SCENA PRIMA

ALCIBIADE e GLICERA.

(_Alcibiade in atteggiamento calmo — Glicera agitata, irritatissima_)

GLIC. Non fingere! non fingere! Risparmia almeno una nuova menzogna! È

questa la tua fedeltà? Così giurasti d’amarmi?

ALCIB. E il vero giurai. O non abbandonai per te la bellissima

Teódota, la affascinante Gnaténa?[210] Non mi diedi io interamente

a te con tutto l’abbandono di un’anima ardente? Quei dì passati

insieme non trasvolarono sulle nostre teste sereni e lieti come giorni

alcionidei?[211] T’avevo promesso — a te d’ogni amore sdegnosa —

insegnarti nel mondo una felicità sovrumana di cui avessero invidia gli

Immortali... quella promessa, o Glicera... la trovasti bugiarda?

GLIC. Oh! così mai non ti avessi dato ascolto! E quando cessai io

d’amarti?

ALCIB. Troppo, troppo mi amasti! Noi tracannammo troppo avidamente

questa tazza che i Celesti ne porsero: soltanto una rugiada di cielo

potea perennemente da capo ricolmarla: ma le fiamme della tua gelosia

la disseccarono...

GLIC. Non la mia gelosia, la mia dabbenaggine, devi dire. Per essa

or son fatta oggetto di sprezzo e di scherno a colui che diceva di

adorarmi... (_piange_).

ALCIB. Scherno? Disprezzo? Oh Nemesi mi punisca se pur l’ombra di

qualcosa di simile è in me! No, no! Allora ti disprezzerei ch’io

cercassi fingere teco, per prolungare una illusione fugace di qualche

giorno di più. Il nostro fu un sogno di due mesi, di un’ora, — ma

splendido; ma degno di noi; lasciamolo là intatto, e andiamone superbi;

non profaniamolo con una menzogna. Perchè, o Glicera, quando rientrata

nella calma del tuo animo interrogherai te medesima — ti accorgerai

che quel sogno esistette nella tua testa e non nel tuo cuore... (_gesto

vivo di Glicera, di cui Alcibiade finge non accorgersi, proseguendo_)

Tu credesti di amarmi, o Glicera. Consolati. La tua fantasia, non

il tuo cuore fu vinto. Il tuo amor proprio, non la passione in te

parla!...

GLIC. Oh, il perfido! per difender sè stesso accusa me di non averlo

amato! Maledetto l’istante...

ALCIB. (_vivamente interrompendola_) No, no, non mi difendo — e

tu quell’istante non maledirlo! Perchè pochi, troppo pochi sono i

momenti di gioja che sulla terra ne concessero i Numi: non imprecarlo

quel sogno, se ci ha fatto vivere un giorno nella vita; ciò che

_non a tutti_ è dato. E poichè, restando uniti, quel giorno non lo

ritroveremmo mai più, separiamoci a tempo, oggi, affinchè il ricordo

di esso ci segua come una gioia tranquilla e serena; domani il ricordo

potria convertirsi in incubo che ne contristi l’anima e i dì. Incerti

del presente, nessuno è padron del futuro: tanto meno gli amanti:

perciò sta scritto che _gli spergiuri degli amanti sono i soli che gli

Dei non puniscono_.[212] Non rinunziamo ostinati, in traccia di una

gioja che non ritorna a quelle che ne attendono ancora: hai provato

le voluttà di una febbre della mente e dei sensi: Glicera, ti restano

ancora gioje ignote, che io non posso darti: cerca chi ti dia le gioje

del cuore...

GLIC. E così, Alcibiade mi lascia! e così Glicera la bella, la

invidiata Glicera diverrà domani la favola delle sue compagne e di

Atene!

