IX.

Dunque oggi bisogna partire. E partiremo non appena la sera s'addensi,

perchè nella guerra d'oggi, la luce a noi navi è nemica.

Già fin dal mattino son ricominciati a bordo i lugubri preparativi

di salvataggio, e uno strano silenzio rotto appena dallo stridìo

delle manovre, s'è stabilito tra i ponti. Ancora ignara che oggi è

giornata di pericolo, la nave rumina carbone, godendo quello che può

essere il suo ultimo sole: e il suo respiro nero infittisce appena.

Io la contemplo da quassù, da una delle immense finestre del palazzo

dei Cavalieri, dove un invito di Lord «M...», il Governatore, mi ha

chiamato. E per qualche istante le parole di alcuni altri pochi ospiti

qui riuniti, attutite da una pesante cortina di damasco giallo, mi sono

estranee. Ecco la città degradante al mare col greggie dei suoi tetti

accavalcato attorno ai suoi antichi pastori: le chiese; quando i popoli

ossequienti al destino, si lasciavano ancora male o bene condurre

da qualcuno, piuttosto che dalla frequente tirannia di loro stessi.

Una luce smorta, filtrata dall'ovatta grigia delle nuvole, non dà

rilievo ai vani delle strade e delle piazze, non incide nulla. Solo le

ramificazioni del porto rastrellano case nella massa e v'interpongono

quel non so che d'indefinibile, composto di sfumature blande, di

tonalità di colore stranamente attenuate, di brevi spazi aperti a tutte

le trasparenze, fervidi di tutti i riflessi, di tutte le ombre e di cui

Venezia e il mare conoscono soli il segreto.

Laggiù, più lontano, fuori della cerchia dei moli è come una bassa

nebbia azzurrognola di cui l'occhio cerca invano i limiti e che dopo

un immenso cerchio si tramuta a poco a poco in nuvole. — Bello! si

sarebbe esclamato un giorno, figgendo lo sguardo in quello squarcio

di puro infinito offerto ai voli altissimi del pensiero, senza che un

solo ostacolo di miseria umana ne arrestasse lo slancio. Oggi si fissa

in silenzio: è proprio quello il mare della distruzione e della morte.

Lagrime e sangue vi si frammischiano, e se una brezza lo percorre,

essa non è l'alito fresco del vento, ma il rantolo di mille agonie,

bisbiglianti in eterno il loro ultimo strazio.

— Ah! Ah! Ah!... — Qui sotto, in una piazzetta a metà nascosta

dalla base inclinata di un mastio, v'è una moltitudine che ride

clamorosamente. Che cos'è? Una folla impazzita? Quasi.

È un carro che passa e che apparisce trasportato da una fiumana

d'uomini, come un grosso macigno da una corrente di lava.

Richiamato dal clamore, un giovane capitano inglese del Corpo della

Guardia Reale, viene a protendersi vicino a me. Guarda in giù, sorride.

— È giovedì grasso — mi dice. — E quello è il carro del Kaiser... Ha

avuto un gran successo in questo carnevale...

— Del Kaiser?

— Sì. È pieno di maschere, uomini, donne e bambini, raffiguranti feriti

e cadaveri... Il carro stesso rappresenta le macerie d'una chiesa...

_Oh! So funny, you know!_ (Così buffo, sa!...).

— Trova?

— Sicuro... Sul davanti c'è un busto del Kaiser che spezza una croce

coi denti. E intorno al carro — vede quella striscia bianca? — è

scritto a grandi lettere tedesche:

_Unserem lieben alten Gott_

(Al nostro buon vecchio Dio)

_Yes: very funny!..._ — E si trattiene in silenzio a ruminarsi un

sorriso. — Ve n'è pure un altro — prosegue — che è piaciuto molto, sa?

quello del «Lusitania»: donne e bambini aggrappati a qualche tavola...

e sotto, la stessa scritta.

Un altro silenzio....

. . . . . . .

