Le otto pomeridiane: le otto degli uomini che uno dei loro orologi
segna quaggiù. Per noi ogni ora è luce elettrica: e la corsa del sole,
le differenze di temperatura sono abolite. Il tempo non produce altre
manifestazioni sensibili che l'addensarsi e l'inspessirsi dell'aria
che noi respiriamo. Quando intorno alle tempie una benda invisibile
si stringe, e raddoppia, triplica i suoi giri, quando il respiro si
cambia a poco a poco in ànsito, quando sui volti si distende come una
patina livida, allora molto tempo è passato perchè molta anidride
carbonica s'è prodotta. Allora, sotto l'influenza del veleno, gli
uomini cadono a poco a poco in una cupa malinconia che non ha niente
a che fare col loro carattere. Bisogna far circolare questa poltiglia
gazosa — che pure entra ancora nei polmoni — attraverso masse di
ossido di calce che assorbe il veleno e lo fissa: e poi bisogna far
sgorgare ossigeno da appositi serbatoi. Ed ecco prodursi un prodigio: i
volti ridiventano ilari e i movimenti, vivaci: erompe dagli occhi una
gioia sovrannaturale di vivere... Ma è chimica, pura chimica. Gioia e
tristezza in formule... E il tempo è calcolato così...
* * *
Stasera abbiamo ancora da respirare l'aria di sette o ott'ore fa che
prendemmo in pieno Adriatico, quando giunti al nostro posto di agguato
cessammo di navigare emersi come un'ordinaria torpediniera. Essa è
pura tuttavia, salvo il fondo persistente e grave della nafta. — Ma
da prora, da una delle cappelle ardenti comincia a giungere a zaffate
l'acre odore di grassi da cucina. Ahimè!: bisogna ben nutrirsi anche
quaggiù e subirne tutte le conseguenze. Ed è una gamma di emanazioni,
ora confusa, ora distinta nei suoi componenti e che ha rigurgiti, soste
e riprese: sinistra sinfonia dell'olfatto nella quale la persistente
nota della nafta impera tra i «crescendo», nei duetti, nei terzetti,
nei cori, sempre.
Sulla sinistra della camera di manovra, riparati da una cortina
rossa, son due tavoli sulla stessa linea ed uguali. Un lungo divano,
che può essere cambiato in due cuccette, si addossa alla murata del
sommergibile e serve di sedile. Di qua e di là, verso prua e verso
poppa, due piccoli armadi danno forma rettangolare al ristretto
ambiente, formandone le pareti corte.
E qui un marinaio, dal volto di asceta novizio, prepara il nostro
pranzo. Attraverso la stretta porta, tra aggrovigliamenti di metalli
che sembrano viscere dilaniate e pendenti, egli passa e ripassa svelto,
agile e silenzioso. Si chiama Vismara e sulla terra nacque a Milano.
Il suo nome risuona spesso tra le cappelle di prora, di una delle quali
dev'essere l'anima: infatti è lui che presiede ai servizi di mensa.
I trentasei metri d'acqua che sovrastano a questo Vismara non premono
affatto sul suo cervello di sano animale giovane e non ottenebrano la
sua chiara visione di posate e stoviglie che egli maneggia con elegante
disinvoltura. E siccome tutto richiama Verne quaggiù, non so perchè mi
sembra d'averlo già visto nelle vignette che raffigurano i pranzi del
Capitano Nemo, ma con l'aggiunta di due fedine e di un paio di grossi
stivali, che egli non ha.
— È fidanzato — mi dice il comandante, che si avvede che io esamino il
suo uomo.
Fidanzato! Ecco una parola che m'apparisce spropositata davvero sul
fondo dell'alto Adriatico.
— Lei si sorprende? Lo sono anch'io, e lo è pure il mio Secondo... È
una malattia di questo sommergibile — prosegue ridendo: ma è un attimo
di sorriso, repentinamente troncato da una contrazione cupa del volto.
Il suo Secondo, il giovanissimo sottotenente di vascello, non ha
sorriso affatto, e s'è passata una mano sulla fronte.
Dovrei rallegrarmi con loro? Eh, non mi pare. I legami spirituali di
questi fidanzamenti mi sembra percorrano una ben incerto cammino, da
qui alle varie città d'Italia... Meglio tacere...
— Del resto — prosegue il comandante a bassa voce per non essere troppo
udito — qui a bordo in questioni matrimoniali abbiamo alcuni casi
interessanti, se non molto allegri. C'è un certo Ricci, capo-silurista,
che ha sposato una settimana fa in tre giorni di licenza, compreso
il viaggio, tra una crociera e l'altra... e cioè tra un'immersione e
l'altra... Da fidanzato, pochi giorni or sono, poco mancò non colasse
a picco quando quel tale cacciatorpediniere austriaco di cui le ho
parlato ci corse addosso per investirci. Questa che facciamo ora, è la
sua prima crociera da marito... e speriamo bene.
Ce n'è un altro, poi, Pagano, un silurista, richiamato in servizio
per la guerra, che è vedovo da pochi giorni ed ha tre bimbi rimasti
quasi soli a Sorrento. Avrei potuto sbarcarlo, ma egli mi pregò di non
farlo, perchè qui sul sommergibile ha una più alta paga... e può mandar
qualche cosa di più ai suoi piccini.
Un altro corto silenzio.
— Bah! Noi giuochiamo a carte — dice il comandante come chiusa di un
suo ragionamento interno e con la sua voce pacata e velata da uomo
sommergibile. — E se oggi venisse a qualcuno la bizzarra idea di
modernizzare il conosciuto simbolo della fortuna, dovrebbe prendere
quella tale donnina bendata e farla arrampicare sull'estremità di un
periscopio, glielo assicuro io!
