CAPITOLO LXXXIV.

Federico Barbarossa.

Federico di Buren, feudatario della Svevia, che oggi diciamo Baviera,

Baden, Würtenberg, a poche miglia da Goeppingen fabbricò s’un’altura

un casale, detto perciò Hohenstaufen, donde trasse il titolo la sua

famiglia. Quanto coraggioso, tanto fu leale verso l’imperatore Enrico

IV, che in compenso gli diede il ducato di Svevia e la mano di sua

figlia Agnese. Morendo vecchissimo, lasciò due figli, Federico e

Corrado, il primo de’ quali fu investito da Enrico V de’ feudi paterni,

l’altro della Franconia (1137), e fu anche coronato re d’Italia dai

Milanesi (pag. 90), ed eletto imperatore da alcuni, poi da tutti

alla morte di Lotario di Sassonia. Morendo lasciò un figliuolo, ma

conoscendo non esser tempi da fanciulli, raccomandò un figlio di suo

fratello, Federico di nome, di soprannome Barbarossa. Alla dieta di

Francoforte, dai principi dell’Impero e da molti baroni di Lombardia,

di Toscana e d’altri paesi italici eletto re (1152), coronato in

Aquisgrana, mandò ad Eugenio III e all’Italia notificando la sua

elezione, che fu generalmente aggradita, anche nella speranza ch’egli

riconciliasse Guelfi e Ghibellini, giacchè, capo di questi pel padre,

per madre era nipote di Guelfo di Baviera, capo degli altri.

Sul fiore dei trent’anni, già era famoso nelle battaglie, ne’ tornei,

nelle crociate; saldo d’animo e di corpo, pronto d’ingegno, di memoria

prodigiosa, dolce nel favellare, semplice nei costumi, paragone di

castità, provvido ne’ consigli, valentissimo in opere di guerra, dai

Tedeschi vien noverato fra i principi più insigni; certo fu de’ più

robusti caratteri del medioevo; proteggeva i poeti e verseggiava egli

stesso, sapeva di latino e di storia, e volle che dal cugino Ottone

vescovo di Frisinga fossero scritte le sue geste[107]. Offuscava

tante doti coll’ambizione e l’avarizia, o almeno così qualificarono

gl’italiani il suo desiderio di ristabilire qui la regia prerogativa,

e d’ottenerne i mezzi, cioè il denaro. Certamente a una profonda idea

del dovere come egli lo intendeva, sagrificava interessi, sentimenti,

pietà; e dovere supremo pareagli il rintegrare l’autorità imperiale,

come tipi di questa togliendo Costantino e Giustiniano nell’aspetto

ch’erano presentati dalla risorta giurisprudenza romana; e le idee

sistematiche proseguiva coll’ostinatezza propria della sua nazione. Di

qui le città, acquistato vigore, meno docili si manifestavano; di là

la Chiesa aveva dimostrato la sua indipendenza, almeno in diritto; i

baroni si tenevano in armi per assicurarsi la supremazia territoriale;

e Federico si propose di frangere tutti questi ostacoli col riformare

il sistema ecclesiastico e il feudale, e abolire i Comuni.

Coronato appena, ecco deputati del pontefice a pregarlo di soccorsi

contro i Romani rivoltosi; ecco Roberto di Capua invocare d’essere

rimesso nel principato, toltogli dal re di Sicilia; ecco cittadini

di Como e di Lodi, che, trovandosi colà per traffici, senza missione

delle proprie città se gli buttano ai piedi, cospersi di cenere e con

croci alla mano, implorando riparazione, e vendetta delle loro patrie

soccombute ai Milanesi.

Diedero pel talento a Federico queste occasioni di assumere aspetto

di vindice dei deboli, cui potrebbe poi a sua volta regolare; mentre

alleandosi coi forti, non avrebbe fatto che crescere a questi la

baldanza. I Lodigiani stavano talmente allibiti, che invece di saper

grado a quei loro concittadini, li caricarono d’ingiurie; a Sicherio,

che il Barbarossa spediva con lettere di rimprovero ai Milanesi,

non osarono fare accoglienze: di pessime poi n’ebbe costui allorchè

le presentò ai Milanesi, che le calpestarono urlando; e fu gran che

s’egli potè uscire dalle lor mani e camparsi in Germania. Dello smacco

s’inviperì Federico; e i Lodigiani vollero mansuefarlo collo spedirgli

una chiave d’oro, e raccomandarsegli caldamente; anche Cremona e Pavia

gli inviarono grossi regali; Milano pure ravveduta il donò d’una coppa

d’oro piena di denaro: omaggi di paura, e i re li credono d’amore.

Pubblicato l’eribanno, Federico coll’esercito feudale mosse verso

l’Italia, perocchè la potenza e il primato di questi imperatori

non valeano se non discendendo in persona. Per via raccoglievano

dai feudatarj immediati il donativo, il foraggio e la tangente di

milizie; mandavano ad esigere dalle città le dovute regalie; e poichè

reprimevano coll’armi i contumaci, il loro viaggio era segnato da

devastazioni. All’arrivo del re rimaneva sospesa la giurisdizione

dei magistrati feudali, ed egli in persona rendeva giustizia, e

ascoltava in appello chiunque si credesse gravato dal proprio signore

o inesaudito. Altrettanto avveniva nelle città; le quali pertanto

consideravano come di gran conto il privilegio che non entrassero nelle

loro mura i re, i quali, quanto vi stavano, erano despoti; iti che se

ne fossero, tornava ognuno a fare il proprio talento[108].

A questa forma calossi il Barbarossa, e truppe non minori delle sue

gli menava Enrico il Leone, de’ Guelfi d’Este. A questa famiglia

l’imperatore avea dato l’investitura della marca di Toscana, del

ducato di Spoleto, del principato di Sardegna, e dei beni allodiali

della contessa Matilde; ed Enrico, gran prode, possedendo i ducati di

Sassonia e Baviera, acquistata Lubecca, avuto il diritto di erigere

vescovadi di là dall’Elba, e adopratosi a sottoporre gli Slavi, era

riuscito de’ più potenti di Germania, nè inferiore al Barbarossa se non

perchè gli mancava la corona.

Convocati i baroni nel solito piano di Roncaglia (1154), minacciando

spossessare del feudo chi non intervenisse, Federico vi ricevette pure

i consoli delle varie città che gli giurarono fede. Ottone vescovo,

suo storiografo, tuttochè nemico, ammirava i popoli d’Italia, i

quali nulla ritenevano della barbarica rozzezza longobarda, ma nei

costumi e nel linguaggio mostravano la pulitezza e leggiadria degli

antichi Romani. Gelosi di loro libertà (prosegue egli), non soffrono

il governo di un solo, ma eleggono dei consoli fra i tre ordini de’

capitanei, valvassori e plebei, di modo che nessun ordine soperchii

l’altro, e li mutano ogn’anno. Per popolare le città costringono i

nobili e signorotti di ciascuna diocesi, comunque baroni immediati, a

sottomettersi alle città, e starvi a dimora. Nella milizia poi e ne’

pubblici impieghi ammettono persino i meccanici e i braccianti; per

le quali arti esse città superano in ricchezza e potenza tutte quelle

d’oltr’Alpi. Da ciò derivano la superbia, il poco rispetto ai re, il

vederli malvolentieri in Italia, e non obbedirli se non costretti dalla

forza[109].

Federico incominciò ad unir le sue truppe con quelle del cugino

Guglielmo marchese di Monferrato, uno dei pochi che conservava la

feudale potenza, malgrado le città[110]; e gli diè mano ad assalire e

disfare i liberi Comuni di Asti e Chieri.

I Milanesi, avuto sentore dei mali uffizj fatti dai Pavesi, gli

avevano assaltati senza pietà: e l’imperatore, ben vedendo che, se

avesse parteggiato coi Milanesi, questi monterebbero in tal forza

da più non obbedirlo[111], si chiarì pei Pavesi, nella loro città

prese il diadema regio, mandò guastare il territorio de’ Milanesi,

e quanti ne colse attaccò alle code de’ cavalli; soddisfece all’ira

dei Pavesi col mettere a sterminio Tortona dopo robusta resistenza;

bruciò Rosate, Galliate, Trecate, Momo, colle fiere esecuzioni sperando

incutere spavento e distorre dal resistergli. A tacere la crudeltà, fu

improvvido questo baloccarsi in fazioni parziali, invece di difilare

sopra Milano. Nè per allora fece altro che sgomentare; poi mosse su

Roma[112].

