CAPITOLO LXXXVIII.

Ottone IV. Sviluppo delle Repubbliche, e secondo loro stadio. Nobili e

plebei in lotta. Guelfi e Ghibellini.

In quell’innesto della teocrazia col feudalismo l’imperatore, detto

perciò romano, non si teneva per tale sinchè non fosse coronato dal

papa, quale rappresentante di Dio _per cui solo regnano i re_; e

l’imperatore gloriavasi del titolo di avvocato e difensore della

Chiesa. Primato sovra gli altri re gli attribuiva l’opinione,

favorita dai leggisti, i quali nella dieta di Roncaglia udimmo

sentenziare, secondo i codici di Teodosio e Giustiniano, lui essere

la legge vigente; e il cancelliere del Barbarossa chiamava _reges

provinciales_ gli altri potentati. Ma nel fatto, oltre che i re

operavano indipendenti, il sistema feudale da un lato, dall’altro

l’incremento delle repubbliche attenuava di giorno in giorno

la potenza degl’imperatori. Perfino nella Germania il regnante

procacciavasi fautori col largheggiare franchigie, cioè lentare più

sempre la dipendenza dei dinasti e delle città, le quali, ora mercè

del commercio, ora mediante le leghe, venivano a quella prosperità

materiale, che più non tollera l’oppressione politica. Pure le città

non poterono colà elevarsi a repubbliche come da noi, perchè vi

dimoravano soltanto minuti trafficanti e artieri, mentre i signori

si tenevano nei castelli, soli agitando le lotte fra lo scettro e il

pastorale, fra Guelfi e Ghibellini: nelle nostre, al contrario, si

comprendevano e dotti e signori, avanzi romani e avanzi longobardi

e franchi, e i parteggiamenti giunsero fino alle plebi, le quali

appresero a discutere i diritti, a combattere per un’opinione, e così a

divenir libere.

Il re di Germania, che dominava pure sui regni di Lorena, d’Arles,

di Pomerania, veniva eletto dai grandi signori, non esclusi i primarj

baroni d’Italia. Però ciascun imperante adoprava l’ingerenza che gli

davano il suo grado e la devozione de’ proprj vassalli, onde farsi

destinare successore uno della famiglia stessa.

Al re fruttavano i molti beni della corona sparsi per tutta Germania,

i pedaggi, i fiumi, le foreste, le miniere, porzione delle multe, e

lo spoglio de’ vescovi ed abati defunti: le città doveangli alcune

contribuzioni, e così gli Ebrei per ottenere protezione siccome servi

della Camera imperiale, e i Lombardi o Caorsini che andavano in giro

vendendo spezie e guadagnando d’usure, o, come diciam ora, facendo

commercio di banca. Essendo elettiva la corona, non si aggregavano

ad essa i possedimenti patrimoniali de’ nuovi re eletti: anzi questi,

potendo disporre dei feudi ad essa ricadenti per mancanza d’eredi o di

fellonia, ne arricchivano le famiglie proprie, col qual modo salirono

tanto alto in prima la Casa sveva, poi le povere dei conti di Luxenburg

e d’Habsburg.

All’imperatore spettava il far guerra: ma dovendo i soldati essergli

somministrati dai feudatarj, occorrevagli il consenso di questi. Ora

le lunghe e malarrivate spedizioni di Federico I in Italia aveano

svogliato i signori dallo sciupare forze e denaro per interessi

cui erano estranj; sicchè da quell’ora fino a Sigismondo più non fu

decretata veruna spedizione generale, per quante minaccie o promesse

replicassero gl’imperatori, per quanto paressero richieste dal bene

della patria o della cristianità. Agli imperatori dunque nelle loro

guerre non rimanevano se non gli uomini dovuti dai loro vassalli

particolari, ovvero da paesi a loro direttamente soggetti, come era la

Sicilia per gli Svevi, o da principi e città con cui avessero alleanza.

La Germania era povera; sebbene Lubecca, Anversa, Colonia, Ratisbona,

Vienna, qualche altra città sul Reno o sul Danubio fiorissero di

traffici e industria, e la Fiandra fabbricasse pannilani, il mancare

di strade e di prodotti da cambiare ne impediva la prosperità; molto

denaro n’era anche portato via dalle crociate. Pure allora il commercio

s’andava estendendo; eransi scoperte le miniere d’argento della

Sassonia; col che e colle libertà comunali la Germania avrebbe potuto

vantaggiarsi del primato fra le nazioni europee, e del predominio

che acquistava sopra le genti slave, a domare e incivilir le quali

fortunata lei e noi se avesse dirizzato il suo ardore. Sciaguratamente

gl’imperatori non si contentarono della cristiana supremazia

sull’Italia, e vollero direttamente mestarne gli affari; dove urtatisi

colle repubbliche e coi papi, ebbero conflitti, a’ quali già vedemmo

soccombere una dinastia, e presto vedremo un’altra.

Morto Enrico VI (1197), i signori di Germania credettero a tempi così

momentosi non convenirsi un imperatore fanciullo, com’era Federico

Ruggero. Vero è che suo padre gli aveva indotti a prestargli omaggio,

ma essi non vi si tenevano obbligati perchè non era ancor battezzato.

Filippo di Svevia, figlio del Barbarossa e duca di Toscana, come

il più prossimo parente dell’imperatore, erasi preso lo scettro, la

spada, la corona, il globo d’oro riempito di polvere, la sacra lancia

e il diamante detto smisurato (_der Weile_): fuggendo di qui fra gli

strapazzi degli Italiani, che uccisero anche molti del suo seguito,

andò in Germania, e brigò tanto, che gli stati di Svevia, Baviera,

Sassonia, Franconia e Boemia lo elessero re (1198 — marzo). Ma i Guelfi

gli opponevano Ottone di Brunswick, figlio di quell’Enrico il Leone

duca di Sassonia e Baviera, che lottato col Barbarossa, n’era stato

spossessato, e nipote di Ricardo Cuor di Leone re d’Inghilterra.

Ottone, ardito come questo, gigante della persona, prodigo, soldatesco,

risoluto a reprimere le prepotenze, onde i grandi l’intitolarono

_Superbo_, e i popoli _Padre della giustizia_, impadronitosi

d’Aquisgrana, vi si fece ungere dall’arcivescovo di Colonia; e genti

e signori svaginarono le spade per sostenere ciascuno il proprio

eletto. Onde risparmiare il sangue civile, fu rimessa la decisione al

papa, e questi, esaminatala sotto il triplice aspetto del diritto,

della convenienza e dell’utilità, escluse Federico perchè non se ne

conosceano l’intelletto e il cuore, e la Scrittura dice: _Guaj alla

terra, cui re è un fanciullo_; riprovò Filippo come usurpatore delle

giustizie della Chiesa in Toscana[249], e perchè teneva ancora prigioni

il vescovo di Salerno e la famiglia reale di Tancredi; lodò Ottone, ma

parvegli eletto da troppo scarsi voti. Professavasi dunque imparziale

tra una famiglia sempre ostile e l’altra sempre favorevole alla Chiesa,

sicchè, scontenti del pari, i due emuli avventaronsi all’armi; sinchè,

indotto dai Guelfi, il papa mandò un legato che scomunicasse Filippo e

i suoi, e dicesse Ottone legittimo imperatore.

Questi, davanti a tre legati pontifizj (1201 — 8 giugno), prestò

un giuramento siffatto: — Io Ottone, per grazia di Dio, prometto e

giuro proteggere con ogni mia forza e di buona fede il signore papa

Innocenzo, i suoi successori e la Chiesa romana in tutti i dominj

loro, feudi e diritti, quali sono definiti dagli atti di molti

imperatori, da Lodovico Pio fino a noi; non turbarli in ciò che già

hanno acquistato, ajutarli in ciò che lor resta ad acquistare, se il

papa me lo ordini quando sarò chiamato alla sede apostolica per la

corona. Inoltre presterò il braccio alla Chiesa romana per difendere

il regno di Sicilia, mostrando al signore papa Innocenzo obbedienza e

onore, come costumarono i pii imperatori cattolici fino a quest’oggi.

Quanto all’assicurare i diritti e le consuetudini del popolo e delle

Leghe Lombarda e Toscana, m’atterrò ai consigli e alle intenzioni della

santa Sede, e così in ciò che concerne la pace col re di Francia. Se la

Chiesa romana venisse in guerra per causa mia, le somministrerò denaro

secondo i miei mezzi. Il presente giuramento sarà rinnovato a voce e

per iscritto quando otterrò la corona imperiale».

I Tedeschi, che vorrebbero vedere sempre l’imperatore sovrapposto al

pontefice, e l’Italia sottomessa alla Germania, rinfacciano a Ottone

quest’atto, dove in sostanza ciò che il papa esigeva era l’indipendenza

della Chiesa e dell’Italia. I principi tedeschi se ne indignarono, e

ne scrissero parole risolute ad Innocenzo, il cui favore non toglieva

che svenisse il partito di Ottone, considerato scialacquatore della

nazionale sovranità. Intanto Filippo di Svevia moriva trucidato (1208),

quinto figlio del Barbarossa che finiva in valida età, lasciando sol

quattro figlie; nè di quella casa sopravviveva che Federico Ruggero.

Allora, dopo dieci anni di contesa fra guerresca e politica, mediante

le premure di Roma i suffragi si raccolsero tutti sopra Ottone:

anzi, per togliere in avvenire le scissure e insieme le ambizioni

di qualc’altra famiglia, fu istituito che nessuno pretendesse alla

corona germanica per diritto ereditario; l’elezione fosse devoluta a

tre principi ecclesiastici, cioè gli arcivescovi di Magonza, Colonia,

Treveri, e tre laici, cioè il palatino del Reno, il duca di Sassonia,

il marchese di Brandeburgo; e quando i voti fossero pari, anche il re

di Boemia. Da quel punto al popolo non rimase più parte alcuna nelle

nomine, e gl’italiani ne restarono affatto esclusi. Ottone avendo

sposato Beatrice (1209) figlia dell’ucciso Filippo, rannodò le due

case de’ Guelfi e degli Hohenstaufen, e svelse dalla Germania quella

gramigna funesta de’ Guelfi e Ghibellini mentre appunto essa pigliava

rigoglio in Italia.