Ed ecco che tutte le campane delle chiese cattoliche alzano ad un

tratto la loro voce metallica al cielo. Mezzogiorno. Su un sottostrato

costante di bassi rintocchi un coro giovanetto di squilli argentini

si sovrappone, s'eleva, s'estende. Si effonde nell'aria un fermento

di suono, che oggi tra i ricordi inceneriti della mia infanzia,

ritrova vigore, vita, un fascino mesto e indescrivibile. Coro anelante

di povere creature appiattite sulla terra, invocazione di spiriti

attenagliati dalla materia dolorosa, sale, sale, grave come l'incenso

dei turiboli verso la volta dei tempio. E sembra sia questa la

preghiera di tutti gli uomini, affidata al bronzo benedetto. Nei suoni

cupi è l'angoscia dei padri: negli acuti, i singhiozzi delle madri e

dei bimbi. Mille braccia sembrano ergersi al cielo e da tutta l'umanità

pare erompere una voce di orrore, quasi di rivolta contro una divinità

implacabile, troppo feroce nel castigo, troppo accanita contro esseri

da lei creati e quindi irresponsabili della loro natura... _... Venga

presto il tuo regno, o Signore, nel cielo e nella terra, il regno che

affidasti alla purezza e alla semplicità di Pietro, o Signore...!_

Invece lassù è una cortina di nuvole che s'addensa sulla città e non

lascia passare nessuna invocazione...

Invece quaggiù è semplicemente mezzogiorno: e Lady M... con qualche

altra signora e signorina che le fanno corte, apparisce dalle pesanti

portiere di damasco — un quadro — sollevate da due domestici e viene a

ricordarcelo con un sorriso.

Rapide presentazioni. Alti nomi brittannici: ed immediatamente,

quel senso riposante di vecchia conoscenza, che è una delle più fine

prerogative dell'educazione inglese, scuola Eton.

Siamo in un salotto dall'alto soffitto sobriamente dorato che ha

tutt'intorno come leggiero sostegno una larga fascia in affresco dove

ricorrono scene di guerra e fasti dei Cavalieri, con motti e divise

della mia lingua.

Il damasco giallo delle pareti, sfondo a magnifici quadri di quei

maestri italiani che fissarono sulla tela lembi di interni paradisi,

prolunga in basso lo sfarzo maestoso dell'ambiente. Un Tiziano

voluttuoso e superbo, fa fronte a un Tiepolo, potente armonizzatore di

colore. Ma in basso, dai mobili seicenteschi patinati dal tempo e dal

tocco indelebile di tanti morti, sorge l'argento dei minuti oggetti

inglesi e lo scintillìo di moderni vasi da fiori, alti e foggiati a

calice. L'«home» s'è mantenuto discretamente all'altezza dell'uomo,

delle necessità della sua vita: sopra c'è il passato intangibile e

inarrivabile.

— Questa è la nostra camera di rifugio — ci dice sorridendo Lady

«M....». Qua ci sentiamo noi, poveri mortali del nostro secolo: di là

ci sono troppi Re e troppi Cavalieri e l'esistenza è difficile. Di là,

sembra svolgersi una cerimonia continua e pare che da ogni porta debba

sboccare un corteo.

Sono l'unico italiano qui e certamente il solo che non conosca queste

sale.

— Venga, vedrà: questa per esempio è la sala detta dei Re — dice la

signora rivolgendosi a me.

Entriamo. È immensa: e v'è quell'atmosfera inesprimibile degli ambienti

dove molto vissero gli uomini e che l'immaginazione ripopola subito,

richiamando dall'ombra d'una falsa memoria, nomi, volti e costumi.

L'oro discreto del soffitto s'attenua via via nella prospettiva fino a

creare pallide stelle svanenti in un basso zodiaco. Ma lungo le pareti

scintillano gli ori crudi di enormi cornici, che la luce irrompente a

lame dai finestroni, accarezza nelle inquadrature e nelle corone che le

sormontano. E son raccolti qui in fila principi e re che offrirono la

loro immagine al Sovrano Ordine Militare di Malta, da pari a pari, al

disopra della folla incolore dell'umanità.

Infatti:

_Au Souverain Ordre de Malte

Sa Majésté Louis XIV_

Luigi XIV! Salve, o Sire! — Ordini la Maestà Vostra che l'obliquo

riflesso di luce che offusca in questo momento le regali sembianze di

Vostra Maestà, sparisca.

Ecco: così. Ahi! quale sdegnoso cipiglio! Vuole la Maestà Vostra

esprimere che nessuno da vivo, osò fissarla così? Non l'ignoro, Maestà.

