CAPITOLO LXXXIII.

I Comuni lombardi. Lotario II e Corrado III imperatori. Ruggero re di

Sicilia. Arnaldo da Brescia.

Sciolta la servitù della gleba, raccolti sotto un’amministrazione e una

giudicatura sola i tre ordini ridetti cittadini, e da tutti scegliendo

i consoli, e una specie di unità ricevendo dalla supremazia del papa,

l’Italia trovavasi in essere di nazione assai più che non la Francia

o la Germania. Non condensata, è vero, intorno ad una reggia, ma

vigorosamente ripartita attorno ai tre centri d’autorità, il castello,

la chiesa, il palazzo comunale, sarebbe camminata ad altissime fortune

se gl’imperatori non l’avessero scompigliata col crearsi un partito.

Deboli erano questi, in Germania osteggiati dai maggiori feudatarj,

che aspiravano alla sovranità territoriale; e in Italia dai papi

nel lungo certame delle Investiture. Enrico V, ambizioso ed avido

ma operoso, accorto, sprezzatore della pubblica opinione, poco

sopravisse all’accordo di Worms col papa, e in lui si estinse la

stirpe francona, che avea per un secolo dominato la Germania. Lotario

II datogli successore (1125), rassegnò il suo ducato di Sassonia, e

molt’altri possedimenti al genero Enrico di Baviera, della casa Guelfa:

glieli disputò Federico il Losco di Hohenstaufen duca di Svevia, uno

degli aspiranti al trono germanico: sicchè fra le due case cominciò

l’inimicizia, che, dopo mutato natura ed oggetto, sconvolse Germania e

Italia sotto il nome di Guelfi e Ghibellini.

Questi ultimi traevano il nome dal castello di Waiblingen nella

diocesi di Augusta, appartenente agli Hohenstaufen; gli altri dalla

famiglia bavarese dei Guelfi d’Altdorf. Azzo, marchese di Lombardia,

morendo centenario nel 1097, avea lasciato tre figli: Guelfo, che,

come nato da Cunegonda erede dei Guelfi di Baviera, andò a ducare

questo paese, e divenne stipite della casa di Brunswick, salita poi al

trono d’Inghilterra; Ugo si condusse alla peggio, e vendè le proprie

ragioni all’altro fratello Folco figlio di Garsenda principessa del

Maine, e progenitore dei marchesi d’Este in Italia. Signoreggiava

egli il paese dal Mincio fin al mare, cioè Este, Rovigo col Polesine,

Montagnana, Badia, oltre molte terre nella Lunigiana e nella Toscana.

Guelfo ne pretendeva una porzione; e venuto a ripeterla coll’esercito,

collegandosi al duca di Carintia e al patriarca d’Aquileja, di molti

paesi s’impadroni: infine fu stipulato che la linea di Germania tenesse

un terzo della città di Rovigo e la terra d’Este, senza pregiudicare

alle pretensioni che ostentava sull’eredità della contessa Matilde.

Da questa linea proveniva Enrico, che per la cessione di Lotario era

divenuto il più ricco signore d’Europa e il più potente di Germania,

tenendo una serie di paesi dal mar Baltico al Tirreno. Ma dalla parte

ghibellina Corrado duca di Franconia, fratello di Federico il Losco,

aveva redato di qua dell’Alpi i beni allodiali della casa Salica, e

scese in Italia cercandone la corona. Un principe non d’altre forze

provveduto che di quelle somministrategli dal paese, non poteva riuscir

pericoloso alla nascente libertà, onde fu il ben arrivato. A Milano

lo storico Landolfo di San Paolo e il cavaliere Ruggero de’ Crivelli,

deputati dall’arcivescovo Anselmo, discussero le ragioni dei due

principi emuli davanti al popolo, il quale indusse il metropolita a

coronar re Corrado (1128): molte città gli prestarono omaggio e doni;

ma Pavia, Novara, Piacenza, Brescia e Cremona stettero contrarie a

Milano, fin a dichiararne scomunicato l’arcivescovo che aveva unto

l’usurpatore; anche la Toscana repugnò da lui; e Onorio II papa, che

aveva riconosciuto imperatore Lotario, scomunicò questo pretendente.

Il quale tentò invano occupar Roma; sicchè gli stessi che s’erano

chiariti a lui favorevoli per farsene un appoggio, l’abbandonarono

quando il videro incentivo di guerre. Maneggiatosi alcun tempo, egli

si riconciliò con Lotario, e dopo essere stato a carico de’ Milanesi

e Parmigiani, partì dall’Italia covando contro i Comuni lombardi un

dispetto che trasmise al nipote Federico Barbarossa.

Essi Comuni, appena costituitisi, esercitavano nimicizie un

contro l’altro; e particolarmente in quel piano che dalle alpi

Retiche e Leponzie declina sino al Po ed al mare, ricco di nove

città indipendenti, Como, Bergamo, Brescia, Milano, Lodi, Crema,

Cremona, Pavia, Novara, frequenti appigli di risse porgeano i

terreni confinanti, le rivalità di mercato, la comunanza delle

acque irrigatorie. Presosi quel diritto del pugno, cioè della guerra

particolare, che fin là avevano esercitato i feudatarj, i Comuni,

non compressi da superiorità materiale, non da morale ritegno,

abbandonavansi a quella ostilità di vicini a vicini, che sembra

inesorabile maledizione degl’Italiani. Non avevano ancor finito di

abbattere i conti rurali, e già rompevano guerra (1110) Cremona a Crema

e Brescia, Pavia a Tortona, Milano a Novara e Lodi; l’ambizione e la

forza davano ai poderosi il desiderio e l’ardire di opprimere i deboli.

