II.

Io vedo un gruppo di cavalieri sboccare dalle case della marina là dove

termina la strada di Valona e correre al galoppo sull'ansa di sabbia

che da lì va fino ad un grande pontile d'imbarco eretto in questi

giorni: il «terminus» della fiumana di dolore, il punto dal quale non

si «camminerà più».

E subito dopo vedo apparire da dietro allo stesso sipario una Cosa

che ha il colore della sabbia e che avanza lentissimamente. Il suo

corpo si allunga come biscia che stani e il suo contorno si sfrangia

e si ricompone, si allarga e si restringe, con contrazioni di cui è

impossibile precisare l'origine e che sembrano sussulti dolorosi. Il

chilometro circa di spiaggia che i cavalieri hanno percorso in pochi

minuti, vien ricoperto dalla Cosa in un tempo lunghissimo, con un moto

che non somiglia a nessun altro conosciuto e che ricorda piuttosto il

lento progredire di un'alluvione. Tutta la Cosa brulica, non si capisce

di che, ma il suo brulichio non ha niente di umano, giacchè essa non

può appartenere alla terra o almeno alla terra delle nostre abitudini.

Essa va, va, spinta da una forza che par venire dalle sue spalle, e

con propulsione così continua, che nel dubbio non debba finire mai, una

diga di soldati e di marinai s'è formata nelle vicinanze del pontile a

far argine infrangibile. E quando la testa della Cosa vi giunge, essa

vi rigurgita sopra con tutta la massa del suo corpo come fiumana di

lava su un ostacolo.

Da una cosiffatta moltitudine s'alza sempre un clamore: e questa, per

un fenomeno che fa smarrir il nesso delle idee, tace d'uno spaventevole

silenzio. E subito s'intuisce che ogni sua forza, ogni sua estrema

forza è concentrata nel lavoro meccanico del cammino, senza poterne

sperdere nemmeno una particella per altre funzioni. Tutto è sopito

nella Cosa: essa non ode, non vede: va; per un impulso che dura da mesi

e che ebbe inizio a un grande tratto d'Europa da qui.

Ed ecco che tutta la baia, nella sosta serale del Ponente, è pervasa

da un tanfo orribile: esso è giunto come un'improvvisa bruciatura

nell'olfatto e basta esso solo a descrivere la miseria più orrenda

di questa infelicissima cosa che è divenuta l'umanità dal 1914 in

poi. Nessuno che abbia fiutato un simile lezzo di decomposizione

potrà più dimenticarlo: esso sarà un'ossessione di tutta la sua vita,

accompagnerà i sogni delle sue cattive notti e i suoi tristi momenti di

solitudine.

Sciami di pontoni s'addensano attorno al pontile sul quale la testa

della Cosa straripa, versandovi brani del suo corpo: fischiano barche

a vapore, ma il loro fischio è breve, come non osassero lacerar troppo

il silenzio terribile che incombe sul semovente carnaio che brulica

lì intorno chetamente; e subito file di convogli s'irradiano nel mare,

lentamente, come convogli funebri.

Ecco, passa la carne umana che «non cammina più»: pare che essa vuoti

da sè stessa la terra, prima che questa scompaia per un cataclisma

imminente e finale: passa nel suo lezzo, che ora mozza il respiro:

e tutta la rada ne è piena... Passa: qualche viso simile al viso

dell'uomo, qualche membro nudo si precisa; qualche occhio imita

lo sguardo... Che famiglie, che madri!... Questa carne non ha mai

appartenuto a nessuno... Non è che una lebbra spontanea del nostro

triste pianeta...

E i quattro transatlantici, come svegliati di soprassalto, ora sbuffano

vapore, agitano le loro braccia di ferro e s'accingono ad ingoiarla a

larghe boccate.

* * *

Il tramonto sparge violetto nei monti e lacca rossa nel cielo. Il

motoscafo che mi conduce a terra, corre a breve distanza dalla spiaggia

dove la Cosa passò e che è ridivenuta deserta. Alla prima sera l'ocra

della sabbia s'incupisce. Ma vicino al pontile d'imbarco è qualche cosa

di cui non riesco a precisare la natura. È una catasta che prima non

v'era, e attorno alla quale soldati nostri e militi della Croce Rossa

inglese s'affannano. Altri soldati formano crocchi qua e là lungo il

cammino che la Cosa percorse... Che sarà? Che cosa è che i soldati

sollevano e trasportano verso la catasta?

Motoscafo, férmati!... Voglio esser ben sicuro di quanto gli occhi

vedono... Sono corpi? Sì: corpi esanimi. L'ultima loro forza fu

assorbita dal faticoso cammino sulla sabbia e caddero esauriti senza

potersi rialzare più.

.... Uno ve n'è che cammina ancora, sorretto da un soldato nostro.

Ma ben presto il movimento delle sue gambe s'intirizzisce, il corpo

s'affloscia e il suo peso non può più esser sorretto. Odo il grido

del soldato che chiama un compagno in suo aiuto. C'è ora al pontile

un ultimo zatterone che raccoglie i detriti della Cosa che possono

ancora giungervi e sul quale giacciono in fila corpi rattrappiti

che sembrerebbero morti se di quando in quando non si rivolgessero

lentamente per il dolore delle ossa scarnite, gravate sul legno. Ed

è verso questo che i due soldati tentano condurre il corpo da essi

sostenuto, mentre le sue gambe immobili strascicano sulla sabbia e il

capo bendato gli ciondola sul petto nudo. No: non si può più sperare

in niente: è inutile continuare: l'abbandonano: e il corpo cade vicino

alla catasta, flosciamente, come avesse le ossa rotte. Allora avviene

una cosa unica. Dopo qualche istante di immobilità, sembra rifluire

nel corpo un piccolo resto d'anima che può ravvivargli soltanto le

braccia e gli lascia inerte il resto, come nelle agonie del «curaro».

E a bracciate lentissime, rampando come un drago dalle reni spezzate,

striscia sulla sabbia, immergendovi il viso. Sembra che dall'orribile

catasta cento invisibili mani di morti lo attraggano a loro: va, va,

la povera cosa che muore, va serpeggiando nella direzione verso cui è

attratta... Giunge nella fila, solleva il busto da terra puntellandosi

con un braccio: ansa, si ritorce, il puntello del busto gli si ripiega

di scatto, s'appiattisce, non si muove più.

È al suo posto: s'è collocato al suo posto.

Poco lontano di lì alcuni soldati zufolano.

Motoscafo, avanti! Vola, motoscafo!

Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio) · 第 16 / 72 题