Qui, in dodici anni dacchè tedeschi eserciti non apparivano,

le Repubbliche aveano preso incremento. Determinate da bisogni

individuali, esse non avevano preteso estendere le franchigie su

tutto il paese, distruggere ogni orma della sofferta oppressione,

piantare l’uguaglianza di tutti in faccia alla legge. Del Comune da

principio facevano parte soltanto i capitanei e valvassori e arimanni;

poi vi si aggiunsero i borghesi liberi, ceto medio, cresciuto sì per

l’arricchimento del commercio, sì per molte case nobili che giurarono

la città, sì per quelli che vi rifuggivano dai signori feudali o

ecclesiastici. Il resto degli abitanti dipendeva ancora dai nobili o

dai visconti vescovili, in qualità di servi o d’uomini ligi, con patti

che spesso riducevansi in carta, e che tanto vagliono a manifestare la

condizione personale de’ popolani[250].

Gli antichi conti della città eransi ritirati alla campagna, dove

conservavano i possessi e le giurisdizioni; sicchè i contadi rurali

od erano frazioni d’antico contado cui era stata tolta la città, o

porzioni assegnate da un conte ai proprj figliuoli. Quei di Bergamo

nel X secolo aveano avuto per quattro generazioni la suprema dignità

di conti del regio palazzo, e furono imparentati coi marchesi d’Ivrea

e di Toscana: costretti poi ad uscir di città, si indebolirono

suddividendosi nei conti Almenno, Martinengo, Camisano, Offenengo

ed altri[251]. Sotto il 1222 gli storici annoverano una quantità

di castelli donati o ceduti a Bergamo dai possessori, come Morníco,

Cologna, Grumello, Solto, Plenico, Cene, Civedate, Telgate, Villadadda,

Morengo, Calepio, Sárnico, la Bretta e via; e già prima v’erano stati

indotti o costretti i canonici e il vescovo. Milano, che prima limitava

la sua giurisdizione a un raggio di tre miglia, sottopose i contadi del

Seprio, della Bulgaria, della Martesana, di Parabiago, di Lecco[252].

I conti di Verona si ritirarono a San Bonifazio, donde presero il

titolo: quei di Padova, fra i colli Euganei, coi titoli di Baone,

Àbano, Maltraverso e altri. E tutti dominarono sulla campagna, rubando,

ponendo pedaggi, escludendo, serrandosi attorno a un principale, che

intitolavasi vicario imperiale e che aveva una scorta di Tedeschi:

del resto avversando i Comuni, ridendo dei consoli e degli statuti,

pronti ad affollarsi intorno al piccolo esercito che l’imperatore

conducesse in Italia, trasformando in valanga l’impercettibile nucleo

degli oltramontani; e continuar battaglie e invasioni anco dopo partito

quello.

Non poteva darsi che le città libere gran tempo tollerassero attorno

a sè borghi servilmente sottoposti a feudatarj privilegiati d’assoluta

giurisdizione, conservatori degli abusi detestati. Se a Costanza avean

acquistato il diritto di far guerra alle città lontane, tanto più

ai castelli vicini: onde coglievano le occasioni di portarvi la più

legittima delle guerre, quella che propaga e francheggia i diritti

dell’uomo. Talora scendeasi a patti, e la campagna restava emancipata

dalle parziali servitù. Asti mosse contro ai duchi di Monferrato,

Chieri agli arcivescovi di Torino: quei di Borgo Sansepolcro intimarono

ai tanti castellani di val Tiberina di lasciare le rôcche, chi non

volle costrinsero, e diroccato il castello di Mansciano, ne portarono

via le pietre, di cui edificarono i proprj baluardi, e una campana

che posero sulla torre di Berta[253]. Gli abitanti di Vico, Vasco,

Breo, Carassone, guasti dalle male intelligenze coi Lombardi e

coll’imperatore, si proposero una reciproca unione, della quale fu

frutto la terra di Mondovì. I Pavesi respinsero il conte rurale, che

si rifuggì a Lumello; ma quivi pure incalzato, ebbe a smettere la sua

giurisdizione, e rendersi cittadino e suddito della sua città[254].

I consoli di Biandrate appajono già in una carta del 5 febbrajo

1093, dove quei conti ai militi abitanti le loro terre danno una

specie di costituzione, e «delle discordie e concordie attenderanno

quel che decidano i dodici consoli eletti; i quali giurano giudicare

le liti insorte come meglio sapranno giovare al Comune, salva la

fedeltà ai signori». A Guido di Biandrate, che tanto di lui ben

meritò, Federico Barbarossa concedeva ampio privilegio, togliendolo

in protezione, confermandogli i beni e onori che aveva avuto da’ suoi

antecessori, stabilendo non deva esser chiesto in giudizio se non

davanti all’imperatore; per tutto il vescovado di Novara gli conferma

la capitananza (_conductum_), e che niuna battaglia si faccia se non

lui presente; gli uomini di quel contado abbiano egual diritto di

vendere e comprare in tutto il vescovado di Novara, Vercelli, Ivrea,

quanto i mercanti d’essa città. Poi il conte di Biandrate nel 1170 fece

concordia coi Vercellesi, cedendo il suo castello di Montegrande, i cui

abitanti siano ricevuti pacificamente a Vercelli, senza ch’egli però

perda la fedeltà d’essi castellani; cede pure quanto ha in Candelo,

Arborio, Albano e di qua dalla Sesia; due volte l’anno farà per essi

campo, e sarà in oste con trecento uomini; abiterà in Vercelli, e farà

giurare a quaranta suoi militi di comprarvi case; darà della sua cassa

diecimila lire pavesi; farà dare il fodro da essi militi agli uomini

di Vercelli, come sogliono gli altri concittadini; farà fine e pace

di tutti i danni recati a sè e alla casa sua; non porterà guerra senza

il consiglio de’ consoli maggiori e dei consoli di Santo Stefano e di

tutta la credenza; non alzerà castello dalla valle della Sesia e da

Romagnano in giù, nè vi farà conquista di castello o torre o corte.

Erano quei di Biandrate i più potenti signori del contorno di Milano,

ma ben presto il loro castello fu assediato e distrutto, e dispersine

gli abitanti in quattro villaggi: e Novara facea statuto, che il

console giurasse di tener distrutto Biandrate, ogn’anno visitarlo

due volte, e se nel ricinto della fossa sorgesse alcuna casa, la

demolirebbe fra venti giorni. Altre terre rimaste dovetter quei conti

cedere a Novara nel 1247 per ottomila lire, con cui comprare una casa

e terreni nel distretto. I conti infestavano tuttavia la val di Sesia,

volendo contaminar tutte le fanciulle: sinchè i paesani indignati li

scannano tutti, sol una fanciulla serbando, alla quale infliggono

gli oltraggi che le loro aveano sofferto. Altre terre possedeano

sull’Astigiano, e avendo nel 1250 rubato del panno a mercanti, la

città li punisce privandoli dei villaggi. Su un di questi avventavasi

notturno nel 1290 il conte Manuele; ma gli Astigiani invadono le terre

di esso, ne devastano i vigneti e le biade, uccidono suo figlio: talchè

il conte, per salvare il resto, cede il castello di Porcello alle

città, e vende a chi più ne dà i castelli di Montacuto e Santo Stefano.

Patti consimili ma più largamente esplicati si convennero tra i

Vercellesi e i marchesi di Monferrato, aggiungendo la promessa di

ajutar questi dalla Lega Lombarda, cioè col pregare i collegati e

intercedere per essi.

Il Comune di Brescia (se la cronaca di Ardicio è genuina) fin dal

1104 avea lega e società con altri della Lombardia e del Trevisano,

giurata nel chiostro di Palazzuolo: dai Martinengo comprava il castello

di Orzivecchi, dai conti Lumellini quanto possedeano nella diocesi

a titolo feudale, dai conti Calepio i castelli di Sárnico, Merlo,

Calepio, obbligandoli ad impiegare il prezzo in acquistare allodj nel

Bresciano; riceveva in protezione gli abati di Leno e Sant’Eufemia;

distruggeva il forte di Montechiaro e quel di Gavardo cacciandone

il presidio; così smantellò Asola ch’era dei conti di Casalalto,

e il forte di Monterotondo. Un consiglio del 1203 stabilisce che

gli abitanti di ville e castelli comprati da nobili non addetti al

Comune devano prestar giuramento alla repubblica. Ne’ cui statuti

è prescritto, chi vuol diventare cittadino, fabbrichi una casa

nella città, e rimangavi sempre, eccetto un mese di primavera, uno

d’autunno; privati non possano eriger forti in Pontevico, Palazzuolo,

Mura, Quinzano, Caneto, Gavardo, Iseo; e tutti i curati e dignitarj

ecclesiastici siano bresciani[255].

