PREFAZIONE ALL’EDIZIONE DEL 1875

«Di tutti i popoli della terra, i Greci son quelli che hanno più

nobilmente sognato il sogno della vita» — _scriveva un dì Goethe. Ma

oggi la vita si è ben lontani dal riguardarla come un sogno. Oggi le

comunicazioni fra l’Olimpo e la terra sono rotte, gli Dei di Omero

non vanno più innanzi e indietro, e la vita publica e la privata

non aspettan più nulla dalle nuvole. Il secolo volge al reale e al

positivo; i sognatori si chiamano matti e sono messi sotto custodia,

per ragioni di sicurezza publica; ai soli poeti in via d’eccezione si

permette ancora qualche volta di sognare — a patto, beninteso, che non

sognino più in là del ragionevole._

_E l’arte, questa grande emanazione della vita, fu invitata anch’ella

colle buone a mutar via. Le venne detto ch’era tempo di cessare dal

far la visionaria e dal correre dietro alle fantasime; che la vita

oramai ha scopi pratici e l’arte deve averli del paro: indi necessità

di mettere la testa a partito, e attendere alle faccende di casa; indi,

legge unica, il vero; e il vero è tutto quello che è, e che cade, tal

qual è, sotto i sensi; ciò che fu è il nulla, cioè un sogno; ciò che

è fuor dei sensi, è fuor del mondo, — e fuor del mondo non vi è che

l’_ideale — _un altro sogno._

_E l’arte, docile, non se l’è fatto ripetere. Messe le anticaglie da

un canto, lasciati alle lor nebbie i fantasmi, si diè a studiare il

presente, a vivere del proprio tempo, a_ palpitare di realtà. _La

scoltura rifiutò i profili ideali e scolpì Napoleone in veste da

camera. La pittura proscrisse i soggetti eroici e mitologici, e ci

regalò dei veri gatti e polli d’India contemporanei, e altre bestie

contemporanee al naturale. Fu ammesso, è vero, in via di grazia, il

cigno di Leda, vista la possibilità di servirsene a uso d’oca, per i

quadretti di roba da cucina._

_Ma la drammatica non si fermò alla zoologia. I più delicati problemi

sociali furono da lei coscienziosamente esaminati; niente le sfuggì

dei varj rami dello scibile, niente dei fenomeni e dei bisogni

della vita reale. La economia privata e publica, a cominciar dalla

questione essenzialissima dei rapporti fra il lavoro e il capitale; la

giurisprudenza sul matrimonio, sulla prole legittima e illegittima,

sugli orfani, sui pupilli, sulle vedove, sui contratti e sulle

donazioni fra vivi e morti; la medicina legale, la psicologia, la

patologia e l’anatomia comparata hanno richiamato la sua più seria

attenzione; non senza il debito riguardo alle leggi relative del

Parlamento, alle sentenze dei tribunali ed ai pareri medici delle

Facoltà._

_Evidentemente, siamo alla pienezza dei tempi. Aver fatto servire a

scopo così concreto e così utile i diletti più puri dello spirito, è

l’ultima parola del progresso._

_Questa è vita piena e vera, di cui nulla si perde nell’aria e nel

vuoto, nelle caligini del passato, nelle nebbie dell’ideale: dove

tutto ci interessa, perchè tutto ci parla direttamente ai sensi, tutto

ci riguarda materialmente, tutto ci richiama alla realtà dell’esser

nostro, delle nostre occupazioni, delle nostre passioni, delle nostre

noje, delle nostre circostanze domestiche e finanziarie: dal profumo

de’ gabinetti agli acri vapori delle sale da ballo, dai cicalecci

eleganti ai battibecchi conjugali, dalla marsina dell’eroe al_ panier

_dell’eroina._

_E a questo patto, e quando da questo ambiente così vero non si esca,

vada pure per qualche onesta licenza. Perchè anche là dentro in quelle

sale la finzione, dicono, qualche volta è di moda, lo spirito non

sempre è di rigore, e il buon senso non sempre è di prammatica. Purchè,

se si manca alla verità, se si manca di spirito, se si manca di buon

senso, gli addobbi e le decorazioni delle scene avvertano sempre che

son mancanze contemporanee. In fondo, la questione così detta del_

realismo _riguarda molto l’attrezzista e il guardaroba. Quando i

personaggi siano vestiti, ed è ciò che importa, alla maniera del mondo

nostro, nulla osta che si facciano dir loro anche delle cose dell’altro

mondo._

_Così il teatro ha progredito, come tutto il resto, in arte. C’è

