VI.

Oh, sì! Dormire! Qualche anno fa, disteso su una «cama Venezuelana»,

solo, in una capanna fatta di tronchi d'albero e perduta nel cuore

della foresta vergine popolata di serpenti, ebbi una stranissima notte

che ritenni unica nella mia vita. L'immenso mare verde tumultuava

intorno a me e dall'impenetrabile distesa di rami e di foglie giungeva

a me l'urlo assillante della fauna in caccia d'amore e di cibo, alla

quale l'alba impose finalmente silenzio.

Fu quella la notte del parossismo vitale della Natura dei tropici, nel

massimo fervore della Terra. Questa notte, quaggiù, tutto che ricordi

la Natura è sparito: sono nella morte del Pianeta. Intorno al ferro che

ci chiude e che potrebbe esser bara, niente ha un'anima, nessuno ha una

voce: è l'assoluto isolamento, l'esclusione definitiva dal mondo!

E questa notte, antitesi precisa dell'altra, è pari negli effetti, chè

anche in un sarcofago è difficile il sonno.

Le lampade elettriche della cosiddetta cabina sono state spente. Ma

tra i lembi della cortina rossa filtra luce dalla camera di manovra ed

incastra triangoli vividi nell'ombra. Così c'è un barometro sopra di me

che tutto illuminato scintilla e richiama senza sosta il mio sguardo

come unica cosa precisa, tra molte cose dissolte dall'ombra e che han

cambiato profilo. E c'è anche, un po' più in là, una smorta lama di

luce di riflesso che investe uno scaffaletto di libri e dà tenue vita

alle filettature d'oro dei dorsi.

Libri. Sono essi che racchiudono e trasmettono ciò che l'uomo

pensa: secrezione del cervello fissata attraverso i secoli, se essi

sparissero simultaneamente dal mondo, quale scossa nella razza, rimessa

repentinamente a nuovo e male aiutata dalla memoria: quale enorme

rivoluzione in tutti i campi della vita!

Ecco una balorda idea che non può nascere che qui, in fondo al mare, in

una notte insonne di sommergibile... E ne deriva subito un corollario

che ha il piacevole senso del nuovo: nessun libro ha ancora pagine per

questo ambiente, o scritte quaggiù. E quando ne verranno, e saranno

lette alla luce del sole, produrranno l'impressione d'una mentalità da

alienato, che vive d'un suo mondo insano, misteriosa e sinistra come

la vista di quelle creature degli oceani, che strappate dal fondo degli

abissi e gettate dalle onde sulla spiaggia, morte, nessuno conosce.

Guarda! Anche questo barometro ha le sue funzioni sconvolte quaggiù.

Ricordo benissimo che quattro o cinque ora fa, quando ci posammo

sul fondo, segnava 770: chi sa perchè ora segna 790, il che sarebbe

una pressione enorme... Dev'essere guasto... È bene avvertirne il

sottotenente di vascello che è di guardia.

— No, — mi risponde a bassa voce, dalla camera di manovra, e senza

muoversi per venire a vedere. — Ed è un «no» che ride.

— 790, le dico!

— E salirà ancora. Dagli accumulatori d'aria carichi a 150 atmosfere

sfugge inevitabilmente aria ad enorme pressione, ed è questa che fa

salire la pressione interna: più si prolunga l'immersione e più l'aria

si comprime qua dentro.

Ho compreso.

— Grazie: buona guardia!

— Buona notte.

Ed ecco anche spiegato, perchè da qualche tempo ho cominciato ad

avvertire nel capo come il ronzio d'uno sciame d'api.

Ancora i libri. È un'ossessione. O prono, o supino, o sul fianco, è là

che il mio sguardo torna sempre a fissarsi, tanto sembra inaccettabile

l'idea che qualcuno li abbia scritti.

Ebbene: giacchè dormire è impossibile, mi proverò a vedere che cosa

dissero gli uomini della terra e che effetto faccia il loro pensiero

ripetuto quaggiù. Eccone uno; a caso. Nella lama di luce che investe il

barometro, è possibile leggere.

Diamine! Bisogna inchinarsi anche qui: _La Divina Commedia!_ Ecco un

grandissimo Italiano il cui onniveggente pensiero «è passato anche di

qui» per spingersi assai più giù nella terra.

_Che non è impresa da pigliare a gabbo_

_Descriver fondo a tutto l'Universo..._

O gran Signore dell'Idea, grazie del palpito di fierezza italica che il

tuo nome mi dà, qui dove il passato fa sorridere e dove tutto che fu,

sembra inutile...

E, tracciata da un chiaro carattere femminile, v'è nella prima pagina

una dedica:

_«A te, mio..._

_perchè il mio amore t'accompagni NEL mare e ti preservi da ogni

pericolo mentre scandisco le ore della tua assenza ripetendo la cara

parola: Italia._

_«La tua....»._

Ah! A quale dei due ufficiali dovrei chieder scusa della mia

involontaria indiscrezione; a quello che dorme a pochi centimetri da

me, o all'altro che veglia di là da questa cortina?