Ivi durava la repubblica proclamata da Arnaldo da Brescia; e i

novatori, ridotto il papa alla Città Leonina, gl’intimarono rinunziasse

ad ogni podestà temporale, accontentandosi del regno che non è di

questo mondo: ma Adriano IV repulsava quelle domande. Al venir dunque

dell’imperatore, tutti gli animi stavano sospesi. Ajuterebbe egli i

repubblicani per umiliare il papa, antico avversario dell’impero?

o vorrebbe reprimere questo slancio della gran città verso la

forma sempre prediletta in Italia, e che annichilava la prerogativa

imperiale? Federico non tardò a chiarirsi: dal conte di Campania, a cui

erasi rifuggito, richiese Arnaldo, e lo consegnò (1155) al prefetto

imperiale della città; e Roma, dalle tre lunghe vie che sboccano in

piazza Popolo, potè vedere il rogo su cui l’eretico e ribelle era

bruciato[113].

Non atterriti dal supplizio di Arnaldo (1155), i cittadini vollero

patteggiare con Federico prima di riceverlo in città; ed i senatori,

scesi dal Campidoglio a prestargli il giuramento, sciorinarongli una

diceria sulle antiche glorie romane, e sull’onore che gli facevano

accettando cittadino lui straniero e cercandolo oltr’Alpi per farlo

imperatore; giurasse osservar le leggi, e mantener la costituzione

della città e difenderla contro i Barbari; per le spese pagherebbe

cinquemila libbre.

Di frasi retoriche i nostri furono sempre vaghi; ma il Tedesco positivo

ai vanti postumi oppose la presente umiliazione; lui esser loro re,

perchè Carlo e Ottone Magni gli avevano colle armi soggiogati, nè

dovere i sudditi imporre legge al sovrano, bensì questo a quelli[114]:

e mandò dietro loro un migliajo di cavalieri, che occuparono Castel

Sant’Angelo e la Città Leonina. Colà fu coronato dal papa (18 giug),

e si piegò alla rituale consuetudine di tenergli la staffa. I Romani,

ch’erano stati esclusi da quella cerimonia e costretti a rimanere

sull’altra riva del Tevere, levano rumore, e dalle grida passando ai

fatti cominciano un’abbaruffata, ove molti cittadini rimangono uccisi,

ma anche non pochi Tedeschi: gli altri al domani, per manco di viveri,

dovettero abbandonare la città.

Tale era omai il solito accompagnamento della tedesca coronazione.

Poi le febbri romane, come spesso, fecero giustizia contro la pioggia

di ferro che la Germania versava sull’Italia[115]; e spirando il

termine prefisso ai vassalli per militare, il Barbarossa dovette

risolversi al ritorno. Non avea dunque abolito la repubblica romana,

non francheggiato le pretensioni sue sovra la Puglia. Il re di

Sicilia, avuto nelle mani Roberto di Capua, lo fe accecare, poi

sepellire in carcere; e prese o battè gli altri baroni che avevano

levato il capo fidando in Federico, il quale si volse indietro, ancora

squarciando città. I Lombardi, rincoraggiati al vederlo in ritirata,

lo bersagliarono con insistenza, e massime i Veronesi con tronchi

abbandonati alla corrente arietarono il ponte di barche, per cui

l’esercito tragittava l’Adige: poi nell’angusta valle di questo fiume

il cavaliere Alberico di Verona lo molestò con pietre, e pretendeva

da esso re ottocento libbre d’argento, e una corazza e un cavallo per

ogni cavaliere tedesco, se volesse liberamente passare; ma il palatino

Ottone di Wittelsbach lo snidò dalle alture. Federico, tornato in

Germania, della sua spedizione diede ragguaglio allo storico con una

lettera che si conserva, dove alla sconfitta trova le solite scuse,

quand’anche non la maschera sotto una sicurezza minacciosa.

Come una molla al cessare della compressione, i Milanesi rialzano la

testa; raddoppiano lamenti i tanti cui egli avea tolto la patria;

per dispetto si vuol disfare ogni fatto di lui. Dugento cavalieri

e dugento fanti di due quartieri di Milano vanno a riporre Tortona,

che per loro amore si era sagrificata, e le consegnano la tromba da

convocare il popolo, la bandiera, e un sigillo collo stemma delle due

città, in segno d’unione. Lanciansi poi contro chi stava al segno

dell’imperatore: ma i Pavesi li sbaragliano, assalgono la città,

e v’entrano anche con due bandiere; alfine son ridotti a umilianti

condizioni, battuta Novara, spianato Vigevano, presi venti castelli del

Luganese e i fortissimi di Chiasso e Stabbio, sfasciata di nuovo Como,

punita Cremona e i marchesi di Monferrato. Anche i Bresciani ruppero

guerra ai Bergamaschi, e nell’infausta giornata di Palusco tolsero

loro, con molti prigionieri, il gonfalone, che poi spiegavano ogni

anno nella chiesa de’ Santi Faustino e Giovita. Devastazioni fraterne

punivano le devastazioni straniere.

Il lamento de’ soccombenti arrivò di là dall’Alpi, e Federico

struggevasi di riparare la vergogna e il danno. Anco assai gli coceva

che il papa, senza sua partecipazione, avesse conferito il titolo di re

della Puglia a Guglielmo figlio di Ruggero: onde moltiplicò querele,

e proibì agli ecclesiastici de’ suoi Stati di volgersi a Roma per

collazione di benefizj nè per qual si fosse motivo.

Federico non fondavasi più soltanto sul brutale diritto delle spade,

ma era circondato di leggisti, i quali, gonfi d’una scienza nuova,

proponevansi d’imitare gli antichi giureconsulti non solo collo zelare

le prerogative imperiali, ma col cavillar le parole e sottigliare

sulle interpretazioni. Avendo i Tedeschi arrestato un vescovo, il papa

diresse all’imperatore un richiamo, ove diceva tra le altre cose: —

Noi ti abbiamo concesso la corona imperiale, nè avremmo esitato ad

accordarti _benefizj_ maggiori, se di maggiori ne poteano essere».

Colla sofisteria di chi vuole azzeccar litigi, i legulej di Federico

pretesero il papa con ciò indicasse che l’Impero fosse benefizio,

vale dire feudo e dipendenza della Chiesa. Se ne levò dunque un rumor

grande, e trattandosene nella dieta di Besanzone, invelenì la contesa

il cardinale legato Rolando Bandinelli esclamando: — Ma se l’imperatore

non tiene l’Impero dal papa, e da chi dunque?»

Pretensione siffatta era tutt’altro che nuova nel diritto pubblico

d’allora; ma Ottone di Wittelsbach, che portava la spada dell’Impero,

lanciolla per trapassare il legato, che a fatica si salvò, e che

ebbe ordine di andarsene senza vedere convento o vescovo per via.

L’imperatore diede straordinaria pubblicità all’incidente per eccitare

l’indignazione tedesca contro le tracotanze papali: se non che Adriano

dichiarò aver usata la parola _benefizio_ non per feudo, ma nel

senso scritturale; nè altrimenti poterla intendere chi avesse fior

d’intelletto[116].

Importava a Federico di venir prontamente a farla finita con questi

Comuni italiani, che ormai si risolvevano in repubbliche. Perciò la

cavalleria (che tale era principalmente la truppa feudale) d’Austria,

Carintia, Svevia, Borgogna e Sassonia scende divisa per le tre vie del

Friuli, di Chiavenna e del San Gotardo; l’imperatore medesimo conduce

per val d’Adige il fiore de’ militi romani, franchi, bavaresi, con

Vladislao re di Boemia, e conti e duchi e vescovi assai; e giunto

sul territorio milanese (1158), proclama la _pace del principe_.

