CAPITOLO LXXXVI.

Ultimi Normanni in Sicilia. Enrico VI.

Abbiam veduto come il paese più meridionale d’Italia, cuna di

tante magnanime repubbliche prima della conquista romana, poi dopo

l’irruzione dei Barbari suddiviso tra molti principati longobardi e

molti Comuni greci, venisse concentrato dai Normanni in un dominio, che

d’allora gl’italiani chiamarono per antonomasia _il regno_ (1130). Re

di Sicilia, duca di Puglia, principe di Capua, Ruggero II assunse la

pomposa divisa _Appulus et Calaber, Siculus mihi servit et Afer_; anzi

Falcone Beneventano riferisce un documento, ov’egli s’intitola _Dei

gratia Siciliæ et Italiæ rex, Christianorum adjutor et clypeus_.

Colle genti che rapì sì nella spedizione di Grecia, sì in quella contro

Tripoli e l’isola delle Gerbe, ripopolò la sua isola. Come sapesse

a tempo chinarsi e resistere ai papi, narrammo; si mostrò sempre

riverente a san Brunone, che in Calabria avea fondato i Certosini; le

scienze amò e protesse; all’Edrisi, famoso geografo musulmano, diede

un feudo perchè dimorasse alla sua corte compilando le _Peregrinazioni

d’un curioso che vuol conoscere a fondo i diversi paesi del mondo_,

ove dispose in nuovo e bizzarro sistema le cognizioni geografiche

degli Arabi, ad illustrazione d’una sfera d’argento, pesante ottocento

marche, dov’erano incisi tutti i paesi conosciuti. Il palazzo di

Palermo sua capitale, colla magnifica cappella di san Pietro, avente

le pareti e il pavimento a musaici squisiti, e dove ancora si legge

l’iscrizione trilingue da lui apposta al primo oriuolo che ivi collocò;

la cattedrale di Cefalù e quella di Salerno, ricca delle spoglie

di Pesto; le chiese di San Nicolò a Messina e a Bari, il monastero

della Cava, sono monumenti della magnificenza di Ruggero. A Palermo,

oltre edifizj spiranti dovizia e splendidezza, aperse un vasto parco,

popolato di selvaggina, e ricreato d’acque condotte sotterra[214]:

dalla Grecia e dall’Africa trasferì la coltura dell’albero del pane,

del papiro[215], del pistacchio, della canna da zuccaro; e dalla

Morea i gelsi e i filugelli, e operaj di seta. Che però questa già vi

si lavorasse dagli Arabi, lo prova il famoso manto imperiale, fatto

per ordine di Ruggero, con iscrizione cufica del 528 dell’egira,

rispondente al 1133; e che poi portato in Germania da Enrico VI, ora

conservasi a Norimberga. Ma allora i telaj rompevano il silenzio della

reggia di Ruggero per preparare d’ogni genere tessuti, e broccati, e

fiorami, e arabeschi, con gemme interposte e colori variatissimi[216];

oltre che vi si convertiva in panni la lana francese.

Tornando d’Oriente, Pisani, Veneziani, Genovesi rinfrescavano a

Palermo: Spedalieri e Templari rizzarono conventi in Trapani, ordinaria

posata de’ Crociati[217]: i Veneziani aveano a Palermo una società

mercantile con magistrati proprj, cassieri e presidente; i Genovesi un

banco a Siracusa e casa forte a Messina: gli Amalfitani empivano una

strada di Napoli di loro botteghe, massime di stoffe di lana e seta, e

avevano un quartiere a Siracusa, un consorzio mercantile a Messina.

I Musulmani conservavano ancora alcune campagne, godendo eguaglianza

di leggi, con una tolleranza unica a quei tempi; quartiere proprio

nelle città con franchigie, magistrati e notaj, e libero culto; sin

feudi ottennero; e se alcuni come prigioni di guerra teneansi in

condizione servile, più di centomila distribuiti in tribù sotto i loro

sceicchi lavoravano liberamente il val di Màzara ed altri territorj.

Filippo, uno degli eunuchi di Ruggero, musulmano convertito, salì fino

grand’ammiraglio, e fu spedito ad espugnare Bona in Africa (1149). Ne

presero gelosia i baroni normanni, che l’accusarono di mangiar carne il

venerdì e in quaresima, andare con repugnanza nelle chiese, e di piatto

tornare alle moschee: e Ruggero l’abbandonò al loro rancore, sicchè,

legato alla coda d’un cavallo indomito, fu fatto a pezzi, e i pezzi

gettati al fuoco[218].

Pochi anni dappoi il musulmano Mohammed ebn-Giobair, che viaggiò in

Sicilia, scriveva: — Re Guglielmo, commendevole ne’ suoi portamenti, si

giova de’ Musulmani, e ha paggi eunuchi per intimi, fedeli all’islam

benchè nascostamente; ha gran confidenza ne’ Musulmani, e v’affida

anche gli affari più delicati; tiene una compagnia di Negri musulmani

sotto un comandante musulmano; i visiri e i ciambellani trae dai

molti paggi, i quali sono e impiegati del Governo e persone di Corte,

e sfoggiano lusso di vesti, agili cavalli, e tutti hanno corteggio e

seguito proprio. Il re a Messina ha un palazzo bianco come una colomba,

dove stanno occupati molti paggi e fanciulle; esso s’abbandona ai

piaceri della Corte a modo dei re musulmani, cui imita nel sistema

delle leggi, nell’andamento del Governo, nella distribuzione dei

sudditi, nella magnificenza. Molto deferisce ai medici e astrologi

suoi: dicono legga e scriva l’arabo, e un suo intimo ci assicurò

abbia adottato il motto _Lode a Dio, giusta è la sua lode_; come il

motto di suo padre era _Lode a Dio in riconoscenza de’ suoi benefizj_.

