MARIA.

E il giorno dopo Maria era nelle braccia di Emma e per molti

minuti non si poteron parlare; tanti erano i baci e tante le

lagrime che si rimandavano a vicenda.

Emma, che era felice di confidare il gran segreto all'amica,

trovava che lei era venuta per affidargliene un altro e molto più

triste.

Maria era infelice, sommamente infelice. Aveva sposato contro il

volere dei suoi, contro il consiglio di tutti, un giovane

studente (sì studente anche lui come Enrico) che però non

studiava niente e che per di più apparteneva a una famiglia

povera e disonesta.--Era bello, molto bello, e Maria l'aveva

sposato, credendo che la bellezza e l'amore, che sentivano l'un

per l'altro, sarebbero bastati a farli felici.

Per forzare la mano ai genitori Maria s'era compromessa tanto da

obbligarli al consenso del suo matrimonio ed essi le avevano data

la piccola dote che le spettava.

Il giovane era di Perugia e là erano andati i due spensierati,

anche perchè in quell'Università egli avrebbe potuto continuare i

suoi studii e laurearsi; ma invece abbandonati a sè e al loro

amore avevano in un anno assottigliato della metà il loro piccolo

capitale e si erano trovati senza quattrini e quel ch'è peggio

senz'amore.

Le strettezze economiche avevano inasprito il carattere volgare e

vigliacco del marito; ed egli trovava ogni giorno un pretesto per

far delle scene alla sua compagna. Era lei, che amava il lusso e

non sapeva dirigere la casa: era lei, che li aveva rovinati....

L'amore fisico li riconciliava talvolta; ma le crudeli torture

della miseria facevano durare ben poco il cielo sereno in quella

casa, dove scene e lagrime si succedevano come il vento e la

pioggia in un mese di marzo, che non finisse mai.

Era una vita d'inferno quella che passava a Perugia la povera

Maria, ed essa era venuta a Firenze per confortarsi coll'amica

Emma e chieder consiglio ai genitori.

*

* *

Quando Maria ebbe finito, cominciò Emma e brevemente le espose il

suo caso di coscienza.

Maria non la lasciò neppur finire, perchè, con una strana

violenza, le disse:

--Emma, sposa subito il marchese di Acquafredda.

--Ma io non lo amo, ma egli ha sessant'anni....

--Che importa? Che importa? Ha dei milioni e ti farà felice.

Avrai una carrozza, ville, bagnature.... viaggerai. Egli dovrà

farsi perdonare troppe cose, per non esser teco il più cortese

cavaliere di questo mondo e farà sempre quel che tu vorrai....

Per carità, segui il mio consiglio, sposa il Marchese.... E poi,

e poi non ci pensi? Diventi, una marchesa anche tu; avrai sulle

tue carrozze, sui tuoi fazzoletti, da per tutto una corona

fiorita. Anche questo è bello!

--Maria, tu fai la celia, tu ti ridi di me. Lo sposeresti tu, se

fossi ancora ragazza?

--Certamente, e subito, avesse anche settant'anni!

--Maria, tu mi fai orrore. Non la pensavi così, quando nel

collegio parlavamo del nostro avvenire nei fidati colloquii della

notte....

--Sì, mia cara, allora io aveva ancora molta poesia nel mio

cuore, allora io credevo, che non si potesse e non si dovesse

sposare che un uomo che si amasse. Allora credevo, che il

matrimonio senza amore era una prostituzione, che l'amore

bastasse per farci felice. Ma ora, ora dopo due anni di

tristissima esperienza, penso proprio tutto il rovescio.

Ho sposato un bel giovane, che diceva di adorarmi e me lo

dimostrava con un delirio di carezze senza nome, che mi facevano

vedere il paradiso in terra. I miei parenti si opposero invano,

mostrandomi i pericoli del mio divisamento. Non volli udir

ragioni. Io sentivo che senza Antonio sarei morta. Minacciai di

fuggire con lui e non credettero alla mia minaccia.

Fuggii davvero e dovettero lasciarci sposare....

Il paradiso durò due mesi, il purgatorio un anno, ed ora sono

nell'inferno; in un inferno terribile, che mi fa la più infelice

delle donne.

Credilo a me. Gli uomini, quando non ci sposano pei nostri

quattrini, ci vogliono pei loro piaceri, e una volta che ci hanno

avuto, si annoiano. _Toujours perdrix, toujours perdrix!_...

L'adorazione nei casi migliori, cioè quando tu sposi un

gentiluomo, diventa amore, poi amicizia, poi un'abitudine

monotona, che si infiora con qualche cortesia quotidiana, per non

parere....

E poi, stammi a sentire. Se tu sposi Enrico, sarai povera e la

povertà nel matrimonio è l'inferno. Non vi è amore, che resista

alla lotta quotidiana colle necessità della vita. Io ho già due

figliuoli e per essi sento che la miseria, che io avrò loro

imposto col mio matrimonio, è un delitto, di cui io, io sola sono

la colpevole. Tu non puoi immaginarti quanto veleno ci sia nella

povertà, che si soffre in tre, in quattro; sotto il tetto di una

casa angusta, misera. Tu non puoi capire quanto inferno possa

essere chiuso in un conto della sarta, che non si può pagare,

nell'angoscia del pensiero di dover pagare fra pochi giorni il

semestre della pigione. E se poi hai un marito, che coll'energia

della volontà e coll'onnipotenza dell'ingegno non sappia lottare

e vincere e portar fuori la moglie e i figli dal pantano, tu

incominci a sprezzarlo e ad odiarlo. E tu, poveretta, senti tutta

l'impotenza di esser donna e di non potere col proprio lavoro

dare alla famiglia l'agiatezza.

Io, vedi, son diventata cattiva. Quando porto a spasso i miei

bambini mal vestiti e vedo quelli dei miei vicini scarrozzare

nella loro piccola vettura condotta da una balia bella e

riccamente vestita, soffro e bestemmio entro di me, contro di me

e contro tutti.

L'arte di prender marito · 第 17 / 60 题