Pavia, memore di essere stata sede dei re goti e longobardi, e Milano

superba d’antichità, di vasto territorio, di popolazione maggiore

e della superiorità metropolitica, gareggiavano di preminenza, e

si contrariavano in ogni fatto. Nella lite delle Investiture Pavia

propendeva alla parte imperiale, alla pontifizia Milano, con cui

parteggiarono Lodi, Cremona, Piacenza; e per insinuazione della

contessa Matilde, giurarono lega di vent’anni onde osteggiare re

Enrico, e sostenere Corrado quando al padre si ribellò. Le due

parti erano equilibrate di forze; e poichè nessuno stabile nodo le

congiungeva, era sicura della vittoria quella che arrivasse ad isolar

la rivale. In fatto, secondo preponderasse una parzialità o l’altra,

le città mutavano bandiera; e girati pochi anni, a Milano troviamo

unite Crema, Tortona, Parma, Modena, Brescia (1117); mentre con Pavia

parteggiavano Cremona, Lodi, Novara, Asti, Reggio, Piacenza.

Quella mescolata che allora si faceva delle prerogative secolari colle

ecclesiastiche, portava a nuove scissure. Crema col suo contado, che

chiamavasi Isola di Folcherio, era stata a giurisdizione de’ marchesi

di Toscana, fin quando nel 1098 la contessa Matilde ne fe cessione al

vescovo e alla città di Cremona. Tale dipendenza spiacque ai Cremaschi,

che coll’armi assicurarono la propria libertà: ma di qui cominciarono

nimicizie lunghe e vergognose[93].

Milano pretendeva non solo alla superiorità che il suo metropolita

traeva dal posto gerarchico, e per cui ordinava i vescovi della

provincia e li convocava a concilio; ma che a lui competesse anche

l’eleggerli, mentre le chiese particolari tenevano gelosamente

al diritto antico di nominare i proprj pastori. Da ciò elezioni

tempestose, contrastate, doppie, complicate dall’appoggio del papa

e dell’imperatore, e per le quali il litigio delle Investiture dalle

sommità sociali scendeva fin a contingenze affatto particolari. Per

simili ragioni, e insieme per gelosia del ricco mercato che vi si

teneva, i Milanesi campeggiarono Lodi, rinnovando le ostilità, cioè

lo sperpero della campagna e la rapina delle messi per quattro anni,

in capo ai quali ridottala per fame, la smantellarono (1111); gli

abitanti dissiparono in sei borgate del contorno, sottoposte a rigide

condizioni; sciolsero il ricco mercato, nè Lodi-vecchio risorse più.

Eguale contesa per l’elezione dei vescovi cagionò la guerra di Milano

contro Como, descritta da un rozzo poeta contemporaneo[94], dolente

di pubblicare il duolo anzichè la letizia d’un popolo da molti secoli

fiorente. Aveano i Comaschi eletto canonicamente Guido de’ Grimoldi

di Cavallasca; mentre il milanese Landolfo da Carcano, destinatovi da

Enrico V, si fece ordinare dal patriarca d’Aquileja, parziale d’esso

imperatore; intruso di rapina nella sede, procurava mantenervisi ad

onta del popolo, e fortificatosi nel castello di San Giorgio presso

Maliaso sul lago di Lugano, scialacquava in privilegi e donazioni

il patrimonio della mensa. Risoluti a tor di mezzo lo scisma e lo

sperpero, i consoli comaschi Adamo del Pero e Gaudenzio da Fontanella

coi vassalli di Guido vi assalgono Landolfo, e fattolo prigione, lo

consegnano a Guido. Essendo nella mischia rimasto ucciso Ottone insigne

capitano milanese (1116), Giordano da Clivio arcivescovo di Milano,

invece d’insinuare pace e perdono, espone alla basilica Ambrosiana

le vesti insanguinate e le vedove degli uccisi, le quali strillando

chiedono vendetta; e serrata la chiesa, egli dichiara resteranno

sospesi i sacramenti, finchè non sia vendicato il sangue sparso.

In quelle assemblee tumultuose, dove la passione è unica consigliera,

e l’urlo predomina sulla ragione, fu decretata la guerra; i Milanesi,

mandato un araldo a denunziarla, assalsero Como, e incominciarono una

guerra, paragonata all’assedio di Troja per la durata, e meglio per

l’accordarsi delle forze lombarde contro una sola città.

Il guerreggiare d’allora non conduceva a pronti esiti, come le imprese

comandate e dirette da volontà unica e robusta. Un Comune avea ricevuto

un torto, e nel consiglio erasi decisa la guerra? più giorni rintoccava

la campana, acciocchè gli uomini capaci s’allestissero d’armi; uomini

che mai non s’erano esercitati insieme, che fin allora aveano badato

ai campi o alle arti, e che non usavano nè vestire nè armi uniformi,

unicamente diretti a vincere e far al nemico il peggior male. A buona

stagione traevasi fuori il carroccio, e dietro e attorno a quello

moveva la gente contro il territorio nemico, stramenava le campagne,

sfasciava i casali, rapiva gli armenti che non avessero avuto tempo

di ridursi nel recinto della città, alla quale poi mettevasi assedio,

procurando il più delle volte prenderla per fame, giacchè, prima

de’ cannoni, le terre murate aveano sempre il vantaggio sopra gli

assalitori. Nelle guerre feudali vedemmo i soldati abbandonare il capo

a mezzo dell’impresa, allo scadere dell’obbligato servizio. Qui gli

assalitori erano gente che avevano campi, arti, famiglia, interessi,

onde mal sopportavano i diuturni accampamenti, e alla mietitura o

all’avvicinarsi della vernata tornavano a casa a rifocillarsi, per

ripigliar poi col nuovo anno la campagna.

