CIM. Brutte nuove.

TIMAND. (_additandogli Alcibiade dormente_) Sssss! piano! egli dorme...

Che dici?

CIM. (_a voce abbassata_) Dico che bisogna sgombrar da qui. A Sardi

ho incontrato Brasida spartano. Costui, quando Alcibiade fu a Sparta,

ne ebbe benefizj e gli si affezionò. È venuto in segreto a parlarmi di

lui. Appena, dopo la vittoria d’Egospótamo e la caduta d’Atene, Sparta

seppe che Alcibiade si recava dalla Tracia qui in Persia, domandò al

sátrapo persiano la sua testa: e il sátrapo l’ha promessa.[534] Sparta

non si tiene sicura finchè Alcibiade sia vivo...

TIMAND. (_con amarezza profonda_) Vigliacchi!

CIM. Povero padrone! eccolo là che dorme, ignaro del pericolo! Ho fatto

venti parasanghe[535] in quattro dì e quattro notti, da Sardi fin qui,

solo, per dirupi e per boscaglie, affrettandomi e ansando... tremavo di

non giungere in tempo.

TIMAND. (_stringendogli la mano con effusione di gratitudine_) Oh,

Cimoto!... Alcibiade saprà ciò che hai fatto per lui: questo anello

intanto ti sia povero pegno della riconoscenza di Timandra... (_si leva

una gemma dal dito_)

CIM. (_serio, commosso_) Tieni il tuo anello. Quello ch’io ho fatto,

l’ho fatto per amore di lui e di te. Il vecchio Cimoto parassita è

morto da un pezzo.

TIMAND. Oh, le due Dee mi puniscano s’io volli farti offesa! Nè già per

compensarti, buon Cimoto, ti pregavo ad accettar questo ricordo.

CIM. Ricordo? La memoria di Cimoto è buona, e non ha bisogno di

questo. Tieni, ti prego, il tuo anello! Tu non sai quello ch’io

debbo a lui. Un giorno, sono undici anni e mi par come oggi... queste

orecchie, abituate a non udire che parole di scherno, udirono per la

prima volta una parola amica di conforto: quella parola era la sua.

E nota, o Timandra, egli non poteva aver molto a lodarsi di me; ma

quel giorno egli mi pose a fronte di quel bel mobile di Tessalo, e mi

fe’ comprendere che innanzi agli Dei, scrutatori dei cuori, un povero

parassita può valere un nobile discendente da Milziade. Oh, tu non

sai, quelle parole che bene m’han fatto! Dividere, io, il disutile, il

disprezzato Cimoto, la mia sorte con Alcibiade! Mi parea d’essere come

l’erba crisópoli, che attaccandosi all’oro ne piglia il colore.[536]

Conobbi sentimenti nuovi per me; Atene cessò di essere per me una

parola... Non dico, che l’appetito non mi serva ancora, e alla corte

di Seute mi son fatto onore: e quanto a coraggio, non ce n’ho colpa

se la natura non m’ha fatto un Tesèo: ma da che vivo con lui, credo

di non essere più una lepre. Venendo qui, ne ho fatti tanti degli

stadj, e di notte, e allo scuro: e lontano, per la nera solitudine,

sentivo gli urli delle bestie feroci: se ne togli un po’ di tremito

alle gambe, sull’onor mio, non ho provato altro. Animo, Cimoto! —

pensavo nel sentirli — si tratta di farsi onore, di salvare Alcibiade,

e... e affrettavo il passo. Sicuro! mi par d’essere diventato perfin

coraggioso... E questo, tutto questo lo devo a lui! Oh, per i Numi,

tieni il tuo anello! tieni il tuo anello!

TIMAND. (_commossa stringendogli la mano_) Leale Cimoto! Ancora ad

Alcibiade furono clementi gli Dei, se tale amico[537] gli serbarono

nella sventura.

Alcibiade · 第 266 / 286 题