ALCIB. Alla buon’ora, per Ercole! L’_amor proprio_ ora parla! La

parola ti è sfuggita. Io ne aggiungerò un’altra. Tu eri corteggiata

da Carmide, ricco e leggiadro: egli fece per te pazzie d’ogni sorta,

e tu, che lo avresti amato s’ei ne avesse fatte un po’ meno, perciò lo

respingesti. Ora Carmide s’è accorto dell’errore e si mostra gioviale

e guarito: pure, giurerei che del tutto in fondo non l’è: e so che il

tuo cuore, benchè occupato dalla gelosia a mio riguardo — il cuore di

una fanciulla può abbracciar molte cose! — il tuo cuore è più sensibile

alla sua finta indifferenza che non lo fosse alle sue smanie. Ieri

l’altro tu gli scrivesti (_Glicera fa un gesto vivissimo negativo:

Alcibiade tranquillissimo trae un rotolo di sotto la tunica_). Il

tuo servo infedele credendo ingraziarmisi mi portò la lettera. Te

la rendo (_altro gesto, come di protesta, di Glicera. Alcibiade la

tranquillizza_). V’è il suggello ancora. Non la lessi...

GLIC. (_vivissimamente_) Ma potevi leggerla! Ma dovevi leggerla perchè

non vi è nulla di quel che credi... e... (_esibisce la lettera_)

ALCIB. (_calmissimo_) No, no..., nulla io credo: e il ciel mi guardi

dal leggere! Conosco Glicera. Oggi ciò (_additando la lettera_) non è

nulla, lo so: ma domani potrebbe essere qualche cosa. Perciò questo, o

non mai, è il momento opportuno per finir bene il nostro sogno, prima

che il mare e le fortune della guerra ci separino. Oggi te ne duole e

ci lasciamo amici. Domani potrebbe esser tardi per me...

GLIC. E l’avresti meritato...

ALCIB. Ah, per Giove! Tu ragioni! Quando si ragiona, il cuore è in

calma, o comincia ad esserlo. Approfittane per dar retta ai consigli di

un amico: poi che amico vero io ti sono, e vorrei lasciarti qualcosa

che giovasse alla felicità del tuo avvenire. Se quella lettera

(_additando la lettera che ha consegnato a Glicera e che questa ha

in mano_) è un passo verso Carmide... dà retta a me: non mandarla...

(_gesto negativo di Glicera. Alcibiade prosegue istessamente_) lascia

che io mi allontani, e che, non chiamato, venga egli da te...

GLIC. (_vivamente_) Ma io non lo chiamo affatto!... ma io...

ALCIB. (_colla massima calma e dolcezza_) Meglio! meglio!... ma dà

retta a me: _non mandarla!_ affretteresti le cose: e se brami conquista

duratura, non precipitar nulla. Carmide è degno del tuo amore: è il

giovine che potrà farti durevolmente felice: non abbi però premura di

farglielo sapere. Verrà il giorno — e sarà giorno avventuroso — che tu

cadrai: perchè anche tu, come dice Omero, non sei fatta nè di quercia,

nè di rupe:[213] ma, anche allora — bada a me — calma, calma! Attenta a

quel che fai!

GLIC. (_asciugandosi una lagrima_) Così con te lo fossi stata!...

ALCIB. (_calmissimo_) Ti giovi adunque l’esperienza! E amalo, sai,

il tuo Carmide: amalo di un amor sincero e fervido: ma vedi di

nascondergliene la metà. Tutt’al più, di tratto in tratto, lasciagliene

balenare un raggio in tutta la sua vivezza, in tutto il suo ardore: ma

che tosto scompaja: e sia quanto basta perchè egli si inebrii di quel

che possiede, e indovini confusamente quanto più gli manca a possedere.