Consisteva questa in regolamenti di militare disciplina, diretti a

reprimere e punire legalmente le ingiurie, affine di prevenire le

private battaglie, delle quali durava sempre il diritto. A tal uopo

si prefiggevano pene proporzionate agl’insulti che fossero provati da

due testimonj, cioè, secondo i casi, la confisca dell’equipaggio, le

sferzate, il taglio de’ capelli, il marchio rovente sulla mascella;

per gli omicidj poi la morte: che se mancassero testimonj, doveasi

ricorrere al duello; e se si trattasse di servi, alla prova del ferro

rovente. A protezione del commercio si statuì che il soldato il quale

spogliò il mercante, renda il doppio, se pur non giuri non conosceva

la condizione del derubato. Chi abbrucia una casa, sia battuto, tosato

e bollato. Chi trova vino sel prenda, ma non rompa i dogli, nè tolga

i cerchi alle botti. Un castello espugnato saccheggino a voglia loro,

ma non lo abbrucino senz’ordine. Se un Tedesco ferisca un Italiano

il quale possa provare con due testimonj d’aver giurato la pace,

sia punito[117]. Diritto di guerra violento; ma pure tanto quanto

assicurava le persone.

Allora Federico comincia le ostilità contro Brescia (1158), e

quantunque «ricca d’onor, di ferro e di coraggio», ne guasta i

deliziosi contorni finchè la costringe ad arrendersi: passata l’Adda

a Cassano, preso il castel di Trezzo, rifabbrica Lodi-nuovo sull’Adda

alquanto lungi dal luogo ove Pompeo avea posto il vecchio[118].

Riedifica anche Como, e ad un suo fedele dà a custodire quel castel

Baradello[119]; e spedisce colà il boemo Vladislao perchè rimetta i

Comaschi in concordia coi Cremaschi e cogli isolani del lago, gente

ricca, forte, bellicosa, avvezza al corseggiare, e che repugnò da ogni

accordo finchè l’imperatore non vi andò in persona[120]. Isolati così i

Milanesi, s’accinse a combatterli, convocando all’oste tutti i popoli

di questo regno. E vennero armati da Parma, Cremona, Pavia, Novara,

Asti, Vercelli, Como, Vicenza, Treviso, Padova, Verona, Ferrara,

Ravenna, Bologna, Reggio, Modena, Brescia, ed altri di Toscana,

sommando a quindicimila cavalli, oltre innumerevole fanteria[121]; e

con questi piomba sopra Milano.

Questa città, oltre rifare i ponti rotti sull’Adda e sul Ticino,

e rialzare i castelli e le borgate sue amiche, erasi preparata di

fosse e di mura, spendendo cinquantamila marchi d’argento puro[122]:

valorosamente si difese, ma tanta turba dalla campagna e dalle

circostanti borgate vi s’era rifuggita, che presto si trovò ridotta a

dura fame, e alla conseguente epidemia. Accettò dunque la mediazione

del conte di Biandrate, mercè del quale ebbe dall’imperatore patti

da vinta ma pur libera potenza: rendesse la franchezza a Como e

Lodi; fabbricasse all’imperatore un palazzo; pagasse novemila marchi

d’argento, cioè circa mezzo milione; rinunziasse alle regalie usurpate,

come la zecca e le gabelle; eleggesse da sè i proprj consoli, ma questi

giurassero fedeltà all’imperatore, il quale nella città non entrerebbe

coll’esercito. I nobili a piè scalzi e con le spade ignude, il clero

colle reliquie dei santi, il popolo con soghe al collo, vennero a

giurare obbedienza a Federico, a cui furono dati cento ostaggi per

ciascuno dei tre ordini de’ capitanei, de’ valvassori e de’ plebei:

e la bandiera imperiale sventolò sulla torre della metropolitana di

Milano[123].

Coll’umiliazione della principale città di Lombardia sgomentate le

altre, da tutte ebbe ostaggi, e da Ferrara li tolse per forza: e

approfittando di quel terrore, intimò una dieta in Roncaglia per

definire le regie prerogative. Le città (quante volte lo ripetemmo?)

non pretendevansi immuni dalla dipendenza verso l’imperatore, nè

questo credeva che la corona gli conferisse pieno arbitrio, come

potrebbero chiedere i re del secol nostro, non aventi nè patto coi

popoli, nè rispetto a moralità superiore. Ma perchè i reciproci doveri

venivano diversamente apprezzati in Germania e in Italia, ne nascevano

perpetue controversie. I Tedeschi, deducendo la loro costituzione

dalle consuetudini germaniche, non vedevano nel re se non l’eletto

dai capi del popolo, primo tra i pari; in Italia, le città volevano

tenersi verso l’imperatore soltanto in una dipendenza feudale, come a

caposignore, e come all’unto dal pontefice: ma i ridesti studj della

storia e della giurisprudenza romana abituavano gli eruditi ad ampliare

la podestà, guardandolo come successore di quei Cesari, la cui volontà

era unica legge a Roma antica. Federico amava, come dicemmo, ritemprare

coi testi le sue spade, e alla dieta invitò Bùlgaro, Martin Gossia,

Jacopo e Ugone da Porta Ravegnana, cima de’ giureconsulti d’allora,

insieme con due deputati di ciascuna delle quattordici repubbliche,

perchè determinassero in che consistevano le regalie. Ma da che la

giurisdizione di conte divenne ereditaria, consoli e scabini non

erano stati più nominati dagl’imperatori; e ciascuno di questi re che

calò in Italia, fece diversa stima dei proprj diritti, a norma della

propria forza; laonde dalle consuetudini non si poteva nulla dedurre.

Si ricorse dunque al diritto romano; e nel sentimento di questo, e con

parole vecchie onestando la tirannia nuova, i giureconsulti definirono

che competeano all’imperatore tutte le regalie, compresi i ducati,

marchesati, contadi, la moneta, il fodro, ossia diritto d’essere

nodrito e albergato dai vassalli e dalle città quando soggiornava in

Italia; e così i ponti, i mulini, l’uso de’ fiumi, la capitazione, il

far guerra e pace, e il nominare i consoli e i giudici, il popolo non

avendo che a prestarvi l’assenso; di modo che gl’investiti dovettero

rassegnarli all’imperatore, se pur non avessero a mostrare i titoli

del possesso. I conti e i vescovi, che dal costituirsi dei Comuni

erano stati sbalzati di dominio, applaudivano a queste esuberanti

pretensioni, sperando trarne a sè alcuna particella; e l’arcivescovo

di Milano, colla scienza appoggiando la servilità, gli diceva: — State

ben fermo, poichè trovasi scritto che la volontà del principe fa legge,

attesochè il popolo gli concesse ogni imperio e podestà»[124]. Le

città poi quale eccezione potevano contraporre sopra un fatto che mai

non era sussistito, e sopra diritti sostenuti da un forte esercito?

onde fremevano nel veder l’imperatore, da sovrano feudale, mutarsi in

assoluto padrone d’Italia.

I Genovesi erano venuti alla dieta non per isporgere querele o ricevere

ordini, ma come indipendenti, per far mostra e regalo di lioni,

struzzi, papagalli e dei prodotti dell’Oriente; e furono i primi a

protestare contro quel lodo; e ne spacciarono avviso alla patria, la

quale subito con vivissimo ardore si rifece di mura, lavorandovi uomini

e donne, e l’arcivescovo Siro dandovi il valore de’ proprj arredi; e

(fatto nuovo) soldò truppe a difesa. Chi vuol pace prepara la guerra;

e di fatto Federico calò con essa a patti, assentendole di eleggere i

proprj consoli, i quali potessero chiamare all’armi tutti gli abitanti

della riviera da Monaco sin a Portovenere; la privilegiò del commercio

in ogni luogo a mare, neppur eccettuata Venezia; esenzione da imposte e

servizj militari e da regalie, sol che pagasse milleducento marchi.

Federico aveva in quella dieta proibito di lasciare feudi alle chiese;

poi, sempre mal vôlto a papa Adriano, volle rammemorargli l’apostolica

umiltà; e poichè la cancelleria romana trattava seco col _tu_ solenne,

ordinò facesse altrettanto la sua col papa, e nelle soscrizioni il

nome se ne posponesse a quello di lui imperatore: asseriva ancora che

il patrimonio papale rilevava dall’Impero, e pretendeva di mandare a

Roma ad amministrare la giustizia, e di alloggiare i proprj nunzj ne’

palazzi vescovili. Il senato romano al solito favoriva le pretensioni

di Federico, sicchè il papa scontento intendevasi colle città lombarde,

e preparava forse la scomunica contro il prepotente.