I conti di Treviso si piantarono ne’ loro possessi sul Piave, ma senza

nimicarsi colla città, nella quale sostennero molti uffizj comunali, e

conservarono anche il titolo, che poi mutarono in quel di Collalto. Di

Treviso stessa presero la cittadinanza nel 1183 Vecello e Gabriele da

Camino, e nel 1190 Matteo vescovo di Céneda, pattuendo che quel Comune

esercitasse la giurisdizione nella sua diocesi. Bertoldo patriarca

d’Aquileja nel 1220 si ridusse cittadino di Padova, e in segno vi

fabbricò palazzo, si sottopose ai dazj e alle taglie, e mandava

ogn’anno dodici cavalieri a giurare obbedienza al nuovo podestà: lo che

imitò pure il vescovo di Feltre e Belluno[256]. Padova stessa obbligò

i marchesi d’Este a venir cittadini, ed immurare le porte della loro

rôcca. Parma sottomette Salsomaggiore, obbligandolo a pagare dieci

soldi ogni san Martino(1138), e Uberto Pelavicino che le fa omaggio di

San Donnino (1140): Piacenza sottomette Caverzago, Collagura, Specchio,

Fabricà; nel 1138 compra metà del castello di Montalbo, metà nel 48;

sottopone la valle e il borgo di Taro; Moruello Malaspina nel 1194

prende la cittadinanza di Piacenza, mentre altri di quella famiglia si

accomandavano a Lucca. I Córvoli del Frignano nel 1156 affidaronsi con

Modena a questi patti: ajutare la città contro chicchefosse, eccetto

il duca Guelfo d’Este e suoi ligi e vassalli; dimorare in città colle

lor donne ogni anno un mese in tempo di pace, due in tempo di guerra;

lasciare ai cittadini traversar liberamente le loro terre, nè tenere

mai chiusi i castelli a’ magistrati della città; obbligare i loro

villani a pagare sei denari lucchesi per ogni par di bovi, eccetto

i castellani, valletti e gastaldi. Modena obbligavasi di rimpatto

a investirli di certi beni e castelli ch’essi doveano conquistare,

ajutarli a rivendicare certe ragioni da altri nobili, e proteggerli

contro i nemici[257]. Faenza demolisce Selvamaggiore (1098), combatte

i conti di Cunio (1115), demolisce la Pergola (1135); distrugge

Solarido (1138) diviso fra le due lottanti famiglie de’ Silingardi e

de’ Guglielmi, sbrattando così la via di San Giuliano; nel 1144 assalta

Castelleone; nel 1149 Cunio, Donigaglia, Bagnacavallo, che pretendeano

un censo da’ Faentani che vi tenesser banchi. Il conte dovette cercar

pace mettendo casa in Faenza, lasciando mettere in Cunio guarnigione

faentina, e ritraendosi dalla politica: ma ben presto, sotto titolo che

abbia mancato ai patti, è assalito e distrutto il castello. Poi vien la

volta di Lacerata, di Modigliana, di Bagnacavallo.

Terracina ai Frangipani, già signori della città, poi ritiratisi a

Circello e Traversa, vieta di accostarsi oltre la chiesa di S. Nicola

fuor le mura, fuorchè per affari e senz’armi nè seguito. Benevento

sfascia Apice, Terroggia, Sableta, ove Roberto Sclavo ora imprigionava

i passeggeri, or li spogliava od uccideva, come faceano pure i signori

di Frassineta, per ciò spodestati.

I Bolognesi avevano preso i castelli di Corbara, Sassatello,

Monteveglio, Monte Cadumo, Ibora, Dozza, Fagnano, e avuti a soggezione

i signori Cetolani, Savignanesi, di Oliveto, Moreto, Caneto[258]. Egual

movimento ci si mostrerà in Toscana.

Casse in tal guisa le giurisdizioni feudali, le tenute appartenevano

tutte a cittadini, ed erano coltivate da pigionanti e mezzajuoli,

trasformandosi il sistema tedesco dei possessi, e ai servi sottentrando

liberi coltivatori.

Liberi, ma non per questo erano considerati come popolo, cioè donati

della piena cittadinanza; e l’infima gente e gli operaj non restavano

rappresentati nel Governo, non votavano le imposizioni che essi

medesimi pagavano, o la conversione di esse. Ma in ogni rivoluzione, al

primo passo che consiste nel liberarsi, suole tener dietro l’altro, ove

la classe liberatrice vien giudicata tiranna o insufficiente, e una più

bassa pretende prima eguagliarla, poi soverchiarla. Alla rivoluzione

che affrancò i Comuni aveano data principal opera i nobili e i meglio

stanti, che in conseguenza diedero i consoli e i magistrati; gloria

particolare di molte prosapie nostre, di derivare la loro nobiltà dai

liberatori della patria.

Ben presto i plebei pretesero parte al governo, e questa seconda

êra delle repubbliche valse un secolo intero di agitazioni, ora

costituzionali, ora violente. Dentro le città cominciarono dunque a

contendere nobili e borghesi, quelli volendo ricuperare l’autorità che

un tempo aveano posseduta, questi pretendendo in prima parteciparvi

equamente, poi arrogarla a sè soli. La quale contesa non è altro se

non quella che tuttodì si agita nei paesi costituzionali, cioè se a’

soli proprietarj devasi concedere pienezza di diritti: stantechè non al

sangue si faceva mente, ma ai possessi; nobile era chi avesse.

I grossi nobili o casatici, discendenti dagli antichi conti e marchesi

e capitanei, tradizionalmente poderosi, e sostenuti dagl’imperatori,

s’erano abituati al comando sui loro feudi; ed anche giurandosi

cittadini, conservavano i possedimenti e le rôcche, dalle quali sì

spesso erano invitati alle magistrature urbane. Alla plebe, attenta

alle arti e ai traffici, non era possibile esercitarsi nell’armi,

che al contrario formavano l’occupazione e il sollazzo dei nobili;

onde a questi bisognava ricorrere ne’ casi di guerra, massime per la

cavalleria. Anche dopo svestite le armi, al comandare erano predisposti

dal patronato che esercitavano sopra gli antichi loro servi e gli

attuali clienti; dall’inclinazione a riverire nei figliuoli le doti

e i meriti de’ padri; dal trovarsi fra sè legati per parentele o

per ispirito di corpo; dall’avere sì larghi possessi che poteano a

loro voglia affamare la città. Chiamati podestà o capitanei in paesi

forestieri, contraevano l’abitudine dal maggioreggiare, che tanto

facile s’acquista quanto difficilmente si smette; e anche nel proprio

Comune ottenevano onoranze sì per le cariche sostenute, sì pel fregio

della cavalleria. In qualche città soli nobili aveano gli impieghi,

come sembra fosse in Bergamo, ove non appajono contese fra nobili e

plebei, ma de’ nobili fra loro.

Altre volte questi, impediti di prepotere legalmente, volgeansi

all’infima classe, esclusa dal governo e tributaria della città; la

blandivano perchè più docile, e perchè non aveva nè diritti da opporre

ai loro, nè ricchezze per egualiarli; e se le facevano sostegno ne’

tribunali, o nei richiami contro l’oppressione: di che sorgevano due

fazioni, la nobiltà unita ai plebei, e i borghesi indipendenti da

quella. Si contrariavano esse ne’ partiti, nelle elezioni, nei piati,

e spesso il litigio incalorivasi fino a venire alle mani. Vincevano i

nobili? eccoli padroni delle cariche, arbitri delle leggi, e decretare

quanto meglio torna al loro ordine; applauditi dalla ciurma, che al

solito astiava i cittadini grassi. Soccombevano? ritiravansi nelle

avite rôcche, aspettando di ritornar necessarj per essere ridomandati,

o, data occasione, rientrare a forza. Come avviene dei conflitti in

città, la plebe per lo più restava vincitrice; e inetta a governarsi,

e facile ad essere raggirata dagli scaltri, s’appoggiava ad un signore

territoriale, concedendogli poteri illimitati, quali deve averli chi

rappresenta il popolo, e così spianando la via alle tirannidi. Quei

medesimi baroni che aveano giurato il Comune, oltre esercitare nelle

città il potere o l’ingerenza che deriva dall’antica abitudine del

comando, dalla ricchezza e dalla pratica delle armi, negli accordi

eransi riservati certi diritti di guerra e di alleanza, e prerogative.

Per quel carattere personale che aveano tutti gli obblighi nel sistema

feudale, a simili accordi poteasi rinunziare ad arbitrio; e poichè

talvolta il nobile era cittadino di due Comuni, cercava appoggio

dall’altro qualora coll’uno cozzasse: fomento a fraterni dissidj.

Difficilmente poi rinunziavano al diritto preziosamente mantenuto delle

guerre private, e dentro le città stesse moveansi battaglie tra loro;

perciò munivano i palazzi a guisa di fortezze, con ponti levatoj e

torri e catene per le vie. Trentadue torri coronavano o minacciavano

Ferrara, cento Pavia, poco meno Cremona e Bologna: diecimila a Pisa,

dice Beniamino da Tudela, e «creda chi vuole» esclama il Muratori;

a Firenze l’architettura massiccia, coll’enormi bugne, le anguste

finestre, le molte torri, e le porte ferrate, attesta ancora quello

stato di guerra da vicino a vicino. Lo statuto di Genova proibiva di

lanciare projetti dalle torri, neppure in occasione di combattimento:

se ne seguisse omicidio, la torre veniva demolita; se no, multa di

venti lire; e se il padrone non potesse pagarla, distruggevansi due

solaj d’essa torre. Talvolta una città era divisa tra più signori, e

per esempio in Mantova i Bonaccossi e i Grossolani erano capi-parte

nel quartiere di Santo Stefano, gli Arlotti e i Poltroni in quello di

Cittavecchia, i Riva e i Casaloldi in quel di San Jacopo, i Zanecalli e

i Gaffari in quel di San Leonardo. Bisognava dunque munire un quartiere

contro l’altro, serragliare i ponti, sorvegliare le strade.

Nelle città più floride per commercio, i mercanti vollero partecipare

alla sovranità d’una patria, al cui prosperamento sentivano aver tanto

contribuito. E fin qui chiedeano il giusto; ma l’irritamento prodotto

dal contrasto e la baldanza del successo li spinsero a volere esclusi

quelli, cui da principio non avevano che domandato di compartecipare.

Firenze rimosse dalla Signoria chi non fosse matricolato in un’arte; i

nove signori di Siena e gli anziani di Pistoja dovean essere mercanti o

della classe mezzana; altrettanto in Arezzo; di maniera che per infamia

notavansi tra’ nobili chi mal meritasse del Comune. Modena pure ebbe un

registro sì fatto, e l’imitarono alcun tempo Bologna, Padova, Brescia,

Genova ed altre città libere sullo scorcio del xiii secolo. Anzi a Pisa

i nobili erano esclusi dal far testimonianza contro un plebeo; pena la

testa se uscissero di casa con arme o senza quando si faceva rumore; e

bastava la voce popolare per condannarli[259]. Il cencinquantesimo del

libro I degli statuti di Roma prescrive che un barone o una baronessa,

i quali abbiano una lite civile o criminale con un popolano, non

possano entrare in palazzo, ma solo i loro avvocati e procuratori; e se

il popolano comprometter voglia la lite in due popolani, essi baroni

sieno costretti starvi: nè tampoco il giudice della causa possa mai

parlare con essi barone e baronessa.

