Ora nel salone attiguo, due fila di armature vuote da secoli, mi fanno
lucida ala. Dietro il corruscamento dell'acciaio, la penombra verde
dei pesanti cortinaggi ricalati sui finestroni, crea come due lunghe
navate senza cupola. Il tappeto attutisce il mio passo: il silenzio, il
battito acre del mio pensiero. Ma chi è uscito con me, chi mi segue?
Cavaliere de l'Isle Adam, Gran Maestro dell'Ordine, che hai il ventre
d'acciaio stranamente accuminato all'infuori, spiegami il leggero
fruscìo che s'avanza rapido e mi raggiunge.
— Ah!
— _Stop, please_. Si fermi. Vorrei dirle qualche cosa.
Riavere una visione di bellezza ritenuta già rimasta indietro nella
scia della vita e quindi quasi sommersa, è come un di più strappato
alla propria porzione di cose belle della terra.
— Ai suoi ordini, miss Edith. Una commissione per l'Italia?
— È precisamente quello che io ho detto di là, per giustificare la mia
rincorsa...
— Allora?
Non so perchè tutti questi glaciali spettri di antica guerra messi
in fila sembrano riempirsi dei loro corpi e animarsi d'una curiosità
pettegola, che certo creerà lunghi loro commenti questa notte, quando
la luna restituirà loro la vita e il vento trasporterà le loro chete
parole di spettri da piedistallo a piedistallo. Macchinalmente ci
togliamo dalle due sinistre file, avviandoci a passo lento verso uno
dei finestroni, piccola cappella della navata verde, dalla quale, come
dal foro simbolico praticato nel petto d'uno Spirito Santo immaginario,
filtra tra gli orli delle cortine un po' di luce.
— Allora?
Una bizzarra trepidazione alterna ondate di sorriso e di serietà sul
volto di questa fanciulla, nei contrasti bellissimo. Secondo i sussulti
di quella piccola cosa candida, ora sicura, ora spaurita che è la sua
anima, scherza e teme, s'avvicina e s'allontana, comanda e prega.
— Come va per le spiccie, lei! — esclama, fermandomisi di fronte. —
Allora! Oh che cosa buffa! Vorrei veder lei come farebbe a dire quello
che vorrei dire io!...
— Bisognerebbe che mi accennasse almeno che cosa vorrebbe dirmi e poi...
— Già: il male è che non lo so. Senta, lei ha conservato davvero quel
lembo di stoffa... lei sa?
— Sicuro. Non è troppo ingombrante. Eccolo qua.
— Nientemeno! Nella tasca del petto? E perchè mai lo ha conservato?
— Oh! E non me lo disse lei? Mi disse: Lo tenga indosso, in una
tasca... come portafortuna contro le terribili cose del mare. Vedrà che
le andrà tutto bene... L'ho fatto.
— Chiacchiere da veglione: da carnevale del siluro...
— Andiamo! — le dico sorridendo. — Speriamo di no.
— E se lei lo porta via davvero, io dovrò per forza seguire stanotte
col pensiero, quando lei sarà in mare, traversando il terribile canale
di Malta, questo cencio che era mio e che ora fa parte del destino d'un
uomo... Se capitasse una sventura...
— Al cencio?
— Non sia cattivo. A lei...
— Peuh! Un estraneo... Non ha udito ora a colazione quanti altri
sconosciuti, oggi stesso... Mi spiego? Faccia così: stanotte non
pensi al cencio: qua è ancora carnevale... stasera vedrà molte altre
maschere; ritorni all'Opera, si diverta più che può e non pensi a
tristezze; e poi dorma tranquilla nel suo letto che suppongo soffice...
Le ondate di sorriso sono scomparse. È un viso di vergine preraffaelita
che fonde la sua casta severità in un'espressione umile e s'affina
e impallidisce avanti a me. La sua bocca rimane chiusa per qualche
istante come per una concentrazione di pensiero a cui è bene non aprir
subito l'argine delle labbra.
— Penso — risponde come parlando ad un invisibile personaggio che fosse
inginocchiato ai suoi piedi — che nel carattere italiano devono essere
delle spietatezze terribili ed espresse con un'arte speciale. Sì:
perchè ride?
— Perchè lei mi dà buon giuoco per risponderle che nella nostra natura
può anche essere un'infinita dolcezza espressa anche meglio... E poi...
— ... Avanti...
— ... perchè lei ha già pronunciato una frase da romanzo. E questo è
pericoloso per me, che devo aver l'anima nuda pronta al volo supremo,
come mi diceva lei poco fa, a colazione. La sua commissione per
l'Italia, miss Edith?
La risposta è uno sguardo che s'alza lento da terra e viene a figgersi
immobilmente nelle mie pupille. Per qualche istante una corrente
azzurra, carica di scintille d'anima che accendono la mia e sembrano
spingerla come una gran fiamma verso altissimi spazî infiniti,
affluisce in me quasi attraverso un ostacolo rotto. Per qualche istante
una figura terrena scompare insieme al suo palpito e sembra che uno
spirito che contenga in sè le sorgenti d'una fresca forza deliziosa
si mescoli senza forma al mio, solo soffuso d'una grande aureola. Ah!
Bisogna troncare tutto questo: e presto. Bisogna rientrare e subito
nell'usato corpo in cui io devo abitare, solo e rattrappito per ben
altre verità di vita.
