[1] Qualche dì appresso Pessimista, mi scriveva dei funebri celebrati
al povero amico in Milano... «Milano, 17 agosto... L’hanno calato
nella fossa a destra del Cimitero.... al tuo ritorno qui faremo un
pellegrinaggio insieme alla tomba del compianto _Trombone_, che lascia
di sè vera eredità d’affetti... Ogni dì più si sente la sua perdita.
— Che mente acuta! Che costanza indomita e buona! forse in Billia la
giovane democrazia ha perduto il suo Vergniaud.»
[2] _Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle_, lettera a Yorick
figlio di Yorick, di F. Cavallotti — Milano, Rechiedei, 1874. — Farà
parte di uno dei volumi successivi della raccolta.
[3] Risposta dell’autore ad un indirizzo della colonia greca di
Trieste, che accompagnavagli, dopo la recita dell’_Alcibiade_ in
quella città, il ricordo affettuoso di una corona di alloro, recante
le parole: τῷ ποιητῇ τοῦ Ἀλκιβιάδου — θαυμασταὶ Ἒλληνης — ἔν Τηργεστῃ,
Μαρτιου, 1874.
[4] L’autore ha supposto la casa di Alcibiade nella parte occidentale e
più amena di Atene, tra i boschetti ombrosi ed olezzanti delle sponde
del Cefiso, presso la via delle _Lunghe Mura_ che conduce dal Pireo
alla città e in vicinanza dello _Pnice_, il luogo delle Assemblee
popolari.
[5] All’epoca in cui è supposta questa scena, era Aspasia — bellezza
matura in sul tramonto, sebbene ancor lottante contro gli insulti
dell’età — da quattordici anni già vedova di Pericle; il quale, come
parente ad Alcibiade dal lato della madre Dinomache, gli fu anche
tutore, dopo che questi a tre anni restò orfano del padre Clinia,
morto alla battaglia di Coronea; e nella casa del quale Alcibiade
era cresciuto, sotto gli occhi e le cure di lui e della sua celebre e
vezzosa compagna. La vita politica e privata del figliuolo di Clinia
provò più tardi che non per nulla egli aveva avuto di tali maestri.
Di Aspasia, che nacque a Mileto, e che tanto affascinò il dominatore
di Atene, da indurlo a ripudiare per lei la prima moglie e da averlo,
fin ch’ei visse, amante e marito — e della sua vita, delle sue grazie,
del suo spirito e della sua dottrina — narra Plutarco nelle vite di
Pericle e di Alcibiade, a cui rimandiamo il lettore. I comici del
tempo la attaccarono: Platone nel _Menesseno_ la collocò sì alto nella
estimazione de’ filosofi, da far porre da Socrate in bocca di lei uno
de’ più stupendi squarci di eloquenza che ci abbia tramandato l’antica
età. Le proporzioni del dramma e le ragioni del protagonismo non
consentirono all’autore che di sbozzare in iscorcio, e in semplici e
fugaci contorni, questa eccezionale figura: quanto appena bastasse a
compiere il quadro storico e a dare ad Alcibiade, maestro in astuzie
d’amore, un avversario degno di lui.
[6] Intorno ai costumi, al vestiario, alle acconciature, ecc., delle
donne ateniesi, rimandiamo lo studioso alle opere moderne più note
che diffusamente ne trattano (Winkelmann, _Opere_; Ferrario, _Cost.
Antico e Mod_.; Becker ed Hermann, _Bild. des Griech. Privatlebens_;
Willemin, _Costumes_; Barthelemy, _Anacarsi_; Guhl e Körner, _Leben
der Griechen_, ecc.) Qui basti accennare, riguardo al lusso speciale
che costumavan le etére, un passo caratteristico di Luciano: «A donna
onesta è sufficiente, per rilevar sua bellezza, o una sottile collana
intorno al collo, o in dito un anello portabile, o ciondolini agli
orecchi, o una fibbia, o un nastro che raccolga la sparsa chioma, e
tanto di ornamento aggiunge alla sua leggiadria quanto di porpora alla
veste; ma le cortigiane la veste tutta di porpora ed il collo fanno
tutto d’oro, cercando di attirare con lo sfoggio e i fregi esterni;
perchè credono che il braccio pare più pulito se vi risplende l’oro;
che il piede se non è ben fatto si nasconde nel sandalo d’oro, e che la
faccia stessa pare più amabile fra tanto splendere d’oro» (Luciano, _Di
una sala_. — Cfr. i dialoghi delle _Cortigiane_ e degli _Amori_).
E in una lettera di Aristeneto, il galante Ippia canzona Filocoro,
perchè vedendo una bella cortigiana riccamente vestita di una tunica
di porpora, la scambia per una matrona e non osa avvicinarla. «Per
Apollo, sei ben ignorante in cose d’amore! Non senti da lontano
l’olezzo degli unguenti ond’è profumata? Nè udisti il suono aggradevole
dei braccialetti dolcemente agitati, come soglion fare queste donne?»
(Aristen., _Lett_., I, 4).
[7] Sul conversar frequente di Socrate colle etére, vedi i passi da me
citati (nella nota sulle _etére_, all’elenco de’ personaggi) di Senof.,
_Memorab_. III, (colloquio con Teodota) e di Platone, _Simposio_,
nel discorso di Socrate con Diotima: nonchè Ateneo, _Deipnos_., V,
218, ecc., XIII. Traendo del resto, non senza trepidanza, alle scene
il meraviglioso filosofo, l’autore non potea trascurare nè le idee
di lui quali ci sono tramandate da’ maggiori fra’ suoi discepoli,
Senofonte e Platone: nè la forma ed il metodo del suo dialogare
divenuti proverbiali. Ben inteso, che delle idee scelse quelle le quali
più pareano convenirgli al quadro; e che le esigenze della scena non
poteano conciliarsi collo sviluppo della forma di dialogo socratica
in tutta la minuzia, spesso nojosa, de’ suoi avvolgimenti, e delle sue
gradazioni e ripetizioni.
Il principio della scena è ispirato da un passo di Senofonte,
_Simpos_., cap. IV; più innanzi il discorso si aggira sopra idee del
_Fedro_ di Platone.
[8] Era uno degli appellativi dati ad Aspasia (Plut. in _Pericle_).
[9] Di Aspasia abbiamo nell’_Iconografia_ del Visconti l’effigie sola
a noi pervenuta e ritratta da un’erma dissotterrata sulla spiaggia
di Civitavecchia, nel posto dell’antico _Castrum Novum_ e collocata
nel Museo Vaticano (_Icon. gr_., I, tav. XV a.). Essa reca sulla
base il nome ACHACIA: ha la testa coperta di un velo, alla foggia
di matrona greca, e forse è questo abbigliamento che la fece dare
il nome di Giunone: capelli inanellati sul davanti della fronte, in
ricci paralleli e verticali: viso ovale; linee stupende. Cfr. Becq de
Fonquières, _Aspasie_.
[10] Οφθαλμοί ἐπιπόλαιοι. Così traduce anche il Ciampi e l’autore delle
spiegazioni del Museo Capitolino, inducendone che Socrate era losco.
Occhi sporgenti, e naso camuso colle narici larghe, aperte all’insù
(Senof., _Simpos_. IV). Aggiungansi grosse labbra, fronte sporgente
e calvizie in cima della fronte, capelli corti arricciati di dietro,
e barba arricciata scendente, non molto lunga, sul petto, e si ha
l’effigie di Socrate, descritta negli antichi scrittori e pervenuta
sino a noi. Un’erma rappresentante Socrate, del Museo Napoleone, è
citata e descritta dall’Ennio Quir. Visconti nella _Iconografia greca_
(I, pag. 200; tav. XVIII), siccome l’imagine più autentica del grande
filosofo. Vi traspira dagli occhi arguti la finezza dello spirito e
dalla fronte serena l’imperturbabilità del carattere: il movimento
stesso delle labbra sembra avere qualcosa della sottile ironia de’ suoi
discorsi.
Il Visconti nega per altro che Socrate fosse losco: e traduce
l’ὀφθαλμοί ἐπιπόλαιοι per _occhi a fior di testa_.
[11] Socrate veniva spesso paragonato ai Satiri e ai Sileni per la sua
figura (Plat., _Simpos_.; Senof., _Simpos_., III, e altrove).
[12] Modo proverbiale (Alcifr., _Lett_. III, 69). Forse le stoviglie di
Tenedo, spiega traducendo il Negri, avean grido di essere sottili per
modo che i lor frantumi riuscissero taglienti al par di un coltello. Ma
più probabilmente la frase non è che una variante dell’altro proverbio,
_esser mozzato con una scure di Tenedo_, derivato dalla favola di Cicno
e di Tenne (Vedi Conome, _Narr_., XXVIII; Eracl., Pont., _Repub_., VII;
Pausan., _Focid_., lib. X).
[13] _Propilei_: famosi tra’ monumenti maggiori di Atene e dell’arte
greca e del mondo. Erano i vestiboli (προπύλαια) della cittadella a cui
mettevano per cinque grandi porte e per vaste gradinate. Pericle li
fe’ costruire sotto la direzione di Mausicle architetto, spendendovi
intorno da 2200 talenti (quasi 12 milioni di lire). Vedi Pausania;
Plutarco in _Pericle_; Meursius, ecc. Tra i quadri di insigni artisti
che li adornavano, questo di Polignoto è ricordato in Pausania,
_Attic_., 22.
[14] νὴ τοὺς ἔρωτας — esclamazione femminile (Aristen., _Lett._ I, 27).
[15] Questo vezzo di porre in bocca altrui le proprie idee, riscontrasi
frequentissimo nei discorsi di Socrate in Platone, e caratterizza
l’arguta artificiosa umiltà del suo processo dimostrativo. Così
nel _Simposio_ Socrate declina modesto le lodi di Agatone a’ suoi
ragionamenti persuasivi e per ispiegarli viemeglio «_riferirà il
discorso che ha udito da Diotima, una donna di Mantinea, erudita
in amore e in molte altre cose_.» Nel _Fedro_ Socrate espone al suo
giovine alunno, seduto al rezzo dell’acero famoso, la teoria del bello
e dell’amore: e comincia: «_Il discorso che sto per pronunciare è di
Stesicoro, figlio di Eufemo, nato ad Imera_...»
[16] Platone, _Fedro_. Vedi quivi la dottrina socratica che tentai
compendiare nel presente discorso.
[17] È in bocca di Omero che Platone mette questi due versi da lui
fatti dire a Socrate: «I mortali lo chiamano amore (ἔρως) che ha ali;
ma gli Dei lo chiamano _pteros_ (πτέρος) perchè ha la virtù di darne»
(Plat., _Fedro_).
[18] Platone, _Simposio_. Vedi quivi nel discorso di Aristofane la
comica teoria degli _androgini_ (maschi-femmine), qui da me alquanto
semplificata pei limiti imposti dalla scena.
[19] Eran le feste _Ascolie_; celebrate in onor di Bacco tra i villani
dell’Attica, e così dette appunto da un _otre_ (ἀσκός) che empivasi di
vino e fuori ungevasi d’olio, e sul quale i giovani a gara provavansi a
saltare con un sol piede, dando frequenti stramazzate in terra, di che
nasceva gran riso fra gli spettatori. Chi riusciva a rimanere col piè
fermo sull’otre, guadagnava l’otre e il vino. — Questa usanza ricordata
da Platone, _Simpos_., da Alcifrone _Lett_., III, 61, e dallo Scoliasta
del _Pluto_, lo è anche dai Latini: _atque inter pocula aeti — Mollibus
in pratis unctos saliere per utres_. Virgil., _Georg_., II v. 380.
[20] Cfr. in Platone nel _Simposio_ l’arrivo di Alcibiade. —
L’Ennio Quirino Visconti nell’_Iconog. grec_. (I, tav. XVI) riporta
diverse effigie d’Alcibiade, delle poche pervenute sino a noi: tutte
assomiglianti nelle linee principali benchè ritraenti pallidamente,
e in grado diverso, quella bellezza per la quale Alcibiade andò fra i
Greci famoso e che lo fece chiamar da Platone _il più bello di tutti
gli uomini_ (Plat., _Prim. Alc_.). La prima (XVI, 1 e 2) è una _erma_,
la cui autenticità è attestata dalle prime lettere del nome ΑΛΚΙΒ: fu
scavata sul monte Celio e posta nel Museo Vaticano. Raffigura Alcibiade
adulto: fronte bassa, naso diritto, lineamenti pronunciati, espressione
energica, baffi unentisi alla barba corta e inanellata, e capelli
arricciati. Pare opera di artista volgare: il Visconti la crede una
copia di quella che l’imperatore Adriano aveva fatto porre a Melissa in
Frigia sulla tomba di Alcibiade. — Un’altra testa (XVI, n. 3) è copiata
da una pietra antica del gabinetto di Fulvio Ursino: e riprodotta da
Faber (_Imag. ex bib. F. Urs. n_. 4). È Alcibiade assai più giovane
e bello: baffi leggieri staccati dalla barba nascente, capelli
arricciati. Ha rassomiglianza con una effigie di Mercurio in alcune
medaglie romane e spiegherebbe l’asserto di Clemente Alessandrino, che
molte imagini di Mercurio avessero avuto Alcibiade per modello (_Admon.
ad Gen_., 31): asserto confermato anche da Aristeneto, _Lett._ I, 11.
Un’altra effigie nel Visconti (tav. XVI a. 1 e 2) è presa da un’erma
appena sbozzata, dal Museo Napoleone. Alcibiade vi ha baffi leggieri
e barba arricciata. E un critico si scandalizzò per aver visto sulla
scena Alcibiade coi baffi!
[21] Proverbio greco. Applicavasi alle persone prive di gusto e
di ingegno, insensibili al bello come il somaro all’armonia di uno
stromento. «E non poneva più attenzione a me di quel che l’asino al
suono della lira» (Aristen., _Lett_. I, 17). «La sapienza a lui importa
poco: che ha che far l’asino con la lira?» (Luciano, _Di quei che
stan co’ signori_). «E vedendo un asino trattar la cetra, come dice il
proverbio, scoppia in una risata» (Luc., _Del giorno infausto_).
[22] I Libetrj — scrive Mercero — erano un popolo che non avea gusto
alcuno nè per la musica, nè per la poesia, nè per la scienza: a tal
che ascoltarono senza esserne punto commossi i divini canti d’Orfeo,
che morì nel loro paese. Indi la loro ignoranza diventò famosa e
proverbiale: e diceasi in proverbio: _più ignorante o più rozzo dei
Libetrj_, ἀμουσότερος Λειβεθρίων — (Aristen., _Lett_., I, 27; Mercerus,
nei _Commenti_).
[23] Metafora tutta greca. «_Quante Sirene erano nelle sue parole!_»
ὄσαι ταῖς ὁμιλίαις ᾳὺτῆς σειρῆνες ἐνί δρύντο (Alcifr., _Lett_., I, 38).
«Tu mi rapivi _colla sirena dolcissima de’ tuoi discorsi_, τῇ γλυκείᾳ
Σειρῆνι τῶν λόγων. (Sinesio, _Lett_., 139. E così Aristen., _Lett_.,
II, 19; Procop. Sof., _Lett_., 21).