Di tal guisa fu condotta la guerra contro Como. I Comaschi erano

valorosissimi fra i Lombardi, come montanari e avvezzi in opra di

caccia e battaglie: e chiuso colla Camerlata e col castello Baradello

il passo verso Milano, poterono impedire gli approcci al patrio suolo.

Li secondavano gli abitanti della Vallintelvi, intrepidi petti, e

insieme abilissimi a inventare congegni militari. Maggior numero

di città prese parte con Milano, quali Cremona, Pavia, Brescia,

Bergamo, la Liguria, Vercelli colla mercantile Asti, e colla contessa

di Biandrate recante in braccio il giovane figliuolo: Novara venne

spontanea, invitata la forte Verona, e Bologna dotta nelle leggi,

e Ferrara non meno famosa che Mantova per bravissimi arcadori, e

Guastalla e Parma coi cavalieri della Garfagnana, benchè avesse guerra

con Piacenza[95]. La politica gli avrebbe stornati dal favorire la

poderosa città contro la inoffensiva, ma v’erano costretti dalla

prepotenza. Ch’è peggio, gli abitanti dell’isola Comacina e di

quei contorni si chiarirono ostili a Como, sicchè anche il lago fu

contaminato di battaglie navali. Fin a Varese si allargò la guerra e al

lago di Lugano; ardite le fazioni, alterni i successi; or una parte or

l’altra innalzavano al cielo inni per vittorie fratricide. Se non che

fra tanto ardore poca era l’abilità, pochissima la disciplina, nessuna

autorità preponderante; e come avviene nelle mosse tumultuarie, ognuno

volea comandare, nessuno obbedire. La campagna era una desolazione,

straziati i fecondi oliveti e le vigne della spiaggia, rapite le

mandre.

Moriva intanto il vescovo Guido, causa e fomento della guerra; moriva

esortando a star saldi nella cattolica fede e nella carità e difendere

la patria. I Comaschi aveano perduto molti valorosi; soffrivano da

dieci anni di devastazione sì per terra, sì dal lago, del quale la

sponda orientale apparteneva ai Milanesi, che con tutti i loro alleati

s’accinsero all’estremo sforzo. Tratti legnami da Lecco, ingegneri e

costruttori da Genova e Pisa, strinsero dappresso la città (1127),

i cui abitanti, sprovveduti d’ogni altro riparo, l’abbandonarono

notturni, per ricoverarsi nel munito borgo di Vico; e quivi interposero

di pace Anselmo arcivescovo di Milano. E ne fu condizione, che,

salve le vite, si sfasciassero le mura e le fortificazioni della

città e dei sobborghi; Como riconoscesse Milano con annuo tributo.

Eppure i vincitori sfrenati posero a sacco e fuoco la città, menarono

in cattività agricoltori, servi, cittadini. Non s’aveano allora

guarnigioni per tener in ceppi i vinti, e perciò bisognava disperderli:

in fatto i Comaschi furono costretti abitare all’aperto, pagare

annualmente il viatico e il fodro, e smettere il solito mercato.

Ciò per altro non li privava del governarsi a comune, con leggi e

magistrati proprj.

Di questa guerra narrammo le particolarità, come esempio di tutte

le altre allora agitate. Ne inorgoglì Milano, che poco poi osteggiò

Crema, e tutta Lombardia andava a scompiglio per fazioni interne;

laonde papa Innocenzo II s’argomentò al riparo spedendo san Bernardo,

borgognone, fondatore de’ Cistercensi ed anima della società cristiana

di quel tempo. Ne’ monasteri non voleva egli si cercasse un rifugio

contro il mondo, bensì forza di combatterlo e guidarlo; l’operosità

essere principio di salute, e perciò i monaci addestrava alle lettere e

all’agricoltura. Dottissimo coi teologi, popolarissimo coi campagnuoli,

vigilava sull’intera cristianità, maneggiava gl’interessi delle

nazioni, pur sempre ribramando la sua devota solitudine, alla quale

tornava appena avesse finito di riconciliare i re, di far riconoscere

i papi, o di spingere tutta Europa contro l’Asia; e preparava libri

che il fecero collocare allato ai santi padri, e fra gli ascetici

prediletti alle anime contemplative. Quand’egli calò in Lombardia,

accorreva la gente per udirlo, e il riceveano a ginocchi, e mettendo

fuori argento, oro, arazzi, quanto aveano di meglio; e beato chi

ottenesse un filo della sua tunica. Riuscì egli ad esaltare lo zelo,

sicchè uomini e donne si vedeano in capelli raccorci e vesti dimesse,

e sulle tavole acqua invece dei vini generosi; liberati prigionieri,

emendati i costumi, e ciò che più era difficile, ristabilita

dappertutto la pace. I Milanesi, meravigliati all’unione di tanto

senno con tanta bontà, il voleano arcivescovo (1135); ma egli, per cui

i gradi e le comparse erano una condanna, s’affrettò di tornare alle

maschie voluttà della solitudine penitente, lasciando presso Milano

il monastero di Chiaravalle, dal quale e dagli altri di Morimondo

e di Cerreto i Cistercensi tolsero a sanare le pantanose pianure,

introducendovi i prati irrigatorj, la fabbrica de’ formaggi e la

coltivazione del riso.

