«Di tutti i popoli della terra, i Greci son quelli che hanno più
nobilmente sognato il sogno della vita» — _scriveva un dì Goethe. Ma
oggi la vita si è ben lontani dal riguardarla come un sogno. Oggi le
comunicazioni fra l’Olimpo e la terra sono rotte, gli Dei di Omero
non vanno più innanzi e indietro, e la vita publica e la privata
non aspettan più nulla dalle nuvole. Il secolo volge al reale e al
positivo; i sognatori si chiamano matti e sono messi sotto custodia,
per ragioni di sicurezza publica; ai soli poeti in via d’eccezione si
permette ancora qualche volta di sognare — a patto, beninteso, che non
sognino più in là del ragionevole._
_E l’arte, questa grande emanazione della vita, fu invitata anch’ella
colle buone a mutar via. Le venne detto ch’era tempo di cessare dal
far la visionaria e dal correre dietro alle fantasime; che la vita
oramai ha scopi pratici e l’arte deve averli del paro: indi necessità
di mettere la testa a partito, e attendere alle faccende di casa; indi,
legge unica, il vero; e il vero è tutto quello che è, e che cade, tal
qual è, sotto i sensi; ciò che fu è il nulla, cioè un sogno; ciò che
è fuor dei sensi, è fuor del mondo, — e fuor del mondo non vi è che
l’_ideale — _un altro sogno._
_E l’arte, docile, non se l’è fatto ripetere. Messe le anticaglie da
un canto, lasciati alle lor nebbie i fantasmi, si diè a studiare il
presente, a vivere del proprio tempo, a_ palpitare di realtà. _La
scoltura rifiutò i profili ideali e scolpì Napoleone in veste da
camera. La pittura proscrisse i soggetti eroici e mitologici, e ci
regalò dei veri gatti e polli d’India contemporanei, e altre bestie
contemporanee al naturale. Fu ammesso, è vero, in via di grazia, il
cigno di Leda, vista la possibilità di servirsene a uso d’oca, per i
quadretti di roba da cucina._
_Ma la drammatica non si fermò alla zoologia. I più delicati problemi
sociali furono da lei coscienziosamente esaminati; niente le sfuggì
dei varj rami dello scibile, niente dei fenomeni e dei bisogni
della vita reale. La economia privata e publica, a cominciar dalla
questione essenzialissima dei rapporti fra il lavoro e il capitale; la
giurisprudenza sul matrimonio, sulla prole legittima e illegittima,
sugli orfani, sui pupilli, sulle vedove, sui contratti e sulle
donazioni fra vivi e morti; la medicina legale, la psicologia, la
patologia e l’anatomia comparata hanno richiamato la sua più seria
attenzione; non senza il debito riguardo alle leggi relative del
Parlamento, alle sentenze dei tribunali ed ai pareri medici delle
Facoltà._
_Evidentemente, siamo alla pienezza dei tempi. Aver fatto servire a
scopo così concreto e così utile i diletti più puri dello spirito, è
l’ultima parola del progresso._
_Questa è vita piena e vera, di cui nulla si perde nell’aria e nel
vuoto, nelle caligini del passato, nelle nebbie dell’ideale: dove
tutto ci interessa, perchè tutto ci parla direttamente ai sensi, tutto
ci riguarda materialmente, tutto ci richiama alla realtà dell’esser
nostro, delle nostre occupazioni, delle nostre passioni, delle nostre
noje, delle nostre circostanze domestiche e finanziarie: dal profumo
de’ gabinetti agli acri vapori delle sale da ballo, dai cicalecci
eleganti ai battibecchi conjugali, dalla marsina dell’eroe al_ panier
_dell’eroina._
_E a questo patto, e quando da questo ambiente così vero non si esca,
vada pure per qualche onesta licenza. Perchè anche là dentro in quelle
sale la finzione, dicono, qualche volta è di moda, lo spirito non
sempre è di rigore, e il buon senso non sempre è di prammatica. Purchè,