[24] Plat., _Simpos_. Vedi quivi nel discorso di Alcibiade (la pittura
più artistica e vera che di Alcibiade ci abbia tramandato l’antichità)
ciò che Alcibiade dice del suo affetto per Socrate, e delle virtù di
quest’ultimo, paragonandolo a Marsia per il fascino della parola.
[25] La similitudine è in Platone. _Coribanti_ chiamavansi, com’è noto,
_ab origine_ i sacerdoti di Cibele, che invasati da furor sacro, su pei
monti di Frigia saltavano agitando il capo e percotendo ne’ cimbali,
e comunicavano agli altri la loro mania. Indi usavasi proverbialmente
il verbo κορυβαντιᾶν. — Però che da questi sacerdoti di Cibele
proveniva tutta una casta di frati mendicanti (sul genere di quelli
del Cattolicesimo) che sotto il nome di _questuanti della madre degli
Dei_, Μητραγύρτης, giravano per Grecia, trafficando di oracoli e di
sortilegi, e di porta in porta limosinando per le libazioni a Ecate e a
Cibele, e iniziando alle orgie e ai lùbrici misteri di queste dee. Cfr.
Plat., _Repub_., II, p. 364; Menandro, Ἱέρεια.
[26] Le corone (di viole, o di rose, o di mirto) si recavano nei
conviti solo al levar delle mense, quando stavasi per propinare al
_buon genio_, dopo di che seguivano il peàna e gli scolii (cantati dai
convitati con un ramoscello di mirto in mano) — e le libazioni copiose
(Senof., _Simpos_., II, 1; Ateneo, XV, 685; Plutarco, _Disp. Conv_., 5;
Becker ed Hermann, _Bild. Griech. Privatleb_., I, 181; II, 263).
[27] Tre erano di regola, nel giorno, i pasti degli Ateniesi, il primo
— ἀκράτισμα (detto da Plutarco anche πρόπομα) — cioè l’_asciolvere_,
di buon’ora, al levarsi dal letto: il secondo — ἄριστον — verso
il mezzogiorno; il terzo infine — δεῖπνον (l’Omerico δόρπος) —
verso sera, corrispondeva alla _coena_ dei Romani ed era il pasto
principale. Ma i Greci non usavano mangiare e bere promiscuamente;
durante il pasto, non si beveva vino, e perciò alla cena — δεῖπνον —
tenea dietro la mensa dei bicchieri, cioè il _simposio_ — σιμπόσιον,
πότος — destinato alle libazioni e che appunto cominciava, al levar
della mensa dei cibi, colla libazion del _buon genio_. Sovente questa
seconda parte del banchetto risolvevasi in una vera orgia (κῶμος);
soventissimo ancora il _simposio_ era dato non come una vera e
propria continuazione del banchetto, ma come una riunione a parte,
affatto indipendente dal δεῖπνον, di persone convenute insieme al solo
scopo di bere e discorrere e divertirsi tra i bicchieri. Ravvivati
da concenti musicali, da auletridi e ballerine e saltimbanchi, e da
giuochi e passatempi svariati; spessissimo anche fatti pretesto di
amene discussioni di filosofia e d’arte, ecc., questi simposj offrivano
la pittura più caratteristica e gaja dei piacevoli costumi del tempo.
Senofonte, così vero nella sua semplicità, e il fantasioso Platone,
coi lussureggianti colori della sua tavolozza di poeta, ci lasciarono
dei simposj greci descrizioni che vanno tra i più bei monumenti
dell’antica letteratura. Una pittura abbastanza viva ne fece anche
Alcifrone in qualcuna delle sue lettere, e Luciano ne’ suoi _Lapiti_
una spiritosissima caricatura. Quanto ai pesanti eruditissimi _Simposj_
di Plutarco e di Ateneo, è necessaria la pazienza di un erudito per
affrontarne la lettura.
Nella scena di questo atto trattasi di un simposio sul finire.
Nell’atto terzo l’autore intese a dare un’idea complessiva del convito
ateniese.
[28] Λωτὸς, chiamavano i Greci un albero di legno duro e nero, del
quale faceano flauti di suono dolcissimo: indi poeticamente diceano
_loto_, λωτὸς, il _flauto_. Così in Luciano: «_Com’egli cominciò a
parlare, mi riempì di tanta dolcezza di parole, che mi pareva, o amico
mio, di udir le Sirene, se mai ve ne furono, o i rosignuoli, o l’antico
loto di Omero: sì divine cose diceva_» (Luc., _Nigrino_).
[29] Naso da delfino chiamavano gli Ateniesi quel di Socrate, perchè
schiacciato e colle nari aperte all’insù. — È nota poi la credenza
mitologica intorno al talento musicale dei delfini. E _amatore delle
opere delle Muse_ chiama Luciano il delfino (_Dialoghi Mar_., 8): lode
derivatagli dalla favola di Arione, il famoso citarista di Metimna,
che, buttato in mare dai pirati, fu raccolto da un delfino accorso al
suo canto, e sul dorso di esso, sonando la cetra, venne in salvo al
Tenaro.
.... _tergo delphina recurvo_
_Se memorant oneri supposuisse novo_.
_Ille sedens citharamque tenet pretiumque vehendi_
_Cantat et aequoreas carmine mulcet aquas_.
(Ovid., _Fast_., II).
[30] νὴ τὴν πάνδροσον, esclamazione femminile ateniese (Aristof.,
_Lisistr_.) Pandroso, una delle figlie di Cecrope, veneravasi nella
acropoli di Atene e sacrificavasi a lei nello stesso tempo che a
Minerva (_Schol. ad Aeschin_., I, 20; Lycurg., _Fragm_., 34; Meursius,
_Reg. Athen_., I, 11).
[31] Giove _órcio_, vindice degli spergiuri — del giuramento vindice e
custode. — Era uno degli appellativi di Giove (Eurip., _Ippol_., At.,
IV).
[32] _Cipria Afrodite, Pafia Afrodite_ — appellativi della Venere
popolare, o pandemia, spesso invocata nelle esclamazioni delle
etére. Da Cipro e da Pafo ove erano templi famosi, sacri alle orgie
invereconde della Dea (Aristof., _Lisistr_.).
[33] _Adonie_. Queste, di cui si riparlerà nel quadro II, eran
feste celebrate con gran pompa dalle donne ateniesi, principalmente
dalle etére, in memoria del pianto di Venere per la morte del suo
Adone. Le statue dei due divini amanti recavansi in processione su
due letti d’oro tra gemiti e grida lamentose delle donne vestite a
lutto e picchiantisi il petto. In molti luoghi della città esponevasi
il simulacro del cadavere di un giovinetto, raffigurante il morto
Adone. Si portavano in giro vasi di terra con fiori e frutta e si
adornava ogni cosa di fresche lattughe, credendosi che Venere avesse
nascosto sotto quelle il suo amante. La festa poi finiva con allegria,
fingendosi Adone risorto a nuova vita. Si direbbe che qualcosa di
quelle feste sia rimasto nei riti della nostra settimana santa, seguìti
dalla _pasqua_ di risurrezione. — Una descrizione delle feste Adónie
si ha in Teocrito (_Idillio_, XV), la quale appunto ha per titolo
le Ἀδονιάζουσαι: ed anche in Aristof. (_Lisistr_.); e in Plutarco
(_Alcib_.). — Che le meretrici in particolare le solennizzassero si
rileva da Alcifrone (_Lettere_, I, 37), e dal comico Difilo, presso
Ateneo (_Deipn_. VII). — Che però vi partecipassero anche le donne di
famiglia si desume dal passo citato di Aristofane nella _Lisistrata_.
[34] _Son devota di Nemesi:_ προσκυνῶ δε τὴν Νὲμεσιν (Alcifir.,
_Lett_., I, 33). Frase greca proverbiale, accennante a propositi
vendicativi.
[35] Attesta Senofonte che le conquiste d’Alcibiade, non si limitavano
alle cortigiane: ma «_per la sua bellezza anche una quantità di donne
oneste davano la caccia a lui come ad una fiera_.» Ἀλκιβιάδης, δ’ αὕ
διὰ μὲν κάλ. λος ὐπὸ πολλῶν καὶ σεμνῶν γυναικῶν θηρώμενος (Senof.,
_Memorab_., I, 2. Cfr. Pseudo Andoc., _C. Alcib_., 10; Ateneo,
XIII, 4). Pittoresca e notevolissima questa imagine della caccia ad
Alcibiade, quasi caccia alla fiera: imagine che ritroviamo anche in
Platone: «Di dove spunti o Socrate? Dalla caccia di quella leggiadra
fiera di Alcibiade?» (Platone, _Protagora_).
[36] Adrastea (soprannome di Nemesi) puniva il parlare arrogante e
i falli commessi per superbia o presunzione o brame smodate. Perciò
solevasi invocarla nel discorso, e chiederne il perdono, quando stavasi
per esprimere qualche pensiero ambizioso, o per dire o promettere di sè
alcuna cosa che sentisse di smodato elogio o di orgoglio o di temerità.
— _Or dico col perdono che me ne dà Adrastea_, σὺν δ’Αδραστεὶᾳ λέγω
(Eurip., _Reso_). — _Adrastea figlia di Giove, rimovi l’invidia
dalle mie parole_ (Eurip., _ibid_.). — _Adoro Adrastea per quello
ch’io sto per dire_ (Platone, _Repub_., V). — _Così m’ami, così mi
perdoni Adrastea!_ — _Difendimi pietosa Adrastea da un pensiero troppo
ambizioso_, ecc., ecc. — Usavano anche: ὢς σὺν θεῷ εἰπεῖν — _per dirla
col Dio_ — cioè col perdono del Dio, intendendosi appunto Nemesi, il
Dio punitore dei superbi. Vedi in Platone, in Aristeneto, in Luciano
e altrove. Così l’autore della lettera ai Pisoni: _Si tamen hoc de se
cuiquam promittere fas est_ — _Et Deus ultor abest_.
[37] I Cilicj andavano famosi tra’ Greci per falsità: antico proverbio
li chiamava bugiardi. Λόγος ἐστί παλαίος μὴ ῤαδίως Κίλικας ἀληθεύειν —
(Dionys. Antioch., _Epist_., XLVI).
[38] _Autòlico e Critòbulo_ son nominati come bellissimi giovani
ateniesi di quel tempo da Senofonte nel _Simposio; Carmide e Fedro_
da Platone, nei dialoghi che recano il loro nome. E Luciano, facendo
malignamente ritrovar Socrate, nello inferno, vicino ai garzoni più
belli, nomina fra questi «_Carmide, Fedro e il figliuolo di Clinia_»
(Luciano, _Dial. dei Morti_, 20).
[39] Sulla ricchezza d’Alcibiade, vedi Platone (_Primo Alcib_.). Ivi
Platone la fa valutare da Socrate a 300 pletri di terra. (Il pletro
corrispondeva a 100 piedi greci e all’_jugero_ romano: 94 piedi e 5
pollici parigini). 300 pletri di terra potean valer circa una trentina
di mila lire. Ma essa era certo maggiore, perchè Alcibiade aveva case
in Atene, e imprese industriali. La sua fortuna era valutata oltre
100 talenti: ossia quasi seicentomila franchi: ricchezza enorme, se
si tien conto del basso prezzo delle cose e dell’elevatissimo valore
del danaro a quei tempi, in cui un ateniese potea vivere con 3 oboli
(45 centesimi) ed anche con due (30 centesimi) al giorno. Qualche
commentatore invece di 100 talenti attici (d’argento), intende 100
talenti babilonesi: il che porterebbe la fortuna di Alcibiade a quasi
sei milioni di franchi (Lisia, _De bonis Aristoph_., 52; Elian., _Var.
Hist_., IX, 29).
[40] Alcibiade, secondo narra Plutarco (_Alcib_., I), discendeva,
dal lato di suo padre, da Eurisace, che gli ateniesi onorarono di
onori divini, e che fu figlio di Ajace, il Telamonio, re di Salamina,
l’eroe de’ Greci all’assedio di Troja. Il suo avo, Alcibiade il
vecchio, avea con Clistene cacciato i tiranni da Atene e stabilitavi
la democrazia; il suo padre stesso, Clinia, si era coperto di gloria
comandando una trireme contro i Persiani alla battaglia navale di
Artemisio, e cadendo da eroe nella infelice battaglia contro i Beoti
a Coronea. Dal lato poi di sua madre Dinòmache (figlia di Megacle e
cugina germana di Pericle), Alcibiade apparteneva alla famiglia degli
Alcmeonidi, i discendenti di Alcmeone, che organizzò le dieci tribù
d’Atene e che fu figlio dell’argonauta Anfiarao; «dei quali narra la
fama che, agitatori del popolo contro i tiranni, ne avessero esilio,
ma raccolto denaro in Delfo dessero libertà alla patria colla cacciata
dei Pisistratidi» (Demostene, _Contro Midia_). — Demostene, all’opposto
di Plutarco, ma con probabile equivoco, fa discendere Alcibiade dagli
illustri Alcmeonidi per la linea paterna, e per madre «da Ipponico e
da avi chiarissimi per generosi servigi alla patria» (Vedi in Plutarco,
Platone, Pausania, Suida, Meursio, ecc).
[41] _Callia e Megacle_ erano ricchissimi ateniesi di quel tempo, che
diedero fondo colle prodigalità al loro patrimonio; sono nominati
da Aristof. (_Nubi_), Senof. (_Simpos_.), Plutarco (in _Alcib_.).
— _Feace_ era un altro distintissimo giovine ateniese, di illustre
famiglia, emulator d’Alcibiade (Plut. in _Alcib_.). — Luciano volendo
nominare i più ricchi fra i giovinastri scapigliati di Atene, nomina
_Callia_ e _Alcibiade_ (Luc., _Giove confutato_). Del dissoluto
ricchissimo Callia, emulo d’Alcibiade negli scialacqui enormi e nella
vita elegante, si parla anco in Platone (_Protagora_; Ateneo, V, p.
218, c).
[42] Anacreonte, _Ode_ 2.
[43] Anacreonte, _Ode_ 4. — È singolare come i traduttori di Anacreonte
si siano per lo più divertiti ad annacquare o caricar di fronzoli
l’aurea ed elegante semplicità del poeta di Teo. — A rendere, per
esempio, il testo greco da me tradotto quasi letteralmente in queste
due strofette, il Marchetti, che pur va fra i migliori, impiega
_cinque_ strofe; il Caselli _quattro!_ — Il buon Marchetti poi s’è
scandolezzato della frase di Anacreonte «_Cingimi di rose e portami
una fanciulla_,» e per ingentilire (!), com’egli dice, il pensiero,
facendo che Anacreonte _non parli in generale d’ogni qualunque donna di
piacere_ traduce quella frase così greca, tutta greca, così:
Figlio di Venere,
_Fin ch’io respiro_
Ah! tu circondami
Di rose _il crin!_
_Quella poi_ recami
_Per cui sospiro_,
_Quella ch’è l’arbitra_
_Del mio destin!_
Di tutto il corsivo, in Anacreonte non è una parola. Questo è tradire e
non tradurre.
