ALCIB. Ma tu verrai oggi meco, e al mio fianco, nell’Assemblea, e
al sacrificio e al banchetto e alla festa! Io voglio che tutta Atene
sappia come Alcibiade onora il suo vecchio maestro — colui che il Nume
di Delfo proclamava il miglior dei mortali.
SOCR. No, no! tralascia. Non posso. C’è troppo rumore, c’è troppo
baccano laggiù. Il posto di Socrate non è dove si grida, ma dove
si soffre. Non è dove si applaudono i trionfatori, ma dove dormono
ignorati i vinti. (_dette queste parole con voce grave, solenne e
mesta, si avvia_)
ALCIB. (_cercando trattenerlo_) Ma dove vai? Dove vai?
SOCR. (_con calma mesta e severa_) Al Ceràmico, a deporre questa corona
sul cenotafio[449] dei valorosi morti in Sicilia...
ALCIB. (_sopraffatto e mortificato dalle parole di Socrate,[450] dopo
un momento di pausa, si strappa dal capo la corona avuta dall’arconte e
la scaglia con ira a terra; poi, come pentendosi dell’atto, e mutando
pensiero, la raccoglie con gesto vivissimo e la presenta a Socrate,
dicendogli, a capo chino, sena guardarlo in faccia, con voce mesta e
cupa_) Deponvi anche questa! (_Socrate prende la corona, e senza dir
parola, serio, a passo lento, si allontana. Alcibiade e Timandra lo
seguono_). — _Quadro._