X.

Ora nel salone attiguo, due fila di armature vuote da secoli, mi fanno

lucida ala. Dietro il corruscamento dell'acciaio, la penombra verde

dei pesanti cortinaggi ricalati sui finestroni, crea come due lunghe

navate senza cupola. Il tappeto attutisce il mio passo: il silenzio, il

battito acre del mio pensiero. Ma chi è uscito con me, chi mi segue?

Cavaliere de l'Isle Adam, Gran Maestro dell'Ordine, che hai il ventre

d'acciaio stranamente accuminato all'infuori, spiegami il leggero

fruscìo che s'avanza rapido e mi raggiunge.

— Ah!

— _Stop, please_. Si fermi. Vorrei dirle qualche cosa.

Riavere una visione di bellezza ritenuta già rimasta indietro nella

scia della vita e quindi quasi sommersa, è come un di più strappato

alla propria porzione di cose belle della terra.

— Ai suoi ordini, miss Edith. Una commissione per l'Italia?

— È precisamente quello che io ho detto di là, per giustificare la mia

rincorsa...

— Allora?

Non so perchè tutti questi glaciali spettri di antica guerra messi

in fila sembrano riempirsi dei loro corpi e animarsi d'una curiosità

pettegola, che certo creerà lunghi loro commenti questa notte, quando

la luna restituirà loro la vita e il vento trasporterà le loro chete

parole di spettri da piedistallo a piedistallo. Macchinalmente ci

togliamo dalle due sinistre file, avviandoci a passo lento verso uno

dei finestroni, piccola cappella della navata verde, dalla quale, come

dal foro simbolico praticato nel petto d'uno Spirito Santo immaginario,

filtra tra gli orli delle cortine un po' di luce.

— Allora?

Una bizzarra trepidazione alterna ondate di sorriso e di serietà sul

volto di questa fanciulla, nei contrasti bellissimo. Secondo i sussulti

di quella piccola cosa candida, ora sicura, ora spaurita che è la sua

anima, scherza e teme, s'avvicina e s'allontana, comanda e prega.

— Come va per le spiccie, lei! — esclama, fermandomisi di fronte. —

Allora! Oh che cosa buffa! Vorrei veder lei come farebbe a dire quello

che vorrei dire io!...

— Bisognerebbe che mi accennasse almeno che cosa vorrebbe dirmi e poi...

— Già: il male è che non lo so. Senta, lei ha conservato davvero quel

lembo di stoffa... lei sa?

— Sicuro. Non è troppo ingombrante. Eccolo qua.

— Nientemeno! Nella tasca del petto? E perchè mai lo ha conservato?

— Oh! E non me lo disse lei? Mi disse: Lo tenga indosso, in una

tasca... come portafortuna contro le terribili cose del mare. Vedrà che

le andrà tutto bene... L'ho fatto.

— Chiacchiere da veglione: da carnevale del siluro...

— Andiamo! — le dico sorridendo. — Speriamo di no.

— E se lei lo porta via davvero, io dovrò per forza seguire stanotte

col pensiero, quando lei sarà in mare, traversando il terribile canale

di Malta, questo cencio che era mio e che ora fa parte del destino d'un

uomo... Se capitasse una sventura...

— Al cencio?

— Non sia cattivo. A lei...

— Peuh! Un estraneo... Non ha udito ora a colazione quanti altri

sconosciuti, oggi stesso... Mi spiego? Faccia così: stanotte non

pensi al cencio: qua è ancora carnevale... stasera vedrà molte altre

maschere; ritorni all'Opera, si diverta più che può e non pensi a

tristezze; e poi dorma tranquilla nel suo letto che suppongo soffice...

Le ondate di sorriso sono scomparse. È un viso di vergine preraffaelita

che fonde la sua casta severità in un'espressione umile e s'affina

e impallidisce avanti a me. La sua bocca rimane chiusa per qualche

istante come per una concentrazione di pensiero a cui è bene non aprir

subito l'argine delle labbra.

— Penso — risponde come parlando ad un invisibile personaggio che fosse

inginocchiato ai suoi piedi — che nel carattere italiano devono essere

delle spietatezze terribili ed espresse con un'arte speciale. Sì:

perchè ride?

— Perchè lei mi dà buon giuoco per risponderle che nella nostra natura

può anche essere un'infinita dolcezza espressa anche meglio... E poi...

— ... Avanti...

— ... perchè lei ha già pronunciato una frase da romanzo. E questo è

pericoloso per me, che devo aver l'anima nuda pronta al volo supremo,

come mi diceva lei poco fa, a colazione. La sua commissione per

l'Italia, miss Edith?

La risposta è uno sguardo che s'alza lento da terra e viene a figgersi

immobilmente nelle mie pupille. Per qualche istante una corrente

azzurra, carica di scintille d'anima che accendono la mia e sembrano

spingerla come una gran fiamma verso altissimi spazî infiniti,

affluisce in me quasi attraverso un ostacolo rotto. Per qualche istante

una figura terrena scompare insieme al suo palpito e sembra che uno

spirito che contenga in sè le sorgenti d'una fresca forza deliziosa

si mescoli senza forma al mio, solo soffuso d'una grande aureola. Ah!

Bisogna troncare tutto questo: e presto. Bisogna rientrare e subito

nell'usato corpo in cui io devo abitare, solo e rattrappito per ben

altre verità di vita.