Le fanciulle e concubine del suo palazzo sono musulmane tutte; e un

cameriere di nome Yahia, impiegato nella manifattura de’ panni, dove

ricama a oro le vesti del re, ci assicurò che le cristiane Franche

dimoranti in palazzo erano state convertite dalle nostre senza che il

re lo sapesse, e molto s’industriavano in opere di carità.

«A Palermo i Musulmani conservano un avanzo di fede; tengono

pulitamente le moschee, fan la preghiera alla chiamata del muezzin,

dimorano in borgate distinte dai Cristiani, tengono e frequentano i

mercati. Proibita la pubblica professione di fede (_khotbah_), fanno

solo l’adunanza del venerdì, ma ne’ giorni del beiram pregano per

i principi abbassidi. Hanno un cadì, che giudica i loro processi:

una moschea principale ed altre innumerevoli, nella più parte delle

quali si dà lezione del Corano. Le donne cristiane nell’eleganza

del parlare e nel modo di velarsi e di portare i mantelli imitano le

musulmane. A Natale escono in vesti di seta color d’oro, avvolte in

mantelli eleganti, coperte di veli di colore, con stivaletti dorati,

e pompeggiano nelle chiese, cariche di collane, d’essenze, di belletto

come le musulmane.

«Non è guari, arrivò a Trapani il caid Abu’l-Kassem, capo de’

Musulmani in Sicilia, caduto in disgrazia del re per calunnie; e

sebbene sfuggisse la condanna, gli furono estorti trentamila denari

d’oro, senza rendergli alcuna delle case e terre avite. Dianzi riebbe

il favore del re, che lo pose in un servizio di governo, ed egli vi

si rassegnò, come lo schiavo di cui siansi presi la persona e gli

averi»[219].

E segue raccontando come qualunque Musulmano, per sottrarsi alla

collera de’ parenti, rifuggisse in una chiesa, era battezzato; che i

Musulmani offrivano le loro figlie ai pellegrini perchè le sposassero,

e queste lasciavano liete la famiglia per sottrarsi alla tentazione

dell’apostasia e per vivere in paese musulmano. Sono le consuete

esagerazioni de’ partiti soccombenti; ma ne trapela come i principi

normanni procurassero usufruttare la civiltà orientale; e lungamente

noi incontreremo ancora quegl’Infedeli nelle vicende della Sicilia.

Anche gli Ebrei, altrove perseguitati, ivi ebbero sicurezza,

e Beniamino di Tudela nel suo viaggio del 1172 ne contava

millecinquecento a Palermo, ducento a Messina.

Bizzarra mescolanza dovea presentare in quei tempi il paese; indigeni

abbattuti da lungo servaggio, cavalieri normanni in corazza e morione,

Musulmani con turbanti; santoni insieme e frati; corse del gerid e

tornei; Nordici ignoranti e corrotti Meridionali; fastosi Asiatici

e severi Scandinavi: vi si parlava greco, latino vulgare, arabo,

normando, e in ognuna di queste lingue si pubblicavano i bandi; i quali

doveano tanto quanto acconciarsi al codice Giustinianeo pei Greci, al

_Coutumier_ pei Normanni, al Corano pei Saracini, al codice longobardo

pei precedenti signori.

I Normanni, pochi e deboli, dovettero fiancheggiarsi di politica e

d’astuzie, formando un governo più abile che robusto, e sprovvisto di

quella vigorosa unità che è necessaria per tiranneggiare un popolo,

e convergerne gli sforzi ad unico intento, massime in paese come il

napoletano, così spezzato e vario di origini. Delle istituzioni de’

Longobardi e de’ Greci non cangiarono se non ciò ch’era richiesto

dall’introdurvisi della feudalità al modo dei Franchi. Magistrati e

conti longobardi, resisi ereditarj, aveano già formato la classe de’

baroni, che conservò la nobiltà anche dopo avere, per la conquista

normanna, perduto le giurisdizioni. I Normanni investiti di feudi li

sottinfeudavano a cavalieri, cioè vassalli nobili, e a gran dignitarj

ecclesiastici. Ma que’ primi Normanni, e gli altri continuamente

chiamati di Francia ad esercitare il lor valore, voleano sulle proprie

tenute regolarsi col diritto patrio: dal che vennero i feudj al

modo Franco, la cui principale differenza dai longobardi consisteva

nell’esservi ammesso alla successione soltanto il primogenito, mentre

in questi ciascun figlio ereditava.

Il sistema feudale fu comunicato anche ai paesi fin allora sottoposti

ai Greci, e Ruggero a tutti i cavalieri di Napoli infeudò cinque

moggia di terra con cinque coloni affissi a quella[220]; lo trapiantò

anche nella Sicilia, che mai non n’avea gustato, scomponendovi ogni

regolamento de’ Saracini. I coloni da liberi vennero dipendenti;

le praterie furono aggravate di pascere i cavalli del vincitore;

sottoposti a taglie i boschi e i servi della gleba; un’amministrazione

fiscale e investigatrice, surrogata alla larga e tollerante dei

Saracini, deteriorò l’agricoltura e il commercio.

