[155] _Pritani_: i reggenti, per turno, del _Senato_. L’assemblea del

_Senato_ (βουλὴ) istituita da Solone a circoscrivere e controllare,

in unione all’_assemblea del popolo_ (ἔκκλησια), l’autorità degli

arconti, constò da principio di 400 cittadini che Clistene portò ai

500. Erano scelti a sorte ogni anno fra tutti i cittadini che avessero

compito i 30 anni, e rappresentavano nello Stato un potere direttivo e

moderatore. Il Senato preparava e dirigeva i lavori dell’assemblea del

popolo, studiava in anticipazione gli affari e le leggi da sottoporre

al suo voto, vegliava all’esecuzione delle sue decisioni; controllava

i conti dei magistrati, compilava i bilanci, ordinava i pagamenti,

accordava gli appalti delle imposte e delle opere pubbliche. Nessuna

legge o misura di iniziativa privata poteva presentarsi all’assemblea,

ed essere ammessa alla discussione, se prima non passava sotto

l’esame del Senato. E al Senato infine si portavano le denuncie di

alto tradimento, circa le quali, se n’era il caso, esso convocava

l’assemblea del popolo, ed esposte le denunzie, deferiva la causa ai

Tesmoteti. Uscendo di carica i Senatori dovevano poi render conto della

propria condotta, e il Senato stesso puniva le colpe dei proprj membri.

Le attribuzioni del Senato non venivano però tutte esercitate da tutti

i senatori insieme. I cinquecento senatori dividevansi in 10 sezioni

da 50 senatori l’una, quanti cioè ne contribuiva ciascuna delle 10

tribù o _file_: e ogni tribù rappresentata dalla rispettiva sezione,

si succedeva per turno, nella reggenza del Senato, durante l’anno, il

quale restava così diviso in dieci periodi amministrativi di 35 a 39

giorni ciascuno. _Pritania_ dicevasi così la sezione dei 50 senatori

della tribù in carica (_Pritani_) come pure il periodo di tempo entro

il quale essi amministravano. E indicavasi nelle leggi, oltre la

data del mese, la Pritania: _il dì ventesimo quinto di Elafebolione,

pritaneggiando la tribù Eretteide_, ecc. (Dem., Corona).

I _Pritani_ presiedean le adunanze del Senato, lo rappresentavano in

permanenza (gli altri senatori essendo liberi di intervenire o no)

e prendevano le decisioni in suo nome: convocavano le assemblee del

popolo nello Pnice, ne formulavano l’ordine del giorno, lo pubblicavano

alcuni giorni prima nell’agora, e presiedevano l’adunanza: il capo

dei Pritani (_epistata_) — tratto pure a sorte ogni dì — dirigeva

le discussioni. Egli custodiva eziandio le chiavi dell’Acropoli, del

tesoro e dell’archivio, e il sigillo di Stato.

Nel periodo dei trentacinque giorni di ciascuna pritania avevano

luogo ordinariamente quattro assemblee popolari: il che dava quaranta

adunanze ordinarie all’anno. I pritani però o gli strategi in casi

urgenti convocavano il popolo anche in adunanza straordinaria.

[156] Alcibiade prima dell’età legale entrò nella vita pubblica

(Andoc., _C. Alcib._). Notisi che ad Atene i cittadini avevano

bensì a venti anni il diritto di assistere all’assemblea, come,

dai diciott’anni, avevano l’obbligo di servire nella milizia: ma

non potevano innanzi i trenta prender la parola nell’assemblea come

oratori, come non potevano prima di quell’età seder nel Senato o nei

tribunali.

Alcibiade nacque, secondo la versione più accreditata, l’anno 450

av. l’E. V., per cui nell’anno della spedizione di Sicilia (415),

all’epoca cioè di questa scena, doveva avere realmente 35 anni. Ma

altri autori fanno Alcibiade più giovane, attribuendogli 40 anni (Corn.

Nep. in _Alcib_.) all’età della morte, avvenuta nel 404: secondo il

qual cómputo all’epoca della presente scena avrebbe avuto appunto 29

anni. Una ragion drammatica mi fece preferire questa seconda versione

all’altra più autentica.

[157] Era questo un tasto debole del popolo ateniese, spesso abilmente

sfruttato da coloro che bramavano eccitarlo contro qualcuno. E

Demostene stesso non si ristava, occorrendo, dal valersene: «_Colui, o

Ateniesi, che crede di disonorarsi rispettandovi, non è degno di mille

morti? Egli farsi maggior del popolo? Oh rabbia!_» (Dem., _C. Midia_).

[158] «_Noi non contiam nulla come se fossimo di quelli da Megara_»

(Alcifr., _Lett_., III, 44; Teocr., _Idill_., XIV). Modo proverbiale

originato dalla risposta che diede ai Megaresi l’oracolo di Delfo, il

quale, da essi interrogato con doni qual popolo fra i Greci sovrastasse

in bravura, rispose qualificandoli come gli ultimi fra i Greci — ὑμεῖς

δέ ὦ Μεγαρεῖς οὔτε τρίτοι οὔτε τέταρτοι, ecc., ecc. — «_Megarenses

neque tertii neque quarti, neque duodecimi, neque in ratione, neque in

numero_.» Vedi Erasmo a questo proverbio. — «_Badate, non è sopra Carii

che voi fate i vostri esperimenti_» (Platone, _Lachete_). I Carii erano

mercenarj che si esponevano senza scrupolo alla guerra. D’essi parla

Strabone, lib. XIV.

[159] Plut. in _Alcib_. E Ateneo, _Deipnos_., XII, 534: «_Jam dux quum

esset exercitus, adhuc formosus esse volebat: itaque scutum habuit ex

auro et ebore confectum, in quo pro insigni erat Amor fulmen vibrans_.»

[160] Plut. in _Alcib_.

[161] Ateneo, _Deipnos_., XII, 543 d., Plut., _Alcib_.; Tucidide, VI,

16. Vedi la nota 74 dell’atto primo.

[162] Aristof., _Nubi_, v. 980; Tucidide, I, 6. Portavano le donne

ateniesi cicale d’oro appuntate nei capelli, a significare il solito

antico vanto delle origini, siccome di vera stirpe autoctona, nate

anch’esse dal suolo, al par delle cicale. I giovani più ricchi ed

eleganti imitavano la moda femminile.

[163] _Porpora ermiònica_, ricordata da Alcifr., _Lett_., III, 46.

Ermione fu città del Peloponneso. La porpora che vi si tingeva era

celeberrima e vendevasi a enorme prezzo.

[164] _Chiamar fichi i fichi, come dice il proverbio_ — τά σῦκα σῦκα

— Dir pane al pane (Demetr., _Della elocuzione_, 7; Luciano, _Modo

di scriver la storia_). — La quantità dei fichi, onde l’Attica era

proverbiale, forniva al proverbio greco l’imagine più comune.

[165] Sui sospetti contro Alcibiade e sulla tendenza e facilità estrema

degli Ateniesi della sua epoca a sospettar disegni di tirannide, in

ogni minima cosa, vedi Tucid., VI, 15, 28; Aristofane, _Lisistrata,

Vespe_.

[166] Plutarco in _Alcib_.

[167] Plutarco in _Nicia_; Pausania, _Focid_., X, 15.

[168] _Eumòlpidi_, ministri del culto di Cerere (_Demeter_) e di

Proserpina nel tempio di Eleusi. Erano in Atene — al pari degli

_Eteobutadi_, che erano i sacerdoti di Minerva — una famiglia

sacerdotale antichissima, derivante il nome da Eumolpo di Tracia, che

fondò i misteri eleusini: o più propriamente da εὔ μελπέσθαι, _cantar

bene_, per il loro ufficio originario di cantar gli inni sacri: onde

il loro antenato Eumolpo fu detto di Tracia, ossia di Pieria, siccome

della patria del canto. Gli Eumolpidi costituivano anche un foro

sacerdotale privilegiato (_gerofanti_): in quanto era ad essi deferita

l’accusa e il giudizio dei delitti di profanazione dei misteri; contro

i quali delitti procedevano col massimo rigore, suggellando la condanna

con terribili maledizioni. Fu dagli Eumolpidi che venne maledetto, come

profanatore dei misteri, Alcibiade (Lisia in _Andoc._; Esichio, a q. v.

Cfr. C. O. Müller, _St. della letter. gr._, cap. 3).

[169] «_Essendo tutti pronti per navigare, non si vedevano già cose di

buon augurio, specialmente nella sacra solennità che allora correva.

Imperocchè correvano appunto in quei giorni le feste di Adone_,

ecc.» (Plutarco, _Alcib._). — Intorno alle feste delle Adonie, la

cui coincidenza coi giorni prefissi alla partenza per la Sicilia, era

tenuta d’infausto augurio, vedi al quadro primo la nota 30.

[170] Aristof., _Lisistrata_, v. 393 seg. Cfr. Teocr., _Idill._, XV;

Alcmano, _Framm. ap. Hephaest._ — Cfr. Menandro, il _Misogino_, pr.

Strab., VII, 297; la _Sacerdotessa_, pr. Giustin. Monarch., 29.

[171] «E poi che avete l’abitudine di chiedere ogni volta all’oratore:

_Che s’ha a fare?_ — τὶ οὔν χρὴ ποιεῖν; — io domanderò: Che s’ha a

dire?» (Demost., _Cherson._) «Sogliono certi, prima ancora di sentir

l’oratore, subito domandargli: _Che cosa fare?_» (Demost., _Filipp._,

IV).

[172] I cani dell’isola di Creta, e specialmente quei di Gnosso, città

cretese, eran famosi e pregiatissimi per grandezza, ardire e vigoria.

Di essi è menzione in Oppiano, _Cyneg_., I; Polluce, V; Alcifr.,

_Lett_., III, 47; Teofilatto, _Lett._, 58. Egualmente reputatissimi

nell’antichità erano i cani di Laconia.

[173] Alcibiade aveva l’abitudine nel discorrere, specialmente in

pubblico, di interrompersi tratto tratto, e far pause improvvise,

il più delle volte a bella posta e per artifizio, come gli venisse

mancando la parola (Plut. in _Alcib_.).

[174] «Avendo egli un cane di meravigliosa grandezza ed avvenenza,

il quale gli costava settanta mine, gli troncò la coda che bella era

oltremodo, e riprendendolo i di lui famigliari e dicendogli come tutti

aspramente il vituperavano per aver fatto ciò, egli ridendo: «_La cosa

va dunque_ — rispose — _come voglio io, perciocchè voglio appunto che

gli Ateniesi parlino di questo, acciò non si mettano a parlar contro di

me di cose peggiori_» (Plutarco in _Alcib_.).

[175] Lo stesso Plutarco in _Alcibiade_ narra di lui che «un giorno,

facendogli il popolo applauso, egli per la gioja si dimenticò di una

quaglia che aveva nella veste; onde quella spaventata volò fuori, e

in vederla il popolo si pose a gridare e inseguirla per prenderla.»

Mi sono valso a mio modo dei due incidenti del cane e dell’uccello,

fondendone insieme e modificandone le circostanze, colla libertà

concessami dalla ragion drammatica.

[176] _I nepoti dei vincitori di Maratona_ — avrei dovuto dire: la

frase sarebbe stata più esatta: ma anche più lunga e meno drammatica.

[177] Il testo preciso e completo della legge, di cui Alcibiade, per le

sue buone ragioni, non dice a Cimoto che una parte sola, e a modo suo,

era questo: «Se alcuno degli Ateniesi riceverà (doni o danaro) o ad

altri ne darà o con promesse si farà corruttore per far danno al popolo

o ad un privato cittadino, qualunque modo o artificio egli tenga,

sia infame egli e i suoi figli e tutto che è suo» (Demost., _Contro

Midia_).

Del resto, nell’opuscolo — _Alcibiade, la critica e il secolo di

Pericle_, — spiegai di già (e la osservazione vale così per questa che

per altre leggi menzionate in quest’atto) come le leggi soloniche, ai

tempi di Alcibiade, benchè vigenti tuttora in diritto, fossero per la

maggior parte cadute, praticamente, in dissuetudine.

[178] Ἀρεοπαγίτου στεγανοίτερος (Alcifrone, _Lett._, I, 13). Modo

proverbiale. — Nel piano legislativo di Solone l’_Aeropago_ era il

sostegno e il conservatore della costituzione dello Stato. Composto

degli arconti usciti di carica, e di condotta irreprensibile, rotti ai

pubblici affari per l’esperienza degli ufficj esercitati, l’Areopago

non soltanto funzionava da supremo tribunale nelle più gravi cause

capitali, ma era anche rivestito di amplissimi poteri censorj e

amministrativi. Vegliava sull’amministrazione dei magistrati, sulle

decisioni delle assemblee, perchè nulla si facesse o decretasse contro

le leggi; soprintendeva alla pubblica disciplina, ai costumi, alla

religione, all’educazione de’ giovani. Puniva i cittadini oziosi, i

dilapidatori, i viziosi, indicava ai giovani le carriere da percorrere,

ricompensava gli esempj di virtù, ecc. Era in breve il rappresentante

degli interessi permanenti, e delle tradizioni politiche, legislative e

morali della repubblica.

Ma Pericle, mirando ad abbattere la fazione aristocratica che

dall’Areopago traeva forza e prestigio, mutilò d’assai i poteri

di questo tribunale. Egli fece passare la legge che toglieva

all’Areopago la cognizione di quasi tutte le cause, deferendole

invece ai seimila giudici della Eliea. La giurisdizione degli

Areopagiti rimase circoscritta alle cause di omicidio premeditato, di

incendio, veneficio, empietà, e qualche altro delitto minore: però

gli Areopagiti continuarono a essere circondati di quel rispetto e

di quella venerazione che incutevano la loro vita austera, l’autorità

morale delle loro persone, e la solennità dei loro riti. Nelle cause

di omicidio l’Areopago si radunava a giudicare di notte, sul campo

di Marte — Ἄρεος πάγος, collina di Marte. — Le due parti, collocate

fra le viscere fumanti delle vittime, prestavan prima il giuramento,

accompagnato da terribili imprecazioni. Agli avvocati era proibito ogni

esordio, ogni digressione dall’argomento, ogni artificio di retorica.

Gli Areopagiti ascoltavano silenziosi, e, istrutta la causa, silenziosi

deponevano i voti in due urne, una di bronzo, detta della morte,

l’altra di legno, della misericordia. A voti pari, l’accusato era

assolto, reputandosi aggiunto in suo favore il suffragio di Minerva.

Dal silenzio e dal mistero con cui gli Areopagiti giudicavano, venne

il proverbio che li riguardava (Meursius, _Areopago_; Schömann, _Antiq.

jur. pub_., p. 298 seg.; Potterus; O. Müller, ecc.).

[179] Porfirio ricorda delle leggi date agli Ateniesi da Trittolemo,

antichissimo tra i legislatori Ateniesi, essersi conservate ad

Eleusi queste tre sole: γονεῖς τιμᾶν. θεούς καρποῖς ἀγάλλειν. ζῶα μή

σίνεσθαι. _Onorare i parenti, offerir frutta agli Dei, non far male

agli animali_ (Porph., _De abst_., IV; Meursius, _Them. Att_., I). I

popolani ateniesi, fanatici delle quisquiglie forensi e dei battibecchi

giuridici dell’Eliea, era naturale avessero le leggi a ogni momento in

bocca — salvo sempre infischiarsene, per loro conto, nella pratica.