Il quale, dichiarato unico depositario del potere legislativo e

giudiziale, deputa in ogni paese suoi magistrati, che furono detti

_podestà_ perchè esercitavano i regj poteri e giurisdizione in molte

cause. Questo e le leggi sulla pace pubblica e il divieto delle guerre

private non urterebbero punto colle idee d’oggi; ma secondo i privilegi

d’allora, stabiliti meglio che sulla carta, erano un grave attentato

alla libertà e all’indipendenza comunale: onde i Milanesi, a cui nella

capitolazione aveva garantito magistrati proprj, e a cui, in onta

di quella, avea sottratte non solo Como e Lodi, ma Monza e il Seprio

e la Martesana, capirono ch’e’ non tenevasi obbligato a convenzioni

fatte coi sudditi, e fremendo insorgono (1159); accolgono a sassate i

messi regj venuti per attuare i decreti di Roncaglia, gridando _Fora

fora, Mora mora_; cacciano la guarnigione dal castello di Trezzo che

assicurava ai Tedeschi il passo dell’Adda, e si serrano alla difesa.

Anche i Cremaschi, loro alleati, cui egli mandò intimare di demolir la

mura, risposero coll’avventarsi alle armi.

Federico, messili al bando dell’Impero, giura non cinger più il

diadema che non gli abbia domati, e tosto dalla Ponteba al San Gotardo

ogni valle versa Tedeschi sovra il piano lombardo; qui il Palatino

del Reno, i duchi di Svevia, di Baviera, d’Austria, di Zaringen, il

figliuolo del re di Boemia, il conte del Tirolo, gli arcivescovi di

Colonia, di Magonza, di Treveri, di Magdeburgo, il fiore insomma della

Germania. E cominciano guerra da Barbari (1162), sperperano il paese,

uccidono, appiccano: una volta l’imperatore fa acciecar una banda di

foraggiatori, lasciando sol un occhio ad uno per ricondurli: assediata

Crema, pone i figliuoli che teneva ostaggi, a bersaglio de’ colpi

paterni, onde proteggere le macchine[125]: e dopo sei mesi d’ostinati

assalti presala per tradimento dell’ingegnere, la abbandona alla

brutalità de’ suoi e alla vendetta de’ nemici Cremonesi.

Milano non si lasciò sbigottire a quell’insolita ferità; cercò rialzare

Crema; e il castello di Carcano sporgente nel laghetto d’Alserio, e le

colline fra Cantù e il monte Baradello furono teatro di sue vittorie

sopra gl’imperiali. Ma sentivasi indebolita dalla ripetuta devastazione

de’ suoi campi e dal distacco di tutti i vicini, quando Federico la

assalì (1162) scorrazzando colla cavalleria e vietando di portarle

viveri, sin col tagliare le mani a venticinque villani in un giorno,

côlti in tale servizio. Resistè ancora vigorosa: ma dai tradimenti,

dalla fame, da un incendio de’ magazzini, dalla superiorità dell’armi

feudali, collegate pur troppo con quelle non solo dei castellani e

dei conti di Malaspina e di Biandrate, ma anche de’ Comuni italiani,

fu costretta cedere alle grida del vulgo, e rendersi a discrezione.

Al quartier generale in Lodi venne il popolo in abito penitente, con

croci in mano, dietro al carroccio, che avvezzo un tempo a pavesarsi

di trionfate bandiere, allora chinò l’antenna e il gonfalone di

sant’Ambrogio avanti all’imperatore, fra il mesto squillo delle trombe;

e il sacro carro e novantaquattro stendardi furono dati al nemico;

otto consoli degli ultimi tre anni, trecento cavalieri, tenendo

in mano le spade ignude, fecero atto di sommessione. Non soltanto

Italiani e il conte di Biandrate, ma fin i baroni tedeschi e la corte

supplicavano Federico di clemenza: ma egli, dalla vittoria fatto sordo

alla compassione, e stimolato anche dalle invide città che all’uopo

gli diedero grosse somme[126], ordinò a’ Milanesi tornassero a casa

e v’attendessero le sue risoluzioni. Dieci giorni passarono i nostri

in quella affannosa aspettazione che è peggio del male istesso: alla

fine Federico arrivò, e nell’imperiale sua clemenza perdonando alle

vite, impose che, usciti i cittadini, Milano fosse abbandonata alla

distruzione. A ciascuna delle città alleate ne assegnò un quartiere a

diroccare, quasi volesse che tutte si contaminassero col fratricidio, e

i rancori allontanassero la possibilità di nuovi accordi.

Esultarono i Lombardi all’umiliazione della gran nemica; ma un senso di

sgomento occupò tutta l’Italia. Brescia, Piacenza, Bologna evitarono

la distruzione col sottomettersi. Genova, dianzi così risoluta alla

difesa, sbigottì; mandò ambasciadori con gratulazioni e proteste; il

suo storico uffiziale Caffaro tributava a Federico i titoli di _sempre

augusto, sempre trionfante, che elevò l’Impero al colmo della gloria_.

E Federico in Pavia cingevasi di nuovo il diadema che avea giurato

più non portare finchè Milano sussistesse; e datava i suoi atti dalla

distruzione di Milano[127].

Le città lombarde non andarono guari ad accorgersi quanti abbia

pericoli la lega col potente: perocchè, toltasi d’in su le braccia la

città che unica potea reggere seco in bilancia, Federico cessò da ogni

riguardo verso le altre, le angariò a baldanza, pretendendo esigerne

nuove gravezze e smantellarle; a’ Cremonesi, Pavesi, Lodigiani, suoi

fedelissimi, permise bensì d’eleggersi consoli proprj, ma a Ferrara,

Bologna, Faenza, Imola, Parma, Como, Novara, che pur seco tenevano,

mandò podestà imperiali, fossero Tedeschi o di que’ vili che col

maltrattare i compatrioti vogliono farsi perdonare la colpa d’essere

Italiani[128].

All’eguale stregua meditava Federico ridurre il Patrimonio di san

Pietro. Quel Rolando Bandinelli da Siena, che poc’anzi accennammo,

celebratissimo per dottrina, virtù, esperienza del mondo, era succeduto

papa col nome di Alessandro III (1159); ma il cardinale Ottaviano

romano, fautore di Federico, turbolentemente s’indossò le divise

pontificali, tenne prigione il papa e i cardinali, e prese il nome

di Vittore IV. Il popolo e i Frangipani liberarono Alessandro, che

si ritirò da Roma; mentre l’antipapa comprava vescovi, e blandiva

l’imperatore, il quale sostenendo questo, poi tre altri antipapi

(Pasquale III, Calisto III, Innocenzo III) squarciava la cattolica

unità egli che n’era il rappresentante secolare. Allora scomuniche

contro lui, contro i vescovi e i principi e i consoli di Cremona, Lodi,

Pavia, Novara, Vercelli suoi aderenti. Di queste trascendenze e de’

soprusi de’ luogotenenti imperiali chiedevano fine o moderanza vescovi,

marchesi, conti, capitanei ed altri magnati, e cittadini grandi e

piccoli; ma Federico non usò nè giustizia nè misericordia[129]; e

svallato con un nuovo esercito (1164), andava rimettendo al freno le

città che tumultuavano. Ma Veronesi, Vicentini, Padovani, Trevisani,

coll’ajuto dei Veneti, aveano cacciato i podestà di lui, e quand’egli

andò per domarli, sentì non potere fidarsi delle truppe italiane che

l’accompagnavano, onde voltò come in fuga (1166), mentre essi munivano

le chiuse perchè non potesse rimenare eserciti.