A Lucca soli i cittadini abitanti in città costituivano propriamente

la repubblica; gli altri chiamavansi _foretanei_ se oriundi lucchesi,

e _foresi_ se avveniticci, e non partecipavano ai privilegi urbani.

I cittadini poi divideansi in potenti o casatici, e popolari. I

casatici non solo erano esclusi dal governo e dalle società delle

armi del popolo, come i cavalieri e cattanei, ma non si ammettevano

a testimoniare contro popolani; mentre questi non erano puniti

di calunnia se non potessero provare la incolpazione data ad

un patrizio[260]. Era insomma un ricolpo de’ mercadanti contro

l’aristocrazia, della ricchezza industre contro la territoriale. I

commercianti e i possessori apparecchiavano governi a tutto vantaggio

della propria classe e a danno dell’altra, senza riguardo al grosso

della popolazione, che però acquistando di forza, sorgeva colle sue

pretensioni, ed aumentava quel bollimento universale.

Noi non teniamo vera repubblica se non il governo di tutti per

vantaggio di tutti: l’antagonismo conduce necessariamente a rotture,

e queste riescono a rivoluzioni o di governo o di piazza; ma

come evitarle sinchè stanno a fronte due razze non ancora fuse, i

conquistatori e i conquistati? I nobili si agitavano e combattevano

perchè n’aveano i mezzi; atteso il gran numero di parenti, avvolgeano

ne’ loro litigi lo Stato intero; e perciò diceasi che i nobili

erano la ruina del paese. Pure in essi si suppongono educazione più

accurata, sentimenti meno interessati, spirito di famiglia conservato:

vi occorrono maggiori esempj di fermezza, come a Sparta, a Roma, a

Venezia, attesochè, non conoscendo superiore che Dio, elevano gli

spiriti sovra il resto della nazione, e di grandi cose li fa capaci

l’emulazione de’ loro pari. Ma facilmente trascendono in oligarchia,

non soltanto insuperbendo della propria indipendenza, ma minacciando

l’altrui; e per restare tirannetti ne’ castelli, piaggiano i regnanti,

despoti e schiavi al tempo stesso.

D’altro lato è agevole e comune il lanciare un motto di sprezzo sui

governi di mercanti: ma oseremo noi farlo quando vediamo Firenze durare

sì lunghi e magnanimi sforzi, elevarsi a splendidissima civiltà,

ed ultima conservare sua franchezza in Italia? Certo, la esclusione

dei nobili sottraeva forze utilissime alle repubbliche italiane; il

Governo decretava parzialissimo; i popolani grassi e la gente nuova

trascorsero a fasto e prepotenza quanto i nobili, senz’essere sostenuti

come questi dal lustro de’ padri, che pur lusinga le plebi. Le quali se

veneravano nel signor d’oggi la memoria del magistrato e del capitano

antico, mal si rassegnavano all’aristocrazia mercantile, sia perchè

più speculatrice e men generosa, sia perchè duole il veder coloro

che soleansi riverire conculcati da altri, cui unico merito erano i

sùbiti guadagni. Adunque sprezzati dalle famiglie, sgraditi alla plebe,

minacciati da superiori e da inferiori, dovettero i mercanti reggersi

anch’essi con modi arbitrarj ed assoluti.

Non che dunque la gara fra nobili e plebei fosse misero parto della

libertà, nasceva dal non essersi, al tempo della rivoluzione, ottenuta

intiera la franchezza e lasciate accanto ai liberi Comuni la campagna

servile, le giurisdizioni feudali, e dappertutto la sciagurata

ingerenza degl’imperatori. In grazia della quale le contese cittadine

furono inacerbite dalla divisione di Guelfi e Ghibellini.

Questi nomi, nati in Germania (pag. 89), furono troppo presto adottati

dall’Italia per designare due partiti, in lei da secoli contrariantisi;

li conservò quando più non s’udivano negli altri paesi, e per essi

straziò le proprie viscere anche quando già era fatta cadavere. «Quelli

che si chiamavano Guelfi, amavano lo stato della Chiesa e del papa;

quelli che si chiamavano Ghibellini, amavano lo stato dell’Imperio e

favorivano l’imperatore e suoi seguaci» (VILLANI). Ne’ primi prevaleva

il desiderio di vendicarsi della dinastia sveva, e sviluppare da

ogni legame forestiero la libertà dei Comuni: i Ghibellini credeano

che il conservarsi ciascun paese in libertà, senza dipendere da un

poter superiore, recherebbe inevitabilmente a discordie, per le quali

gli Italiani si logorerebbero colle proprie forze. Gli uni dunque

aspiravano come a supremo bene alla indipendenza dell’Italia, e che

potesse ordinare i proprj Governi senza influsso forestiero: gli altri

vagheggiavano l’unità del potere, come unico modo di fare l’Italia

concorde entro e rispettata fuori, dovesse pure sminuirsene la libertà

fortuneggiante.

Erano dunque due partiti generosi e con aspetto entrambi di equità;

e solo que’ liberalastri che nel passato rivangano ragioni di

oltraggiare i presenti, possono sentenziare infamia o apoteosi all’uno

o all’altro. I due partiti riconoscono un principio superiore a tutte

le rivoluzioni, la distinzione del potere temporale dall’ecclesiastico,

dello spirito dal comando, della fede dal diritto, della coscienza

dell’individuo dal vigore della società, dell’unità umana dall’unità

civile. Il prevalere d’ognuna di queste tesi porta necessariamente

l’antitesi dell’altra; se la Chiesa si fa democratica col popolo,

l’impero si fa democratico colla plebe; se i Guelfi stabiliscono

l’eguaglianza, i Ghibellini vogliono tutelarla colla legge; se prevale

l’idea della libertà individuale, rendesi necessario frenarla colla

potenza sociale. Il sapere con qual dei due stesse la miglior ragione è

viepiù difficile a chi non sappia trasferirsi in quell’età e valutarne

le condizioni e gli avvicendati mutamenti; giacchè può ben disputarsi

se le fasce convengano o no al bambino, ma traviserebbe la quistione

chi rispondesse che all’uomo adulto non stanno bene. Quelli che non

apprezzano la libertà se non politica, e questa negativa, oppositrice,

non sanno credere che il papato rapresentasse per tutto il medio evo la

parte più franca ed avanzata, unico oppositore alle prepotenze, unica

voce del popolo contro i guerrieri, del pensiero contro le lancie.

Matteo Villani chiamava la parte guelfa «fondamento e rôcca ferma e

stabile della libertà d’Italia, e contraria a tutte le tirannie, per

modo che, se alcuno diviene tiranno, conviene per forza ch’e’ diventi

ghibellino, e di ciò spesso s’è veduto l’esperienza». E soggiunge:

— L’Italia tutta è divisa mistamente in due parti; l’una che séguita

nei fatti del mondo la santa Chiesa, secondo il principato che ha da

Dio e dal santo Imperio in quello; e questi sono denominati Guelfi,

cioè _guardatori di fe_; e l’altra parte seguitano l’Imperio, o fedele

o infedele che sia nelle cose del mondo a santa Chiesa, e chiamansi

Ghibellini, quasi _guida belli_, cioè guidatori di battaglie, e

séguitane il fatto che per lo titolo imperiale sopra gli altri sono

superbi e motori di lite e di guerra. Gl’imperatori alamanni hanno

più usato favoreggiare i Ghibellini che i Guelfi, e per questo hanno

lasciato nelle loro città vicarj imperiali con loro masnade; i quali

continuando la signoria, e morti gli imperatori di cui erano vicarj,

sono rimasti tiranni, levata la libertà a’ popoli, e fattisi potenti

signori e nemici della parte fedele a santa Chiesa e alla loro libertà.

E questa non è piccola cagione a guardarsi dal sottomettersi senza

patti a detti imperatori. Appresso è da considerare che i costumi e i

movimenti della lingua tedesca sono come barbari e strani agl’italiani,

la cui lingua e le cui leggi e costumi, e i gravi e moderati movimenti,

diedono ammaestramento a tutto l’universo, e a loro la monarchia del

mondo. E però venendo gli imperatori d’Alemagna col supremo titolo,

e volendo col senno e con la forza d’Alemagna reggere gl’italiani,

non lo sanno e non lo possono fare: e per questo nelle città d’Italia

generano tumulti e commozioni di popoli, e se ne dilettano per essere

per controversia quello che essere non possono nè sanno per virtù o per

ragione d’intendimento, di costumi e di vita. E per questo la necessità

stringe le città e i popoli, che le loro franchigie e stato vogliono

mantenere e conservare, e non esser ribelli agl’imperatori alamanni, di

provvedersi e patteggiarsi con loro; e innanzi rimanere in contumacie

con gl’imperatori, che senza gran sicurtà li mettano nelle loro

città»[261].

Da qui, e più dalla serie storica appare come i Guelfi non volessero

sottrarsi da ogni soggezione degl’imperatori, bensì non sottoporvisi

che a patti; sicchè oggi si paragonerebbero al partito costituzionale.

Chi guardi i mali che gl’imperatori cagionarono all’Italia, e

l’esecrazione che popolare dura fin oggi contro il Barbarossa; chi

pensi che le più generose città, Milano e Firenze, stettero sempre

antesignane della parte guelfa, e che quest’ultima diede l’estremo

ricovero all’indipendenza italica, mentre chi voleva tiranneggiare

un paese ergeva bandiera ghibellina, propende a desiderare che i

Guelfi fossero prevalsi, e le città ordinatesi a comune sotto il manto

del pontefice, che coi consigli le dirigeva, e coll’armi spirituali

reprimeva gli stranieri.