se si manca alla verità, se si manca di spirito, se si manca di buon
senso, gli addobbi e le decorazioni delle scene avvertano sempre che
son mancanze contemporanee. In fondo, la questione così detta del_
realismo _riguarda molto l’attrezzista e il guardaroba. Quando i
personaggi siano vestiti, ed è ciò che importa, alla maniera del mondo
nostro, nulla osta che si facciano dir loro anche delle cose dell’altro
mondo._
_Così il teatro ha progredito, come tutto il resto, in arte. C’è
stata, è vero, qualche protesta nei dietro-bottega dei rigattieri. Le
durlindane di Roncisvalle, gli elmi delle crociate e le mandóle dei
trovatori, raccoltevi a parlamento, protestarono contro l’ostracismo
loro inflitto in nome della verità, e dichiararono formalmente che ai
loro tempi si amava e si odiava come al tempo nostro, e si moriva per
amore e si accoppava per odio come ai dì nostri; soltanto si amava
e si odiava meglio, si moriva con più poesia e si accoppava con più
cavalleria. — Le clamidi e le toghe, intervenute all’adunanza, hanno
energicamente soggiunto che ai loro bei giorni ci erano poltroni
ed eroi come adesso, e tipi drammatici, quali adesso, di furbi e di
ingenui, di magnanimi e di furfanti, di tormentatori e di tormentati,
e nel dramma umano si rideva e si piangeva come adesso — colla medesima
verità — ma più artisticamente di adesso._
_Tutte chiacchiere inutili. La sentenza era segnata. Cilindri e
cravatte fecero l’ingresso trionfale con accompagnamento di pianoforte
— in luogo del romantico liuto — per la festa da ballo dell’atto
terzo, e di colpi d’arma da fuoco — in luogo degli esercizi d’arma
bianca — per la catastrofe dell’atto ultimo. Tutto fu raggiustato,
rimodernato, rimesso a nuovo. L’amore come il delitto assunsero forme
meno fantastiche e maniere più incivilite. Il dolore rispettò le
convenienze: non imprecò più come Prometeo, non pianse più come Ecuba.
Una prosa graziosa, piena di arguzie, di riflessioni filosofiche e di
ammonizioni morali, sostituì i lamenti di Edipo come le invettive di
Ernani, i delirj di Aristodemo come le bestemmie di Francesco Moor._
_Soltanto, in mezzo al nuovo concerto di voci e di suoni moderni,
di amori e di delitti moderni, tra il frastuono delle prediche
che riformano la società e dei colpi di pistola che ne risolvono i
problemi, — tra gli applausi dei buongustai che assaporano le finezze
dell’arte nuova e le beffe dei critici irridenti alle scolastiche
pedanterie dell’antica, — s’ode levarsi tratto tratto qualche eco di
voce solitaria, bizzarra, come portata dal vento di lontano._
_Qua, un poeta dal ritmo strano e dal riso amaro, sardonico, scioglie
un osanna ai semidei della greca letteratura e con entusiasmo li
saluta_ eterni diletti dell’uman genere, — «sempiterna solatia generis
humani!»
_Là, un altro poeta dalle canzoni ancor più strane, e dall’aria
melanconica come le nebbie del suo paese, manda un inno agli echi ed
alle balze del Liakùra: «Ellade vaga! tutto ciò che le Muse finsero,
nel tuo grembo mutasi in vero! Per anni ed anni ancora i fanciulli
impareranno i tuoi fasti e la tua lingua divina. Orgoglio de’ vecchi,
scuola dei giovani, il savio ti onora, a te s’inchina il vate, come
al tempo che Pallade ti svelava gli arcani celesti: mentre il tempo
sperderà le canzoni dei cento menestrelli ond’oggi levasi il grido!»_
_Dàlli ai bestemmiatori!_
_È Heine che sta meditando il_ Ratcliff, _in attesa dell’_Intermezzo.
_È Byron che canta il pellegrinaggio di_ Aroldo, _in attesa del_ Don
Giovanni.