Usati in patria a raccogliersi in adunanze legislative e giudiziali,

i Normanni non ne interruppero l’uso; e il nome di _parlamento_

trasportarono, come nella conquistata Inghilterra, così pure nel paese

di qua e di là dal Faro. Aperto sulle prime soltanto a Normanni, vi

si traforarono poi anche indigeni, fondendosi vinti e vincitori. Ma

al popolo non potea farsi luogo colà dove del suolo non avevano la

proprietà che abati e signori; sicchè non v’erano ammessi che i due

_bracci_ de’ baroni e degli ecclesiastici. Poi le città acquistarono

il diritto di riscattarsi dai baroni, e rendersi libere, cioè non

dipendenti che dalla regia autorità; ed allora all’ecclesiastico ed al

baronale fu aggiunto il braccio _demaniale_, cioè che rilevava solo dal

dominio del re. Quest’opera vedremo compiuta da Federico II.

Ruggero accentrò l’amministrazione nella Corte di Palermo, intorno a

sè disponendo sette grandi cariche, e sotto queste gli altri signori.

A capo di ciascun distretto stavano baroni e connestabili; di tutta

la nobiltà il gran connestabile; della marina il grand’ammiraglio: il

gran cancelliere serviva d’anello tra gli incaricati e il principe:

aggiungeansi il gran giustiziere, il gran cameriere, il gran

protonotaro, il gran siniscalco. L’archimandrita o abate generale,

eletto dai monaci, confermato dal re, aveva ispezione sulle chiese,

e specialmente le vacanti; pure i vescovi doveano a Roma ricevere la

consacrazione dal papa.

Gastaldi e sculdasci aveano ceduto i giudizj a balii, giustizieri,

castellani, i quali, col re a capo e con privilegi distinti, formavano

una gerarchia d’amministrazione, che fu la prima foggiata alla moderna,

non composta di vassalli feudalmente congiunti al signore, ma di

uffiziali che coordinatamente esercitavano la porzione di potere ad

essi affidata. Mentre dunque l’antica nobiltà restava in opposizione ai

conquistatori, una nuova nascea di gente ammessa agli impieghi, fosse

natìa o forestiera[221]: nel che pure il siciliano differiva dagli

altri diritti.

Alle leggi longobarde, che fin allora avevano forza di diritto comune,

con qualche mistura delle romane e delle consuetudini scandinave,

Ruggero sostituì le _Costituzioni_, promulgate nelle pubbliche

assemblee di baroni, uffiziali e vescovi, e che valeano in ambe le

parti del Regno. Desunse dal diritto romano la legge che dichiara

sacrilegio il mettere in disputa i fatti, i consigli, le deliberazioni

del re. Morte comminò a chi tosa o áltera la moneta; a chi rapisce una

dal monastero, sebbene non ancora velata e a titolo di sposarla; al

magistrato che malversa il pubblico denaro, o al giudice che si lasciò

corrompere; a chi dà farmachi per ispirare avversione, o ferisce a

morte alcuno nel rotolare o menare un sasso o una trave senza darne

avviso. Vietò severamente di vendere o alienare i feudi, nè che i

feudatarj contraessero matrimonj senza consenso del re, e tanto meno

maritassero le proprie figlie aventi l’eventualità di succedere.

Nessuno eserciti la medicina se non licenziato: nessuno sia fatto

cavaliere nè giudice se non venga da stirpe di militi e notaj. Molte

pene concernono le adultere e le prostitute. Chi vende un uomo libero è

ridotto in servitù[222].

Ruggero è da’ suoi esaltato colle lodi che sogliono prodigarsi al

fondatore dell’indipendenza d’uno Stato, e all’ambizione fortunata

di chi non tien conto della moralità dei mezzi. Perduti i figliuoli

Alfonso e Ruggero, l’unico superstite Guglielmo fe coronare come

collega (1154); e poco stante morì a sessantun anno, dopo ventiquattro

di regno.

Avaro, sospettoso, pusillanime, inetto riuscì quel suo successore; e

chiuso nella reggia fra sozzi e barbari piaceri, del ben pubblico non

si dava pensiero. Gl’imperatori d’Oriente e d’Occidente ne presero

baldanza di mettere in campo opposte pretensioni sopra il Reame,

mossero armi, e sollecitarono i baroni sempre inquieti. Questi aveano

avuto ricorso al Barbarossa, e quand’egli scese in Italia la prima

volta, si sollevarono dappertutto; ma esso non potè ajutarli. Bensì

gl’imperatori greci, che anelavano vendicarsi delle spedizioni dei due

Ruggeri, e che già possedeano Ancona ed altri porti sull’Adriatico,

occuparono Brindisi, che divenne il quartiere de’ baroni rivoltosi:

ma Majone, oliandolo di Bari, coll’ingegno, l’eloquenza e l’arte del

simulare e dissimulare divenuto cancelliere e grand’almirante del

regno, ed arbitro de’ consigli e degli atti di Guglielmo, riprese

questa città, e i ricoverati fece uccidere, abbacinare, sepellire nelle

carceri di Palermo. Di ciò si volle gran male a Majone, e dell’aver

lasciato che la fortezza di Mahadia sulle coste d’Africa, tenuta dai

Siciliani, soccombesse ad Abd al-Mumin re di Marocco. Spargeasi pure

che colui volesse impossessarsi della corona; onde i baroni cospirarono

contro di esso; Campania e Puglia si sollevarono; lo stesso conte

Matteo Bonello, da lui predestinato genero, se gli avversò, e riuscì

ad ucciderlo e a tenere prigioniero Guglielmo (1161). L’abuso della

vittoria fece esosi i congiurati, onde alla fine Bonello fu preso ed

accecato, rimesso l’ordine coi supplizj, e Guglielmo serbò nella storia

il titolo di _malvagio_.