— La sua commissione per l'Italia?
L'incanto è rotto. La corrente devia in basso e sento di nuovo il peso
della mia materia gravar sulla terra.
— Signor mio, — ella mi risponde con una voce leggermente agitata e che
calca le sillabe delle due parole italiane. — Lei certo conosce quel
verso del nostro poeta del Childe Harold: «_To fly from, need not be
to hate, mankind..._» Lo ricorda? Credo di sì, perchè lei lo applica
adesso con una certa energia...
— Lo ricordo, ma io non fuggo dal genere umano che non dovrebbe essere
necessario odiare — come dice Byron...
— Mi pare di sì.
— Ecco: sarò breve, perchè il tempo fugge. Io cerco di evitare un'altra
cosa, che è precisamente l'opposto: che la vita mi richiami: che il
freddo vuoto della mia esistenza, da molti mesi in contatto con la
morte e pronta al crollo come una casa spogliata e deserta, torni ad
esser riempita. Nulla deve ritornare: nulla deve ostacolare l'assoluto
sentimento mio di completa, pronta dedizione alla Patria; io non
voglio attorno a me che macerie dove è inutile soffermar lo sguardo
della memoria: ho terrore dei rimpianti: pochi istanti di dolcezza
si cambierebbero in pena che bisognerebbe cancellare subito per non
soffrire di più. Mi comprenda, miss Edith. Io fuggo perchè...
— ... perchè?...
— ... perchè non voglio che in caso di sciagura, questa notte o domani,
per atroce ironia della sorte, la mia ultima convulsa visione di vita
sia qualchecosa che somigli... a lei,... che sorrida come lei ora,
e mi guardi così. Abituati al buio, l'oscurità non spaventa: provi a
entrare, Miss Edith, con gli occhi pieni di sole in un ambiente dove la
luce non pioverà mai più... E questo non è romanzo sa?...
Il pallido volto avanti a me ha come un sussulto.
— Lei dice delle cose che arrivano nel fondo del mio animo di donna. È
un'«ave Caesar, morituri te salutant» diretto alla mia povera persona,
che, creda, non è Caesar in niente... No questo non è romanzo: è
tragedia.
— Precisamente: ma non tragedia mia, tragedia del mondo; oggi non c'è
posto per altro...
— Sicchè di questo carnevale di Malta, che ricordo serberà?
— Ahimè! cara signorina, dovrò ricordare un cencio...
— E di me?
Come risponderle? Eppure due occhi ora sorridenti, ora gravi aspettano
la risposta. Approfittiamo d'un momento di sorriso. Picchiar forte.
Animo!
— La sua commissione.
Un silenzio: un silenzio complicato e composto da vibrazioni confuse,
che potrebbe essere paragonato a quel bianco indeciso che nasce dalla
mescolanza di tutti i colori.
— Sta bene: me lo merito... Gliela darò subito, la commissione. Mi
scriva appena giunto, ed io le risponderò: va bene? Ed ora bisogna...
che io assecondi... i suoi desideri — ella dice con una voce che
rallenta ed ha delle strane pause. — Offusco per lei... quella che lei
chiama... la probabile sua ultima visione. Guardi!...
E con le due mani riunite si copre il viso. Lo smeraldo oscilla: un
raggio che filtra dallo spiraglio delle cortine, si sofferma sulla
sua testa chinata e scherza con l'oro dei capelli accendendole vividi
riflessi nelle ciocche dense della nuca. La bianca pelle del collo si
perde in un'ombra rosata nella stoffa che le si distacca dalle spalle.
Sibila il suo respiro tenue nel cavo delle mani e pare a poco a poco
affrettare il ritmo, e farsi più concitato per aspirazioni più forti.
— Guardi!...
La parola piena di trepidante dolcezza, acquista le afonie d'una voce
da sogno: e nel silenzio che segue, passano come fremiti di esseri
invisibili. Ed ecco che un impulso che non so precisare, lento, ma
irrefrenabile come una marea dell'anima da lungo tempo compressa,
mi costringe adagio adagio a sollevar le braccia, fino a sfiorar con
le dita i polsi della fanciulla. Un braccialetto tintinna; sento il
battito affrettato delle vene, il tepore della sua vita — le dita
salgono, circondano, stringono e delicatamente tentano distaccar dal
viso le sue mani che tremano e resistono, mentre lo smeraldo, scosso,
sfavilla più forte col fervido verde delle sue stelle.
— No — ella mormora con un soffio di voce. — _You don't..._ Non lo
faccia. _Sarebbe assai peggio per la sua visione..._
E girandosi ad un tratto, bruscamente sfugge alla stretta.
— Good-bye — aggiunge protendendo una mano dietro lo svelto busto e
senza voltarsi più.
Gliela stringo. La sensazione acuta e profonda del distacco prolunga
la stretta come ultima difesa contro la realtà, padrona del secondo
successivo.
— Good bye, Miss Edith.
Il fruscio della sua veste s'è attenuato ed è svanito. E mentre
mi guardo il cavo della mano dove un lieve umidore brilla, ho
l'impressione che le due file di cavalieri, come monelli sorpresi
a spiare, s'irrigidiscano tutti e fingano un'immobilità esagerata,
allineando con cura le punte delle loro visiere, da cui — gelido come
l'acciaio — sembra sfuggire un soffocato sorriso.