Gli alti e insegnati uomini che caldeggiarono il sentimento ghibellino,

od erano gente stipendiata dagl’imperatori come Pier dalle Vigne, o

infatuati dell’antichità come i giureconsulti, o trascinati da passione

come Dante, il quale, sbandito da’ Guelfi, si fe ragionato propugnatore

della opinione avversa: eppure nel suo libro _Della monarchia_, ove

(credo senza servilità d’animo, ma per quella stanchezza del parteggiar

cittadino che cerca riposo fin nel despotismo) assoda la incondizionata

tirannide, brama che l’Italia riducasi sotto un imperatore, bensì a

patto che questo sieda in Roma. Chi più ghibellino del Machiavelli?

eppure con magnanimo voto chiude l’abominevole suo libro.

D’altra parte i diritti imperiali intendevansi allora ben altrimenti

da oggi, importando essi nulla meglio che una supremazia, innocua

alle particolari libertà. Pertanto i Guelfi ideando la teocrazia si

mostrarono più immaginosi, probi utopisti; i Ghibellini, più reali e

pratici, ricordavano che le società sono fatte d’uomini e per uomini:

lo spirito democratico dei primi declinava all’insolenza individuale

e alla sregolatezza; l’idea organatrice degli altri li portava alla

forza e alla tirannide: ma in fondo la loro è la causa stessa, la

stessa divisione che appare in tutte le storie, di plebei e patrizj,

di schiavi e franchi, di Rose Rossa e Bianca, di Cavalieri e Teste

Rotonde, di progressisti e retrivi, di liberali e servili.

È natura delle fazioni di svisare il più onesto scopo; e abusandone

o esagerando o traviando, porre il torto dov’era la ragione. I grandi

feudatarj che i perduti privilegi ambivano ricuperare, non ne vedeano

via che coll’attaccarsi all’imperatore e appoggiarne le pretendenze:

sempre poi amavano meglio dipendere da esso, grandissimo e lontano,

che non dai borghesi, da villani rifatti, da un frate che talora li

dirigeva. Chiarivansi dunque ghibellini, stimolavano l’imperatore a

calare in Italia, e per contrariare al papa furono sin veduti favorire

gli eretici.

Gran potere davano ai papi nella bassa Italia l’alto dominio sopra la

Sicilia; nell’alta, i radicati rancori contro gli Svevi; dappertutto

le insinuazioni del clero e massime dei frati, guide dell’opinione, la

quale può tutto ne’ governi a popolo, dove si delibera secondo fantasia

e sentimento. L’imperatore valeva sulle repubbliche soltanto colla

forza delle armi, giacchè non è facile guadagnare tutta una gente,

sempre gelosa di chi possiede l’autorità. Al pontefice non restava che

l’efficacia della persuasione: ma anch’egli principava, e disponeva

d’eserciti, e spesso, come uomo, serviva a private passioni; e i Guelfi

sposavano talora una causa, non perchè giusta e confacevole alla

libertà, ma perchè dal pontefice preferita. I Ghibellini han vinto;

Italia non ha ancora finito di piangerne.

Nè li crediate meri nomi di taglia: avevano Comune, sindaci, podestà

proprj; nascevasi d’una tale parzialità, e diserzione consideravasi

il passare ad altra; i trattati si facevano a nome della repubblica

e della fazione prevalente. Fin nei minuti costumi doveano fra loro

sceverarsi: questi un berretto, quegli un diverso usavano; due finestre

aprivano i casamenti dei Guelfi, tre i Ghibellini; quegli alzavano

i merli quadrati, questi a scacco; e la nappa, o un fiore[262], o

l’acconciatura de’ capelli, o il saluto, e fin il modo di trinciare il

pane o di piegare il tovagliuolo discernevano il Guelfo dal Ghibellino.

I Ghibellini giurano alzando l’indice, i Guelfi il pollice; i primi

tagliano i pomi di traverso, i secondi perpendicolarmente; quelli

adoprano vasi semplici, cesellati questi; il modo di passeggiare, di

scoccar le dita, di sbadigliare, di arnesar gli animali, la dritta

o la sinistra, il numero due o il tre, tutto insomma divien segnale;

i Bergamaschi conobbero che certi Calabresi eran di fazione opposta

al modo di tagliar l’aglio. A Firenze, coi beni tolti ai Ghibellini

espulsi si formò una _massa guelfa_ onde mantenere e invigorire la

parte trionfante; un magistrato apposta la amministrava con tre capi

bimensili, consiglio secreto di quattordici membri ed uno grande di

sessanta, tre priori, un tesoriere, un accusatore dei Ghibellini;

società regolare e permanente, armata e ricca, che si sostenne quanto

la repubblica.

Al tempo di Carlo d’Angiò e per suo suggerimento i Parmigiani formarono

(1266) una _Società de’ Crociati_ per sostenere la causa guelfa,

sotto la protezione di sant’Ilario vescovo di Poitiers; e a quella si

aggregarono altre corporazioni del paese, talchè divenne potentissima,

comprendendo molte migliaja d’uomini, che erano iscritti in un

registro. Aveano un capitano e alquanti primicerj, che doveano anche

tor di mezzo ogni dissensione, senza usar forza. Molti statuti furono

fatti ad incremento di questa Società, ed uno vietava agli abitanti

della città e del territorio di parte guelfa di entrare in parentela

con chi non fosse della parte stessa. Il capitano de’ crociati, e che

poi fu detto capitano del popolo, e aveva il comando delle milizie,

era forestiero, durava sei mesi, aveva un giudice, un socio, due

notaj, il che attesta che esercitava una parte di giurisdizione, benchè

sussistesse anche il podestà: e questo e quello subivano il sindacato.

Il gran consiglio di cinquecento doveva, come i magistrati, essere

eletto tra quei che formavano la Società de’ Crociati, la quale così

divenne arbitra del Comune, e sorgente unica del potere legislativo,

benchè non perdesse il carattere di milizia[263].

Solo tardi i nomi di Guelfi e Ghibellini perdettero la primitiva

significazione, e parve non designassero che partiti, nati dalle

ambizioni di persone e di case; s’abbracciava l’uno senz’altro motivo

se non lo stare coll’altro gli avversarj; uomini e città li cangiavano

dalla state al verno; pretesto a rancori privati, a baruffe, a

sbranarsi tra sè, finchè riuscissero all’ultimo conforto degli stolti,

il servir tutti[264].

In popolo libero non si governa che per via di fazioni, anzi una

fazione è il Governo stesso, il quale tanto è più forte e perseverante,

quanto tra il popolo si trovano partiti più permanenti e compatti.

Ma siffatti non si formano e mantengono se non dove fra gl’interessi

de’ cittadini esistono dissomiglianze e opposizioni così evidenti e

durevoli, che gl’intelletti siano condotti e fissati da sè in opinioni

opposte: all’incontro, è difficile restringer molti in una politica

uniforme là dove i cittadini rimangono ad un bel circa eguali, giacchè

allora bisogni effimeri, frivoli capricci, interessi particolari creano

e scompongono ogni istante fazioni, l’incertezza e avvicendamento delle

quali fa agli uomini nojosa l’indipendenza, e mette a repentaglio la

libertà, non in grazia dei partiti, ma perchè niun partito è in grado

di governare.

Nè essi portano gran pregiudizio quando rampollano dalla costituzione,

giacchè allo scopo loro si connette sempre la speranza di migliore

governo; anzi a quelli vanno debitrici di loro prosperità le nazioni

che liberamente si reggono, e in cui, pendasi ad aristocrazia o a

democrazia, a governo personale o a ministeriale, sempre si tende e

spesso si giunge al meglio del paese. Ma quando si mescoli, come in

Italia, un fomite forestiero, l’interesse della fazione prevale a

quello della patria, e s’immola fin la libertà per conseguirlo. Toscana

e Venezia furono l’una democratica, aristocratica l’altra, eppure

stettero: in Lombardia Guelfi e Ghibellini spingevano l’occhio fuor

della patria, e del pari la sagrificavano.

Robusti, caldi di superbia e d’invidia, nel consiglio impugnano il

parere più sano, perchè proposto dalla parte avversa; poi mene segrete

e intelligenze parziali; poi sconnesse le famiglie dal campeggiare

padri e fratelli sotto bandiera diversa; poi per ogni lieve occasione

rompere ai peggiori termini di nemici. «Quasi ogni dì, o di due dì

l’uno si combattevano insieme cittadini in più parti della città,

di vicinanza in vicinanza, come erano le parti; e aveano armate le

torri, che n’avea la città (di Firenze) in gran quantità e numero, e

alte cento e cenventi braccia l’una. E sopra quelle facevano màngani

e manganelle per gettare dall’una all’altra, ed era asserragliata

la strada in più parti. E tanto venne in uso questo gareggiar fra’

cittadini, che l’un dì si combattevano, e l’altro dì mangiavano e

beveano insieme, novellando delle prodezze l’un dell’altro che si

facevano a quelle battaglie»[265].

Cominciasi da un conflitto in piazza, determinato da qualche

accidente in apparenza frivolo, ma realmente derivato dall’intima

natura della città; e subito i cittadini dividonsi in due partiti, i

quali non cercano che annichilarsi un l’altro, senza riguardi, senza

capitolazione. L’ira è unica ispiratrice; una parte trovasi inferiore,

e non tanto perchè impotente a sostenersi, quanto pel dispetto di non

voler obbedire agli avversarj, esce di città. I suoi fautori rimasti,

deboli e vinti, sono uccisi senza pietà da quella rabbia che si

esacerba nello sfogarsi; dei profughi sono demolite le case, confiscati

e sperperati i terreni, e la metà trionfante stabilisce nella città

quella pace che viene dalla mancanza di nemici. Presto però i vincitori

medesimi si suddividono in moderati ed eccessivi; i fuorusciti,

congiunti dalla sventura, si rannodano alla campagna con altri di lor

colore, e con sussidj di borgate o città consenzienti, riminacciano la

città, l’assalgono, la prendono, e alla lor volta uccidono, incendiano,

proscrivono.