— E ricordo bene l'episodio di quel Marchese di Canillac, colonnello

del reggimento di Rouérgue, che per essersi trovato inaspettatamente

di fronte a V. M., alla quale doveva riferire qualche cosa durante

le manovre militari di Compiègne, ne restò talmente stupefatto e

intimidito che non ci fu verso riuscisse a parlare, quantunque la

M. V. indulgentemente l'incoraggiasse. Sicchè rivolgendosi a M.me

de Maintenon che assisteva in portantina alla manovra — preziosa

ausiliaria — Vostra Maestà, dopo aver congedato con un breve «Allez

Monsieur!, il povero colonnello, pronunziò le parole, celebri

naturalmente: — Je ne sais pas ce qu'a Canillac, mais il a perdu la

tramontane, et n'a plus su ce qu'il me vouloit dire... — Alle quali

«Personne ne répondit» come postilla un Vostro storico illustre che non

godè troppo del Vostro regale favore.

E so anche che si trattava «d'un grand homme, bien fait, d'une

physionomie assez agréable, qui promettoit beaucoup d'ésprit et qui

n'étoit pas trompeuse» ... Eppure...

. . . . . . .

— Impertinenza? No, Sire. È il destino dei potenti di questa terra,

diventati marmo, bronzo e tela, di fronte alla carne viva e petulante

del postero...

. . . . . . .

— Più di due secoli, Sire e ora parliamo con meno fioriture.

. . . . . . .

— Creda, Vostra Maestà, che non è colpa mia: parrucche, noi uomini,

non ne portiamo più: in compenso usiamo lavarci con molta acqua e molto

sapone...

. . . . . . .

— Farmi espellere dall'Ordine? Un regale messaggio al gran Maestro,

portato da Vendôme Grand Prieur?

. . . . . . .

— Ah; ma Vostra Maestà sorride! Quale improvviso cambiamento delle

sdegnose sembianze! Quale inaspettata cortesia! Non so se sia per un

riflesso di luce... ma mi sembra che Vostra Maestà scorga qualche cosa

che la delizi e che...

— _You come off, please_ (Venga via, la prego) — mi dice una fresca

voce dove ferve tutta una promessa di vita. — Se avanti ad ogni quadro

si fissa così... Glieli descrivo io e faremo più presto... Quello è

re Giorgio Iº d'Inghilterra; di fronte è la regina Anna Stuart...:

quell'altro...

È una signorina che ho appena conosciuta e che mi dà la strana

impressione di averle già parlato a lungo. Dove? quando? La guardo:

s'interrompe; tace; inarca in grazioso dislivello le sopracciglia su

uno sguardo d'intensità celeste e birichina...,

— E quando avrà finito di guardarmi così — prosegue — andremo a

colazione. Che? Che cosa dice?

— Dico che ha ragione Luigi XIV...

— Quello lì? E a proposito di che?

— D'un certo sorriso fatto quando è venuta lei e che non era per me,

gliel'assicuro...

— Guarda, guarda! — commenta la bella personcina con uno stupore

femmina e cioè con un fondo di compiacenza. — Ritenevo che non sapesse

dir niente...

— Grazie...

— ... o più niente...

Più niente? — Perchè «più»? — Ah! Un sussulto: una visione di gentile

maschera: un dubbio: il tentativo di un sorriso di riconoscimento

raffreddato sulle mie labbra da una sua pronta espressione di perfetto,

inimitabile candore. Ma come scintille di pallido zaffiro, nella

purezza azzurra delle iridi, alcuni sprazzi quasi impercettibili d'oro

verde, scompigliano un po' la vasta ingenuità della sua espressione e

ravvivano in me la speranza.

Dev'esser lei. Statura, oro dei capelli, occhi, voce, atteggiamenti,

sono quelli della mia sconosciuta compagna dal talismano bizzarro.

Parla per lei questa scherzosa aspettativa che è simile a quella di chi

abbia proposta una sciarada che nessuno indovina.

Non dev'esser lei. Infatti con un giro pacato della snella persona

ella tronca la muta interrogazione e senza curarsi di spiegarmi le sue

parole, s'avvia verso la tavola dove son già tutti i convenuti.