E sia di te e de’ tuoi vezzi lo stesso che de’ tuoi baci. Lascia sempre

un margine nella realtà, perchè la fantasia a sua posta vi lavori. Non

occorre che egli sappia _tutti_ i segreti della tua bellezza, nè ch’ei

viva sicuro di tutti i tuoi pensieri. Sii economa! sii economa! sempre

gli resti da _sperar qualche cosa_, sempre _qualche cosa a temere_;

perchè _timore_ e _speranza_ sono le due ali d’Amore.[214] Perfino i

tuoi baci, — sono dolci i tuoi baci, o Glicera! — ma perciò appunto

sian rari; e sempre chiesti; perchè il dolce soverchio sazia presto; e

le cose che si hanno senza chiedere, perdono presto di valore.

GLIC. Pur troppo lo vedo!

ALCIB. (_ripetendo la frase di prima colla stessa inflessione dolce,

piana e calmissima_) Ti giovi l’esperienza! E non essere sempre in

pace con lui: una volta almeno la settimana cercagli querela e sta sul

tuo: perchè il cuore dell’uomo ha bisogno dei contrasti, e il sole non

par mai così bello, come quando ritorna dopo le nuvole della tempesta.

— Poi non istargli troppo ai panni: Licurgo, che se ne intendeva,

affinchè i mariti amasser le mogli, li obbligò a non trovarsi con esse

che molto di rado, e molto alla sfuggita;[215] metti il tuo Carmide

a mezzo regime di Licurgo. E sopratutto infine, se la gelosia ti

affligge, guardati dal lasciarla apparire: essa è la scopa che spazza

l’amore dal cuore dell’uomo: esso lo attira alle infedeltà più che il

latte non attiri le mosche.

GLIC. Per te ora parli...

ALCIB. (_sorridendo_) Ti giovi l’es...

GLIC. (_vivissimamente interrompendolo e alzandosi_) Basta!...

ALCIB. (_alzandosi a sua volta_) E quando un giorno, mercè questi

consigli, ti troverai contenta e felice dello amore del tuo Carmide,

cresciuto alla prova degli anni, quel giorno ringrazierai Alcibiade di

averti procacciato, tuo malgrado, quelle gioje serene e vere, invece

del suo amore malfido e tempestoso; quel giorno, invece di piangere,

ringrazierai la fortuna di averlo conosciuto — e riconoscerai che

Alcibiade... (_fa una breve pausa, le si accosta e le dice all’orecchio

con volto sorridente e voce lenta e pianissima, appoggiando sulle

parole_) fu miglior maestro di Aspasia.

GLIC. (_asciugando un’ultima lagrima, e traendo un sospiro; poi,

riscotendosi risoluta in atto di avviarsi_) Addio! (_voci dall’interno

di convitati che arrivano_)

ANT. _ed altri_ (_dall’interno_) Alcibiade! Dov’è Alcibiade?

ALCIB. Vengono i convitati. Leggiadra Glicera, vuoi restare con me,

e, come due buoni amici che si lasciano, suggellar meco la pace fra i

calici?

GLIC. (_vivamente_) Io?... Oh Alcibiade! tu sei maestro erudito, e

dopo aver distribuito la sapienza, ti svaghi subito col bicchiere; ma

io sono una povera scolara (_con accento ironico pronunciato_) e ho

bisogno di raccogliermi, per meditare sui profondi insegnamenti! Vedo

le ghirlande pronte: ma se sono una vittima, non è almeno in tua casa

che mi lascerò incoronare di fiori!... Addio!...

ALCIB. Parti? ove vai?

GLIC. Ove Amore sia meno erudito, meno esperto; s’intenda un po’

meno di proverbj sapienti, e più si inebrj di ignoranze divine; meno

precetti di Licurgo abbia in mente, e in cuore più virtù; dove Amore

sia meno ambizioso di far invidia ne’ sogni agli Dei, e sia nelle

veglie più umano; meno prodigo di consigli e più leale... (_gesto di

Alcibiade che vorrebbe rispondere: Glicera rincalzando non glie ne

dà il tempo_) meno poeta e più generoso!... (_Alcibiade rimane tra

interdetto e confuso, mentre Glicera esce_).

Alcibiade · 第 94 / 286 题