È la parte de’ popolani che leva il rumore? tocca a stormo; le vie

si asserragliano per impacciare i cavalli, nerbo della nobiltà;

questa assalgono ne’ palazzi fortificati, ne espugnano le torri. I

gentiluomini, rincacciati di posto in posto, a grave stento possono

aprirsi un varco, mentre i vincitori malmenano i clienti e le robe dei

vinti, il tempio del Dio della pace profanano cogl’inni della vittoria

fratricida. Ma appena in campagna aperta può la loro cavalleria

spiegarsi, i nobili tornano superiori; ricorrono per ajuto ai signori

castellani o ad altri paesi di egual fazione, trattano con quelli

come potenze riconosciute, li persuadono a guerra; allora bloccano la

patria, l’affamano, e v’entrano a forza, alla lor volta diroccando ed

esigliando; oppure rientrano a patti, e giurano paci centenarie che

fra un mese saranno violate. Queste alterne espulsioni formano la quasi

unica storia del tempo.

Così si amplia la guerra cittadina in cospirazioni, adunanze, consigli,

alleanze; cercasi una città anche nemica, perchè del partito medesimo;

i fuorusciti figurano come una potenza distinta; le fazioni interne si

intralciano colle esterne; e l’economia geografica è sbilanciata dalla

logica de’ partiti, finchè questa viene a identificarsi con quella.

Nè gli uni nè gli altri però vogliono la distruzione della città,

bensì di possederla e dominarla. A questo intento, anche allorchè vi

stanno entrambi i partiti, devono tenersi in guardia e in disciplina,

avendo magistrati proprj, riunioni, erario, forza, e di fuori alleanze

speciali, alle quali rifuggendo allorchè in città non son sicuri di

poter dimorare tutto il domani, cominciano a considerarsi qualcosa

più che semplici cittadini, a concepir l’idea d’un partito, d’una

nazione, nella quale tutta quanta si trovano alle prese i due partiti.

Ma la lotta, fondandosi su passioni non su principj, è necessariamente

interminabile, non avendo un esito, non portando una vittoria

definitiva, ma intanto elevando un sempre maggior numero di persone

alla dignità di cittadini.

I popolani di Piacenza nel 1234, espulsi i loro nobili, si allearono

coi popolani di Cremona, i quali aveano tolto a capitano il marchese

Pelavicino; e questo con cento cavalieri e molti balestrieri delle due

città ruppe i nobili fuorusciti. Essi fanno lega con quei di Borgotaro,

di Castellarquato, di Firenzuola, e presentano a Gravago battaglia,

dove lasciano prigionieri quarantacinque uomini d’arme e da ottanta

fanti. I popolani cremonesi e piacentini prorompono di nuovo in armi,

assediano il castello di Rivalgario, ma non possono espugnarlo. Alfine,

per intromessa di Sozzo Colleoni di Bergamo, si riconciliano coi

nobili, pattuendo che questi avessero metà de’ pubblici onori e due

terzi delle ambasciate.

I vincitori non sempre erano moderati, nè solo momentanei i danni; e

nell’ebbrezza del trionfo si spingeva la città a guerra coi vicini,

o nello statuto si introducevano mutazioni non per utilità comune,

bensì per corroborare la parte trionfante; ma sicurtà vera non si trovò

mai, restando sempre una fazione malcontenta e una turba fuoruscita,

gagliardissimo strumento ad ogni tentatore di novità. In una sola volta

escono dal Cremonese centomila esigliati nel 1226; nel 1274 trecento

famiglie da Bologna, composte di dodicimila persone: quando Castruccio

nel 1323 osteggiava Firenze, per ottenere perdonanza venivano ad

offrirsi di servire contro di lui ben quattromila Fiorentini, piccolo

resto di quelli cacciati vent’anni prima[266]. Non durerà mai quieto il

paese che ha molti fuorusciti, i quali, per desiderio della patria, per

la baldanza che dà il non aver nulla a perdere, per le facili speranze

che sono il retaggio degli esigliati, movono, praticano, irritano

dentro e fuori.

Quindi per tutta Italia un combattersi da terra a terra, e talvolta

per ragioni sì frivole, quanto oggi ne’ duelli. Nomi d’obbrobrio

ciascuna città aveva affisso all’avversaria, e da questi cominciavansi

diverbj che terminavano col sangue[267]. Un cardinale romano convita

l’ambasciatore di Firenze, e udendogli lodare un suo bel catellino,

glielo promette; sopraggiunge l’ambasciatore di Pisa, che del cagnuolo

s’invoglia anch’esso, e n’ha promessa eguale: da ciò discordia e

guerra viva. Una secchia, dai Bolognesi rapita a quei di Modena, diede

soggetto a guerra e al poema del Tassoni. Un catorcio involato suscitò

guerra fra Anghiari e Borgo Sansepolcro, di che il Tevere andò tinto

in rosso. Quei di Chiusi combatterono i Perugini per l’anello pronubo

di Maria Vergine, che essi conservano preziosamente, che un frate aveva

sottratto.

Quali cronache non sono piene di queste rivalità energiche e clamorose,

e de’ vergognosi trionfi sopra i vicini? I Modenesi assediano Ponte

Dosolo, e smantellatolo ne involano la campana che pongono nella

torre maggiore: un’altra volta da Bologna portano via le petriere e le

collocano nella cattedrale, e voltano lo Scultenna su quel territorio

per guastarlo. Genova impone a Pisa di abbassar tutte le case fin al

primo solajo: e ancora vi stanno sospese le catene strappate a Porto

Pisano; e sull’edifizio del Banco un grifo che adunghia l’aquila e

la volpe, simboli di Federico I e di Pisa, col motto _Griphus ut has

angit, sic hostes Genua frangit._ Lucca mette degli specchi sulla torre

d’Asciano perchè le donne di Pisa vi si possano mirare; e Pisa va ad

assediar Lucca, e mette grandi specchi affinchè i loro nemici vedano

come impallidiscono; un’altra fiata fabbricano il forte d’Illice, e

vi scrivono: «Scopabocca al genovese, crepacuore al portovenerese,

strappaborsello al lucchese». Perugia erge innanzi a Chiusi la torre

_Becca questa_, e i Chiusini vi oppongono la _Becca quella_. All’arco

di Galieno in Roma era attaccata la chiave della porta Salciccia di

Viterbo, ribellatasi contro il senato: i Perugini dalla vinta Foligno

asportarono le porte sovra il carroccio de’ vinti, e da Siena le

catene della giustizia, che collocarono sovra la porta del podestà: i

Lodigiani eternarono (si dice) nelle medaglie uno scorno usato ai vinti

Milanesi: questi faceano giurare al podestà di non lasciar più mai

rifabbricare il distrutto Castel Seprio; Siena imponeva altrettanto per

quel di Menzano, i Novaresi per quel di Biandrate.

È fatica persino in una storia municipale il seguitar quelle guerre

senza gloria, interrotte da paci senza riposo, varie negli accidenti,

ma uniformi negli impulsi; nè noi vogliam dare che i lineamenti e

il carattere generale di quella età. Brescia stava sempre in armi

da un lato contro Cremona, massime in causa delle acque dell’Oglio,

dall’altro contro Bergamo pei disputati confini del lago d’Iseo e

della val Camonica; e avendo essa, come dicemmo, nel 1191 aggiunto al

suo territorio i Castelli di Sarnico, Calepio e Merlo, i Bergamaschi,

per vendicarsene, s’unirono ai Cremonesi, già da essi ajutati contro i

Bresciani. Subito una parte e l’altra si prepara di alleanze, e Pavia,

Lodi, Como, Parma, Ferrara, Reggio, Mantova, Verona, Piacenza, Modena,

Bologna vengono contro i Bresciani, e assediano i castelli di Telgate

e Parlasco; ma i Bresciani, capitanati da Biatta di Palazzo, gli

affrontano a Rudiano, e li mettono in tal rotta, che rimase al luogo il

nome di Malamorte.

I nobili, che aveano in mano il governo di Brescia, istigati

dai Milanesi, vollero poco dopo spingere a nuova guerra contro i

Bergamaschi; ma il popolo, svogliato di tanti sacrifizj, ritorse le

armi contro i nobili, e sanguinosamente li cacciò di città. Essi

ricoverarono sul Cremonese, e formarono la società di San Fausto,

alla quale i plebei opposero un’altra, detta Bruzella: e quelli

si allearono con Cremona, Bergamo, Mantova, questi coi Veronesi, e

lungamente agitarono le nimistà. Altre ne mossero il 1199 Parma e

Piacenza, disputandosi Borgo Sandonnino: e colla prima campeggiarono

Cremona, Reggio, Modena, Bergamo, Pavia; coll’altra i Milanesi,

Bresciani, Comaschi, Vercellesi, Novaresi, Astigiani, Alessandrini,

finchè l’abate di Lucedio non riuscì a metter pace. Nel 1225 Genova

trovavasi impegnata in guerra contro gli Alessandrini, collegati questi

con Vercelli, Alba, Tortona; con lei Asti, il conte Tommaso di Savoja,

le due Riviere, i conti di Ventimiglia, i marchesi del Carretto, di

Ceva, di Cravezana, del Bosco, tutti i castellani del Garessio e val di

Tanaro, ed altri baroni e capitani.