[44] Platone, _Fedro_: «Si dice che le cicale eran uomini innanzi la
nascita delle Muse. Quando il canto nacque colle Muse, parecchi uomini
di quel tempo ne furono così trasportati dal piacere, che la passion
del cantare li fece dimentichi del mangiare e del bevere, e morirono
senza accorgersene. Da essi nacque la razza delle cicale, che ricevette
dalle Muse il privilegio di non aver bisogno di alcun cibo. Dallo
istante ch’elle vengono al mondo, elle cantano senza bere nè mangiare,
sino al termine della loro vita; poi se ne vanno a trovare le Muse
e fanno loro conoscere quelli dai quali ciascuna di esse è onorata
quaggiù: a Tersicore quelli che la onorano nei cori, ad Erato quelli
che la onorano coi canti amorosi, ecc., ecc.»
Eliano scrivendo contro coloro che si cibano di cicale, dice che col
mangiar di questi insetti, si offendono le Muse figlie di Giove. _E
venerate dai poeti, care alle Muse e al biondo Apolline_, chiama le
cicale Anacreonte (_Od_. 43).
Bisogna creder, del resto, che in fatto di musica i Greci avessero dei
gusti speciali, o che le loro cicale fosser diverse dalle nostre, se
Anacreonte e Teocrito ne magnificavano il canto, e se per proverbio
usavasi dire di un musico eccellente, _che canta meglio di una cicala_,
τέττιγος εὑφωνότερος. Luciano volendo magnificare il canto melodioso
di una donna, lo paragona, per dolcezza di melodia, a quello degli
alcioni, delle cicale, dei cigni e degli usignuoli (Luc., _Immagini_).
Anzi è scritto che mentre un poeta greco suonava in pubblico la
lira, rottasegli una delle corde, fortunatamente una cicala saltò
sull’istromento armonico, e occupando il luogo della corda mancante,
rese compita l’armonia!
[45] Favoleggiarono i Greci che Oritìa figlia di Erettéo re d’Atene,
fanciulla di leggiadrissime forme, veduta da Borea mentre stava
cogliendo fiori presso il fiume Cefiso, venisse da lui via rapita per
l’aria, e trasportata in Tracia. Così Apollonio Rodio (_Argon_., I),
e il suo scoliaste. Un’altra tradizione più comune la dicea invece
rapita da Borea, in riva all’Ilisso. — Su questa favola di Oritìa,
vedi Platone (_Fedro_), Pausania (_Attica_), Erodoto (VII), Ovidio
(_Metamorph_., VI), Properzio (_Eleg_., XX), ecc.
[46] «E tu recitandomi da principio l’elenco de’ tuoi amori, lungo come
quello di Esiodo...» (Luciano, _Degli amori_). Suida tra le opere di
Esiodo annovera anche un catalogo di donne in cinque libri γυναικῶν
καταλόγος ἔν βιβλίοις ἕ.
[47] La tromba, introdotta per segnale di battaglia — in luogo
dell’accendere delle faci anticamente usato, — era chiamata dai Greci
_tirrena_, perchè vuolsi che gli Itali pei primi la inventassero
(Eurip., _Fenicie_, At. V; _Reso_, At. V; Eschilo, _Eumen_.).
[48] Alcibiade aveva l’abitudine d’interrompersi spesso, a bella posta,
nel discorrere (Plutarco, in _Alcibiade_).
[49] Intorno al poeta Agatone, vedi Platone (_Simposio_), Aristofane
(_Tesmoforie_). — Alcamene fu scolaro di Fidia, ch’era già morto da
molti anni all’epoca del dramma.
[50] Omero, _Odiss_., lib. X. Cfr. Procopio Sofista, _Lett_. CXVII.
[51] εὐμενεστέροις ὄμμασιν ἐκείνην αἴ χάριστες εἴδον (Aristen.,
_Lett_., I, 11; Alcifrone, _Lett_.).
[52] Plutarco in _Pericle_.
[53] Vedi più sopra la nota 33 intorno ad Adrastea punitrice della
prosunzione; dea invocata dianzi da Aspasia ne’ suoi vanti con Glicera,
e ne’ suoi rimproveri di fragilità all’altre donne, ascoltati, dietro
le spalle, da Alcibiade. Al che s’attaglia singolarmente un passo di
Luciano: «Ei pare che Adrastea ti stava dietro le spalle quand’eri
lodato delle accuse che davi agli altri, e la rideva di te, sapendo
benissimo, come Dea ch’ella è, che tu saresti caduto nella stessa
fossa...» (Luciano, _Apologia di quei che stan co’ signori_).
[54] Plutarco in _Alcib_.; Tucidide, _Guer. Pelop_., VI, 24.
[55] Il diluvio d’Ogige. Ogige fu il primissimo re dell’Attica
(detta dal suo nome anche Ogigia): contemporaneo di Mosè, per quanto
asseriscono Giustino Martire, Eusebio, Cedreno ed altri scrittori.
Sotto il di lui regno avvenne il primo diluvio ricordato dai Greci,
il quale sommerse tutta l’Attica. Cedreno così ne scrive: «Ai tempi di
Mosè fu un uomo grande, della prosapia di Giapeto, che tenne il regno
dell’Attica per trentadue anni: chiamavasi Ogige. Al tempo di lui vi
ebbe un diluvio nella sola Attica: vi perì Ogige stesso e tutta quanta
la regione.» E Taziano, _contra Graecos:_ Μνημονεύεται παρ’Αθηναίοις
Ὄγυγος, εφ’οὔ κατακλυσμὸς ὄ πρῶτος, _è ricordato presso gli Ateniesi
Ogige, sotto il quale avvenne il primo diluvio_. — Accennano a
questo diluvio Platone nel _Timeo_, Stazio nella _Tebaide_, Dionisio
Alessandrino, Agostino nella _Città di Dio_, ecc. L’altro dei due
diluvii ricordati dai Greci fu quello assai posteriore di Deucalione.
Dopo il diluvio d’Ogige, narra Eusebio (_Chron_., I), l’Attica restò
interamente desolata e devastata, e senza altri re, per cento e
novant’anni, fino al tempo di Cecrope, che venne dall’Egitto e fondò
Atene, di cui fu il primo re (Cfr. Meursius, _Reg. Athen_., I, 6).
[56] Tucidide, _Guer. Pelop._, VI, 24.
[57] Modo proverbiale; e usavasi di persona pronta a mutar partito e
opinioni secondo i tempi e gli eventi. Indi narra Luciano che un Don
Girella di que’ tempi, Teramene, fu soprannominato il _Coturno_, perchè
appunto come il coturno che si calza al piè destro e al sinistro, egli
adattavasi a tutti. Quei di Chio e quei di Cio guerreggiavan fra loro;
ed egli con quel di Chio dicevasi di Cio, con quei di Cio si diceva
di Chio. In fatto era di Cio (Luciano, _Amori_; Schol., _Del giorno
infausto, contro Timarco_). _Più mutabile del coturno_, εὐμεταβολωτέρα
κοθόρνου, è detto di una donna volubile in Aristeneto, (_Lett_. I,
28). E un traduttor francese tradusse: _più incostante del vento_. Oh i
traduttori!...
[58] Ossia del borgo di Lacia. Il nome del borgo nativo usavasi
comunemente apporre dagli Ateniesi, insiem con quello del padre, al
nome proprio delle persone. Spesso aggiungevasi anco il nome della
tribù a cui il borgo apparteneva.
Antichissima era la divisione dell’Attica in quattro tribù (φυλὴ).
Solone la conservò; più tardi cacciati i Pisistratidi e riuscita a
prevalere la parte democratica con Clistene, questi portò le tribù
da quattro a dieci, assegnando a ciascuna di esse un certo numero
di _borghi_ o _demi_ (δημός) sia urbani, ossia d’Atene città, che
suburbani, ossia dell’Attica (Gli urbani corrispondevano ai circondarj,
o quartieri, delle nostre città, i suburbani ai nostri comuni rurali.
Ma _cittadini ateniesi_ eran tutti i liberi nati nell’Attica, sia
nella città che nella campagna). Cento dapprima, poi crebbero sino
a 174 i _borghi_ (δημοὶ) ripartiti fra le dieci tribù, ch’erano le
seguenti, intitolate dai nomi di eroi e di re ateniesi: Acamantide,
Ajantide, Antiochide, Cecropide, Egeide, Eretteide, Ippotoontide,
Leontide, Eneide, Pandionide. Ogni tribù poi contava tre _curie_
o _confraternite_ (φρατρία); ogni confraternita, trenta _classi_
o _genee_. Ma da Clistene in poi, le _fratrie_ e le _genee_ non
sussistettero che come semplici corporazioni famigliari e religiose;
la tribù invece, come complesso di un certo numero di _demi_,
rappresentava la vera suddivisione politica, militare e religiosa.
I cittadini dello stesso borgo chiamavansi l’un l’altro δημοτης, come
noi diciam concittadini o conterrazzani quei che nacquero nel nostro
Comune. (Erod., V, 69; Strabone, IX, 10; Ross, _Demen von Attica_;
Schömann, _De Comitiis Athen._, Praef., p. XV e p. 363; _Antiq. Iur.
pub. graec._, C. XXII, p. 360; Corsini, _Fasti attici_).
Alcibiade era del borgo di Scambonide, appartenente alla tribù Leontide
(Pausania, _Attic_., 38; _Schol. ad Aeschin_., 3, 18).
[59] _Pnice_, πνὺξ, il luogo delle adunanze generali del popolo,
le quali vi si tenevano ordinariamente quattro volte per Pritanìa
(alli 11, 20, 50, 33): onde il popolo ateniese è detto _Pniceo_ da
Aristofane, nei _Cavalieri_. Lo Pnice era uno spianato elevato e
sassoso, stendentesi in semicircolo sul pendio del Licabetto, un quarto
di miglio a occidente della città. In giro il semicircolo era chiuso da
grosse pietre, presso alle quali stavano i seggi pel popolo; di fronte,
sotto un balzo che sporgeva dal colle, era la tribuna o bigoncia degli
oratori, βῆμα, alla quale salivasi per gradini dai due lati. E la
tribuna, da cui dominavasi dello sguardo Atene, prospettava il mare
e l’isola di Salamina; come per invitar gli oratori a più liberi e
vasti pensieri, e ricordar loro continuamente che i destini di Atene
la chiamavano al mare, culla della sua potenza e della sua libertà. —
Sullo Pnice, vedi Suida alla voce _Pnyx_; Barthelemy, _Viag. d’Anac_.,
III, nota VI; Meursius, _Del Popolo d’Atene_; Wordsworth, _Athen and
Attica_.
[60] «_Si tratta d’esser falso testimonio? non si ha che a dirmi
una parola_,» così un parassita, in una commedia di Antifane, presso
Ateneo, VI, cap. IX.
[61] Uno dei numerosi appellativi di Mercurio, col quale era spesso
invocato dai parassiti e barattieri (Alcifr., _Lett_., III, 47;
Luciano, _Timone_). Sui molteplici impieghi e corrispondenti nomi di
Mercurio, cfr. Luciano, _Dial. degli Dei_, 24, e Aristofane in fine del
_Pluto_.
[62] Sui maltrattamenti e le burle d’ogni sorta cui eran soggetti i
parassiti alle mense, vedi Alcifrone, _Lett_., III, 7, 48, nonchè III,
lett. 6, 45, 66, 68, 70. — Cfr. Ateneo, _Deipnos_., lib. VI.
[63] «Che voce è questa, o Socrate, che lontana ci viene dal mare? —
È un uccello marino, detto Alcione, che ha questa voce di pianto e di
lamento: e intorno ad esso contasi un’antica favola. Dicono che una
volta egli era donna, figliuola di Eolo l’Elleno, donzelletta che si
struggeva d’amore e disfacevasi in pianto perchè le morì lo sposo Ceice
di Trachinia, prole dell’astro Lucifero, di bel padre bel figliuolo:
e che di poi essendole spuntate le ali per volere divino, e mutata in
uccello, andò scorrendo il mare in cerca del suo diletto, che ella per
tutta la terra non avea potuto trovare. — E questo è l’Alcione? Io non
ne aveva mai udita prima d’ora la voce. Oh mi lascia veramente un’eco
di pianto nell’anima!» (Luciano, _L’Alcione_). — «L’Alcione se ne
fuggì mandando un lugubre lamento» (Luciano, _Di una storia vera_). —
Ed Euripide: «O augello Alcione che intorno agli scogli del mare canti
il tuo aspro pietoso destino, e piangi ognora lo sposo, io non alato
augello ben t’assomiglio ne’ mesti lai...» (Eurip., _Ifig. in Taur_.).
Vedi ancora sulla tavola di Alcione, Ovidio (_Metamorph_., XI., 411
seg.; _Heroides_, XVIII, 81).
[64] Qualche critico credette ravvisare una contraddizione tra il
carattere affatto ingenuo di Glicera e la sua condizione di _etéra_.
Veda quel critico il ritratto della virtuosa giovinetta _etéra_ in
Antifane (Aten., XIII, 572 a.), quello della dolcissima Bacchide
in Alcifrone (Alcifr., _Lett_., I, 38) da me già citati nella nota
sulle _etére_; e le lodi della leggiadra Pizia in Aristeneto: «Benchè
ella sia etéra di condizione, tuttavia conserva la nativa ingenua
semplicità, e l’indole irreprensibile, e i costumi assai migliori della
di lei condizione: nulla tanto mi fece innamorare di lei quanto la sua
innocenza» (Aristen., _Lett_., I, 12). Altrove nello stesso autore, la
cortigianella Filemazio scrive ai galanti che le fan la corte: «Voi
credete di agevolmente ingannarmi, perchè sono una fanciulla che non
ha alcuna esperienza d’amore e non è ancora iniziata ai misteri di
Venere (ὥς ἐρωτικῶν ἀγύμναστον παῖδα, καί παντελῶς ἀμύητον Αφροδίτης) e
potermi accalappiar più facilmente che non possa il lupo un’agnellina
dormente» (Aristen., _Lett_., I, 14). — E altri esempj, in Menandro e
nei comici della commedia nuova, tralascio.
[65] «Verun altro non fuvvi nè privato, nè re, il quale sette cocchi
mandasse ai giuochi olimpici, fuor che egli solo. Lo aver poi riportato
quivi la prima, la seconda e la quarta vittoria, al dir di Tucidide
e la terza al dire di Euripide, è cosa che supera lo splendore e
la gloria di quanti si studiarono adoperarsi in siffatte contese»
(Plutarco, in _Alcib_.; Andocide, _Contra Alcib_., 26; Tucid., VI, 16;
Isocr., _De Big_., XIV., e Aten., I, 3).
[66] Pindaro, _Odi_. Vincitori d’Olimpia a cui il poeta Tebano dedicò
parecchie delle sue odi.
[67] «_Te canterò di Clinia figlio_, ecc.» (Eurip., _Framm_.; Plut. in
_Alcibiade_).
