colla latina. Pure Innocenzo III,

che metteva la giustizia innanzi a tutto, interdisse l’impresa ai

crociati; i quali litigando pel sì e pel no, si logoravano a vicenda.

Ma il sì prevalse, ed Alessio figlio d’Isacco Langelo fu salutato

imperatore (1203), e colla sua presenza infervorò la spedizione.

L’armata fece testa a Corfù, donde veleggiò sopra Costantinopoli;

e trenta migliaja d’uomini accinti a conquistare un impero di molti

milioni, la vigilia di san Giovanni gettarono l’àncora sulla costa

asiatica, tre miglia dalla capitale. Quivi all’attonito loro sguardo

spiegossi l’impareggiabile bellezza della Propontide, colla vegetazione

rigogliosa, i frutti succulenti, le dolci uve, ridondante pescagione,

limpidi ruscelli, freschi bagni, canti di rosignuoli, e tutta la

pompa che nella vigorosa sua maestà spiegava l’estate. Sopra le onde

increspate da leni zefiri, l’occhio scorreva verso le rive ammantate di

fiori, e sui giardini e le campagne ridenti di laureti e olezzanti di

perpetui rosaj, e sulle ville e le case cittadine, che all’ombra de’

platani e dei cipressi dalle falde lambite dal mare ascendono fino in

vetta alle colline che contornano l’orizzonte.

Fra tante bellezze, come la luna fra le stelle, pompeggiava

Costantinopoli, serpeggiante per immenso spazio sulle sette colline,

cinta d’elevate mura, con trecentottantasei torri, e chiese e conventi

senza numero, raddoppiati dal riflesso delle onde, che parevano

baciarle il piede come servi, o fremere come difensori minacciosi. Ai

Crociati, non che parole a descrivere, appena bastavano i sensi per

ammirare quel porto immenso di due mari: diamante che scintilla tra

il zaffiro delle onde e lo smeraldo delle campagne; il soggiorno più

bello dell’uomo per comodi e sicurezza, emulo di Roma per dignità, di

Gerusalemme per reliquie e santuarj, di Babilonia per vastità.

L’imperatore aveva lasciato per avarizia ridurre allo stremo l’esercito

e la flotta; e mal si difendea col braccio de’ Varanghi, mercenarj

settentrionali, coll’assistenza de’ Pisani, e col fuoco greco,

liquido combustibile che parve inventato per prolungare l’agonia di

quell’impero, e che con esso perì. I nostri, spezzate le catene del

porto, prendono Galata (17 luglio), e danno l’assalto: Enrico Dandolo,

sulle spalle de’ suoi si fa mettere a terra col vessillo di san Marco,

che ben presto sventola sopra una torre, e Costantinopoli è presa.

Alessio fuggì per nave, abbandonando ogni cosa, bestemmiato da quelli

che jeri l’incensavano: suo fratello Isacco dalla prigione è portato al

trono, compianto dei mali suoi or che sono cessati. A lui si presentano

i messi dei Crociati imponendogli, — Ratificate la promessa fatta da

vostro figlio di darci ducentomila marchi, vitto per un anno, ed ogni

ajuto per la guerra santa»; ed egli deve accettare, solo pregandoli di

tenersi accampati a Gàlata, cioè sul lido opposto.

Quel subito mutamento, quel vedersi risparmiate le battaglie temute,

portavano al colmo il tripudio dei nostri, che forniti d’ogni

abbondanza, ammiravano tante magnificenze, e più di tutto le reliquie,

di cui era una devota profusione. Il nuovo imperatore, coronato fra il

corteggio dei baroni, pompa inusata agli augusti orientali, pagò parte

della promessa somma; e se le cose fossero procedute da buon a buono,

forse era il momento di svecchiare l’Impero, rimettendolo nell’alleanza

cattolica, a parte della comune impresa, e d’accordo respingere il

nemico di tutta la cristianità.