Nel 1208 il marchese Azzo d’Este coi Ferraresi del suo partito e col

Comune di Ferrara[268] combinava lega coi Cremonesi, obbligandosi a

guardare, salvare, difendere, in tutta la terra e l’acqua del vescovado

e del distretto loro nell’andare, stare e tornare, tutti gli uomini

di Cremona nella persona e negli averi; soccorrerli a mantenere

o recuperare la loro terra contro qualsifosse gente o persona, e

nominatamente Crema e l’isola Fulcheria e le terre di qua dall’Adda;

ogni anno andranno al servizio di Cremona col carroccio[269] e coi loro

cavalieri e fanti; e due volte l’anno con tutti i soldati e arcieri

della città e del vescovado staranno in servizio loro a spese e danni

proprj per quindici giorni; nè partiranno senza licenza de’ rettori di

Cremona, data in parlamento o nel consiglio di credenza. Passati quei

giorni, se i Cremonesi vogliono rifare i danni e le spese, dovranno

quelli rimanere quindici altri dì, ove ne siano richiesti. Altrettanti

opreranno qualvolta siano richiesti dai rettori o dai consoli o per

lettere sigillate del comune di Cremona; e quindici dì dopo l’avviso

movendo col carroccio e altre forze, al più presto si metteranno

nell’esercito di Cremona, e a tutti i nemici di questa vieteranno

il passo, i soccorsi e ogni negozio sulle lor terre. Se mentre essi

campeggiano in servizio di Cremona prendono alcuni dei nemici di

questa, li daranno a quel Comune fra otto giorni, salvo il cambio se

sia stato preso alcuno dei loro. Ogni anno il podestà o console delle

città prelodate giurerà questi accordi, e si farà ogni quinquennio

giurare da tutti i cittadini di sopra dei quindici anni e di sotto dei

settanta.

Le gare talvolta componeansi a giudizio d’amici o di arbitri; come le

differenze tra città e vassalli o Comuni si compromettevano ne’ consoli

di giustizia o nei savj. Quando poi l’ire infierivano peggio, nè altro

riparo trovavasi, soccorreva quello che in essi tempi era universale,

la religione, che tra le baruffe private, tra le file dei combattenti

inviava l’inerme sua milizia, a sospendere le izze fraterne in nome del

Signore. Ma poichè ognuno era persuaso che chi non otteneva supremazia

rimarrebbe all’ultima oppressione, le discordie ben presto divampavano:

talvolta, nel mentre stesso che giuravasi la pace, un’occhiata

dispettosa, un motto frizzante, un gesto mal interpretato, facea di

nuovo sguainar le spade.

Le gelosie e le gare rinascenti indebolivano la coscienza dei doveri da

Stato a Stato, da uomo a uomo; impedivano si consolidasse uno spirito

pubblico, fondamento di nobile avvenire; alla patria restava tolto

di valersi dei migliori, esclusi perchè guelfi o perchè ghibellini;

consigliandosi coll’ira o col favore anzichè colla giustizia, non si

cercava il più giusto e libero governo, ma il trionfo d’una parte,

adoprandovi mezzi che sovvertivano la libertà. Quello stuolo di

fuorusciti, intenti sempre a governare il paese da di fuori e con

passioni malevole, stoglieva dall’opposizione legale e dallo sviluppo

progressivo; abituava a non regolarsi su principj ben posati, a non

calcolare l’andamento dei fatti e la situazione, ma sempre attendere

dall’esterno avvenimenti impreveduti, e fidare ne’ cataclismi: funesta

abitudine, che gl’italiani più non doveano disimparare.

Nessun momento più pericoloso alle franchigie che quello d’una

vittoria. Inebbriati da questa, i popoli più non ravvisano pericoli,

e non che por limiti a chi li guidò al trionfo, credono acquisto il

fortificarlo in modo, che possa impedire un nuovo rialzarsi della

fazione avversa. Ma i mezzi offertigli a quest’uopo facilmente può

egli convertire a disastro della patria. A Como rimasti vincitori i

Rusca nel 1283, i tre podestà del Comune, del popolo e della parte

dominante ebbero facoltà di stabilire, col consiglio di savj eletti,

qualunque statuto giudicassero opportuno ad essi Rusca e al comune di

Como. Rivalsi i Vitani nel 96, il podestà di questi decretò che ogni

mese si creassero due podestà di essa fazione, i quali attendessero

all’innalzamento di questa e alla depressione dei Rusca; di cui si

abbattessero le insegne, si cassassero le vendite e le donazioni, i

loro vassalli e clienti si spogliassero d’ogni diritto acquistato da

diciotto anni in poi, s’annullassero i giuramenti fatti a loro, e se ne

squarciassero le torri e le abitazioni.

Guardiamoci però dal giudicare quei subugli colle idee d’un secolo

che reputa primo elemento di felicità il riposo; e di far bordone

alle sentimentalità di chi non sa vedervi che ricchezze sperperate

e fratelli uccisi da fratelli. Capricci di re, puntigli di

ministri, guerre dinastiche, ambizioni napoleoniche in qualche anno

scialacquarono il decuplo di sangue e denaro, che non in secoli tutte

le battaglie de’ Comuni italiani. Le quali nelle storie leggiamo

accumulate così, che facilmente crediamo continui i macelli; e a tacere

le lunghe paci, non vogliamo ricordarci che quelle guerre finivano in

un giorno o in pochi; che le battaglie riuscivano sì poco sanguinose,

da attirare le beffe degli inumani politici del secolo xvi, i quali

vedeano le ben diverse qui recate dagli stranieri[270].

L’odierna civiltà strappa alle famiglie un figliuolo sul quale vivono

padre e madre, e lo obbliga a servire la società per un prezzo che a

pena basta al sostentamento, e ciò negli anni suoi migliori, per poi

dopo molti rimandarlo senza un mestiere e disusato dalla fatica. I

nostri coscritti videro tremando scuotersi il loro nome nell’urna che

dovea decidere qual d’essi lascerebbe le occupazioni e le consuetudini

della sua gioventù, per militare in causa che ignora, sotto capitani

che non conosce, obbedendo come una macchina, e trattato come inferiore

agli altri cittadini. Lontano dalla patria, dai cari, alcuni si

logorano per le fatiche inconsuete, molti pel tedio e per ribrama dei

paterni tetti. Perisce? è un soldato di meno, un nome di più sulla

lista dei morti. Vince? non altro godimento gliene viene che di veder

trionfare i suoi capi, o forse di poter incrudelire contro i vinti.

È ferito? lo gettano negli spedali a cura di medici principianti o

subalterni. Finisce la sua capitolazione? torna alla famiglia avvezzo

al bagordo, al prepotere, al non far nulla.

Allora, al contrario, la guerra era un momentaneo dovere, un episodio

della vita. Dalla fanciullezza s’addestravano agli esercizj; divenivano

soldati quando il bisogno lo richiedesse; cessavano appena il bisogno

finisse; combattevano sotto le mura della patria per salvezza de’

suoi, o per quella causa ch’essi aveano giudicata migliore. I monotoni

patimenti de’ quartieri e delle guarnigioni non erano conosciuti: al

tocco della campana, l’uomo piglia le armi, ancora ammaccate dalle

ascie tedesche o dal brando feudale; corre sotto la bandiera della sua

parrocchia; va all’assalto; vince? la sera stessa o il domani torna

alla patria, ostentando i trofei rapiti al vinto; è ferito? trova

ristoro nella propria casa; muore? la patria il compiange, e quella

venerazione alimenta il valore degli altri, e lenisce il lutto di quei

che sopravivono.

Queste guerre faceano soffrire; chi lo nega? Il Machiavello ne’ Guelfi

e Ghibellini non vede che umori di parte, follie di malcontenti e di

ambiziosi, pestilenza derivata alla sua città da una prima discordia di

famiglie. Anche il Muratori esce dalla dabbene sua calma per irritarsi

contro queste frenesie di sêtte diaboliche e maledette, ove per vane

parole si sagrificavano ricchezze, sangue, vita, senza riflettere

se la causa fosse utile o giusta. Ma quelle risse erano inevitabili

fra piccoli Stati, e fra tanti elementi eterogenei che conveniva

o assimilare o svellere: non erano frutto della libertà, ma sforzi

per conquistarla, effetti del non possederla intera. L’unirsi Guelfi

e Ghibellini, Repubblicanti e Imperiali a tempesta e bonaccia pel

pubblico interesse, concentrarsi in un pensiero generale, subordinare

le personali inclinazioni a un vantaggio comune ben avvisato,

garantirsi a vicenda in imprese che riuscendo devono profittare

anche a quelli che le impacciano, insomma il patriotismo qual noi

l’intendiamo eppure nol pratichiamo, poteva sperarsi da gente ancor

nuova, da passioni non ammansate? poteva sperarsi che quegli inesperti

conciliassero la libertà coi governi forti, se nol sappiamo far noi

dopo tante misere prove?

Più che da stizze, nascevano le nimicizie da intelletto acuto, che

reca a conoscere il meglio, e dolersi di non possederlo; sicchè nello

squilibrio fra i bisogni e il modo di soddisfarli, l’uomo contende e

s’affatica, nè può fare che non dia d’urto ai vicini. In altri tempi

sembra unanimità nazionale la quiete prodotta dalla comune oppressione:

in quelli invece ogni uomo pensava ed operava da sè; ingegnavasi ad un

fine ch’egli nettamente ravvisava, e con mezzi che da sè sceglieva;

e quell’agitazione, l’esistenza occupata ne’ pubblici interessi,

il dramma continuo, le passioni cozzanti, le quistioni di diritto e

d’onore più che d’interessi materiali, il tendere animato verso una

meta sempre varia ma sempre alta, il soffrire per un oggetto nobile, il

trionfare nei trionfi della patria o della propria fazione, erano parte

di felicità.

Mal ci apponiamo ancora quando non vediamo in queste battaglie che

fraterne riotte. Gli stranieri aveano occupato il paese, spodestati

i natii, e ridottili a servi o a plebe senza diritti; mentr’essi, col

nome di feudatarj o di nobili, si presero i privilegi e il dominio e

i possessi tutti, e dichiararono nazione se medesimi. Per noi, cui

il nascer plebe o patrizio non importa che qualche distinzione nel

povero senno dei vulgari, ha del ridicolo e del compassionevole quel

combattersi fra i due ordini: ma allora significava la prevalenza de’

forestieri o de’ nazionali; se i nostri padri dovessero languir sulla

gleba sudata e non posseduta; se il signore di questa, che la tenea per

ragione di conquista, dovesse poter fare di loro ogni sua voglia, sino

ad ucciderli per pochi denari.