_E che!? l’arte antica, questa morta di cui assistemmo le esequie,
leverebbe ancora la testa fuor della lapide del suo sepolcro,
accamperebbe ancora diritti in faccia alle conquiste dei novatori? I
monumenti del genio di questa sepolta, percossi da tanta ala di secoli,
avrebbero ancora un linguaggio per noi, avrebbero ancora attrattive
e fascini per un poeta dei nostri dì? Vi sarebbe ancora là dentro,
in quelle pagine polverose, qualche cosa da cercare, qualche cosa da
ammirare, qualche cosa da imparare?_
_Questo andavo fra me chiedendo un giorno che un critico dal gusto
finissimo, entusiasta della_ Femme de Claude, _della_ Femme de feu _e
della_ Petite marquise, _mi spiegava saviamente le ragioni per cui
ai dì nostri non è più permesso, senza disonorarsi, ad una persona
di spirito, di leggere Omero. E la dimostrazione mi avea convinto e
mortificato: tant’è che coll’animo contrito, ricordatomi di Alcibiade,
il quale le picchiava ai maestri perchè di Omero non ne sapevano,
progettai di scrivere un dramma sopra il figliuolo di Clinia._
_Narro la genesi — non le ragioni del libro. Le quali sono parecchie;
e perciò avevo pensato di preporre, come agli altri lavori miei, così
a questo, una prefazione, lunga, lunga, coi fiocchi, dove appunto si
discorresse degli intenti del lavoro, dal lato storico, drammatico
e letterario, e dell’epoca storica entro cui il dramma si svolge. La
benevolenza de’ critici mi costrinse a vuotare il sacco delle ragioni
innanzi tempo; e tutto quello che io avevo in animo di dire a mia
discolpa mi trovo averlo già detto nella lettera che mandai l’anno
scorso alle stampe.[2] Lettera che, tra parentesi, per caso bizzarro,
fu dai critici giudicata meno cattiva (e non ci voleva molto!) del
dramma che essa studiavasi difendere: forse era più esatto il dirla
più lunga che il dramma non ne valesse la pena: lunga certo abbastanza
perchè io non abbia per giunta a tornarvi sopra e a ripetere le cose
dette già. Tanto più poi, che in quanto la lettera era destinata a
drizzar le gambe a certi critici, essa ha già avuto una efficacia
superiore alle mie previsioni, ed alla quale proprio non mi aspettavo._
_Nella lettera — s’imagini! — facevo la morale agli Aristarchi che
sputano sentenze sui lavori altrui, per mettere in mostra la erudizione
che hanno lì per lì rubato altrove: bene, di lì a qualche tempo, una
bella mattina, un critico scaraventa contro il povero_ Alcibiade
_tre lunghissime appendici ove mi regala dell’ignorante a tutto
pasto, e dichiara il mio dramma un aborto drammatico e storico: e per
dimostrarlo alla presenza de’ suoi lettori, con mia gran mortificazione
mi infigge nientemeno che una lezione completa di storia e di critica
intorno a Pericle, alla sua politica ed al suo secolo: cita Senofonte,
Platone, Aristofane, persino Alcifrone... soltanto la mia lettera non
cita, da cui tutto quanto il materiale della sua lezione di storia —
non un solo ragguaglio eccettuato — era di pianta stato preso! Anzi,
per colmo d’ingratitudine e per far più effetto sui suoi lettori, dal
fondo del suo pozzo di scienza quel signore con sussiego mi rimprovera
di non aver ben digerito i miei studi: sarà; ma se non altro per
avergli fatto tanto comodo, non toccava veramente a lui di dirne
male!..._
_Da quel giorno credo di essere affatto guarito dal ticchio di
difendere i lavori miei._
_Bensì mi è d’uopo il dir qualche cosa della_ forma _in cui
l’_Alcibiade _esce oggi alla luce nella presente edizione, diversa
in qualche parte da quella al publico già nota: m’è d’uopo, cioè,
ricordare, infra i varj intendimenti del lavoro, da me accennati nella
lettera, quello che in ispecie riferivasi alla publicazione del dramma
per le stampe:_
«_Offrire_ agli studiosi _una pittura, dei quadri, delle_ scene, _della
vita greca del secolo d’oro, colta nella sua fase più caratteristica e
culminante: in quel periodo di transizione della guerra peloponnesiaca,
che conservava ancora il riflesso delle grandi memorie antiche e di
tutti gli splendori del secolo di Pericle e aveva già in sè sviluppati
tutti i germi di corruzione, tutti i fenomeni politici che provocarono
la caduta della repubblica d’Atene. Presentar quella vita studiata
nel linguaggio, nelle idee, nelle leggi, nei costumi — nel_ linguaggio
_sopratutto... Perchè la favella viva di un popolo è il prodotto e lo
specchio fedele della sua indole, del suo genio artistico, delle sue
idee — e la verità del linguaggio è necessaria a far vivere i fantasmi