Io ignoro i loro nomi di battesimo, e non so per quale dei due questa

sconosciuta e intelligente personcina invii l'eco della sua angoscia

quaggiù, NEL mare, affidandolo a così alto messo. Ma in fondo la

cosa è indifferente: sono entrambi fidanzati, e le parole dell'uno

possono valere anche per l'altro. — Allora io guardo colui che dorme,

e continua a rigirarsi così malamente su sè stesso, ed ho la visione

di altri sonni agitati, in camere lontanissime da qui, dove giovani

teste involte da trine ansano colla bocca dischiusa su guanciali

scomposti, avvertite da misteriose forze d'intuito che questa è notte

di pericolo...

Bene: ancora una volta, un poco della divina armonia italica, per

fugare ombre tristi: una pagina a caso... Purgatorio: Canto XV:

_Quell'infinito ed ineffabil bene,_

_Che lassù è, così corre ad amore_

_Com'a lucido corpo raggio viene._

_Tanto si dà, quanto..._

Strano! Mi pare che al ritmo del verso stupendo s'aggiunga in cadenza

un piccolo palpito partorito dal mare e proveniente da distanza enorme.

— Che cosa sarà? Un fenomeno dell'aria viziata o della pressione troppo

alta, che dà fermento alla mia testa?

_Tanto si dà, quanto trova d'ardore;_

_Sì che quantunque carità si stende_

_Cresce sovr'essa..._

No: la cortina è rimossa, la luce inonda l'ambiente e il sottotenente

di vascello viene ad avvertire il suo superiore:

— Comandante!

Immediatamente, come in tutti i marinai, l'immediato risveglio senza

alcuna transizione, e il pacato levarsi in piedi.

— Che c'è?

— Il rumore di due eliche: mi pare s'avvicini...

Tutti gli uomini di guardia l'han già percepito: nelle file di cappelle

ardenti tutti son già desti: qualche oggetto metallico vien rimosso e

tintinna: qualche porta stagna cigola sui cardini... vengono provate

alcune valvole per brevi e violente fughe d'aria...

— Silenzio! — ordina il comandante prendendo il suo posto in camera di

manovra, vicino al panoramico.

E su questo silenzio, s'ode il duplice battito che s'avvicina,

s'avvicina: e così nettamente, da sembrare nato nel corpo stesso del

sommergibile, come una pulsazione delle sue vene.

Un cacciatorpediniere?

Forse: ma nessuno in mare esprime un parere senza previa, assoluta

certezza.

Tutti gli sguardi son fissi, tutte le orecchie in ascolto: l'uomo tende

ora i suoi sensi facendo ricorso agli istinti intatti dell'animale,

sepolti in lui dalle prime epoche della razza.

Ad un tratto, quasi sulla nostra verticale, il duplice battito rallenta

e cessa; e subentra un fruscìo che anch'esso a poco a poco si spegne in

gorgoglii tenui.

— Ma questo è straordinario, — mormora il sottotenente di vascello. —

S'è fermato qui sopra... un poco sulla nostra sinistra... mi pare.

Ora udiamo alcuni colpi secchi, come di chiusure di pesanti porte

metalliche.

Ma che cosa sarà? A che distanza sarà?

— Straordinario, davvero! — dice lentamente il comandante, che finora

non ha pronunciata sillaba, chiuso nella sua spasmodica attenzione. — È

un sommergibile: un sommergibile che s'immerge... come noi. E ha scelto

la stessa zona nostra perchè è l'unica in questi paraggi che non abbia

scogli o fondi troppo fangosi. Viene probabilmente a riposo anche lui

nella notte di Natale — aggiunge con un sorriso — ed è vicinissimo.

Sommergibile. — Nostro o...

— Nemico, nemico — dice il comandante come se qualcuno avesse veramente

formulata la domanda. — Non vi può essere dubbio. So dove sono i

nostri: ben lontani da qui...

— Ma qualche sbaglio di uno di loro...

— No: impossibile: nemico — egli ripete con assoluta certezza e... — ma

non continua e c'indica di tacere.

Udiamo l'ingorgo d'acqua dell'altro; tre o quattro sorsi brutali,

troncati dal colpo secco delle valvole di immissione. Poi il diffuso

sciaquìo della discesa che è abbastanza rapida... Ed ecco i borborismi

cheti della bestia che va a riposo e si predispone a dormire: chiavarde

metalliche che stringono dadi, porte sbattute, passi su lamiere di

ferro, tutto sembra visibile, tanto è meravigliosamente trasmesso e

raccolto ogni suono creato nel ventre nemico...

Poi, a poco a poco il silenzio.

E nell'alta notte Adriatica, l'inscrutabile mare spinge le bianche

greggi delle sue onde sul nostro destino.

Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio) · 第 31 / 72 题