stata, è vero, qualche protesta nei dietro-bottega dei rigattieri. Le

durlindane di Roncisvalle, gli elmi delle crociate e le mandóle dei

trovatori, raccoltevi a parlamento, protestarono contro l’ostracismo

loro inflitto in nome della verità, e dichiararono formalmente che ai

loro tempi si amava e si odiava come al tempo nostro, e si moriva per

amore e si accoppava per odio come ai dì nostri; soltanto si amava

e si odiava meglio, si moriva con più poesia e si accoppava con più

cavalleria. — Le clamidi e le toghe, intervenute all’adunanza, hanno

energicamente soggiunto che ai loro bei giorni ci erano poltroni

ed eroi come adesso, e tipi drammatici, quali adesso, di furbi e di

ingenui, di magnanimi e di furfanti, di tormentatori e di tormentati,

e nel dramma umano si rideva e si piangeva come adesso — colla medesima

verità — ma più artisticamente di adesso._

_Tutte chiacchiere inutili. La sentenza era segnata. Cilindri e

cravatte fecero l’ingresso trionfale con accompagnamento di pianoforte

— in luogo del romantico liuto — per la festa da ballo dell’atto

terzo, e di colpi d’arma da fuoco — in luogo degli esercizi d’arma

bianca — per la catastrofe dell’atto ultimo. Tutto fu raggiustato,

rimodernato, rimesso a nuovo. L’amore come il delitto assunsero forme

meno fantastiche e maniere più incivilite. Il dolore rispettò le

convenienze: non imprecò più come Prometeo, non pianse più come Ecuba.

Una prosa graziosa, piena di arguzie, di riflessioni filosofiche e di

ammonizioni morali, sostituì i lamenti di Edipo come le invettive di

Ernani, i delirj di Aristodemo come le bestemmie di Francesco Moor._

_Soltanto, in mezzo al nuovo concerto di voci e di suoni moderni,

di amori e di delitti moderni, tra il frastuono delle prediche

che riformano la società e dei colpi di pistola che ne risolvono i

problemi, — tra gli applausi dei buongustai che assaporano le finezze

dell’arte nuova e le beffe dei critici irridenti alle scolastiche

pedanterie dell’antica, — s’ode levarsi tratto tratto qualche eco di

voce solitaria, bizzarra, come portata dal vento di lontano._

_Qua, un poeta dal ritmo strano e dal riso amaro, sardonico, scioglie

un osanna ai semidei della greca letteratura e con entusiasmo li

saluta_ eterni diletti dell’uman genere, — «sempiterna solatia generis

humani!»

_Là, un altro poeta dalle canzoni ancor più strane, e dall’aria

melanconica come le nebbie del suo paese, manda un inno agli echi ed

alle balze del Liakùra: «Ellade vaga! tutto ciò che le Muse finsero,

nel tuo grembo mutasi in vero! Per anni ed anni ancora i fanciulli

impareranno i tuoi fasti e la tua lingua divina. Orgoglio de’ vecchi,

scuola dei giovani, il savio ti onora, a te s’inchina il vate, come

al tempo che Pallade ti svelava gli arcani celesti: mentre il tempo

sperderà le canzoni dei cento menestrelli ond’oggi levasi il grido!»_

_Dàlli ai bestemmiatori!_

_È Heine che sta meditando il_ Ratcliff, _in attesa dell’_Intermezzo.

_È Byron che canta il pellegrinaggio di_ Aroldo, _in attesa del_ Don

Giovanni.

_E che!? l’arte antica, questa morta di cui assistemmo le esequie,

leverebbe ancora la testa fuor della lapide del suo sepolcro,

accamperebbe ancora diritti in faccia alle conquiste dei novatori? I

monumenti del genio di questa sepolta, percossi da tanta ala di secoli,

avrebbero ancora un linguaggio per noi, avrebbero ancora attrattive

e fascini per un poeta dei nostri dì? Vi sarebbe ancora là dentro,

in quelle pagine polverose, qualche cosa da cercare, qualche cosa da

ammirare, qualche cosa da imparare?_

_Questo andavo fra me chiedendo un giorno che un critico dal gusto

finissimo, entusiasta della_ Femme de Claude, _della_ Femme de feu _e

della_ Petite marquise, _mi spiegava saviamente le ragioni per cui

ai dì nostri non è più permesso, senza disonorarsi, ad una persona

di spirito, di leggere Omero. E la dimostrazione mi avea convinto e

mortificato: tant’è che coll’animo contrito, ricordatomi di Alcibiade,

il quale le picchiava ai maestri perchè di Omero non ne sapevano,

progettai di scrivere un dramma sopra il figliuolo di Clinia._

_Narro la genesi — non le ragioni del libro. Le quali sono parecchie;