E un domestico dal solenne cipiglio dei domestici puri-sangue, che pare

inciso nel loro volto perchè rimanga immutabile regola nel tipo, mi

indica l'alta spalliera d'una sedia di cuoio che m'aspetta.

Giù.

Sono tra Lady «M...» e la piccola affascinatrice di Luigi XIV. (_You

will be good friends, you will see_). Alla sinistra di questa, è un

giovane Lord al cui nome corrisponde una famosa contea d'Inghilterra: e

alla destra di Lady «M....» è un vecchietto che sembra rinchiuso in sè

stesso per occupare il minimo posto nella vita, appunto perchè la vita

forse gliene diede troppo. Di fronte è Lord «M....», Governatore di

Malta, con sua figlia e due segretari militari dal rasato silenzio.

Ho l'impressione che tutti i Re e tutte le Regine convergano su di

noi, strani prodotti d'un delirante secolo, le loro pupille dipinte e

che muovano tutti le labbra per scambiarsi da cornice a cornice i loro

cheti commenti di figure morte.

La luce dell'ambiente pare aggravarsi dei cupi colori delle pareti

e del soffitto: satura di ori e di riflessi setosi, ricerca nelle

penombre degli angoli indefinibili puntini che sfavillano: luce da

cappella o da reggia abbandonata.

E si parla adagio fra noi perchè troppe cose parlano qui in più alto

linguaggio. A bassa voce infatti, il giovane Lord, capitano degli Horse

Guards, che viene da Salonicco, ci narra le scene di morte e di sangue

di laggiù: un'altra pennellata rossa, sulla carta d'Europa, un guazzo

dalla tinta calda. Ma ad ogni episodio fa seguire una frase che dà i

brividi: Ai Dardanelli era peggio... Ai Dardanelli era peggio... Ai

Dardanelli era peggio... Un ritornello che si ripete come fragore di

ondate in un mare di sangue.

— E lei che ne pensa? — mi chiede la mia bella vicina di sinistra.

— Penso che saranno proprio questi i racconti che per anni ed anni

riempiranno i palazzi ed i tuguri del mondo. Raccolti dai nostri bimbi,

formeranno la base della loro mentalità futura che come uno di quei

fiori bacati nell'interno, sboccerà malamente schiudendo i petali

cosparsi di strane macchie, ed al tatto, duri.

— Nientemeno!

— Qualunque cosa faranno in seguito questi uomini dalla triste

infanzia, essi rimarranno sempre coloro che ebbero per giuocattoli

aereoplani e sommergibili, bombardarono città di cartapesta e

silurarono ridendo navi di latta... Invece che...

— Ha ragione! — interrompe Lady «M....» rivolgendosi per un istante a

me per poi ascoltare di nuovo un lungo racconto che il vecchietto le

sta narrando a bassissima voce e che par pieno di «s» sibilanti.

— ... invece che dal sorriso, la loro vita prenderà alimento dal

pianto...

— Auff! — sbuffa la mia giovane vicina di sinistra ridendo. E sgranando

gli occhi col candore fanciullesco della sua razza.

— Adesso sa dir troppo — aggiunge.

Noi latini abbiamo tutti una nostra speciale maniera di esprimere,

rimanendo muti, «che bell'originale!». Con un solo piccolo sguardo

laterale la giovanetta afferra subito il significato del mio silenzio.

— _Yes_ — conferma, giudicando sè stessa — _Quite so_ — (Son proprio

così).

— Ma non sa che è carnevale? — prosegue dopo qualche istante di

silenzio. Niente idee tristi. Lei si preoccupa dei posteri e vede il

mondo pieno di fiori bacati sfasciarsi a poco a poco per ritornare

deserto. _Nonsense._ La vita è più forte della morte. L'umanità potata,

avrà linfa più rara, più ricca e i germogli più fitti. Quello che

oggi è sofferenza e angoscia si tramuterà presto in pagine di storia

catalogate e noiosissime, che gli scolari malediranno perchè troppo

complicate, inesplicabili e madri di zeri. Tristezza? Ma neanche per

sogno! Lei dimentica che ci siamo noi, donne, perpetue livellatrici

degli alti e bassi del mondo. Quando si è caduti molto in giù, si

guarda a noi come cose alte; e viceversa. Voi oscillate e noi rimaniamo

in un livello costante di più forte fiducia nella vita, sa perchè?

perchè le fattrici e depositarie della vita siamo noi...