[180] «_Nelle adunanze vi sono grate le lusinghe_, dice Demostene agli

Ateniesi» (Demost, _Filipp_., III). «_I vostri demagoghi vi inebbriano

di tante lodi, che ne’ parlamenti vi gustano le adulazioni, e la

repubblica lasciate alle sue estreme miserie_» (Demost., _Cherson_.).

E le adulazioni e le lusinghe erano un tasto di effetto così sicuro

sui vanagloriosi Cecropidi, che Demostene medesimo, il quale lo

rinfacciava, più d’una volta per ispronare il popolo all’opera, era

costretto a ricorrervi.

Però questa piaga popolare era assai più antica di Demostene: già

da un pezzo le lodi smaccate e le carezze colle quali i demagoghi

trascinavano il popolo ateniese a loro posta, avean fornito il soggetto

alla satira sanguinosa del _Demo_ nei _Cavalieri_ di Aristofane:

poichè, per una contraddizione curiosa, questo popolo così tenero del

sentirsi lodare ed adulare, era poi il medesimo che si lasciava dir

sulla faccia improperj d’ogni sorta. E vedi, ad esempio, le orazioni di

Demostene.

[181] Εὔπρόσωπος γὰρ ὄ τοῦ μεγαλήτορος Ἐρεχθῆος δῆμος — _è bello il

popolo del magnanimo Eretteo_ — (Platone, _Primo Alcib_.).

Δῆμον Ἐρεχθῆος μεγαλήτορος, ὄν ποτ’ Ἀθήνη

θρέψε, Διος θυγάτηρ, τέκε δὲ ζεἴδωρος ἂρουρα.

_Popolo del magnanimo Eretteo, cui Minerva figlia di Giove un

giorno nutrì, e l’alma terra generò_ (Omer., _Il_., II). — Eretteo o

Erittonio, figlio di Minerva Betonica e di Vulcano, fu il quarto dei

re antichissimi di Atene (dopo Cecrope, Cranao ed Anfizione): nato,

secondo la leggenda, dal seme di Vulcano sparso sulla terra (Lucian.,

_Filops_.). Per il primo dedicò a Minerva, sulla rocca, sagrificj, e

tempio e simulacro: e istituì in suo onore le feste Panatenee, ove fu

il primo che corresse sul carro e aggiogasse al carro i cavalli (_Si

dice che Erittonio figlio della Dea primo degli uomini unisse i cavalli

al carro_, Aristid., _Or. in Minerv._; Virgil., _Georg_., III). Si

volle anche che fosse stato il primo ad introdurre in Atene le monete

(Polluce, IX, 6; Plin., VII, 56): e che al suo tempo nascessero le

prime api famose sull’Imetto. Regnò cinquant’anni sugli Ateniesi, che

da lui furon detti _Erettidi_, _o figli di Eretteo, o popolo Erittonio_

(Demost., _C. Mid_. negli oracoli; Eurip., _Medea_, v. 824; Properz.,

II, eleg. 6): come _Cecropidi_ diceansi da Cecrope; e anche _Cranai_, e

_città di Cranao, città Pandionia_, dal re Cranao, e da Pandione, che

fu il figlio e successor di Eretteo. Con questo Eretteo od Erittonio

non va confuso l’altro Eretteo, suo successore e nipote — figlio cioè

di Pandione — che istituì in onor di Cerere i misteri eleusini, e diede

il nome alla tribù _Eretteide_; e sotto il regno del quale i cittadini

mutarono l’antico nome di _Cecropidi_ in quello di _Ateniesi_ (Erod.,

VIII).

[182] Aristofane nei _Cavalieri_, v. 41, chiama con questo

titolo _mangiator di fave_, κυσμοτρὼξ il popolo ateniese. Intorno

all’arroganza del demagogo Cleone, vedi Tucidide; e Aristofane nei

_Cavalieri_.

[183] Volendo annoverare i demagoghi, ossia gli oratori del popolo

che si succedettero, dopo Pericle, nel maneggio delle cose della

repubblica, gli Ateniesi nominavano in ordine di tempo primo Eucrate

negoziante di stoppe, secondo Callia, venditore di pecore, terzo

Cleone conciatore (_il cuojajo Paflagone_ dei _Cavalieri_), al quale

Aristofane nella sua commedia, fa succedere Agoracrito, il salsicciajo,

ma nella storia succedettero Cleofonte, il formaggiajo, e Iperbolo,

fabbricante di lucerne secondo gli uni, vasajo secondo gli altri; il

qual ultimo fu fatto cacciare coll’ostracismo da Alcibiade.

[184] Tucidide, _Guerra Pelop_., II, 79.

[185] Tucidide, III, 52, 68.

[186] Tucidide, IV, 96.

[187] Tucidide, V, 10. Fu nella battaglia di Amfipoli che morì il

demagogo Cleone, comandante degli Ateniesi, e morì anche il comandante

degli Spartani, il prode Brasida.

[188] Aristof., _Tesmof. Cavalieri_.

[189] καλῶ δε ἑναντίον ὑμῶν, ὤ ἄνδρες αθηναῖοι, τοὺς θεοὺς ἄπαντας, καί

πάσας, ὄσοι τὴν χώραν ἔχουσι τὴν ἀττικὴν, καί τὸν Ἀπόλλω τὸν πὺθιον, ὄς

πατρῶός ἔστι πόλει...» (Demost., _Corona_).

[190] Apollo _Pizio_ — πύθιος — altro dei soprannomi dati a questo

Iddio poichè uccise a frecciate il serpente Pitone, nato dal putrefarsi

— πύθεσθαι — della terra dopo il diluvio di Deucalione; in memoria di

che furono istituiti i giuochi sacri nazionali detti Pizj, celebrantisi

ogni quattr’anni, sul luogo della uccisione, nella pianura tra Delfi e

Cirra:

_Instituit sacros celebri certamine ludos_

_Pythia de domitae serpentis nomine dictos_.

(Ovid., _Metamorph_., I, v. 446)

Questo mito di Apollo Pitio e dei serpente da lui ucciso, appare una

imagine poetica e tutta greca del prosciugarsi della terra, dopo

un grande cataclisma, sotto la sferza dei raggi del sole, che ne

disperdono le putride esalazioni. E non per nulla gli antichi, come

osserva l’Ampère, aveano collocato il tempio di Apollo Pitio a Delfo,

al piè delle rupi dette _phedriades_ (_sfavillanti_), che ancora oggi

ripercuotono con tutta forza i raggi solari — ossia le _frecce del

Nume_, che uccisero il mostro.

[191] «_La città lo sta ad ascoltare ammirata, a bocca aperta,

come dicesi che interveniva agli Ateniesi pel figliuolo di Clinia_»

(Luciano, _Scita_).

[192] «_Ad Atene è patrio vanto primeggiar tra i Greci nè soffrir

eguali_ — ἤ (πόλει) προεστάναι τῶν Ελλήνων πάτριον, καὶ μηδὲν τοιοῦτον

περιορᾶν γεγνόμενον» (Demost., _Parapresb_.). «_Agli Ateniesi è patrio

orgoglio non obbedire a nessuno ma prostrar tutti nelle battaglie_

— Ἀθηναιοις πάτριον ἔστι μηδενός ὑπακούειν, ἄ πάντον δὲ κρατεῖν τοῖς

πολέμοις» (Demost., _Sulla lettera di Filippo_). — Vedi in proposito

più sopra la nota 84. Cfr. _Meissner_, II, 35.

[193] νὴ τόν Δία καὶ πάντας τοὺς θεοὺς (Demost., _Cherson_.) μὰ τον δία

καὶ πάντας τοὺς θεοὺς (Demost., _Filipp_., IV).

[194] Plutarco, _Disp. Conviv_., I, 1. — Il Dio Tebano, Bacco.

[195] La viltà di Cleonimo che gettò via lo scudo, è frequentissime

volte ricordata da Aristofane, nelle _Nubi_, nei _Cavalieri_, nella

_Pace_ e altrove.

[196] Le leggi antiche ateniesi (sebbene ai tempi di Alcibiade i

rilassati costumi le avesser rese gran parte lettera morta) erano

severissime contro i vili. Punito di _infamia_ — e quindi escluso

dall’assemblea e dall’esercizio degli altri diritti del cittadino —

chi avesse in battaglia cedute l’armi. Καὶ νὸμος τὸν αποδόμενον τὰ

ὄπλα, ἄτιμος εἴναι (Syrianus, comm. in _Hermog_.). Punito di carcere

il disertore che usurpasse ufficj di cittadini onorati. Κᾶν ἀστρατεὶας

τίς ὄφλῃ, καὶ τι τῶν αὐτῶν τοῖς ἐπιτίμοις ποιῇ, καὶ τοῦτον δέδεσθαι

(Demost., _C. Timocr_.). «Comanda la legge, scrive Aristotile, fare

opera d’uom valoroso: cioè _non disertar l’ordinanza, non fuggire,

non gittar via l’armi_.» Προστάττει δὲ ὄ νόμος καὶ τα τοῦ ἀνδρειοῦ

ἕργα ποιεῖν, οἴον μὴ λείπειν τὴν τάξιν, μηδὲ φεύγειν, μηδὲ ρίπνειν

τὰ ὄπλα (Aristot., _Ethic. Nicom_., V, 1). E a chi disertasse le

schiere, o fuggisse, o gittasse l’armi, era comminata _la morte_.

Νόμος τὸν λιπόντα τὴν τάξιν ἀναιρεῖσθαι (Syrian. in _Hermog_.; Auct.,

_Problem. Rhet_., XL). Νόμος τὸν καταστείχοντα φυγάδα θανάτῳ ζημιοῦσθαι

(Marcell. in _Hermog_.). Νόμος τὸν ῥίψασπιν θανάτῳ ζημιοῦσθαι

(Sopater in _Hermog_.) — Chi anche soltanto per trascuraggine avesse

perduto lo scudo, era multato di cinquanta dramme: ε’ ὰν τις ε’ ὶπη,

ἀποβεβληκέναι τὴν ἀσπὶδα, πεντακοσίας δρακμὰς ὀφείλειν κελεύει (Lisia

in _Theomnest._). Altre leggi punivano severissimamente oppignorare o

vender l’armi o cederle ad altri (Suida alla voce ἐνέχυρον; Sopater,

Syrianus in _Hermog._, ecc.). — E ai tempi di Alcibiade le risate del

popolo e i frizzi di Aristofane erano la sola punizione di Cleonimo!

[197] Plutarco in _Alcib._ e in _Antonio_. Cfr. Shakespeare, _Timone_,

atto III, e Meissner, sopra l’incontro di Timone, I, 44; II, 280.

[198] «_Il vino irrorando gli spiriti assopisce gli affanni e i

pensieri come la mandragora gli uomini_» (Senof., _Simp._, II).

Da questa virtù di assopimento attribuita alla mandragora venne

in proverbio tra gli antichi _bevere la mandragora, prendere la

mandragora_, per significare dimenticanza del proprio dovere,

lentezza nell’operare, letargia. Così Demostene, nella _Filippica_

V, rimproverando l’assopimento insensato degli Ateniesi in faccia al

pericolo, somigliano, dice, _a chi ha bevuto la mandragora o altra

simile pozione_ — μανδραγὸραν πεπωκόσιν ῇτι φὰρμκαον ἄλλο τοιοῦτον

ἐοίκαμεν ἀνθρώποις.

[199] Luciano, _Timone_.

[200] Era in Creta la tomba di Minosse con sopravi la iscrizione:

Μίνωος τοῦ Διὸς τάφος. Cancellata dall’ingiuria del tempo la prima

parola, rimasero l’altre: sicchè la tomba di Minosse fu additata come

tomba di Giove: — e la cosa passò tra i Greci in proverbio. Luciano la

ricorda di frequente: «Risvegliati, o figlio di Saturno, da cotesto

sonno profondo!... se non è vero quello che i Cretesi contano di te

e della tua tomba» (_Timone_). «I Cretesi dicono che Giove non solo

è nato ed allevato tra essi, ma ne mostrano anche la tomba» (_Dei

sacrifizj_). «Quei che vengon da Creta contano che lì han veduto una

tomba e sopravi una colonna con una scritta, che dice che Giove non

tuona più, perchè è morto da un pezzo» (_Giove tragedo_).

[201] Le donne greche, nei tempi più antichi, ascrivevano a primo dei

doveri della maternità l’allattare esse medesime i loro bambini (Omero,

_Iliad._, X, v. 83; _Odissea_, XI, v. 446; Euripide, _Ion._, v. 1460).

Ma in Atene ai tempi di Alcibiade questa usanza era scaduta e le poche

donne che allattavano ancora, si provvedevano però anche di una nutrice

(Suida alla voce τροφὸς; Aristof., _Caval._, v. 713; Plut., _Educ. dei

fanciulli_). Rinomatissime erano le nutrici spartane (Plut. in _Lic._).

[202] Alcibiade ebbe per nutrice una donna spartana di nome Amicla

(Plut. in _Alcib._). Gli antenati di Alcibiade erano stati in Atene

_prosseni_, ossia _consoli_ di Sparta e a Sparta la famiglia dell’eforo

Endio, pei vincoli di _prossenia_ che a quella di Alcibiade la

legavano, alternava in ogni generazione il nome di Endio con quello di

Alcibiade (Tucid., VI, 89; VIII, 6). Anzi _Alcibiade_ era esso stesso

un nome laconico, come osserva lo scoliaste di Tucidide (Cfr. Meurs.,

_Misc. Lacon._, III, 8).

[203] Chi vuol leggere esempj d’insolenze ed invettive che il popolo

ateniese si lasciava dire in faccia, persuasissimo in cuor suo di

meritarsele e altrettanto deciso di infischiarsene e tirar innanzi a

modo suo, non ha che a prender in mano i _Cavalieri_ o le _Vespe_ di

Aristofane o qualcuna delle orazioni di Demostene. Ecco la descrizione

del popolo sovrano dello _Pnice_, personificato nel vecchio _Demo_, che

Aristofane nei _Cavalieri_ fa dire da Demostene a Nicia sulla faccia

degli spettatori:

Un padron ci toccò rustico, strambo,

Lunatico, iracondo, mangiafave:

Certo Demo Pniceo zotico, sordo,

Borbotton, capriccioso, e vecchio allocco

E Demostene poi, in pieno foro, ne’ suoi trasporti di virtuosa

indignazione, non avea penuria di vocaboli. _Città di schiavi, non

d’uomini nati a maggioranza_ (_C. Androz._); _O Ateniesi assonnati in

istupidezza e codardìa_ (_Ibid._); _cianciatori, imbelli_ (_Olint._,

I); _impigriti nell’ozio, per ignavia degeneri_ (_Ibid._); _popolo

invilito, fiacco, spiantato, derelitto, non più altro che schiavi

e avveniticcia plebaglia_ (_Olint._, III); _bellicosi ne’ consigli,

vigliacchi in guerra_ (_Cherson._); _tutto è qui fra voi codardia_

(_Filipp._, IV); _voi siete, Ateniesi, un vile gentame, plebe pezzente,

inerme, scompigliata, divisa di interessi e di voglie: i capitani

e tutti conculcano ogni vostro decreto: muti e prostituti i vostri

consiglieri: ogni patto indifferente agli affanni della patria... Voi

siete bruzzaglia piena di servitù, perduta nel nulla, e d’ogni vile

beneficiuolo menate gran festa_... (_Sintassi_). — E parmi che basti

per provare... la discrezione di Timone.