Ah! Ecco Vismara che ci porta con sussiego qualche cosa che fuma — dopo
aver appeso un tovagliolo al volantino d'una valvola che si protende
vicino alla cortina rossa.
È del riso elettrico e della carne in scatola, riscaldata
elettricamente: cinque o sei ampères di cucina.
Niente vino: nessuno ne beve nei sommergibili; e so già che non avremo
sigarette, perchè è proibito fumare.
— Il pranzo è servito — ci dice Vismara senz'alcuna ironia.
La quale sarebbe inutile. Con trentasei metri d'acqua sul capo ogni
lista è buona; siamo, d'altronde, ancora ben lontani dai manicaretti
d'alghe e dalle altre leccornie marine di cui era ricca nei libri di
Verne la mensa del Capitano Nemo... E poi, qua nessuno ne desidera...
* * *
— Permesso?
— Avanti. Che c'è?
Scorre la cortina rossa sulla sua guida metallica e una grossa testa
scura, un po' calva, apparisce.
— Oh! Capo! — esclama il comandante con una certa apprensione nella
voce, sapendo bene che ogni annuncio può essere grave sui sommergibili.
— Tutto bene?
— Tutto bene, comandante...
È il Capo Torpediniere Elettricista, una delle personalità più
importanti di bordo e che ha mansioni assai gravi.
La vita subacquea ha già devastato il suo viso, delineandogli il
teschio sotto la pelle afflosciata. I suoi occhi nerissimi, rintanati
nell'orbita, hanno il floscio scintillìo degli occhi di alcuni vecchi
felini resi mansueti dalla grande età. Ma il suo profilo è purissimo e
in certe posizioni, nel bagliore della luce elettrica, acquista spesso
ombre e rilievi da medaglia.
— Tutto bene... — ripete, soffermandosi con un sorriso d'imbarazzo.
— Allora?
— C'è che l'equipaggio m'incarica di augurare a Lei, al Secondo, e al
signor comandante ospite nostro, il «Buon Natale».
Diamo un balzo tutti e tre, come fossimo stati richiamati ad un tratto
da una voce soprannaturale, fuori dall'abisso in cui siamo sepolti.
Poi ci guardiamo l'un coll'altro stupiti, mentre la buona testa di
medaglia ride.
Già: proprio vero. Domani è il Natale degli uomini. E chi ha più
nozione di giorni e di feste quaggiù? Se si provi a domandare a un
uomo dei sommergibili in crociera, che giorno è della settimana, lo si
vedrà smarrirsi e mettersi a contare sulle dita; poi dirà: Ecco, quando
lasciammo la base era, poniamo, martedì; dunque oggi dev'essere... il
suo ricordo è netto soltanto sul giorno della partenza, sul distacco
dalla vita di lassù: dopo viene una serie tumultuaria di poco sole e
molta luce elettrica che non ha più alcun legame col giorno e con la
notte e che sconvolge il pensiero del loro succedersi.
E dunque, domani è Natale, o pare sia Natale: per eccezione, qualcuno
delle cappelle ardenti deve averlo ricordato.
Ma il messo dell'equipaggio non ha finito.
— «Ci» auguriamo — prosegue — di poter dare il «Buon Natale» a qualche
nave austriaca col siluro...
— Eh! — risponde il comandante inchinandosi a metà come per l'offerta
d'un prezioso dono.
Non ha finito ancora...
— E preghiamo lei, comandante — dice rivolgendosi a me — di prendere
delle note su questa notte e di farle pubblicare, dandone una copia
a tutti noi per ricordo della sua visita, e del primo Natale passato
sott'acqua...
Diamine, buona testa da medaglia, perchè no? Se ne avrò tempo... Perchè
io pure lavoro come te, ma lassù, su navi, sulle vecchie navi che
galleggiano, sacerdotesse dell'antica lealtà del cannone e della luce
del sole, e che devono tremar di te, sommergibile, odioso ragazzo,
moderno pescecane di guerra. — Ma io temo, o cari sepolti vivi, che
la mia semplicissima arte, da più che due anni dormente, sia ben al
disotto di quanto meriti la vostra carne — che il mostro sommergibile
giornalmente affloscia e divora nel santo nome d'Italia — e la saldezza
del vostro cuore, che sfida l'uomo e i più profondi misteri del creato
senza mai vacillare... Posso darvi parole, nient'altro che parole.
E se per esse s'irradî lo sguardo d'Italia dalle rosse trincee del
Trentino e del Carso ai verdi abissi dell'Adriatico, e si prolunghi al
suo occhio divino l'immensa fila di cadaveri di coloro che morsero la
roccia e la neve, con quelli di coloro la cui bocca rimase per sempre
spalancata dall'asfissiante morso dell'acqua e vagarono fino alla
dissoluzione ultima secondo il capriccio dell'onda... ebbene, amen!
scriverò.
— Dunque? — interroga il Capo Torpediniere. — Dunque? — domandano i due
ufficiali, unendosi a lui...
— Sì.
È detto. E mentre il Comandante ringrazia il messo e lo incarica di
contracambiare gli auguri all'equipaggio, io e il Secondo pensiamo che
tornando in porto sarà anche miglior ringraziamento qualche bottiglia,
progetto a cui si unisce con gioia il comandante, non appena la buona
testa di medaglia sparisce e la cortina rossa ricade.