e perciò avevo pensato di preporre, come agli altri lavori miei, così

a questo, una prefazione, lunga, lunga, coi fiocchi, dove appunto si

discorresse degli intenti del lavoro, dal lato storico, drammatico

e letterario, e dell’epoca storica entro cui il dramma si svolge. La

benevolenza de’ critici mi costrinse a vuotare il sacco delle ragioni

innanzi tempo; e tutto quello che io avevo in animo di dire a mia

discolpa mi trovo averlo già detto nella lettera che mandai l’anno

scorso alle stampe.[2] Lettera che, tra parentesi, per caso bizzarro,

fu dai critici giudicata meno cattiva (e non ci voleva molto!) del

dramma che essa studiavasi difendere: forse era più esatto il dirla

più lunga che il dramma non ne valesse la pena: lunga certo abbastanza

perchè io non abbia per giunta a tornarvi sopra e a ripetere le cose

dette già. Tanto più poi, che in quanto la lettera era destinata a

drizzar le gambe a certi critici, essa ha già avuto una efficacia

superiore alle mie previsioni, ed alla quale proprio non mi aspettavo._

_Nella lettera — s’imagini! — facevo la morale agli Aristarchi che

sputano sentenze sui lavori altrui, per mettere in mostra la erudizione

che hanno lì per lì rubato altrove: bene, di lì a qualche tempo, una

bella mattina, un critico scaraventa contro il povero_ Alcibiade

_tre lunghissime appendici ove mi regala dell’ignorante a tutto

pasto, e dichiara il mio dramma un aborto drammatico e storico: e per

dimostrarlo alla presenza de’ suoi lettori, con mia gran mortificazione

mi infigge nientemeno che una lezione completa di storia e di critica

intorno a Pericle, alla sua politica ed al suo secolo: cita Senofonte,

Platone, Aristofane, persino Alcifrone... soltanto la mia lettera non

cita, da cui tutto quanto il materiale della sua lezione di storia —

non un solo ragguaglio eccettuato — era di pianta stato preso! Anzi,

per colmo d’ingratitudine e per far più effetto sui suoi lettori, dal

fondo del suo pozzo di scienza quel signore con sussiego mi rimprovera

di non aver ben digerito i miei studi: sarà; ma se non altro per

avergli fatto tanto comodo, non toccava veramente a lui di dirne

male!..._

_Da quel giorno credo di essere affatto guarito dal ticchio di

difendere i lavori miei._

_Bensì mi è d’uopo il dir qualche cosa della_ forma _in cui

l’_Alcibiade _esce oggi alla luce nella presente edizione, diversa

in qualche parte da quella al publico già nota: m’è d’uopo, cioè,

ricordare, infra i varj intendimenti del lavoro, da me accennati nella

lettera, quello che in ispecie riferivasi alla publicazione del dramma

per le stampe:_

«_Offrire_ agli studiosi _una pittura, dei quadri, delle_ scene, _della

vita greca del secolo d’oro, colta nella sua fase più caratteristica e

culminante: in quel periodo di transizione della guerra peloponnesiaca,

che conservava ancora il riflesso delle grandi memorie antiche e di

tutti gli splendori del secolo di Pericle e aveva già in sè sviluppati

tutti i germi di corruzione, tutti i fenomeni politici che provocarono

la caduta della repubblica d’Atene. Presentar quella vita studiata

nel linguaggio, nelle idee, nelle leggi, nei costumi — nel_ linguaggio

_sopratutto... Perchè la favella viva di un popolo è il prodotto e lo

specchio fedele della sua indole, del suo genio artistico, delle sue

idee — e la verità del linguaggio è necessaria a far vivere i fantasmi

delle età lontane nel mondo della realtà._

_Ed è questa, anzitutto, la ragione per cui, nella edizione presente

non destinata alle scene, una volta libero dalle esigenze di queste,

pensai naturalmente a ristabilire quei più minuti particolari della

vita greca, e tutte quelle forme e locuzioni del linguaggio greco,

che per le necessità del teatro e dei publici nostri avevo dovuto,

alla recita, sopprimere. Non già ch’io riuscissi a sopprimerne tanto,

da risparmiare al mio dramma, quale fu rappresentato, la taccia