[204] _Colitta_, uno dei borghi dell’Attica, appartenente alla tribù

Egeide. Vi nacquero Timone il misantropo e Platone.

[205] _Partenone_, il tempio famoso di Minerva sull’Acropoli: prodigio

dell’arte antica, il genio della Grecia di Pericle parla ancor oggi,

traverso ai secoli, dalle sue rovine.

[206] Timone ha insultato Alcibiade. Ora una legge solonica (abbastanza

trascurata del resto come l’altre) vietava ingiuriar una persona in

pubblico. «Proibì pure (Solone) il dir villania ad alcuno ne’ templi,

ne’ luoghi dove si tien ragione, dove si trattano gli affari pubblici e

dove si fanno spettacoli; e ciò sotto pena di dover pagare tre dramme

a quella persona particolare che fosse svillaneggiata, e due altre

all’erario pubblico» (Plutarco in _Solone_).

[207] Aristof., _Acarnesi_, v. 43-44. — Si purificava innanzi la seduta

il luogo della assemblea spruzzandolo col sangue di un porcellino.

Nelle _Aringatrici_, trattandosi di un’assemblea da burla, Aristofane

al porcellino fa sostituire un gatto: Prassagora dice alle donne: _Il

purificatore porti in giro il gatto_ (Arist., _Eccles._, v. 128).

[208] Naturalmente era in altro senso che l’austero Demostene diceva:

_la voce del banditore è voce della patria_, τῆς πατρὶδος γωνὴ

(Demostene, _Corona_).

[209] ῶ γῆ καὶ θνοὶ — Apostrofe usatissima (Aristen., _Lett._, II, 20;

Demost., _Corona_, e altrove).

[210] Teodota e Gnatena, due delle etére più in voga ad Atene, in quei

dì. Intorno a Teodota, con cui Socrate stesso amava intrattenersi, vedi

Senof., _Memorab._, III, 2; Aten., _Deipn._, V, 220 e. — Ateneo cita

pure Teodota e Timandra, come le due amanti più note di Alcibiade:

Aten., XII, 535, c. XIII, 574, f. 588 d. — Intorno a Gnatena, vedi

Aten., XIII, 558 seg.

[211] ἀλκυονίδαι ἡμέραι — modo proverbiale significante giorni placidi

e sereni. _Alcionj_ o _alcionidei_ chiamavano propriamente gli antichi

i quattordici giorni del solstizio d’inverno, durante i quali gli

alcioni usano deporre le uova in riva al mare: onde il nome stesso

di quell’uccello — παρὰ ἔν τῷ ἁλὶ κύειν — (Ovid., _Metam._, XI, v.

745; Plin., _N. Hist._, X, 47). — Consideravansi come dì fausti ai

naviganti, poichè in questo tempo il mare ritrovasi in perfetta calma:

indi l’uso proverbiale della frase. _Stando amici con noi, ve la

godrete e passerete sempre giorni d’alcione_ (ossia giorni tranquilli)

— ἁλκυονίδας τ’ ἄν ἤγεθ’ ημέρας αεί — (Aristof., _Uccelli_, v. 1594). —

Luciano richiama in proposito la favola di Alcione e di Ceice: «Molto

onore ebbe l’Alcione dagli Dei per l’amore che ella portò al marito:

chè per farle fare il nido il mondo reca alcuni giorni detti _alcionj_,

placidi e sereni in mezzo del verno: ed oggi è uno di quei giorni. Non

vedi come è sereno il cielo e il mare tranquillo e cheto che pare uno

specchio?» (Luc., _L’Alcione_. — Cfr. Alcifr., _Lett._, I, 1; Teocr.,

_Idill._, 7). E il Tasso:

«De l’alcione al desiato parto

È sopito il furor d’orridi venti,

Son quete l’onde tempestose, e ’ntorno

Sgombre le nubi e serenato il cielo:

In sì tranquillo e sì felice aspetto

De’ fidi augelli alla progenie arride.»

(T. TASSO, _Mondo Creato_, Giorn. V)

[212] «_Come si suol dire, ai soli spergiuri degli amanti gli Dei

perdonano; perchè il giuramento venereo_ — ἀφροδίσιξς ὄρκος — _non

vale_» (Plat., _Simposio_, c. 10). — «Il piacere è la più bugiarda

di tutte le cose: e come va per proverbio, nei piaceri di Venere, i

quali pur sembrano essere i massimi, anche allo spergiurare è accordato

perdono dagli iddii, appunto come se i piaceri, a guisa di fanciulli,

non avessero pur un briciolo di cervello» (Plat., _Filebo_, c. 41). —

E in Aristeneto una donna così rinfaccia al suo amante la incostanza

maschile: «Fintanto che siete innamorati, voi altri uomini, passate le

intere notti ai nostri usci per terra e senza letto, piangendo chiamate

in testimonio gli Dei, e avete i giuramenti sulla punta della lingua...

Ma tosto che avete a sazietà soddisfatta la vostra libidine, e avete

ridotte le amate or dianzi ad amarvi alla lor volta, allora tronfi

vi ridete del rapito fiore di quelle, e prendete a ludibrio le misere

ch’eran prima l’oggetto delle vostre brame: e dite _che i giuramenti

non arrivano all’orecchio degli Dei_» (Aristen., _Lett._, II, 20). —

E Pavillon, illustrando a sua volta un po’ crudamente la teoria greca

della nullità del giuramento degli amanti:

Dès qu’un objet cesse de plaire

Le commerce amoureux aussitôt doit finir,

Le respect des serments n’est plus qu’une chimère

La perte du plaisir qui nous les a fait faire

Nous dispense de les tenir.

[213] Modo di dire omerico (ripetuto anche in Esiodo, _Teog._, 35)

di uso proverbiale antichissimo fra i Greci, e più antico, sembra, di

Omero. Οὔ γὰρ ἀπὸ δρυός ἔσσι παλαιφάτου, οὔδ’ ἀπὸ πέτρης. Così Platone:

«_Per dirla con Omero, neppur io sono nato nè di quercia, nè di pietra,

ma d’uomini_» (_Apolog._, 23). — Il Müller lo reputa un detto di

antichissimi cantori pierii: nel quale la quercia e la rupe accennano

alla semplice vita campestre degli autóctoni greci, che credevano di

trarre la loro origine dai monti e dalle selve: e intorno a questi soli

oggetti s’aggirava con innocente semplicità il loro pensiero.

[214] «Veloce è Cupido al venire e all’andarsene; se spera prende

l’ale: se appena dispera, immediatamente gli cadono. Indi la grand’arte

delle etére è in differir sempre il godimento e trattener gli amanti

colla speranza» (Aristen., _Lett._, II, 1). — «Io credo che l’amore

grande nasce quando uno si persuade che tu poco lo curi: se è sicuro

di possederti egli solo, la passione si smorza» (Luciano, _Dial. delle

cortigiane_, 8). — «Che crudele costui! Ma tu stessa, o Violetta, l’hai

guasto col volergli troppo bene e col mostrarglielo. Dovevi non farti

vedere troppo accesa di lui: egli ora lo sa, e se ne tiene» (Luc.,

_ibid._, 12).

[215] Senof., _Repub. Laced._, 1; Plutarco in _Licurgo_ e _Apoft.

Lacon._

[216] Munichione è il decimo mese dell’anno attico, secondo lo

Scaligero (aprile-maggio). Qui cadono in acconcio alcuni cenni sul

_Calendario Attico_.

Gli Ateniesi ebbero da principio un anno lunare di 354 giorni diviso

in dodici mesi successivamente cavi e pieni, nell’ordine seguente: 1.º

_Gamelion_; 2.º _Antesthesterion_; 3.º _Elaphebolion_; 4.º _Munychion_;

5.º _Targelion_; 6.º _Scirophorion_; 7.º _Hecatombeon_; 8.º

_Metagitnion_; 9.º _Boedromion_; 10.º _Memacterion_; 11.º _Panepsion_;

12.º _Posideon_.

Ma col tempo risultando quest’anno lunare in arretrato sul ritorno

periodico delle stagioni, si consultò l’oracolo; il quale ordinò di

regolare i mesi colla luna e l’anno col sole: cioè intercalare il

numero di giorni necessario perchè la durata dell’anno corrispondesse

meglio all’annua rivoluzione del sole. Si stabilì quindi una

intercalazione di un mese di trenta giorni, la quale intercalazione

avesse luogo tre volte in otto anni, ossia per ogni due olimpiadi

(quadrienni): infatti otto anni di 354 giorni con tre mesi intercalati

di trenta, corrispondono appunto ad otto anni di 365 giorni e un

quarto. Per tal modo riconducevasi il primo giorno, il primo mese e

il primo anno di ciascuna olimpiade verso la luna nuova che veniva

dopo il solstizio d’estate. L’_ottaetèride_, ossia periodo di otto

anni, ricominciava infatti verso questa luna e il lunario ateniese

seguiva tutte le variazioni derivanti dalla sua singolare struttura.

Fu questa la riforma dell’astronomo Metone, introdotta nel calendario

civile ateniese appunto all’epoca di Alcibiade e precisamente nel 432

av. l’E. V. (anno 1.º dell’Olimpiade 87.ª): e da quell’epoca il mese

di ecatombeone, ch’era il settimo del primitivo ordine, e cominciava

appunto col novilunio susseguente al solstizio estivo (16 luglio),

diventò il primo mese del calendario olimpico, che fu adottato dalla

maggior parte degli Stati greci. Indi i mesi attici, corrispondenti

ciascuno (secondo i calcoli del Corsini) dal 16 luglio in avanti,

alla seconda metà di un mese nostro, e alla prima metà del successivo,

rimasero così distribuiti:

1.º _Ecatombeone_ (luglio-agosto), _mese della ecatombe_, ossia del

sagrificio. Chiamossi in antico ecatombe un sagrificio di cento buoi,

più tardi un olocausto in genere.

2.º _Metagitnione_ (agosto-settembre), _mese del tragitto_. Si

celebravano in esso le feste di Apollo Metagitnio, commemorative del

passaggio di un popolo dell’Attica da un comune all’altro.

3.º _Boedromione_ (settembre-ottobre), ossia _mese del soccorso_.

Celebravasi in esso la festa _Boedromia_, in memoria del soccorso

recato da Xuto agli Ateniesi, quando questi, al tempo di Eretteo,

furono assaliti dagli Eleusini sotto la condotta di Eumolpo trace,

figlio di Nettuno. Vi si onorava Apollo perciò detto anch’egli

_Boedromio_; e ai 15 di questo mese stesso ricorrevano in onor di

Cerere e Proserpina le feste dei misteri eleusini, la cui celebrazione

durava nove dì.

4.º _Pianepsione_ (ottobre-novembre), ossia _mese delle fave cotte_.

Si cuocevano queste nelle feste, perciò dette _Pianepsie_, istituite in

memoria di Teseo, che tornato salvo da Creta, mangionne per allegrezza

alla stessa tavola co’ suoi compagni. Ricorrevano pure in questo mese

le _Tesmoforìe_, ossia le feste di Cerere tesmofora, celebrate per

sette giorni dalle donne di ingenua nascita, con processioni ad Eleusi,

digiuni e solennissimi riti; e le _feste Apaturie_, o feste delle

frodi, commemorative del duello in cui Melanto campione degli Ateniesi

vinse per inganno Xanto re dei Beoti; duravan tre giorni, nel terzo dei

quali avea luogo la iscrizione dei neonati.

5.º _Memacterione_ (novembre-dicembre), ossia _mese di Giove

tempestoso_ — in onor del quale si celebravano le feste _Memacterie_

per implorare il tempo sereno (Il Petavio mette questo mese in luogo

del _Pianepsione_ dal quale lo fa precedere).

6.º _Posideone_ (dicembre-gennajo), ossia _mese di Nettuno_, onorato

nelle feste _Posidonie_, celebrate con solenni abluzioni, specialmente

in Egina. Ricorrevano pure in questo mese le _Dionisiache rurali_,

ossiano i _Baccanali campestri_, celebrati nella campagna colla

processione del _fallo_ ritto.

7.º _Gamelione_ (gennajo-febbrajo), ossia il _mese delle nozze_, sacro

a Giunone _Gamelia_, auspice e tutrice dei vincoli conjugali.

8.º _Amtesterione_ (febbrajo-marzo), ossia _floreale_. Vi ricorrevano

all’11 del mese le _feste Lenee_, dette anche _Antesterie_ o

_floreali_, e dedicate a Bacco Leneo: le quali duravan tre giorni:

il primo, festa delle _botti_; il secondo, festa delle _coe_ o delle

libazioni funerarie; il terzo, festa dei _chitri_ o delle _pentole_,

perchè in tal dì cuocevansi legumi d’ogni specie in una gran pignatta,

offerta in suffragio de’ morti a Mercurio.

9.º _Elafebolione_ (marzo-aprile), ossia _mese di Diana cacciatrice

dei cervi_. Le si offeriva nella sua festa una torta raffigurante

quell’animale. In questo mese avean luogo le _grandi Dionisiache_,

ossiano i _Baccanali della città_, celebrati in Atene colla massima

pompa e processioni solenni, e gara dei componimenti teatrali.

10.º _Munichione_ (aprile-maggio), ossia _mese di Diana Munichia_, così

detta dal suo tempio famoso in Munichia, borgata e porto di Atene, ove

celebravansi in questo mese le sue feste.

11.º _Targelione_ (maggio-giugno), ossia _mese scaldaterra_. Vi

si celebravano le feste _Targelie_, in onor del Sole e delle Ore,

portandosi in giro le primizie dei prodotti. Ricorreva pure ai 25 di

questo mese la _festa Plinteria_, in onor di Minerva e di Aglauro,

tenuta per giorno d’infausto augurio.

12.º _Sciroforione_ (giugno-luglio), ossia il _mese dell’ombrella_,

la quale veniva portata ai 12 del mese, nelle _feste Scire_ o

_Sciroforie_, in onor di Minerva, da Atene a Sciro, borgo fra Eleusi

ed Atene, ov’era il tempio di Minerva perciò detta _Scirade_, ossia

_dall’ombrella_.

Il mese intercalare poi, che si aggiungeva, come abbiam detto, tre

volte in otto anni, dicevasi _Posideone secondo_.

Dividevasi il mese in _tre decadi_: la _prima_ dicevasi del _mese

cominciante_ o _luna crescente_, ἱσταμὲνος μηνὸς — la seconda del

_mese medio_ o della _luna media_, μεσοῦντος μηνὸς — la terza del

_mese_ o della _luna terminante_, φθίνοντος μηνὸς. Si designavano

progressivamente dall’uno al dieci i giorni della prima decade; _primo,

secondo, terzo_ del mese _entrante_ o _cominciante_ (πρώτη, δευτέρα,

τρίτη ἱσταμὲνος); egualmente quei della seconda: _primo, secondo,

terzo del mese medio_, oppure _primo dopo dieci, secondo dopo dieci_,

ecc. (πρώτη, δευτέρα, τρίτη μεσοῦντος, ovvero πρώτη ἐπί δὲκα ecc).