Tutto ciò rendeva più sentiti i lamenti dei Milanesi, che senza patria

tapinavano di città in città, invocando soccorso e vendetta. Perchè lo

straniero era prevalso alla comune libertà? perchè li trovò disuniti

e nemici. Per tornar forti e mantenersi liberi di che han dunque

bisogno? di concordia e d’unione. Lo compresero; e quelli che nella

prosperità non s’erano scontrati che coll’ingiuria sul labbro, col

pugno sul brando, nella depressione rinnovellarono la fratellanza, e

posti giù gli odj e le gelosie, nel convento di Pontida (1167 aprile),

terra sull’orlo del Milanese e del Bergamasco, si strinsero in lega, e

i varj popoli della Lombardia, della Marca e della Romagna sul santo

Vangelo giurarono d’ajutarsi reciprocamente, compensarsi a vicenda

dei danni che patissero a tutela della libertà, non far tregua o

pace con Federico imperatore o co’ suoi se non di comune accordo, non

soffrire che esercito tedesco scendesse in Lombardia; o se scendesse,

combatteranno l’imperatore e qualunque persona lo favorisca, sinchè

esso esercito non esca d’Italia, talchè si possano recuperare i diritti

che la Lombardia, la Marca e la Romagna possedevano al tempo d’Enrico

III[130]. Oltre le città che firmarono, fu lasciato (come oggi si dice)

protocollo aperto a quelle che volessero accedervi.

Posata una mano sulla spada, stesa l’altra ai fratelli, conobbero la

potenza dell’unione. Primo atto de’ collegati Lombardi fu rifabbricare

Milano per concordi cure, come per ira concorde l’avevano sfasciata;

poi tentate invano le persuasioni, mossero a soggettar le città, che la

gratitudine o la paura serbava con Federico, e costringerle ad entrare

nella Lega Lombarda.

Papa Alessandro III erasi ricusato di rimettere a un concilio, raccolto

in Pisa da Federico, la decisione fra lui e l’antipapa; ma vedendo

occupate tutte le terre di santa Chiesa da scismatici e imperiali, dovè

cercare rifugio in Francia; dove ebbe grandi onori, e i re di questa e

d’Inghilterra camminarono allato al suo cavallo tenendogli le staffe.

Di là favoriva di conforti o di benedizioni la Lega, e lanciò contro

Federico la scomunica, in cui, come «vicario di san Pietro costituito

da Dio sopra le nazioni e i regni, assolve gl’italiani e tutti dal

giuramento di fedeltà che a quello li legasse fosse per l’impero o per

il regno; toglie coll’autorità di Dio che egli abbia mai più forza ne’

combattimenti, o vittoria sopra Cristiani, o in parte veruna goda pace

e riposo, finchè non faccia frutti degni di penitenza»[131].

Favoriva pure ai collegati Guglielmo II di Sicilia, desideroso che

Federico si trovasse impelagato in Lombardia così, da non poter

minacciare alla Puglia. Enrico III d’Inghilterra, se ottenessero che

il papa degradasse l’arcivescovo di Cantorbery avversario suo, offriva

trecento marchi ai Milanesi e di restaurarne le mura, altrettanti

ai Cremonesi, mille a’ Parmigiani e Bolognesi. Fin Manuele Comneno

di Costantinopoli, che rimeditava i suoi diritti sull’Italia, spedì

ambasciadori al pontefice per trattare di togliere lo scisma e

ricongiungere la Chiesa greca alla latina, purchè egli pure riunisse

sul capo di lui la corona dell’impero d’Occidente e d’Oriente, esibendo

quant’oro bastasse a snidare d’Italia i Tedeschi; intanto concedette

sposa una figlia ad Ottone Frangipani, principalissimo in Roma, cercò

l’amicizia de’ Genovesi, e ai collegati Lombardi somministrò oro per

comprare i mercenarj, allora introdottisi nelle nostre guerre. Però il

papa, fido all’idea de’ suoi predecessori, voleva la sede del rannodato

impero non fosse che a Roma; il Comneno ostinavasi per Costantinopoli,

tantochè restarono disconchiusi.

A soffogare quest’incendio, Federico scende di nuovo per la val

Camonica, e imparato linguaggio più mite a fronte de’ popoli concordi,

promette far ragione delle querele. Intanto di nuove ne eccita con

trattamenti da nemico, devasta il Bolognese per vendicare Bosone

suo ministro ivi ucciso, e leva contribuzioni e ostaggi. Ma udito

che gli abitanti di Tusculo e d’Albano, a lui favorevoli, erano

stati aggressi dai Romani coi soliti guasti, accorse, e diede una

battaglia sanguinosissima ai Romani, poi volse sopra la loro città.

La pose in difesa Alessandro, secondato dai Siciliani; ma Pasquale

antipapa inanimava Federico, che per prendere il Vaticano gettò fuoco

alla chiesa di San Pietro, e dal suo papa si fe novamente coronare.

Allora propone ai Romani che inducano Alessandro ad abdicare, ed egli

a vicenda vi indurrà Pasquale, in tal modo finendo lo scisma: e i

Romani, desiderosi di pace, gli davano ascolto; sicchè Alessandro,

nè tampoco tenendosi sicuro nelle incastellate case de’ Frangipani,

ricoverò a Gaeta. I Pisani secondavano l’imperatore, e misero in fuga

il loro arcivescovo che li dissuadeva dall’osteggiare il pontefice, e

lo ajutarono a prender Roma. Ma la mal’aria decimò il suo esercito,

ed uccise l’arcivescovo di Colonia, sette vescovi, molti principi e

magnati; onde Federico si levò in isconfitta, perdendo per istrada gran

parte dell’equipaggio, e forse duemila baroni e prelati e cavalieri,

oltre i soldati. A Pavia, mantenutasegli fedele, mette al bando

dell’Impero le città federate, e gitta in aria il guanto in segno di

sfidarle; ma non osa assalirle, per tema che negl’italiani che seco

militavano, l’amor de’ fratelli non prevalga alla feudale lealtà;

infine, con solo un pugno d’uomini riprende la strada della Savoja,

lasciando appiccati qua e là ostaggi lombardi. I cittadini di Susa gli

tolsero gli altri, e insidiavano lui pure, che col promettere monti

d’oro[132] e ogni grazia e bene al conte di Morienna ottenne di passare

per le sue terre (1168) travestito in Germania.

Ne’ sei anni che Federico stette fuori, ingrandirono di numero e vigore

le nostre repubbliche, ripigliammo le città imperiali, costringemmo

l’antipapa a venire alla devozione di Alessandro III, togliemmo le

fortezze ai fazionieri dell’imperatore, e specialmente al conte di

Biandrate, distruggendone la rôcca, levandone gli ostaggi, e uccidendo

la guarnigione. Federico mandò un grosso di truppe, guidate da

Cristiano arcivescovo di Magonza e cancelliere dell’Impero, guerriero

terribile, che una volta colla mazza sfracellò trenta nemici, e insieme

voluttuoso sì, che traeva dietro donne e muli tanti, da costare più

che il corteggio imperiale. Malmenò costui la Lombardia, e guastatine

i dintorni, assediò Ancona, città molto cara all’imperatore Comneno

come opportunissima a sbarcare in Italia; e lo ajutarono i Veneziani

per disgusto che presero coll’imperatore bisantino, o per emulazione

commerciale. La città fu ridotta a pascersi di sorci e di cuojo secco,

pur resistette con coraggio degno degli antichi eroi. Raccontano che

un prete Giovanni con una scure andò nuotando a tagliar la gomona

d’un grossissimo naviglio veneto detto _Tutt’il mondo_, per quanto

lo saettassero i marinaj, che a stento si salvarono; mentre altri

sull’esempio suo recisero le àncore di sette altre navi, che dalla

tempesta furono fracassate. La vedova Stamura vedendo i suoi dare

indietro da una sortita fatta per incendiare le macchine nemiche, prese

un tizzone e si avventò verso quelle, malgrado le freccie appiccandovi

la fiamma. Un’altra donna, visto un combattente estenuato perchè

da più giorni non assaggiava cibo, gli porse il poco latte del suo

petto, sottraendolo al proprio bambino[133]. E la perseveranza ebbe

premio, perocchè Ancona fu liberata dai Ferraresi e dalla contessa di

Bertinoro.

Non che la parzialità imperiale fosse spenta, sopravviveva quasi in

ciascun paese, e dove prevalesse lo traeva a quella bandiera. Così

in Bergamo il vescovo Gherardo parteggiava pel Barbarossa, mentre il

popolo pe’ suoi avversarj. Cremona e Tortona accettarono l’alleanza

di Federico. Como era spinto a vicenda da un partito o dall’altro; e

quando gl’imperiali rizzarono le creste, distrussero il castello di

Gravedona, e la memorabile isola Comacina (1169), la quale più non

risorse.