Cavallerescamente i baroni mandarono araldi ad annunziare il

loro arrivo al sultano del Cairo e di Damasco, in nome di Cristo,

dell’imperatore di Costantinopoli, de’ principi e signori d’Occidente;

informarono anche il papa e i principi cristiani del prospero successo,

invitandoli a parteciparvi; ma il papa rispose rimproveri, e negò

benedirli; solo accettò le scuse di Alessio Langelo, esortandolo a

mantenere le promesse.

E le promesse erano di dar denari, e ricongiungere la Chiesa greca

colla latina. Per la prima Alessio si gettò in rovina, spogliando

fin le chiese; per l’altra obbligò i suoi ad abjurare lo scisma,

ed i Crociati non risparmiarono la forza contro i renitenti. Così

egli venne a procacciarsi l’odio dei sudditi, portato al colmo da un

incendio che per otto giorni guastò Costantinopoli, e che s’imputò a

questi stranieri. Alessio dunque supplicava i Crociati: — Non partite,

altrimenti io soccomberò alle rivolte, e l’eresia risorgerà; aspettate

la primavera; intanto io vi fornirò d’ogni bisogno».

Ma convivendo coi nostri, scapitava nella loro riverenza; e talvolta

qualche nicoletto veneto, toltogli il gemmato diadema, gli sostituiva

il suo berretto. Ne fremevano i Greci, ne ingelosiva il cieco Isacco: e

Alessio, sentendo non poter fare gran conto sopra i Latini, nè i monaci

e astrologi di cui si cingeva sapendo dargli buoni consigli, alle

ribellioni non conosceva rimedj migliori che trasportare dall’ippodromo

al suo palazzo il cignale caledonio, simbolo del popolo furioso, come

il popolo abbatteva una statua di Minerva, accagionata delle presenti

sventure.

Ecco intanto da Palestina messi in gramaglia (1204), narrando

come i Crociati di Fiandra e di Champagne, che con molti Inglesi e

Bretoni, spiccatisi dall’esercito a Zara, erano sbarcati in Siria ed

unitisi al principe di Armenia, fossero stati dai Musulmani sorpresi

e sbarattati; fame e peste desolassero il paese, e a Tolemaide si

sepellissero duemila cadaveri in un giorno. I Crociati allora, risoluti

d’avacciare l’impresa, sollecitavano i sussidj promessi: ma i due

imperatori, che non osavano mostrarsi all’aperta per non ammutinare

il popolo, mascherano la paura col rispondere insolentemente;

gli animi si esacerbano; i Latini s’accingono a prendere un’altra

volta Costantinopoli. I Greci attentano alla flotta veneziana, e

diciassette battelli incendiarj lanciano nottetempo contro di essa, e

già dalle mura applaudiscono al fuoco che s’avanza contro i Latini:

ma questi riescono a sviarlo, e infelloniti alla vendetta, più non

badano a proteste del loro creato. Murzuflo, scaltro sommovitore,

che fingendosi amico a tutti, tutti ingannava, sparge che i Langeli

vogliano consegnare Costantinopoli ai Latini; onde il popolo, che

suol essere più feroce quando ha maggior paura, a gran voci chiede un

nuovo imperatore; Alessio IV è strangolato, Isacco muor di spavento e

crepacuore, e Murzuflo è portato trionfalmente in Santa Sofia.

Il doge e i baroni latini, che poc’anzi si svelenivano contro i

due imperatori, or giurano vendicare que’ loro creati, e assaltano

Murzuflo. Costui non mancava del valore che dee avere un capopopolo,

e colla spada e la mazza ferrata scorreva, rattizzando col proprio il

coraggio de’ Greci; tentò di nuovo incendiare e sorprendere i Latini;

ma quando cadde in man di questi lo stendardo di Maria Vergine, i

Greci si credettero abbandonati dalla loro tutrice, e si chiusero nella

capitale. Quivi giorno e notte centomila uomini lavoravano ad allestire

difese, e i Crociati sentivano la difficoltà di espugnare una piazza

sì mirabilmente situata. Pure raccolti a parlamento, deliberarono:

— Non cesseremo finchè non sia deposto Murzuflo; gli sostituiremo un

imperatore latino, che possieda un quarto delle conquiste; il resto

sarà diviso fra Veneziani e Franchi, e determinati i diritti feudali

degli imperatori, dei sudditi, de’ grandi e de’ piccoli vassalli».