[68] Spedizione del Peloponneso dell’anno 419 av. l’E. V. Fu la
terza campagna di Alcibiade e la prima in cui egli ebbe un comando
di stratego, e vi acquistò fama di insigni talenti militari. Qui
Alcibiade, naturalmente avveduto nello spiegare a Glicera e nello
_scegliere_ le ragioni della sua modestia, non attribuisce a sè che
impropriamente (come Glicera dee saperlo) il torto della sconfitta
di Mantinea, toccata agli alleati ateniesi ed argivi (418 av. l’era
volgare).
[69] Platone, _Simposio; Apologia_ XVII; Plut. in _Alcib_.; Ateneo,
_Deipnosof._, V, 215 e seg. — Plutarco così narra: «Essendo ancor
giovanissimo si trovò Alcibiade alla spedizione di Potidea. Egli
alloggiò sempre Socrate nella sua tenda, l’ebbe compagno in tutti
i combattimenti e nel giorno della grande battaglia, in cui fecero
entrambi prodigi di valore. Essendo stato Alcibiade ferito e atterrato,
Socrate se gli pose davanti, lo difese, e in cospetto di tutto
l’esercito impedì ai nemici di prenderlo e di impadronirsi delle sue
armi. Il premio del valore era dunque giustamente dovuto a Socrate; ma
i capitani parendo disposti a darlo ad Alcibiade a cagion del lignaggio
di lui, Socrate, il qual non cercava che di accendere in lui viemeglio
il desiderio della vera gloria, fu il primo a dargli il proprio
suffragio, e fu quegli che maggiormente contribuì a fargli decretar
la corona e l’armatura completa, che erano il prezzo d’onore.» Ciò
avveniva l’anno 431 av. l’E. V.
Più tardi, alla battaglia di Delio (423 av. l’E. V.), Alcibiade
ricambiava il beneficio, e combattendo valorosamente salvava Socrate
alla sua volta dai nemici, — come narra Platone nel _Lachete_.
[70] ούκ ὤν ἀνὴρ γὰρ Ἀλκιβιάδης, ὣς δοκεῖ, — ἀνὴρ ἀπασῶν τῶν γυναικῶν
ἔστι νῦν. Così il comico Ferecrate (_Fragm. Comic. Graec,_ edizione
Didot, pag. 114). — All’epoca dell’azione del dramma, la moglie di
Alcibiade, Ipparete — (che d’altronde non ebbe nessuna parte notevole
nella vita di lui, e non è ricordata dagli storici che per la scena
del divorzio) — era già morta durante un viaggio fatto da Alcibiade
ad Efeso, qualche anno prima della impresa di Sicilia (Plutarco, in
_Alcib_., VIII. Cfr. Isocr., _De Bigis_, XVII).
[71] Massima era l’ambizione che le donne greche e le ateniesi in
ispecie, riponeano nella ricchezza e nel color delle chiome, e nella
eleganza delle acconciature. Le portavano per lo più bipartite sulla
fronte e intrecciate e annodate dietro il capo; però i capelli crespi
o ricciuti, per arte o per natura, eran tenuti in gran pregio, giovando
l’increspamento ad adombrare e far piccola la fronte, la cui ampiezza,
come era un pregio per gli uomini, così ascrivevasi nelle donne a
difetto (Aristen., _Lett_.). Fra i colori poi pregiatissimo il biondo:
_aurea_ chiamavano Venere: e quelle che bionde non erano, per lo più
si tingeano. Rileviam da’ frammenti di Menandro ch’ei discacciò di
sua casa una donna la quale facea pompa di chiome artificiosamente
bionde (Clem. Alex., _Paedag_., III). — Eliano scrive della chioma di
Atalanta, ch’ella era _bionda_ e dovea questo colore «_alla natura, non
all’arte, nè alle droghe di che le femmine fan uso per procacciarselo_»
(El., _Var. St_., XIII, 1). — E Luciano: «_Il più del tempo e dello
studio consuman le donne in acconciar le treccie. Alcune con tinture
che hanno virtù di far d’oro i capelli, al sole di mezzodì, a guisa
di bioccoli di lana, li ritingono di un biondo fiorito, scontente
del color naturale. Quelle poi che si contentano_ (notisi la parola)
_della nera chioma, vi spendono la ricchezza de’ mariti e spirano dalle
treccie tutti i profumi d’Arabia. Con istrumenti di ferro scaldati a
leggier fuoco si increspano e inanellano i capelli, che scendendo in
minuti ricciolini fin sopra le sopracciglia lasciano breve spazio alla
fronte: di dietro cascano in grandi anella e ondeggian sugli omeri,_»
(Luc., _Amori_).
[72] Cfr. Anacreonte, _Odi_, 28, 29.
[73] Siccome le greche non usavan fazzoletti (le idee d’allora
intorno alla pulitezza e alla creanza vietavano ad uomini e a donne di
asciugarsi il sudore e di soffiarsi il naso: la siccità del naso era
riguardata uno fra i pregi principali della bellezza, comunque da un
epigramma di Marziale potrebbe arguirsi che gli antichi si soffiassero
colle dita), così non è strano che elle non usassero nè tasche, nè
borse. Però la fascia o cintura che stringea loro la tunica sotto
le mammelle (_strofio_) serviva ad esse insieme per riporvi le lor
coserelle più care — danaro, biglietti, lettere degli amanti, pegni
dolci e furtivi d’amore, ecc., ecc
Senofonte, nella _Ciropedia_, ricorda pur egli a titolo di lode,
e in prova di moderato vivere, come anche i Persiani a’ suoi tempi
tenessero per cosa sconcia sia lo sputare che il pulirsi il naso: e
ne dà la ragione osservando «che col praticare un vitto temperato e
col faticare, essi disseccavano gli umori del corpo così da potersi
altrimenti dispergere» (Sen., _Cirop_., I, 1).
[74] Plinio (_Nat. Hist_., XIII, c. 10) fa l’invenzione della carta
di papiro posteriore di un secolo circa all’epoca del nostro dramma:
egli la pone cioè ai tempi di Alessandro, ossia quasi intorno all’epoca
medesima che, secondo lui, fu inventata a Pergamo la pergamena pella
biblioteca d’Eumene. Ma che l’invenzione del papiro sia assai più
antica, e nota ai tempi di Alcibiade, si rileva da Erodoto che già
parla del papiro, sotto il nome di βύβλος (lib. V, cap. 8); anzi egli
aggiunge che prima che il papiro (βύβλος) fosse comune, si scriveva già
sopra pelli di capra o di pecora (lib. V, cap. 58): e se ne formava una
specie di libro che diceasi διφθέρα. V’eran di tali libri in pergamena
legati anche alla foggia stessa dei nostri — _tabellae_ (_Pitt. Herc_.,
tom. II, tav.). Quanto ai manoscritti di papiro trovati ad Ercolano,
sono tutti fatti a rotolo — cioè a dire di quelli che i Latini
chiamavano _volumen_.
[75] _Liceo_ o _Licio_, (λυκαῖος) soprannomi, fra i tanti, di Apollo
siccome nato in Licia, nell’Asia minore, o perchè autor della luce
(λυκή) o perchè Latona quando lo partorì, al dir d’Eliano, trasformossi
in lupa (λύκος). — _Sire della licea pendice dal bell’arco d’oro_, lo
chiama Sofocle, nell’_Edipo_: — _Dio liceo fugator della notte_, nella
_Elettra_. Dicevasi perciò anche _licogenete_, figlio della lupa; e
_licigenete_, padre della luce: εὔχεο δ’Απόλλωνι λυκηγένει κλυτοτόξω,
_prega Apollo padre della luce inclito per l’arco_ (Om., _Iliad_., 4).
Ad Apollo Licio consacrò Pisistrato in Atene quel parco che più tardi
divenne il celebre _Liceo_.
[76] Κωρυκαῖος δαίμον. Dicevasi proverbialmente di uomo che inosservato
si insinua e ascolta e spia i discorsi e i fatti degli altri. (Vedi
Alcifrone, _Lett_., III, 26). Intorno alla origine del proverbio si
narra che in Córico, città marittima di Panfilia, era una razza di
gente malvagia, la quale, mischiandosi ai mercatanti, spiava ciò che
essi recavano sulle loro navi, per dove dicevano di voler veleggiare
e quando: poi ne avvertivano i corsali, e questi, colto il momento
opportuno, assaltavan le navi e le predavano. — Vedi Suida, Erasmo ed
altri.
[77] Portava (Alcibiade) una foggia di calzari ricchissimi, diversi da
quelli degli altri; che dal suo nome furon detti _alcibiadei_ (Ateneo,
XII, 534 d. ἀλκιβιᾶδια son detti in Polluce, VII, 89).
[78] Modo proverbiale greco, equivalente al nostro — _da galeotto a
marinaro_ (Wieland, _Aristip_., V, _lett_. 4). I Cretesi avevan fama
di grande furberia; e quei di Egina ancora più. Diceasi anche, per
proverbio, di uomo astuto, che facesse l’ingenuo e lo gnorri: _Pare un
Cretese che non abbia mai visto il mare_ (Aristen., _Lett_., II, 18).
[79] Vedi il discorso di Nicia contro Alcibiade, in Tucidide, _Guerra
Pelop_., VI, 12.
[80] Sui vasti ambiziosi disegni di Alcibiade, vedi Plutarco,
in _Alcibiade_; Tucid., _Guer. Pelop_., VI, 90; Platone, _Primo
Alcibiade_.
[81] _Re_ o _gran re_ chiamavano i Greci per antonomasia il re di
Persia. Vedi Senofonte, _Anabasi_; Aristofane, Plutarco, Demostene,
ecc.
[82] ἐγὼ δὲ τοῦτον (Σωκράτη) μόνον αἰσχύνομαι. ξῦνοιδα γὰρ ἐμαυτῷ
ἀντιλέγειν μέν οὔ δυναμένῳ, ὤς οὔ δεῖ ποιεῖν ἄ οὔτος κελεύει κ. τ. λ.
— Vedi tutto il discorso di Alcibiade nel _Simposio_ di Platone (c. 32
seg.) e Plutarco in _Alcib_. Confronta Platone, _Primo Alcibiade_.
[83] βίᾳ οὔν ὤσπερ ἀπὸ τῶν Σειρήνων ἐπισχόμενος τα ωτα οἴχομαι φεύγων
(Platone, _Simposio_).
[84] «Socrate era quello che aveva maggior ascendente sopra Alcibiade,
e profittando della buona indole di questo giovine sapeva tenerlo
in freno colla forza de’ suoi discorsi, che lo pungevano al vivo,
ne mutavano il cuore e gli faceano persino versar lagrime; ma spesse
volte altresì Alcibiade gli sfuggiva di mano per darsi in balìa degli
adulatori: e allora Socrate a corrergli dietro... Poichè quegli che
corrompeano Alcibiade si prevaleano meno della sua inclinazione ai
piaceri, che non si servissero della sua ambizione e della sua sete
ardente di gloria» (Plutarco in _Alcibiade_).
[85] δοκεῖς ἂν μοι ἐλέσθαι τεθνάναι (Platone, _Primo Alcibiade_, 2).
[86] Cfr. Platone, _Primo Alcib._, 2.
[87] «Sul finir della vita di Pericle, gli Ateniesi si eran posti in
capo di conquistar la Sicilia: e sotto pretesto d’inviar di quando in
quando soccorsi d’armi o di truppe alle città oppresse e maltrattate
dai Siracusani, vi si andavan spianando la via; ma chi accese
maggiormente questa brama, chi più fortemente persuase gli Ateniesi
ad andare in Sicilia non alla spicciolata, ma in grosse schiere e d’un
sol colpo, con una flotta poderosa ed invadere e soggiogar quell’isola,
fu Alcibiade, col pascere ch’ei faceva il popolo e sè stesso di grandi
speranze...» (Plutarco in _Alcibiade_).
Dallo stesso Plutarco si rileva che Socrate fu contrario alla impresa,
non presagendone nulla di bene: come l’evento provò.
[88] Tucidide, _Guerra Pelop._, VI, 18. — Vedi quivi il discorso di
Alcibiade agli Ateniesi.
[89] Sul valor del talento e sulle monete attiche, vedi atto secondo,
nota 7.
[90] Cfr. col processo socratico di questo dialogo anche il dialogo di
Socrate e Glaucone, in Senofonte (_Memorabili_, III).
[91] Questo spirito irrequieto di intraprendenza, di attività febbrile,
di temerità che trascinava Atene, d’impresa in impresa, non anco uscita
da una guerra in altre guerre più gravi, fu un lato caratteristico
della democrazia ateniese: e il temerario intraprendente Alcibiade
potè tanto sopra di Atene, perchè appunto anche in ciò fu la sintesi
completa del carattere del suo popolo. Così Socrate in questa scena
rimprovera ad Alcibiade di spinger Atene alla guerra di Sicilia,
mentre quella del Peloponneso le sta ancor sulle spalle, — come più
tardi Demostene rimproverava agli improvvidi Ateniesi di pensar a
nuove guerre coi Persiani, mentre avevano il Macedone alle porte:
«_Perchè imaginare nuovi nemici, mentre già li abbiamo palesi?_ τί
τοὺς ὁμολογοῦντας ἔχθρους ετέρο’υς ζητοῦ μὲν; (Demost., _Sulla guerra
persiana_).
[92] _Pigro, ciarliero, avaro, ingordo de’ salarj_, è chiamato il
popolo ateniese in Platone, (_Gorgia_, p. 515). Vedi poi Aristofane
nelle _Vespe_, commedia tutta intesa a flagellare questa brutta piaga
della democrazia ateniese. E Demostene, serbato a vederne a’ suoi
tempi ancor più funeste le conseguenze, sclamava: «Ormai tutto come in
mercato sta a prezzo: ed è scambiato da passioni che già appestarono
e sovvertirono la Grecia. E quali? avara sete di mance; riso per chi
la confessa; perdono per chi è convinto, e tutte l’altre necessità di
corruzione» (_Filipp_., III).
[93] Plutarco in _Pericle_, 9. — Platone, _Gorgia; Repub_., 6. — Cfr.
Peyron, _La politica e l’amministrazione di Pericle_; § 8.
[94] La riduzione del soldo militare (quattro oboli al giorno per
soldato) ordinata da’ demagoghi successori di Pericle per provvedere
alle strettezze dello erario, — in un tempo in cui la introduzione
delle mercedi del foro e dei tribunali e degli spettacoli avea già
sviluppate nel popolo le abitudini dell’ozio e l’avida sete dei pigri
guadagni — ebbe per effetto di disamorare a poco a poco i cittadini
dall’esercizio della milizia. I popolani, certi di guadagnar tre
oboli a casa loro, sedendo nello Pnice, o a teatro o nell’Eliea, meno
facilmente si adattarono a scambiare, per un solo obolo di più, la vita
beata della città con quella dei campi e delle triremi. Nell’impresa di
Sicilia bisognò portar di nuovo il soldo ad una dramma per allettare i
cittadini a pigliar l’armi: e ancora l’aumento non sedusse gli opliti
agiati delle prime tre classi: ossia i veri _opliti di catalogo_ (ἔκ
καταλόγου) iscritti nei ruoli; perchè soli 1500 di questi si contarono
nei 5100 opliti raccolti per quella spedizione: il resto degli
opliti si dovette formare, come la fanteria leggiera, di proletarj
della quarta classe, e alleati mercenarj allettati dall’aumento.