In Roma il senato non volea spossessarsi dell’acquistata autorità,

sicchè Alessandro non potea rimettervi piede. Si continuava pure

ostinata guerra ai Tusculani, i quali non videro scampo che nel

porsi alla tutela del papa stesso. Ma i Romani proposero a questo di

pacificarsi e riceverlo entro se li lasciasse abbattere le mura di

Tusculo: ed egli acconsentì: ma essi, sfogata l’ira, non si curarono

della promessa, sicchè il papa (il cui nome or si sparnazza fra i

liberatori d’Italia) fu costretto stare in armi nella campagna.

Costanti coll’Impero in Lombardia teneansi principalmente la città

di Pavia e il duca di Monferrato, e per la vicinanza si sorreggeano

l’un l’altro. I collegati lombardi pensarono dunque porre una barriera

fra costoro: e uniti i loro stendardi, invece di più ricostruire

Tortona, una nuova città piantarono (1168) ove la Bòrmida confluisce

col Tànaro; dal nome del pontefice la dissero Alessandria, e i nemici

la soprannomarono _della paglia_, perchè di paglia si coprirono le

case fretta fretta fabbricate, e recinte di nulla più che un siepato,

un terrapieno e liberi petti. Ebbe subito quindicimila cittadini,

privilegio di libero Comune, e sette anni dopo il vescovado[134].

Appena gli affari di Germania glielo assentirono, Federico in persona

calò un’altra volta; fra via distrusse Susa in vendetta dello smacco

soffertovi; coll’assedio costrinse Asti a rinunziare alla Lega; e

rinforzato da nuova gente di tutta Germania e di mezza Italia, assediò

la neonata Alessandria. Ma per quanto vi moltiplicasse valore, crudeltà

e astuzie, dovette allargarla al sopravvenire di un esercito lombardo,

che il sagrifizio della magnanima cittadella avea dato tempo di

radunare. A questo si fe incontro Federico. Onest’uomini e religiosi

s’interposero, al cui lodo si rimisero ed egli e i Lombardi. Ma quegli

volea salvi i diritti imperiali, questi salve le libertà loro e della

Chiesa; sicchè del conchiudere fu nulla, e Federico avendo consumato

anche il sesto esercito, mandò a sollecitarne un nuovo, che di Germania

gli fu condotto dalla moglie per l’Engadina, Chiavenna e il lago di

Como. A incontrarlo mosse egli coi Lodigiani, e ritornava accompagnato

dai Comaschi per congiungersi ai Pavesi e ai Monferrini, quando nella

pianura di Legnano (1176 — 29 mag.) ecco gli si attraversa l’esercito

de’ collegati. Sulle prime egli ebbe il vantaggio, e vide le spalle de’

nostri; ma la Compagnia della Morte, giovani risoluti a perire anzichè

perdere, si strinse attorno al carroccio, scompose l’ordinanza nemica,

e la mandò a sbaraglio. Federico stesso non campò la vita che tenendosi

rimpiattato sotto i cadaveri; e la moglie, da lui lasciata nel castel

Baradello di Como, il pianse per morto finchè nol vide ricomparire

umiliato e fremente.

Il Tedesco aveva trovato sostegno da alcune repubbliche marittime, che

lo bramavano favorevole alle loro ambizioni. Barisone d’Arborea, uno

de’ giudici o re di Sardegna (1163), agognando tutta l’isola, ne aveva

impetrata da Federico l’investitura per quattromila marchi d’argento:

ma nè l’imperatore avea diritto a disporre di quella, nè Barisone i

denari da pagarla. Questi gli furono anticipati da Genova, desiderosa

d’accorciare i panni all’emula Pisa, che colà teneva sovranità: ma

Barisone, non essendo in grado nè di restituire ai Genovesi nè di

resistere ai Pisani, si conciliò con questi; talchè i Genovesi rimasero

peggiorati della somma e della speranza. Ne venne guerra sanguinosa di

molti anni, dove i Liguri riuscirono superiori, attenendosi a Federico,

promettendogli la flotta per l’impresa di Sicilia, e ricevendo da lui

promessa di cedere Siracusa e ducencinquanta feudi in val di Noto,

appena dell’isola si fosse insignorito. Di rimpatto i Pisani si volsero

all’imperatore di Costantinopoli, e mandati e ricevuti ambasciadori,

conchiusero un’alleanza che assicurava loro la franchigia in tutti i

porti dell’impero greco, ogni anno il tributo di cinquecento bisanti

d’oro, e due tappeti di seta a Pisa, e di quaranta bisanti e un

tappeto all’arcivescovo. Invano Federico intimò che Genovesi e Pisani

rimettessero in lui le loro differenze, e gli uni e gli altri speravano

da esso l’investitura della Sardegna, e intanto lo accarezzavano e lo

provvedevano per le sue imprese.

Tanto bastava perchè gliene volessero male i Veneziani, i quali, se

dapprima l’aveano favoreggiato per isbaldanzire le repubbliche di

terraferma, s’adombrarono poi delle crescenti pretensioni; diedero

incoraggiamenti alla Lega Lombarda, e ricovero al fuggiasco Alessandro

III. E quando Federico minacciò piantar le sue aquile vincitrici in

faccia a San Marco, risposero alla bravata armando settantacinque

galee; e il doge, cui il papa cinse la spada d’oro, sbarattò la

flotta che Genovesi e Pisani aveano allestita all’imperatore. Côlto lo

stesso figlio di costui, lo trattarono decorosamente, e rinviarono con

proposizioni di pace.

E pace dovea desiderare Federico, dopo logorati ventidue anni e

sette eserciti[135] contro il clima e le libertà d’Italia. Pertanto

s’industriò di staccare dalla Lega Alessandro, e gli inviò deputati ad

Anagni, i quali gli dissero: — È indubitato che, dai primordj della

Chiesa, Dio volle vi fossero due capi, dai quali venisse governato

questo mondo: la dignità sacerdotale, e la podestà regia. Se queste non

si appoggino in vicendevole concordia, non potrà mantenersi la pace,

e il mondo andrà in subugli e guerre. Cessi dunque la nimistà fra voi

due, capi del mondo; e vostra mercè sia resa la pace alla Chiesa e al

popolo cristiano»[136]. Alessandro rispose, ben egli volerla, ma questa

dover essere comune anche a’ suoi alleati e difensori. Il pontefice

trattava di ciò pubblicamente; gli ambasciadori imperiali avrebbero

voluto stipulare in privato, col pretesto che alcuni avversavano la

loro concordia: ma sebbene per quindici giorni si disputasse, nulla fu

tratto a riva. Federico dunque chiese un abboccamento con Alessandro,

e questi (tanto si fidava) volle da lui, da suo figlio e dagli altri

grandi il giuramento di non nuocere alla sua persona, e andò a Venezia

coi deputati delle città lombarde[137].

Federico proponeva o si stesse al dettato della dieta di Roncaglia,

oppure a quanto osservavasi al tempo di Enrico IV: i Lombardi

rifiutavano la prima, non convenzione, ma ordinanza di Roncaglia;

quanto all’altra, dicevano mal ricordarsi di quegli usi; sapere che da

un pezzo godeano le regalie e il diritto di eleggere i magistrati, e

voler conservarlo; sicchè non potè venirsi a conchiusione. Bastò dunque

appuntare un accordo (1177), ove Federico riconosceva il pontefice

escludendo gli antipapi, e prometteva tregua per quindici anni col

re di Sicilia, per sei colle città lombarde, duranti i quali egli

non n’esigerebbe il giuramento di fedeltà, e si stabilirebbero de’

_treguarj_ che terminassero le contese eventuali, impedendo di farsi

ragione colle armi. Esso imperatore in compenso godrebbe per quindici

anni i beni allodiali della contessa Matilde, che poi cederebbe alla

Chiesa romana; e a tali condizioni verrebbe ricomunicato.

Fu Alessandro III uno sleale, che abbandonò gli alleati suoi per

patteggiare in disparte? o fu un inetto che non seppe cogliere il

destro di distruggere la potestà imperiale e l’ingerenza tedesca, e

assicurare per sempre l’indipendenza d’Italia?