— Edith! — ammonisce severamente Lady «M...» distogliendosi per un

istante dal lungo racconto del vecchietto, non ancora terminato e

sempre cosparso di «s».

Edith! Edith ha chinato il capo, fissandomi con un comico sguardo

obliquo. E siccome rido,

— Grazie! Colpa sua! — mormora —. Devo ai suoi fiori bacati, questa

bella sgridata.

— E le prometto di fargliene avere delle altre se non mi dice subito

che la mascherina che mi diede l'altra sera, all'Opera, il talismano

contro i siluri è proprio lei!

— _Oh!... Do you ask always permission after instead of before?..._

(Lei domanda sempre permesso dopo invece che prima?...).

— Mi risponda!

— Subito. Lei ha incontrato l'altra sera all'Opera una mascherina

che le diede un talismano contro i siluri? Strana storia: ebbene:

che bisogno ha di sapere chi è, e di mettere due occhi, un naso e una

bocca a un atto gentile? Resti nel mistero: uno sconosciuto incontra

una sconosciuta che s'interessa alla sua sorte e riceve di questo

interesse una prova tangibile. Le par poco? Vuol dire che non è vero

che tutta l'umanità sia una poltiglia d'egoismo. Desidera proprio avere

un romanzo tutto per lei da rimuginare a bordo? Glielo imbastisco io.

Supponiamo dunque che io sia proprio la sua protagonista e che abbia

arrossito chinando il capo con uno sguardo confuso, lasciando appunto

agli occhi tale confessione che chiameremo...

— ... dolce....

— Dolce. Sicuro. I commensali parlano forte, anzi mi fan la grazia

di parlar forte, se no non posso continuare... — aggiunge la nominata

Edith, sospendendo la voce.

Si ride. La si aiuta intavolando qualche stentato discorso che nasconde

appena la piena possibilità di ascoltare.

— Lei naturalmente mi esprime con calore la sua riconoscenza,

assicurandomi che la mia immagine resterà eternamente incisa nel suo

cuore.

— Naturalmente.

— Non scherzi: l'idea del mio medaglione depositato in eterno nel suo

organo vitale mi dà un vago senso di sicurezza, simile a quello di

chi parte per la campagna dopo aver depositato in una banca i suoi

valori... La banca è lei, signore...

— Il che vorrebbe dire che avrei già in custodia qualche altro

valore... Niente: vuoto...

— Supponiamo.... — Allora lei mi giura che non è così: che per incidere

me, tutto il resto è spianato in un momento. Una sovrapposizione

perfetta. E per confermarmi questa bella frase, lei mette nel

suo sguardo una soluzione di pateticismo, l'atropina dell'anima,

dilatatrice delle pupille. Così, come fa lei, o press'a poco...

— ....

— Bene! Poi lei allunga pavidamente quella mano lì, ed io mi lascio

sfiorare correttamente questa qui che dovrebbe rispondere con un

impercettibile brivido della pelle... «Lady M....» fa mostra di non

accorgersene affatto, sa?... È il primo passo, che alcuni autori

definiscono il più delizioso: la barriera infranta; la promessa...

— Ma Edith! — interrompe di nuovo la signora di casa, con un sorriso

fatto di stupore e di rimprovero.

— È Carnevale, che male c'è?... Ed ora — prego di parlar ancora più

forte — il di lei sguardo diviene grave come per scrutare nell'abisso

di felicità che il contatto delle mani ha scavato in lei. Questa

si chiama l'alba radiosa della passione... Poi uscito di qui, la

miserabile cosa da lei avuta come talismano acquisterà per lei un

singolare splendore e chiederà ad essa proprietà meravigliose contro

le forze occulte del destino... Il suo pensiero immobilizzato dalla

guerra, diverrà un vortice... Gira; gira, ritroverà resti di sensazioni

assopite, detriti di naufragi del passato: le trascinerà con sè, le

addenserà, le ricomporrà, le riporterà alla superficie... Lei non sarà

più il cupo uomo dall'anima nuda, cenobita di guerra, pronto a sparire

nel crollo del mondo, ma l'uomo che raccoglie in sè le vibrazioni della

vita e se ne sente strumento, lontano, lontano da ogni idea di morte...