Giunti alla terza decade, si contava per sottrazione: ossia il 21

diceasi _decimo del mese cadente_, il 22 _nono_ del mese cadente, il

23 _ottavo_, ecc. (δεκάτη, ἐνάντη, ογδόν φθίνοντος). Però talvolta si

contavano anch’essi per addizione e dicevasi _primo dopo venti, secondo

dopo venti_, ecc. (πρώτη μετὰ εἴκαδα, δευτέρα μετὰ εἴκαδα, ecc.). Il

30 ed ultimo del mese chiamavasi ἐνη καὶ νέα, _vecchia e nuova luna_,

ossia tra il finir di una luna e il cominciar di un’altra. Il primo del

mese dicevasi pure νουμηνία, ossia _novilunio_.

Quando il mese era di 29 giorni invece di 30, il 21 invece di chiamarsi

_decimo del terminante_ dicevasi _nono_, il 22 _ottavo_, ecc.

Vedi Scaligero, Petavio, Corsini, Cesarotti, Taylor; Plutarco in

_Solone_, ecc.

[217] Omero, _Odissea_, e altrove.

[218] _Pecile_, ossia _istoriato_, diceasi un portico famoso di Atene,

ov’erano rappresentate le gesta degli Ateniesi, dipintevi dal pennello

di Polignoto. In questo portico diedero più tardi le lor lezioni i

filosofi che si dissero _stoici_ (στοὰ, _portico_).

[219] Sull’uso del recarsi, specialmente i parassiti, anche non

invitati, ai pranzi ed ai simposj, vedi in Ateneo, _Deipnos._, VI. Ivi

Ateneo cita parecchi di simili casi. In una commedia di Apollodoro

Caristio, un personaggio dice d’invitare il parassito Cherefonte,

perchè _se anche non lo invitasse verrebbe ugualmente_. In un’altra

commedia del medesimo, il parassito va non invitato a un banchetto

nuziale col pretesto di portar degli uccelli alla sposa. Altrove Linceo

di Samo narra ancora di Cherefonte che va ad un convito senz’esservi

chiamato: e siccome egli vi si trova in più del numero normale dei

convitati, i gineconomi lo vogliono mandar via: egli risponde: _Avrete

contato male. Tornate a contare, cominciando da me._ — Pure a lungo

discorre di questa usanza del presentarsi non invitati ai simposj,

Plutarco nelle _Disp. Conviv._, VII, 6: ov’egli la giudica sconveniente

e propria dei soli _parassiti_ od _ombre_: benchè la vediam praticata

anco da filosofi cinici e cirenei (Luciano, _Lapiti_, 12; Aten.,

_Deipnos._, XII, 510): e benchè Plutarco stesso ami derivarla da

Socrate che seco condusse Aristodemo non invitato al banchetto di

Agatone; e più in su, da Menelao che nel 2.º dell’_Iliade_ si presenta

non invitato al convito d’Agamennone. — Ma caratteristico fra tutti,

su questo proposito, è un passo grazioso del cantore jonio Asio di

Samo (citato in Ateneo), ov’egli con gravità omerica descrive, in

tono di parodia, un parassita che accorre sfrontatamente ad un convito

nuziale; che è zoppo, grigio il crine, adora il profumo dell’arrosto

(κνισοκόλαξ), e coperto d’ignobili cicatrici, giunge non invitato e

_a un tratto si pianta fra gli ospiti, siccome un eroe che sorge dal

fango_, ἔν δὲ μέσοισιν — ηρως εἰστήκει. βορβόρου ἐξαναδύς (Aten.,

III, 125 d.; Callini, _Tyrt. As. carm._, ediz. Bachius, p. 142). —

Nell’_eroe_ di Asio, il cui tipo sembra al Müller (_St. lett. gr._, X)

il più antico esempio di parodia, il lettore potrà ravvisare la genesi

del mio Cimoto.

[220] Il noto verso di Omero, nel 2.º dell’_Iliade_,

αὐτόματος δέ οἴ ἤλθε βοήν ἁγαθὸς Μενελαος

«_spontaneo venne_ (al banchetto d’Agamennone) _Menelao valente nella

mischia_» era passato in proverbio e in barzelletta tra i Greci,

applicato in ispecie per ischerzo ai parassiti che venian non chiamati

alle mense. Vedine esempio in Luciano, nei _Lapiti_.

[221] Nel comico Difilo, presso Ateneo, un parassita invitato, guarda

per prima cosa non gli ornamenti e l’architettura della sala, bensì il

fumo della cucina; e si rallegra se lo vede uscir ben alto e ben denso:

ma se lo vede uscir fioco si rattrista, siccome annunzio di un magro

desinare (Aten., _Deipnos._, VI, 236 c).

[222] Porta _Dipila_ o _Triasia_, o _Ceramica_, ovvero il _Dipilon_,

era la porta all’angolo nord-ovest d’Atene, conducente dal Ceramico

interno al Ceramico esterno e ai giardini dell’Accademia, distante

sei stadj. È la sola porta di Atene che tuttora sussista. Seguivano,

dopo quella, a settentrione le porte _Ippadi_ (conducente a Colono),

d’_Acarne_ e _Melitide_ (conducente a Maratona); a levante la porta

_Diomeja_, conducente al Cinosargo, e la porta _Diocari_, che metteva

al Liceo; più innanzi, nella parte di mezzodì bagnata dall’Ilisso,

la porta _Egea_ (sud-est) conducente al tempio di Cerere e al monte

Imetto; e la porta _Falerea_ (sud-ovest) unita, per la via del _lungo

muro australe_, al borgo e porto di Falera. Infine, dopo questa, nella

parte di ponente, bagnata dal Cefisso, la porta del _Pireo_, unita dal

_lungo muro boreale_ al porto di quel nome, al quale conduceva per la

strada di Teseo; indi la porta _Sacra_, che conduceva ad Eleusi e la

porta _Itonia_, e infine da capo la _Dipila_.

[223] Proverbio greco popolare, giunto fino a noi. Un parassita lo

cita nel _Medico_ di Aristofane: τοὺς καλοὺς πειρᾷν κακνὸς (Aten.,

_Deipnos._, VI, 238 c.). — _Opinantur mulierculae pulcherrimum quemquam

fumum persequi_ (Victorius, cap. 21, _Variarum_).

[224] Rinomatissime e ricercate alle mense erano le anguille del

lago Copais, in Beozia. Così pure le _raje_ (βάτις, Arist., _Vesp._,

510; Aten., III, 104) tenute fra i pesci più delicati; e gli _uccelli

del Fasi_, o _fasiani_ (fagiani — φασιανος ὄρνις — Aten., XIV, 654;

Alcifr., III, 7). Dalle rive del Fasi, fiume della Colchide ove

trovavansi in gran copia, gli Argonauti furono i primi a portarli in

Grecia, di dove vennero trasportati in Italia, serbando l’antico nome.

_Argiva primum sum transportata carina;_

_Ante mihi notum nil, nisi Phasis, erat._

(Marziale, XIII, ep. 72)

[225] _Ceramico_ o _palazzo delle tegole_, era un quartiere famoso

della città, che traeva il nome, secondo Pausania (_Attic._,

3), dall’eroe Ceramo, figlio di Bacco e di Arianna; ma molto più

verisimilmente dai lavori in terra cotta (κέραμος, _tegola_) che vi

si facevano. Estendevasi parte fuori e parte dentro della città.

Nel Ceramico esterno, che si stendeva dalla porta Dipila sino

all’Accademia, erano le tombe degli eroi, caduti in guerra per la

patria. «_Ceramicus locus Athenis ubi bello peremptos sepeliebant, et

funebres orationes habebant: statuis passim erectis, quae, quo quique

loco occubuissent, indicarent_» (Suida). Nel Ceramico interno che

dalla porta metteva alla piazza maggiore (_Agorà_), radunavansi il bel

mondo e le meretrici (V. Suida; Meursius alla voce _Ceramicos_; Paus.,

_Att._, 3, 29).

Avendo l’autore supposto la casa di Alcibiade (quadro I, not. 1) a

ponente d’Atene, fuor delle porte, presso la via del Pireo, Cimoto

uscendo dalla porta Dipila, a nord-ovest, per venire a trovar

Alcibiade, doveva appunto attraversare il Ceramico esterno.

[226] Anacreonte, _ode_ 41.

[227] Eraclito, filosofo di Efeso, era così chiamato per la oscurità

del suo stile e della sua dottrina: della quale Socrate, richiesto un

giorno del suo parere da Euripide, ebbe a dire: «quel poco che riesco a

capirne è buono; e voglio credere che sarà buono anche quello che non

capisco: ma per penetrar quell’abisso ci bisognerebbe un palombaro di

Delo» (Diog. Laerz. in _Socr._ e in _Eracl._).

[228] Il giuramento o l’attestazione per _Venere! per la regina

Venere!_ δέσποινα Ἀφροδίτη — era de’ più usitati fra le etére (Cfr.

Alcifr., _Lett._, I, 32, 36, 39 e altrove; Aristen., _Lett._, I, 23).

[229] Aristen., _Lett._, I, 15; Luciano, _Imagini_; Omero, _Iliade_; e

la poetessa Saffo: «_La persuasione è figlia di Venere_.»

[230] Plutarco in _Alcib._, chiama Timandra la compagna fedele

dell’eroe ateniese che lo assistette al momento della sua morte. Collo

stesso nome la chiama Ateneo, XII, 535 c., il quale la fa anche madre

della famosa Laide di Corinto: più innanzi, al libro XIII, 574 f.,

Ateneo la chiama _Damasandra_ — ma è evidentemente la stessa persona.

[231] Ετησίαι, venti settentrionali spiranti regolarmente ogni anno,

d’estate, nell’Arcipelago, per un determinato numero di giorni. —

Appunto venendo dal settentrione, eran favorevoli alle navi che

uscendo dal Pireo veleggiassero a mezzodì per la Sicilia (Cfr.

Demostene, _Filipp._, I; _Cose del Cherson._) — E Plinio, _Nat.

Hist._: «_Caniculae exortum diebus octo ferme aquilones antecedunt,

quos prodromos vocant. Post biduum autem exortus, iidem aquilones

constantius perfiant, diebus quadraginta, quos Etesias vocant._»

[232] Nei tempi eroici più remoti, secondo vediamo in Omero, usavano

porsi a tavola, come ai dì nostri, seduti: ma all’epoca del dramma

nostro e, in generale, nei tempi storici, dalle guerre persiane in poi,

troviamo ormai dappertutto sottentrata fra’ Greci l’usanza di coricarsi

sdrajati sui letti. Solo faceano eccezione, insiem coi ragazzi, le

matrone e le fanciulle, e in genere le donne di famiglia (ἔλευθεραι),

le quali sedevano a tavola sopra sedie a spalliera (Welcker, _alte

Denkm._, II, 240) e per lo più lontane dai mariti; invece le _etére_ e

le cortigiane in genere, che rallegravano i simposj maschili, usavano

coricarsi anch’esse sui letti a fianco degli uomini (Winckelmann,

_Monum. ined._, 200. Cfr. Alcifr., I, 39).

La forma e disposizione dei letti concordava in complesso coll’uso

dei Latini: soltanto, a differenza di questi, — e contro l’opinione

comunemente invalsa — pare che i letti delle mense, ad Atene, fossero

ordinariamente di soli _due_ posti e non di _tre_. Così opina anche

l’Hermann, arguendolo dal convito platonico, ove Agatone invita

Socrate per suo compagno di letto, dà Aristodemo per compagno di letto

ad Erisimaco, e solo in via di eccezione chiama Alcibiade a seder

terzo fra Socrate e lui. A due a due siedon pure i convitati Greci e

Persiani (ὁμόκινοι) al banchetto di Attagino in Erod., IX, 16: e anche

nelle pitture di vasi antichi questa appare la disposizione numerica

più comune: solo più di rado occorre nelle pitture il caso di letti

occupati da tre e talora anche da un numero maggiore di convitati, fino

a cinque: _Graeci quini stipati in lectulis_ (Cic., _Pison._, 1040):

ciò che per altro l’Hermann attribuisce anche all’angustia dello spazio

offerto dai vasi alle figure.

I letti poteano essere anche più di tre: la cena del re Cleomene era

detta _laconica_ perchè non vi erano che tre letti.

I letti (κλίνη), nelle case agiate in ispecie, riccamente lavorati

e listati di porpora, eran fatti più comodi da tappeti e cuscini.

I convitati vi si poneano a giacere appoggiati sul gomito sinistro

(ἐπαγκῶονος δειπνεν, Luciano, _Lessifane_) a cuscini, per lo più

rotondi, che sostenevano il dorso (προς κεφάλαιον), avendo così libero

il braccio destro e la parte inferiore del corpo stesa in lungo e

leggiermente piegata. Per tal guisa trovandosi varj convitati sullo

stesso letto, il primo giaceva sporgendo le gambe lungo il dorso del

secondo, o meglio lungo il cuscino su cui il secondo si appoggiava

(Millin, _Peint. des Vases_; Tischbein, _Recueil_; Ferrario, II, pag.

1041, tav. 144).

Se i cibi venissero come tra i Latini portati in giro e deposti sopra

un’unica tavola nel mezzo dei letti, o se ciascun letto avesse il suo

proprio tavolo, non è ben definito; però questa seconda maniera è,

secondo l’Hermann, più verisimile; e infatti nelle antiche pitture di

simposj vediam posti uno o più piccoli tavoli (_tripodes, trapezai_)

dinanzi a ciascun letto: i quali tavoli (su cui deponeansi quei piatti

che non recavansi in giro) al finir dei cibi venivano dai servi portati

via (αφαιρεῖν τὰς τραπέζας).

Ai convitati — che interveniano al banchetto vestiti in bianco —

ordinariamente era il padrone di casa che assegnava i posti; fra

i quali vi era, come tra noi, distinzione d’onore; «_il posto più

onorifico_, dice Plutarco, _è fra i Persiani quel di mezzo ove siede

il re, fra i Greci il primo_» (in capo dei letti): e il padrone facea

seder presso di sè l’ospite che volea maggiormente onorare (Cfr. Plat.,

_Simp._; Plut., _Disp. Conv._, I, 2, 3).

Prima di porsi a giacer sui letti, i servi toglievan le calzature e

lavavano i piedi ai convitati (Plat., _Simp._, p. 175, 213): al che,

nelle case dei ricchi scialacquatori, invece d’acqua, facevasi uso

di vino e di essenze odorose (Plutarco, _Focione_). — L’ordine del

banchetto ci vien quindi così riassunto da Aristofane nelle _Vespe_

(v. 1210 seg.): «_Fil._ Come debbo coricarmi? — _Bdelic._ Con decoro. —

_Fil._ Come dunque? — _Bdelic._ Stendi le ginocchia e mollemente come

si usa nelle palestre ti adagia sui tappeti. Piglia quindi a lodare

alcuno dei vasi di bronzo che ti son posti dinanzi. Si dà l’acqua

alle mani. Si portano le tavole. Ceniamo. Ci laviamo. Si fanno le

libazioni.»

A tavola non faceasi uso nè di forchette, nè di coltelli. Solo

il cucchiajo (μυστίλη) usavasi pei cibi liquidi; pei cibi solidi

adopravansi le dita; le quali i convitati si ripulivano durante il

banchetto colla mollica di pane, e coll’acqua ch’era data in fin

di tavola; non vi essendo del resto alcun uso nè di tovaglie, nè di

tovagliuoli.