Quel di _buono_ fu dato a suo figlio Guglielmo, che succeduto (1166)

sotto la tutela di Margherita di Navarra, bello e giovane, procurò

cattivarsi i cuori scarcerando quella folla di prigionieri di Stato;

ma le fazioni inferocirono per disputarsi influenza nella tutela; e

le eterogenee parti ond’erasi compaginato ma non formato quel regno,

tendevano a separarsi. Margherita cercò appoggio empiendo la corte di

Franchi, tra i quali Ugo Falcando, detto il Tacito della Sicilia pel

nero e vibrato modo con cui descrisse quelle turbolenze; e di varj

prelati e gran savj in diritto. Ma da contrasti e guerre il paese

era tutto sovvolto, non meno che da tremuoti, pei quali Catania fu

distrutta, squarciate Taormina, Lentini, Siracusa; le fonti versarono

acque sanguigne; il mare nel Faro si ritirò, poi ringorgando verso la

riva elevossi fin sopra le mura di Messina, tutto miseramente lavando

(1169).

Guglielmo, tenutosi amico di Alessandro III, impedì che il Barbarossa

attentasse al suo regno; ebbe nobil parte alla conchiusione della lega

Lombarda e della pace di Venezia; poi armato per ristabilire Alessio

Comneno sul trono d’Oriente, prese Durazzo, Tessalonica ed altre piazze

di Grecia, ma da Costantinopoli fu respinto. Ajutò pure Antiochia,

Tiro, Tripoli contro il Saladino; ma di soli trentasei anni morì

(1189). La tradizione raccontò che Guglielmo il Malvagio avesse voluto

smungere tutto il denaro del suo popolo; e per far prova se alcuno ne

avesse ritenuto, mandò a vendere in piazza per tenue prezzo un suo

bellissimo cavallo arabo. Un giovane signore lo comprò in fatto, il

quale, chiesto in processo, confessò aver violato la tomba del proprio

padre per tôrre quel poco denaro. Tutto quel tesoro fece Guglielmo

sotterrare, poi corrervi sopra un fiume: ma Guglielmo il Buono riuscì

miracolosamente a scoprirne il posto, ed ivi, in riconoscenza, fabbricò

la magnifica badia di Monreale, dove ebbe la tomba, e che attesta la

suntuosità e il progresso dell’arti sicule in quell’età.

Di Guglielmo non restando figli, l’eredità ricadeva in Costanza

figlia postuma di Ruggero II e perciò sua zia[223]. Benchè di là dai

trent’anni, il Barbarossa erasi affrettato a cercarla sposa per suo

figlio Enrico; e l’inglese Gualtiero Ofamiglio, arcivescovo di Palermo,

indusse il debole Guglielmo a consentirgliela. Costanza partì con più

di cencinquanta cavalli carichi d’oro, argento, sciamiti, pallj grigi,

vaj ed altre buone cose[224]; e le nozze furono celebrate in Milano con

istraordinaria magnificenza, ma non colla benedizione dell’arcivescovo,

che era papa Urbano III, reluttante da un connubio che saldava in

Italia una famiglia ereditariamente avversa ai pontefici per la

successione della contessa Matilde, e che li privava dell’appoggio

avuto sin allora contro le esuberanze imperiali, e preparando l’unione

anche di quella corona all’Impero, scassinava l’edifizio eretto

dall’ardita perseveranza di Gregorio VII.

Guglielmo avea chiuso gli occhi fra i preparativi della terza crociata

che dicemmo; ed essendo allora i feudatarj occupati oltremare, Enrico

VI non potè mandar forze ad occupare violentemente il Regno; sicchè

estremo disordine vi irruppe. Poco badando ad Enrico e Costanza

lontani, chiunque teneva al lignaggio dei Normanni pretendeva una

porzione di dominio, e se la disputavano[225]; nell’isola i baroni

ripetevano il prisco diritto elettorale delle assemblee nazionali

come in trono vacante; nella terraferma (solita peste) si amava il

contrario per gelosia verso Palermo: l’arcivescovo Gualtiero sosteneva

il diritto ereditario di Costanza, e il giuramento ad essa prestato

in Lecce; Matteo d’Ajello, vicecancelliere, vecchione abile a condurre

un partito, animava quei che repugnavano dal vedere la Sicilia, fatta

indipendente pel valore de’ Normanni, or in piena pace cadere a re

straniero e avverso, e negava che, come a feudo, potesse una donna

succedere; i più aborrivano la dominazione tedesca, e lo storico

Falcando ripeteva: — Dio vi guardi da cotesti armati di Germania,

barbari, grossolani, stranieri ai costumi e alla civiltà vostra! Sotto

il Tedesco, Sicilia più non sarebbe che una miserabile provincia,

disgiunta dal suo sovrano, abbandonata alle espilazioni de’ suoi

uffiziali. Già parmi vederla invasa da quelle orde portate dall’impeto

a stremare col terrore, colla strage, colle rapine, colla lussuria,

e far serva quella nobiltà di Corintj che pose anticamente nido nella

Sicilia, indarno bella di filosofi e poeti tanti, e cui sarebbe tornato

men grave il giogo degli antichi tiranni. Guaj a te, Aretusa, volta

a tanta miseria, che mentre solevi modulare i carmi de’ poeti, or odi

l’ebbrietà delle tedesche baruffe, e servi alle loro turpezze!»[226].

