_R. Nave «.....» 2 marzo 1917._
_Miss Edith,_
Potrei limitare la mia lettera alla data e alla firma e avrei così
eseguita la sua commissione. Sarebbe questa la vera prosa di guerra e
lei mi direbbe forse grazie per averle risparmiato quell'altra. Ma...
Io m'impongo, vede, m'impongo che lei pensi e dica così. Se parla così,
lo «charmant épisode» è finito ed io posso continuare tranquillamente
a fare ciò che facevo prima d'incontrare lei: portare in giro sui mari
un corpo dalle ore contate la cui vista non serve che al periscopio,
al fumo della nave nemica, a «guardare appena» sangue e «altri» corpi
stroncati: il cui udito raccoglie i palpiti dei radiotelegrammi che è
il linguaggio della strage sui mari; e la cui bocca serve a nutrire
affrettatamente una perenne smania di uccidere o a dar ordine di
uccidere ancora. Nessun organo deve flettersi in questa macchina
da guerra tipo 1914-1917. E l'insensibilità assoluta, lei sa, è
l'attributo delle macchine.
Stabilisco io, per forza di una volontà di cui soffoco le contrazioni
dolorose, che nulla sia cambiato in me: che laggiù, a Malta, ho sognato
e che il mio sogno è stato delizioso perchè nato da un riposo di nervi
troppo a lungo tesi: e che sulla mia mano, dopo aver stretta la sua,
non è vero sia rimasta la minima traccia umida e calda, tanto che
averla baciata e ribaciata è stata pazzia. Come tempra bene la guerra,
Miss Edith! Quando ricordo le risposte che ho potuto dare a lei, che
rappresenta tutto il fascino della vita ed ognuna delle quali veniva su
da una dolcezza infinita, pugnalata a mezza strada dal ragionamento e
ridotta infine a idiota ironia, penso che anche lo spirito è esangue,
oggi. E ora aspetto una risposta dello stesso tenore. _Is it not
better, then, to be alone?_ Con ossequio profondo
_Suo Dev.mo_
«. . . . .»