VIII.

Il caldo respiro della fine di giugno avvolge questa mattina Venezia.

È un alito calmo, di una strana potenza avvivatrice: ed i colori ne

acquistano come una loro speciale luminosità divenendo d'una generosità

magnifica, prodigando tutte le sfumature, tutte le combinazioni,

sfoggiando un'inarrivabile arte. Al disopra dei tetti, le nuvole

immobili si caricano di un grigio appena rosato, con bizzarre, sottili,

pazienti delineazioni d'oro. E grandi lame di luce le traversano come

rigide code di comete, divergenti tutte da un centro misterioso che s'è

annidato a mezz'altezza nel cielo, sopra a S. Nicoletto del Lido.

L'acqua del bacino di S. Marco ha preso l'aspetto di cosa lucida e

solida che non possa aver più alcuna relazione col vento. E più in là,

ridotte al minimo dall'alta marea, le punteggiature nere delle bricole

s'inseguono nelle lontananze, come una strana popolazione della laguna,

radunata per una silenziosa mostra mattutina, intorno a innumerevoli

isolette sommerse, da cui misteriosi capi sorvegliano.

Come un tremito continuo d'aria agita tutto questo scenario di pace,

che sciami di bianchi gabbiani traversano a volo lento e senza grida.

Ma per contrasto la Riva degli Schiavoni, le Mercerie, le calli intorno

a S. Moisè, la calle dei Fabbri, brulicano, si riempiono, aspirano

umanità da mille ristretti conduttori di pietra e ne fanno un'unica

corrente scura avviata al grande collettore di Piazza S. Marco. E

l'immensa sala di marmo, che ha per pareti, fissati per l'eternità,

sogni di insorpassabili artisti, e per soffitto il cobalto del cielo,

coi suoi tre enormi stendardi immobili come stanchi di anni contro

l'oro della Basilica, coi suoi drappeggiamenti sanguigni pendenti tra

i colonnati delle finestre, cogli sciami dei suoi colombi volteggianti

bassi tra le mura come per non distaccarsene mai, è pronta a ripetere

ancora una volta una di quelle cerimonie, che già vedemmo inquadrate

da una cornice d'oro vecchio e ricoperte dalla scura vernice del tempo,

nei musei o nel fondo d'una nostra falsa memoria.

Ma è strana folla, questa che mi circonda e trascina! Se frotte di

fanciulle dalle pesanti capigliature d'oro e avvolte di nero negli

esili corpi, cinguettano, col sorriso nella voce e negli occhi, ruvidi

accenti ed aspre intonazioni di gruppi di altra razza sormontano e

soffocano il loro bisbiglio. E sono tanti e tanti... La loro ossatura

elefantina è come di uno stile diverso: il loro vestito porta impressa

nel taglio una mentalità squadrata, violenta e goffa: e il loro

riso gutturale pare l'espressione di un'orgia perpetua alla fine

dalla quale debba sempre scorrere un po' di sangue. Ah! Com'io sento

stamane più forte l'ingombro di questi corpi dall'insolente andatura,

nelle ristrette calli di questa divina città italica, non fatta per

simile stirpe! Come ho il sentimento di un netto distacco tra razza

e razza, tra ambiente e ambiente! Mastodontiche case a cuspidi, vie

fiancheggiate da monumenti riempiti di grottesche, ma colossali statue:

basse birrerie ornate come chiese sacre alle divinità dell'orgia, dove

gli _ach!_ risuonano al giusto tono; stabilimenti immensi dove tutto si

falsifica, dalle gemme alla pietra: dove tutto s'imita, dal capolavoro

d'arte alle sostanze alimentari: dove si ruba all'altrui genialità ogni

idea per sminuzzarla in azioni...; cieli plumbei, vegetazioni scure,

tutto questo ci vuole a costoro.

Che cosa vogliono, che cosa fanno qui?

— Oh! Mais enfin j'ai le plaisir de vous rencontrer! Où avez-vous été

donc?