Non avea fatto che partire Bernardo, e gli sdegni ribollirono; e

Cremona e Pavia, dove l’eloquenza di lui poco aveva approdato, si

ritorsero contro Milano. Il vescovo pavese guidò le milizie; e i

Milanesi non solo lo sconfissero, ma lui stesso fecero prigioniero

con molti de’ suoi, i quali rimandarono colle mani legate al tergo, e

attaccato un fascetto di fieno acceso tra i fischi plebei. Tornarono

i Pavesi alla riscossa, ma a Maconago furono rotti ancora. I Milanesi

portarono pur guerra a Novara e Cremona, la quale oppose loro il

castello di Pizzighettone sull’Adda. Violenze che partorivano violenze,

e colle violenze doveano finire.

Quel che intitolavasi regno d’Italia era diviso tra molti feudatarj,

quali il marchese di Monferrato tra gli Appennini, il Po e il Tànaro;

il marchese del Vasto, che poi fu detto di Saluzzo, fra il Po e le alpi

Marittime; ai quali due s’interponeva il contado d’Asti, e accanto quel

di Biandrate che dominava il Canavese fra la Dora Riparia e la Baltea.

Gl’imperatori, per assicurarsi il passo in Italia, aveano sottoposto a

duchi tedeschi anche il pendio meridionale dell’Alpi; onde la Baviera

stendeasi fin a Bolzano, cioè di qua dall’alpi Retiche che ci separano

dai Tedeschi; i Guelfi e il ducato d’Alemagna fino a Bellinzona, di

qua dalle Lepontine; quel di Svevia fino a Chiavenna, di qua dalle

Retiche; le alpi Giulie erano a dominio del duca di Carintia, al quale

furono recate la contea di Trento, e le marche di Verona, d’Aquileja,

d’Istria, tenendo in rispetto la Lombardia da un lato, dall’altro

gli Ungheresi. Ma i re tedeschi, intenti ad assicurare la prevalenza

della gente germanica sopra la slava, vollero estenuare la Carintia,

sicchè abbondarono di concessioni col Veronese, che poi da quella restò

separato del tutto quando i patriarchi d’Aquileja ebbero la sovranità

del Friúli, poi dell’intera Istria, succedendo alle famiglie ereditarie

degli Eppenstein, Sponheim, Andechs. Allora Verona, tornata italiana,

maturò pur essa i germi repubblicani, sotto un vescovo cui dava

importanza il custodire gli sbocchi dell’Alpi e il passo del fiume, che

coprono l’Italia dai Tedeschi.

Il marchese Obizzo Malaspina, oltre la Lunigiana, avea possessi nel

confine di Cremona, e da Massa presso il Lucchese fino a Nazzano presso

Pavia: tratto di settanta miglia[96]. La Casa savojarda di Morienna

usciva dalle sue valli allobroghe per allargarsi sempre più di qua

dall’Alpi, occupando i marchesati d’Ivrea e di Susa; e Ulrico Manfredi,

al tempo d’Enrico I, possedeva dall’alpi Cozie fin alla riviera di

Genova, e da Mondovì ad Asti: la qual città era signoreggiata da un

suo fratello vescovo. Ma troppo spesso suddivisa per eredità, la casa

di Savoja non accennava all’importanza che trasse più tardi dalla sua

postura.

Nell’Appennino toscano avanzavano conti e marchesi e molti dominj

immuni di nobili; ovvero monasteri, badie, beni vescovili isolati,

sceveri dal movimento repubblicano. La potenza dei marchesi, poi della

contessa Matilde, avea nell’Etruria frenato le fazioni, e assicurato

il predominio papale, sicchè rado o non mai s’era veduto un vescovado

diviso fra due competitori. I governi liberi vi tardarono dunque

a svolgersi fin quando, disputandosi fra il papa e l’imperatore la

successione a quella signoria, i popoli, incerti a chi obbedire, furono

men soggetti ad entrambi i competitori, e nella negligenza di questi

provvidero da sè al proprio ordinamento.

Roma offriva sempre gran mescolanza d’antichissimo e di novissimo, e

dei tre elementi di popolo, di feudo, di sacerdozio. Prefetto, consoli,

senato offrivano una costituzione repubblicana, i feudatarj e i

castelli rappresentavano il diritto della spada, il papa la sovranità;

e si urtavano e prevaleano a vicenda. Nel X secolo, tutto forza,

sormontarono i feudatarj, oligarchia turbolenta, che quasi assorbì la

ecclesiastica. Colla restaurazione degli Ottoni la nobiltà fu repressa

e il papato rialzossi, appoggiandosi però allo straniero, che riservava

a sè la moneta e la giustizia.

I pontefici, mentre aveano assodata l’autorità su tutto il mondo,

pochissima ne godevano nella città di loro residenza. Per le ripetute

donazioni imperiali dominavano l’antico ducato di Roma, l’Esarcato

e la Pentapoli: ma erano cinti da robusti signori, quali il duca di

Spoleto nell’Ombria meridionale, nel Piceno e in parte del Sannio; a

mezzodì il marchesato di Guarnerio fra gli Appennini e l’Adriatico, da

Pésaro ad Osimo; di qui alla Pescàra quel di Camerino e di Fermo; quel

di Teate dalla Pescàra a Trivento: principi indipendenti non appena

l’imperatore avesse vôlto le spalle all’Italia. Le città poi a levante

del Lazio e a maestro della Toscana formavano altrettanti ducati sotto

vescovi e signori. La stessa campagna romana era sparsa di signorotti,

che da Palestrina, da Tùsculo, da Bracciano ne faceano infelice

governo, impedivano la coltura de’ campi, e perfino nei sepolcri di

Cecilia Metella e di Nerone, o nelle terme di Caracalla fortificandosi,

teneano serva ai loro capricci l’antica capitale del mondo: fra le sue

mura stesse, sovente una fazione dal Coliseo, un’altra dalla torre di

Crescenzio, una terza dal Pincio venivano a provocarsi.

