Alla vista dilatata ancora dal largo e dalle raffiche di capo
Linguetta, non c'è gran che di cambiato dentro questa rada, dall'ultima
volta che vi venni, ai primi tempi della nostra occupazione. Stessa
impressione d'immenso lago perennemente sconvolto dal Ponente, stesso
addensamento di nuvole in corsa sulle cime dei monti, sbrandellate
attorno alla vetta di Kanina, diradate verso la vallata di Valona e
più in là divorate dalla distesa di paludi che si allunga a perdita di
vista fino alle foci della Voiussa, come se il vento vi si fosse aperta
una grande via maestra del cielo; identico paesaggio di verde carico e
di grigio, di vette scure e di balze incolte, dove i cipressi s'ergono
qua e là come indici tesi allo zenit e ricordano quella cosa che qui
imperò per secoli e che per una mareggiata di sangue s'è ora ritratta
lontano lontano senza speranza di riflusso: la Turchia.
Già: ecco laggiù a Krio-Nerò, a Valona, l'altra sua impronta: i timidi
minareti lasciati qui a recitar le preci della sua morte; e l'idea
che poveri, spauriti «muezzin» compariscano ogni ora a ricordare con
singhiozzante voce Allah e la sua misericordia alle molte migliaia
d'italiani qui venuti dal Carso e dal Tirolo, apparisce dissennata,
come una frase comica interposta da un pazzo in un epilogo tragico.
Ma tra le case fronteggianti il mare allo sbocco della grande strada
che unisce la lontana Valona alla sua marina, è qualche cosa di
cambiato. Fresche tinte e vernici dimostrano che a vecchie abitazioni
s'è data nuova vita: due immense croci rosse dipinte sul tetto bianco
dell'antico Kursaal, dove or non è molto risuonavano a beneficio
spirituale degli ufficiali austriaci le poco argentine voci delle
canzonettiste viennesi, rivelano che quell'edificio è divenuto
ospedale in espiazione dei suoi molti peccati. E poi le piccole
cataste di legna, viveri e munizioni d'allora, i pochi rotoli grigi
del fil di ferro dei reticolati, le corte file delle salmerie e dei
cannoni, ora appariscono sulla sabbia della spiaggia moltiplicati per
un coefficiente uguale a quello che ha moltiplicato le prime truppe
inviate quaggiù fino a raggiungere oggi un prodotto enorme. Così,
alla vista dei cubi e delle piramidi scure che nascondono le case
e le sormontano, è possibile abbracciare d'un tratto col pensiero
quanto divori la guerra e quanto lavori la terra per nutrirla. E
repentinamente quella sensazione a cui è impossibile dar nome e
confini e che si produce dovunque la vita umana bruci a larghe vampate,
scaturisce dalla vista di ogni cosa: e tutta la nitidezza del panorama
se ne offusca.
Navi, navi e navi: le grandi, al largo, in linea ordinata, disciplinate
anche nel riposo; le piccole, sparpagliate a caso, più strette alla
terra e frammiste a barcacce d'ogni dimensione e d'ogni tipo, resti di
vecchie generazioni di barche da lungo tempo ripudiate dal mare libero
e rimaste senza alberi e senza sartiame, carcasse senza membra.
Mai ve ne furono tante qua. E che qualche grave avvenimento del mare
si prepari, è dimostrato dal fatto che in mezzo a loro, bianche come un
simbolo della carità, listate di verde lungo tutta la loro lunghezza e
largamente crociate di rosso, due immense navi-ospedale si distaccano
nette sul grigio delle sorellastre che le circondano e che macellano
perchè esse si riempiano.
La mia s'è ancorata vicino ad una di queste: e col Ponente arrivano
a bordo le acri zaffate dell'acido fenico, l'odore di tutti gli
alberghi della morte. Più in là quattro transatlantici giganteschi, dai
quali una sovrapposizione di pittura grigia ha fatto scomparire ogni
lucentezza dell'antico lusso, hanno quell'aspetto caratteristico delle
navi che aspettano il loro carico: braccia di ferro protese e immobili,
macchinari che sibilano chetamente come operai rimasti inoperosi,
uomini raggruppati in silenzio qua e là nelle vicinanze del boccaporti
e getti di vapore smorto dovunque.
Io so, noi sappiamo, che cosa aspettano...
È un carico che li riempirà tra breve tutti e quattro e che giungerà
qui, partorito dalla costa, dai monti, da tutta quella sterminata
distesa di terra vertebrata dai Balcani, percorsa dal Danubio, estesa
fino ai confini meridionali della Germania e occidentali della Russia.
È un carico che cammina da mesi per giungere qui, colonna senza fine
d'ogni sciagura, assottigliata ogni giorno come valanga discendente al
sole dei piani, orda umana radunata dalla guerra e spinta dalla guerra,
inerme, al mare per essere inghiottita e dispersa.
Tra poco giungerà un secondo scaglione di prigionieri austriaci fatti
dai serbi nella loro prima campagna vittoriosa, quando l'Austria,
non ancora provincia germanica, aveva la gola stretta dalla morsa di
Kumanowo e Leopoli e si sentiva soffocare.
Erano ottantamila; un popolo, nella pingue retata di Pasic. Ma quando
la Serbia, invasa, ritrasse il suo esercito in Albania dirigendolo alla
salvezza del mare, dovè fare della sua preda, divenuta troppo pesante,
un greggie disordinato: e sospinse tutto avanti a sè per monti senza
strade, per vallate senza traccia d'uomo, nel fango e nella neve,
spaventevole massa su cui la morte ed i corvi tripudiarono a lungo e
che lasciò un cammino tracciato per sempre da ossa.
Fame, colèra, tetano, assideramento, sfinimento e pazzia, traversarono
regioni in ridda furiosa, ieri come oggi e come domani, nella sinistra
gioia di poter uccidere senza freno, senza ritegni di nomi, di croci e
di cifre, sicure di ogni impunità.
Cifre? Eccone una sola, ed anche questa vaga, indecisa. Pare dunque
che tra tutti gli scaglioni arriveranno al mare circa cinquantamila
ex-uomini.... A sei o sette giorni di marcia da qua, il computo del
secondo scaglione faceva prevedere così: ma in questi giorni, gli
ultimi del calvario, molte ultime forze si saranno spente, e che la
cifra venga di molto abbassata non sorprenderà nessuno.
Sicchè la differenza...
E questo è il carico che aspettano i quattro giganteschi transatlantici
grigi, mentre il Ponente porta via i loro sbadigli di vapore ed i monti
di Valona s'abbrunano...