Le dieci. È pronta per me la metà del divano che appartiene al S. T. di
vascello, il quale è ora di guardia in camera di manovra. Nell'altra
metà il comandante già dorme tutto vestito — se può chiamarsi dormire
il suo rivoltolarsi continuo.
Prima di tirar la cortina rossa, guardo ancora una volta come sia
fatto il sonno del sommergibile. Verso prora e verso poppa, attraverso
le prospettive delle porte, sorgono in fila le teste degli uomini di
guardia, una per compartimento: ed è una ben singolare serie di volti
fortemente illuminati e tutti rivolti per abitudine verso il centro,
verso la camera di manovra, da dove parte il comando, così come in
alcune tabelle musive egizie due file contrapposte d'uomini tutti
uguali fissano al centro l'ara del sacrificio.
Egizie? C'è qualche altra cosa qui che mi richiama alla memoria
l'Egitto e che stento a precisare. Ah! ecco: questo profondissimo
silenzio...: e socchiudendo gli occhi rivedo la cella mortuaria di
Cheope perduta in una montagna piramidale di macigni, dove per la pace
del gran Re ogni suono è in eterno escluso. No: occorrono veramente
masse enormi di materia per racchiudere un simile silenzio che non
rassomiglia a nessun altro.
E così dev'essere. Qui gli uomini non devono parlare, non devono far
nulla che impedisca la percezione dei benchè minimi rumori venuti dal
mare e raccolti con prodigiosa sonorità dallo scafo.
Questa è la guardia del sommergibile.
Allora tutto sembra morto qui dentro: e tutta la vita è nell'udito.
E adesso, giù adagio la cortina; bisogna far adagio anche nel
distendersi sulla metà del divano. Proviamo un po' a fare come gli
altri...