TIMAND. E di notte ha viaggiato, solo, allo scuro, tra i pericoli...
(_Cimoto si ringalluzzisce all’elogio_)
ALCIB. Anche tu dunque, come la mia Timandra, mi vuoi bene ancora!
Abbandonato da tutti, povero, proscritto, cercato a morte, due persone
dividono spontanee la mia mala ventura: una etéra e un parassito.
Ah, no, non era una baja il mio sogno di Timone! La virtù e la fede
non sono una vana parola! Qua la mano, mio buon Cimoto. E tu, nobile
etéra, porta ben alto il tuo nome, perchè mille matrone della Grecia
dovrebbero inchinarsi innanzi a te. Donna dall’anima più nobile e più
pura non portò mai canestri nelle feste di Cerere![548] Domani all’alba
partiremo per Susa.
TIMAND. Oh, non domani! non domani! Quest’oggi, Alcibiade! questa sera
stessa!