Come avviene quando l’autorità è sfasciata, la ciurma e gli

arruffapopolo alzarono il capo; e poichè in tali occasioni vuolsi

sempre qualche capro espiatorio, si buttarono sovra i Saracini.

Per quanto tollerati, non poteasi sperar pace fra antichi padroni e

nuovi, fra due religioni così repugnanti, l’una guardante a Marocco,

l’altra a Roma. Gli Arabi aveano trescato nella minorità di Guglielmo,

e Abu’l-Kassem degli Amaditi d’Africa s’era accordato cogli eunuchi

di palazzo e coi baroni malcontenti per isvertare Stefano da Perche

francese. Ora i Palermitani saccheggiarono le case de’ Saracini, e

molti uccisero; gli altri a forza s’apersero la ritirata fino in val di

Mazara, ove i centomila loro fratelli presero l’armi per vendicarli,

nè chetarono finchè non ebbero promessa di sicurezza e de’ primitivi

privilegi.

Quand’anche tali incendj nascono spontanei, v’è chi vi soffia,

acciocchè la necessità dell’ordine costringa a prendere il partito

che il primo scaltro suggerisce: e il partito or fu si convocasse il

parlamento de’ baroni e si eleggesse un re.

Ruggero duca di Puglia, fratello maggiore del primo re di Sicilia,

dalla figliuola di Roberto conte di Lecce avea generato Tancredi, e

presto lasciatolo orfano. Guglielmo il Malvagio perseguitò questo

bastardo, e prima in carcere, poi lo spinse in esiglio: l’altro

Guglielmo l’accolse, gli affidò l’esercito contro la Grecia, e lo

titolò conte di Lecce. Istrutto dalla sventura, prudente, educato alle

matematiche, all’astrologia, alla musica, parve degno della corona e

l’ottenne: la _matrice_ di Palermo, specioso monumento di architettura

moresca mista a normanna, e dove ancora si ammirano, benchè guaste

dall’incendio del 1811, le tombe di porfido di quei re, risonò

d’applausi alla coronazione di Tancredi e del suo figlioletto Ruggero;

e fu riconosciuto pure da tutte le provincie di terraferma, e investito

ben volentieri dal pontefice.

Di quel tempo i Crociati d’Inghilterra e di Francia, guidati dai loro

re Ricardo Cuor di Leone e Filippo Augusto, eransi data la posta a

Messina, onde di conserva, dopo la svernata, passare in Terrasanta.

Fiera burrasca gittò la flotta genovese sulle coste di Calabria,

per modo che i Francesi, perduti cavalli e provvigioni, poveramente

approdarono in Sicilia. Ricardo, di gente normanna e d’impaziente

arditezza, quasi solo traversò a cavallo le montagne di Calabria, e

si tragittò a Messina. La caccia era rigorosissimamente osservata in

Inghilterra: non così in Sicilia: onde Ricardo, mentre a quella si

divertiva, udito un falco stridire nell’abituro d’un villano, entrò

per portarglielo via. I nostri, men chinati nella servilità, a pietre

e bastoni respinsero il prepotente, che solo alla fuga dovette la

salvezza.

A Tancredi dava noja l’arrivo di Filippo Augusto, alleato d’Enrico

VI, e di Ricardo fratello della vedova di Guglielmo, da lui tenuta

prigione. In fatto fu costretto rilasciar questa, restituendole la

dote di ventiquattromila once d’oro; ma Ricardo pretendeva anche, come

assegno vedovile, quantità di vasi d’oro e d’argento, un trono, due

tripodi, e una tavola larga mezzo metro e lunga quattro, tutti d’oro,

una tenda di damasco bastante a ducento cavalieri, inoltre cento galee

provvigionate per un anno. Tanto era di ricchezze famosa la Sicilia!

Ricusato, l’Inglese aggredì Messina; ma questa si difese a sassi, tanto

che Ricardo dovette venire ad accordo, giurando pace e protezione, e

fidanzando una figlia di Tancredi all’erede d’Inghilterra.

Enrico VI, coronato re dei Romani, per sostenere i minacciati suoi

diritti venne in Italia (1191) coi feudatarj, che rovinatisi nella

crociata, qui speravano rifarsi; e come suo padre fantasticando la

dominazione universale, si prefiggeva di conquistare la Sicilia,

farsi coronare a Roma, avere in arbitrio la Lombardia e la Toscana,

sottomettere le coste d’Africa già tributarie ai Normanni, conquistare

il trono di Costantinopoli, preda immancabile del primo occupante.

Ma, non che gli bastassero forze a sì larghi disegni, dovea cercarne

alle città lombarde col conceder loro la sua alleanza e sempre nuovi

privilegi.

Coi soccorsi di esse e delle repubbliche marittime, calò verso Roma.