Terminata la spedizione di Sicilia, col disamore dell’armi più e più
crebbe questa piaga de’ mercenarj: di che Isocrate scriveva: «Noi,
mentre vogliamo dominare sopra tutti, ricusiamo di militare, abbiamo
eserciti mercenari composti di uomini esuli disertori, malfattori,
oltraggiatori de’ nostri figliuoli, che abbandonano noi, se altri
dia loro un soldo maggiore. Noi che difettiamo del vitto quotidiano,
prendemmo ad alimentar questi forestieri» (Isocr., _Sociale_, 16).
E Demostene: «Non mi si parli di dieci e ventimila forestieri e di
eserciti mercenarj; voglio milizie cittadine, voglio 2000 uomini dei
quali almeno 500 sieno ateniesi, gli altri sieno pure stranieri; voglio
200 cavalieri, de’ quali almeno 50 siano cittadini» (Dem., _Filipp_.,
I). Se Demostene, osserva il Peyron, volendo formare un esercito di
2000 opliti si contentava di soli 500 ateniesi, che mai erano divenuti
quei 13,000 opliti cittadini, che Pericle al principio della guerra
si riprometteva? Erano registrati nei ruoli, ma per più ragioni si
scansavano dalla milizia (Cfr. Peyron, _La politica e l’amministrazione
di Pericle_, § 8).
[95] Ad Atene i popolani, per andare a teatro, ed assistere agli
spettacoli, non pagavano, ma al contrario ricevevano un obolo per
ciascuno. — «_Ed essendo egli incaricato di distribuire alla tribù
Eretteide il denaro dello spettacolo, io andai a chiedergli la parte
mia_» (Luciano, _Timone_). Indi in Demostene frequentissimi i lamenti
per lo sperpero del pubblico denaro nelle feste: «_Voi_ (Ateniesi) _per
le pubbliche feste ricevete danaro senza che alla repubblica ne derivi
utilità_» (Dem., _Olint_., I). «Create legislatori non leggi, che
n’avete già troppe: anzi sopprimetene parecchie dannose, quelle cioè
che riguardano il denaro degli spettacoli» (_Olint_., III). «Voi popolo
invilito, fiacco, spiantato, siete tenuti schiavi e in nessun conto, e
tanto solo che vi snocciolino il denaro degli spettacoli, ne fate gran
festa...» (_Ibid_). — «E d’onde, Ateniesi, che le feste Panatenee e le
Dionisiache si celebrano sempre ne’ tempi prefissi, e vi si fa tanto
spreco di denari che non si armò mai con altrettanto nessun naviglio e
con tale apparato e moltitudine che mai la maggiore?» (_Filipp_., I. —
Cfr. Demost., _Della distribuzione del danaro_). Vedi il mio opuscolo
_Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle_.
[96] Ho modificato nella forma, non già, credo, di molto, nella
sostanza e nel concetto, la sentenza famosa che forma la conclusione
del _Primo Alcibiade_ e il fondo della morale socratica: _conosci te
stesso_. Nel dialogo platonico questa sentenza non è infatti presentata
da Socrate ad Alcibiade, se non come corollario della incapacità di
Alcibiade a governare la cosa pubblica; incapacità di cui Socrate gli
strappa a poco a poco la confessione. Perchè è incapace? Perchè parla
di cose che ignora. Per governar gli altri bisogna prima governar sè
medesimo. Per governar sè medesimo, bisogna prima conoscersi: γνῶθι
σαυτὸν (Platone, _Primo Alcib_., cap. 18, 26; _Protag_., c. 28;
_Filebo_, c. 29; _Carmide_, c. 12).
[97] Plat., _Simpos_., 1. — Quei di Falera (borgo di Atene, della tribù
Antiochide) erano proverbiali per la lentezza con cui camminavano nelle
cerimonie pubbliche.
[98] _E camminiam curvi per la città, come quei che portan le
lampade_ (Aristof., _Lisistr_.) Della festa o gara delle lampade
(_lampadeforìa_) ch’era celebre in Atene, e solennizzavasi, secondo
lo scoliaste di Aristofane, ogni anno il dì 19 del terzo mese attico,
così parla Pausania: «Nell’Accademia è l’altar di Prometeo. Da qui si
partono le persone e van correndo verso la città con fiaccole accese
in mano. La contesa consiste in portar la face così che correndo
rimanga accesa. Se si spegne al primo, egli non ha più parte nella
vittoria, ma gli sottentra il secondo, e se nè questi ancora la porta
accesa, il terzo è vincitore, ma se a tutti si spegnessero le faci,
niuno rimarrebbe vittorioso» (Paus., I, _Attic_. 30. — Cfr. Aristof.,
_Vespe_; Senof., _Finanze d’Atene_, IV; Eschilo, _Agam_.)
[99] Sull’ombra del gnomone, orologio solare (γνώμον, στοιχεῖον),
calcolavansi l’ore. (Ateneo, _Deipn_., I, 8; VI, 42; Aristof. in
_Polluce_, IX, 46; Aristof., _Eccles_., v. 652; Alcifr. III, 4).
I primi orologi solari (Erodoto, II, 109, li dice introdotti in Grecia
dai Babilonesi; Diogene Laerzio invece ne fa inventore Anassimandro,
e Plinio, _Hist. Nat_., 76, il discepolo di Anassimandro, Anassimene
milesio, che avrebbe posto il primo gnomone a Sparta) consistevano in
una colonna drizzata sopra uno spazio piano, su cui segnavansi diverse
linee: e l’ombra della colonna che riflettevasi successivamente su di
esse, segnava le ore. In seguito, e già all’epoca del dramma nostro,
usarono per maggiore speditezza piantar un gnomone o stilo di ferro
sopra una parete o una colonna; e rendea lo stesso servigio. L’ombra
dello stilo accorciandosi o allungandosi col corso del sole indicava
le ore col numero dei piedi di lunghezza. Indi, per chieder l’ora,
usavasi dire _Che ombra fa?_ Naturalmente di buon mattino l’ombra era
lunghissima (Palladio, _De re rustica_, calcola di 29 piedi l’ombra di
un quadrante antico, in gennajo, al levar del sole) e più diminuiva
accostandosi al meriggio, per tornare a crescer poi: sicchè l’ore di
primo mattino e di sera inoltrata eran segnate dal numero di piedi
maggiore. Per altro, sul numero preciso dei piedi, corrispondente fra i
Greci alle singole ore, non si hanno che calcoli approssimativi e molto
incerti; pare, per esempio che il quadrante di Palladio, costrutto pel
clima di Bisanzio, registri la divisione dei piedi in numeri maggiori
probabilmente che non si usasse ad Atene: poichè in Aristofane e in
Menandro, presso Ateneo, vediam fissata di solito per ora della _cena_
in Atene l’ombra di _dieci_ o di _dodici_ piedi: e si sa che ad Atene
la cena (δεῖπνον) aveva luogo ad ora assai tarda, al tramonto del
sole o anche dopo. Vero è che in Eubulo, presso Aten. I, 8, troviam
menzionata come ora di cena un’ombra di _venti_ piedi: che accenna
probabilmente ad un gnomone diviso in 24 piedi.
L’ore poi del giorno erano di due sorta: _equinoziali_ che partivano
il dì civile, come da noi, in 24 parti eguali: e _artificiali_, che
dividevano sempre tanto il dì che la notte in _dodici_ parti, più
lunghe o più brevi quindi, secondo la lunghezza dei giorni e delle
notti nelle varie stagioni. Quest’ore artificiali si designavano
sommandole a tre a tre, ossia si ripartivano in quattro divisioni
eguali di tre ore ciascuna, tanto pel dì che per la notte. Di giorno,
le tre prime ore dal levar del sole dicevansi la _prima_; le tre
seguenti, la _terza_; poi la _sesta_ e la _nona_. Di notte, le prime
tre ore del tramonto dicevansi _prima vigilia_, le tre successive
_seconda vigilia_; poi _terza_ e _quarta vigilia_.
Nella tavola di Palladio sopra ricordata, l’ombra di 15 piedi,
qui accennata nel dialogo, corrisponderebbe appunto alla terza ora
artificiale: vale a dire siamo sul finir della _prima_: e la _terza_ di
cui parla Carinade più innanzi, non cominciava che alla quarta ora dal
levar del sole (Cfr. circa l’ora mattutina dell’assemblea, Aristof.,
_Acarn_.; Eccles.).
[100] _E dorme, come dice il proverbio, le tre notti d’Ercole_
(Alcifir., _Lett_., III, 38). È nota la favola di Giove che giacque
con Alcmena, e per goderne più a lungo prolungò il corso di una
notte a quello di tre: dal qual concubito nacque Ercole (vedi Plauto,
_Anfitrione_).
[101] Con una corda tinta di rosso e distesa due servi pubblici
spingevano alla adunanza i più lenti. Il segno rosso che rimaneva sulle
loro vesti li faceva incorrere in una multa ossia nella perdita dei
tre oboli, come ritardatarii. Parlando dei ritardatarii, così segnati,
Aristofane fa dire a Cremete nelle _Aringatrici_: «_Ed era soggetto di
molto ridere nell’assemblea la gran copia di rosso che si era sparsa
all’intorno_» (Cfr. Aristofane in principio degli _Acarnesi_).
[102] _Tesmotéti_: erano gli ultimi sei de’ _nove arconti_. Quando
l’autorità regia fu circoscritta in Atene dopo la morte del re Codro
(1092 av. l’E. V.), i suoi eredi e successori della sua stessa dinastia
continuarono a tenere sotto il nome di _arconti_ la dignità suprema
dello Stato, con obbligo però di dar conto della loro amministrazione
al popolo (Paus., IV, 5, 10; Elian., _Var. St_., VIII, 5): fino a
che nel 752 av. l’E. V. gli Eupatrìdi, abbattuto l’arconte Alcmeone,
limitarono il potere dell’arconte responsabile, rendendolo da
ereditario elettivo, e da vitalizio temporaneo, circoscritto a _dieci
anni_ (Dion. Alycarn., I, 72). Più tardi infine, nel 682 av. l’E.
V., a prevenire possibili usurpazioni, anche l’ufficio dell’_arconte
decennale_ fu abolito, e i poteri supremi dello Stato che si
concentravano in lui furono ripartiti fra _nove_ magistrati _annuali_,
che conservarono il titolo di _arconti_. Scelti ogni anno per suffragi
tra la classe degli eupatrìdi, essi avevano la direzione generale degli
affari interni ed esterni della città.
Il primo dei nove — ch’era l’arconte per antonomasia e chiamavasi
_arconte epònimo_, perchè dava all’anno il proprio nome — stava a
capo dell’amministrazione civile: contratti, donazioni, successioni,
matrimonj, divorzj, testamenti, tutela degli orfani, ecc. Il secondo,
_arconte re_ o _basileo_, era sommo sacerdote, presiedeva agli affari
del culto; sagrifizi, feste, giudizj di sacrilegio, ecc. Il terzo
arconte, ossia il _polemarco_, aveva il comando supremo delle forze
militari e la direzione delle cose spettanti alla guerra. Gli altri sei
arconti, designati insieme sotto il nome di _Tesmoteti_, istruivano i
processi criminali più importanti, giudicavano in ultima istanza delle
cause civili, e in generale degli affari che non erano di speciale
competenza dei primi tre arconti.
Al tempo di Alcibiade però le riforme democratiche avevano diminuito
di assai questo potere degli arconti. La creazione de’ dieci strategi
avea tolto al _polemarco_ il comando degli eserciti, come i tribunali
degli eliasti limitarono il poter giudiziario dell’eponimo e degli
altri arconti, ridotto ormai a poco più che alla istruttoria e alla
presidenza nei giudizi di loro giurisdizione (Corsini _Fasti attici_,
I; Schömann, _Antich. greche_, I, 412; Hermann, _Antich. polit_., 138;
Meursius, _Arconti_, I, 1).
[103] L’obolo (_attico_) era una piccola moneta in origine d’argento,
ma più tardi di bronzo, del valore di circa 15 centesimi italiani.
Formava la sesta parte di una dramma (attica) ch’era moneta di argento,
del valor di circa 90 centesimi italiani o poco più.
Variano molto i còmputi degli scrittori circa il ragguaglio delle
monete ateniesi. Valutando col Boeckh, ch’è fra i più attendibili, la
lira ateniese, ossia la _dramma_ attica, 92 centesimi di franco, offro
qui, a schiarimento del lettore, alcune indicazioni:
Un _obolo_ valeva 15 centesimi e 33 millesimi.
L’obolo dividevasi in 8 calchi: ossia il _calco_ valeva qualcosa meno
di due centesimi; e tre calchi formavano il _tricalco_, ch’era piccola
moneta equivalente al nostro cinque centesimi, o poco più. Dividevasi
anche l’obolo in sei denari: ossia il _denaro_ valeva qualche cosa più
di due centesimi e mezzo; e ogni denaro in sette _terunzj_ o _minuti_:
cioè ogni terunzio valeva poco più di un terzo di centesimo.
Due oboli formavano il _simbolo_ o _diòbolo_, la mercede degli
spettacoli. Tre oboli erano il famoso _triòbolo_, la mercede del foro
e degli eliasti = L. 0,46. Due trioboli, ossia sei oboli, formavano la
dramma = L. 0,92. Quattro dramme formavano la _tetradramma_ = L. 3,68,
tipo di monete d’argento, delle quali un buon numero è pervenuto sino
a noi. Le tetradramme, di cui le più antiche furono battute al tempo
di Pericle, hanno, negli esemplari che ancor ce ne restano, la forma
solita quadrata delle monete antiche, e recano da un lato la impronta
di Minerva, dall’altra quella di una civetta.
Cento dramme formavano una _mina_ = L. 92. Sessanta mine, ossiano
seimila dramme, formavano un _talento_ (attico) — moneta nominale —
il quale valeva quindi = L. 5520. E così le entrate di Atene che nel
nono anno della guerra peloponnesiaca salivano alla cifra di 2000
talenti, volevano dire la somma di L. 11,040,000. Somma ragguardevole
se si ha presente il prezzo altissimo del denaro a quell’epoca in cui
il triobolo, ossia i 46 centesimi degli eliasti, rappresentavano una
mercede sufficientissima al vitto quotidiano di un cittadino, e in cui
i provveditori generali della repubblica erano pagati con due, tre o
quattro dramme al giorno (da meno di due a meno di quattro lire).
Oltre le monete attiche, molte altre greche ed asiatiche avean corso
sul mercato di Atene. Così la _dramma di Corinto_ e la _dramma
di Egina_ che valeva L. 1,53; e l’_obolo di Egina_ che valeva in
proporzione la sesta parte, ossia centesimi 25 e mezzo.
Vi era il _bue_, così detto dall’impronta di un bue, che valeva _due
dramme_, ossia un _didramma_; il _core_ che valeva _quattro dramme_,
ossia una _tetradramma_.
Vi era lo _statere_, moneta d’argento, valutato dal Peyron L. 6,12.
Altri fanno lo statere (d’argento) equivalente alla tetradramma.
Lo _statere darico_, ossia il _darico_, era il nostro napoleon d’oro.