che molti gli apposero, di essere una lezione indigesta e nojosa di

lingua, mitologia e archeologia greca: ma coloro che in teatro, tra

uno sbadiglio e l’altro, così lo giudicarono, sono certissimo che, a

maggior ragione, per pietà delle proprie mascelle, si guarderanno con

iscrupolo dal leggere questo volume. Non è dunque per essi che io lo

stampo. Bensì gli studiosi probabilmente apprezzeranno le difficoltà

di conciliare sempre e dovunque le ragioni sceniche colle letterarie

in un tentativo di simil genere: poi che di un modesto tentativo si

tratta e nulla più. E per essi non occorre ch’io mi diffonda sulle

ragioni di questo studio delle forme. L’egregio Mariotti, nelle

note al suo_ Demostene, _disse una cosa non nuova, ma giusta, e non

abbastanza da molti avvertita, quando osservò esistere tra la lingua

italiana e la greca un’affinità di linee e di genio, tutta speciale

ed intima: assai più intima e spiccata che non tra l’italiano ed il

latino. Potrebbesi dire, a spiegazione del fenomeno, succedere delle

lingue lo stesso che della natura, nelle somiglianze ereditarie fra

le generazioni alternate. In quella guisa che i monumenti di Firenze

ritraggono assai più della eleganza attica, che non della maestosa

grandiosità romana, così il nostro aureo trecento, nella semplicità

delle sue grazie native, ricorda assai più gli scrittori del secolo di

Pericle che non quelli del secolo di Augusto. Filosofia delle parole

e dei modi, snodature dei periodi, pieghevolezza, grazia, armonia,

tutto nella favella nostra sembra evitare la maestà asciutta della

lingua del Lazio, per richiamarci «all’idioma gentil, sonante e puro»

di Alcibiade, di Platone e di Demostene. E ciò spiegherebbe anche,

fra parentesi, il perchè latinisti insigni — con riverenza parlando

— riescano, pure a’ dì nostri, stentati e plumbei prosatori italiani,

intanto che la Grecia rivelava a Foscolo e a Leopardi le bellezze più

ascose e il magistero più squisito della lingua dell’Arno._

_Scrutare, qua e là, anche più in sotto della superficie, questa

intima somiglianza di forme e di indole e di modi, qua e là afferrarne

alcuni tratti caratteristici, fu uno naturalmente degli studi di

questo lavoro. Studio uggioso ed inutile, a coloro pei quali è di

moda ostentare un sovrano dispregio di tutto ciò che riguarda la

forma; non inutile per me, che credo la forma essere carne e sangue

dell’idea, e la ispirazione dell’artista non essere_ nulla, _finchè il

magistero delle parole e delle linee non la faccia vivere nel mondo

dell’arte. Oggi, per esempio, dai più si sente e si riconosce la

stretta attinenza fra la questione della lingua e lo indirizzo della

drammatica; intanto io mi irrito quando sento in che gergo l’arte

parli sovente dalle nostre scene, e quando nulla nel suo linguaggio mi

ricorda il genio artistico del mio paese, nulla mi rammenta che quella

è l’arte di menti italiane. E mi domando, se non sia anche questo, per

avventura, uno fra i tanti frutti della sedicente scuola_ realista; _se

l’abitudine di fotografare una società che non è la nostra, e parlante

un linguaggio che non è il nostro, non abbia fatto passare, a poco a

poco, il forestierume dalle parole nelle idee e viceversa; se il vero

ci perderebbe in faccia all’arte qualche cosa ad essere riprodotto,

qui fra noi in Italia, con linee e con parvenze italiane; e se a tanta

invasione di idee e di forme non nostre, non servirebbe di correttivo

il contrapporre, di tanto in tanto, qualche po’ di roba_ nostra, _cioè

lasciataci in legittima eredità dai nostri nonni. Sì, in una parola,

io credo, come dissi altrove, che la influenza classica, associandosi

ai nuovi ideali e alle nuove forme dello idioma, possa oggidì riuscire

benefica anco al mutato indirizzo dell’arte. Gli è forse un pretendere

che questa vada a rinchiudersi e a fossilizzarsi tra gli scaffali delle

biblioteche, o faccia parlare i suoi personaggi in greco? Eh via!