_Urbs_, cioè la città per eccellenza, chiamavasi Roma, e senato

il suo consiglio comunale come ai tempi di Cesare e di Scipione.

Dieci elettori di ciascuno dei tredici rioni della città, ogn’anno

sceglievano cinquantasei senatori; è probabile fossero tutti nobili,

e che alcuni formassero per turno il consiglio secreto del patrizio,

rappresentante della repubblica. Geroo, prevosto di Reichersperg, nel

1100, scrive ad Enrico prete cardinale: — I senatori romani giudicano

delle cause civili; le maggiori e universali spettano al pontefice o

al suo vicario, ed all’imperatore o al vicario di lui prefetto della

città; il quale la dignità propria rileva da entrambi, cioè dal papa

a cui fa omaggio, e dall’imperatore da cui riceve le insegne della

dignità, cioè la spada sguainata. E come coloro cui spetta guidar

l’esercito sono investiti col vessillo, così per lungo uso il prefetto

della città è investito colla spada, sguainata contro i malfattori.

Il prefetto della città poi della spada usa legittimamente a sgomento

de’ malvagi e conforto dei buoni, a onor del sacerdozio ed a servizio

dell’Impero»[97].

I nomi pomposi mal mascheravano il decadimento, giacchè i palazzi

si sfasciavano[98]; la liberazione di Roberto Guiscardo avea ridotto

deserti i quartieri fra il Coliseo e il Laterano, che la mal’aria finì

di spopolare; il suo territorio abbracciava angusto circuito, di là

del quale Roma trovava nemici i Comuni di Albano e di Tusculo come ai

tempi di Romolo, ed ogni primavera bisognava uscire a combatterli, e

devastare la già povera campagna. Unica ricchezza della città erano

il denaro e i forestieri che vi traeva la presenza del papa: ma

mentre questo nella restante Italia era venerato come capo del partito

nazionale e tutore della libertà, quivi era esoso come principe; spesso

n’era cacciato dai signori che ricusavano stargli dipendenti; ma il

popolo che, con vezzo non più disimparato, avea gridato _Morte_ e

_Fuori_, ben tosto ne sentiva bisogno e desiderio, e gridava _Viva_ e

_Torna_, con quegli schiamazzi plateali che stoltamente si giudicano

pubblico voto.

Dividevano allora la città due fazioni, guidate l’una da Leone de’

Frangipani, l’altra da Pier di Leone; e con violenze e tranelli

faticarono a dare un successore a Calisto II. I Frangipani portavano

Lamberto vescovo d’Ostia (1124), che prevalse col nome di Onorio II:

ma alla costui morte si rinnovano bucheramenti e tumulti a favore

d’un figliuolo di Pier di Leone: e sebbene i migliori s’accordino ad

eleggere Gregorio cardinal di Sant’Angelo (1130), che volle chiamarsi

Innocenzo II, gli altri vi oppongono il loro creato col nome di

Anacleto II[99], e ne nasce uno scisma scandaloso. Anacleto colle

spoglie della basilica Vaticana compra fautori ed armi; Innocenzo, che

non poteva se non tenersi nei palazzi muniti dei Frangipani, stabilisce

andarsene, e dalle navi pisane portato in Francia, in Inghilterra, in

Germania, ricevette omaggio e riverenza, giovato dall’eloquenza di San

Bernardo. La cella di questo, al concilio di Pisa, vedeasi affollata di

prelati, ansiosi di trattar seco degli affari del mondo e dell’anima.

Per assistere Innocenzo contro l’antipapa e per frenare le città

emancipate, Lotario imperatore (1133) calò dall’Alpi, non accompagnato

da verun cavaliere di Svevia nè di Franconia, ed avendo per

portastendardo quel Corrado, che dianzi aveva accettato la corona

d’Italia. Ma a Milano si vide chiuse le porte in faccia, essendosi

Anacleto amicato quell’arcivescovo Anselmo, scomunicato da Onorio II,

talchè non potè farsi coronare re d’Italia; a Roma Anacleto respinse il

competitore, fortificandosi in Vaticano, mentre Innocenzo doveva munire

il Laterano, ove coronò Lotario.

Messa allora in campo la controversia dell’eredità della contessa

Matilde, fu conciliata con questo patto, che Innocenzo investisse

Lotario vita sua durante, e dopo lui il duca di Baviera genero di

esso imperatore, siccome di feudi della Chiesa, alla quale dovessero

retribuire cento marchi d’argento l’anno, poi al morire dell’ultimo

tornerebbero alla santa sede. Con quest’atto l’imperatore veniva a

riconoscersi vassallo e tributario del pontefice[100].

La fazione d’Anacleto rialzò ben presto il capo, sicchè Innocenzo

invocò Lotario, il quale, riconciliatosi colla casa di Hohenstaufen,

tornò con maggiori forze: ma gli effetti furono poco meglio felici

che la prima volta; perchè, se Milano il favorì, gli si avversarono

Cremona, Parma, Piacenza, che egli dovette per forza ridurre ad

obbedienza.