Valeva secondo gli uni 20 dramme = L. 18,40, secondo gli altri
25 dramme = L. 23. Il darico era moneta di conio persiano, di oro
purissimo, e recava l’impronta di un saettiere.
Lo _statere d’oro_, secondo il Volaterrano, valeva quanto la mina,
ossia 92 lire.
Il _talento babilonico_ infine valeva un quinto di più del talento
attico, ossia invece di 60 valeva 72 mine = L. 6624.
[104] Perchè la povertà non togliesse i proletarj che esercitavano un
mestiere e del lavoro di esso campavano, dal frequentar le assemblee
del foro e i tribunali; e per servire insieme alle proprie mire
di dominio assicurandosi così contro la fazione che lo osteggiava
l’appoggio delle classi popolari, Pericle assegnò agli intervenienti
alle assemblee la mercede di un _triobolo_ (46 centesimi) per ogni
seduta (μισθὸς ἐκκλησιαστικὸς) e così pure stabilì la mercede di
un obolo, che venne poi anch’essa elevata a tre, per ogni tornata
(μισθὸς δικαστικὸς) a coloro che sedevano giudici nei tribunali o
_dicasteri_ della Eliea. In appresso Pericle completò questo suo
sistema di largizioni che asciugavan l’erario, ma gli cattivavano il
favor popolare, coll’aggiungere anco la mercede di _due oboli_ per li
spettacoli (θεωρικὸν) e il soldo militare. — E la smania di passar
il tempo nei tribunali e nelle assemblee, non tardò a divenire una
caratteristica delle classi povere in Atene, acremente satireggiata
da Aristofane nelle sue commedie e specialmente nelle _Vespe_. In
quella de’ _Cavalieri_ Aristofane chiama il popolo _confraternita di
triobolisti_. Indi Senofonte scriveva: «la _plebe ambir soltanto quelle
magistrature che fruttavanle qualche obolo_,» e Aristotile: «_Mercedi,
ozio e desiderio di assembrarsi esser cose connesse fra di loro_»
(Senof., _Rep. Aten._, I, 3; Aristof., _Polit._, IV, VI): e Socrate
infine chiamar, come vedemmo, il popolo, _chiacchierone ed ingordo di
salarj_ (Plat., _Gorgia_).
[105] _Eliasti_ o _dicasti_ erano i _giudici_ cittadini, ovvero
i nostri _giurati_: e giudicavano così delle cause criminali come
delle civili. Traevano il nome ἠλιασθαί da ἠλιος _cielo_, perchè
giudicavano a cielo aperto. Si sceglievano ogni anno a sorte in numero
di _seimila_, (ossia in ragione di 600 per ciascuna delle dieci tribù)
fra i cittadini di tutte le classi, che avessero raggiunta l’età
di trent’anni. Di questi seimila, che formavano complessivamente
la Eliea, cinquemila venivano, pure a sorte, ripartiti in _dieci
dicasteri_ o _corti di giustizia_ di 500 eliasti ciascuna: gli altri
1000 funzionavano da _giurati supplenti_ pei casi di assenza, morte,
malattia, ecc., durante l’anno. Nei dì di seduta, tutti gli eliasti
convenivano in piazza, ossia nell’_agora_, e là il tesmoteta indicava
a quale dicastéro o corte era assegnata la tal causa, sicchè alla
vigilia del processo gli accusati interessati ignoravano da quali
giudici sarebbero giudicati. Le sedute delle corti di giustizia
si tenevano sotto la presidenza di uno dei tre primi arconti o
di uno dei tesmoteti, secondo la rispettiva sfera di competenza
di quei magistrati; per gli affari militari si tenevano sotto la
presidenza degli strategi. I magistrati presidenti avevano il carico
dell’istruttoria delle cause, su cui il voto dei 500 eliasti, udite le
parti e le difese, decideva (Meyer e Schömann, _Der attische Prozess_).
[106] _Nottole del Laurio, civette del Laurio_ (γλαῦκες λαυριοτικαὶ,
Aristof., _Uccelli_), chiamavan gli Ateniesi, con frase scherzevole,
le monete di argento che recavan l’impronta di una nottola, ed erano
coniate coll’argento delle miniere del Laurion. Negli _Acarnesi_
Aristofane chiama anche _tre cuculi_, κοκκυγές τε τρεῖς, i tre oboli
della paga del foro.
[107] Modo greco proverbiale nato dall’apparir delle rondini come
nunzie della fine dell’inverno e portatrici della bella stagione: con
che significavasi il voto di un mutarsi in meglio della sorte. Così
Mnesiloco invoca l’apparir della rondinella nelle _Tesmoforie_ di
Aristofane.
Ancor oggi la _canzone delle rondinelle_, di cui parlan gli antichi,
viene intonata il primo di marzo, scrive l’Ampère, dai fanciulli
greci, e a Rodi i garzoncelli cantano ancora: «È venuta, è venuta la
rondinella, che mena la bella stagione! Aprite, aprite la porta alla
rondinella!» (Cfr. Ampère, _Poesia greca in Grecia_).
[108] Ossia del borgo o demo di Sunio. Vedi in proposito la nota 55
dell’atto primo.
[109] La mercede di Pericle aveva sedotto in particolar modo,
come accennammo, i cittadini artigiani dell’ultima classe, i quali
trovavano più comodo seder nell’assemblea che sudar nella bottega.
Senofonte fa dire a Socrate nei _Memorabili_ (III, 7) che il foro
riboccava di «_lavoratori, calzolaj, fabbri, agricoltori, mercanti_,
ecc.» E Platone, per bocca ancora di Socrate, annovera fra coloro che
dan consigli alla città nell’assemblea _architetti, fabbri ferraj,
calzolaj, mercanti, nocchieri_, ecc. (_Protag._, X).
[110] Questo chiacchierio sfaccendato dei popolani sciupanti il tempo
in piazza a domandarsi le notizie della giornata, dava terribilmente
sui nervi al buon Demostene. «Mentre Filippo sfida armi, fatiche,
cimenti, non perde occasioni nè tempi, noi Ateniesi invece _impigrire
e sfaccendati per piazza domandarci l’un l’altro: che c’è di nuovo?_
ἡμεῖς δὲ... οὐδὲν ποιοῦντες... καί πυνθανόμενοι κατὰ τὴν ἀγοραν εἴ τι
λέγεται νεώτερον (Dem. _Sulla lettera di Filippo_). E altrove: «_Volete
forse baloccando in giro su per la piazza domandarvi: che nuova c’è?_
περιιόντες... πυνθάνεσθαι κατὰ τὴν ἀγορὰν λεγεταὶ τι καινὸν. Qual
nuova più strana che un uomo macedone debelli gli Ateniesi?» (Demost.,
_Filipp._, I).
[111] «_Come van sempre peggio i fatti miei, alla foggia, com’è il
proverbio, di Mandràbulo_» (Alcifrone, _Lett._, I, 9). Modo proverbiale
originato da certo Mandrabulo, il quale avendo trovato un tesoro,
offerse il primo anno a Giunone Samia una pecora d’oro, il secondo una
d’argento e il terzo una di bronzo, il quarto nulla (Vedi Luciano, _De
merc. conduct._, e Suida).
[112] Usavano mettere in bocca il danaro «_Quando torno a casa, la mia
figliuola, chiamandomi babbo, mi trae i tre oboli di bocca_» (Aristof.,
_Vespe_).
[113] _Per i dodici Dei._ I dodici Dei maggiori, compresi da Ennio nel
suo distico:
_Juno, Vesta, Minerva, Ceres, Diana, Venus, Mars,_
_Mercurius, Jovis, Neptunus, Vulcanus, Apollo,_
avevano nella piazza Ceramica d’Atene un’ara ad essi dedicata, perciò
detta δωδεκάθεον, e invocavansi spesso nelle esclamazioni.
[114] «_Dimmi, o padre, se oggi l’Arconte non terrà giudizio, come mai
ci compreremo noi da pranzare?_» (Aristof., _Vespe_).
[115] A ogni novilunio, cioè al cominciar d’ogni mese, i ricchi usavano
far le lustrazioni, ossia purificar le loro case: e i cibi che si
trovavano avere, per non li buttar via, li esponevano nei trivj, dove
Ecate adoravasi, in offerta a quella Dea; e diceansi: _cene di Ecate_,
o anche appunto _cibi lustrali_. Per lo più consistevano tali offerte
in uova e in cacio. Appena poi gli offerenti partivano, quelle vivande
venivano dai poveri involate. «_Si può interrogar Ecate, se sia meglio
arricchire od aver fame: poichè ella dice che i doviziosi debbono
ogni mese venirle a imbandire la cena, e i poveri rapirla prima che
sia imbandita_» (Aristof., _Pluto_, v. 594 seg. Cfr. Luciano, _Dial.
dei morti_, 1, 22; e il _Tragitto_). Nelle lettere di Giuliano son
chiamate _cene di Ecate_, τῆς Ἑκάλης δεῖπνον, là ove è detto che lo
stesso _Teseo non disprezzò una cena di Ecale, ossia una magra cena,
e contentossi del poco per necessità_ (Giul., _Epist._, 40). Ma Ecale
dev’esser error di copista. — Il comico Antifane, presso Ateneo, VII,
313, chiama scherzosamente _cibi di Ecate_, Ἑκάτης βρώματα, alcuni
pesciolini minutissimi, tanto minuti da non esserci niente da mangiare.
[116] _Le nove Cannelle_, ossiano l’_Enneacrùno_, erano una fontana
pubblica di Atene, che dava acqua da nove bocche. Fu fatta costruire
da Pisistrato e diceasi da principio _fontana di Calliroe_; sotto il
qual nome è ricordata in Tucidide (III, 15). Di essa si servivano gli
Ateniesi per le lustrazioni ed altri usi sacri: e i poveri v’andavano
a bere. «_Se alcun non m’invita, dovrò andar cogliendo erbe ed empiere
il ventre bevendo all’Enneacrùno._» — Così un parassito in Alcifr.,
_Lett._, III, 49. Intorno alla storia di Calliroe e all’altra fontana
nell’Acaja dov’ella venne ad uccidersi e che da lei prese il nome, vedi
Pausania, _Acaja_, 21.
[117] Sulla mania dei giudici ateniesi di condannare, vedi Aristofane,
_Vespe_.
[118] Cfr. Aristof., _Vespe_, v. 301.
[119] Imposta principale, e pressochè unica, pei cittadini di Atene
(astrazion fatta dalle _liturgie_, cioè spese dei cori, dei giuochi
sacri, delle triremi, ecc., a carico dei ricchi), fu da principio
quella sulla proprietà fondiaria, la quale appunto servì di base alla
ripartizione solonica delle quattro classi. Era del _cinquantesimo_
sull’_estimato_, il quale però diminuiva di classe in classe, rendendo
così l’imposta in parte progressiva. _Prima_ classe: proprietà
fondiaria 6000 dramme (rendita netta 500 dramme, estimo 6000) imposta
120 dramme. _Seconda_ (_Cavalieri_): proprietà fondiaria 3600 (rendita
netta 300 dramme, estimo 3000), imposta 60 dramme. _Terza_ (_Zeugìti_)
proprietà fondiaria 1800 (rendita netta 150, estimo 1000) imposta 20
dramme. Quelli dell’ultima classe pagavano ancor meno o niente, se non
possedevano terra.
Il resto delle entrate della città era formato dal tributo degli
alleati, dalle rendite delle terre pubbliche date a pigione, dai
pedaggi, dazi e tasse di commercio che erano per lo più a carico
degli alleati e forestieri, dalle decime sui fondi sacerdotali, dati a
usufrutto, dalla tassa di protezione che pagavano i meteci (12 dramme
a testa), dalla tassa di tre oboli per ogni schiavo e dal ricavo delle
multe giudiziarie.
Ma cresciuti i bisogni per la guerra del Peloponneso, nè i 400 talenti
(L. 2,208,000) di entrata interna che davano al tempo di Pericle
quelle imposte cittadine, nè gli altri 600 di entrata esterna che si
ricavavano dai tributi sulle città confederate, più non bastarono
ai vuoti dell’erario: e per la prima volta, nel quarto anno della
guerra, i cittadini dovettero imporsi una nuova tassa di 200 talenti
(Tucid., III, 19) aumentando verisimilmente insieme anche il tributo
de’ confederati. Successivamente altre tasse indirette si introdussero,
e così anche quelli dell’ultima classe, che l’imposta solonica non
aggravava, portarono la loro parte di pesi. Qui appunto si citano fra
i nuovi carichi la tassa del _quarantesimo_ introdotta da un Euripide
fratello del tragico e menzionata in Aristof., _Eccles._; quella
dell’_un per cento_ accennata in Aristof., _Vespe_: e le straordinarie
ossiano le _sopradonazioni_ o _giunte_ (ἐπιδοσεῖς) che votavansi
dall’assemblea, in fuori delle consuete, nelle urgenti strettezze dello
erario (Teofr., _Caratt._, XXII; Demostene le chiama προσκαβλήματα, _C.
Timoc._).
Mercè i nuovi carichi e l’aumento dei tributi sui confederati, le
entrate complessive della Repubblica poterono salire, nel decimo anno
della guerra del Peloponneso, quando Aristofane scrisse le _Vespe_
(ossia già sei anni prima dell’epoca di questa scena) alla cifra di
2000 talenti (11,040,000), di cui 800 di entrate interne, e 1200 di
esterne.
Dalla spedizione di Sicilia soltanto comincia la rovina delle finanze
ateniesi; oltrechè la impresa assorbì somme enormi, i disastri che
seguirono, portando le defezioni dei confederati, diminuirono ogni dì
più le entrate esterne: sicchè più tardi, dopo il governo dei Trenta,
si trova Atene in conflitto coi Tebani, perchè non è in grado di pagar
loro due talenti dovuti! Ai tempi di Demostene, perduta gran parte dei
dominj del mare e perduta l’egemonia, le entrate eran scese sino ai
130 talenti: e Demostene si compiaceva che fossero risalite a 300 e 400
(Demost., _Filipp._, IV).
[120] Gli interessi dei debiti si pagavano al novilunio, cioè al 30 ed
ultimo del mese, il qual tempo era detto «_vecchio e nuovo giorno_» ἔνη
καὶ νέα nelle citazioni dei creditori: cioè l’ultimo di una lunazione e
il precursore di un’altra. Vedi Aristof., _Nubi_.