Celestino III, sortito allora papa d’ottantacinque anni, procrastinava

la propria consacrazione per non dovere coronare Enrico; onde i Romani

offersero a questo di costringervelo, purchè egli abbandonasse alla

loro vendetta Tusculo, contro di cui non aveano cessato mai l’odio, e

di rado la guerra. Compiacque Enrico al fratricida desiderio (1191 —

13 aprile); unto il papa, Enrico e sua moglie dopo iterati giuramenti

furono ricevuti in città. Entrati da porta Collina gettando denari al

popolo perchè applaudisse, procedettero per Borgonuovo fin a Santa

Maria Transpontina, donde il clero in processione li condusse al

Vaticano. Precedeano il prefetto di Roma colla spada sguainata, il

conte del sacro palazzo, i magistrati della repubblica, poi i giudici,

i camerieri, l’imperatrice, i vescovi tedeschi e italiani, i principi

e dignitarj dell’impero. Celestino stava sopra elevato trono in capo

alla scalea di San Pietro, coi cardinali, vescovi e preti alla destra,

i diaconi alla sinistra, e dietro i suddiaconi colla nobiltà romana e

gli uffiziali di palazzo. Il re, scavalcato, andò al bacio del piede

pontifizio, e ginocchione colla mano sul Vangelo giurogli fedeltà,

e di soccorrerlo a mantenere i possessi, gli onori, i diritti. Il

papa gli chiese tre volte se volesse rimanere in pace colla Chiesa,

e mostrarsene figlio rispettoso; e avuto il sì, ripigliò: — Ed io ti

ricevo come figlio diletto, e ti do la pace come Dio la diede a’ suoi

discepoli», e lo baciò.

Allora mossero in processione; e alla porta Argentea esaminato sulla

fede religiosa, l’imperatore ebbe il chiericato, promettendo riprovare

gli eretici, ed assister poveri e pellegrini. Il cardinale d’Ostia

unse Enrico al braccio destro e fra le spalle; il pontefice gli porse

l’anello, la spada, lo scettro, e impose la corona d’oro a lui e alla

moglie[227]. Poi si celebrò il santo sacrifizio, durante il quale si

cantava vittoria e lunga vita al papa, all’imperatore, all’imperatrice;

l’imperatore offrì pane, cera, oro, e ricevette l’eucaristia. Finita la

messa, dal conte del palazzo gli furono posti gli stivaletti imperiali

e gli sproni di san Maurizio; poi tenne la staffa del cavallo bianco

del papa, e l’addestrò fin al Laterano: al pasto, sedette alla destra

del pontefice, mentre l’imperatrice in separata sala convitava vescovi

e grandi.

Non mancò lo spettacolo del sangue, poichè la guarnigione tedesca

uscì di Tusculo, ed i Romani, senza udir prego nè pianto, uccisero,

accecarono, mutilarono quegli abitanti, e disfecero il paese[228].

Alcuni poterono fuggire tra le montagne; altri, per amore del luogo

natìo, si tennero vicino alla patria devastata sotto _frascati_, che

poi dieder nome al paese che vi succedette.

Lasciato così deplorabile segno di sua presenza, Enrico con grosse

armi, colle promesse, colla corruzione procede alla conquista; e

contraddetto dal papa[229], ajutato dall’abate di Montecassino, prende

e devasta Roma, e senza incontrare ostacoli arriva sotto Napoli e

l’assedia. Questa, ristretta allora al quartiere che dalle falde

di Sant’Elmo e di Capodimonte declina al mare, difesa da robusti

spaldi e da buone truppe comandate dal prode Aligerno Cuttone, e col

mare aperto, resiste: Pisani e Genovesi menano navi per secondare i

Tedeschi, che intanto devastavano la campagna: ma le malattie puniscono

gli invasori, sicchè Enrico è costretto tornare in Germania pensieroso

più che pentito; Genovesi e Pisani cessano di caldeggiare un alleato

infelice; i Salernitani arrestano Costanza e la consegnano a Tancredi,

che la tiene prigioniera in Sicilia, finchè, ad istanza del papa, la

restituì senza patti nè riscatto, fidando nella gratitudine.

Tancredi, che non avea saputo mostrarsi degno del diadema col

difenderlo in persona, morì ben presto, ed essendogli premorto il

primogenito (1194), non lasciava che il fanciullo Guglielmo III in

tutela di sua moglie Sibilla d’Acerra, in mezzo a gare de’ baroni coi

cavalieri, inviperite, lunghe, disastrose e a nulla conducenti. Era

uscita alla peggio la crociata; e Filippo Augusto, sbarcato a Otranto,

ebbe a Roma dal papa dispensa dal voto e la palma de’ pellegrini: anche

il Cuor di Leone, dopo imprese da paladino, tornò in Europa travestito

per isfuggire ai molti nemici; ma il duca d’Austria lo colse, e lo

cedette all’imperatore (1192) per sessantamila marchi d’argento; e

questi lo rivendette all’Inghilterra per centomila, oltre metà tanti

per finire l’impresa di Sicilia[230].

Al fiuto di questa somma accorsero i baroni tedeschi ad offrirsi

ad Enrico, che allestitosi, scese nella Lombardia. La trovava in

nuovi subugli. I vescovi aveano perduto l’autorità temporale, nè

i Comuni ancora assodata la propria in modo d’aver pace. I diversi

ordini partecipavano diversamente al Governo, e secondo i varj paesi

variavano le relazioni coi vicini, per modo che ogni città regolavasi

con politica e leggi differenti, demolito l’antico, non istabilito

il nuovo. Le leghe riuscivano meno a stabilir la concordia che ad

impacciare la legge; i signori conservatisi indipendenti s’arrogavano

diritti di sovranità; le città maggiori voleano sottomettere le vicine,

ed eroismo era l’energia dell’odio. Che se tra quella confusione (del

resto naturale ad ogni reggimento nuovo) alcuno ergevasi a metter

ordine, sì il faceva con guise tiranniche.

Essendosi Enrico mostrato propizio a Pavia e Cremona (1194),

permettendo a quella di valersi di tutte l’acque del Ticino, e a questa

sottomettendo Crema, le due imbaldanzite eransi collegate con Lodi,

Como, Bergamo e col marchese di Monferrato a’ danni di Milano; la quale

nelle giornate campali riusciva superiore, è vero, ma trovavasi cinta

di nemici, che le sperperavano le campagne e rompevano i commerci.