Insieme alle abluzioni alle mani (ἀπονίψασθαι) e al levar delle tavole,

si lavava contemporaneamente il pavimento, spargendolo di unguenti ed

essenze; si distribuivano quindi ai convitati le corone e si chiudeva

colla _libazione al buon genio_ il _pranzo_ propriamente detto,

ossia la mensa dei cibi (Cfr. Aten., _Deipn._, IX, 408 f.; XV, 665

b. Menandro in _Suida_, v. αἴρειν): alla quale succedeva la parte più

importante del banchetto ateniese, ossia la _seconda mensa_ o mensa dei

_bicchieri_. — Ma di questa più innanzi.

[233] _Per le Dee!_ o _per le due Dee!_ (Cerere e Proserpina) — μὰ τὼ

θεώ — Esclamazione ateniese usatissima, propria soltanto delle donne.

Cfr. Aristof., _Eccles._, v. 158; _Lisistr._, v. 111 e altrove.

[234] Cfr. il lamento sulle guerre civili de’ Greci, posto anche da

Aristofane in bocca a una donna ateniese: «Io voglio imprendere a

sgridarvi in comune, e giustamente, perchè voi spruzzando con un solo

vaso d’acqua lustrale gli altari come uniti di parentela, in Olimpia,

a Pilo, a Delfo, mentre avete nemici i barbari, coi vostri eserciti

distruggete gli uomini e le città greche» (_Lisistr._, v. 1128 seg.).

In Olimpia e a Delfo convenivano, com’è noto, i Greci di tutte le

città e di tutti gli Stati per la celebrazione dei giuochi olimpici e

dei giuochi pizj, feste che segnavano un periodo di tregua alle guerre

fra i varj popoli di Grecia. A Delfo poi conveniva la grande adunanza

nazionale dei popoli greci (_Anfizionia_) per celebrar la festa

dell’oracolo in comune (Mejer, _Giuochi Olimp._; Krause, _Giuochi Pizj,

Nemei ed Istmici_; Grote; Meursius; Corsini, ecc.). Un pensiero simile

sulle discordie fraterne de’ Greci è in Demostene: «Gli è vero che dai

Lacedemoni e da noi molto soffrirono i Greci; noi però siam tutti d’un

sangue, abbiam tutti una patria comune» (_Filipp._, III).

[235] Nel recinto del tempio di Delfo erano i tesori votivi dei popoli

e delle città greche e i doni preziosi da esse inviati al Nume in

memoria delle vittorie riportate. I trofei recavano le iscrizioni

dei popoli che li offerivano e delle vittorie che rammentavano; per

esempio: _Brasida e gli Acanzj, delle spoglie degli Ateniesi. — Gli

Ateniesi delle spoglie de’ Corinzj_, ecc. Del numero di queste offerte

votive era la palma di bronzo degli Ateniesi, ricordata nel quadro II

(Vedi Plutarco, _Lisandro_, I; Pausania, _Focide_. Cfr. Barthel., _V.

d’Anac._, IV, c. 22).

[236] Frase greca proverbiale, derivata dalla burla che Prometeo si

permise verso Giove, secondo narrasi in Esiodo. Sagrificò Prometeo

a Giove un bue, e poste dall’una parte le ossa nascoste sotto bianco

adipe (ὁστέα καλύψας ἀργέτι δημῷ), dall’altra le carni e il buono e

il meglio della vittima chiuso nel ventre bovino, disse a Giove di

scegliere quale delle due parti volesse, lasciando agli uomini l’altra.

O che Giove fosse preso alla burla, come Igino racconta e scegliesse

infatti il peggio, o che se ne avvedesse, come finge Esiodo, egli

ne concepì tant’odio verso Prometeo, che dimentico dell’amicizia

fino allora professatagli, volle punirlo in una cogli uomini da lui

protetti (Esiod., _Teogon._, v. 535 seg. Cfr. _Op. e giorni_, v. 48;

Igin., _Poet. Astron._, II, 15). — E Luciano fa dire da Mercurio a

Prometeo, che si lagna del supplizio: «Non hai fatto alcun male tu che

quando avevi l’uffizio di spartire le carni, facesti parti ingiuste e

l’inganno di serbare il meglio per te e di mettere innanzi a Giove,

come disse Esiodo, _ossa nascoste sotto bianco grasso_? Di poi hai

formato gli uomini, maliziosissimi animali, specialmente le donne:

infine hai rubato il fuoco, ecc.» (Luc., _Prometeo_). — Indi per

ischerzo dicevansi _parte di Prometeo_ le ossa. «Se a tavola si trincia

porchetto lattante devi una delle due, o avere per amico lo scalco, o

se no ti tocca la parte di Prometeo, ossa coverte di grasso» (Luciano,

_Di quei che stanno coi signori_).

[237] Il comico Macone, presso Ateneo così parla del parassita

Cherefonte: «Chaerefon carmen emebat aliquando. Ibi cum coquus,

ut narrant, ossibus admodum grave frustum illi forte praecideret;

_Coque_, inquit, _ne hoc adpende mihi osseum_. Ille vero: _At suave

est_, inquit; _ajunt sane, vicinam ossibus, suavem esse carnem_. Tum

Chaerefon: _Utique_, inquit, _o optime: suave illud quidem; sed quod

addiicis molestissimum_ (Aten., _Deipn._, VI, 243 f.).

[238] πρὸς τῶν χαρίτων — Scongiuro femminile (Aristen., _Lett._, I, 11).

[239] Modo di minaccia cui ricorreano frequentissimo gli spasimanti

inesauditi (Vedi, per esempio, Alcifr., I, 35). Così Orazio invoca

da Venere il castigo all’arroganza di Cloe: — _sublimi flagello-tange

Chloen semel arrogantem._, lib. II, od. 26. — Intorno alle vendette di

Venere, vedi anco Eurip., _Ippol._, v. 545-564; Teocr., _Idill._, I, v.

101.

[240] Cfr. Alcifr., _Lett._, I, 36, 40; Aristen., _Lett._, I, 14.

[241] Cfr. Alcifr., _Lett._, I, 36. Prima di seppellire i morti e

celebrar loro le esequie usavasi in Atene tener esposto nel vestibolo

della casa per un giorno (e occorrendo, per accertare il decesso, fin

tre giorni) il cadavere lavato, profumato, vestito di ricchi abiti

e inghirlandato di fiori. In una mano gli si poneva una focaccia per

ammansar Cerbero, e nella bocca uno o due oboli per pagar il tragitto

a Caronte (Eurip., _Ippol._; Aristof, _Lisistr., Rane_; Luciano, _Del

Lutto, Dial. dei morti_, 11; Polluce, lib. 8). «E tu dopo d’avermi

spogliato stamattina, dice Blepiro a sua moglie, te ne andasti

lasciandomi come un morto, salvochè non mi inghirlandasti, nè mi

ponesti vicino il vaso dei profumi» (Aristofane, _Eccles._).

[242] «È al valor dei regali che mi fanno i miei amanti che io giudico

il loro amore» (Aristen., _Lett._, I, 14). Intorno ai doni alle etére,

cfr. anche Alcifr., _Lett._, I; Luciano, _Dial. delle cortigiane_, 7,

8, 14; Senof., _Memor._, III, 11.

[243] Gli _Aloi_, detti anche _feste Talisie_, celebravansi ogni

anno dopo il raccolto dei frutti, in onore principalmente di Cerere;

e insieme anche di Bacco e dell’altre divinità, in genere, il cui

favore influiva sull’abbondanza dei raccolti. Di queste feste, siccome

celebrate precipuamente dalle donne, parla Alcifrone (_Lett._, I, 35;

II, 3); ed anche Teocrito (_Idill._, 7); e lo scoliaste di Luciano:

«Haloa festum est Athenis mysteria Cereris et Proserpinae et Bacchi

complectens pro incisione vitium, et gustatione vini aliorumque

fructuum. Philocorus vero ait, ita dictum quod homines tunc in areis

commorarentur.» Infatti ἄλος significa _aja_.

[244] L’abbigliamento ordinario delle donne ateniesi consisteva, com’è

noto, 1.º in una tunica (κιθῶν) o specie di camicia bianca, per lo

più di lino, molto ampia, discendente in ricche pieghe fino ai piedi,

congiunta sopra le spalle con bottoni a fermagli, e allacciata sotto

le mammelle dallo _strofio_, ricca cintura, sovente d’oro; 2.º in una

sopraveste (διπλοίδιον) che dev’essere la stessa cosa coll’ἔγκυκλον

di Aristofane (_Tesmof._, 261), (mal tradotto dal Cappellina per

_mantellino_) della stessa stoffa del _chiton_, ma più breve, spesso

con maniche sin verso la metà delle braccia, adorna al basso di liste

di vari colori; 3.º in un pallio a forma di sciarpa o manto (πέπλον);

4.º in un panno o velo in testa, all’uscire in pubblico (Poll., lib.

7, 14, 15; A. Tazio, _Clit. Leuc._, 1; Aristof., _Tesm., Lisis._ —

Cfr. Becker, Winkelmann, Ferrario, ecc.). La tunica color di croco o

_crocata_ (κροκωτὸς) era veste di lusso; così pure le _cimberiche_,

vesti portate senza cintura (ὁρθοστὰδια) e così chiamate, secondo lo

scoliaste d’Aristof., dal luogo in cui si fabbricavano. Cfr. Arist.,

_Lisistr._, v. 44, 45.

[245] Αφροδίτη ψιθυρς, _Venere bisbigliante_, era altro degli

appellativi sotto cui Venere adoravasi in Atene, secondo la

testimonianza di Suida, dal susurrare che fanno tra di loro a bassa

voce gli amanti: il che appunto diceasi, con parola d’efficacia

mirabile, tutta greca, ψιθυρίζειν. In Teocrito (_Idill._, 1) la voce

ψιθυρίσμα è egualmente adoperata, con isquisita armonia imitativa, a

significare il dolce sibilo o susurro che fa il vento soffiando tra le

frondi degli alberi (Cfr. Teocr. _Idill._, 27; Mosco, _Idill._, 5).

— E vedi senso tutto artistico delle imagini e della proprietà delle

parole: ψιθυρίζειν, diceano i Greci, non solo il susurrio degli amanti

e il dolce bisbiglio dell’aure tra le frondi, ma anche il _calunniare_:

qualche secolo prima che la _calunnia-venticello_ fosse posta in musica

da Rossini.

[246] Eurip., _Ippol._, v. 612: Ἤ γλῶσσ’ ὡμώμοχ’, ἤ δὲ φρὴν ἀνώμοτος.

Questo verso di Euripide era divenuto, come tanti altri dello stesso,

famoso e proverbiale tra i Greci. Solevasi citarlo per ischerzo, quando

trattavasi di non mantenere un giuramento o una promessa. Per esempio,

cfr. Aristof., _Rane_, v. 1471. Che un parassita citasse Euripide si

spiegava poi tanto più facilmente, e per il posar di questa classe

di persone a letterati, e per i varj passi in Euripide interpretati a

favor de’ parassiti.

[247]

Ἀνὴρ γὰρ, ὄστις, εὖ βίον κεκτημένος,

μὴ τουλάχιστον τρεῖς ἀσυμβόλους τρέφει,

ὄλοιτο, νοστου μὴ ποτ’ εἴς πάτραν τυχών.

(Ateneo, _Deipn._, VI, 247 c.)

È da una commedia di Difilo, che Ateneo riporta questi versi, siccome

attribuiti in detta commedia ad Euripide. E il parassita d’Alcifrone,

dopo aver fatto una citazione di poeta, soggiunge con sussiego: «_Anche

noi parassiti parliamo alla foggia dei letterati_» (Alcifr., _Lett._,

III, 65).

[248] _Mandare ai corvi_, ἔς κόρακας (_che tu possa andar tra i

corvi! che i corvi ti piglino_, ecc.), modo proverbiale usatissimo,

significante: _mandar in malora!_ (Cfr. Alcifr., _Lett._, I, 16;

Aristof., _Tesmof._, v. 868; _Vespe_, v. 51; _Nubi_, v. 789; _Caval._,

v. 892. — Vedi Erasm., _ad Corvos_).

[249] Dell’odio delle donne ateniesi contro Euripide, perchè sparlatore

e denigratore di esse nelle sue tragedie, fa menzione ripetutamente

Aristofane nella _Lisistrata_, nelle _Rane_ e altrove. Anzi la

maldicenza di Euripide contro il sesso femminile e la vendetta

di queste contro di lui formano l’argomento dell’altra commedia

di Aristofane, le _Tesmoforeggianti_. Difilo poi, presso Ateneo,

riportando i versi citati sopra alla nota 38, intorno ai parassiti,

mette appunto a riscontro la benevolenza di Euripide verso costoro,

colla sua maldicenza contro le donne: «_E non vedi quanto egli_ —

Euripide — _nelle sue tragedie odii le donne, ed ami per contrario i

parassiti?_» (Aten., VI, 247 b).

[250] _Per le Tesmofore! Per le dee Tesmofore!_ — Cerere e Proserpina

— (Arist., _Tesmof._, v. 282, 1156); lo stesso che l’esclamazione

femminile: _per le due Dee!_ (Arist., _Lisis._, 51), e altre

equivalenti: _Per le Dee venerande! Per Cerere! Così Cerere m’ami!_

(μὰ τὴν Δὴμετρα, Arist., _Acarn._, v. 708); _per le deità eleusine e

pei loro misterj! pei sacri misterj!_ (Alcifr., _Lett._, II, 2, 3).

Cerere e Proserpina avean culto, com’è noto, in Eleusi; e ai loro

riti assistean solo le donne; chiamavansi anche _dee sotterranee_.

— Θεσμοφόρη, ossia _legislatrice_, era propriamente lo speciale

attributo di Cerere, in memoria delle prime leggi e delle prime nozioni

agronomiche date agli Ateniesi da questa Dea.

[251] Eurip., _Ippol._, 616 seg.; _Androm._, v. 943 seg.; Cfr.

Aristof., _Tesmof._, v. 389 seg.; dove egli fa ricordare da una donna

tutte le ingiurie scagliate da Euripide contro il di lei sesso.

[252] Eurip., _Androm._, v. 950. — Aristof., _Tesmof._, v. 415-416.

[253] Così è chiamato Euripide dalle donne, a cagione della professione

di sua madre, nelle _Tesmof._, v. 387; titolo spregiativo che troviamo

affibbiato di frequente a quel tragico anche nei _Cavalieri_, nelle

_Rane_ e altrove.

[254] Le libazioni alle _Furie_ od _Eumenidi_ od _Erinni_ erano fatte

senza vino — con acqua e mele soltanto; per il che dicevansi in greco

ἀοίνοί, (lat. _inviniae_): come vedesi in Eschilo, _Eumen._, v. 112. Il

Bellotti tradusse: _libagioni astemie_.

[255] _Venere aurea_ (χρυσὴ Αφροδίτη — Om., _Odiss._, IX, 14), _ornata

d’oro_ (πολυχρύσος, χρυσῷ κοσμηθεῖσα, Om., _Inn. a Ven._), _dall’aurea

corona_, dal _trono d’oro_, ecc. — appellativi usatissimi della Dea.