Mossi poi all’assalto dalla banda di mare, superano le bastite,

Murzuflo fugge, e Costantinopoli è presa un’altra volta. Chi sarìa

bastato a tenere a freno quella moltitudine, lieta d’aver conseguito

una preda sì lungamente appetita? Non onestà, non santità di chiese

o di tombe fu rispettata: una meretrice assidevasi sulla cattedra di

Santa Sofia; muli straccarichi di spoglie, feriti insanguinavano gli

altari; v’era intanto chi vestiva gli strascicanti abiti de’ Greci,

e bardava i cavalli coi berretti di tela e coi cordoni di seta degli

Orientali; e scorrevano le vie, in luogo di spade brandendo calamaj e

carta per beffare la imbelle dottrina de’ Greci, ed esclamavano: — Da

che mondo è mondo, mai non fu visto più pingue bottino».

Le spoglie, che doveano mettersi in comune (e furono appiccati molti

che ne distrassero), sommarono a cinquecentomila marchi d’argento (24

milioni), dopo due incendj, dopo il molto trafugare, dopo messo in

disparte un quarto pel futuro imperatore, e compensati i Veneziani

del noleggio; ond’è poco il valutarle cinquanta milioni: e se si

fosse ceduta la preda ai Veneziani, com’essi proponeano, ne avrebbero

ricavato di più e con minori sevizie. Il bottino fu distribuito in tal

proporzione, che un cavaliere toccasse quanto due uomini a cavallo, uno

a cavallo quanto due fanti. I monumenti, onde Costantino e i successori

avevano arricchita la città, andarono guasti o predati[244]; non men

che l’oro e i tappeti, avidamente erano rubate le reliquie, con frodi

e violenze e fin sangue; e il mondo se n’empì. Dopo di che i Crociati

celebrarono divotamente la Pasqua.

A sei elettori veneziani e altrettanti ecclesiastici francesi fu

affidata la scelta d’un imperatore. Candidati Enrico Dandolo, il

marchese di Monferrato e Baldovino di Fiandra: il Dandolo alla signoria

d’una città vinta preferì rimaner capo della gloriosa conquistatrice,

come nessun antico Romano avrebbe voluto cessare d’esser cittadino per

divenir re di Cartagine. D’altra parte i Veneziani s’adombrerebbero del

vedere il loro doge a capo del grande Impero: chi gli assicurava che la

cosa non passerebbe in esempio? e non potrebbe la loro patria diventare

colonia all’Impero? Perciò il Dandolo ricusò la corona; e la gelosia

de’ Veneziani per l’ingrandimento del signore del Monferrato li fece

favorire Baldovino, che fu acclamato. Feste all’occidentale e cantici

latini nelle chiese celebrarono il nuovo imperatore, cui il legato

pontifizio indossò la porpora, e, secondo il costume, gli fu offerto un

vaso pieno d’ossa e polvere, e dato fuoco ad un fiocco di bambage, per

rammentare come passa la gloria del mondo.

Questo colpo, che già avea dato per lo desiderio ai primi Crociati,

era un trionfo del papato, sebbene fatto contro sua voglia. Baldovino

assunse il titolo di cavaliere della santa Sede; ad Innocenzo III

annunziava essere stata sottomessa una nuova gente al pontefice,

e l’invitava venisse a godere di quella vittoria; il marchese di

Monferrato protestavasi disposto a tornare o morir colà, secondo i

cenni del papa; il doge implorò d’essere assolto di quella conquista,

a scusa adducendo l’essere Costantinopoli scala necessaria per

Gerusalemme. Innocenzo, amante d’una politica netta ed evidente,

volea la guerra contro l’islam, non già che a redimere l’Oriente si

cominciasse coll’impadronirsene; onde, non valutando il vantaggio

della santa Sede, li rimproverava d’aver preferito le utilità terrene

alle celesti; della licenza militare e delle violate cose sacre

chiedessero a Dio perdonanza, e la meritassero collo adempiere al voto

di liberar Terrasanta: nella quale fiducia ribenedisse gl’interdetti,

congratulatosi coi vescovi del castigo toccato all’ostinazione dei

Greci, e invitava altri a partecipare alle glorie ed alle nuove

fatiche.