È l'Olandese del «très-joli». Le sue palpebre battono sui suoi occhi

chiari quasi su ogni sillaba, per indicare forse una repressa collera,

mentre ella mi ferma allo sbocco in Piazza, del Ramo dell'Ascensione.

Le spiego che le mie mansioni di servizio — (il «se ne guardi!») — mi

hanno costretto a mille occupazioni diverse, impedendomi di...

— Alors, il faut un Kaiser en personne pour vous dénicher? —

m'interrompe bruscamente.

Il Kaiser?

Ma sì! In che mondo vivo dunque? Il Kaiser discenderà tra poco alla

riva della Piazzetta di S. Marco, ed il suo popolo si reca a dargli un

saluto fedele.

Il suo popolo?

Ha ragione: Il «suo» popolo. La folla compatta che ora ci circonda è

sua: quasi tutta sua. La Germania girovaga, multiforme, occhialuta,

dagli strani cappelli troppo piccoli per gli squadrati crani, dai

colletti enormi, dalle faccie sciabolate alle tempie, dalle grasse

femmine coi capelli tirati sull'alto del capo e radunati in misera

nocca, è qui, è quasi tutta qui, come richiamata da una parola d'ordine

che ha vuotate regioni. Una gioia impossibile ad esser riprodotta dalla

nostra razza, ha come slacciate le espressioni di questi volti e la

carne sembra dilatata, libera dai suoi legami al cranio.

— Vite, vite! — esclama la bella creatura con un'animazione troppo

in contrasto col carattere che le conoscevo. — Écoutez. Il vient...

Courons!

Ah no! Non corro affatto. Lascio che i suoi segni imperiosi si

dileguino per sempre nella folla, mentre, non so da dove, le note gravi

dell'inno tedesco s'alzano nell'aria e «och!» formidabili risuonano

tutt'intorno a me.

Ho accanto un'intera famiglia: il padre col suo cappelluccio verde dal

bravo piumino piantato all'indietro nel nastro, gli occhiali a spranga,

gli occhietti suini nascosti da sopracciglia da caricatura, la zazzera,

il collettone, la giubba alla cacciatora, i corti calzoni di velluto

da cui sbucano due polpacci informi: la madre, spelacchiata, con un

cappello che doveva esser l'orgoglio della vetrina di chi sa quale

villaggio di Pomerania, con un naso aggiunto in fretta e composto a

palla con la poca materia rimasta, dopo fabbricata una enorme faccia

rossa dalle mascelle stritolatrici: stretta nel collo, nella vita,

in tutte le giunture: multicolore, sbraitante, lucida; due figlie

allungate, appiattite, ingiallite da qualche macchina; identicamente

vestite, impalate, rese ossute da un'altra macchina...

Tutta la famiglia spalanca contemporaneamente la bocca quando la marea

di un «och!», lanciato dall'altra estremità della piazza, la raggiunge.

Gli occhi si rimpiccioliscono nel grido sotto la spinta degli zigomi: e

i palati aperti, scuri, sembrano dover finire in una specie di borsa da

pellicano, tanto attingono voce. «Och! Och! Och!».

Ah! Com'è brutta qualche volta la fede e quale cattivo odore tramanda!

I colombi s'aggirano spauriti in un volo folle che sfiora le nostre

teste, come gabbiani sulle creste d'onda d'un mare agitato.

E, ad una ventina di passi da me, due siepi di fucili aprono una strada

perfettamente libera che io posso in parte dominare dall'alto di un

tavolino di ferro, offertomi dal cameriere d'un Caffè con un «Bitte»

untuoso. Il solito cane d'ogni cerimonia s'aggira nello spazio vuoto,

fissando con stupore l'umanità che urla e che non riconosce più.

L'elegante figurina olandese s'è unita ad un gruppo di giovani signore

che forma come un fiore dalle delicate tinte sul bruno della folla. È

là: vicino ad una siepe: agitata, fervida di commozione.

Tacciono ora le musiche. Gli stendardi ondeggiano lievemente come per

l'avvicinarsi di un soffio di vento, mentre l'oro dei mosaici della

basilica s'abbruna perchè una nuvola densa s'è avvicinata al sole e lo

nasconde.