E Luciano: «Omero in tutto il suo poema da capo a fondo dice ch’io son

_l’aurea Venere_» (Luc., _Giove Tragedo_).

[256] Le _Nubi_ fatte in Atene rappresentar da Aristofane nell’anno 424

av. l’E. V. (ventiquattro anni prima della morte di Socrate) fecero

fiasco. Di che lo stesso Aristofane si lamenta nella parabasi della

seconda edizione di quella commedia, ch’egli tornò a dare l’anno dopo,

collo stesso esito; e nella parabasi delle _Vespe_.

Wieland nell’_Aristippo_ (I, lett. 9) fa attribuire da Aristofane

il fiasco delle _Nubi_ alla influenza di Alcibiade, di cui eran noti

l’affetto e la devozione per Socrate suo maestro acremente deriso in

quella commedia, e al timore che Alcibiade stesso seppe incutere in

teatro col suo partito. Certo Alcibiade si trovava un po’ interessato

in causa, per i frizzi frequenti al suo proprio indirizzo nelle

commedie di Aristofane (Cfr. _Vespe_, 44; _Acarnesi_, 716; _Rane_,

1422), e per credersi forse satireggiato egli medesimo nel personaggio

di Fidippide delle _Nubi_: e la popolarità e l’influenza del giovine

_lion_ ateniese assai probabilmente poterono nuocere al successo della

commedia.

Le _Nubi_, del resto, e gli _Acarnesi_, ov’è posto in canzone Lamaco, e

le _Rane_ ove canzonasi Euripide, provano ch’era caduta in dissuetudine

ad Atene l’antica legge che vietava di citare o attaccar alcuno per

nome nelle commedie (Meurs., _Them. Att._, II, 20).

[257] Sulle percosse date da Alcibiade a Taurea, suo anticorégo, in

teatro, vedi Demost., _C. Midia_; Andocide, _Contr. Alcib._, IV, 20;

e Plutarco in _Alcib._ Qui se ne variarono le cause e le circostanze,

collegando il fatto alla rappresentazione delle _Nubi_.

[258] Ἀνδρῶν ἀπάντων Σωκράτης σοφώτατος — _di tutti gli uomini Socrate

è il più savio_ — fu la risposta che l’oracolo di Delfo diede, com’è

noto, a Cherefonte, amico e discepolo di Socrate. Vedi Diog. Laerz. in

_Socr._; e Platone, _Apol._, 5.

[259] Cfr. il modo vivace con cui Alcibiade prende le parti del suo

maestro in Platone, nel _Protagora_, c. 23, e nel _Simposio_.

[260] _Evio, Bromio, Dionisio, guidatore de’ cori notturni, amatore

delle danze_, ecc., appellativi di Bacco (Aristof., _Tesmof._, v. 990,

992; Sofocle, _Antig._, v. 1265; _Edipo Re_, ecc.).

[261] θεῶν μέγας ὄρκος (Om., _Odiss._, 11, v. 377 e altrove). Era il

giuramento per la Stige, ossia per l’acqua di Stige, sacro e tremendo

agli stessi Immortali. «_Siami testimonio la terra, e l’ampio cielo

disopra, e la disotto scorrente acqua di Stige, ch’è il massimo e

tremendissimo giuramento pegli Dei beati_» — così giura Giunone in

Omero (_Iliad._, XV, v. 36-38. Cfr. _Iliad._, XIV, 271 seg.; _Odiss._,

V, v. 184; Apol. Rod., _Argon._, II, v. 291; Esiod., _Teogon._, v.

400).

La favola, raccolta da Esiodo, fa di Stige una figlia dell’Oceano

e sposa di Pallante, che Giove volle onorare ordinando che per lei

giurassero i Celesti. Pausania ricorda con questo nome una fonte in

Arcadia, non lungi dalle ruine di Nonacri; «ivi, egli dice, una parte

della montagna elevasi a picco ad altezza così prodigiosa come non ho

visto mai; e dal sommo di essa stilla perennemente un’acqua che i Greci

chiaman l’acqua di Stige» (Paus., _Arcad._, 17): al che corrisponde

la descrizione che Esiodo fa dell’abitazione della Oceanitide

nell’inferno: «Abita quivi la Dea tremenda agli Immortali, la orribile

Stige: sola, appartata dagli Dei, abita inclite case coperte di sopra

di grandi roccie: e d’ogni intorno sono argentee colonne drizzate fino

al cielo» (_Teogon._, v. 775-779).

Perchè poi la dimora di Stige fu posta nell’inferno, può spiegarsi

colla osservazione di Pausania che l’acqua di quella sorgente arcadica

era mortifera agli uomini e agli animali. La superstizione aggiungeva

che chi fosse accusato, innocente, di qualche grande delitto, e

costretto a bere di quell’acqua, poteva farlo senza averne danno,

provando così la sua innocenza. Che se taluno degli Dei mentiva o

mancava al giuramento dato per l’acqua di Stige, allora Giove mandava

Iride a prendere dell’acqua di quella fonte, e il Nume spergiuro,

costretto a beverne, preso da malore, giaceva ammutolito, senza

respiro, senza poter gustare nettare nè ambrosia, appartato dal

consorzio degli altri Dei per nove anni; finchè nel decimo, guarito,

tornava fra i suoi compagni di Olimpo: «_tale è il grande giuramento

degli Dei per quell’acqua perenne di Stige_» (Esiod., _Teog._,

783-805). Nel qual _grande giuramento_ simboleggiavano gli antichi,

secondo Bacone, la _necessità_: come il solo vincolo che a preferenza

di tutti gli altri, della nascita, della religione, dell’onore stesso,

ecc., — lega i re e i grandi, e mantiene solo la fede dei trattati.

[262] Μὰ τὴν Ἀγλαυρον (Arist., _Tesmof._, v. 533). Esclamazione

ateniese. _Aglauro, Erse_ e _Pandroso_ chiamaronsi le tre figlie

di Cecrope primo re di Atene. Ad esse Minerva diede a custodire il

neonato Erittonio o Eretteo (figlio di Minerva e di Vulcano) rinchiuso

in una cesta di vimini insieme con un serpente postovi a guardia;

sotto proibizione alle tre fanciulle di guardar ciò che nella cesta

si contenesse. Pandroso obbedì al divieto della Dea, ma l’altre due

sorelle, Aglauro ed Erse, prese da curiosità, non seppero resistere

alla tentazione d’aprir la cesta; e alla vista di Erittonio, prese,

per castigo di Minerva, da subita insania, si precipitarono dalla cima

dell’Acropoli in mare. Così Pausania, _Attic._; Apollodoro, lib. III,

e Igino, _Poet. Astron._ Ma Ovidio narra, diversamente, che, delle tre

sorelle, Pandroso ed Erse obbedirono entrambe la Dea; Aglauro sola fu

tratta dalla curiosità ad aprir la cesta — _timidas vocat una sorores

— Aglaurus nodosque manu deducit_. Una cornacchia andò a riferire la

sua disobbedienza a Minerva, che legossela al dito; indi a poco tempo,

infatti, capitato Mercurio ad Atene mentre le vergini vi celebravano

la festa di Minerva, e visto Erse tra quelle, se ne innamorò: avviossi

il Dio alla casa di Cecrope per averla in isposa, e fattaglisi innanzi

per la prima Aglauro, la pregò di interporre per lui buoni officj

presso la sorella: ma Aglauro, per punizione della Dea, presa da amor

per Mercurio, e da gelosia ed invidia della sorella Erse, negossi

alle istanze del Nume e tentò precludergli l’ingresso: e allora il Dio

tramutolla in sasso (Ovid., _Metam._, lib. II). Indi forse non a caso,

in questo punto della nostra scena, Bacchide inquieta delle occhiate

del suo compagno ad Eufrosine, invoca il nome della invidiosa figlia di

Cecrope.

Secondo un’altra versione di Ulpiano (comm. a Demost., _Falsa legaz._),

Agraulo era figlia dello stesso re Eretteo; e nella guerra mossa contro

lui ed Atene dai Traci condotti da Eumolpo, avendo l’oracolo presagito

la vittoria agli Ateniesi ove qualcuno si fosse sagrificato per la

città, Agraulo risaputolo si sarebbe spontaneamente immolata alla

patria gettandosi dall’Acropoli. — Il Meursius (_Reg. Athen._, I, 11)

contesta questa versione: certo però essa spiega meglio il culto di cui

Aglauro era onorata in Atene; ove ella aveva un tempio, e sacerdotesse

dette _Aglauridi_ e misteri e feste a lei sacre — ch’eran le _feste

Plinterie_ (Erod., VIII; Paus., _Attic._; Esichio, ecc.). Nel tempio

e bosco sacro di Aglauro o Agraulo, la gioventù ateniese, all’atto

di entrar nella milizia, si recava a dare il solenne giuramento di

difendere la patria e le sue leggi (Licurg., _Leocr._, I, 77; _Schol._

in _Demost._, ediz. Didot, 438, 15, 17; Plut. in _Alcib._; Meurs.,

_Reg. Athen._, I, 9).

[263] Alcibiade era ammiratore appassionatissimo di Omero — ἴ σκυρῶσ

Ὄμηρον ἐθαύμαζεν (Eliano, _Var. Stor._, XIII, 38): — ammirazione in

cui ebbe a somigliargli più tardi un altro greco famoso, forse non

più grande nè più ambizioso di Alcibiade, ma più fortunato di lui,

Alessandro il Macedone: al quale le lettere andarono debitrici della

famosa edizione omerica della _cassetta_.

[264] Omero, _Iliad._, lib. VIII, v. 337-341.

Ecco, di questo passo, la versione del Monti, più libera della mia:

«Iva Ettorre alla testa, e dalle truci

Sue pupille mettea lampi e paura.

Qual fiero alano che ne’ presti piedi

Confidando un cinghial da tergo assalta,

Od un Ilone, e al suo voltarsi attento,

Or le cluni gli addenta, ora la coscia:

Così gli Achivi insegue Ettorre, e sempre

Uccidendo il postremo li disperde.»

[265] Un critico trovò ultra-inverisimile questa difficoltà per

Alcibiade di procacciarsi un Omero, dei cui poemi non v’era, a suo

dire, libreria di Ateniese che fosse priva. Quel critico si inganna.

Sebbene di Pisistrato e di Ipparco si narri, che coll’assistenza di

Solone, avessero dato opera alla riordinazione dei canti omerici e

vietato ai rapsodi di invertirne l’ordine nella recitazione, tuttavia

l’_edizione_ materiale, completa nel proprio senso della parola,

dell’_Iliade_ e dell’_Odissea_, a Pisistrato e Solone attribuita, non

è positivamente asserita da nessun antico, sino al tardo e straniero

Cicerone: e v’hanno ragioni per revocarla in dubbio. Infatti, il codice

ateniese da essi compilato avrebbe dovuto tenersi prezioso siccome

più vicino all’origine e avente una certa autorità pubblica: e gli

Ateniesi, i quali posero nei loro archivj pubblici le tragedie di

Eschilo, Sofocle ed Euripide, v’avrebbero conservato gelosamente anche

quelle epopee. Ora, al contrario, nè i sei codici omerici posteriori

_delle città_, nè l’ultima famosa edizione della _cassetta_, ordinata

da Alessandro il Grande, offrono alcuna traccia di codesta edizione

ateniese o danno indizio alcuno di aver fatto appoggio su di essa. —

Il vero è che fino all’epoca di quei codici, e cioè fino al quarto

secolo, l’_Iliade_ e l’_Odissea_ vivevano ancora per la massima

parte nella tradizione orale dei rapsodi, e neppure nelle più ricche

librerie non se ne trovavano trascrizioni ordinate e complete che in

un piccolissimo numero di esemplari. Tutt’al più, la maggior parte

dei grammatici e dei privati possedevano trascritti soltanto alcuni

frammenti o rapsodie isolate dei poemi omerici, come l’_Addio di Ettore

ed Andromaca — il valor di Diomede — la morte di Ettore — la strage dei

Proci_, ecc. (Vedi Pope, _Essai sur Homère_, p. 41; Wolf, _Proleg._,

p. 143; Cesarotti, _Ragion. st. crit. su Omero_, I, 5; C. Cantù, _St.

della lett. gr._, cap. 3; Müller, _St. lett. gr._, cap. 5, ecc.). Ciò

può spiegare la risposta del grammatico, e calmar la meraviglia del mio

critico, che Alcibiade non si trovasse ad avere in casa il canto che

cercava: meraviglia che del resto potrebbe applicarsi anche al passo

relativo di Plutarco: oltrechè non è detto che Alcibiade, padron di

varie case in Atene, dovesse proprio avere sottomano, lì nella sala del

convito, i suoi libri e le sue librerie.

[266] L’aneddoto da cui è tratta questa scena è riferito da Plutarco

alla prima giovinezza d’Alcibiade, e da lui così narrato: «Passato

ch’ebbe (Alcibiade) l’età puerile, _portossi ad un precettor di

grammatica, e gli chiese un libro d’Omero_; e dicendogli il precettore

ch’egli non avea niente di Omero, percossolo di un pugno, sen passò

oltre: e dicendogli poi un altro di avere Omero corretto da lui

medesimo, — _E a che_, gli rispose Alcibiade, _ti trattieni tu ad

insegnare a leggere? Atto essendo ad emendare Omero, non ti dai ad

erudire la gioventù?_» (Plut., _Alcib._, 7, e _Apoftegmi_; Eliano, _V.

St._, XIII, 38).

[267] Omero, _Iliade_, VI, v. 482 484. Il Monti, meno letteralmente,

tradusse:

«Così dicendo, in braccio alla diletta

Sposa egli cesse il pargoletto; ed ella

Con un misto di pianti almo sorriso

Lo si raccolse all’odoroso seno —

dove, con tutto il rispetto al Monti, e a costo di passare per un

grammatico anch’io, mi permetto di trovare che il _misto di pianti

almo sorriso_ è un’amplificazione di gusto assai discutibile, e assai

lontana dalla squisita semplicità della frase di Omero: _lagrimosamente

sorridendo_, δακρυόεν γελάσασα.

[268] Per legge posta da Ipparco, figlio di Pisistrato, i poemi di

Omero dovean dai rapsodi recitarsi, ogni cinque anni, in Atene, nelle

grandi Panatenee (Licurg. in _Leocr._; Platone, _Ipparco_; Eliano, _V.

St._, VIII, 2).

I _Panatenei_ o _feste Panatenee_, dette anche semplicemente _Atenee_

(ricorrenti nel mese di Ecatombeone, cioè nel primo mese dell’anno, al

solstizio d’estate) furono istituiti ad Atene ne’ tempi più remoti, in

onor di Minerva, dal re Eretteo, e ristabiliti da Teseo, in memoria,

come lo accenna il nome, della riunione in un solo Stato e dentro un

solo recinto di mura, dei popoli dell’Attica che vivevano prima isolati

e dispersi per la campagna (Vedi Isocr., _Oraz. Paneg._, ed _Encom.

d’El._; Lisia, XXI, 1; Licurgo, I, 103; _Scol._ in _Demost._, 740, 1).