delle età lontane nel mondo della realtà._
_Ed è questa, anzitutto, la ragione per cui, nella edizione presente
non destinata alle scene, una volta libero dalle esigenze di queste,
pensai naturalmente a ristabilire quei più minuti particolari della
vita greca, e tutte quelle forme e locuzioni del linguaggio greco,
che per le necessità del teatro e dei publici nostri avevo dovuto,
alla recita, sopprimere. Non già ch’io riuscissi a sopprimerne tanto,
da risparmiare al mio dramma, quale fu rappresentato, la taccia
che molti gli apposero, di essere una lezione indigesta e nojosa di
lingua, mitologia e archeologia greca: ma coloro che in teatro, tra
uno sbadiglio e l’altro, così lo giudicarono, sono certissimo che, a
maggior ragione, per pietà delle proprie mascelle, si guarderanno con
iscrupolo dal leggere questo volume. Non è dunque per essi che io lo
stampo. Bensì gli studiosi probabilmente apprezzeranno le difficoltà
di conciliare sempre e dovunque le ragioni sceniche colle letterarie
in un tentativo di simil genere: poi che di un modesto tentativo si
tratta e nulla più. E per essi non occorre ch’io mi diffonda sulle
ragioni di questo studio delle forme. L’egregio Mariotti, nelle
note al suo_ Demostene, _disse una cosa non nuova, ma giusta, e non
abbastanza da molti avvertita, quando osservò esistere tra la lingua
italiana e la greca un’affinità di linee e di genio, tutta speciale
ed intima: assai più intima e spiccata che non tra l’italiano ed il
latino. Potrebbesi dire, a spiegazione del fenomeno, succedere delle
lingue lo stesso che della natura, nelle somiglianze ereditarie fra
le generazioni alternate. In quella guisa che i monumenti di Firenze
ritraggono assai più della eleganza attica, che non della maestosa
grandiosità romana, così il nostro aureo trecento, nella semplicità
delle sue grazie native, ricorda assai più gli scrittori del secolo di
Pericle che non quelli del secolo di Augusto. Filosofia delle parole
e dei modi, snodature dei periodi, pieghevolezza, grazia, armonia,
tutto nella favella nostra sembra evitare la maestà asciutta della
lingua del Lazio, per richiamarci «all’idioma gentil, sonante e puro»
di Alcibiade, di Platone e di Demostene. E ciò spiegherebbe anche,
fra parentesi, il perchè latinisti insigni — con riverenza parlando
— riescano, pure a’ dì nostri, stentati e plumbei prosatori italiani,
intanto che la Grecia rivelava a Foscolo e a Leopardi le bellezze più
ascose e il magistero più squisito della lingua dell’Arno._
_Scrutare, qua e là, anche più in sotto della superficie, questa
intima somiglianza di forme e di indole e di modi, qua e là afferrarne
alcuni tratti caratteristici, fu uno naturalmente degli studi di
questo lavoro. Studio uggioso ed inutile, a coloro pei quali è di
moda ostentare un sovrano dispregio di tutto ciò che riguarda la
forma; non inutile per me, che credo la forma essere carne e sangue
dell’idea, e la ispirazione dell’artista non essere_ nulla, _finchè il
magistero delle parole e delle linee non la faccia vivere nel mondo
dell’arte. Oggi, per esempio, dai più si sente e si riconosce la
stretta attinenza fra la questione della lingua e lo indirizzo della
drammatica; intanto io mi irrito quando sento in che gergo l’arte
parli sovente dalle nostre scene, e quando nulla nel suo linguaggio mi
ricorda il genio artistico del mio paese, nulla mi rammenta che quella
è l’arte di menti italiane. E mi domando, se non sia anche questo, per
avventura, uno fra i tanti frutti della sedicente scuola_ realista; _se
l’abitudine di fotografare una società che non è la nostra, e parlante
un linguaggio che non è il nostro, non abbia fatto passare, a poco a
poco, il forestierume dalle parole nelle idee e viceversa; se il vero
ci perderebbe in faccia all’arte qualche cosa ad essere riprodotto,
qui fra noi in Italia, con linee e con parvenze italiane; e se a tanta
invasione di idee e di forme non nostre, non servirebbe di correttivo
il contrapporre, di tanto in tanto, qualche po’ di roba_ nostra, _cioè
lasciataci in legittima eredità dai nostri nonni. Sì, in una parola,
io credo, come dissi altrove, che la influenza classica, associandosi
ai nuovi ideali e alle nuove forme dello idioma, possa oggidì riuscire
benefica anco al mutato indirizzo dell’arte. Gli è forse un pretendere
che questa vada a rinchiudersi e a fossilizzarsi tra gli scaffali delle
biblioteche, o faccia parlare i suoi personaggi in greco? Eh via!
