SCENA VI.

Detti e TIMANDRA, indi ALCIBIADE e TIMANDRA soli.

TIMAND. (_già da qualche momento affacciatasi velata di nero, sulla

soglia, alle ultime parole d’Alcibiade si scopre il volto e lo

apostrofa con voce vibrata e severa_) E che vuoi ch’egli ti risponda

quello che la coscienza non risponde a te?

ALCIB. _e_ CIM. (_tutti e due con istupore_) Timandra! (_Alcibiade

lascia andar Cimoto. Cimoto, a un segno imperioso di Alcibiade, si

ritira ed esce_)

ALCIB. (_a Timandra affettuoso, ma imbarazzato_) Tu qui?

TIMAND. (_seria, alquanto ironica_) Giungo, sembra, importuna! I

colloqui delle coscienze non amano testimoni.

ALCIB. E perchè venisti?

TIMAND. (_con voce bassa e grave, ma vibratissima_) Perchè la misura

del disonore è colma ed è tempo che Alcibiade la getti lungi da sè!

ALCIB. (_cercando ricomporsi in calma risoluta_) Inutilmente allora

venisti. L’Alcibiade d’Atene non è l’Alcibiade di Sparta.

TIMAND. (_con sarcasmo_) Oh, lo so, lo so! e poi, solo in vederti,

lo si comprende! Lo so che dormi sulla nuda terra e bevi acqua e

mangi la zuppa nera![386] Sei ben trasformato, Alcibiade! Colui che

faceva meravigliare Atene delle sue mollezze e delle sue orgie, fa

meravigliare oggi Sparta de’ suoi severi costumi! Lo scapestrato,

l’effeminato, il dissoluto Alcibiade, è divenuto un Alcibiade sobrio,

temperante, costumato, austero... Eppure... (_con forza_) eppure valeva

_assai meglio_ quell’altro... perchè quello almeno era l’Alcibiade

ateniese!

ALCIB. (_risentito_) Timandra!

TIMAND. Oh, hai torto di rubare alla virtù queste apparenze! Vergognati!

ALCIB. (_con crescente risentimento_) Timandra!...

TIMAND. (_incalzante, senza dargli tempo a replicare_) Sì, vergognati

a tua volta, perchè mi hai fatto piangere di vergogna per te! Ah,

tu credi che sia nulla, per una donna che ama, che ha consacrato ad

un uomo tutti i suoi affetti, le sue gioie, i suoi dolori, la sua

esistenza intera, il saper quest’uomo venduto ai nemici del suo paese;

l’udire ogni giorno intorno a sè le imprecazioni al suo nome, vedersi

d’intorno nella sua stessa patria le ruine che egli ha seminato, le

lagrime che egli ha fatto spargere? Lo sai tu che ognuna di quelle

imprecazioni ripiombava sul cuor mio, che ognuna di quelle lagrime

vi scendeva come stilla rovente, che da ognuna di quelle rovine mi

pareva alzarsi una voce e rinfacciarmi come delitto il mio amore — e

domandarne castigo agli Dei?

ALCIB. Cessa, Timandra! Tu sai anche quello che gli Ateniesi han fatto

a me.

TIMAND. Io so che nessuna ingiustizia giustifica il tradimento; ma

tu giustifichi tutti i giorni l’accusa e la condanna di Atene contro

di te. So che eri innocente, e che ora più non lo sei. Potevi essere

Aristide — e non sei più che... Pausania! (_con iscoppio di voce_)

Numi! e costui ama la gloria!

ALCIB. (_rimasto fin qui come oppresso, accasciato dalle parole di

Timandra, a questo punto si riscuote e le parla con voce vibratissima_)

Ma tu che mi accusi, hai tu letto qui dentro? Hai tu indovinato una

sola delle tempeste che vi si scatenarono e mi trabalzarono qui? Ah!

tu credevi che Alcibiade si sarebbe umilmente, docilmente rassegnato

alla condanna ingiusta che lo colpiva! Che ne sai tu se la mia anima

ha la docilità e la rassegnazione di quella di Aristide, per chinarsi

come lui alla sentenza del primo venuto e scriverla sul coccio di mio

pugno?[387] Aristide si cinse di gloria! Lo chiamarono il _giusto_!

Che m’importa! se per essere _gloriosi_ bisogna essere sommessi, se per

essere giusti bisogna curvar la fronte agli ingiusti, — ebbene, che la

giustizia non sia più per me che una fola — e che questa gloria vada

lungi da me!... Mi parlasti di Pausania![388] E sia!... (_con iscoppio

di voce e di rabbia_) Pur che piangano coloro che mi offesero, ch’io

muoja pure come lui! maledetto dalla patria come lui!