In grazia mia, le rovine si son ricoperte di fiori....

E con questa cesellata frase, il primo capitolo del romanzo è finito.

Ho parlato bene?

Le diciamo tutti di sì: e mentre le si dissipa sulle gote un lieve

rossore creato dall'animazione dello scherzo, ella beve gravemente

qualche sorso d'acqua.

— Il secondo capitolo glielo delineo io — l'interrompo pacatamente. —

Lei nel primo capitolo s'è condotta così, così...

— Carnevale!...

— Tanto più che quando mi ritroverò sul mare in presenza della realtà,

quando la terra sarà sparita e con essa tutte le sue visioni, tutte

le sue scherzose lusinghe, la voragine del pericolo mi sembrerà più

terribilmente vera in grazia sua...

— Fa la vittima?

— Lei non può immaginare quale cerchio ermetico sia il nostro orizzonte

e come si abbia netta la sensazione d'esser dimenticati e sperduti...

E se dentro uno di quei cerchi avvenisse qualche cosa di repentino

e di ultimo che impedisse per sempre di uscirne, l'assicuro che il

suo romanzo non proseguirebbe più. Non resterebbe più che un unico

protagonista: quella misteriosa maschera d'irrisione e di pochi

rimorsi...

— No!

— ... vera maschera di questo carnevale del siluro...

— No! No!

— ... immagine di coloro che vivono ridendo e di coloro che....

— Eh, diamine! Non dica la parola! — esclama la bella creatura con

un'improvvisa veemenza nella voce che nasconde appena un tono di

supplica. — E come? Per un insignificante lembo di seta bianca che una

qualsiasi maschera le ha dato...

— Perdoni, chi glielo ha detto?

— Che cosa?

— Che si trattava di un lembo di seta bianca?

Come un canarino dalle penne arruffate per la gioia del canto, le

spiana ad un tratto per improvviso rumore e se ne resta pavidamente

muto, così la mia vicina sussulta, s'interrompe e tace, mordicchiandosi

confusa le labbra prima di sorridere vinta. Un po' di rossore

verginale, soffuso a ondate sulla finissima pelle, dà un'adorabile

aureola a questa sua confusione.

— Oh verità! prostrata, risorgi: o — come la clessidra — rovesciata

rivivi — mormora la bella creatura, fissando la coppa di champagne

semivuota che ha davanti, come seguendo la corsa delle bollicine

che popolano il topazio liquido. — Dunque sta bene: e ora che ha

trovato il naso, i due occhi e la bocca che cercava, niente romanzi e

niente carnevale del siluro, sa? Si diverta più che può e non pensi a

tristezze. Del resto quando parte? —

— Alle quattro, oggi; fra tre ore...

Ella spalanca gli occhi e mi guarda per qualche istante stupefatta.

— Tra tre ore! — ripete. — No: lei scherza — e la sua voce chiede

perdono.

— Tra tre ore — le confermo con la maggiore naturalezza possibile. — E,

come vede, manca il tempo per qualsiasi romanzo.

— Chi sa! credo sia l'intensità che conti, non il tempo — ella mormora

come assorta, dopo una lunga pausa. — Penso che a fissare il destino

d'ognuno basti qualche minuto. E il purissimo azzurro dei suoi occhi

per qualche istante s'annebbia, come per il passaggio d'una nube

sull'anima.

Ma ad un tratto ogni discorso cade: persiste ancora qualche «s» del

vecchietto che è sordo e non s'è accorto che S.E. il Governatore

ci legge due telegrammi presentatigli su un vassoio d'argento da un

domestico.

«Ore 10. — Piroscafo inglese «Crawford» affondato per siluramento 25

miglia, est capo Bon. — Cacciatorpediniere _Arbalête_».

«Ore 10.30. — Piroscafo francese «Juriènne» cannoneggiato da

sommergibile tedesco affondato 17 miglia N. W. di capo Gallo.

Imbarcazioni con passeggieri fatte segno fuoco nemico — Raccolgo

naufraghi. — Cacciatorpediniere _Dasher_.

— Che c'è? — domanda il vecchietto, elevando con sforzo la voce nel

silenzio generale.

Gli si spiega di che si tratta, mentre ci leviamo tutti da tavola.

