CIMOTO, CINÈSIA spartano.
(_Cimoto entra infuriato e incollerito parlando con Cinesia_)
CIM. Non son Cimoto, s’io nol mando a pascer cornacchie[332] quel
tristissimo mariuolo! più ladro di Euribate![333]
CIN. O come l’è stata?
CIM. Tornavo dalla provvista, lungo la via di Ercole, quando innanzi
al Platanisto[334] mi imbatto in quel briccone di Gilippo tuo nipote.
— «Buon dì, Cimoto! cos’hai lì dentro? — Un po’ di silfio,[335] di
_maza_,[336] e una coscia di montone. — » E il tristaccio guardava
la bisaccia con certe occhiate lunghe, amorose, come adocchiasse i
tonni.[337] Poi mi si mette a discorrere e m’accompagna per via; qui
presso, mi saluta e se ne va. M’avea preso dalla bisaccia il montone...
e messovi invece un sasso. Lo scellerato! il ladro!
CIN. Eh via! calma! dillo al Pedònomo,[338] e agli Efori,[339] che ti
faran rendere la roba o l’indennizzo, e lo castigheranno colle verghe
all’altar di Diana Ortia...[340]