[121] Sui lamenti dei popolani ateniesi contro le concussioni e i
ladronecci dei magistrati e capitani della repubblica, vedi Aristofane
nelle _Vespe_, nei _Cavalieri_, negli _Acarnesi_. A questi lamenti non
v’era altro ad opporre se non che i venalissimi eliasti popolani erano
intinti della stessa pece: chè del resto la corruzione e i brogli e
le ruberie nel maneggio dei pubblici affari e dei pubblici denari —
di cui parlasi in questa e in altre scene del dramma — e che le leggi
soloniche _ab antico_ punivano di infamia e di morte — all’epoca
di Alcibiade erano affatto all’ordine del giorno. Indi Isocrate si
lamentava: _Noi curiam così poco le leggi, che mentre esse puniscono
di morte chi fu convinto di corruzione, noi quelli che spargono
palesemente il denaro, li facciam generali_ (Isocr., _De pace_). Nei
_Cavalieri_ Aristofane fa dire dal demagogo Cleone al salsicciajo: _Io
confesso di esser ladro e tu nol confessi_: e il coro a Cleone: _tu
adocchii i nostri tributi come i pescatori dall’alto di uno scoglio
adocchiano i tonni_: e poi il coro nelle strofe lamentando i tempi
passati: _nessun mai de’ condottieri_ (al tempo degli avi) _chiese
mai di nutrirsi come ora a spese pubbliche_. — Un po’ più tardi udrem
Demostene discorrere de’ suoi tempi per nulla dissimili: «Chi più
offende la patria, o il bifolco e il tapinello che per figliolanza e
domestiche necessità mancarono ai tributi, o chi nelle taglie riscosse
e negli averi degli alleati diede di piglio?... Perchè, o malvagio,
tu che da più di trent’anni maneggi la repubblica e in questo mezzo
la vedesti rubata or da molti capitani, or da molti oratori, non li
accusasti?... Ne volete la ragione? perchè tutti si spartono la preda,
tutti si divorano le esazioni ed insaziabili pelano e scorticano la
repubblica» (Demost., _C. Androz._).
[122] A Minerva i capitani eran tenuti ad offerire — e deponeasi nel
tesoro della Dea sopra l’Acropoli, — la decima parte delle spoglie
prese ai nemici. — «E non son ladri costoro che diedero di piglio nello
erario sacro, nelle decime di Minerva, nelle cinquantesime degli altri
Iddii? Anzi il lor sagrificio è di tutti più orribile, chè non deposero
nell’Acropoli il dovuto denaro» (Demost., _C. Timocr._).
[123] «Era il _Pritaneo_ un luogo sacro nella rocca di Vesta, dove
era perpetuamente acceso il fuoco. Ivi si conservavano le leggi
di Solone, e si forniva vitto quotidiano a coloro i quali avessero
ottimamente meritato della repubblica, o che la città volesse onorare,
onore giudicato grandissimo tra i Greci» (Ast., _Note al Protagora_
di Platone). Era presso i Greci quello che Tito Livio chiamava il
_penetrale urbis_ (XLI, 40), e che noi chiameremmo la _casa del
Comune_, il palazzo municipale. Nel Pritaneo stava l’altare degli
Dei patrono della città e il fuoco appunto vi ardeva perpetuamente ad
imagine del fuoco acceso nelle case private sul domestico altare agli
Dei penati. Oltre alimentarvi coloro ch’eran nudriti a spese pubbliche,
nel Pritaneo la città esercitava l’ospitalità verso i forestieri
illustri, ed ivi pure radunavansi i Pritani, i magistrati, gli
amministratori del Comune. Il Pritaneo insomma era il simbolo esterno
della grande aggregazione, della grande famiglia dei cittadini, e
significava che una città aveva amministrazione propria e indipendente.
Son note le parole con cui Socrate inviperì i suoi giudici, allorchè,
sentenziato colpevole e invitato, a tenor di legge, a dichiarare qual
pena ei credesse applicabile a sè, rispose: _quella di essere nutrito a
spese pubbliche nel Pritaneo_ (Plat., _Apol._, 26).
[124] γηγενέις, αὐτόχθονες, _autóctoni, indigeni, aborigeni, generati
dalla terra_: epiteto quasi di nobiltà che davano a sè stessi gli
Ateniesi.
Sull’orgoglio degli Ateniesi per la loro origine dal suolo, della
quale frequente si vantavano, vedi Platone, _Menesseno_: «Questa
disposizione generosa che vuol la libertà e la giustizia, quest’odio
innato dei barbari è inalterabile e radicato fra noi Ateniesi, perchè
noi siamo di origine puramente greca, e senza mistura coi barbari.
Da noi nessun Pelope, nè Cadmo, nè Egitto, nè Danao, nè tanti altri
veri barbari di origine, greci soltanto per la legge. Il puro sangue
greco scorre nelle nostre vene, senza mistura di sangue barbaro; da
qui nelle viscere stesse della repubblica scorre l’odio incorruttibile
a tutto ciò che è straniero» (_Ibid._); e Aristofane nelle _Vespe_:
«_Attici siamo_ noi, dalle aguzze diretane parti, _di vera nobiltà noi
soli ornati, di questo suolo antichi figli_» Cfr. Luciano, _Anacarsi_,
— dove Anacarsi dà cortesemente la baja a Solone e agli Ateniesi per
questo vanto che si attribuivano di _autóctoni_, ossia _indigeni_. —
Platone, nel _Crizia_, narra, che nella spartizione delle terre che
fecero gli Dei tra di loro, l’Attica, _siccome terra per natura adatta
alla virtù e alla sapienza_, toccò in sorte a Minerva e a Vulcano,
i quali _ingenerarono in essa dei buoni uomini autóctoni_. — Così un
oratore ateniese diceva con boria a Gelone di Siracusa: _Noi siamo il
più antico popolo di Grecia, e soli fra i Greci non mutammo mai patria_
(Erod., VII, 161). — Pericle, nell’orazione funebre, vanta come prima
lode di Atene l’aver sempre avuto gli stessi abitatori (Tucid., II,
36). — E un Ateniese, in Euripide (citato da Plutarco, _De exilio_,
III): _Noi non siamo già un popolo qua trasportato da straniero paese,
ma vi nascemmo autóctoni_. — L’origine vera poi di questo nome può
ritrovarsi nella sottile osservazione di Tucidide, che cioè, mentre le
altre contrade della Grecia, come la Tessaglia, la Beozia, l’Argolide,
per la ricchezza e fertilità del loro terreno, furono continuo oggetto
di contese fra le antiche stirpi guerresche, e quindi più di frequente
soggette al variar degli abitanti, l’Attica invece, il cui terreno
infecondo non destava la gola a nessuno, fu lasciata in pace; e così
«_siccome quella che per la sua sterilità andò lungamente immune da
rivoluzioni, ebbe mai sempre gli stessi abitatori_» (Tucidide, I, 2.
Cfr. Pausan., _Attic._, I, 14).
Vero è che questo vanto di _aborigeni_ attribuitosi dagli Ateniesi
sembra singolarmente guastato dalla opinione che _Cecrope_, il loro
primo re e fondatore, fosse uno straniero venuto nell’Attica con una
colonia dall’Egitto: per cui il vanto di _Cecròpidi_ che Carinade
accoppia all’altro di _autóctoni_, potrebbe a questo posto parere in
bocca sua imprudente od illogico o fuori di luogo. Su di ciò osservo:
che l’antica leggenda attica — _all’epoca del dramma_ — considerava
tuttora anche Cecrope precisamente come un re indigeno od autoctono
(Κέκρωψ αὐτόχθων, Apollod., lib. III), per lo che si favoleggiò di
lui che fosse mezzo uomo e mezzo serpente (simbolo della terra). —
Viceversa, l’opinione che Cecrope fosse egizio (registrata da Suida,
dallo scoliaste di Aristofane, da Tzetzes, da Cedreno), non sorse che
assai più tardi dell’epoca di Alcibiade; e cioè non prima del IV secolo
av. l’E. V., quando si notarono alcuni caratteri di somiglianza tra
la dea Athene e l’egizio Neith e quando i sacerdoti egiziani ebbero
accreditata l’opinione che la Grecia andasse all’Egitto debitrice della
sua civiltà religiosa e politica. (Cfr. Müller, _Orcomenos_, pag. 106;
Vos., _Antisymbolica_, II, p. 415; e Meursius, _Reg. Athen._ Sugli
altri nomi di discendenza con cui gli Ateniesi si chiamavano, vedi più
innanzi la nota 85 su Eretteo).
[125] «_È legge che chi si mostrò valoroso consacri tutte l’armi nel
tempio_», νόμος τὸν ἀριστα είς ἱερὸν πανοπλὶαν ἀνατιθέναι (Syrianus,
_Comm. in Hermog. — Consecrata jam dudum arma deposui_, Calpurn.
Flacc., _Decl._, XV). Altra legge prescriveva che chi avesse per tre
volte dato prova di valoroso in campo, avesse diritto entro trenta
giorni a chiedere quel premio che volesse; e non tanto per cagion
d’onore quanto per aver di che vivere, dispensato dal servizio
militare. _Ter vir fortis militia vacet_ (Calp. Fl., _l. c._). Indi la
frase del _consacrar l’armi_.
[126] Aristof., _Cavalieri_, v. 792.
[127] I Greci s’aiutavano nel far conti, or colle dita, or con
pietruzze o sassolini (ψῆφος) detti _calculi_ dai Latini, che
distribuiti variamente sul tavoliere rappresentavano le unità, le
decine, le centinaia (Teofrasto, _Carat._, XIV; Alcifrone, _Lett._, I,
26).
[128] Il calcolo è di Aristof., _Vespe_, v. 660, e si riferisce
all’anno 10.º della guerra del Peloponneso. Cfr. più sopra la nota 23.
[129] Aristof., _Nubi_, v. 859.
[130] Le vesti che si avevano indosso quando si era iniziati
ai misteri, dopochè si erano abbastanza usate, fatte logore ed
inservibili, si consacravano agli Dei. — Aristofane accenna a questa
usanza nel _Pluto_, v. 844.
[131] È superfluo avvertire come, all’epoca del dramma, i _sofisti_
avessero parte grandissima nella vita pubblica d’Atene e nella
formazione del carattere ateniese. I sofisti avevano invaso, può dirsi,
ogni ramo dell’educazione; alla loro scuola si formavano gli oratori e
i magistrati della repubblica. Essi avevano particolarmente contribuito
a sviluppare quella sterilizzante ginnastica dell’ingegno, che punto
curando la sostanza delle idee, si divertiva a giuocar di destrezza
sulle parole; quella smania di parlare per parlare, senz’altro scopo
che di dar prova di una puerile abilità dialettica poggiata sullo
scambio dei vocaboli; quel destreggiarsi pretenzioso e vuoto della
mente non più intesa alla ricerca di un’utile verità morale o di
uno scopo nobile e pratico della vita, ma a dar spettacolo di sè a
sè medesima, in un continuo giuoco di bussolotti del discorso, in
confusioni ridevolmente artificiose tra le idee e i loro segni vocali,
in un fuoco di artifizio di garbugli di parole e _calembourgs_. Qui
giuocar sulla ambiguità delle parole, là sulle apparenti sinonimie;
estendere al senso assoluto il valore accidentale d’una voce; parole
a più significati intenderle in una premessa ad un modo, nell’altra
ad un altro; dare alle parole che unite hanno un senso, lo stesso
disgiungendole e viceversa; tirar conclusioni essenziali dalle più
superficiali analogie — e via dicendo. «E più spicca l’assurdo, —
scrive lo Zeller (_Gesch. der Philos._, II) — più ridicola è la tesi,
più sguaiata è la scipitaggine in che l’avversario è stato preso,
tanto maggiore lo spasso e più sonoro l’applauso degli uditori.»
Sicchè chi aveva in pronto parecchi di questi garbugli di parole era
certo di chiamar gente a sè in piazza, come oggi farebbe un cavadenti
in fiera; e Socrate non per nulla loro affibbiava appunto l’epiteto
di _ciarlatano, ciurmadore_, γὸης (Plat., _Repub._, X). Naturalmente
costoro trovavano spesso anche pan pei loro denti: poichè quelle
abitudini ginnastiche del linguaggio generalizzandosi e addestrando
insieme le menti a vederne a nudo e impararne gli artificj, era facile
trovar nell’uditorio chi ritorcesse i cavilli contro il cavillatore,
ripagandolo della stessa moneta.
Questi che abbiamo accennati erano i distintivi caratteristici
della filosofia _eristica_, onde il nome di _sofista_ nel senso
nobile e antico della parola era venuto man mano assumendo un altro
significato. Filosofia della quale si ponno rintracciar le origini
nelle sottigliezze e quisquiglie idealistiche della filosofia eleatica
di Zenone e di Parmenide, e che ai tempi di Socrate era venuta
specialmente in voga per opera di Gorgia, di Protagora, di Prodico, di
Ippia, o meglio di una turba di loro colleghi di mestiere, che da essi
ritrassero il cavillare sconclusionato e le ridevoli sottigliezze e la
vacuità pretenziosa del metodo, senza possederne lo ingegno. È a questa
filosofia, dominante nei tribunali, nel foro, nelle piazze, che Socrate
opponeva gli attacchi della sua ironia finissima, del suo squisito
senso pratico, di quella sua filosofia informata al culto del retto
e del vero, che Platone e Senofonte ci tramandarono e che al grande
filosofo procacciarono il bel compenso di essere spesso confuso, come
nelle _Nubi_ di Aristofane, con quei medesimi che egli attaccava.
Il sofista da me introdotto a parlare in quest’atto appartiene a
quella categoria più volgare degli _eristici_: egli porta il nome di
uno dei due eristici messi alle strette da Socrate nell’_Eutidemo_;
ma i suoi sofismi (qui naturalmente acconciati alla meglio per servire
ad un piccolo scherzo comico) accennano alle sottigliezze e negazioni
eleatiche sull’_essere_ e sul _divenire_, di cui abbiamo un saggio nel
_Parmenide_ e in altri dialoghi di Platone.
[132] Una caratteristica degli _eristici_ era appunto la loro pretesa
scienza _enciclopedica_. Ed era naturale: le _idee_, le _cose_, per
essi non essendo _nulla_, e le _parole tutto_, niente di più ovvio
dello esercitare la loro arte e i loro sproloqui su qualunque ramo
dello scibile. Per essi non vi poteva essere nè scienza, nè arte
difficile: tutte, per essi, si valevano a un modo, perchè erano tutte
eguali davanti alla loro ciarlataneria dialettica: ed essi quindi
millantavano di essere dotti in tutte. Alludendo appunto a questo
ammasso sconnesso e svariato di cognizioni confuse, Socrate paragonava
ironicamente l’arsenale scientifico d’un sofista — ἔμπορος (Plat.,
_Protag._) — ad un _emporio_. È noto di Ippia che venuto in Olimpia,
oltre al vantarsi di insegnare tutto lo scibile umano, e di disputare
su qualsiasi argomento, mostrava le sue vesti, l’anello, il sigillo, la
profumeria, i calzari, la fascia, e perfino una stregghia, affermando
_tutto quello essere lavoro delle sue mani_ (Platone., _Ipp. min._;
Cicer., _de Orat._, III, 32). Nell’_Eutidemo_, Socrate, presentando a
Clinia i due eristici Eutidemo e Dionisodoro, dice di loro con velata
ironia che essi sono sapienti «in cose non da poco ma grandi; sanno di
guerra quanto s’appartiene a un buon generale, e i modi di schierare e
comandar gli eserciti; capaci anche di mettere uno in caso di aiutarsi
da sè davanti ai tribunali.» — Ma i due sofisti gli dan sulla voce
osservando che queste per loro le sono inezie, a cui non si applicano
che per passatempo: e ch’essi sanno di meglio, e sono in grado
d’insegnare anche la virtù (Plat., _Eutid._, II).
