Giornata di visite ufficiali, di poliglottismo, di leggieri urti
di razze mascherate da sorriso e sommersi da cocktails e da coppe
di extra-dry levate a brindisi. Ho salito i monumentali scaloni del
palazzo dei Cavalieri sorvegliati da vuoti guerrieri di ferro e dalla
silenziosa potenza del tempo, e ho dovuto subito dopo raccogliere il
passo su scalette di bordo sospese a mezz'aria: da saloni immensi
popolati di ombre fantastiche e di grandi ritratti che parevano
aguzzare con ironica curiosità i loro sguardi di vernice sulla mia
anacronistica uniforme e domandarsi tra loro, col lieve bisbiglio dei
morti: — chi è? chi è? — son passato alle gelide, bianche scatole da
uomini delle navi d'oggi, che una vita fittizia non riesce a riempire:
dagli ori spenti dai secoli, all'acciaio vivido del cannone: dalle
sconnesse vetture maltesi che si direbbero appartenere a uno strano
deposito generale di vecchiume stabilito qui per capriccio dell'Europa,
all'autoscafo, al cacciatorpediniere, al sommergibile. In poche ore, il
mondo e le sue fasi: i colori d'un tempo e il grigio d'oggi.
Invariabilmente accolto da «Bonjour Monsieur» e da «Good morning Sir»
son stato dovunque chiamato a bassa voce «Mon cher ami» e «My dear
Captain» da uomini mai prima visti, quando i nostri brevi dialoghi
s'impigliavano nei rami della guerra e ne sfioravano le spine.
Ma la curva dell'espansione declinava di nuovo all'«Au revoir Monsieur»
e al «Good bye» tra i composti inchini del congedo.
La mia ultima visita è per il Chief of the Staff (Capo di Stato
Maggiore) che deve darmi gli ordini per la partenza dell'indomani e per
una difficile missione che richiederà lunghe spiegazioni forse...
Ma dove s'è annidata l'autorità di questo alto ufficiale Brittannico?
Androni medioevali dalla volta a sesto acuto dove il vento sibila
liberamente, scalette tagliate nello spessore di mura enormi,
giravolte, stanzoni dove certamente s'accatastavano un giorno le
piramidi di proiettili sferici del Sovrano Ordine di Malta e che ora
risuonano dell'affrettato martellamento delle macchine dattilografiche;
su... su... ancora androni, ancora scale...
— _The Chief of the Staff, please?_
— _Yes Sir, upstairs..._ — Salire ancora — è la risposta delle rosse
sentinelle, pendoli umani oscillanti in pochi metri, tra due brusche
giravolte, come avanti a due mura immaginarie.
Che sia andato a stabilirsi sulle tegole?
Domandiamone notizie a qualcuno che non oscilli e che seduto a un
tavolo abbia il cervello non scosso. Ecco una stanza dalla porta
spalancata, piena di ufficiali di Marina, di tutti i gradi, curvi su
carte.
Entro: nessuno leva il capo: nessuna domanda mi viene rivolta: sembra
che io abbia un mio tavolo abituale lì. — Uno ve n'è, biondo, rasato,
come tutti del resto, che nel raccogliere per un istante le idee,
si passa la sinistra sulla fronte e mi guarda senza vedermi affatto,
servendosi di me come punto di concentrazione del pensiero, capitatogli
avanti per caso. Se non v'era la mia persona, v'era sempre una lavagna
appesa nella stessa direzione al muro, pronta a servire lo stesso alla
sua momentanea fissità.
È bene che la situazione non si prolunghi troppo.
— Può dirmi, signore, dove sia andato a finire il Capo di Stato
Maggiore?
Lo sguardo che mi fissa si ravviva e mi «vede». Cade la penna e la
fisonomia assorta si stempera in un sorriso.
— Qui: son io. _How do you do?_
Ecco un altro dei tanti sconosciuti che oggi si sono interessati alla
mia salute.
Per dimostrare riconoscenza il cane dimena la coda, l'uomo si piega
sulle vertebre: questioni organiche: un giuoco muscolare: fatto.
— Una sigaretta?
Sicuro. È una obbrobriosa «Three Castles», di quelle che noi
italiani particolarmente detestiamo per il loro sapore tra caustico e
dolciastro. Lagrimiamoci sopra.
— Dunque?
Declino le mie qualità ed espongo i motivi della mia visita.
Devo partire l'indomani, raggiungere (censura)...