Restavano sempre avversi all’Impero nelle parti meridionali i Normanni,

che avendo ormai sottratte tutte le città greche ai catapani, e

occupata la nuova Longobardia, eccetto Benevento che rimaneva ai papi,

e Napoli che di nome dipendeva dai Greci, viepiù sentivano il bisogno

dei forti, l’indipendenza. Quantunque sostenitori del pontefice contro

gli stranieri, poca mostravangli condiscendenza nell’interno loro

dominio, nè si tenevano in dovere di ricevere legati papali in paesi

che essi col proprio braccio aveano sottratti agl’Infedeli o ai Greci,

e restituiti alla vera Chiesa. Urbano II erasi guadagnato Ruggero,

nominandolo legato in Sicilia (1098), cosa mai più concessa a verun

regnante, e donde derivò quel che chiamarono poi _tribunale della

monarchia di Sicilia_, cioè che esso e i suoi discendenti godessero il

titolo ed esercitassero i diritti di legati ereditarj e perpetui della

santa sede, per ciò portando nelle solennità mitra, anello, sandali,

dalmatica, pastorale[101]. Morto poi Guglielmo II duca di Puglia, anche

il dominio di qua dal Faro restò a Ruggero (1127), che così possedeva

tutto quel che fu poi regno di Napoli.

Onorio II vide lesa la sua superiorità nel fare un tanto acquisto

senza sua adesione, ben conoscendo come il gran conte dominando la

Sicilia, la Puglia, la Calabria, avrebbe dettalo la legge a Roma. E

perchè quegli assalì Benevento, città pontifizia, Onorio lo scomunicò,

e mosse contro di esso in armi, dando perfino indulgenza plenaria

a chi perisse in quella guerra. I principali conti assecondarono il

pontefice; ma Ruggero, venuto di Sicilia con buon esercito, prese le

città primarie; e il papa, che vedeva ogni giorno diminuirsi le sue

truppe, s’accontentò d’investirlo della Puglia e Calabria. Non andò

troppo sottigliando sui diritti l’antipapa Anacleto, e bisognoso di

fautori, a Ruggero consentì il titolo di re di Sicilia, l’investitura

della Puglia, Calabria, Salerno, e la supremazia sul ducato di Napoli e

il principato di Capua; in Palermo fu celebrata la pomposa coronazione,

e restò costituito il regno delle Due Sicilie, terminando le antiche

repubbliche nel mezzodì, quando nel settentrione d’Italia sbocciavano

le nuove.

I baroni e conti, fin allora tutti pari di potenza, mal soffersero di

vedersi imposto un superiore; e Roberto dovette star sempre coll’armi

in pugno, e con ferro, fuoco, prigioni soffogando le rinascenti

rivolte, cagionò guasti non minori di quelli de’ Musulmani. Anche

Amalfi fu costretta demolire le fortificazioni e a lui sottoporsi.

Roberto principe di Capua, primo tra i baroni normanni e che

intitolavasi _per la grazia di Dio_, vedendosi rapita l’indipendenza,

si unì coi signori che voleano difenderla e collo straticò di Napoli.

Soccombuto, andò invocare soccorsi dai Pisani, ma Ruggero colla flotta

di Sicilia e della soggiogata Amalfi assalì Napoli, il cui straticò

seppe resistere all’armi e alla fame.

Tanta possa di Ruggero ingelosiva e gl’imperatori d’Oriente, già altre

volte minacciati dai Normanni; e Lotario, a cui esclamavano i tanti

oppressi da Ruggero; e più Innocenzo, che vedea sempre peggio rimossa

la speranza di ricuperare la sua sede. Lotario, spinto dalle preghiere

di Roberto di Capua, ed esortato da san Bernardo a toglier via lo

scisma (1137), mosse contro Ruggero, allargò Napoli, rimise Roberto in

Capua, sicchè Ruggero, perdute tutte le terre di qua del Faro, dovette

ricoverare in Sicilia. I Pisani, vedendo il bel destro di vendicarsi

dell’antica emula, con ben cento navi assalirono Amalfi, e costrettala

a cedere, vi esercitarono fieramente i diritti della vittoria. Da

quel punto (1157) Amalfi più non contò, sebbene le forme repubblicane

conservasse internamente fin quando nel 1350 i re di Napoli le

abolirono. I suoi banchi in Levante restarono deserti, od occupati da

più felici successori; a’ suoi porti non concorsero più se non i devoti

a visitare il corpo di sant’Andrea, che il cardinale Capuano rapì alla

chiesa di Costantinopoli nel 1207, e che stillava manna. Chi oggi,

andando a interrogare i tanti problemi della storia nazionale, visita

la patria di Flavio Gioja e di Masaniello sulla deliziosa riva dove il

mare frange tra Napoli e Salerno, sentesi stringere il cuore ai pochi e

luridi abituri sopravanzati colà dove sorgeva l’antica legislatrice del

Mediterraneo; e sedendo pensoso su qualche barca pescareccia nel porto

a cui affluivano le ricchezze d’Oriente, invece dell’operoso tumulto

di ottantamila abitanti, non vede che l’abbandonata negligenza di pochi

pescatori, non ode che il gemito de’ limosinanti.

Era quello il momento di mettere al nulla il dominio de’ Normanni

se, al solito, non fossero entrate contestazioni tra i federati.

Alla presa di Salerno i Pisani recaronsi a dispetto che l’imperatore

segnasse la capitolazione senza loro intervento: poi il papa pretendeva

quella città appartenesse a lui, e volendo sminuzzare il dominio

coll’eleggere un nuovo duca di Puglia, disputavasi a chi toccasse

dargli l’investitura; alfine conchiusero gliela conferirebbero e il

papa e l’imperatore, tenendo entrambi il gonfalone. Altre controversie

nacquero per Montecassino: ma pure rappattumati, Innocenzo e Lotario

ripresero la via di Roma, ove il papa coll’armi imperiali potè

rientrare. Lotario, devastata l’Italia nell’andata e nel ritorno, se ne

partiva con poca gloria e meno frutto, allorchè morì (5 xbre) vicin di

Trento: uom prode e d’onore, amico del retto, ma non robusto quanto ai

tempi occorreva.