Nè l’un nè l’altro può crederlo chi non confonda le idee e le

aspirazioni dei tempi nostri con quelli d’allora. I Lombardi non aveano

mai inteso d’annichilar l’imperatore, e fino ne’ momenti più prosperi

chiesero soltanto di vedere assicurati i proprj privilegi, sotto la

primazia di quello: come gli arimanni si consideravano liberi perchè

dipendenti dal solo re, così libere chiamavansi le città che non

avessero altra superiorità che l’imperatore. Anzi i capi della Lega

dinanzi al papa nella chiesa di Ferrara il 1177 dichiaravano: — Sia

noto alla santità vostra e alla potestà imperiale, che con riconoscenza

riceveremo la pace dall’imperatore, salvo l’onore dell’Italia, e che

desideriamo essere rimessi nella grazia di lui, secondo le vecchie

consuetudini, nè ricusiamo le antiche giustizie: ma non consentiremo

mai a spogliarci della nostra libertà, che abbiamo ereditata dai padri

e dagli avi, e non la perderemo che colla vita, essendoci più caro il

morir liberi che il vivere in servitù»[138].

A tale intento avviava appunto la tregua, durante la quale fu stipulata

una soda pace. Quanto al pontefice, abbattendo l’imperatore avrebbe

disfatto l’opera de’ predecessori suoi, i quali avevano ridesto il

nome d’imperator romano, e affidato a quello la primazia temporale

della cristianità; e quand’anco gli ebbero contumaci e ribelli, mai

non pensarono distruggerli, ma al più surrogarne uno, meglio docile e

religioso.

I Veneziani che aveano giurato ad Alessandro, finch’egli vi stesse,

non ricevere nella loro città Federico, dispensati dalla promessa,

andarono a prenderlo da Chioggia colla splendidezza che la sposa

dell’Adriatico pose sempre nelle sue feste. Federico, approdato alla

piazzetta, baciò il piede del papa, al quale poi servì da mazziere,

allontanando colla verga la folla; della predica che Alessandro recitò

in latino, il patriarca d’Aquileja fece la spiegazione in tedesco, onde

contentare la devozione dell’imperatore; il quale assolto, dopo il

_credo_ baciò ancora il calcagno del pontefice e fe l’oblazione; poi

ne ricevette la comunione; e finita la messa, lo accompagnò per mano

sino alla porta della basilica, gli tenne la staffa, e lo menò per la

briglia fino al palazzo[139]. Che il papa mettesse il piede sovra il

collo dell’umiliato imperatore, proferendo il versetto del salmo _Sovra

l’aspide e il basilisco passeggerai, calcherai il leone e il drago_,

e che Federico rispondesse di rendere quell’omaggio non a lui ma a san

Pietro, è un fatto controverso, ma che nulla ripugna coi tempi; che se

gli spiriti forti del secolo passato, striscianti appiè dei troni, lo

negarono con orrore, la libera Venezia non esitò a farlo dipingere tra

i fasti nazionali.

In nome del Barbarossa, Enrico di Diesse giurò sui vangeli, sulle

reliquie, e sopra l’anima dell’imperatore, che questo manterrebbe la

pace: altrettanto fecero dodici principi dell’Impero, gli ambasciadori

di Sicilia, e i consoli di Milano, Piacenza, Brescia, Bergamo, Verona,

Parma, Reggio, Bologna, Novara, Alessandria, Padova, Venezia. I vescovi

di Padova, Pavia, Piacenza, Cremona, Brescia, Novara, Acqui, Mantova,

Fano, che in opposizione alle loro plebi aveano favorito all’imperatore

e all’antipapa, furono ribenedetti.

Alessandro III fu ricevuto festivamente anche dai Romani, avendo

conceduto che il senato durasse, ma con giuramento di fedeltà al

papa, al quale si restituissero la basilica di San Pietro e le

regalie. L’antipapa venne all’obbedienza dacchè si trovò abbandonato

dall’imperatore: ma un avanzo di coloro che credono fermezza

l’ostinazione, nominò un altro che presto fu imprigionato. Un concilio

ecumenico in Laterano di trecentodue vescovi procurò rimarginar le

piaghe della Chiesa.

Federico, ch’era tornato in Germania per racconciarne il freno,

mandò deputati, i quali in Piacenza stesero i preliminari d’un

accordo. A Costanza, memorabile città lietamente posta colà dove il

Reno sfugge dal lago, e al verdeggiante declivio fan contrasto le

ghiacciaje del Sangallo e d’Appenzell, fu poi conchiusa tra le città

lombarde e l’Impero la pace (1183 — giugno) che coronava i magnanimi

sforzi, e consolidava le repubbliche nostre, non più come un fatto

ma come un diritto. L’imperatore dichiarava avrebbe potuto castigare

i colpevoli, ma per clemenza e dolcezza preferiva perdonare, e far

loro del bene. Comprese nel trattato furono Milano, Vercelli, Novara,

Lodi, Bergamo, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso,

Bologna, Faenza, Modena, Reggio, Parma, Piacenza: come alleate

dell’imperatore figurarono Pavia, Cremona, Como, Genova, Alba, Tortona,

Asti, Alessandria che, anticipando la pace, n’aveva conchiusa una

particolare, e mutato il nome in Cesarea. De’ signori feudatarj non

appajono che Obizo Malaspina di Lunigiana colla parte imperiale; colla

nostra i conti di Biandrate e di Monferrato. A Ferrara si lasciò

arbitrio di accedere fra due mesi. Restarono escluse nominatamente

Imola, Castro, San Cassiano, Bobbio, Gravedona, Feltre, Belluno,

Céneda. Venezia non v’è tampoco nominata, giacchè, essendo indipendente

affatto dall’Impero, non voleva pregiudicarsi con questo trattato.

A tenore del quale, le città della Lombardia, della Marca e

della Romagna, entro il loro recinto godrebbero le regalie che da

immemorabile possedevano, e fuori di esso, solo in quanto n’avessero

concessione dall’imperatore; il vescovo con deputati imperiali

esaminerebbe quali infatti fossero tali diritti, se pure le città non

volessero declinare quest’indagine col pagare ciascuna annui duemila

marchi d’argento, o meno, a volontà dell’imperatore. Questi, salva

la sua supremazia, conferma le immunità e i diritti concessi avanti

la guerra da lui o da’ predecessori, purchè non cadano a pregiudizio

d’un terzo. I vescovi che per lo innanzi solessero per imperiale

concessione confermare i consoli, continuassero; nelle altre città

si facessero tra cinque anni confermare dai commissarj imperiali,

e in appresso ricevessero l’investitura dall’imperatore. Il quale

ponesse in ogni città un giudice, cui appellarsi nelle cause civili

eccedenti il valore di venticinque lire imperiali (lire 1575), e che

giudicassero fra due mesi, ma secondo le leggi della città. Tutti i

cittadini dai sedici ai sessant’anni giureranno fedeltà all’imperatore

ogni dieci anni; a questo, ogniqualvolta venisse in Italia, daranno

il fodro e gli alloggi, ripareranno le strade, apriranno mercato pel

suo approvvigionamento: egli però non si baderà a lungo in nessuna

città o diocesi, per non esserle di soverchio aggravio. Del resto sia

in arbitrio delle città il fortificarsi e confederarsi, e rimangano

cessate le infeudazioni che si fossero concedute dopo la guerra a

pregiudizio di esse[140].

L’imperatore tornò poi la sesta volta in Italia, ma in aspetto amico;

sicchè le città nostre gareggiarono in mostrare che, come gli aveano

resistito in campo, sapeano accoglierlo ed onorarlo pacificato.

A Verona durò tre mesi molto alle strette col pontefice Lucio III

intorno ai beni della contessa Matilde, senza riuscire ancora ad una

definizione. I Romani, tornati ben tosto sugli umori vecchi e sulle

idee di Arnaldo, ostinavansi non tanto ad aver repubblica quanto a

disobbedire al papa, che tennero sempre fuori di Roma; e marciati

contro Tusculo, dove s’erano fortificati gli avversarj, presi molti

cherici, gli accecarono, conservando gli occhi a un solo che li

riconducesse in città sovra giumenti e con mitere in capo. Così i

nostri emulavano la brutalità tedesca: e qual bene promettersi da una

repubblica mancante di quel che n’è primo fondamento la morale? Il

papa li scomunicò (1188); ma solo a Clemente III venne fatto di sopire

la rivolta di quarantacinque anni, col solito scapito della libertà;

poichè egli ridusse sotto la propria autorità il senato, il Comune,

la basilica di San Pietro, e le altre chiese e i diritti regali, pochi

lasciandone alla città.