. . . . . . .
... ed assisterli fino ad una base marittima italiana. Do mando
ordini...
Le virgole al mio breve discorso sono stati tanti «Yes» aspirati e
sincopati da uno scatto delle mascelle, che il mio interlocutore, come
per asfissia, ha interposti tra i periodi.
— Yes.
— Dunque?
— Yes.
Una pausa.
— La sua nave — dice — è quell'incrociatore a due alberi, con i
fumaiuoli alti, con ecc...?
— Sissignore.
— ... che occupa il posto tale, vicino alla nave tale?
— Giusto.
— Aha, aha! — E il suo sguardo s'intensifica mentre con la contrazione
delle labbra rasate sottolinea un pensiero critico, che io so
perfettamente quale sia. Ma una delicatezza professionale di colleghi
di vita marittima, lascia le sue labbra chiuse.
Un «All right!» conclude le interne considerazioni sulla cattiva fama
che il posto della mia nave si è acquistata di recente. E io penso che
forse un altro «All right» di questo stesso uomo congedò quattro giorni
fa il mio collega francese che il siluro attendeva non troppo lontano
da qui...
— Ecco gli ordini — prosegue porgendomi una busta gialla già pronta
in un cassetto ed indirizzata col nome della mia nave. — Ed ecco
qua «_a very useful list_»: la quale utilissima lista è un foglietto
dattilografato nel quale sono elencati i punti del Mediterraneo ove
sono stati avvistati sommergibili nemici nelle ultime ventiquattro ore.
La scorriamo insieme, questa «_very useful list_».
— Uno... Il che significa che ve n'è uno nei pressi della rotta che la
mia nave dovrà percorrere e che perciò va distinto.
— Due...
— Tre...
E meno male che ci fermiamo. Tre.
— E se ne verranno annunziati altri, prima della sua partenza, glielo
farò sapere...
Grazie. Vi sono dei riguardi che commuovono, dei piccoli favori che
rinsaldano le amicizie.
— Attento ai siluri! — sussurra con un sorriso il mio garbato
interlocutore.
Oh! quanti strani avvisi ha ricevuti la mia vita! M'era rimasto come
culmine d'originalità il ricordo del saluto venezuelano a «Culebras,
señor!» — attento ai serpenti! — che l'uomo scambia col proprio simile
nei pressi delle foreste vergini, come abituale augurio. Allora, nel
silenzio solenne delle volte verdi, dove da ogni ramo può piombare una
morte viscida, fredda, soffocante, orribile, lo spirito trema ad ogni
fruscìo del mare di foglie; e la vista, confusa dal sinistro scenario
che una penombra verde condensata subito dalla distanza in violetto,
racchiude, non serve più, non difende più.
E dalle sommesse grida della piccola fauna tropicale acquattata nel
verde sorge l'espressione d'un universale spavento: s'intuisce che per
miglia, per centinaia di miglia, in largo ed in lungo, tutto, tutto
nella foresta vive nella trepidazione cupa di venire o no a contatto
con una gelida spira che sarà la fine. E si comprende l'augurio,
sottolineandolo con l'affanno del respiro.
— Attento ai siluri! — C'è qualche cosa di diverso e di più. Invece del
verde assassino, è l'azzurro che avviluppa e confonde. Scintillante nel
giorno, opaco, scurito, inscrutabile nella notte, esso è tutto un campo
uniforme di morte, e mendace sempre. Nella bianca cresta dei marosi,
nelle minime screziature d'acqua che il vento incide, nei riflessi
delle nuvole, negli stormi di gabbiani cullati dalle onde, dappertutto
è l'inganno mortale; centinaia di lutti dipendono da un niente. E
bisogna morire passivamente senza lotta, pur sapendo che il nemico è
lì, invisibile, placido, quasi invulnerabile, freddamente scrutando
dal suo occhio di cristallo impercettibile sul mare, ogni fase della
catastrofe; uno spettacolo per lui.
Intorno, il chiuso anello dell'orizzonte vuoto. In alto, là dove
fissano disperatamente lo sguardo le creature umane nelle loro angoscie
supreme, il vuoto, il niente, la spietata indifferenza del Cielo.
— _... And good luck!_ — E buona fortuna! — mi dice l'ufficiale Inglese
con un inchino di congedo.
Come al giuoco. E la posta è una nave e varie centinaia di vite,
all'immenso tavolo azzurro di domani.