Ruggero, che aveva aspettato il consueto scomporsi dell’esercito

imperiale, tornò bentosto, riprese la città senza dare ascolto a san

Bernardo, venuto consigliatore di pace: anzi pretese erigersi arbitro

fra Innocenzo e l’antipapa Anacleto; e morto questo, ne nominò un altro

(1138) in Vittore IV. Però Bernardo tanto fece, che menò l’antipapa

a’ piedi d’Innocenzo, al quale pure si sottomisero i dissidenti. Ed

egli raccolse in Laterano l’XI concilio ecumenico (1139) con duemila

prelati, ai quali disse: — Voi sapete che Roma è capitale del mondo;

che le dignità ecclesiastiche si ricevono per concessione del sommo

pontefice, siccome feudo; nè senza di ciò possono legittimamente

possedersi».

Ivi scomunicò Ruggero, poi in persona mosse con buone armi, disposto

a guerreggiarlo se non accettasse le proposizioni di pace. Rejette

queste, attaccò il pertinace, ma incontrò sfortuna eguale al suo

predecessore Leone IX, e come lui ne trasse profitto: perocchè, caduto

prigione con molti cardinali, vide il suo vincitore gittarsegli a’

piedi e domandargli perdono dell’averlo vinto; laonde egli conchiuse

pace con Ruggero, rinnovandogli l’investitura già avuta dall’antipapa,

purchè prestasse alla romana Chiesa l’omaggio e seicento schifati

d’oro ogn’anno[102]. Nel titolo restava eccettuato Salerno, sul cui

principato i papi ebbero sempre pretensioni; ma erano comprese Capua,

tolta al perseverante Roberto, e Napoli colle sue dipendenze, la quale,

avendo perduto in battaglia il duca, accettò di sottomettersi al nuovo

re.

Di qui restò confermato l’alto dominio della santa sede, già da

essa acquistato mezzo secolo prima, sopra il Reame. Ruggero da nuove

vittorie, da bandi e confische cercò una legittimazione, che al secolo

nostro garba meglio che non la benedizione papale.

A re Lotario in Germania parea dovesse succedere il guelfo Enrico, ma

prevalse Corrado di Franconia, che, abdicata la corona italica, poco

dopo andò crociato (1147) con settantamila cavalieri e innumerevoli

fanti, pochi de’ quali dopo orribili patimenti lo accompagnarono

al ritorno. Nella sua lunga assenza, i Comuni presero incremento in

Italia; e sotto diverse sembianze ma in ogni parte appariva la libertà,

e manifestavasi nel cozzarsi di Venezia con Ravenna, di Pisa e Firenze

con Lucca, di Vicenza con Treviso, di Fano con Pésaro, Fossombrone,

Sinigaglia, di Verona con Padova perchè avea stornato il letto

dell’Adige; di Modena con Bologna perchè a questa erasi data la badia

di Nonantola; di Cremona e Pavia con Milano, che già non paga della

libertà, voleva anche dominio sulle città del contorno. Mal sostenuti

dal potere imperiale, i baroni soccombevano agli sforzi de’ Comuni,

che venivano estendendo l’eguaglianza popolare; sicchè questa prevalse

anche in Toscana. Firenze, Siena, Pistoja, Arezzo primeggiavano sui

Comuni e sui dinasti limitrofi; e, secondo una lettera di Pietro

abate di Cluny a re Ruggero, «miserabile era l’aspetto della Toscana,

confondendosi le cose umane e le divine; città, castelli, borgate,

ville, strade pubbliche, fin le chiese erano esposte a omicidj,

sacrilegi, rapine; pellegrini, cherici, monaci, abati, preti, vescovi,

patriarchi v’erano presi, spogliati, battuti, uccisi»[103]. I principi

normanni reprimevano a mezzodì il movimento repubblicano; ma non

che favorissero gl’imperatori, stavano in sospetto delle antiche

pretensioni che potessero addurre contro il recente loro dominio.

In ogni parte la podestà imperiale era dunque in calo: nè prosperava la

pontifizia, alla quale nuovo genere di sfide recò Arnaldo da Brescia.

Educatosi in Francia alla scuola di Abelardo, libero pensatore, più

rinomato per gli amori e le sventure sue che per l’ardimento del

suo eclettismo, Arnaldo fu prima guerriero, poi monaco, e cominciò

a propagare in Italia le dubitanti e negative idee del suo maestro,

e censurare la depravazione del clero. Bel parlatore, e ascoltato

avidamente com’è sempre chi esercita la maldicenza, prese a battere

la potenza ecclesiastica; repugnare al buon diritto che il clero

possedesse beni, e regalie i vescovi, mentre avrebbero dovuto vivere

all’apostolica di decime e di oblazioni, restituendo i possessi al

principe cui appartenevano[104]; e in ciò metteva convinzione ed

entusiasmo maggiore che non que’ novatori, i quali più tardi sull’orme

sue vennero a scassinare col ragionamento il regime cristiano dello

Stato e della Chiesa. Paragonava egli i Governi d’allora colle antiche

repubbliche, sogno o delirio perpetuo degl’Italiani, che allora veniva

infervorato dai rinnovati studj classici de’ giureconsulti. Volentieri

lo ascoltavano i laici, che tenendo feudalmente privilegi dai vescovi,

bramavano rendersene indipendenti; e i _Politici_, come si chiamavano

i suoi fazionieri, crescendo più sempre di numero, scotevansi

risolutamente dall’obbedienza del papa.