schiudeteli pure all’arte i suoi nuovi orizzonti; mostratele pure,

come il diavolo al Cristo dalla vetta del monte, abbracciando a volo

d’aquila il secolo presente e la società, tutti i novelli dominii a

lei concessi, pur ch’ella adori, con Enotrio, il Satana moderno, il_

vero; _ma quando ella si sarà posta in cammino per quelle regioni del

suo avvenire, non isgridatela se la si fermi tratto tratto per istrada

a interrogare sommessamente il ricordo di qualche canzone antica, o a

dissetarsi all’acque del rivo disceso di lontano insiem con lei dalle

sorgenti della sua terra nativa; perchè il tranquillo suo corso le avrà

insegnato il cammino e impeditole di smarrirsi per via; perchè anco

laggiù ella avrà bisogno di qualche cosa che le parli della sua patria,

di qualche lembo di cielo, fra le nebbie, che le ricordi l’azzurro del

suo paese, di qualche armonia che le favelli la voce cara delle memorie

e del sangue; — se pur volete che anco laggiù in quei paesi ella si

rammenti pur sempre di essere e si conservi sempre_ italiana.

_Punto e a capo. Lascio le metafore, e passo a dir due parole delle

note._

_Le quali erano anch’esse naturalmente una necessità dell’intento

propostomi in questo volume; ch’è quanto dire (e lo dico subito per

risparmiare ai critici arguti e benevoli l’incomodo di malignarvi

sopra) che non ve le ho poste già nella ridicola idea di illustrar me

medesimo, o perchè credessi che il merito del volume valesse proprio

la spesa di tante note. Pensai invece (astrazione fatta dalle note

filologiche e da quelle apposte per giustificarmi da appunti critici)

che valesse la pena di approfittare qua e là delle occasioni offertemi

dal dramma, per guardare, insieme col lettore, un po’ più addentro

nella vita privata e publica, nelle istituzioni religiose e politiche

dell’antica Grecia. So gli anatemi scagliati da Alfonso Karr, in uno

sfogo di santa ira agli eruditi:_ Farisei della scienza, Tartufi delle

lettere: _ma non è al merito di erudito ch’io aspiro. Bensì a quello

assai più modesto di avere, se non con ingegno, studiato almeno con

qualche coscienza l’epoca di cui imprendevo a trattare: dacchè questo

mi parea per lo artista non merito, ma obbligo: e se alla rievocazione

delle età passate, malgrado certi odierni anatemi, è ancora serbato

un posto nell’arte moderna, egli è a questo patto solo, che l’artista

anzitutto studii di immedesimarsi con quell’età; e alla verità delle

passioni — che sono in fondo le stesse in ogni tempo, com’è sempre

la stessa la natura umana — ritrovi gli accenti e le corde nella

verità completa dello ambiente. Allora l’illusione artistica sarà

perfetta; allora le figure che l’artista evocherà saranno vere e vive,

rappresenteranno_ uomini _e non_ nomi, persone _e non_ personaggi; _e

il publico, trasportato con esse nei secoli remoti, s’interesserà e

si commuoverà ai loro casi, nè più nè meno che a quelli della società

contemporanea._

_Se avessi voluto fare dell’inutile erudizione, nulla mi sarebbe

stato più facile del triplicar la mole di questo volume; come certo

mi era facile anco ridur le note a proporzioni minime, se non sapessi

la stizza che destano spesso ne’ libri certi schiarimenti generici,

affatto vaghi e incompleti, i quali sono peggio di nulla; poi che

le nozioni indeterminate generano sempre le nozioni false. Cercai

stringere il molto in poco; essere breve ma possibilmente preciso;