Federico, malgrado la pace, ad or ad ora abbandonavasi allo sdegno;

indispettito coi Cremonesi che, da fedelissimi, gli erano poi mancati,

non solo edificò Crema a loro dispetto[141], ma li guerreggiò; col papa

Urbano III ebbe nuovi diverbj per l’eredità della contessa Matilde;

de’ vescovi che morissero occupava i beni; col pretesto di punire

badesse scandalose, invadeva possessi de’ monasteri; impediva il passo

dell’Alpi a quei che andassero a Roma. Fe’ cingere la corona di ferro a

suo figlio Enrico; e perchè quello di re d’Italia non fosse un titolo

senza soggetto, procurò congiungere alla primazia sui Lombardi il

dominio del reame meridionale: ma donde sperava il consolidamento della

grandezza di sua casa, ne venne la ruina.

Commessi gli affari d’Italia ad Enrico, il Barbarossa tornò in Germania

a domare i baroni che gli aveano recato molestia durante la guerra

d’Italia, ed esercitò l’autorità imperiale con rigore qual altri non

aveva usato da Carlo Magno in poi, fisso soprattutto nel pensiero di

renderla ereditaria nella sua famiglia. Singolarmente gli diede a fare

Enrico il Leone. Avendo esso imperatore saputo indurre il vecchio

Guelfo a rinunziargli i beni di sua casa in Italia e in Germania,

fra cui l’eredità della contessa Matilde, Enrico da quel giorno negò

soccorrerlo nelle guerre d’Italia, benchè supplicato a ginocchi;

messo al bando dell’Impero, fu vinto, e a stento ottenne di conservare

il Brunswick e il Luneburg: ma l’abbassamento di quella casa lasciò

rialzarsi i baroni secolari ed ecclesiastici, che si assicurarono il

pieno dominio del proprio territorio.

Repente un gemito universale annunziò che Gerusalemme, la santa città,

liberata col sangue di tutta Europa, era stata ripresa dai Musulmani,

e il colle di Sion e la valle del Cedron echeggiavano ancora alle

invocazioni di Allah. Il gran Saladino, profittando della rivalità dei

principi latini, gli assalì (1187) e sconfisse, occupò Acri, Cesarea,

Nazaret, Betlem, e alfine Gerusalemme stessa: ed ebbe prigioniero il re

Guido di Lusignano. Menò egli strage particolarmente de’ cavalieri del

Tempio e dell’Ospedale, moltissimi fece prigioni, fra cui Guglielmo di

Monferrato, cugino del Barbarossa, il cui figlio avea sposato Sibilla

sorella di Baldovino re di Gerusalemme, che gli portò in dote la contea

di Joppe. Un altro suo figlio Corrado, trovandosi allora pellegrino in

Terrasanta, tolse a difendere Tiro, durando intrepido, benchè Saladino

minacciasse uccidergli il vecchio padre se non rendesse questa città.

La nuova di tali disastri fu portata in Italia da messi vestiti

a bruno, che andavano tratteggiando gli esecrandi oltraggi usati

alla religione, la santa croce trascinata per le vie, il sepolcro

insozzato, i fanciulli educati al Corano, le donne tratte negli harem,

e mostravano una immagine dove Cristo era battuto e calpesto da un

Arabo, nel quale doveva riconoscersi Maometto. Quest’annunzio accelerò

la morte ad Urbano III, che prima aveva scritto a tutti i potentati

cristiani eccitandoli a soccorrere Terrasanta. Come avviene nei gravi

disastri, una riforma generale parve diffondersi; tregua si convenne

fra tutti i combattenti; i cardinali raccolti a Ferrara per eleggere il

nuovo pontefice, non solo incitarono i re alla crociata, ma proposero

voler guidarla essi stessi; bandirono la tregua di Dio per sette anni,

e scomunicato chi la violasse; e cominciando l’ammenda da sè, promisero

vivere poveramente, e non ricever doni da sollecitatori, non montare

a cavallo (1187), finchè la terra santificata dalla presenza di Cristo

non fosse ricuperata. Gregorio VIII, vecchio di santa vita e macero da

penitenze, nel brevissimo regno non fece che predicare la spedizione,

e a tal uopo cercò rappattumare i discordi, e principalmente Genovesi e

Pisani che si erano continuato feroce guerra. Clemente III succedutogli

persistette nell’intento: fra gli altri, Guglielmo arcivescovo di Tiro,

ministro di Baldovino IV e storico delle crociate, predicò a Milano,

a Bologna, ove duemila cittadini presero la croce, e in altre città:

si permise ai re di riscuotere una _decima Saladina_ sopra tutte le

rendite d’ecclesiastici e di secolari per le spese della guerra: si

comandò il magro ogni mercoledì, digiuno ogni sabbato, non giurare,

non giocare a dadi, non imbandire più di due piatti, non portare vesti

scarlatte o vajo o zibellino, ed altre manifestazioni che durano quanto

l’entusiasmo.

Gl’Italiani, che, appunto in quest’occasione, Corrado abate uspergense

chiama «bellicosi, discreti, sobrj, lontani dalla prodigalità, parchi

nelle spese quando non sieno necessarie, e soli fra tutti i popoli

che si reggano a leggi scritte», corsero primi all’impresa; e Toscani

e Romagnuoli, sotto la guida degli arcivescovi di Pisa e di Ravenna,

approdarono a Tiro. Guglielmo il Buono ordinò un generale registro

di tutti i feudatarj del regno di Sicilia e degli uomini che ciascun

doveva[142], intimando stessero pronti a partire; ed essi s’obbligarono

a contribuire il doppio d’uomini: e una flotta condotta dall’ammiraglio

Margaritone di Brindisi valse non poco a sostener Tiro. Saladino,

costretto a lasciare questa città, tentò sorprendere Tripoli; ma i

nostri giunsero in tempo a salvare quegli ultimi resti del _glorioso

acquisto_.

Federico Barbarossa, che giovane avea fatto l’impresa di Terrasanta,

volle coronare la faticosa vita coll’assumere di nuovo la croce.

Imbevuto del concetto della onnipotenza imperiale qual gli era stata

definita a Roncaglia, mandò intimare a Saladino lasciasse la città

santa a lui, signore universale perchè successore degli antichi

cesari. Saladino vi oppose il diritto della conquista, e si preparò a

sostenerlo. Il Barbarossa col proprio figlio e con sessantotto signori,

trentamila cavalieri e ottantaduemila fanti passò dunque in Palestina

e prosperò; ma traversando il fiume Salef restò annegato; e la crociata

riuscì a fine disastroso.

Il Barbarossa, come gli eroi della tragedia antica, operava in forza

del carattere, non della moralità; postosi un principio, voleva

seguirlo. I Comaschi gli applausero come restauratore del diritto,

punitor delle violenze; altrove fu esaltato come liberatore d’Italia,

mirando solo agli interessi particolari e a quella indipendenza

che spesso fu considerata come idea principale, mentre non è che

secondaria. Tutti poi i nostri lo inneggiarono quando rinunziò alle

idee germaniche, conservando sola la lealtà, con cui accettò il patto

di Costanza. I Germani lo venerarono qual rappresentante della loro

stirpe, e non lo credettero morto, ma che si fosse ridotto nel campo

dorato sul Kiffhäuser, tenendo corte colla figlia e coi burgravi,

sedendo a una tavola di marmo, attorno alla quale crebbe la sua barba

rossa. E verrà giorno che uscirà ancora co’ suoi fedeli, e farà grande

il popolo tedesco sopra tutti gli altri. In Italia altrimenti; e mentre

a Carlo e Ottone, perchè favorevoli alla causa popolare, fu mantenuto

il titolo di Grandi, Federico, non inferiore ad essi, vien tuttora

ricordato con orrore dal popolo, cui si mostrò infesto[143].

Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15) · 第 6 / 23 题