Prevalgono i popolani: ma la parte già dominatrice usa forza e astuzia

per reprimerli e corromperli, e all’uopo s’associa colla potenza

forestiera, da cui trae l’origine sua. Col procedere del conflitto, lo

scopo ne diviene men chiaro, ma in fondo sussiste; poi ravvicinandosi e

innestandosi i partiti, nel nome della fazione dimenticano la diversità

dell’origine, e tutti si chiamano Italiani.

Ciò non toglie di deplorare quell’assiduo parteggiamento, le cui

conseguenze nocquero alla più tarda posterità. Le città guardandosi

con odio e sospetto, non si poterono mai accordare in una federazione

di utilità universale e comune difesa; le scissure interne producevano

lotta anche nell’alta politica, ambi i contendenti sapendo di trovare

un appoggio esteriore; alla fine quasi dappertutto la parte popolare

ebbe il sopravvento, e meno esperta delle faccende pubbliche,

ombrosa per natura sua, e troppo occupata per applicarsi al pubblico

reggimento, rimetteva l’uso delle proprie forze e l’esercizio de’

proprj diritti al valore del più prode o al senno del più avveduto; e

così le tirannie vennero eredi delle comunali libertà.

Altre famiglie non aveano mai perduto i possessi aviti, anzi gli

estendevano, e massime quelli compresi nella disputata eredità della

contessa Matilde; poi nelle guerre parteggiando coll’imperatore,

ne ottenevano privilegi e immunità, e diventavano feudatarj.

Gl’imperatori, che da principio avevano favorito i Comuni a popolo

contro i signori feudali, dacchè li videro ingigantire trovarono di

loro conto spalleggiare i nobili liberi, contrappeso alla potenza

cittadina, e scolte disposte sul loro passaggio. Altri s’erano

conservati indipendenti negli aviti castelli, massime se piantati fra

i monti, e cercavano acquistare sulle vicine città il dominio che un

tempo vi avevano tenuto i conti: tali erano i marchesi del Monferrato

e di Este, i più poderosi dell’Italia settentrionale, ingranditi dal

Barbarossa come suoi fedeli.

Nella marca Trevisana, ove le estreme falde dell’Alpi e le colline

Euganee si sporgono in mezzo a liete campagne e città fiorenti, dalle

ben munite alture i signori poterono continuare a tenere una mano

sopra le città, nelle quali fabbricarono anche palazzi, somiglianti a

fortezze. Tra queste famiglie erano prevalsi i Salinguerra di Ferrara,

i Camposampiero di Padova, i Guelfi d’Este, gli Ezelini da Romano. Gli

Ezelini discendeano da un Tedesco passato in Italia con Corrado II, e

infeudato delle terre d’Onàra e Romano nella marca di Treviso: colle

violenze e l’abilità crebbero i suoi discendenti, costituitisi corifei

della parte ghibellina là intorno, imparentatisi di voglia o di forza

con grosse famiglie, ed alleatisi con Verona e Padova. A fronte a loro

stavano gli Estensi, di famose ricchezze, e parenti di quei Guelfi che

vedemmo dominare in Baviera e Sassonia, donde la parte guelfa nell’alta

Lombardia prese il titolo di marchesca. Padova gli aveva obbligati a

giurare la loro città, lasciar deserta la rôcca d’Este, e porsi sotto

la protezione del popolo che i loro padri aveano calpesto; e spesso

chiamati podestà e capitanei, all’ombra repubblicana ricuperavano la

primazia, perduta secondo l’aspetto feudale.

Ferrara, sobbalzata dalle fazioni, diede nel 1208 il primo esempio di

signoria col domandare a principe il marchese d’Este, conferendogli

pieno arbitrio di fare e disfare leggi, paci, alleanze, guerre. Ne fu

tocco al vivo Salinguerra di Torello, primario in Ferrara e caporione

de’ Ghibellini, e ne originarono baruffe e sangue, e avvicendate

espulsioni, e ripetuti e sempre falliti accordi, sinchè rimase

convenuto che tra i due emuli, ossia tra le due fazioni, restassero

partiti gli uffizj della città; il marchese non potea venire a Ferrara

che con un determinato numero di seguaci, e Salinguerra gli usciva

incontro con tutta la nobiltà guelfa e ghibellina, e si celebrava un

cortese banchetto[271].

Anche altrove questi signori si facevano guerra dall’un all’altro,

onde preponderare nelle città del contorno, che pertanto piegavano ad

infelice oligarchia, turbata da incessanti dissidj, spesso prorompenti

in guerre guerreggiate. Tra queste li trovò Ottone IV allorchè scese

dall’Alpi, e sperava che i Guelfi l’appoggierebbero per l’origine sua e

pel favor papale (1209), mentre i Ghibellini non gli avrebbero negato

favore come a re di Germania. Rappaciò egli infatti molti discordi,

e singolarmente Ezelino da Romano con Azzo d’Este; ma poco durò la

costoro benevolenza, e Guelfi e Ghibellini si brigavano delle proprie

pretensioni, non già dell’imperatore, cui non favorivano se non in

quanto sentissero d’averne bisogno.

Pure egli fu accolto a festa dai tanti nemici della Casa sveva;

Innocenzo III gli mosse incontro sin a Viterbo, e lo coronò; ma

breve fu l’armonia. Già l’arroganza tedesca stomacava i Romani, che

ebbero una delle solite abbaruffate in città, dove perirono molti

cavalieri; un grosso di cardinali mantenevasi ostile ad Ottone, il

quale coll’eredità della contessa Matilde pretendeva revocare alla

corona Viterbo, Montefiascone, Orvieto, Perugia, Spoleto, donati

alla santa sede, e che militarmente occupò. Certo l’avranno istigato

i giureconsulti, indefessi apostoli della sovranità imperiale: e

quando il papa gli rammentò le promesse e il giuramento, rispose che

un giuramento anteriore lo obbligava a ricuperare all’Impero quanto

ne fosse stato distratto: favorì la famiglia Pierleoni, ghibellina

arrabbiata; investì la marca d’Ancona ad Azzo d’Este in nome proprio,

non in nome del papa; per fare smacco a Federico di Svevia entrò

nella Puglia pretendendovi la primazia imperiale, ed alleossi co’

generali tedeschi che colà erano rimasi. Papa Innocenzo vide imminente

quell’aggregazione della Sicilia coll’Impero, alla quale sempre erasi

opposto, e viepiù pericolosa perchè fatta dal capo de’ Guelfi, i quali

lo secondavano per odio agli Hohenstaufen; nè trovando altro riparo,

scomunicò l’imperatore (1210): ma questo proseguì la conquista nella

Puglia, ed accingevasi a passare in Sicilia.

Se non che l’anatema aveva sommossa la Germania; la morte di Beatrice

sua moglie lentò i legami che a lui univano la fazione ghibellina;

intanto il papa era riuscito a sottrarre dai custodi tedeschi Federico

di Svevia, e a grande onore accolto in Roma, colla sua benedizione

e colle sue galee l’inviò a Genova (1212). Il giovane reale, bello,

colto, attraente per l’ingegno non meno che per le agitazioni

della prima sua età, attraversò la Lombardia procacciandosi amici

coll’affabilità e colla munificenza, pur sempre contrastato dalle città

guelfe, memori del Barbarossa: il marchese d’Este suo cugino sotto

buona scorta pel lago di Como lo convogliò a Coira, il cui vescovo

fu primo a salutarlo re di Germania. Ottone, poco atto a guadagnarsi

i cuori, avea dovuto uscire dalla Puglia senz’altro lasciarvi se non

raccomandazioni di fedeltà calde e poco sentite; a Lodi convocò le

città lombarde, ma non vennero se non le dichiarate amiche di Milano,

la quale tenevasi con lui per astio contro gli Svevi. Laonde nessun

frutto colse, nè le fazioni sospesero il combattersi; peggiorando anzi

per le sêtte religiose allora pullulanti, e che logoravano la potenza

clericale, avvezzavano a non curar di scomuniche, e conculcavano il

dogma dell’autorità. Venezia osteggiò Padova che voleva precluderle

il commercio di terraferma: Milano combattè con Pavia e co’ marchesi

del Monferrato, i Malaspina della Lunigiana con Genova, questa con

Ventimiglia; i Carraresi, i signori di Montemagno, i Porcaresi contro

Pisa, i Sanminiatesi contro Borgo Sanginnesio, i Salinguerra con

Modena: Lucca non cessò mai guerra a Pisa, e fabbricato il castel

di Cotone in val del Serchio, pose patto ai nuovi abitatori che

non contraessero parentela o aderenza coi Pisani: la rivalità de’

Buondelmonti cogli Amidei fe sentire primamente in Firenze i nomi di

Guelfi e Ghibellini.

Ottone avea procurato chetar la tempesta suscitatagli in Germania, fin

col sottomettersi al giudizio degli stati; ma tale umiliazione crebbe

ardire ai malcontenti: quando poi, marciato a’ danni del re di Francia,

fu sconfitto e vôlto in fuga a Bovines (1214), scaduto d’ogni credito

si ritirò ne’ suoi Stati ereditarj, talchè Federico di Svevia fu di

nuovo coronato re di Germania ad Aquisgrana. Secondo il convenuto con

Innocenzo, Federico confermò tutte le prerogative e i possedimenti

della Sede romana, promise recuperarle dai Pisani la Sardegna e la

Corsica, e cedere la Sicilia appena divenisse imperatore: condizione

che il papa esigeva come nuova garanzia all’indipendenza d’Italia,

troppo minacciata se un suo re fosse anche capo dell’Impero. A Federico

aveva egli sposata Costanza d’Aragona, sua pupilla anch’essa; e avendo

collocato sul trono un allievo della santa Sede, poteva a questa sperar

pace e nuova grandezza: eppure allora si rinnovò la guerra fra il

Sacerdozio e l’Impero. Prima di divisare la quale, giovi por mente alle

nuove armi, di cui l’uno e l’altro venivano accinti al secondo duello.

Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15) · 第 10 / 23 题