rimandare alle fonti chi volesse studiarne più in là; e sopratutto,

spazzar via, dove mi si affacciavano le idee convenzionali e i

pregiudizi che intorno all’epoca da me descritta ci vennero tramandati

dalle scuole. Ormai la critica storica, ne’ suoi studi sull’antichità,

ha fatto tali e tanti progressi, da lasciarsi ben di lunga addietro

la ingenuità del giovane Anacarsi; ed è anche vero che nell’ardore

delle ricerche innovatrici ella è sovente trascorsa oltre il segno; ma

dal buon Barthelemy, il quale accettava tutto, a occhi chiusi, senza

analisi nè discussione, sulla fede degli scrittori superficialmente

esaminati, a Grote, che occorrendo sagrifica le autorità storiche alla

dimostrazione di tesi ingegnose e preconcette, a Ottofredo Müller,

questo martire illustre della scienza, che spinge lo scetticismo e

l’acutezza dell’analisi fino a negazioni temerarie, per sostituirvi, se

bisogna, ipotesi e affermazioni più temerarie ancora, — la distanza è

abbastanza grande per lasciar posto ad uno spirito di esame, il quale

si contenti modestamente di conciliare le autorità della storia coi

risultati_ certi _e irrefragabilmente acquisiti alle moderne indagini

della critica._

_Detto ciò in generale dello spirito in cui furono scritte le note del

libro, mi rimane ad avvertire una cosa semplicissima, ed è che coloro

ai quali elle paressero soverchie, non hanno a fare altro che saltarle

di piè pari._

_Un’ultima osservazione, infine, mi resta, circa la diversità di

proporzioni e divisioni fra il dramma qual esce ora alla luce, e la

versione per le scene, che il publico dei teatri conosce già. Era

naturale che il lavoro scritto, per la ragione stessa del suo intento,

dovesse pigliarsi colla storia un po’ meno di confidenza di quello

che in teatro si richiede. L’indole del lavoro, abbracciante un intero

ciclo storico, e le esigenze sceniche mi obbligarono qua e là, negli

ultimi quadri in ispecie, a variare e stringere l’azione, cumular

date e circostanze a beneficio del dramma, lasciar nella vita del

protagonista parecchie lacune, che poi, da alcuni di coloro i quali

pur trovavano il dramma già troppo lungo, mi vennero benevolmente

rimproverate. Nel sesto atto, per esempio, della versione scenica,

sono licenze storiche e cronologiche e geografiche evidenti, eppure

sfuggite per un caso curioso all’acume dei critici meticolosi, i quali

me ne scopersero tante altre che non c’erano. La campagna nell’Egeo e

nell’Jonia, la seconda disgrazia di Alcibiade, la sua partenza dalla

flotta di Samo, vi son cumulate colla gita in Tracia, e dalla Tracia

al campo di Egospotamos: due anni, quasi, in un giorno. In compenso

(per quanto, beninteso, si può pretendere da un lavoro povero) l’azione

ci guadagna di rapidità e di interesse, la nuova faccia del carattere

di Alcibiade esce più spiccata dal contrasto immediato, e la presenza

di Timandra aggiunge un elemento drammatico su cui la storia trova a

ridire, ma che al dramma torna comodo ed utilissimo._

_Nel lavoro destinato alla lettura, la ragione di quelle licenze

cessava. Qui perciò gli avvenimenti sono rimessi più a loro posto, il

filo cronologico è più continuo, e diverse lacune son ricolmate. Il

ritorno di Alcibiade ad Atene mostra qualch’altro lato della fisionomia

dell’eroe. La gita in Tracia poi ne presentava ancora qualche altro,

e di più offeriva una occasione opportuna di porre a riscontro dei

costumi della Grecia civile qualche bozzetto di costumi di quella che

potrebbe chiamarsi, per così dire, la Grecia barbara. E dalle scene di

Tracia veniva più naturale e più conforme al vero la transazione alla

scena di Egospotamos. Insomma, la storia è qui un po’ meno bistrattata

e la figura del protagonista ne esce un po’ meno incompleta: che se il

sagrificio fatto alla coscienza storica ritorna a scapito della sintesi

drammatica e dello interesse complessivo del dramma, egli è che tutti

in una volta non si possono contentare. Siccome però, dopo l’esito

dell’_Alcibiade, _qualche compagnia mi domandò di rappresentarlo tutto

completo in due sere, ed io ricisamente m’opposi; così non vorrei che

la publicazione del volume suggerisse a taluno di tentar mio malgrado

l’esperimento. Per risparmiargli l’incomodo ed il fiasco — ora che la

legge guarentisce agli autori il diritto di disporre dei loro lavori,

siano publicati o no — dichiaro qui formalmente che la presente

edizione non è destinata alle scene; che assolutamente non permetto la

recita di questo_ Alcibiade _in dieci quadri; che non riconosco, per

versione da me autorizzata sulle scene, nessun’altra in fuori di quella

che sottoposi al giudizio dei publici, dei teatri italiani e della

Giunta per il concorso drammatico nazionale; e che uscirà anch’essa

alle stampe fra breve, in apposito volumetto della_ Galleria teatrale

_Barbini. Mi pare d’essermi spiegato chiaro._

_E qui finisco, se no a poco a poco il proemio mi piglia anch’esso le

dimensioni della lettera a Yorick: e dopo che in quella rivendicai per

gli autori, contro la critica prosuntuosa e brontolona, il sacrosanto

diritto di non essere annojati, è di stretta giustizia riconoscere il

medesimo diritto anche ai lettori._

Aprile, 1875.

Alcibiade · 第 6 / 286 题