Erano di due specie: le _minori_ che si celebravano ogni anno; e le

_maggiori_ (o _grandi Panatenee_) che ricorrevano soltanto ogni cinque

anni. Celebravansi specialmente quest’ultime tra il concorso di tutti i

cittadini dell’Attica con grandissimo sfarzo e solennità; con giuochi

ginnastici (stadio, lotta, ecc.) e corse equestri, e pubbliche gare

poetiche e musicali; e processioni di giovinette delle più cospicue

case di Atene e di cittadini d’ogni classe ed età, recanti in gran

pompa il peplo di Minerva al tempio della Dea. Ogni tribù dell’Attica

concorreva nelle spese a rendere i giuochi più grandiosi, ogni colonia

ateniese vi mandava un bue da sagrificarsi. La sera chiudeasi la festa

con grandi conviti, e distribuzioni di premj, e gara delle fiaccole

(lampadeforia).

Le _grandi Panatenee_, le _grandi Dionisiache_ e le _Lenee_ o

_floreali_ erano le tre solennità dell’anno nelle quali soltanto avean

luogo le gare teatrali delle tragedie e delle commedie (Aristof.,

_Nubi, Pace_, ecc.; Senof., _Simpos._; Ovid., _Metam._, II; Suida;

Meurs., _Panaten._; Corsini, _Fasti attici_, ecc.).

[269] Ai vincitori nelle gare delle feste Panatenee veniva dato in

segno d’onore un ramoscello dell’ulivo sacro a Minerva, che era in

faccia al Partenone (Meurs., _Lect. Att._, IV, 6).

[270] «Gli Ateniesi, per suggerimento di Alcibiade, scrissero

sotto alla colonna laconica che i Lacedemoni non aveano osservato i

giuramenti» (Tucidide, _Guer. Pelop._, VI, 56).

[271] _Maggiordomo_: questa parola ha scandalizzato parecchi. Eppure

l’ufficio precisamente rispondente a questa carica esisteva certo fin

d’allora nelle case de’ ricchi ateniesi; il Settembrini usa anch’egli

senza scrupolo ripetutamente questa parola nella sua versione di

Luciano, I, pag. 415, 426 (_Di quei che stan coi signori_).

[272] Ad Atene quando levavasi un esercito per qualche spedizione, il

capitano (_stratego_) eletto per la medesima recavasi sulla piazza

pubblica accompagnato da un _tassiarca_ od intendente, tenente il

registro dei cittadini adatti a portar l’armi (dai 18 anni ai 60),

i quali eran tenuti a presentarsi tutti indistintamente. Chiamavansi

allora uno per uno ad alta voce, e lo stratego sceglieva fra di essi

i soldati della spedizione. I nomi dei chiamati a militare venivano

affissi alle statue _eponime_, ossia alle statue degli eroi da cui

prendevano nome le singole tribù (Aristof., _Pace, Caval._; Lisia, _C.

Alcib._; Polluce, VIII, 9; Suida; Esichio, ecc.).

[273] Al Liceo, posto in vicinanza della città, avean luogo le rassegne

dei soldati innanzi uscire in guerra e gli esercizii militari. «Per

lungo tempo fummo rovinati e calpestati, andando e ritornando dal

Liceo, coll’asta e collo scudo» (Arist., _Pace_, v. 357; Suida, alla

voce Λύκειον; Paus., _Att._, 18). Il _Liceo_, aperto da Pisistrato,

il _Cinosargo_ e l’_Accademia_ erano i tre ginnasj destinati alla

educazione della gioventù.

[274] τανηλεγὴς θάνατος (Om., _Odiss._, III, v. 238).

[275] «_Essendo già ben avanti il convito e ormai girando assiduamente

il bicchier dell’amicizia_...» (Alcifr., _Lett._, III, 55). «_Non è

lecito invitare alla stessa mensa quelli che trattano queste brutte

cose e bere con essi la tazza dell’amicizia e stender la mano alli

stessi cibi_» (Luciano, _Conto senza l’oste_. — Cfr. Aristof.,

_Lisistr._, 203). κύλιξ φιλοτησία o anche semplicemente φιλοτησία,

_calice dell’amicizia_, chiamavano la tazza, più ampia dell’altre, che

veniva fatta girare al finir del pranzo tra i convitati e della quale

tutti bevevano, facendosela passare un dopo l’altro; il che diceasi ἔν

κύκλῳ πίνειν, _propinare in circolo_, e fra i latini _bibere a summo_,

cioè a cominciar dal commensale che stava nel luogo più onorevole

a quello che stava nell’infimo. Questa cerimonia significava che i

commensali partivano dalla mensa buoni amici. Il Negri nei commenti

ad Alcifrone fa di essa una propinazione separata e ben distinta

dall’altre libazioni e brindisi; però sembra ch’essa dovesse precedere

immediatamente o coincidere colla libazione al _buon genio_ che segnava

il levar delle mense; di che si dirà più sotto.

[276] ἄκρατος (οἴνος) — Lo si beveva così puro solo appunto nella

libazione del _buon genio_ e in altre libazioni sacre; fuor d’esse,

nei simposj ateniesi, il vino era di rigore beverlo sempre misto

coll’acqua (κεκραμένος). Beverlo puro riteneasi costume de’ barbari:

e appunto _bevere all’uso degli Sciti_ dicevasi il bevere vin pretto

(Plat., _Leg._, I, 637; Aten., X). Una legge di Zaleuco, fra i Locresi,

puniva persino di morte chi avesse bevuto vin puro senza prescrizione

del medico (Elian., _V. St._, II, 37). Del resto anche in tutta Grecia

l’usanza dell’annacquare il vino era generalmente consacrata e fatta

risalire sino ad Anfizione. «_Filocoro dice che Anfizione re degli

Ateniesi fu il primo che imparò da Bacco a temperare mescolandolo

la forza del vino_» (Aten., II, 38 c.). Più diffusamente Filonide,

citato da Ateneo, così spiega l’origine mitica di questo uso: «Poichè

Bacco ebbe trasportata la vite dal mar Rosso in Grecia, moltissimi si

abbandonarono all’intemperanza bevendo il vino puro; per il che gli

uni insanivano come presi dalle furie, gli altri istupiditi dal vino

e dalla crapula cadevano come morti. Or avvenne che mentre alcuni

banchettavano sulla spiaggia del mare, essendo sopraggiunta la pioggia,

i commensali si disciolsero, e il cratere in fondo a cui era rimasto

un po’ di vino, abbandonato lì sul luogo, si riempì d’acqua: di poi

cessata la pioggia e serenatosi il cielo, i banchettanti ritornarono

sullo stesso luogo, e gustando il vino diluito, ne provarono una mite

e niente molesta voluttà. Per il che i Greci quando al banchetto vien

portato in giro il vin puro, invocano, acclamandolo, il buon genio che

lo ritrovò, e che fu Bacco. Quando poi dopo cena vien ministrato il

primo bicchiere di vino diluito coll’acqua, acclamano esultanti Giove

salvatore, largitor della pioggia, siccome moderatore e autore della

gioconda mistura» (Aten., XV, 675 a.). Quest’uso antichissimo durò

fin nei tempi più tardi, e il derogare ad esso non solo, ma il non

metter nel bicchiere più acqua che vino era tenuto come segno di brutta

intemperanza ed estremamente dannoso al corpo ed allo spirito. «_Se

alcuno beve metà vino e metà acqua, è preso da insania; se beve vino

puro, gli si sciolgono le membra del corpo_» (Aten., II, 36). E però le

proporzioni della mistura variavano; ma il più ordinariamente solevasi

mescolare tre parti d’acqua con due od una di vino, o due parti d’acqua

con una di vino. Quando la proporzione era da tre ad una dicessi bevere

alla _maniera delle rane_: ma alcuni vini erano abbastanza forti per

portarla. La mistura veniva fatta già nel cratere, di dove il vino

versavasi nei bicchieri. Indi, allorchè nelle descrizioni antiche

dei simposj si parla di vino, οἴνος si sottintende sempre vino misto

coll’acqua, a meno che non si nomini espressamente il vin puro, ἄκρατος

(Plut., _Conjug. praec._ — Cfr. Becker ed Hermann, _Char._, I, p. 166;

II, p. 280).

[277] Cfr. Aristof., _Vespe_, 525: e lo scoliaste a questo verso: _era

costume al levar delle mense libare al buon genio_. Questa libazione,

fatta di vino puro (cioè non misto coll’acqua come usavasi durante

tutto il pranzo), chiudeva difatti il banchetto propriamente detto, o

mensa dei cibi (δεῖπνον), e dava il segno delle abluzioni, del cinger

le corone e dello asportarsi delle mense; dopo di che succedeansi altri

brindisi e il canto del peana e degli scolii, e si passava alla parte

per i Greci la più importante del convito, la _mensa dei bicchier_

ossia il vero simposio (πότος, συμπόσιον), destinato al bere e spesso

degenerante nell’orgia (Plut., _Disp. Conv._, 5; Senof., _Simp._, 2, 1;

Plat., _Simp._, p. 176; Diod. Sic., IV, 3). Sulla libazione del _buon

genio_, ἀγαθοῦ δαίμονος, scrive più diffusamente Ateneo: «Del vino

puro che vien dato in fin di cena, e che chiamasi il bicchiere del buon

genio, i commensali ne libano un poco, appena quanto basti per gustarne

e ricordare il beneficio del dio. Lo si dà infatti dopo che già sono

sazî, perchè ne beano pochissimo: e mentre lo prendono dalla mensa,

adorano il dio, quasi lo preghino perchè non abbiano a commetter mai

nulla di turpe, nè ad esser mai intemperanti nel bere. E Filocoro dice,

esser sancito per legge, che dopo terminati tutti i cibi venga portato

il vino puro, tanto appena da gustarne e significare la virtù del buon

dio: perocchè si diluiva con acqua il vino che bevevasi prima: e perciò

chiamarono ninfe le nutrici di Bacco. Dopo offerto il bicchier del buon

genio, si usava rimovere le mense, come mostrò con un atto sacrilego

Dionigi di Sicilia: il quale in Siracusa vedendo posta davanti al

simulacro di Esculapio una mensa d’oro, offerse al dio la libazione

del buon genio, e subito la tavola se la fece portar via» (Aten.,

_Deipn._, XV, 693). — In luogo della formula al _buon genio_, usavasi

anche talora l’altra ad _Igea_ (υγιείας), cioè alla _dea della salute_.

Il bicchiere con cui faceasi questa libazione del buon genio o d’Igea,

diceasi _metaniptro_ (Cfr. Aten., 486 f. Cfr. Becker, _Char._, I, 165).

[278] _Marino_ (θαλόττιος, Arist., _Pt._, 396; αλυκός, _Lisis._, 403;

αλιμὲδων, _Tesmof._, 323; Ποντοποσειδῶν, _Pl._, 1050), epiteto di

Nettuno (Ποσειδῶν) specialmente come tale invocato nelle esclamazioni

dagli Ateniesi (_per il marino Nettuno!_). — Dicevasi anche _equestre_

(ἵππιος, _Nub._, 83; _Caval._, 551). Però che gli Ateniesi vantassero

d’aver primamente appreso da Nettuno l’arte della navigazione e

dell’addestrare e guidar cavalli (Vedi Sofocle, _Edip. a Col._, v. 703

seg.).

[279] Le corone, come già si notò, venivano recate soltanto in fine

del banchetto (δεῖπνον) al momento di far la libazione _al buon genio_,

con cui lo si chiudeva e si dava principio al bevere (πότος), cioè alla

seconda mensa, o mensa dei bicchieri. «_La distribuzione delle corone

e degli unguenti serviva d’introduzione al simposio della seconda

mensa_» (Aten., XVI, 685 d.). L’uso delle corone, per liberare appunto

il cervello dai fumi delle libazioni del vin puro, faceasi risalire

a Bacco; «il quale fu reputato buon medico non solo per aver trovato

il vino, soavissimo medicamento, ma altresì per avere insegnato ai

presi dal furor baccanale a coronarsi il capo con l’ellera, e per

aver onorata questa pianta a cagione di sua virtù contraria al vino;

spegnendo l’ellera col suo freddo l’ebbrezza» (Plut., _Disp. Conv._,

l. I, 1). Ma col progredire del lusso, aggiunge Ateneo, si cercò alle

corone, oltre il rimedio contro i fumi dell’ebbrezza, anche il diletto

degli occhi e delle nari: e allora si introdussero le corone di mirto e

le corone di rose, alle quali pure attribuivasi una virtù refrigerante

(Aten., XV, 675 e). Queste eran certo le più usate: e perciò Aristofane

parla del demo _incoronato di rose_ (_Caval._, 966): per contrario in

Ateneo si vedono proscritte dai conviti siccome nocive le corone di

alloro e di viole (Aten., _ibid._); nondimeno quest’ultime dovettero

anch’elle entrar nell’uso, dacchè l’aggettivo ἱοστέᾳανοι, _coronati di

viole_, ricorre frequentissimo come epiteto proverbiale degli Ateniesi

(Arist., _Acarn._, 636; _Caval._, 1322; Pind., _Framm._, 45, 46).

Becker cita anche il giacinto; ma questo dovette usarsi particolarmente

dai Dori. Del resto Plutarco e Ateneo, nei luoghi sopra citati,

discorrono diffusamente delle varie specie di corone adoperate.

[280] L’ordine di questi singoli riti è assai chiaramente e

concordemente descritto in Senofonte (presso Aten., XI, 462, d, e),

in Plutarco (_Conv. Sette Sap._, 5), nel comico Platone (presso Aten.,

XV, 665 b), in Menandro (presso Suida, voce αἴρειν) e in altri autori

comici (Aten., IX, 408 e, f; XV, 685 d, e), ai quali rimandiamo per più

ampj ragguagli il lettore studioso. Vedi anco più sopra la nota 23 — e

cfr. i _Simposj_ di Platone e Senofonte.

[281] Il _buon genio_ o _agatodémone_ (ἀγαθὸς δαίμων, Ἀγαθοδαίμων), era

il dio benefico, la cui protezione assicurava alle case, alle terre,

alla città la prosperità e l’abbondanza; divinità maschia dell’ordine

dei _demoni_ e dei _genj_, rispondente alla divinità femmina dello

stesso ordine, onorata sotto il nome di ἀγαθὴ τύχη, la _buona fortuna_,

alla quale trovasi sovente associata. Così a Lebadia chi voleva

consultare l’oracolo di Trofonio, prima di scendere nel famoso antro

dovea passare alcuni giorni in una cappella dedicata al Buon Genio e

alla Fortuna (Pausania, _Beoz._, 39): e ad Atene le due divinità aveano

pure un tempio in comune. Ai tempi di Plinio vedevansi al Campidoglio

due statue di Prassitele rappresentanti l’una il _buon genio_, l’altra

la _buona fortuna_ (Plinio, _Nat. hist._, 36, 4). Ad Atene era sacro

al buon genio, siccome dio fecondatore dei campi, il primo giorno in

cui gustavasi il vino nuovo (Plut., _Disp. Conv._, VIII, 10). Della

libazione al _buon genio_ che terminava il convito si è detto più

sopra. (Cfr. Becker, _Char._, II, p. 262). Il buon genio avea per

simbolo un serpente e talora anche un fallo, emblemi ordinari della

fecondità. Era il _Bonus Eventus_ dei Romani.