TIMAND. (_mutando l’accento severo di prima in accento più mite e

mestissimo_) Eppure non era così, o pronipote di Ajace,[389] o figlio

di Clinia, non era così che morivano i tuoi maggiori!... Là in Atene,

al Ceràmico, dove dormono i morti per la patria, han posto, sai, da che

fosti assente, la lapide pei morti di Coronea.[390] Fra quei morti... è

tuo padre. Passavo dal Ceràmico giorni sono: e su quella lapide recente

(_con voce che va man mano intenerendosi per l’emozione_) fanciulli e

giovinette invocavano i Numi, e spargevano le pie libazioni; intorno vi

pendevano e ciocche di capelli recisi e cento ghirlande votive;[391]

e una turba commossa, riverente, si scopriva a quella pietra modesta,

dove erano scritti da una parte i nomi — il nome di tuo padre! —

dall’altra una epigrafe pietosa. Di quella epigrafe lessi — e serbai a

memoria le parole.

ALCIB. (_in preda a lotta angosciosa, si è gettato a sedere,

nascondendo il volto fra le mani_)

TIMAND. (_con voce lenta, alta, commossa, guardando il cielo_).

«L’étere accolse le anime di questi, ed i corpi la terra. Caddero

presso le porte di Coronea. Questa città e questo popolo di Erettéo

rimpiangono codesti uomini, che pugnando fra i primi morirono,

Ateniesi, figli di Ateniesi. Abbandonando le loro anime, acquistarono

a sè fama di virtù, ed alla patria grande rinomanza.» (_La voce di

Timandra si è venuta man mano esaltando, nel ripetere la epigrafe; alle

ultime parole s’arresta con lunga pausa, fissa lo sguardo su Alcibiade,

e gli si avvicina parlandogli a voce bassa e vibrata_) E a te cosa

porremo?...

ALCIB. Lasciami! lasciami, Timandra! Ho data la mia parola. Lasciami al

mio destino!

TIMAND. (_con voce affettuosa, e man mano affannosa, piangente,

incalzante_) No, no, Alcibiade, tu non sei legato da nessuna parola;

perchè Giove vindice degli spergiuri non accetta gli sconsigliati

giuramenti dell’ira,[392] e ogni parola contro la tua terra è nulla, è

nulla davanti agli Dei! Vieni! vieni meco, Alcibiade. È un anno ch’io

piango per te; ch’io vivo soffocando qui dentro l’angoscia dell’udirti

imprecato da coloro che ti furono cari; costretta, ineffabile strazio,

a far voti agli Dei contro di te, senza poter cessare di amarti;

a maledire ogni tua vittoria, io che andavo sì altera di saperti

prode!... Un dì corse il grido che Atene era salva, perchè tu eri

morto; e colla morte nell’anima, dovetti quel dì mostrarmi lieta, — e

un rimorso e uno spasimo orrendo fu la gioja del dì appresso nell’udir

bugiardo quel grido!... Eppure, cercavo ingannare me stessa, andavo

fra me ripetendo: «_Cessato l’impeto dell’ira, il mio Alcibiade

ritornerà_...» Ma tu non ritornavi! e le sventure attirate dalla tua

collera seguitavano a piombar sopra Atene. Allora lo strazio fu più

forte de’ miei propositi — e lasciai Atene per venire a trovarti ad

ogni costo, per ricondurti ad ogni costo da qui. Oh, vieni, vieni,

Alcibiade, colla tua Timandra; vieni alla tomba de’ tuoi maggiori;

lascia la via del disonore!

ALCIB. (_in preda a emozione vivissima sta per cedere allo scongiuro

di Timandra, e la chiama con affetto, avanzandosi verso di lei, e

stendendole le braccia_) Timandra! (_in questo punto si ode dallo

interno la voce di Brasida_) Ah!

BRAS. (_dall’interno_) Annunziami ad Alcibiade. Devo parlargli...

ALCIB. (_all’udir la voce di Brasida si arresta come fulminato_)

Brasida! è qui a prender gli ordini! Ho data la mia parola! Ho data la

mia parola! (_a Timandra_) Va! non posso!... o resta con me!

TIMAND. (_a quest’ultima frase d’Alcibiade, dà in un gesto vivissimo

come di indignazione e di orgoglio ferito, e si drizza fieramente della

persona_) Che?!... Addio, Alcibiade! (_s’avvia per uscire con passo

concitato — Alcibiade si è mosso per trattenerla, poi s’è fermato e non

la guarda più: ha gli occhi a terra. Timandra dalla soglia s’è volta

a gettare un ultimo sguardo su di lui; poi, già sul punto d’uscire,

d’improvviso, come chi ha mutato consiglio e presa una risoluzione

repentina, si arresta e incrocia le braccia sul petto, in atteggiamento

di calma risoluta_)

Alcibiade · 第 184 / 286 题