Detti ed ALCIBIADE, seguito da parecchi ufficiali.
ALCIB. (_entra affrettato, vivacissimo, raggiante di gioja_) Eccomi,
mia Timandra! Amici! Buone notizie! Tutto, tutto ne sorride, e Atene
di me sarà contenta! Porto denaro e bottino, da Coo, da Rodi e dalla
Caria;[455] porto rinforzi di uomini e di triremi; porto le spoglie
di altre dieci navi spartane prese. Su, su! fra un’ora, seguendo il
corso della vittoria, partirem per Samo a congiungerci alla flotta di
Antioco...
CON. _e_ EUF. Che!
ALCIB. Siete contenti? Sicuro! E riuniti attaccheremo Lisandro, e così
mi guardi Adrastea, come io spero finire d’un solo colpo la guerra...
Ma che! voi tacete! non mi dite nulla! E mi state lì, come pali,
immobili!... Conone, per i Numi! tu sospiri!
CON. Io? oh no... ma...
ALCIB. Ma... avresti forse qualche fiamma segreta che ti rincresce di
lasciar qui... a Mileto...? Ah, tu taci!... (_sorridendo, in quel punto
s’accorge anche dell’aria mesta di Eufemo_) Oh, oh, Eufemo! anche tu!
Sta a vedere che il molle clima di Jonia vi ha già resi più donnajoli
di me! Eh via! su allegri! a Samo son fanciulle più belle che a Mileto,
e Amore vi divide con Bacco il suo regno al suono delle canzoni del
buon veglio di Teo![456]
TIMAND. (_fra sè mestamente_) Lo stesso sempre!
ALCIB. Fra un’ora daremo al vento le vele! Formione! (_chiamando un
servo che porta da bere_) i calici! i calici! Mesciamo il vino ne’
crateri e facciam le libazioni della partenza![457] A te, o Pallade
egidarmata, protettrice della nostra città, consacriamo quest’ora di
speranze gioconde... (_Cimoto in disparte si asciuga una lagrima_) e in
bando da noi ogni tristezza!
TIMAND. (_con voce lenta e grave_) Anche allora che la sventura ne
colpisse?
ALCIB. (_vivamente_) La sventura? Quando la quercia ed il cedro avran
paura del vento, quando il vino di Chio non avrà più profumi, e i
baci di donna amata non avran più dolcezze per me, — allora Alcibiade
temerà la sventura. Benedetta ella sia! Ce la mandano i Numi, affine di
rendere le nostre gioje più sentite e le nostre anime più forti.
TIMAND. (_con voce mesta e grave_) Ebbene, allora sii forte, Alcibiade:
perchè la sventura è venuta; è venuta ancora a battere alla tua soglia!
ALCIB. (_fattosi d’improvviso serio, calmo, imperioso_) Timandra!
spiegati. E se batte... àprile.
TIMAND. (_con voce solenne, commossa_) Prosegui dunque il tuo brindisi,
e propina agli Dei! Udite, o Ateniesi, e tu alza, Alcibiade, ben
coronato il tuo nappo[458] perchè si veda che il tuo braccio non trema
e che il tuo polso non batte più dell’usato frequente. Liba agli Dei
senza battere di ciglio, perchè si veda che sei ancora l’Alcibiade
antico e che Atene è ancor salva fin che le resta la speranza in
te! Dieci altre navi tu acquistasti ad Atene: quindici Antioco ne ha
perdute a lei.
ALCIB. (_in un primo scoppio di voce_) Ah, tu men... (_troncando
a mezzo la parola, senz’altro più aggiungere, d’improvviso
padroneggiatosi con supremo sforzo, si ricompone in calma cupa e
solenne, si fa dare una corona e se la pone in capo, stende risoluto
il braccio facendosi versare nel calice fino all’orlo, alza indi il
calice lentamente, tenendolo alto e fermo qualche minuto col braccio
teso; poi nell’atto di appressarlo alle labbra, addita a Timandra
il suolo su cui non si è versata alcuna stilla di vino e le dice a
voce grave, pacatissima_) Neppure una goccia! (_beve d’un sorso, poi
di nuovo a Timandra, lento e con calma cupa_) Tu vedi, o Timandra,
che il mio polso è sicuro. (_uscendo a questo punto repentinamente
dalla sua calma, gitta con violenza il calice a terra e prorompe con
impeto_) Ch’io non beva mai più da oggi innanzi il vino puro del buon
Genio,[459] finchè io non abbia rovesciato di mia mano il trofeo di
Lisandro!...
TIMAND. Così ti amo, Alcibiade!
ALCIB. (_con accento concitato, febbrile_) Eufemo, raggiungi gli
avanzi della flotta d’Antioco e portali a me. Conone, tu naviga a Coo
a prendervi di rinforzo le triremi che vi lasciai. Io levo il campo
stasera, e parto per Samo. Raggiungetemi là. (_Cimoto è uscito un
istante e rientra_)