[282] _Giove salvatore_, Ζεύς Σωτὴρ — per il quale spessissimo gli

Ateniesi giuravano, νὴ τὸν Δὶα τὸν σωτῆρα (Arist., _Rane_, 738;

_Pl._, 877) era invocato nelle libazioni in fin di tavola insieme

col buon genio: o più precisamente la libazione a Giove salvatore

susseguiva a quell’altra — e facevansi entrambe colla medesima tazza

(_metaniptride_). Su di che vedi sopra la nota 68 e il passo citato

di Aten., XV, 675 c. E il comico Difilo nella _Saffo_: «_Archiloco,

porgimi quella metaniptride colma, che libiamo a Giove salvatore ed

al buon genio_» (Sulla tazza così detta di _Giove salvatore_ e sulle

libazioni allo stesso, vedi pure Aten., XI, 466 e, 471 d, e; XV, 693 f,

693 a-d).

[283] Modo proverbiale esprimente longevità. Vedi Luciano, _Ermotimo_.

Dicevasi anche nello stesso senso _campar gli anni di Titone_ (Luc.,

_Ermot._; _Dial. dei morti_, 7). Sulla longevità di Titone, sposo

d’Aurora, vedi Aten., I, 6; e Orazio: _Longa Tithonum minuit senectus_.

[284] Era il più pregiato e celebrato tra i vini greci (Aten., IV,

167 e). Altri vini in pregio erano il vino prannio, il vin di Taso, il

vin di Lesbo, di Rodi, di Siracusa, ecc. Sui vini greci e loro varie

specie, vedi Aten., I; Elian., _V. st._, XII, 31.

[285] Di queste torte _recanti il nome del siculo Gelone_ (che fu,

com’è noto, tiranno di Sicilia) parla Alcifr., _Lett._, I, 22. Doveano

essere la stessa cosa che la _torta_ o _focaccia siciliana_, σικελικὸς

πλακοῦς, menzionata in Ateneo, XIV. Queste torte, πλακοῦς, eran di

solito un impasto di farina di segala, cacio e mele (Aten., IX, 17).

[286] Lo _stadio_ era un ottavo di miglio e più precisamente metri

184,26. Due stadj erano il _diaulo_; quattro stadj, l’_ippicon_; dodici

stadj formavano il _dolico_.

[287] _Scolii_ diceansi le _canzoni convivali_ che usavansi cantar alla

fine dei banchetti ateniesi, dopo fatta la libazione al buon genio, e

al recarsi della mensa dei bicchieri. Al qual momento la cetra ed un

ramo di mirto venivan fatti girar pel convito, indi porgere a quello

dei convitati che meglio sapesse dilettar la brigata con una bella

canzone o con una buona sentenza in lirica forma. Su di che Plutarco:

«Canterà fosse alcuno le canzoni usate a cantarsi nei conviti,

appellate _scolia_ (cioè oblique e torte) quando in mezzo è la mensa

con sopravi la coppa da bere, e in testa le corone... Anticamente

gl’invitati cantavano dapprima tutti insieme ad una voce la canzone

in lode a Bacco, poi ciascuno cantava da sè in disparte prendendo

un ramo di mirto: e conveniva cantasse di mano in mano ciascuno che

l’avea. Dopo questo, recavasi intorno una lira, e chi sapea sonare la

pigliava e vi cantava sopra: ma quelli che non intendean di musica la

rifiutavano, e così questa maniera di cantare non comune, nè a tutti

agevole, fu detta _scolion_. Altri dicono che il ramo di mortine non

andava intorno, ma portavasi di letto in letto, e dopo che il primo

del primo avea cantato lo mandava al primo del secondo letto, e questi

al primo del terzo, poi il secondo a quel del secondo: e per questa

varietà e torcimento di quel girare intorno fu la canzone nominata

_scolion_» (Plut., _Disp. Conv._, I. 1. — Cfr. Ateneo, XV, 694 a-d;

Arist., _Vespe_, 1219, dov’è pure corrispondenza fra lo scolio di chi

canta primo e di chi gli tien dietro). Ma opinione molto più credibile

è che nella melodia su cui cantavansi gli scolii fossero ammesse certe

licenze ed irregolarità per le quali si agevolasse la recitazione

improvvisa e donde _curva_ o _torta_ si chiamasse la canzone. I

ritmi degli scolii rimastici mostrano grande varietà, ma in generale

corrispondono a quelli della lirica eolica; solo che l’andamento della

strofa è rotto e ravvivato da slanci intermittenti. Infatti, come

autori di scolii andaron celebri in ispecie i poeti lesbii: Terpandro

(cui Pindaro ne attribuisce la invenzione), Saffo, Alceo: più tardi

si distinsero negli scolii Anacreonte e Prasilla di Sicione: e anche

alcuni poeti corali come Simonide e Pindaro (Ateneo, XV, 694-696).

Aristofane, Diogene Laerzio, Solone ed altri ci trasmisero un certo

numero di scolii della greca antichità. La maggior parte contengono

gioconde regole di vita o brevi ditirambi, invocazioni a Bacco, a

Venere e ad altri numi o lodi degli eroi: ma due di maggior estensione

ed importanza ci pervennero, quello dorico di Ibria cretese, «_La mia

gran ricchezza è la lancia e la spada_, ecc.,» e quello ionico, in

Atene fra tutti celebratissimo, di _Armodio ed Aristogitone_; canzone

patriottica attribuita a Callistrato e commemorante l’eroica morte

dei due giovani ateniesi che liberarono Atene dalla tirannide di

Ipparco e di Ippia, secondo narra Tucidide (VI, 54-59). Su di che più

innanzi. Vedi anche, intorno agli scolii, Ulrici, _Gesch. der hellen.

Dichtkunst_, II, 376 seg.; C. O. Müller, _St. della letter. greca_,

cap. 13.

[288] «_Poscia gli comandai che pigliato in mano il ramo del mirto, mi

recitasse qualche cosa di Eschilo_» (Aristof., _Nubi_, 1364). Sull’uso

del ramoscello di mirto (μυρρίνη) nel canto degli scolii, vedi la nota

sopra, e la canzone di Armodio.

[289] Lo scolio d’_Armodio_, che diceasi anche semplicemente

l’_Armodio_ (Ar., _Vespe_, 1225) attribuito all’ateniese Callistrato,

ci fu conservato da Aten., XV, 695 b. Fu composto verisimilmente

non molto dopo le guerre persiane, poichè ai tempi di Aristofane lo

troviamo come una canzone popolarissima e universalmente gradita ne’

conviti ateniesi (_Vespe_, 1225; _Lisis._, 632; e in Antif. presso

Ateneo: _Si invocava Armodio; si cantava il peana; veniva portata

la gran tazza di Giove Salvatore_, XV, 692 f). Già prima d’altronde

delle guerre persiane, Armodio ed Aristogitone erano stati come eroi

liberatori d’Atene onorati di statue in Atene: era vietato ai servi

portare il loro nome (Liban., _Ap. Socr._): ed era concessa ai loro

discendenti l’immunità dai pubblici pesi (Demost. in _Lettine_).

Dello scolio d’Armodio ecco la versione letterale:

«Entro a ramo di mirto la spada porterò — come Armodio ed Aristogitone

— quando il tiranno uccisero — e libera per uguaglianza di leggi

(ἰσονόμους) resero Atene.

«Carissimo Armodio, no, non sei morto: nell’isole dei beati dicono che

tu sei, — ove anche il piè-veloce Achille — e, dicono (_ci sia_) il

Tidide Diomede.

«Entro a ramo di mirto la spada porterò — come Armodio ed Aristogitone

— quando di Minerva fra i riti sacri (_le Panatenee_) — l’uomo despota

Ipparco uccisero.

«Sempre di voi due la gloria durerà sulla terra — o carissimo Armodio

e Aristogitone — poichè il tiranno uccideste — e libera (_di leggi

uguali_) Atene rendeste.»

Come il lettor vede, la traduzione mia, ridotta per le esigenze della

scena, comprende le prime due strofe del testo, aggiuntivi i pensieri

principali delle ultime due.

Ai dilettanti di questi studj offro qui un altro tentativo di

traduzione mia, completa e possibilmente letterale:

Di mirto adorno porterò il brando,

D’Aristogitone, d’Armodio al par,

Quando il tirannico sir trucidando,

Atene a libere leggi tornàr.

No, non sei morto, diletto Armodio!

Ma dei beati l’isole han te:

Dov’è il Tidide Diomede, dicono,

Ed anche Achille celere-piè.

Porterò il brando mirto-vestito,

D’Aristogitone, d’Armodio al par,

Quando di Pallade nel sacro rito

Ipparco il despota prence svenâr.

D’ambo la gloria la terra ognora,

O Aristogitone, o Armodio udrà:

Come il tiranno svenaste allora,

E per voi libera fu la città!

Cattivi versi, d’accordo: però, se non m’illudo, più fedeli alla

lettera e allo spirito del testo greco che non la notissima versione

del professore Centofanti, la quale va per le scuole:

_Su, su, ricuoprasi_ di mirto il brando,

_Brando_ d’Armodio, d’Aristogitone!

_Per lui si sciolsero ceppi fatali_,

E Atene _è_ libera con leggi uguali.

Diletto Armodio, no, non se’ morto:

Ma dei beati vivi nell’isole:

E là _magnanimi son teco e lieti_

Diomede e l’_inclito figliuol di Teti_.

_Su, su ricuoprasi_ di mirto il brando,

Brando d’Armodio, d’Aristogitone!

_Che_ Ipparco spensero tiranno _ardito_

Nel sacro a Pallade _solenne_ rito.

Di gloria _splendidi_ sarete ognora,

Tu caro Armodio, tu Aristogitone:

_Per voi si fransero ceppi fatali_

E Atene _è_ libera con leggi uguali.

Nella qual versione del Centofanti, a parte le parole greche omesse e

le forme cambiate, segnai in corsivo le parole aggiunte e i pleonasmi

del traduttore, di cui nel greco non è traccia alcuna: e che per un

componimento sì breve e caratteristico dell’antica Musa, mi paiono di

là di troppi. In ispecie quel verso di stampo tutto moderno: _Per voi

si fransero ceppi fatali_ — un poeta ateniese non l’avrebbe mai scritto

nè pensato.

[290] Secondo Pausania (_Att._, 2) la cortigiana Leena fu propriamente

l’amante di Aristogitone, ma Ateneo per l’opposto (XIII, 596 f.) la

dice amante di Armodio. Comunque, è noto come ella fu coinvolta nella

celebre congiura dei due amici; e, dopo il primo tentativo fallito

in cui Armodio restò ucciso, fatta porre da Ippia alla tortura,

sofferse con fortissimo animo lo strazio, anzichè rivelare i suoi

complici, finchè per tema che il dolore potesse strapparle qualche

parola, si mozzò da sè stessa coi denti la lingua e la sputò in faccia

agli aguzzini. Quando gli Ateniesi ebbero infine rotto il giogo,

immortalarono il nome dell’eroica cortigiana drizzandole sull’Acropoli

un monumento che raffigurava una leonessa (_leaena_) senza lingua. Vedi

Pausania e Ateneo, _l. c._; Beulè, _L’Acropole d’Athènes_.

[291] Stesicoro: nacque, secondo una tradizione comune, in Sicilia,

ad Imera (colonia mista jonicodorica) poco dopo la fondazione di

quella città, verso il 640 av. l’E. V.; visse sino al 560. Il suo

primo nome era Tisia: fu, dopo Alcmano, il secondo de’ grandi poeti

corali dorici: e la poesia corale, dapprima rinchiusa per lo più

ne’ soggetti mitici e nella forma tranquilla dell’epopea, assunse

con lui forme più schiettamente ed altamente liriche, ispirandosi al

linguaggio appassionato degli affetti. Per questo usò sovente ne’ suoi

canti non solo del grave metro dorico, ma anche dei ritmi patetici e

profondamente appassionati dell’armonia frigia. Si avevano di lui molte

poesie erotiche. In qual pregio fosse tenuto come poeta, in Atene, può

desumersi dal _Fedro_ di Platone, ove Socrate pone in bocca a Stesicoro

la stupenda teoria sull’amore, che fu compendiata nel discorso di

Socrate dell’atto primo, scena prima. E il nome di Stesicoro si

affacciava qui naturalmente non solo perchè di poeta siciliano, ma

perchè l’innamoramento di Alcibiade e di Timandra in questa scena

è appunto quell’_inconro subitaneo delle anime_ di cui Socrate,

ispirandosi a Stesicoro, sul principio del dramma parlò.

[292] Che Alcibiade avesse già condotto, innanzi il suo richiamo, a

buon punto le cose degli Ateniesi in Sicilia, colla presa di Catania,

a lui massimamente dovuta, rilevasi da Plutarco in _Alcibiade_ e

da Tucidide, VI, 48-51. Di un altro fatto d’armi tra Siracusani e

Ateniesi, avvenuto innanzi il richiamo di Alcibiade, e nel quale

egli, con una piccola parte de’ suoi, usando di un felice stratagemma,

volse in fuga i nemici superiori di numero, facendone scempio, è pur

cenno in Polieno (_Stratag_., I, 40. Cfr. Tucidide, VI, 52). — Indi

la supposizione della battaglia, che serve di introduzione a questo

quadro, non parmi una licenza storica così temeraria come a qualche

critico erudito piacque di ritenere.

[293] Delle quattro classi dei cittadini, stabilite ab antico da

Solone, le tre prime in generale (_pentacosiomedimni, cavalieri,

zeugìti_) fornivano all’esercito gli _opliti_ o fanti pesanti, che del

proprio somministravano l’armi. La terza classe in ispecie era quasi

tutta d’opliti; la seconda, poi, come lo indica il nome, forniva in

particolar modo anche i _cavalieri_, somministranti del proprio, oltre

l’armi, il cavallo; della prima classe, come più ricca di censo, erano

per lo più i _trierarchi_ o comandanti delle triremi, somministranti

del proprio la trireme o la galea. Da queste tre prime classi, infine,

uscivano naturalmente gli _strategi_ e gli altri ufficiali dell’armata.

I cittadini poveri della quarta classe (thétes) servivano in piccolo

numero come _arcieri regolari_ (τοξόται): tutti gli altri, cioè la

massima parte, componevano la ciurma della flotta, che era il nerbo

della potenza d’Atene: non ultima questa fra le cause originarie

della democrazia ateniese (Cfr. _Alcibiade, la critica e il secolo di

Pericle_, Opere, IV, 283).

Però i cittadini delle quattro classi non formavano essi soli le

forze militari ateniesi: i _meteci_ (forestieri naturalizzati) e gli

stranieri mercenarj e gli schiavi vi entravano pure in gran parte;

i primi negli opliti di presidio, i secondi come formanti il grosso

delle milizie leggiere irregolari (ψιλοὶ): gli ultimi, completanti i

quadri delle ciurme. Laonde, nei primordj della guerra del Peloponneso,

prendendo per base la enumerazione di Pericle (Tucid., II, 13), le

_milizie di Atene_ si potevano così ripartire:

| d’ordinanza (cittadini delle prime

| tre classi dai 20 ai 60 anni) 13,000

/ | oplìti cittadini (dai

_Oplìti_ \ di presidio / 18 ai 20 e sopra i 60

(fanteria pesante) | \ anni) 3,500

| | oplìti metèci 12,500

_Cavalieri_ (cittadini della seconda classe) 1,000

Alcibiade · 第 281 / 286 题