Secondo il convenuto, Baldovino ebbe un quarto dell’impero greco,

Venezia tre degli otto quartieri della città, e un quarto e

mezzo dell’impero, cioè la più parte del Peloponneso, le isole

dell’Arcipelago, Egina, Corcira, la costa orientale dell’Adriatico,

quella della Propontide e del Ponto Eusino, le rive dell’Ebro e del

Varda, le terre marittime della Tessaglia, e le città di Cipsede,

Didimotica, Adrianopoli, insomma sette in ottomila leghe quadrate di

dominio con sette in otto milioni di sudditi e una catena di banchi

lungo la marina da Ragusi fino al mar Nero. I Franchi sortirono la

Bitinia, la Tracia, la Tessalonica, la Grecia dalle Termopile al

Sunnio, e le maggiori isole dell’Arcipelago: i paesi di là dal Bosforo

e Candia furono attribuiti al marchese di Monferrato, il quale poi

fu coronato re di Tessaglia, e assediata Napoli di Malvasìa e Corinto

tenute ancora dall’usurpatore Alessio, prese questo colla famiglia e

il mandò per Genova nel Monferrato, ma poi combattendo gl’infedeli

perdè la vita. Anche le chiese di Costantinopoli furono ripartite

fra Veneziani e Francesi, ed assunto a patriarca Tommaso Morosini.

Splendidissima vittoria, ma poco sicura.

Concitate le fantasie da questi rapidi acquisti, già i baroni

figuravansi regni e ducati sulle rive dell’Oronte e dell Eufrate,

mentre altri convertivano il bottino in comperare feudi nell’impero

conquistato e non ancora ben soggetto. Tornarono da Palestina quei che

vi si erano affrettati; accorsero nuovi Crociati dall’Occidente[245];

accorsero Templari e Spedalieri, dove erano imprese facili e lucrose:

talchè in ogni parte formavansi Stati nuovi, pel diritto della spada.

Come i Longobardi s’erano dato un codice per soli essi vincitori, così

i Latini promulgarono le Assise di Gerusalemme nel nuovo impero, che

come quelli si erano diviso, e che governarono a foggia dei feudi di

Europa. Venezia, per nulla smaniosa di conquiste cui dovea piuttosto

difendere che usufruttare, le abbandonò la più parte a’ suoi nobili,

concedendo che ciascuno potesse armare e sottomettere le isole

greche e le città delle coste, riconoscendole come semplice feudo

perpetuo della repubblica. E i Sanuto fondarono il ducato di Nasso,

che abbracciava anche le isole di Paro, Melo, Santorino; i Navagero

ebbero il granducato di Lemno; i Michiel il principato di Ceo; quello

d’Andros i Dandolo; i Ghisi quel di Teone, Micone e Soiros; altri le

signorie di Metelino e Lesbo, di Focea, di Enos, le contee di Zante,

di Corfù, Cefalonia, il ducato di Durazzo; poi i Vicari fondarono quel

di Gallipoli nel chersoneso Tracio. Anche a stranieri furono concessi

feudi; come a Michele Comneno il paese fra Durazzo e Lepanto, a Robano

delle Carceri Negroponte, Adrianopoli a Teodoro Brana.

Tutti que’ signori prestavano giuramento, tributo e sussidio in guerra:

ne’ loro paesi era privilegiato ai Veneziani il far traffico; e i

Veneziani che vi dimorassero, restavano indipendenti e con governo

proprio: a Costantinopoli sedeva un balio. Per tal modo Venezia

assicuravasi una dominazione scarca di cure, facile a conservare

mediante le flotte. Fu anche messo al partito se tornasse meglio

trasferire a Costantinopoli la sede della repubblica; e due soli voti

fecero prevalere il no[246].