Enrico, raccolti gli stati a Vercelli, procurò instaurare la quiete;

ma lontano e dalla politica e dalla forza del padre, scarsamente

approdò; onde seguì sua via per Genova, anch’essa sovvertita da

fazioni, da frequenti zuffe, da effimeri Governi, e che allora stava

sotto al podestà Oberto di Olevano pavese. Ai Genovesi scrisse: —

Se, ajutanti voi, io ricupero il Reame, mio sarà l’onore, vostro il

profitto: giacchè non io od i Tedeschi miei vi soggiorneremo, ma voi

stessi»; e seguiva confermando le esenzioni precedenti, e dando nuove

giurisdizioni e privilegi, la città di Siracusa, ducencinquanta feudi

in val di Noto: a Pisa parimenti concesse in feudo Gaeta, Mazara,

Trapani, e metà di Palermo, Salerno, Napoli, Messina, oltre molti

ingrandimenti in Toscana. Così largheggiando di promesse quanto meno

intendeva mantenerle, ottenne soccorsi; poi entrato nel Reame, ebbe

spontanee tutte le città, perfino quella Napoli, che poc’anzi si era

con tanta costanza sostenuta. Salerno, sentendosi rea d’aver tradito

l’imperatrice Costanza, si difese ostinata; ma presa, fu messa a

sacco e ferro, neppur risparmiando le chiese, e i cittadini migliori

impiccando, torturando, cacciando in prigione o in esiglio, sicchè la

città, di famosa importanza sotto i Longobardi e i Normanni, più non

risorse. Capua pure fu espugnata a forza da Guglielmo di Monferrato e

da’ Genovesi e Pisani: Eraclea (Policora), patria di Zeusi, colonia

fiorentissima in antico, fu distrutta: qualunque città esitasse a

sottomettersi, era devastata senza pietà. In Sicilia sottoposte Messina

e Palermo, l’imperatore, colla pompa che suggerisce la paura, fu

incoronato, e tutta l’isola gli giurò obbedienza.

Con fallaci lusinghe aveva egli tratto Sibilla ed i figliuoli dal

castello di Calatabelotta, dove s’erano fortificati coi loro fedeli;

poi raccolti gli stati a Palermo, accusò lei e molti grandi di una

congiura. Non la fondava che sopra una lettera consegnatagli (diceva)

da un frate; ma bastò perchè quanti aveano tenuto col partito

nazionale, laici od ecclesiastici, fossero mandati alla forca o al

palo, accecati, arsi vivi, esposti alle beffe, relegati in Germania; re

Guglielmo, toltogli il vedere e il generare, fu tenuto prigione finchè

andò monaco; Sibilla e le figlie rapite in carcere, poi nella badia di

Hohenbruck in Alsazia; turbate le ossa di Tancredi per istrappare il

diadema a lui e al figlio Ruggero; bruciati quanti aveano contribuito

alla loro coronazione.

Fu spenta così nel sangue la dinastia normanna, di cui i regnicoli

ricordano ancora con compiacenza i tempi e le famose ricchezze. Re

Tancredi avea dato ventimila oncie d’oro per dote di sua figlia;

Arnaldo di Lubecca ci rammentò le tavole, i letti, le sedie d’oro nel

palazzo di Palermo; Ruggero Hoveden fa trovare da Enrico nel tesoro di

Salerno ducentomila oncie d’oro; e in quel di Palermo senza fine armi

ricche, stoffe d’oro e d’argento, sete ricamate, altre preziosità, con

cui potè far larghezza a’ suoi fedeli; eppure censessanta somieri vi

vollero per trasportarne il resto nel castello di Trifels[231].

Con tirannia stolidamente feroce sottentrava la dinastia sveva, che

mal per lei. Anche le città sottomessesi volontarie, furono trattate

come conquista; Siracusa e la risorta Catania incendiate, senza

riguardo a nobiltà o a grado; Napoli e Capua smantellate, e per le

vie di questa trascinato a coda di cavallo, poi impeso pei piedi, indi

strozzato da un buffone Ricardo conte d’Acerra, cognato di Tancredi,

ultimo lustro dell’antica dinastia. Giordano e Margaritone, più ligi

all’imperatore perchè un tempo avevano sguainato pe’ suoi nemici,

inventavano delitti e trame, affine d’intitolar punizione la vendetta.

Uno ch’erasi millantato di poter rendere la libertà e il trono a

Sibilla, fu collocato sopra un seggio di fuoco, con corona di ferro

rovente: massime su ecclesiastici e prelati s’infierì, e chi fu arso,

chi scorticato, chi mutilo, chi mazzerato.

Non che mancare alle condizioni promesse a Genovesi e Pisani, Enrico

li fraudò degli antichi privilegi, proibendo vi tenessero consoli,

e proscrivendo tutti i negozianti forestieri. Del papa non si curò

più che tanto, nè gli chiese l’investitura; onde questo l’avrebbe

scomunicato, se nol tratteneva la naturale bontà, e la speranza che

mantenesse la ripetuta promessa di crociarsi.

