Io vedo un gruppo di cavalieri sboccare dalle case della marina là dove
termina la strada di Valona e correre al galoppo sull'ansa di sabbia
che da lì va fino ad un grande pontile d'imbarco eretto in questi
giorni: il «terminus» della fiumana di dolore, il punto dal quale non
si «camminerà più».
E subito dopo vedo apparire da dietro allo stesso sipario una Cosa
che ha il colore della sabbia e che avanza lentissimamente. Il suo
corpo si allunga come biscia che stani e il suo contorno si sfrangia
e si ricompone, si allarga e si restringe, con contrazioni di cui è
impossibile precisare l'origine e che sembrano sussulti dolorosi. Il
chilometro circa di spiaggia che i cavalieri hanno percorso in pochi
minuti, vien ricoperto dalla Cosa in un tempo lunghissimo, con un moto
che non somiglia a nessun altro conosciuto e che ricorda piuttosto il
lento progredire di un'alluvione. Tutta la Cosa brulica, non si capisce
di che, ma il suo brulichio non ha niente di umano, giacchè essa non
può appartenere alla terra o almeno alla terra delle nostre abitudini.
Essa va, va, spinta da una forza che par venire dalle sue spalle, e
con propulsione così continua, che nel dubbio non debba finire mai, una
diga di soldati e di marinai s'è formata nelle vicinanze del pontile a
far argine infrangibile. E quando la testa della Cosa vi giunge, essa
vi rigurgita sopra con tutta la massa del suo corpo come fiumana di
lava su un ostacolo.
Da una cosiffatta moltitudine s'alza sempre un clamore: e questa, per
un fenomeno che fa smarrir il nesso delle idee, tace d'uno spaventevole
silenzio. E subito s'intuisce che ogni sua forza, ogni sua estrema
forza è concentrata nel lavoro meccanico del cammino, senza poterne
sperdere nemmeno una particella per altre funzioni. Tutto è sopito
nella Cosa: essa non ode, non vede: va; per un impulso che dura da mesi
e che ebbe inizio a un grande tratto d'Europa da qui.
Ed ecco che tutta la baia, nella sosta serale del Ponente, è pervasa
da un tanfo orribile: esso è giunto come un'improvvisa bruciatura
nell'olfatto e basta esso solo a descrivere la miseria più orrenda
di questa infelicissima cosa che è divenuta l'umanità dal 1914 in
poi. Nessuno che abbia fiutato un simile lezzo di decomposizione
potrà più dimenticarlo: esso sarà un'ossessione di tutta la sua vita,
accompagnerà i sogni delle sue cattive notti e i suoi tristi momenti di
solitudine.
Sciami di pontoni s'addensano attorno al pontile sul quale la testa
della Cosa straripa, versandovi brani del suo corpo: fischiano barche
a vapore, ma il loro fischio è breve, come non osassero lacerar troppo
il silenzio terribile che incombe sul semovente carnaio che brulica
lì intorno chetamente; e subito file di convogli s'irradiano nel mare,
lentamente, come convogli funebri.
Ecco, passa la carne umana che «non cammina più»: pare che essa vuoti
da sè stessa la terra, prima che questa scompaia per un cataclisma
imminente e finale: passa nel suo lezzo, che ora mozza il respiro:
e tutta la rada ne è piena... Passa: qualche viso simile al viso
dell'uomo, qualche membro nudo si precisa; qualche occhio imita
lo sguardo... Che famiglie, che madri!... Questa carne non ha mai
appartenuto a nessuno... Non è che una lebbra spontanea del nostro
triste pianeta...
E i quattro transatlantici, come svegliati di soprassalto, ora sbuffano
vapore, agitano le loro braccia di ferro e s'accingono ad ingoiarla a
larghe boccate.
* * *
Il tramonto sparge violetto nei monti e lacca rossa nel cielo. Il
motoscafo che mi conduce a terra, corre a breve distanza dalla spiaggia
dove la Cosa passò e che è ridivenuta deserta. Alla prima sera l'ocra
della sabbia s'incupisce. Ma vicino al pontile d'imbarco è qualche cosa
di cui non riesco a precisare la natura. È una catasta che prima non
v'era, e attorno alla quale soldati nostri e militi della Croce Rossa
inglese s'affannano. Altri soldati formano crocchi qua e là lungo il
cammino che la Cosa percorse... Che sarà? Che cosa è che i soldati
sollevano e trasportano verso la catasta?
Motoscafo, férmati!... Voglio esser ben sicuro di quanto gli occhi
vedono... Sono corpi? Sì: corpi esanimi. L'ultima loro forza fu
assorbita dal faticoso cammino sulla sabbia e caddero esauriti senza
potersi rialzare più.
.... Uno ve n'è che cammina ancora, sorretto da un soldato nostro.
Ma ben presto il movimento delle sue gambe s'intirizzisce, il corpo
s'affloscia e il suo peso non può più esser sorretto. Odo il grido
del soldato che chiama un compagno in suo aiuto. C'è ora al pontile
un ultimo zatterone che raccoglie i detriti della Cosa che possono
ancora giungervi e sul quale giacciono in fila corpi rattrappiti
che sembrerebbero morti se di quando in quando non si rivolgessero
lentamente per il dolore delle ossa scarnite, gravate sul legno. Ed
è verso questo che i due soldati tentano condurre il corpo da essi
sostenuto, mentre le sue gambe immobili strascicano sulla sabbia e il
capo bendato gli ciondola sul petto nudo. No: non si può più sperare
in niente: è inutile continuare: l'abbandonano: e il corpo cade vicino
alla catasta, flosciamente, come avesse le ossa rotte. Allora avviene
una cosa unica. Dopo qualche istante di immobilità, sembra rifluire
nel corpo un piccolo resto d'anima che può ravvivargli soltanto le
braccia e gli lascia inerte il resto, come nelle agonie del «curaro».
E a bracciate lentissime, rampando come un drago dalle reni spezzate,
striscia sulla sabbia, immergendovi il viso. Sembra che dall'orribile
catasta cento invisibili mani di morti lo attraggano a loro: va, va,
la povera cosa che muore, va serpeggiando nella direzione verso cui è
attratta... Giunge nella fila, solleva il busto da terra puntellandosi
con un braccio: ansa, si ritorce, il puntello del busto gli si ripiega
di scatto, s'appiattisce, non si muove più.
È al suo posto: s'è collocato al suo posto.
Poco lontano di lì alcuni soldati zufolano.
Motoscafo, avanti! Vola, motoscafo!