schiudeteli pure all’arte i suoi nuovi orizzonti; mostratele pure,
come il diavolo al Cristo dalla vetta del monte, abbracciando a volo
d’aquila il secolo presente e la società, tutti i novelli dominii a
lei concessi, pur ch’ella adori, con Enotrio, il Satana moderno, il_
vero; _ma quando ella si sarà posta in cammino per quelle regioni del
suo avvenire, non isgridatela se la si fermi tratto tratto per istrada
a interrogare sommessamente il ricordo di qualche canzone antica, o a
dissetarsi all’acque del rivo disceso di lontano insiem con lei dalle
sorgenti della sua terra nativa; perchè il tranquillo suo corso le avrà
insegnato il cammino e impeditole di smarrirsi per via; perchè anco
laggiù ella avrà bisogno di qualche cosa che le parli della sua patria,
di qualche lembo di cielo, fra le nebbie, che le ricordi l’azzurro del
suo paese, di qualche armonia che le favelli la voce cara delle memorie
e del sangue; — se pur volete che anco laggiù in quei paesi ella si
rammenti pur sempre di essere e si conservi sempre_ italiana.
_Punto e a capo. Lascio le metafore, e passo a dir due parole delle
note._
_Le quali erano anch’esse naturalmente una necessità dell’intento
propostomi in questo volume; ch’è quanto dire (e lo dico subito per
risparmiare ai critici arguti e benevoli l’incomodo di malignarvi
sopra) che non ve le ho poste già nella ridicola idea di illustrar me
medesimo, o perchè credessi che il merito del volume valesse proprio
la spesa di tante note. Pensai invece (astrazione fatta dalle note
filologiche e da quelle apposte per giustificarmi da appunti critici)
che valesse la pena di approfittare qua e là delle occasioni offertemi
dal dramma, per guardare, insieme col lettore, un po’ più addentro
nella vita privata e publica, nelle istituzioni religiose e politiche
dell’antica Grecia. So gli anatemi scagliati da Alfonso Karr, in uno
sfogo di santa ira agli eruditi:_ Farisei della scienza, Tartufi delle
lettere: _ma non è al merito di erudito ch’io aspiro. Bensì a quello
assai più modesto di avere, se non con ingegno, studiato almeno con
qualche coscienza l’epoca di cui imprendevo a trattare: dacchè questo
mi parea per lo artista non merito, ma obbligo: e se alla rievocazione
delle età passate, malgrado certi odierni anatemi, è ancora serbato
un posto nell’arte moderna, egli è a questo patto solo, che l’artista
anzitutto studii di immedesimarsi con quell’età; e alla verità delle
passioni — che sono in fondo le stesse in ogni tempo, com’è sempre
la stessa la natura umana — ritrovi gli accenti e le corde nella
verità completa dello ambiente. Allora l’illusione artistica sarà
perfetta; allora le figure che l’artista evocherà saranno vere e vive,
rappresenteranno_ uomini _e non_ nomi, persone _e non_ personaggi; _e
il publico, trasportato con esse nei secoli remoti, s’interesserà e
si commuoverà ai loro casi, nè più nè meno che a quelli della società
contemporanea._
_Se avessi voluto fare dell’inutile erudizione, nulla mi sarebbe
stato più facile del triplicar la mole di questo volume; come certo
mi era facile anco ridur le note a proporzioni minime, se non sapessi
la stizza che destano spesso ne’ libri certi schiarimenti generici,
affatto vaghi e incompleti, i quali sono peggio di nulla; poi che
le nozioni indeterminate generano sempre le nozioni false. Cercai
stringere il molto in poco; essere breve ma possibilmente preciso;
rimandare alle fonti chi volesse studiarne più in là; e sopratutto,
spazzar via, dove mi si affacciavano le idee convenzionali e i
pregiudizi che intorno all’epoca da me descritta ci vennero tramandati
dalle scuole. Ormai la critica storica, ne’ suoi studi sull’antichità,
ha fatto tali e tanti progressi, da lasciarsi ben di lunga addietro
la ingenuità del giovane Anacarsi; ed è anche vero che nell’ardore
delle ricerche innovatrici ella è sovente trascorsa oltre il segno; ma
dal buon Barthelemy, il quale accettava tutto, a occhi chiusi, senza
analisi nè discussione, sulla fede degli scrittori superficialmente
esaminati, a Grote, che occorrendo sagrifica le autorità storiche alla
dimostrazione di tesi ingegnose e preconcette, a Ottofredo Müller,
questo martire illustre della scienza, che spinge lo scetticismo e
l’acutezza dell’analisi fino a negazioni temerarie, per sostituirvi, se