Il marchese Bonifazio vedendo non poter conservare Candia, la vendette

ai Veneziani coi crediti verso Alessio per mille marchi d’argento,

e per tanto territorio nella Macedonia occidentale che rendesse

mille fiorini di oro[247]. Candia era più importante al traffico che

non Costantinopoli, e dovette esser regolata con maggiori cure. Gli

abitanti erano gente incostante e perfida; il che forse non esprimeva

se non repugnante al dominio forestiero. Essendo troppo vasta per

concedersi a un solo, vi fu introdotta una colonia, come più opportuna

a tenere in soggezione i vinti. Difficilmente però si trovava chi

volesse rinunziare alla patria, per quanto gli si offrissero ricchezze,

dignità, potere; onde da’ sei sestieri della città si scelsero

cinquecentoquaranta famiglie, a cui capo fu posto un duca biennale

che rappresentava il doge, eletto dal maggior consiglio di Venezia,

assistito da due consiglieri superiori, e sotto di lui i magistrati

come a Venezia: e colle opere obbligate dei servi si edificò e munì la

città di Canea.

La giurisdizione d’essa città e del distretto spettava al capitano e

consigliere della repubblica eletto a Venezia: del Comune veneto erano

gli Ebrei, il porto, l’arsenale, le porte. Il paese fu distribuito in

trentadue feudi di cavalieri e centotto di sergenti: ogni cavaliere

era obbligato aver buona armadura, e condurvi da Venezia e tenere

due cavalli, uno del valore almeno di lire ottanta venete, ed uno di

cinquanta, e dell’età di tre anni; poi fra un mese e mezzo comprarne

un altro di lire venticinque; inoltre avere un sergente con bel

cavallo armato a ferro, e tre scudieri pure con corazza e ogni arma

di cavalleria; e due balestre di corno, con due scudieri almeno che

sappiano trarle, latini, fra i venti e i quarant’anni. I sergenti

che hanno mezza cavalleria, conducano da Venezia un cavallo di lire

cinquanta almeno, e due scudieri; poi fra un mese e mezzo procaccino un

altro cavallo di lire venticinque, e siano ben in arme. Le cavallerie

non potranno impegnarsi o staggirsi per debito, e lo stipendio di

settecento lire deve convertirsi anzitutto nell’acquisto d’essa terra.

Del resto ajutino in ogni modo i rettori dell’isola, e in essa il

Comune di Venezia[248]. Ai nobili del paese si ebbero riguardi, e

si diede partecipazione al governo; e il gran consiglio, composto

d’indigeni, eleggeva i magistrati minori. I Musulmani furono sofferti,

ma in istato di servitù.

Così trentamila vigorosi, avidi di bottino e di preda, erano prevalsi

facilmente a milioni di Greci, fradici nel lusso, nelle abitudini

depravate, nella vanità delle frivole cose. Ma la conquista, fatta

senza senno, essiccava le fonti della prosperità, sin a difettare del

vivere; il sistema feudale toglieva l’accordo in guerra ed il buon

ordine in pace; alcune città governavansi metà con leggi feudali,

metà colle venete e colle ecclesiastiche; poi la mollezza di quel

clima non tardò a sdulcinare i soldati, e lo spregio reciproco

impedì si fondessero vincitori e vinti. Baldovino dopo due anni

periva prigioniero dei Bulgari: anche Enrico Dandolo era morto a

Costantinopoli dopo vista la rapida decadenza dell’impero latino.

Venezia ne trasse più danno che vantaggio, poichè troppa gente si

sviò dalla navigazione e dal commercio per buttarsi alle imprese

cavalleresche e a conquiste che non doveano durare; e quel che peggio,

coll’abbattere Costantinopoli rompeva la sua barriera più salda contro

i Musulmani, che doveano divenirle formidabili vicini.

Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15) · 第 9 / 23 题