Dava fiducia di presti cambiamenti il non aver successori il re svevo;

quando si annunziò che Costanza era feconda. Enrico volle venisse nel

Reame, quasi per dare un re indigeno; e avendo essa partorito a Jesi,

al bambino pose nome Federico Ruggero, come quello che univa i due

sangui nobilissimi. I Ghibellini ne fecero galla; i Guelfi sparsero

ogni sorta di dicerie su questo intempestivo natale[232]; ed Enrico ne

prese baldanza a compiere il disegno del Barbarossa di far ereditario

l’impero in sua casa, tanto più da che trovavasi favorito dalla

vittoria e dai tesori della Sicilia.

Cominciò dal sistemare la media Italia in modo di tener soggetta tutta

la penisola. Pertanto a Filippo, ultimo figlio del Barbarossa e che poi

divenne duca di Svevia, diede in moglie Irene figlia d’Isacco Langelo

imperatore di Costantinopoli, e vedova del primogenito di Tancredi; e

in feudo la Toscana ed altri beni della contessa Matilde: a Markwaldo

d’Anweiler suo siniscalco, e ministro delle crudeltà, infeudò la marca

d’Ancona: a Corrado di Svevia quella di Spoleto usurpandola alla Chiesa

con titolo di rintegrare le imperiali prerogative, e restringendo

il papa a poco più che all’indocile Roma. Vedendosi riminacciato il

giogo degli Svevi, le città guelfe di Lombardia, da lui poste al bando

dell’Impero, rinnovarono a Borgo Sandonnino la Lega Lombarda (1193 — 13

giugno), alla quale diedero il nome Verona, Mantova, Modena, Faenza,

Bologna, Reggio, Padova, Piacenza, Gravedona, oltre Crema, Brescia e

Milano. Così i Guelfi perseveravano nell’assunto loro di campare Italia

dalla straniera servitù.

E servitù veramente minacciava Enrico, avvicendando crudeltà e perfidie

contro i nostri non solo ma anche contro i Tedeschi. Raccolti gli

stati a Magonza, propose di rendere in sua casa ereditario l’Impero, al

quale aggregherebbe Puglia, Calabria, Capua e Sicilia, rinunzierebbe

alla pretensione regia sulle spoglie de’ vescovi e abati defunti,

riconoscerebbe ereditarj i feudi anche nelle donne. A proposte sì

lusinghiere ben cinquantadue principi aderirono: e per vero quel

suo concetto potea tornar buono onde evitare le contestazioni che

rinasceano tra le famiglie aspiranti alla corona della Germania, e

ridur questa sotto leggi uniformi. Ma poteasi mai sperare v’assentisse

il papa, il quale con ciò perdeva un preziosissimo diritto, e snaturava

una dignità, attribuibile non alla nascita ma al merito personale? Poi

a riuscirvi si voleva altro accorgimento politico, e carattere ben

più stimabile che non l’avesse Enrico, il quale, mentre inorgogliva

del tenersi come successore dei romani augusti, operava da inetto

e crudele, scambiava per grandiosi disegni le velleità della sua

ambizione; prometteva alle repubbliche privilegi, al papa di crociarsi,

ai principi di favorirli, e a tutti perfidiava sfacciatamente; poi

trovandosi impotente ai concetti, saltava in furore.

Il divisamento medesimo egli rivoltò in altra guisa, meditando cavare

dalla nullità l’impero bisantino assalendolo come aveano fatto i

predecessori, e sedutosi sul trono di Costantino, congiungere le due

Chiese, e ridurre il papa alla docilità dei patriarchi orientali. A

tal uopo, fingendo secondare la predicazione della crociata, tutto

dispose per questa in Italia e in Germania, e un esercito mandò in

Sicilia; ma in realtà non fece che raddoppiarvi le taglie, e supplizj

di nuova invenzione, fin cinquecento nobili in un sol giorno facendo

bruciare al piè del palazzo[233], quasi tenesse fitto il pensiero di

sterminare tutti i Normanni; sicchè meritò il titolo che i Siciliani

gli applicarono di Ciclopo. Indarno Costanza sua procurava mitigarlo,

compatendo a quelli fra cui era nata e cresciuta, e ch’erano sua

eredità; e di cui ella acquistò l’amore mentre governava, lui assente.

Quand’egli fe mutilare Margaritone grand’ammiraglio, ella s’affiatò

coi nemici dell’imperatore; i Palermitani uccisero molti Tedeschi,

la sommossa scoppiò in diversi punti; e fra questi bollimenti

Enrico fu côlto dalla morte a Messina (1197), di trentatre anni. In

agonia assalito dal rimorso, largheggiò cogli ecclesiastici, offrì

compensi a Ricardo cuor di Leone, alla Chiesa romana fece concessioni

amplissime[234] confessandone la fin allora rinnegata supremazia.

Gl’Italiani spiegarono soprumana allegrezza di questa morte: ne

gemettero i Tedeschi, e sparsero che sua moglie l’avesse attossicato

per vendicare sul marito la patria, resa infelice da quella sciagurata

conquista, che tanti altri mali dovea trarre sull’Italia. Costanza

cercò far cessare in Sicilia il dominio militare e quei che chiamavansi

_costumi tedeschi_, cioè la violenza e il ladroneccio[235]; allontanò

l’odiato Markwaldo, che a stento fuggì la popolare vendetta: ma

anch’essa morì ben presto (1198 — 27 8bre), lasciando solo un bambino,

Federico Ruggero. Di quattro anni, odiato dai popoli, massime dagli

Italiani che d’ogni parte insorgevano, insidiato dagli emuli e dagli

stessi fedeli di suo padre che carpivano i brani del dominio, non trovò

ricovero che sotto al manto del papa, che poi egli dovea faticarsi a

stracciare.

Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15) · 第 8 / 23 题