bisogna, ipotesi e affermazioni più temerarie ancora, — la distanza è
abbastanza grande per lasciar posto ad uno spirito di esame, il quale
si contenti modestamente di conciliare le autorità della storia coi
risultati_ certi _e irrefragabilmente acquisiti alle moderne indagini
della critica._
_Detto ciò in generale dello spirito in cui furono scritte le note del
libro, mi rimane ad avvertire una cosa semplicissima, ed è che coloro
ai quali elle paressero soverchie, non hanno a fare altro che saltarle
di piè pari._
_Un’ultima osservazione, infine, mi resta, circa la diversità di
proporzioni e divisioni fra il dramma qual esce ora alla luce, e la
versione per le scene, che il publico dei teatri conosce già. Era
naturale che il lavoro scritto, per la ragione stessa del suo intento,
dovesse pigliarsi colla storia un po’ meno di confidenza di quello
che in teatro si richiede. L’indole del lavoro, abbracciante un intero
ciclo storico, e le esigenze sceniche mi obbligarono qua e là, negli
ultimi quadri in ispecie, a variare e stringere l’azione, cumular
date e circostanze a beneficio del dramma, lasciar nella vita del
protagonista parecchie lacune, che poi, da alcuni di coloro i quali
pur trovavano il dramma già troppo lungo, mi vennero benevolmente
rimproverate. Nel sesto atto, per esempio, della versione scenica,
sono licenze storiche e cronologiche e geografiche evidenti, eppure
sfuggite per un caso curioso all’acume dei critici meticolosi, i quali
me ne scopersero tante altre che non c’erano. La campagna nell’Egeo e
nell’Jonia, la seconda disgrazia di Alcibiade, la sua partenza dalla
flotta di Samo, vi son cumulate colla gita in Tracia, e dalla Tracia
al campo di Egospotamos: due anni, quasi, in un giorno. In compenso
(per quanto, beninteso, si può pretendere da un lavoro povero) l’azione
ci guadagna di rapidità e di interesse, la nuova faccia del carattere
di Alcibiade esce più spiccata dal contrasto immediato, e la presenza
di Timandra aggiunge un elemento drammatico su cui la storia trova a
ridire, ma che al dramma torna comodo ed utilissimo._
_Nel lavoro destinato alla lettura, la ragione di quelle licenze
cessava. Qui perciò gli avvenimenti sono rimessi più a loro posto, il
filo cronologico è più continuo, e diverse lacune son ricolmate. Il
ritorno di Alcibiade ad Atene mostra qualch’altro lato della fisionomia
dell’eroe. La gita in Tracia poi ne presentava ancora qualche altro,
e di più offeriva una occasione opportuna di porre a riscontro dei
costumi della Grecia civile qualche bozzetto di costumi di quella che
potrebbe chiamarsi, per così dire, la Grecia barbara. E dalle scene di
Tracia veniva più naturale e più conforme al vero la transazione alla
scena di Egospotamos. Insomma, la storia è qui un po’ meno bistrattata
e la figura del protagonista ne esce un po’ meno incompleta: che se il
sagrificio fatto alla coscienza storica ritorna a scapito della sintesi
drammatica e dello interesse complessivo del dramma, egli è che tutti
in una volta non si possono contentare. Siccome però, dopo l’esito
dell’_Alcibiade, _qualche compagnia mi domandò di rappresentarlo tutto
completo in due sere, ed io ricisamente m’opposi; così non vorrei che
la publicazione del volume suggerisse a taluno di tentar mio malgrado
l’esperimento. Per risparmiargli l’incomodo ed il fiasco — ora che la
legge guarentisce agli autori il diritto di disporre dei loro lavori,
siano publicati o no — dichiaro qui formalmente che la presente
edizione non è destinata alle scene; che assolutamente non permetto la
recita di questo_ Alcibiade _in dieci quadri; che non riconosco, per
versione da me autorizzata sulle scene, nessun’altra in fuori di quella
che sottoposi al giudizio dei publici, dei teatri italiani e della
Giunta per il concorso drammatico nazionale; e che uscirà anch’essa
alle stampe fra breve, in apposito volumetto della_ Galleria teatrale
_Barbini. Mi pare d’essermi spiegato chiaro._
_E qui finisco, se no a poco a poco il proemio mi piglia anch’esso le
dimensioni della lettera a Yorick: e dopo che in quella rivendicai per
gli autori, contro la critica prosuntuosa e brontolona, il sacrosanto
diritto di non essere annojati, è di stretta giustizia riconoscere il
medesimo diritto anche ai lettori._
Aprile, 1875.