E improvvisamente un coro vocale s'eleva da ogni punto della Piazza

mentre rimbomba lontano, quasi in misura, la voce più cupa del cannone.

«_Deutchland, Deutchland über alles_...»

È inno questo? Non so: a me pare un'esplosione di violenza,

intollerabile nella serenissima magnificenza di questa nostra regale

città... Suona, campanone di S. Marco, suona con la tua voce venerabile

che fece nei trionfi tremar di gioia il cuore dei padri. Soffoca con

le vibrazioni del tuo bronzo sacro, questo canto straniero che tenta

innalzarsi alla tua immacolata altezza. Schiaccialo giù contro terra

e che la nostra terra lo assorba e disperda come assorbe e disperde la

sciagura del fulmine! Suona! Suona!

Eccolo il Kaiser: delle scintille e un manto azzurrastro, seguito

da altre scintille ed altri manti. Scrosciano applausi, la siepe dei

fucili si eleva, il canto si esaspera, ingigantisce nelle risonanze

delle mura, diviene come un solo urlo scandito dal cannone. E gli occhi

metallici di questa razza intrusa si velano di commozione... Come i

miei, di rabbia...

— Questa è la festa, la grande festa della pace! — esclama un lungo e

giallastro tedesco aprendo le braccia al cielo, con un gesto da eroe

dei Niebelungen.

E come ad indicare che il Dio della Pace è proprio lì, sceso dai suoi

inaccessibili regni, venuto per qualche istante a contatto dei mortali,

le sue braccia si riuniscono in alto e si abbassano orizzontalmente

rivolte al Kaiser, mentre le pelose mani, aperte verticalmente,

riproducono un caratteristico atteggiamento di fakiro in adorazione.

Passa il Dio teutone. — Dal gruppo di signore del quale fa parte

l'Olandese, fiori vengono gettati su di lui che saluta senza sorriso,

meccanicamente, con due dita pigramente elevate alla visiera dell'elmo.

Rispondono forse le immagini sacre alle folle prostrate ai loro piedi?

L'insensibilità è attributo di ogni simbolo divino. Egli passa. Clamori

e fiori sono usate cose nella sua vita terrena: e quando il turbine

dell'umanità, rotte le dighe dei fucili, precipita come corrente, al

suo seguito, pare veramente che una mareggiata si chiuda sulla scia di

un enigmatico colosso.

. . . . . . .

Più forte, Marangona di S. Marco! Dì all'Italia che a due metri dal

suolo l'aria è sempre pura e che una densa legione di spiriti italiani

vi turbina sempre agitando spade, corone di alloro, pergamente,

pennelli e scalpelli, legione enorme che sorvolò per secoli sulla Terra

e discese dovunque. Dì che dov'essa discese, la capanna si cambiava

in casa dalle linee armoniche, la palude si prosciugava, campi fertili

sorgevano, s'arginavano i fiumi, s'aprivano strade, la vita selvaggia

dell'uomo diveniva civile: come per magia, i popoli davano un balzo

verso un'esistenza migliore e innalzavano monumenti!... Diffondi il

vigore eterno del tuo bronzo nel torpore dei nostri muscoli stanchi,

nella vecchiaia dei nostri occhi, nella fissità del nostro spirito

costantemente rivolto all'occaso come girasole malato...

Un gran silenzio. Il campanile s'è ammutolito, il cannone tace e la

folla come cumulo di neve sudicia, si discioglie e disperde in tanti

rivoletti lungo le calli oscure. Venezia riprende la sua vita in

semitono, dove nessun grido osa unirsi alla gran voce del tempo.

E i «battitori» delle botteghe, avanti alle loro vetrine, riempiono

le Procuratie dei loro sommessi inviti ad entrare, curvi nella loro

posizione servile, deformati da un fisso sorriso, simile al senile

sorriso che accompagna un'offerta oscena.

— Bitte shoën, fraulein... S'il vous plaît, monsieur! Entrez, entrez...

E sono Italiani, questi?

Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio) · 第 12 / 72 题