F. CAVALLOTTI.

_AI GRECI DI TRIESTE_[3]

Milano, 9 giugno 1874.

«..... Fra i ricordi, non tutti lieti, della vita dell’arte, questo

dei figli della Grecia terrò sempre lietissimo e caro; esso mi parla

di una terra che la mia mente visita spesso, con entusiasmo di amore,

ne’ poetici sogni: mi parla delle classiche memorie accarezzate negli

studî della fanciullezza, assai prima che io pensassi a chieder loro i

segreti della scena e le emozioni dell’arte.

«Sì, amo, e non da oggi, la Grecia: questa madre del genio e degli

eroi, grande nelle memorie antiche e nelle glorie del secolo presente;

un giorno a Maratona, un altro a Missolungi: — questa terra che alla

moderna Europa ha dato _tutto_ — una mente e una civiltà, le linee di

Fidia e le pagine d’Omero — senza averne in ricambio _nulla_; e della

quale le nazioni colte e superbe, nudrite del suo genio, aspettarono

ai dì nostri le ecatombi gloriose, per degnarsi di accorgersi che

là, in riva all’eterno Egéo, si dibatteva ancora tra i ceppi qualche

cosa di vivo, qualche cosa di somigliante all’anima di una nazione.

Amo la terra che fu la patria di Botzaris dopo essere stata quella di

Epaminonda.

«Ed io saluto con lieto animo il rinato amore dei classici studî,

che da qualche tempo riporta gli ingegni verso i capolavori dell’arte

ellenica; perchè esso non può a meno di rendere alla Grecia — a questa

culla delle Pierie divine — il posto e la importanza che le spettano

nel movimento intellettuale dell’età nostra.

«Oggi, che il senso artistico delle moltitudini si va man mano

snebbiando e liberando dalle anticaglie e dalle formule del pedantismo,

dalle goffaggini del barocco, dai delirj delle nuove scuole, — oggi

si comincia a riconoscere che l’arte greca, calunniata dai sedicenti

novatori, è realmente qualcosa di _meglio_ e di _diverso_ da tutto

ciò; che quest’arte che dicevasi invecchiata, solo perchè si amava

confonderla col _convenzionalismo classico_, il quale non solo è

vecchio, ma decrepito, quest’arte è giovane ancora, come al tempo che

Eschilo e Fidia e Platone ne divinavano le forme e i segreti; e che

le tendenze mutate del gusto, e i nuovi bisogni e le nuove idee hanno

aperto altri mondi ai suoi voli, ma non hanno aggiunto una sola ruga

alla freschezza delle sue linee. Ora si comincia a comprendere che essa

non merita nè il disprezzo, nè i superbi anatemi dei pseudo-innovatori:

perchè essa è più _nuova_ di tutti loro: essa è la imagine, fatta

divina, del _vero_, che è _nuovissimo_, per la semplice ragione che è

_eterno_.

«E prima dell’immenso Shakespeare, per cui il _vero_ non ebbe segreti,

vi è, in ordine di data, un altro _verista_; il primo dei veristi nella

storia delle lettere: il quale chiamavasi Omero.

«A questo nuovo indirizzo dell’arte tentai recare un povero, ben povero

tributo, coll’_Alcibiade_ mio; valgano allo artista, se non le forze

mancate, la coscienza e lo amore e i lunghi studi; ai quali la fronda

dei Greci di Trieste rimarrà, fra tutte le ricompense, la più ambita.

Alcibiade · 第 7 / 286 题