[133] Cfr. Aristof., _Nubi_; Plat., _Eutidemo_, II.
[134] Di Protagora — un de’ sofisti che andavano per la maggiore — nel
dialogo di Platone che porta il suo nome, è detto ch’ei fosse il primo
de’ sofisti a pigliar una mercede delle sue lezioni (Plat., _Protag._,
II, III, XXIII); altrove nello stesso dialogo, Protagora medesimo dice:
«Io credo poter ajutar chi si sia a diventar un valentuomo, in maniera
condegna alla mercede che io esigo, anzi a molto maggiore. Per il che
appunto alla riscossione della mercede ho posto questa norma. Appena
uno abbia appreso da me, sborsa a un tratto, quando ei voglia, la
mercede ch’io domando; altrimenti, andando a un tempio e giurando quel
prezzo al quale egli stima gli insegnamenti ricevuti, quello depone.»
(_Ib._, XVI). Il che rende inverisimile l’asserzione di Diogene
Laerzio (IX, 52) che Protagora riscotesse da ciascun discepolo cento
mine (circa 8590 franchi) come l’asserto che Protagora fosse il primo
a prender salario è contraddetto dallo stesso Platone, ove narra di
Zenone, il sofista eleate, che s’era fatto pagar le lezioni da Pitodoro
e da Callia anche lui cento mine ciascuna (Plat., _Primo Alcib._, XIV):
lezioni salate.
Comunque sia, all’epoca del nostro dramma, questa retribuzione del
_salario_, era un altro dei caratteri che distinguevano la profession
del _sofista_, da quella dei _filosofi_, come Socrate, Platone,
Aristotile, i quali distribuivano _gratis_ la loro sapienza. _Non
esigeva mercede da nessuno_, dice, di Socrate, Diogene Laerzio
(_Socr._). E perciò Socrate nel _Protagora_ affibbia ai sofisti il
titolo di κάπελος ed ἔμπορος, ossia _mercante al grosso ed al minuto_;
Senofonte chiama i sofisti _gente che vendono la sapienza per danaro a
chi la vuole_ (_Memorab._, I, 6, 13); e Platone e Aristotile accennano
al _pagamento di una mercede_ come ad una specialità distintiva della
professione del sofista (ἔμμισθος θηρευτής è chiamato il sofista da
Platone nel _Sofista_, e χρηματιστής da Aristot., _Soph., El._, I).
[135] Via d’Atene, ricordata ripetutamente in Alcifrone, _Lett._, I,
39; III, 8. — _Agnone_ era un borgo dell’Attica, della tribù Ajantide.
[136] Dalla famosa e tenebrosa grotta ov’era l’oracolo di Trofonio
(presso Lebadia in Beozia) fatta spaventevole a quei che vi entravano
dalle fattucchierie dei sacerdoti, era venuto tra i Greci il proverbio
che usavasi parlando di uomo scuro in faccia e che non ride mai:
_Egli ritorna dell’antro di Trofonio_. Sull’oracolo di Trofonio, vedi
Pausania, _Beot._, IX, 39.
[137] La superstizione e il culto dei presagi e degli augurj e la
fedele osservanza delle pratiche religiose erano anch’esse qualità
_caratteristiche_ del popolo ateniese, nel tempo stesso ch’ei
tollerava sulla scena si deridessero — purchè non si negassero — gli
Dei. Alla superstizione religiosa, Alcibiade dovette in gran parte
il suo primo bando, Socrate la sua condanna di morte. Per accuse di
reato di religione (di aver profanati i misteri, o messo in dubbio
l’esistenza degli Dei, ecc.) furon pure processati e condannati, com’è
noto, il tragico Eschilo, e i filosofi Anassagora, Diagora di Melo,
e Protagora e Prodico di Ceo. Nè dai pregiudizj religiosi andavano
esenti spesso le menti più illuminate, perchè sappiamo di Senofonte
che fu superstiziosissimo, e lo stesso seriissimo Tucidide accenna agli
eclissi come a segni precursori di disgrazie (_Tucid._, I, 23). — Vedi
ancora su questo proposito dello spirito superstizioso e delle pratiche
di superstizione tra gli ateniesi, i frammenti caratteristici che ci
restano di diverse commedie di Menandro, in ispecie del _Superstizioso_
(Δεισιδαίμων) presso Clem., Alex., _Strom._, VII; del _Trofonio_,
presso Stob., 98; del _Misogino_, presso Strab., VII, 297; della
_Sacerdotessa_ (Τέρεια) presso Giustino, _Monarch._, 29, ecc.
[138] Si accennano alcune superstizioni del volgo ateniese. Il buccinar
delle orecchie, l’incontro di una donnola, di un epilettico, di un
pazzo, ecc., eran tenuti per infausti presagi (Teofrasto, _Caratteri_,
XVI; Aristofane, _Eccles_.; Elian., _Var. St_., IV).
[139] Sgombratori o fugatori o _scacciatori dei mali_ ἀποτροπαῖοι,
ἀποπομπαῖοι, ἀλεξίκαια chiamarono i Greci Ercole, Apollo e Polluce
siccome divinità incaricate di allontanar dagli uomini i mali
imminenti. Erano gli _averrunci_ dei Latini. Si sagrificava loro una
agnella; e specialmente ricorrevasi alla lor protezione, se appariva
qualche segno o presagio infausto (Senofonte, _Simpos_., cap. III;
Alcifr., _Lett_., III, 47, 53; Pausan., _Corint_., II, 11; Platone,
_Leggi_, IX, 854, a.).
[140] Superstizione ateniese (Teofrasto, _Caratt._, XVI).
[141] Scosse di terremoto, e tuoni e lampi — presagi infausti
(Aristof., _Eccles_.; Eschilo, Sofocle, Omero, ecc.).
[142] _Atenapólia_, o _Minerva Poliade_, altro dei soprannomi di
Minerva quale protettrice della città di Atene, ove le era dedicato,
in cima all’Acropoli, il tempio del Partenone. Ivi era la statua della
Dea armata dell’asta e dello scudo, capolavoro di Fidia; alta ventisei
cubiti, tutta d’oro e d’avorio, coperto il capo di un elmo sul quale
era una sfinge (Vedine la descrizione in Pausan., _Attic_., I, 24). In
faccia al tempio era un antico ulivo che la tradizione popolare voleva
piantato dalla stessa Minerva: ed era tenuto per sacro: di ramoscelli
di essi si premiavano i vincitori nelle feste Panatenee (Meurs., _Them.
Att_., II, 36).
[143] Lampone, indovino di Turio, menzionato da Aristofane (_Uccelli_,
v. 521, 988).
[144] «_Vo’ irmene ad alcun di coloro che appo il tempio di Bacco
tengono esposte le tabelle e promettono di spiegare i sogni_» (Alcifr.,
_Lett_., III, 59). — Anche di Lisimaco, nato da una figlia di Aristide,
si narra che con una certa sua tabella interpretava sogni in Atene
presso il tempio di Bacco (Plutarco, _Arist_.). — È nota l’importanza
grande che i Greci annettevano ai sogni; indi il gran numero di sogni
famosi presso gli scrittori, come il sogno di Aristodemo, il sogno di
Socrate, di Alcibiade, di Epaminonda, di Agesilao, ecc.
[145] Sono due di quelle parole magiche che i Greci solevano chiamare
_lettere efesie_ — ἐφέσια γράμματα — delle quali usavano indovini e
ciurmadori per prendere a gabbo la credulità delle donnicciuole e
delle persone superstiziose; sulla derivazione delle quali, e sul
cui significato, osserva il Wieland, sono state scritte con molta
filologia molte cose vane. Diceansi _lettere efesie_ perchè la cintura
e la corona della statua di Diana in Efeso eran tutte sparse di simili
parole e segni cabalistici, con cui gli indovini e preti mendicanti
e mercanti d’amuleti (προβασκάνια) spacciavano di allontanare i mali
spiriti, scongiurar le imprecazioni dei nemici, ecc. Cfr. Platone,
_Repub_., II, 364.
[146] Socrate quasi mai portava sandali (Plut., _Simp._, II; Aristof.,
_Nubi_); austerissimo in tutto il suo vestire. Per altro, come questo
era in lui semplicità virtuosa del costume, e non ostentazione, così
egli era ben lontano dalla rozzezza e dal sudiciume di Antistene e de’
Cinici: e se recavasi in una casa ammodo, vi andava senza ricercatezza,
ma ben vestito — λαμπρά ἠμπίσχετο — (Diog. Laerz., _Socr_.): e così
Apollodoro incontra Socrate che si reca (_Simp_., II) tutto pulito,
_lavato_ e, contro il solito, _calzato di sandali_ — λελουμένον καὶ τὰς
βλαύτας ὑποδεδεμένξν — al banchetto di Agatone.
[147]
Ὅτι βρενθύει τ’ἔν ταῖσιν ὀδοῖς καὶ τὼ’ φθαλμὼ παραβάλλεις
Κανυπόδητος κακὰ πολλ’ ἀνὲχει κὰφ’ ἤμιν σεμνοπροσωπεῖς.
(Aristof., _Nubi_, v. 362-3)
[148] Salvo l’esatto adempimento de’ suoi doveri di cittadino, Socrate
astenevasi dalla vita pubblica, dai tribunali e dalle assemblee (Plat.,
_Apol_., I, XIX, XX). Il suo solito _demone_, egli diceva, _lo aveva
sempre trattenuto dallo immischiarsi nelle brighe di Stato_: in fondo
egli sentiva dentro di sè che il campo del suo grande apostolato
era altrove; e che non era già tra le ciancie e i litigi dei venali
Eliasti, nè tra il cozzo delle passioni meno nobili e dei bassi
intrighi disputantisi il campo nell’assemblea, ch’egli poteva sperare
di far udire utilmente per la repubblica i consigli della sua sapienza
e delle sue virtù. — Una sola volta, com’egli potè ricordarlo con
orgoglio davanti a’ suoi giudici, egli prese la parola nelle cose
della repubblica: e fu per opporsi, indarno, alla iniqua condanna dei
capitani vincitori alle Arginuse (_Apol_., XX).
Un’altra missione nella sua città stava innanzi alla mente di quel
giusto. «In un tempo, scrive il Wieland, in cui nessuno sembrava
accorgersi come la depravazione sempre crescente degli antichi costumi
andava approssimando lo Stato alla sua perdizione; in un tempo in
cui il troppo rapido passaggio dall’aurea mediocrità di altra volta
al culmine di potenza e di ricchezza a cui Pericle avea spinta la
repubblica, apriva agli invaniti Ateniesi prospettive così luminose
da farli dimentichi di ogni moderazione, nè più sognar d’altro che
di dominio universale, e illimitato aumento di possessioni e di
tributi; in un tempo in cui un uomo di vista così lucida e di così sano
giudizio, com’egli era, poteva presentir facilmente che una terribile
tempesta si andava formando per piombar sopra Atene, e che ben tosto
sarebbesi presentata l’occasione in cui l’universale penuria di virtù
morali e politiche avrebbe dovuto farsi profondamente sentire colle
più funeste conseguenze; — in siffatto tempo offrir sè medesimo, nei
pensieri e nelle massime, con la voce e con le opere, qual esempio di
tutte le domestiche e civili virtù, per trarre a sè con l’incentivo
delle sue maniere soavi la gioventù della classe più cospicua, e
formarla a poco a poco a pensamenti e principii conformi, questo
innegabilmente era il servizio maggiore che un uomo prestar potesse
alla patria: e l’unico uomo che il _voleva_ e lo _poteva_ era, anzi
fu... Socrate» (Wiel., _Aristippo_, I, lett. 6).
[149] In tutta questa parlata di Diocare, il cointeressato de’
sacerdoti, cerca raccogliere i giudizj e le dicerie che correan per
Atene sul conto di Socrate, a quest’epoca del dramma (415 av. l’E.
V.), cioè nove anni dopo la rappresentazione delle _Nubi_ e quindici
anni prima dell’accusa di Melito: giudizi e dicerie che, accreditate,
checchè se ne dica, e sia pure involontariamente, dalla satira di
Aristofane, avvalorate dalla credulità, dalla ignoranza e dalla sorda
guerra dei demagoghi, dei sofisti, dei sacerdoti e di tutti coloro
che la ironia di Socrate aveva irritato o pei quali la sua persona
era un’accusa e un rimprovero vivente, dovevano preparar lentamente il
terreno a quelle prevenzioni che alla fine presero corpo nel processo e
furono le cause della condanna del grande filosofo.
Il metodo stesso di vita di Socrate, apparentemente ozioso, pareva
fatto apposta per avvalorare i pregiudizi che cominciavano a circolare
tra il popolo in odio suo. Le leggi antiche soloniche, severissime
contro l’ozio, cui comminavan l’infamia (Plut. e Diog. Laerz. in
_Solone_; Erodoto, II; Polluce, VIII, 6), obbligavano ogni cittadino
del terzo e del quart’ordine a esercitare qualche utile ed onesta
professione, o a servire immediatamente la repubblica. Nell’opinione
degli Ateniesi, Socrate (sebben come soldato avesse fatto il suo dovere
a Potidea, ad Anfipoli, a Delio) non faceva nè una cosa nè l’altra:
poichè «ch’ei fosse a vedersi ed udirsi giornalmente per tutti i vicoli
di Atene e per le pubbliche piazze, e ch’egli andasse da una bottega e
da un’officina all’altra a molestar la gente ne’ suoi mestieri con le
sue questioni e sottigliezze — come essi le nomavano — ciò non veniva
riguardato dal basso popolo e neppure dalla massima parte di quei della
prima classe, per una _occupazione_ di veruna specie, e meno ancora
di verun merito» (Wieland, _Aristippo_, II, lett. 28). — Figurarsi
se questa non doveva essere un’arma eccellente in mano di coloro che
quell’apostolato di Socrate molestava, o che la ironia sottile del
_vecchio derisore_ raumiliava.
[150] Come è noto, sono questi i titoli dell’accusa promossa da Melito,
Anito e Liccone, pei quali Socrate fu poi condannato. «Socrate delinque
perscrutando le sotterranee e le celesti cose, e facendo dritto
del torto e insegnando altrui guaste dottrine. — Socrate delinque e
corrompendo i giovani e non credendo i Numi che la città crede, bensì
altre nuove cose demoniache» Plat., _Apol_., III, XI. Confr. Senof.,
_Apologia_, — e le _Nubi_ di Aristofane, ove quelle due precise accuse
(comunque si tenti scagionare Aristofane da ogni responsabilità nella
morte di Socrate) si trovavano già da ventiquattr’anni prima nettamente
formulate.
[151] Aristof., _Nubi_, v. 95 seg.
[152] Questa fu veramente opinion di Pitagora (Eliano, _V. St_.,
IV, 17), ma il popolo non si occupava di sceverare per sottile quali
fossero veramente le opinioni di Socrate.
[153] Aristof., _Nubi_, v. 379 seg.; 828.
[154] Confronta in Aristofane i lamenti di una donna ateniese,
venditrice di corone pei sagrificj, contro Euripide, perchè avendo
persuaso gli uomini che non ci son gli Dei, le ha rovinato la sua
industria (Arist., _Tesmof_., v. 450 seg.).