— Ah! — commenta, spazzandosi con diligenza un po' di cenere della

sigaretta cadutagli sul petto. Lo guardo con interesse perchè il suo

gesto pacato m'apparisce troppo pieno della calma e dell'indifferenza

dei vecchi. E siccome chi creò questa poltiglia vivente che si chiama

l'uomo, tra le tante cose curiose di cui lo dotò, stabilì un'indubbia

legge per la quale chi è fissato, è costretto reciprocamente a fissare,

due occhietti grigi, penetranti e incisivi si levano su di me dal fondo

del loro covo di rughe.

— _Yes_ — mormora semplicemente — _I know_ — Io so.

Non comprendo bene quello che sappia. E Lady «M....» mi spiega.

— Il Duca of «L....» — e m'indica il vecchietto che continua

pacatamente a fissarmi con avvizzita benevolenza — è giunto stamane da

Alessandria d'Egitto. Il suo piroscafo fu silurato dopo dieci ore di

navigazione...

— Ah!

— Stia bene a sentire. — È quello che mi stava raccontando poco fa.

Dopo essere rimasto molto tempo in acqua fu raccolto e salvato da

un'altro piroscafo precisamente in rotta per Malta. Due giorni di

navigazione abbastanza tranquilli. Poi a sessanta miglia da qui...

— Che cosa?

— Silurato di nuovo, ieri, alle cinque di sera. Una nostra torpediniera

accorsa alla chiamata radiotelegrafica di soccorso del piroscafo

che affondava, incontrava l'imbarcazione sulla quale egli aveva

potuto trovar posto e lo portava qui stamane... Di centotrentasette

passeggieri partiti col primo piroscafo da Alessandria per qui, mi

diceva che sono giunti a destinazione appena ventidue.

Ha sessantanove anni: gli abbiamo dati abiti nostri... — conclude la

narratrice elevando la voce.

— Già — dice il vecchietto che ha scoperto dell'altra cenere sotto il

risvolto dell'abito e se la spazza torcendo il collo — le notizie della

guerra sono piuttosto buone, mi si dice....

La nominata Edith è presente e giuocherella con un grosso smeraldo che

le pende sul petto. Il suo sguardo profondo si fissa a mezz'aria con

un'intensità di pensiero che la rende muta, e le dà finalmente nella

parola una voce lenta e incisiva di chi veda altre cose di là dalle

presenti.

— Ecco un racconto di cui questo signore avrebbe ora fatto a meno. — E

con un piccolo gesto laterale della mano, indica me.

— E perchè? — chiede Lady «M....» sorpresa.

— Perchè la sua nave parte tra tre ore.

— Davvero? — mi chiede la signora.

Annuisco: e le domando anzi scusa se devo tornare subito a bordo per i

preparativi della partenza.

— Sono mortificata. Se lo avessi saputo! Ecco una delle poche volte in

cui Edith ha ragione!

Dio mio! L'ansia del proprio simile è una forma, si sa; parole:

movimenti di labbra. Oggi è questo tutto quanto può venire offerto.

Quando tutto ciò che compatisce, rimpiange, lenisce è stato detto,

quando perfino la preghiera, troppo a lungo inascoltata, non ha più

forza d'arrivare all'«Amen» e gli occhi si sono inariditi come per

una gran febbre e tutta l'umanità per la voce di milioni di morti si

domanda chi furono quei pazzi che ci parlarono di giustizia, di bontà,

di beatitudini terrena o celeste, bisogna bene accasciarsi: troppo

spremuti, non possiamo dar più nulla: siamo inerti, come conviene a

giuocattoli, spezzati da una volontà che è meglio non esista, tanto

sarebbe mostruosa. No: oggi l'ansia non c'è più: c'è l'ansia di guerra,

che è ben altra cosa...

Così con questi gentili ospiti che la guerra m'ha fatto conoscere e

che forse non vedrò mai più, devo ora limitarmi a ringraziare a fior

di labbro, far qualche inchino, abbozzare qualche sorriso, pronunziare

quelle poche sillabe che significano congedo e lasciare alle spalle

il bivio dei nostri rispettivi destini, sicuro che la ricaduta delle

cortine di quella porta verso cui mi incammino, mi porrà subito ad

un'incommensurabile distanza nel loro ricordo. È la legge.

Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio) · 第 55 / 72 题