— La sua commissione per l'Italia?

L'incanto è rotto. La corrente devia in basso e sento di nuovo il peso

della mia materia gravar sulla terra.

— Signor mio, — ella mi risponde con una voce leggermente agitata e che

calca le sillabe delle due parole italiane. — Lei certo conosce quel

verso del nostro poeta del Childe Harold: «_To fly from, need not be

to hate, mankind..._» Lo ricorda? Credo di sì, perchè lei lo applica

adesso con una certa energia...

— Lo ricordo, ma io non fuggo dal genere umano che non dovrebbe essere

necessario odiare — come dice Byron...

— Mi pare di sì.

— Ecco: sarò breve, perchè il tempo fugge. Io cerco di evitare un'altra

cosa, che è precisamente l'opposto: che la vita mi richiami: che il

freddo vuoto della mia esistenza, da molti mesi in contatto con la

morte e pronta al crollo come una casa spogliata e deserta, torni ad

esser riempita. Nulla deve ritornare: nulla deve ostacolare l'assoluto

sentimento mio di completa, pronta dedizione alla Patria; io non

voglio attorno a me che macerie dove è inutile soffermar lo sguardo

della memoria: ho terrore dei rimpianti: pochi istanti di dolcezza

si cambierebbero in pena che bisognerebbe cancellare subito per non

soffrire di più. Mi comprenda, miss Edith. Io fuggo perchè...

— ... perchè?...

— ... perchè non voglio che in caso di sciagura, questa notte o domani,

per atroce ironia della sorte, la mia ultima convulsa visione di vita

sia qualchecosa che somigli... a lei,... che sorrida come lei ora,

e mi guardi così. Abituati al buio, l'oscurità non spaventa: provi a

entrare, Miss Edith, con gli occhi pieni di sole in un ambiente dove la

luce non pioverà mai più... E questo non è romanzo sa?...

Il pallido volto avanti a me ha come un sussulto.

— Lei dice delle cose che arrivano nel fondo del mio animo di donna. È

un'«ave Caesar, morituri te salutant» diretto alla mia povera persona,

che, creda, non è Caesar in niente... No questo non è romanzo: è

tragedia.

— Precisamente: ma non tragedia mia, tragedia del mondo; oggi non c'è

posto per altro...

— Sicchè di questo carnevale di Malta, che ricordo serberà?

— Ahimè! cara signorina, dovrò ricordare un cencio...

— E di me?

Come risponderle? Eppure due occhi ora sorridenti, ora gravi aspettano

la risposta. Approfittiamo d'un momento di sorriso. Picchiar forte.

Animo!

— La sua commissione.

Un silenzio: un silenzio complicato e composto da vibrazioni confuse,

che potrebbe essere paragonato a quel bianco indeciso che nasce dalla

mescolanza di tutti i colori.

— Sta bene: me lo merito... Gliela darò subito, la commissione. Mi

scriva appena giunto, ed io le risponderò: va bene? Ed ora bisogna...

che io assecondi... i suoi desideri — ella dice con una voce che

rallenta ed ha delle strane pause. — Offusco per lei... quella che lei

chiama... la probabile sua ultima visione. Guardi!...

E con le due mani riunite si copre il viso. Lo smeraldo oscilla: un

raggio che filtra dallo spiraglio delle cortine, si sofferma sulla

sua testa chinata e scherza con l'oro dei capelli accendendole vividi

riflessi nelle ciocche dense della nuca. La bianca pelle del collo si

perde in un'ombra rosata nella stoffa che le si distacca dalle spalle.

Sibila il suo respiro tenue nel cavo delle mani e pare a poco a poco

affrettare il ritmo, e farsi più concitato per aspirazioni più forti.

— Guardi!...

La parola piena di trepidante dolcezza, acquista le afonie d'una voce

da sogno: e nel silenzio che segue, passano come fremiti di esseri

invisibili. Ed ecco che un impulso che non so precisare, lento, ma

irrefrenabile come una marea dell'anima da lungo tempo compressa,

mi costringe adagio adagio a sollevar le braccia, fino a sfiorar con

le dita i polsi della fanciulla. Un braccialetto tintinna; sento il

battito affrettato delle vene, il tepore della sua vita — le dita

salgono, circondano, stringono e delicatamente tentano distaccar dal

viso le sue mani che tremano e resistono, mentre lo smeraldo, scosso,

sfavilla più forte col fervido verde delle sue stelle.

— No — ella mormora con un soffio di voce. — _You don't..._ Non lo

faccia. _Sarebbe assai peggio per la sua visione..._

E girandosi ad un tratto, bruscamente sfugge alla stretta.

— Good-bye — aggiunge protendendo una mano dietro lo svelto busto e

senza voltarsi più.

Gliela stringo. La sensazione acuta e profonda del distacco prolunga

la stretta come ultima difesa contro la realtà, padrona del secondo

successivo.

— Good bye, Miss Edith.

Il fruscio della sua veste s'è attenuato ed è svanito. E mentre

mi guardo il cavo della mano dove un lieve umidore brilla, ho

l'impressione che le due file di cavalieri, come monelli sorpresi

a spiare, s'irrigidiscano tutti e fingano un'immobilità esagerata,

allineando con cura le punte delle loro visiere, da cui — gelido come

l'acciaio — sembra sfuggire un soffocato sorriso.

Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio) · 第 56 / 72 题