Era questo venuto in ira anche ai popolani perchè, essendosi rivoltati

i cittadini di Tivoli e avendo sconfitto in malo modo i Romani, esso

gli assalì da vero, e coll’assedio li costrinse a capitolare, ma non

sterminò le vite e le mura loro. Imprecando dunque a tale benignità

col solito titolo di tradimento, i Romani traggono tumultuosi al

Campidoglio (1141), e come pegno della rinnovata repubblica rintegrano

il senato di cinquantasei membri, e in nome di questo e del popolo

romano intimano guerra ai vicini. Innocenzo morì prima di poterli

domare (1143); e Celestino II, succedutogli per pochi mesi, tolse

a perseguitare Arnaldo, benchè già amico suo, e che, mal sorretto

dalla volubile aura vulgare, fuggì a Zurigo, prevenendo Zuinglio nel

predicare contro la Chiesa, poi in Francia, in Germania, inseguito

dappertutto dall’occhio e dalla voce di san Bernardo.

Le famiglie primarie dei Pierleoni e dei Frangipani, fin allora

nemiche, si mettono d’accordo per umiliare la fazione democratica e

svellere l’ordine repubblicano: ma i popolani, guidati dalla nobiltà

inferiore, invocano l’immediata sovranità dell’imperatore, qual soleva

ai tempi di Roma antica. Lucio II papa (1144), che in processione

armata marciava al Campidoglio per isnidare i nuovi magistrati, è

respinto a sassi, così che ne muore. Imbaldanzì la fazione avversa, e

a fatica si potè nominare Eugenio III discepolo di san Bernardo (1145),

il quale, per non dovere a forza riconoscere il senato, fuggì di Roma.

Arnaldo soldò duemila Svizzeri, e questa forza mercenaria condusse a

raffermare la magistratura repubblicana del Campidoglio. Proponevasi

egli istituire un ordine equestre, medio tra il popolo ed il senato,

ristabilire i consoli e i tribuni, insomma con una pedantesca e

intempestiva restaurazione del passato ingrandire l’autorità imperiale,

mentre il papa restringeva ai soli giudizj ecclesiastici.

Il vulgo è facile a credere che cogli antichi nomi ritornino le antiche

grandezze; e coll’entusiasmo dell’applauso accoppiando al solito

l’entusiasmo del furore, abbatte le torri e i palazzi dei nobili

avversi e de’ cardinali, non senza ferirne alcuni, abolisce la dignità

di prefetto di Roma per nominare patrizio Giordano, fratello d’Anacleto

antipapa, ed obbliga tutti a prestargli giuramento. Eugenio, tentata

invano la riconciliazione, scomunicò costui; poi, unite le sue forze

con quelle di Tivoli, costrinse a tornare all’obbedienza, e fu accolto

con tante feste, con quante n’era stato escluso[105]. Breve trionfo: e

ben tosto costretto uscirne di nuovo, passò in Francia a sollecitar la

crociata; mentre i repubblicani chiamavano Corrado III, vantando non

avere operato ad altro fine che per restituire l’Impero nella grandezza

che aveva sotto Costantino e Giustiniano, e perchè egli ricuperasse

tutti gli onori che gli competevano e gli erano stati usurpati; avere

perciò demolito le fortezze dei prepotenti; venisse in persona a

compier l’opera, collocare sua sede in Roma, e abbattere i Normanni

fautori del papa[106].

L’imperatore, mal fidandosi a quel popolo leggero, provvide di truppe

il pontefice; che con queste e con altre di Francia piantossi a

Tusculo, e da quei terrieri e dai Normanni sostenuto, potè rinnovare

i patti col popolo, lasciandogli il senato, ma nominando egli stesso

un prefetto, giusta la prisca consuetudine. Però se il popolo voleva

conformare lo statuto ai concetti di Arnaldo e della storia, senza

sgomentarsi delle idee classiche sopra l’illimitata autorità del

principe, l’alta nobiltà desiderava mantenere la condizione feudale,

impedendo e ai papi di dominare e al popolo di emanciparsi. Continuò

la repubblica sotto Anastasio IV; ma Adriano IV inglese (1153-54),

avendo la plebe assassinato il cardinale di Santa Pudenziana, diede

lo straordinario esempio di interdire la capitale del cristianesimo

finchè Arnaldo non fosse espulso. Il popolo sgomentato, massime che

s’avvicinava la pasqua, cacciò Arnaldo, che rifuggì presso un conte di

Campania.

Anche Ruggero, che teneva carezzati i pontefici sol in quanto gli

giovavano, poco avea tardato a venire in nuova rotta con essi, ne

devastò le terre, guerreggiò e depredò Montecassino. Guerra più

gloriosa recò ai Barbareschi d’Africa, assalendo Tripoli nido di

corsari, Bona, Tunisi, e menandone schiave le donne in Sicilia.

Gl’imperatori d’Oriente non cessavano di credere usurpati a sè i

possessi de’ Normanni, e li molestavano; onde Ruggero mandò un’armata

verso l’Epiro, prese Corfù, Cefalonia, Corinto, Negroponte, Atene,

asportandone immense ricchezze e persone da ripopolarne la Sicilia, ma

specialmente operaj di seta. L’imperatore bisantino, cognato di Corrado

III, sollecitava questo a venire in Italia e rintuzzare il baldanzoso

Normanno; intanto egli medesimo faceva grosse armi, e col soccorso de’

Veneziani assalse Corfù; ma Ruggero ardì spingersi a Costantinopoli,

gettando razzi incendiarj contro il palazzo imperiale. Pure Corfù gli

venne tolta, e la sua flotta battuta dalla veneta e genovese.

Corrado accingevasi a calare in Italia per la corona, e insieme per

guerreggiare Ruggero (1152), quando morì a Bamberga, si volle dire

avvelenato da medici della famosa scuola di Salerno, ch’erano rifuggiti

a lui fingendo paura di Ruggero.

Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15) · 第 5 / 23 题