CARIN. Eh, perchè tu a vender pecore te la fai bene, e te la intendi
co’ sacerdoti. Ma noi, per Cerere! se non ci fossero questi, e i tre
oboli della paga di eliasta,[105] sul mestier solo del falegname ti so
dir io che in giornata non ci si vive! E ancora, ancora, con quelli si
tira là innanzi a stento... le nottole del Laurio in casa mia hanno
una paura maledetta a farci il nido.[106] Oh Giove! quando mai verrà
la rondinella!...[107] Ma non sono io solo che corre... Guarda Aminia
suniese[108] il calzolajo,[109] che viene sbuffando... (_entra Aminia_)
Buon dì, Aminia. Che abbiam di nuovo?[110] Come va?
AMIN. Di male in peggio, alla guisa di Mandràbulo.[111] Scarpe non
se ne vendono, e cause non se ne giudicano. Da tre dì, vado al mio
dicastero, e lo trovo chiuso: e la mia donna, ogni mattina, si dispera,
perchè le torno a casa senza i tre oboli in bocca.[112] Per tutti e
dodici gli Dei![113] Se domani o dopo l’arconte non tien giudizio, non
so come potrò comperarmi da cena...[114] Dovrò ricorrere a quella di
Ecate,[115] e ber del vino delle _nove cannelle_...[116]
DIOC. (_ridendo_) Un vino molto leggiero! Buon per me, invece, nel
tribunale mio si lavora senza perdere un dì: e il bossolo dei voti non
istà un momento in ozio. Ieri n’avremo condannati una ventina...[117]
CARIN. Il guaio è che anco i tre oboli son pochi; una metà basta
appena alla farina, alla legna, al companatico;[118] e tra la tassa
del quarantesimo, e l’uno per cento, e le straordinarie,[119] e
l’altre imposte, e gli interessi della luna nuova,[120] l’altra metà
se la portan via. Intanto costoro che son nelle cariche, e inviati e
provveditori e capitani, che non fan mai niente, si piglian le tre e
le quattro dramme al giorno: e si intascano di soppiatto i doni degli
alleati, e si pappano i tributi[121] e le decime di Minerva,[122] e si
fan nutrire a spese pubbliche nel Pritanéo;[123] e noi, veri Ateniesi,
Cecrópidi puro sangue, figliuoli della terra,[124] che la mercede ce la
siam guadagnata combattendo in campo e sulle triremi, noi che avremmo
ormai diritto di consacrar le armi nel tempio,[125] noi si stenta la
vita ne’ tuguri e nelle torricciuole,[126] e per quella miseria dei tre
oboli par che ne facciano la elemosina!
AMIN. E sì poi che non ci dan nulla del loro! Fa un po’ il conto coi
sassolini:[127] siam seimila giudici, fan circa 150 talenti all’anno;
le entrate della città son 2000 talenti;[128] non ci dan dunque di paga
nemmen la decima parte delle entrate...
CARIN. E il resto dove va?
AMIN. Lo sai tu?! Va in _ispese necessarie_, come rispondeva
Pericle[129] quando gli domandavano i conti. Va ad ingrassare costoro
che tengono il mestolo dello Stato, e vanno in giro vestiti di porpora,
mentre io porto da tre anni questi cenci rattoppati, che sarebbe ormai
tempo di dedicarli agli Dei.[130] Basta! là in Sicilia voglio anch’io
rifarmi il guscio...
DIOC. Sicchè oggi darai il voto ad Alcibiade?...
AMIN. Certo.
CARIN. Anch’io! Quello è un uomo! E che ama il popolo. E con lui se ne
farà del bottino!... Perchè, sai, dicono che la Sicilia è ricchissima...
e ci si bevono dei vini squisiti...
DIOC. Oh, oh! (_guardando entro le scene_) Il sofista[131] Dionisodòro
che vien da questa parte! Eccone uno che dei tre oboli non ha bisogno,
e all’assemblea scommetto che non viene. In poche ore di lezione costui
guadagna delle dramme...
CARIN. E che cosa insegna?
DIOC. Tutto.[132] Il talento di costoro è una meraviglia. Son
ragionatori incomparabili che ti sanno il dritto e il torto di ogni
cosa, e qualunque cosa tu dica, vera o falsa, con un certo parlare che
loro hanno, te la confutano lo stesso. Ti insegnano a vincere davanti
a’ tribunali tutte le cause, giuste ed ingiuste,[133] e a far comparir
nero il bianco, e bianco il nero...
CARIN. Ma davvero? Per cui, se io non pagassi a Creméte l’usurajo gli
interessi dei debiti alla luna nuova, ed ei mi citasse al tribunale...
DROC. Tu colla scienza di costoro non gli pagheresti più un obolo...
CARIN. Per Erméte! Chiamalo, chiamalo...
AMIN. Ohe, chiamalo anche per me...
DIOC. Dionisodoro!